sabato 23 luglio 2022

Anche nella primavera del '45 avremmo potuto contare su diserzioni di militari della Repubblica Sociale

Aurigo (IM). Fonte: Wikipedia

Il 21 [marzo 1945] ero a Poggiobottaro al Comando [n.d.r.: della Divisione "Silvio Bonfante"] quando giunse Mario [Carlo De Lucis], il nuovo commissario di divisione in sostituzione di Osvaldo [Osvaldo Contestabile] ancora malato.  Mi  accorsi fin dal primo giorno che Mario non aveva più l'energia di una volta. La sua assenza forzata dalla campagna invernale l'aveva un po' spaesato, trovava una situazione nuova, l'ambiente stesso del comando era profondamente mutato dai tempi di Piaggia. Mario parlava con tutti, cercava di intuire i nostri pensieri, l'opinione che avevamo di lui. Ferito alla testa, era stato per molto tempo trattato in modo speciale: «È terribile vedere che cercano di accontentarti in tutto, ti rispondono evasivamente, ti dicono di non pensare. A poco a poco ti accorgi che dubitano di te, che ti trattano come un bambino od un pazzo e ti viene il dubbio che possano aver motivo». Ciò aveva creato in lui un complesso  di inferiorità che richiederà qualche tempo per essere superato del tutto.
Giorgio [n.d.r.: Giorgio Olivero, comandante della Divisione "Silvio Bonfante"] invitò Mario a farsi fare una camicia con la seta dei paracadute. «I partigiani delle bande ne hanno più bisogno di noi, diamola a loro», replicò Mario. Mi parve di avere già sentito qualche volta quei concetti, poi ricordai era stato a Piaggia, quando era arrivata la prima spedizione di vestiario dal Piemonte. «Sai con la vita che fanno i partigiani quanti giorni durerebbe loro la camicia di seta... Fattela tu, altrimenti è sprecata», gli disse Giorgio, e non aveva torto. Purtroppo poco regolare fu anche la distribuzione dei giubbotti di pelle senza maniche giunti col materiale del lancio. Io osservai che sarebbero stati utili alle bande, non in dotazione personale, ma dati a rotazione alle sentinelle perché le notti erano ancora fredde. Ma le mie parole caddero nel vuoto: pur essendo comunisti il senso della proprietà privata era assai forte.
Mario esaminò il problema degli effettivi e lo affrontò quasi da solo. Una soluzione era urgente perché avevano cominciato ad  affluire le prime reclute, numerose specialmente nei dintorni di Aurigo dove un manifesto, a firma di Turbine, aveva mobilitato tutti i giovani, ordinando loro di unirsi ai partigiani. Era opportuno accettare i giovani ed anzi mobilitare nelle zone da noi controllate, come si diceva avesse fatto la divisione di Savona, od era meglio attendere di avere un armamento, una organizzazione più efficiente?
Nella primavera e nell'autunno del '44 il problema era stato più semplice, allora le reclute erano composte in gran parte di disertori dei reparti repubblicani, erano quindi elementi già armati ed in parte addestrati. Anche nella primavera del '45 avremmo potuto contare su diserzioni di militari della Repubblica: li avremmo ancora accolti? Mario concluse negativamente: «Nessuno deve ormai sottrarsi alle proprie responsabilità». In realtà dopo tanti mesi chi era  ancora con la Repubblica era chiaro per noi che non vi era per forza. Se fosse venuto con noi lo avrebbe fatto o per tradirci o per salvarsi. Avremmo pertanto accettato solo chi non aveva servito la Repubblica, quindi elementi disarmati. Li avremmo inquadrati in nuovi distaccamenti od avremmo ingrandito quelli esistenti? Nell'ultima ipotesi avremmo addestrato meglio alla guerriglia i nuovi arrivati, li avremmo protetti per quanto possibile dal nemico od avremmo appesantito eccessivamente le vecchie bande?
Trovare una soluzione al problema non sarebbe stato che l'inizio, avremmo dovuto imporla alle brigate, ai capibanda e per tutto ciò occorrevano idee chiare, autorità e tempo, mentre lo sviluppo della situazione sui grandi fronti faceva  ritenere imminenti grandi eventi. Si sarebbe ritirato il nemico dall'Italia o avrebbe tentato una estrema resistenza sul posto? Avremmo potuto ostacolare i suoi movimenti e liberare le nostre città durante una ritirata o saremmo rimasti chiusi con l'occupante in una grande sacca? Avremmo dovuto prepararci per eventi imprevedibili ed alla fine di marzo eravamo ancora terribilmente deboli.
Gino Glorio (Magnesia), Alpi Marittime 1943-45. Diario di un partigiano - II parte, Nuova Editrice Genovese, 1980

22 marzo 1945 - Dal comando della Divisione "Silvio Bonfante", prot. n° 234, al comando della I^ Brigata "Silvano Belgrano" [comandante "Mancen" Massimo Gismondi] - Disponeva il passaggio di 10 Kg. di plastico con miccia e detonatore da "Ciccio" a "Marco" e di altri 10 Kg. da consegnare a "Mario".
22 marzo 1945 - Da "K. 20", relazione n° 5, alla Sezione SIM della Divisione "Silvio Bonfante" - Riferiva che i tedeschi, in allarme per un presunto imminente sbarco alleato, avevano preparato con la sabbia un modello della vallata di Cervo, sul quale svolgevano spesso esercitazioni; che era scarso il movimento sulle strade verso Genova; che nella notte precedente erano arrivati 50 tedeschi a Diano Marina; che il capitano Winter, partito per una licenza in Germania, era già tornato perché sembrava che non fosse riuscito a passare dal Brennero; che inviava 2 tessere del PFR (partito fascista repubblichino) in bianco.
22 marzo 1945 - Dal comando della II^ Brigata "Nino Berio" [comandante "Gino" Giovanni Fossati] della Divisione "Silvio Bonfante" al capo di Stato Maggiore della Divisione "Silvio Bonfante" - Comunicava che, visto il documento del comando di Divisione prot. n° 207, concernente gli aviolanci alleati, "Gigi" [Giuseppe Alberti, commissario della Brigata] era stato "incaricato di stilare l'elenco dei muli ad Aquila d'Arroscia"; che per la preparazione delle mine si erano incaricati i Distaccamenti dipendenti e la III^ Brigata "Ettore Bacigalupo"; che si stava per predisporre l'uso di una radio ad Aquila da dove il comandante "Gino", appena udito il messaggio, si sarebbe recato ad Alto dove si sarebbe trovato un altro punto di ascolto; che per i fuochi di segnalazione per i mentovati lanci la legna era pronta mentre, essendo introvabile il combustibile, si sarebbe sopperito con abbondante paglia.
22 marzo 1945 - Da un informatore alla Sezione SIM della Divisione "Silvio Bonfante" - Inviava un elenco dei giovani nati nelle classi comprese tra il 1918 ed il 1925, residenti nella valle di Andora, per un totale di 63 nomi, di cui erano indicati nome, cognome, paternità, residenza e, in taluni casi, altre note integrative.
22 marzo 1945 - Da "Boris" [Gustavo Berio, vice commissario] al comando della Divisione "Silvio Bonfante" - Riferiva che il recente rastrellamento nemico in Val Pennavaira era stato imponente; che si era temuto che i tedeschi si trattenessero a presidiare quei luoghi; che per i lanci si era in attesa dell'ascolto dell'ora X; che aveva inviato al comandante "Curto" i due zaini di ferro richiesti.
22 marzo 1945 - Da "Boris" [Gustavo Berio, vice commissario della Divisione "Silvio Bonfante"] al capo di Stato Maggiore ["Ramon", Raymond Rosso] della Divisione "Silvio Bonfante" - Comunicava che il lancio alleato era imminente; che sarebbe stato effettuato nella stessa zona con le stesse modalità e con la stessa parola d'ordine del lancio precedente; che dell'ascolto radio erano stati incaricati "Don Celesia" [Don Giuseppe Pelle, cappellano della Divisione] e "Dario" [Ottavio Cepollini] insieme allo scrivente, il quale ultimo sarebbe stato "in postazione in Val Pennavaira".
23 marzo 1945 - Dal comando della II^ Brigata "Nino Berio" [comandante "Gino" Giovanni Fossati] della Divisione "Silvio Bonfante" al comando della Divisione "Silvio Bonfante" - Chiedeva informazioni sul conto del capo banda "Battaglia" di conoscere i motivi del suo spostamento alla I^ Brigata. Comunicava che alcuni soldati serbi avrebbero forse lasciato il servizio ai tedeschi e cercato di salire in montagna per unirsi ai garibaldini. Riferiva che anche soldati repubblichini di stanza nella caserma Crespi di Imperia avrebbero presto potuto raggiungere i partigiani.
23 marzo 1945 - Dal comando della III^ Brigata "Ettore Bacigalupo" [comandante "Domatore" Domenico Trincheri] al comando della Divisione "Silvio Bonfante" - Chiedeva, poiché si trattava della Brigata meno numerosa e meno armata, il passaggio del Distaccamento "Giannino Bortolotti" dalla II^ Brigata "Nino Berio" alla III^ Brigata, la promozione del vice comandante di quel Distaccamento a vice comandante della III^ brigata, la monina del garibaldino "Meazza" [Pietro Maggio] a comandante del Distaccamento "Giannino Bortolotti".
23 marzo 1945 - Dal comando della Divisione "Silvio Bonfante", prot. n° 235 e 236, a tutti i CLN della zona, a tutti comandi SAP, al capo di Stato Maggiore della I^ Zona Operativa Liguria - Comunicava che per i primi di aprile 1945 era indetta una riunione, presenti i membri della Missione Alleata, di tutti i Comitati della provincia, riunione nel corso della quale si dovevano consegnare i piani preparati per l'occupazione delle città costiere.
23 marzo 1945 - Dal comando della Divisione "Silvio Bonfante", prot. n° 238, al comando della I^ Brigata "Silvano Belgrano" [comandante "Mancen" Massimo Gismondi] - Chiedeva di completare i preparativi per andare a ritirare il materiale in arrivo con un aviolancio alleato; di sospendere il colpo progettato contro il posto di blocco di Cervo ed ogni altra azione; di sottrarsi al nemico in caso di attacco, ma, se obbligati, di reagire.
24 marzo 1945 - Dal comando della II^ Brigata "Nino Berio" al comando della Divisione "Silvio Bonfante" - Comunicava, in riferimento al documento del CLN di Alassio in data 21 marzo 1945 con prot. n° 35, che il richiamato incarico a Faustelli era stato dato a suo tempo dal comandante "Marco" in accordo con il comandante "Giorgio"...
24 marzo 1945 - Dal comando della I^ Brigata "Silvano Belgrano" della Divisione "Silvio Bonfante" a tutti i Distaccamenti - Sollecitava l'invio degli elenchi dei quadri garibaldini che avrebbero potuto ricoprire cariche amministative dopo la liberazione.
24 marzo 1945 - Dalla Sezione SIM [Servizio Informazioni Militari] della Divisione "Silvio Bonfante", prot. n° 109, al comando della Divisione "Silvio Bonfante" - Riferiva che ad Ortovero (SV) si trovavano un ufficiale, 5 sottoufficiali e 54 militari nemici, oltre a 40 cavalli e 15 carri e che da Nava giungevano una volta a settimana a Pontedassio (IM) circa 10 carri che, dopo un pernottamento, ripartivano per il Piemonte con viveri procurati sulla costa, formando una colonna priva di scorta, mentre gli uomini addetti a quel trasporto erano quasi tutti polacchi, serbi, sloveni, russi.
26 marzo 1945 - Dal Comando Operativo [comandante "Curto", Nino Siccardi] della I^ Zona Liguria al comando [comandante "Giorgio", Giorgio Olivero] della Divisione "Silvio  Bonfante" - Comunicava che per ordine del Comando Militare Unificato Regionale [CMURL] la Divisione veniva rinominata "VI^ Divisione d'assalto Garibaldi Silvio Bonfante" e chiedeva notizie sull'imminente riunione tra CLN e garibaldini.
31 marzo 1945 - Dal comando della III^ Brigata "Ettore Bacigalupo" della VI^ Divisione "Silvio Bonfante" al comando della VI^ Divisione - Relazione militare in cui si sosteneva che il morale dei garibaldini "non è né eccessivamente positivo né negativo"; che "la primavera dovrà riscattare un inverno di sacrifici" patiti dalla Brigata; che "il morale popolare, dopo l'ultimo rastrellamento, non è certamente elevato"; che la gente pensava che dopo l'ultimo lancio i partigiani avrebbero lasciato la Val Pennavaira; che in tanti, tuttavia, attribuivano la responsabilità dell'ultimo rastrellamento agli inglesi "perché avrebbero dovuto lanciare armi di lunga portata anziché armi da imboscata".
31 marzo 1945 - Dallo Stato Maggiore della VI^ Divisione "Silvio Bonfante", prot. n° 19, al comando della VI^ Divisione - Riferiva che i preparativi per il primo lancio erano stati ottimi. Elencava le azioni svolte durante il mese di marzo, tra cui il brillamento dei ponti del Cavaliere e l'attentato contro il ponte di Vessalico che aveva costretto i tedeschi a fuggire. Relazionava sull'attentato della notte tra il 23 ed il 24 marzo ad un treno nella stazione di Alassio (SV), che aveva messo fuori uso la locomotiva, fatto andare fuori dai binari 9 vagoni e causato, a quanto pareva, morti e feriti tra i tedeschi che erano sul treno.
da documenti IsrecIm in Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell'Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945), Tomo II, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1998 - 1999

venerdì 22 luglio 2022

In fuga da Nizza verso la Cima del Diavolo

Due pagine del diario di Ezio Bartoli. Fonte: Manlio Calegari, art. cit. infra

Cima del Diavolo. Fonte:Wikipedia

[...] Nel 1943 in Francia, l’8 settembre, anzi il 9 perché ancora la sera dell’8 non sapevano niente, l’avvenire era incerto e piuttosto inquietante. Wenzel, il comandante tedesco della piazza di St. Cyr, aveva parlato chiaramente: o con noi o prigionieri in Germania nei “campi”; una settimana per decidere. I tedeschi più vecchi avevamo messo gli italiani sull’avviso: i campi erano molto duri, pericolosi, meglio evitarli. Tra noi, anche i più passivi, l’armistizio era percepito come una sconfitta, una partita chiusa. I ragionamenti che erano seguiti, che avevamo sollecitato e che miravano alla sopravvivenza, ci avevano spinto a ragionare della guerra. Per i tedeschi invece era come se il fatto non fosse avvenuto, un semplice incidente di percorso capitato ad un alleato che giudicavano incompetente, pavido. Per cancellarlo gli bastava il canto serale, l’accantonamento, gli ordini stentorei, gridati; la macchina della disciplina.
A St. Cyr il parlamento degli italiani era cominciato allora, dopo l’ultimatum di Wenzel. Avevano discusso per ore e giorni, “ma con un certo ordine, una specie di divisione di compiti.” Il gruppetto deciso per il “no”, pochi e se ricordo con argomenti diversi, si è diviso i compiti alla ricerca di nuovi seguaci. Non avevamo esperienza di discussioni di gruppo; disabituati al confronto; il fascismo conosceva solo manifestazioni di assenso e tra noi la maggior parte non era andata oltre le elementari.
[...] 8 ottobre - Sulla montagna con il picco. Intorno la libertà. Piani di fuga. Mine. Le ore corrono e l’ora della libertà si avvicina. Riusciremo? Dio ci aiuterà. Monsieur Torrel. In cerca di panni. Giornata febbrile e Liliana e gli altri con noi. La notte.
9 ottobre
(in testa alla pagina Ezio aggiungerà in seguito a matita Bandol-Nizza)
Solo mezza giornata: Marinette ci aiuta. Tutti ci aiutano. Gli abiti ci sono. Da Emilio con le carte. Piani si cambiano. Uno sembra buono. Brucio la posta. Che dolore. Povero Martone. Alla spiaggia per l’ultima volta. Ancora piani.
10 ottobre domenica -
(distinto dal 9 con tratto - successivo - in rosso)
Da monsieur Lorenzo. A gara per aiutarci. Ultimi ritocchi ai piani. Febbrile attesa. Programmationi. Jean Pierre Amanti. Si parte attraverso i campi di St Cyr. Ancora vedo Liliane e Luise. Tutti con noi. A Bandol. Siamo sfacciati. In mezzo ai gendarmi e ai tedeschi. Si fila verso l’Italia. A Nizza all’1a.
11 ottobre - Notte terribile nel cespuglio. Si parte per Sospel. Tutti ci aiutano. Sui respingenti a 100 all’ora. Tutto bene. Si scende a Lescaren
[n.d.r.: L'Escarène]. Un italiano ci aiuta. Si chiama Francesco Lazzero. Pascoliamo le capre e cerchiamo funghi. Si riparte sulle montagne. Altri ci aiutano. Dormiamo in un letto e mangiamo minestra. Incoraggiamento. Buona notte.
12 ottobre - Sveglia alle 6 e partenza verso il colle del diavolo. Piera Cava
(forse Cayre de Pia berg oppure Pian Cavala)  [n.d.r.: invece, sicuramente, Enzo Bartoli intendeva Peïra-Cava, villaggio di Lucéram] è passata. La guida ci lascia si chiama Neri Olindo. Proseguiamo altri 20 km. Altri aiuti. Per le grandi pinete in luoghi bellissimi cercando funghi ci avviciniamo a Turiné [n.d.r.: Col de Turini]. Passiamo Turiné e marciamo verso il diavolo. Senza acqua. Fra le tracce della ritirata italiana. 6 bombe.
13 ottobre - Alle 5 sul Diavolo
[n.d.r.: Cima del Diavolo]. Acqua. Si scende verso i laghi. Arriviamo a S. Dalmazzo di Tenda alle 10. Tutto è silenzio. Dormiamo nella caverna col fuoco vicino. Notte terribile. Scendiamo all’Europa. Colazione. Pranzo. Attesa. Conoscenza simpaticissima. Sigarette e uva. Sul treno verso Villanova. Marcia forzata. Carabinieri. Finalmente si arriva. Scena madre.
14 ottobre - Sveglia ritardata. Siamo borghesi. Prime impressioni in Villanova. Ottime le sorelline. Buonissima gente. Tanta pace. Il gatto vicino al fuoco. Il desco fumante. Parole affettuose. Sono malinconico. Rollan è triste. Domani partirà. Vorrei partire anch’io e lottare col mio fratellino. Si gioca alle bocce. Sono la negazione indubbiamente. Serata pacifica. Si parla del domani. Fiducia.

15 ottobre - Rolan parte. Buona fortuna. Andiamo a Racconigi in bicicletta. Poi a pranzo e a passeggio. Sento forte il desiderio di andarmene. Fare l’ultimo pezzo della fuga.
16 ottobre - Mi preparo con qualche capo di vestiario di Nino. Lascio la tuta blu da operaio francese con emozione. In fondo, come maschera, è servita benissimo e è costata una divisa militare.
17 ottobre domenica - Domenica torno a Genova a Savona cambio treno è il solito merci con vagoni per cavalli 10 e uomini 40 arriva Sampierdarena e prendo il 7 che va Pontedecimo.

(La scrittura prosegue su Lunedì 18 corretto a matita con “domenica 17”.
Scendo dal Gomella e incontro subito gente che mi saluta come se non fossi mai partito.
(Da qui alla fine gli appunti  - occupano gli spazi dal 19 al 22 ottobre - mostrano una grafia differente e più matura come fossero stati tracciati in seguito)
L’arrivo a casa è drammatico io nella scala faccio il fischio abituale e loro aprono la porta in lacrime avevano capito che ero tornato. Pur essendo in Italia da giorni non era stato possibile comunicarlo a casa. Questo ha ritardato l’incontro di qualche giorno ma è stato bello lo stesso. Dopo mangiato sono andato a dormire per tutto il pomeriggio e tutta la notte. Solo lunedì è tornato tutto quasi normale. E sono cominciate le storie di tutti quei mesi con dentro avvenimenti storici come il 25 luglio e l’8 settembre. La fame, i bombardamenti, la miseria nera e la vita sempre appesa a un filo ogni giorno. Ora eravamo riuniti di nuovo; i nonni erano morti tutti  ma la vita riprendeva a fatica; la guerra non finiva mai.
(Gli appunti che seguono sono stati stesi da Ezio, attorno al 2010, comunque dopo la pubblicazione de "La Sega di Hitler", in una fase di personale e solitario ripensamento della materia trattata durante la composizione del libro).
10 ottobre domenica - Qualcuna ci porta una bicicletta con un cesto sulla ruota. Noi lo riempiamo di tutto quello che dobbiamo scambiare con i francesi per avere abiti civili. Lasciamo Les Leques e uno a piedi  (cioè con bicicletta alla mano) e gli altri due a piedi raggiungiamo la casa di M. Torrel a St Cyr dove ci togliamo le divise e ci vestiamo da francesi. A me tocca una vecchia tuta blu a due pezzi e una maglietta di cotone blu; conservo gli scarponi perché sono molto consumati e hanno perso l’identità di scarpe militari. Il travestimento è completato da una sacca di tela con tracolla molto in uso in Francia in quel periodo di grande miseria in tutti gli strati sociali. Ringraziamo i francesi e con grande cautela (perché è ancora mattino presto e sopra ci sono tedeschi che dormono lasciamo a piedi St Cyr e attraverso i vigneti ci dirigiamo verso Bandol dove al pomeriggio dovremmo prendere il treno per Nizza. Tenuto conto che tutte le stazioni sono sorvegliate dai tedeschi i biglietti come previsto dal piano sono stati comprati dai nostri amici francesi (Marinette, Emilio ecc.) e passati a noi quello stesso giorno.
[...] Alla stazione di Nizza - è notte e c’è l’oscuramento - in fila verso l’uscita notiamo che la porta è controllata da un gruppo di tedeschi che perquisisce la gente e vuole vedere i documenti. Rallentiamo, piano piano ci facciamo superare e riusciamo a essere ultimi e a tornare verso il treno. Nel buio a fatica, troviamo un punto della recinzione che ci consente di uscire all’estremità occidentale della piazza della Stazione. Ci uniamo agli ultimi passanti per allontanarci ancora dalla stazione in direzione di un giardino pubblico dove dovremmo passare la notte. Ma è chiuso. Nessuno di noi conosce Nizza in più il coprifuoco e l’oscuramento ci mettono in crisi. Fa anche freddo. Abbiamo il primo momento di sconforto.  Vaghiamo nel buio cercando di non far rumore alla ricerca di un riparo. Uno di noi sente dell’erba sotto le scarpe, poi un cespuglio, degli altri cespugli. Decidiamo di fermarci lì. Siamo talmente stanchi che crolliamo letteralmente tenendoci stretti gli uni agli altri per scaldarci. Un pendolo che batte le ore e un uomo che tossisce scandiscono la nostra prima notte di Libertà. Al mattino qualcuno mi strattona violentemente. Apro gli occhi a fatica e anche le orecchie per poter capire cosa succede molto velocemente perché la notte sta per finire. La realtà è che ci siamo addormentati un’aiola di un giardino pubblico molto in vista, vicinissimo a molti palazzi.
Ancora pochi minuti e saremmo stati sorpresi addormentati in mezzo alla strada. Ci allontaniamo verso la stazione per prendere il treno che deve portarci a Luceran
[n.d.r.: Lucéram]. Da lì in poi solo a piedi fin oltre il confine passando per la terrificante Cima del Diavolo. Ezio Bartoli
Manlio Calegari, Tra scrittura privata e grande storia. “Il diario dell’artigliere Ezio Bartoli”. gennaio-ottobre 1943, La Divisione Partigiana “Coduri”- Fonti per la Storia

domenica 17 luglio 2022

Donne partigiane che non si risparmiarono

Pigna (IM): una vista dalla zona di Lago Pigo

È doveroso  ricordare le tante donne della Resistenza, protagoniste dell’interessante ricerca e raccolta di testimonianze di Gabriella Badano, affidate sia alla storiografia locale e a documenti reperiti presso l’ANPI, l’Istituto Storico della Resistenza  di Imperia e i Comuni, oltre che alla narrazione di alcuni partigiani e delle donne della zona (“Ribelli per la libertà - Storie di donne della Resistenza nell’estremo Ponente ligure” e “In montagna libere come l’aria… le partigiane combattenti dell’estremo Ponente ligure”).
[...] “Il mio è l’unico paese [n.d.r.: Pigna (IM)] che si è ribellato al completo ai fascisti: abbiamo proprio impugnato le armi, magari abbiamo fatto poco, ma abbiamo cercato di non farli venire, nel luglio del 1944. Io, allora, assieme a mia mamma e a un’altra signora, di cui non ricordo il nome, sono andata a prendere le armi: sapevo dov’erano e le abbiamo portate fino al ponte di lago Pigo, che divide Castelvittorio da Pigna, dove c’erano quelli che avevano affrontato le camicie nere… (Ilda Peverello)
“Noi siamo cristiani, cattolici, osservanti, non potevamo essere fascisti! Lo facevo anche per l’italianità. Ho rifugiato tante persone… dall’8 settembre ho avuto sempre gente…Quando i tedeschi mi hanno portato via, avevo ancora gente in casa. La spia me l’ha fatta un irresponsabile: nove uomini e una donna, portati al tribunale Speciale a Sanremo, poi a Villa Magnolia, all’ultimo piano, unica donna…mi hanno interrogato prima i tedeschi poi gli italiani, poi mi hanno liberato, per poco. Quando ho saputo di essere di nuovo ricercata ho chiesto alle Suore dell’Istituto Marsaglia se mi prendevano e sono andata lì con mio marito” (Penelope)
[...] Nella primavera del 1944 molte donne, colpevoli di avere curato feriti o aiutato i partigiani, oppure  denunciate per antifascismo, raggiunsero i partigiani sui monti.
“Uscita di galera, in quei momenti in cui ognuno cercava di fare la forca all’altro per non rimetterci la pelle, trovarsi lì con loro, libera come l’aria, dopo che si è stati chiusi è una cosa bellissima.” (Sascia)
Dalla documentazione degli istituti storici risulta che migliaia di donne furono arrestate e torturate, centinaia furono fucilate o morirono in combattimento. In montagna furono accettate sia per i rischi corsi, sia perché respingerle significava condannarle a morte.
“Erano i primi di maggio del ’44. Appena salita in montagna ho incontrato Simon, che subito si gira a Curto (comandante prima zona della Liguria) e gli dice: ”Ma una donna in banda chissà come sarà trattata, eh… che non le facciano del male..” “Ci sono già gli avvertimenti!” gli ha risposto Curto. Se uno metteva le mani sopra una donna e questa non voleva, c’era la fucilazione. Questo fatto tutti lo sapevano, le voci corrono…” (Candacca)
Donne che non si risparmiarono.  
“Ho fatto tutto quello che hanno fatto gli altri; ho fatto l’infermiera, la staffetta, le marce come gli altri; delle volte, anche alle due di notte, montavo la guardia come tutti gli altri”. (Marì)
maria, Le donne della Resistenza nel Ponente ligure, skipblog, 25 aprile 2017 

Il 28 gennaio u.s. in Aurigo di Borgomaro di questa Provincia, circa 150 persone, in prevalenza, donne aggredirono con sassi e bastoni il comandante la stazione G.N.R. (carabinieri) di Borgomaro e tre dipendenti, mentre traducevano un renitente della classe 1925 poco prima arrestato. I militari per non essere soprafatti facevano uso delle armi, colpendo all'addome una donna, che successivamente decedeva. Un militare leggermente ferito ad una gamba da una bastonata. Il fermo del renitente veniva mantenuto. L'ordine pubblico ritornava subito normale.
Ermanno Durante, Questore di Imperia, Al capo della Polizia - Roma, Relazione settimale sulla situazione economica e politica della Provincia di Imperia, Imperia, 2 febbraio 1944

Non erano forse donne della Resistenza tutte le madri, le spose e le sorelle dei patrioti? Non erano esse stesse partecipi dei rischi e dei tormenti dei loro cari? Quante preghiere venivano pronunciate nelle case o nelle chiese per la salvezza dei propri congiunti!
Nei casoni e nei fienili, impropriamente chiamati ospedaletti da campo partigiani, in ogni ora del giorno e della notte le donne erano pronte ad accogliere feriti e malati per curarli, sfamarli e rincuorarli. E tra esse, le suore negli ospedali hanno offerto esempi di dedizione infinita, sopportabile da chi è retto da una fede trascendente che fornisce il duplice dono del sacrificio e del coraggio nell'affrontare la morte stessa con una serenità d'animo eccezionale e  consapevole.
Il servizio staffette nelle formazioni molte volte veniva svolto da ragazze che, attraverso sentieri mozzafiato, si recavano in zone distanti anche alcuni chilometri per portare circolari, notizie o segnalazioni.
E in banda la donna con il fucile in mano rivestiva il ruolo, tipicamente maschile, del guerriero in lotta. Sparava come l'uomo nell'impeto della battaglia, e della delicatezza della sua figura e del disagio tra quegli spari nulla doveva affiorare, perché in certe situazioni non poteva esistere debolezza o privilegio.
Quanti ruoli la donna abbia sostenuto nella Resistenza è difficile dire, perché se si possono descrivere fatti accaduti, mi pare non sia possibile penetrarne lo spirito, l'ispirazione, i moventi autentici per cui scatta l'azione. Ho cercato, comunque, di chiarire come la partecipazione della donna nella Resistenza italiana, perciò anche in quella imperiese, sia costituita da una vasta gamma di impegni ed abbia origine da svariate direzioni.
E mi rammarico per l'impossibilità di ricordare l'interminabile serie di interventi di donne nella lotta, perché una ricerca seria presenterebbe problemi pressoché insolubili ed un impegno gravoso anche per il fatto che tante protagoniste, veramente modeste ed aliene da riconoscimenti ed onori, non intendono fornire notizie sulla loro attività resistenziale, mentre altre, purtroppo, sono invecchiate, malate o scomparse. Ed ancora, come ho già accennato in altra parte, occorrerebbe per ognuno dei tanti argomenti, una singola pertinente pubblicazione.
In appendice a questo capitolo è riportato l'elenco delle donne partigiane, patriote e collaboratrici del movimento organizzato di Liberazione nella nostra provincia. Ma, prima dell'elenco finale, mi siano permesse alcune citazioni e qualche breve commento.
Pietro Roggerone, nel corso di un rastrellamento, viene arrestato e condotto a Sanremo con una decina di prigionieri in ostaggio; una ragazza, Anna Lanteri, riesce a far fuggire tutto il gruppo (1). Risulta inoltre che la coraggiosa ragazza abbia salvato addidttura una cinquantina di civili incappati in un rastrellamento. Successivamente sarà arrestata.
Le SAP non sono un'organizzazione prettamente maschile. Anche le donne sanno combattere: «... Nei primi mesi del 1945 i sapisti della III Brigata riuscivano a disarmare una quindicina di militari italiani e tedeschi. Azioni rischiose nelle quali si distinsero per il coraggio dimostrato anche le giovanissime sapiste Palma Bianca e Daolio Nanda, seguite da un folto gruppo di donne, quali Elena Caterina, Robino Carolina, Garibaldi Geromina, Trevia Elisabetta, Agnese Teresa, Bestoso Emilia, Piana Gilda, Verda Lucia, Vittoria Giobbia (Sanjacopo), ed altre della Val Steria che si adoperarono instancabilmente per la lotta di Liberazione...»  (2).
La professoressa Vittoria Giobbia (Sanjacopo), donna eccezionale il cui antifascismo è radicato ed autentico dirige le SAP femminili in Diano Marina. Organizzatrice abile e coraggiosa, lancia alla gioventù studentesca il suo appello alla lotta. Costituisce otto nuclei resistenziali: a Cervo, San Bartolomeo, Tovo Faraldi, Villa Faraldi e quattro a Diano Marina. Verso la metà dell'ottobre 1944 è ricercata dalle SS perché la sua abitazione in Diano Marina (al n° 1 di via Genova) viene riconosciuta come centro dell'attività clandestina. Fugge, ma non si rassegna. Riprende i contatti con l'organizzazione femminile di Imperia e, naturalmente, con quella di Diano Marina. Ritorna alla guida del movimento femminile ed è preziosa collaboratrice del CLN locale con i collaterali movimenti maschili della Resistenza. Donna di cultura, incaricata dei corsi di traduzione della Facoltà di lettere dell'Accademia di Digione, già dal sorgere del fascismo in Italia si era rivelata come una delle più acerrime nemiche della dittatura (3).
Alba Rizzo di Camporondo (Diano Borganzo) è la staffetta chein forma giornalmente i patrioti locali di stanza nei pressi di Diano Roncagli. Verso le 15 del 10 gennaio I945 un gruppo di Tedeschi, guidato da una spia mascherata, irrompe all'improvviso nella zona e minaccia di sorprendere l'accampamento dei garibaldini di «Stalin»; anche da altre due direzioni giungono colonne nemiche. La ragazza intuisce il pericolo, percorre la salita a perdifiato ed avvisa i partigiani che riescono a mettersi in salvo occultando il materiale. Alba è stremata: al giungere dei Tedeschi si butta a terra e si salva fingendosi morta (4).
Analogamente, il 2 agosto l944, un'altra ragazza, Lucia Ardissone, dopo un'estenuante corsa riesce ad avvisare una decina di giovani di Roncagli che dormono in una baita in località denominata «Piano della Chiesa», salvandoli perciò dalla morte (5).
Il 29 gennaio 1945 durante un rastrellamento Francesco Camiglia tenta la fuga attraverso i tetti, ma è ferito e chiede un disperato aiuto alla madre. Viene catturato e trascinato verso un albero di pero per essere impiccato. Gli passano il cappio intorno al collo. La madre, presa dalla disperazione raccoglie tutte le forze e si scaglia con un urlo straziante contro i Tedeschi che la respingono (6).
Povera madre, la Resistenza è fatta anche di te. Il popolo ti deve gratitudine, come gratitudine deve alla madre del sapista Augusto Vignola che, per tanti giorni, paziente e trepida di speranza, si avvia alle carceri di Oneglia con il pacchetto contenente il cibo per il figlio prigioniero. Patetica madre, tuo figlio è stato assassinato da alcuni giorni. Anche tua è la Resistenza [...].
[NOTE]
(1) Cfr. F. Biga, Diano e Cervo nella Resistenza, op. cit., pag. 100.
(2) Ibidem, pag. 186.
(3) Ibidem, pag. 236.
(4) Ibidem , pag. 195.
(5) Ibidem, pag. 114.
(6) Ibidem, pag. 200.
Carlo Rubaudo, Storia della Resistenza Imperiese (I Zona Liguria) - Vol. II. Da giugno ad agosto 1944, edito a cura dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia, Imperia, Dominici Editore, 1992

senza data - Dalla I^ Brigata SAP "Walter Berio" -
"La Brigata è stata formata nell'agosto del 1944 con un organico di 80 uomini suddivisi in 9 Distaccamenti. Con piccoli colpi di mano ai danni del nemico si riuscirono a procurare 2 mitra, 80 moschetti e 30 pistole. Molti furono i nemici che furono convinti a disertare e che si diressero verso le formazioni di montagna. Si ebbe la collaborazione di alcuni agenti di custodia del carcere giudiziario, di alcuni infermieri dei vari nosocomi e di agenti della P.S., che fornivano importanti notizie circa i rastrellamenti. Alcuni datori di lavoro rilasciavano documenti di lavoro a garibaldini e sapisti, permettendo loro di poter circolare liberamente. Tra le azioni della Brigata si ricorda quella dell'ottobre 1944 contro la caserma dei pompieri, in cui venivano prelevate molte armi.
Furono reclutate delle donne che svolsero con molto coraggio compiti di staffetta e di collegamento.
Nonostante la stretta sorveglianza dell'U.P.I. di Imperia, venivano ospitati garibaldini della montagna.
Nel gennaio-febbraio 1945 l'attività della Brigata subiva un brusco rallentamento a causa degli arresti provocati dalla "donna velata".
da documento IsrecIm in Rocco Fava di Sanremo (IM), "La Resistenza nell'Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e della Storia Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945)" - Tomo II - Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1998-1999

E pure morì sotto il martirio nazista l’animatore d'una delle prime bande a Baiardo: Brunati, il partigiano poeta. E la trista Germania inghiottì Lina Meiffret, prima partigiana.
Italo Calvino, articolo apparso sul numero 13 de La voce della democrazia, uscito a Sanremo martedì 1° maggio 1945

Rivedo Lina Meyfrett che pare sempre miracolosamente scampata ad un campo di concentramento e insieme ricordiamo Renato Brunati e Beppe Porchedddu...
Guido Seborga, Occhio folle, occhio lucido, Ceschina, Milano, 1968, ristampa Graphot Spoon-River, Torino, 2012, pag. 45

sabato 9 luglio 2022

Il 2 febbraio 1945 erano stati arrestati 10 giovani, forse appartenenti alla banda dell'avvocato Buzzi

Sanremo (IM): una vista sul Porto Vecchio

Il I° febbraio del 1945 Emilio Mascia (Mimosa), responsabile del Sim (Servizio informazioni militari), concluse la sua relazione sull'avvocato Buzzi di San Remo, persona, quest'ultima, entrata in contatto, verso fine novembre del '44, con gli ambienti legati alla Resistenza, come riferisce lo stesso "Mimosa" nella parte iniziale della sua inchiesta: "Come è noto l'individuo in intestazione generalizzato iniziò a farsi notare nell'ambiente sanremese del movimento di liberazione nazionale nella prima quindicina del novembre scorso, quando lo scrivente, per supposti convegni che lo stesso Buzzi avrebbe avuto con elementi antifascisti inviati, secondo incontrollate indiscrezioni, da Genova per promuovere sul posto un piano di riorganizzazione dell'antifascismo sanremese, ebbe ad occuparsi in modo particolare del caso di cui trattasi".
Per la precisione, il primo documento in nostro possesso in cui viene menzionato l'avvocato Buzzi è datato 28 novembre 1944 e porta la firma del segretario del Cln di San Remo, Mario Mascia (Cammeo). L'oggetto della lettera (inviata al Comando della IV Brigata e per conoscenza al Comando della Divisione "Cascione") tratta di informazioni generali sul dottor Samà, alias avvocato Buzzi: «Circa questo signore, che si firma anche avvocato Buzzi e che si serve di altri individui, quali l'Abbondanza Mario, di cui ad un vostro precedente rapporto trasmessoci per competenza, le informazioni che abbiamo potuto raccogliere sul suo conto sono molto imprecise. Parrebbe che, prima dell'8 settembre abbia fatto parte dell'Ovra: certo è che non si conoscono esattamente i suoi mezzi di esistenza, pur vivendo egli abbastanza agiatamente senza avere un'occupazione. Nelle scorse settimane il Samà si è interessato, per conto di elementi probabilmente badogliani e legati alla monarchia, di costituire illegalmente organizzazioni. Lo abbiamo diffidato, poiché il nostro lavoro risulta intralciato dalla sua azione. In un secondo momento, poiché egli era in rapporti con il compagno "Pucci" e sembrava intenzionato a fornire indicazioni, peraltro abbastanza note, gli abbiamo consigliato di tenersi in contatto con il compagno "Pucci", fornendo a noi, essendo egli nella zona di nostra competenza, le informazioni di cui egli possa venire a conoscenza. In ogni modo, almeno per il momento, vi raccomandiamo di diffidare di lui, ordinandogli, in ogni caso, di tenersi in contatto col nostro Sim attraverso il compagno "Pucci".»
Romano Lupi, L'attività del Comitato di liberazione nazionale di San Remo nel 1944-1945 e il mistero de "La Giustiziera", Bollettino di Villaregia, Comunità di Villaregia, Via N. Bixio 69, Riva Ligure (IM), XIII-XIV- XV (2002-2003-2004) NN. 13-14-15 
 
Nei giorni immediatamente successivi all’8 settembre 1943 un gruppo di cittadini sanremesi guidati dal dottor Giovanni Cristel, coadiuvato da Antonio Canessa e Alfredo Esposito, raggiunsero un accordo con il maggiore Ferrari e il dottor Samà per poter prelevare armi e munizioni dal Presidio di via Lamarmora, che era stato abbandonato dai militari il 9 settembre, mentre altri armi furono asportate da un deposito di corso Garibaldi e consegnate a Michele Silvestri, che faceva parte di un gruppo operante a Verezzo, da dove sarebbero state riportate in città con la collaborazione del già ricordato Canessa, il quale le fece portare in un luogo più sicuro per evitare che finissero nelle mani di tedeschi o fascisti.
Nel corso del 1944 il già citato partigiano Michele Silvestri (Milano), coadiuvato anche dalla giovanissima figlia Dilanda, organizzò i primi gruppi di resistenza a Verezzo, dove costituì una propria banda, facente parte dei GAP (Gruppi di Azione Patriottica), che il 1° ottobre 1944 sarebbe stata inclusa nelle formazioni cittadine SAP.
Durante la guerra di Liberazione il distaccamento GAP di Verezzo operò diversi colpi di mano grazie ai quali furono recuperati denaro, indumenti e viveri poi inviati alle formazioni partigiane di Gino Napolitano e Vincenzo Orengo.
Da segnalare inoltre che il 4 dicembre 1944, nei pressi di Verezzo, un gapista uccise un soldato tedesco che voleva arrestarlo.
(fonti: testo di Andrea Gandolfo...)
Redazione, Storia di Verezzo, Sanremo. Storia e Tradizioni 
 
Nel frattempo Avogadro, in veste di collaboratore dell’intelligence britannica, per allacciare col Piemonte un servizio informativo alle dipendenze degli inglesi si era recato in Liguria, dove l’Arma «aveva perso molto terreno in seguito alla condotta degli ufficiali di quella Legione che in massa avevano aderito alla repubblica» <14. Riconoscendo improba l’impresa di impiantare un’organizzazione clandestina, per le sue forze e per la limitatezza delle sovvenzioni, riuscì a raggruppare una cinquantina di carabinieri nella zona tra Imperia e Sanremo, affidati alle cure del pretore di Taggia, il giudice Alessandro Savio, insieme al quale incontrò un comandante di una banda in costituzione (probabilmente Michele Silvestri “Milano”, comandante del distaccamento Gap di Verezzo, confluito poi nelle Sap di Imperia), ma i contatti con gli uomini di questo territorio furono saltuari per il resto della guerra.
Enrico Pagano, “A favore dell’Arma”. L’attività nel periodo clandestino di Rodolfo Avogadro di Vigliano, questore di Vercelli nominato dal Cln, l’impegno, a. XXXV, nuova serie, n. 2, dicembre 2015, Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nel Biellese, nel Vercellese e in Valsesia
 
9 gennaio 1944 - XXIII
(Relazione trascritta in ritardo)
Ci giunge un'informazione secondo la quale in Via Goethe, 16 (ultimo piano) presso Modena (frantoiano con frantoio al Roglio) esiste la stamperia clandestina della Brigata Cittadina (ciclostili, carta, ecc.).
Anzi, si sa persino che dev'essere in composizione un manifesto contro il Comandante Mangano.
Fatta l'azione di sorpresa, al mattino del 5 gennaio, al Comando personale del Comandante Mangano, unitamente al V. Com.te Ravina ed ai legionari Nicò, Pelucchini, Borea, Albanini, Cottali, nulla è stato trovato, nulla rintracciato neppure indizi né carta da ciclostile.
In casa sono stati trovati tre individui... Samà... noti come accaparratori di sterline e trafficanti in borsa nera.
Perlustrati il mulino e le cantine, nulla è stato trovato.
Ripetere il tentativo di notte?
Diario (brogliaccio) del Distaccamento di Sanremo (IM) della XXXII^ Brigata Nera Padoan. Documento in Archivio di Stato di Genova, copia di Paolo Bianchi di Sanremo
 
9 gennaio 1944 - XXIII (Relazione trascritta in ritardo) [...] Gino Napoletano [Gino Napolitano] che comanda la banda di Bussana (?) [n.d.r.: il punto interrogativo è nel brogliaccio] è a S. Remo.
Investigare sulla cosiddetta "Brigata Cittadina" (organizzazione rossa, comunista) che opera in S. Remo. La comanda l'Avv. Buzzi... [...] Informazioni passate alle SS germaniche
Diario (brogliaccio) del Distaccamento di Sanremo (IM) della XXXII^ Brigata Nera Padoan. Documento in Archivio di Stato di Genova, copia di Paolo Bianchi di Sanremo

Furono poi eseguiti diversi confronti [n.d.r.: di Antonio Capacchioni, partigiano attivo nel Gruppo Sbarchi Vallecrosia, catturato casualmente a metà gennaio 1945] fra i quali uno con certo Samà, alias Buzzi, ma che non portò ad alcun risultato.
Ernest Schifferegger (altoatesino, interprete, ex sergente SS) in un verbale degli interrogatori subiti, confluiti in un documento del 2 giugno 1947 redatto dall’OSS statunitense
 
30 gennaio 1945 - Dal CLN di Sanremo, prot. n° 238, all'ispettore della I^ Zona Operativa Liguria ed al comando della V^ Brigata "Luigi Nuvoloni" della II^ Divisione "Felice Cascione" - Segnalava l'arresto da parte dei tedeschi di alcuni appartenenti alla "banda Buzzi", tra i quali figuravano "Borgogno" e "Taganoff" [n.d.r.: Ernesto Lanteri, furiere di battaglione nella V^ Brigata], e l'uccisione di "Tripodi". "Mentre ci riserviamo farvi tenere completo rapporto a riguardo della banda dell'avvocato Buzzi entro la settimana, v'informiamo che, in questi ultimi giorni, alcuni membri della banda Buzzi sono stati arrestati dai tedeschi o dai membri delle Brigate nere. Come già comunicatovi il nominato Tripodi, membro della banda Buzzi, venne ucciso una decina di giorni or sono a San Martino, mentre si recava a compiere un'azione di prelevamento fondi. Un altro membro, Renatuccio Borgogno, figlio di G.B. Borgogno, ucciso unitamente ai fratelli Zoccarato dalle Brigate nere alla vigilia di Natale, è stato arrestato pochi giorni or sono. Sembra, infine, che un terzo membro, "Taganoff", già appartenente alle vostre formazioni, e da qualche tempo nascosto nelle vicinanze di San Remo, sia stato arruolato dal Buzzi la settimana scorsa. Anche il "Taganoff" venne misteriosamente sorpreso dalle Brigate nere alcuni giorni or sono e arrestato".
1 febbraio 1945 - Dal CLN di Sanremo,
prot. n° 250, Sezione SIM, all'ispettore della I^ Zona Operativa Liguria - Relazione sulla figura dell'avvocato Buzzi: "elemento unanimente descritto a fosche tinte, come losco, astuto, privo di scrupoli, provocò una generale diffidenza, tanto più che indagini esperite sommariamente su di lui davano la certezza trattarsi di un ex-agente dell'OVRA. Tale constatazione, unitamente ad altri accertamenti circa la sua oscura attività di affarista senza scrupoli, di trafficante di dubbia specie e di antifascista sui generis, fece sì che venne formalmente diffidato ad inserirsi subdolamente nelle organizzazioni di influenza del CLN di San Remo".
da documenti IsrecIm in Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell'Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e della Storia Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945). Tomo II, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1998-1999

Durante i rastrellamenti [di fine gennaio 1945] opera anche la banda fascista del comandante Buzzi; però alcuni membri di tale banda sono arrestati dai Tedeschi e dai brigatisti neri perché sospettati di intelligenza con la Resistenza. Un membro della banda, un certo Tripodi, viene ucciso dai partigiani in uno scontro, così succede per certi Borgogno e Taganò.
Francesco Biga, (con la collaborazione di Osvaldo Contestabile), Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria), Vol. IV: Dal Primo Gennaio 1945 alla Liberazione, Ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, 2005 
 
3 febbraio 1945 - Da "Mercurio" alla Sezione S.I.M. [Servizio Informazioni Militari] del CLN di Sanremo - Comunicava che l'avvocato Buzzi era in contatto [n.d.r.: vedere infra Ferrari in documento OSS] con un ex maggiore dell'89° Reggimento fanteria, sulla cui identità si stava indagando.
3 febbraio 1945 - Da "Amerigo" [Adalgiso Rovelli] al CLN di Sanremo - Comunicava che alle ore 8.30 era stata vista un'automobile delle SS tedesche fermarsi davanti alla casa dell'avvocato Buzzi in Via Lamarmora; che erano scesi l'avvocato e due individui in borghese, i quali, una volta entrati, dopo 10 minuti erano usciti con una valigia di medie dimensioni.
3 febbraio 1945 - Dalla Sezione SIM del CLN di Sanremo alla Sezione SIM della V^ Brigata - Segnalava che il membro del Comitato, di espressione del Partito d'Azione, era stato arrestato e che il 2 febbraio erano stati arrestati 10 giovani, forse appartenenti alla banda dell'avvocato Buzzi.
12 febbraio 1945 - Da "Rina" alla Sezione SIM del CLN di Sanremo - Riferiva che l'ufficiale visto parlare in diverse occasioni con l'avvocato Buzzi quasi di sicuro era il maggiore Ferrari già dell'amministrazione del 90° Reggimento fanteria.
13 febbraio 1945 - Dalla Sezione S.I.M. [Servizio Informazioni Militari] del CLN di Sanremo, prot. n° 284/SIM, al comando della I^ Zona Operativa Liguria - ... Segnalava che l'avvocato Buzzi era ancora trattenuto e che la posizione di costui rimaneva oscura, in quanto sembrava che nella sua abitazione fossero stati ritrovati gioielli, 'forti quantitativi di denaro' e titoli...
2 marzo 1945 - Dal CLN di Sanremo, prot. 354, alla Sezione SIM della V^ Brigata "Luigi Nuvoloni"  della II^ Divisione "Felice Cascione" ed all'Ispettorato della I^ Zona Operativa Liguria - Segnalava che... in Sanremo agivano 7 persone che si erano autodichiarate partigiani, possedevano tesserini indebitamente rilasciati dall'avvocato Buzzi a nome di una sedicente Brigata "La Giustiziera", avevano svaligiato la casa di un sostenitore dei partigiani, "distruggendo per vandalismo ciò che era asportabile", ed "insidiavano donne e bambini"; che era necessario provvedere all'arresto dei richiamati elementi, "anche per evitare che tutti gli sforzi fatti per creare il movimento siano resi vani"...
10 marzo 1945 - Dal CLN di Sanremo, prot. n° 412, alla Sezione S.I.M. [Servizio Informazioni Militari] della V^ Brigata "Luigi Nuvoloni" - Segnalava che un gruppo di 8-10 persone continuava a razziare nei dintorni di San Romolo, campo golf e Borgo. Aggiungeva che si trattava "dei resti della Banda Buzzi i quali sono recalcitranti a rientrare in formazione". Chiedeva a quel punto quali misure dovessero essere adottate.
10 marzo 1945 - Dalla Sezione S.I.M. [Servizio Informazioni Militari] della V^ Brigata "Luigi Nuvoloni" della II^ Divisione "Felice Cascione", prot. n° 334, al comando della II^ Divisione - Sottoponeva all'attenzione del comando di Divisione una comunicazione del CLN di Sanremo su di un certo capitano Ferrari che voleva prendere "il posto dell'avv. Buzzi al comando della non riconosciuta [banda partigiana] 'La Giustiziera'". Aggiungeva che il Ferrari era un "individuo losco già appropriatosi di materiale destinato alla montagna". Sosteneva che occorreva,
per capire se si trattava di persona che voleva "redimersi dai suoi trascorsi" oppure di un agente provocatore, indagare sul Ferrari, il quale era in contatto con il maresciallo dei carabinieri Picchio, un individuo pericoloso.
da documenti IsrecIm in Rocco FavaOp. cit. Tomo II
 
Dal Panettoni il RAITER voleva sapere se certo SAMA', arrestato in precedenza, si identificava nel partigiano che portava il nome di battaglia di BUZZI.
Il PANETTONI, dopo diverse percosse dategli dal RAITER, disse che se si volevano avere notizie esatte del BUZZI bisognava rivolgersi alla signorina BORGOGNO Anna Maria, che in quel periodo si trovava ricoverata all'ospedale di S.Remo.
A quest'ultima infatti il PANETTONI aveva consegnato un pacco da recapitare al SAMA'.
Io ed il RAITER, accompagnati dall'autista MARTINOIA, ci recammo allora all'ospedale, ma la signorina negò recisamente ogni addebito.
Ritornammo all'ufficio ed il giorno seguente facemmo ritorno all'ospedale portando con noi il PANETTONI per un confronto.
Egli ripeté alla Borgogno come egli le avesse consegnato un pacco da recapitare al BUZZI e la pregò anche di dire tutto quello che sapeva, ma la BORGOGNO fu irremovibile e negò di avere ricevuto un pacco da consegnare al SAMA' o BUZZI che dir si voglia.
Vista l'insistenza della BORGOGNO e la sua ormai probabile complicità con i partigiani, il RAITER dichiarò in arresto la stessa e la fece piantonare durante la permanenza all'ospedale.
Dopo due o tre giorni, il PANETTONI fu rilasciato.
Dopo circa un mese la BORGOGNO uscì dall'ospedale e fu riportata al carcere.
Rimase detenuta circa 15 giorni, indi si ammalò e fu nuovamente ricoverata all'ospedale.
Di qui però, dopo solo una settimana, fu liberata da alcuni partigiani, che liberarono pure altri due detenuti, nonché catturarono i due militari che li sorvegliavano.
Ricordo che il PANETTONI venne rilasciato dietro impegno di denunciare il BUZZI qualora lo avesse identificato con certezza, facendo conoscere alle SS il luogo e dove quando egli si sarebbe fatto vedere in S. Remo.
Circa il particolare che io avrei dato due schiaffi alla signorina BORGOGNO quando ci recammo all'ospedale per il confronto con il PANETTONI non sono in grado di dare un'esatta spiegazione.
Comunque nego di avere schiaffeggiato la signorina in parola.
Ernest Schifferegger, doc. OSS cit.

A Sanremo un altro ufficio della Sicherheitspolizei e SD si occupava principalmente di repressione delle bande partigiane, dei reati di natura politica e di repressione del mercato nero: ne era a capo l’Oberschführer Josef Reiter [n.d.r.: riportato come Raiter nel documento OSS in precedenza menzionato], che non mancava di inserirsi a gamba tesa anche nelle attività di altri servizi germanici. Reiter era alle dirette dipendenze del comando di Genova, retto da Friedrich Wilhelm Konrad Sigfrid Engel (Warnau am der Havel 11/2/1909 - Amburgo 4/2/2006), il quale venne condannato all’ergastolo in contumacia per le stragi del Turchino, della Benedicta, di Portofino e di Cravasco, nelle quali nel complesso furono fucilati duecentoquarantotto tra partigiani e antifascisti. 
Giorgio Caudano
 
[ n.d.r.: altri lavori di Giorgio Caudano: Marco Cassini e Giorgio Caudano, Bordighera al tempo di Bicknell e Monet, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2021; Giorgio Caudano, L'immagine ritrovata. Ventimiglia e dintorni nei dipinti dell'Ottocento e primo Novecento, Alzani Editore, 2021;  La libera Repubblica di Pigna. Parentesi di democrazia (29 agosto 1944 - 8 ottobre 1944) (a cura di) Paolo Veziano con il contributo di Giorgio Caudano e di Graziano Mamone), Comune di Pigna,  IsrecIm, Fusta Editore, 2020; Giorgio Caudano, Gli eroi sono tutti giovani e belli. I Caduti della Lotta di Liberazione nella I^ Zona Operativa Liguria, Edito dall'Autore, 2020; Giorgio Caudano, Dal Mare alla Trincea... memorie di uomini, BB Europa, Cuneo, 2019; Silvia Alborno, Gisella Merello, Marco Farotto, Marco Cassini, Giorgio Caudano, Franck Vigliani, curatori della mostra Claude Monet, ritorno in Riviera, catalogo a cura di Aldo Herlaut, Silvana Editoriale, Milano 2019; La Magnifica Invenzione. I pionieri della fotografia in Val Nervia 1865-1925, a cura di Marco Cassini e Giorgio Caudano, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2016; Giorgio Caudano, Pigna. Storia di un paese, Edito dall'Autore, 2016  ]
 
Ferrari, ex ufficiale dell'esercito, informatore di Josef Reiter a Sanremo. In seguito per falsa denuncia fu arrestato dalle SS. Età anni 40, alto 1,64, corporatura snella, capelli: completamente calvo.
Considerazioni dei verbalizzatori in documento OSS cit.

 
Nell'archivio dell'Istituto Storico della Resistenza di Imperia non c'è documento che testimoni un'eventuale inchiesta sul Maggiore Ferrari, colui che si era presentato come il successore di Buzzi alla guida de "La Giustiziera". L'aspetto più strano delle relazioni da noi consultate è costituito dal fatto che, tanto con riguardo al Buzzi quanto al Ferrari, per entrambi non compaia mai il nome proprio ma soltanto il cognome, particolare abbastanza insolito per delle relazioni di un servizio di informazioni. In base al materiale da noi consultato, inoltre, non si è riusciti a sapere più nulla sul conto del Buzzi stesso. I personaggi di questa storia sembrano essere spariti nel nulla, portando assieme a loro il segreto de "La Giustiziera".
Romano Lupi, L'attività del Comitato di liberazione nazionale di San Remo nel 1944-1945 e il mistero de "La Giustiziera", Bollettino di Villaregia, Comunità di Villaregia, Via N. Bixio 69, Riva Ligure (IM), XIII-XIV- XV (2002-2003-2004) NN. 13-14-15 
 
Una pagina del documento OSS citato

SAMA': arrestato come partigiano ed essendo stata questa sua qualifica corroborata da una lettera trovata in un rastrellamento effettuato dal comando della 34^ divisione [di fanteria tedesca] fu accompagnato alla Casa dello Studente a Genova [...] 76°) SAMA'. Civile italiano, arrestato dalle SS di S. Remo [...] 97°) SAMA', alias BUZZI. Arrestato durante la permanenza del soggetto [Ernest Schifferegger] a S. Remo e trasportato alla casa dello studente.
Considerazioni dei verbalizzatori in documento OSS cit.
 

giovedì 30 giugno 2022

Una contessa sequestrata dai partigiani

Un'immagine d'epoca di Gavenola, Frazione di Borghetto d'Arroscia (IM) - Fonte: pagina Facebook "Gavenola"

Lasciata Gavenola il comando scese a Borghetto e di là risalì ad Ubàga dove la banda di Pantera [n.d.r.: Luigi Massabò, in seguito vicecomandante della VI^ Divisione d'Assalto Garibaldi "Silvio Bonfante"] aveva operato la scorsa estate.
Sostammo ad Ubàga un giorno: avremmo atteso il partigiano che avevamo mandato a Valcona. In realtà era in tutti una certa indecisione, un'inerzia indefinibile che dipendeva forse dal clima più dolce, dal sostare per il vitto in case di contadini, dal non essere armati. Mancava forse nel nostro gruppo una personalità che fosse decisa e combattiva; si diffondeva la sensazione che il Comando [n.d.r.: della I^ Brigata "Silvano Belgrano" alla data qui corrente ancora alle dipendenze della II^ Divisione d'Assalto Garibaldi "Felice Cascione"] avesse più funzioni amministrative che direttive.
La staffetta ci raggiunse: aveva tentato di passare la 28 a Case di Nava ma i tedeschi presidiavano i forti, Case di Nava, Ponti, Ormea: la statale era ormai rioccupata integralmente e gli automezzi riprendevano a transitare sui ponti  ricostruiti. Fatto segno a colpi di fucile il partigiano aveva dovuto desistere, avrebbe ritentato il passaggio tra Cesio e Pieve. Ripartì.
Io quel giorno scesi a Borghetto a sentire la radio ed ebbi occasione di assistere alla cattura di due donne francesi sospette di spionaggio. Un nostro informatore ci assicurò che erano pericolose ed incaricò un partigiano dell'arresto. La cosa non mi interessò eccessivamente, conoscevo la più giovane  delle due sorelle per averla vista come cameriera in un alberghetto di S. Bernardo di Mendatica ai tempi della Matteotti, ma non sapevo nulla di lei.
Il 27 [novembre 1944] il Comando era di nuovo in marcia per Casanova. Ad Ubaghetta incontrammo le due francesi del giorno prima, parecchi di noi riconobbero la più giovane, la camerierina di S. Bernardo. Ci dissero che erano state riconosciute innocenti ed ora tornavano ad Ormea. La cosa ci lasciò indifferenti, eppure chi aveva il dovere ed il diritto di dare un giudizio saremmo stati noi del Comando Brigata. Sopra Ubaghetta trovammo Fra Diavolo [n.d.r.: Giuseppe Garibaldi, poco tempo dopo comandante della Brigata Val Tanaro, rinominata ad aprile 1945 IV^ Brigata "Domenico Arnera" della VI^ Divisione "Silvio Bonfante"] con un gruppetto che andava in missione  di guerriglia, sarebbe rimasto fuori qualche giorno. Ci accennò alle due francesi: un suo partigiano le aveva portate nella sua banda la sera prima dicendo che erano spie; Fra Diavolo aveva fatto legare il partigiano al palo ed aveva rilasciato le donne: «Se voglio fucilare qualcuno lo so fare da me ma non ho voglia di fare processi né il tempo di raccogliere prove e testimoni su due donne». Gli augurammo buona fortuna.
A breve distanza trovammo cinque partigiani che ci precedevano sulla salita portando una branda: «Siamo di Fra Diavolo» - ci dissero - «portiamo la branda per la contessa che non vuol dormire sulla paglia». Su un costone boscoso trovammo il grosso della banda. «Abbiamo preso la contessa Cepollini di Alto» - ci spiegarono - «non c'è nessuna accusa contro di lei, ma suo marito è ricco e gli abbiamo chiesto un milione».
Già qualche altra volta, quando i soldi del C.L.N. erano mancati o erano stati insufficienti, ci eravamo trovati nella necessità di procurarcene in modo forzoso per evitare che l'eccessivo numero di buoni di prelevamento non pagati impoverissero la popolazione delle nostre zone provocando malcontento. In qualche raro caso la somma venne chiesta come prestito e fu da noi restituita, negli altri casi pensammo che lo avrebbe fatto il Governo legittimo a fine guerra e pertanto rilasciammo sempre regolare ricevuta delle somme avute. Naturalmente, con l'inflazione forte, la somma avrebbe avuto un valore minore come d'altra parte accadrà con i buoni per merci rilasciati ai contadini, che nel 1945 in  maggio verranno pagati per le cifre segnate, anche se erano dell'estate 1944, mentre il valore della lira si era dimezzato. Nel 1944 era Boris [n.d.r.: Gustavo Berio, in seguito vicecommissario della VI^ Divisione "Silvio Bonfante"] che si incaricava di questi contatti od almeno così credevo.
Oltre al caso Faravelli, al tempo di Piaggia, avemmo due ospiti forzati: una signora, moglie o parente dell'industriale della lavanda Col di Nava ed un altro signore il cui padre avrebbe potuto contribuire efficacemente alla Causa. Avevo assistito al colloquio di Boris con quest'ultimo, era stato molto cortese, non aveva fatto nessuna minaccia, solo lo aveva avvertito di affrettare la trattativa perché l'attacco nemico era imminente e poteva esservi coinvolto. Le trattative allora erano fallite perché il rastrellamento ci aveva obbligato a lasciare Piaggia. I nostri ostaggi erano stati liberati e mi fu detto che il giovane, avviatosi a piedi verso casa, era stato ucciso dalle mitraglie tedesche presso S. Bernardo di Mendatica.
Il caso Cepollini da chi era stato organizzato? Io che ero l'amministratore non ne sapevo nulla, il commissario Osvaldo [n.d.r.: Osvaldo Contestabile, verso la fine del conflitto commissario della IV^ Brigata d'Assalto Garibaldi "Domenico Arnera" della VI^ Divisione "Silvio Bonfante"] nemmeno. Erano sintomi di indisciplina e di autonomia preoccupanti e, quel che era peggio, vedevo che il Comando non faceva rimostranze, ma considerava tutto naturale. Avallammo quanto era stato fatto e disponemmo che la liberazione della contessa avvenisse solo quando i fondi fossero stati versati all'amministrazione della Brigata.
Giungemmo in serata a Casanova dove trovammo Mancen [n.d.r.: Massimo Gismondi, poco tempo dopo questa data comandante della I^ Brigata d'Assalto Garibaldi "Silvano Belgrano"] coi capibanda Basco e Domatore: il Comando Brigata sarebbe così stato al completo se non fosse mancato, purtroppo per sempre, il vicecommissario Socrate [n.d.r.: Francesco Agnese] che ormai sapevamo caduto nel disastro di Upega.
Gino Glorio (Magnesia), Alpi Marittime 1943-45. Diario di un partigiano - II parte, Nuova Editrice Genovese, 1980, pagg. 56-58

Del Comando brigata sempre nessuna notizia. Per tenere gli uomini in efficienza, e anche per non farli pensare troppo, era necessario effettuare qualche azione; ma le munizioni erano scarse. Perciò iniziammo a fare provvista di tritolo, prelevandolo dai campi minati tedeschi (cioè sminando i loro campi minati). Riuscimmo a farne una buona scorta, adoperandoli poi sulla strada statale SS 28, nel tratto Cesio-Pieve di Teco, oppure nella zona di Albenga, o anche sulla statale Aurelia, nel tratto Albenga-­Alassio.
Il C.L.N. di Albenga aveva chiesto un contributo in denaro per la lotta di liberazione al Conte Cepollina, il quale si era rifiutato di farlo.
A causa di questo rifiuto il mio reparto ricevette l'ordine dal C.L.N. di rapirne la moglie, contessa Cepollina, che abitava a San Fedele nei pressi di Albenga, e di tenerla in ostaggio fin tanto che il Conte non avesse versato il suo contributo. La Contessa, una donna molto bella, rimase con noi il periodo necessario alle trattative, e quindi venne rilasciata.
La ricordo sempre con tanta simpatia per la sua dignità, per il suo coraggio: sola in mezzo a tanti ragazzi che la spogliavano con gli occhi. Il loro desiderio era nell'aria, «si sentiva»; ma lei si comportò sempre con tutti come se si fosse trovata in mezzo a degli amici.
Giuseppe Garibaldi (Fra Diavolo), Dalla Russia all'Arroscia. Ricordi del tempo di guerra, ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, 1994, p. 147

[...] Con la presenza a Casanova di tutti i componenti del Comando poteva aver inizio la fase di riorganizzazione. La presenza di Mancen poteva ridare vigore ed autorità. La presenza a Casanova di un prigioniero, un questurino di  Imperia, con un impermeabile chiaro, dimostrava che le azioni, i colpi di mano avevano ripreso. Quando vedrò l'impermeabile indosso a Livio, il viceresponsabile S.I.M., saprò che il prigioniero era stato fucilato.
[...] Sostammo a Casanova tre giorni. Dormivamo nei fienili sotto la carrozzabile, alla mattina giravamo per le famiglie per far colazione a base di cachi. A pranzo ed a cena mangiavamo in albergo dove era la sede del Comando. Mandammo in licenza ed in congedo un certo numero di partigiani che ne espressero il desiderio, riorganizzammo i quadri di qualche banda.
Il 29 sera salii a Marmoreo chiamato dal parroco: trovai settecentomila lire del conte Cepollini di Alto; bastavano per il riscatto della moglie?
Ritenni che bastassero. Attesi fino a tarda sera che una staffetta conducesse la contessa, poi, al suo arrivo, ritirai la somma. Le consegnai una ricevuta già preparata dal Comando che esonerava la famiglia del conte da altri contributi in tutta la zona da noi controllata. Ad una domanda sul significato di tale frase precisai: «Non posso garantire l'atteggiamento di altre Divisioni partigiane se i familiari del conte si spostassero fuori dalla nostra zona. Ritengo però  che questa dichiarazione dovrebbe aver valore anche per loro. In caso di necessità si rivolgano a noi». Mi scusai e le augurai buon viaggio.
Sembra che la contessa non si sia lamentata della sua avventura con i partigiani: «Dicevano che i partigiani erano dei banditi ma in città ce ne sono dei peggiori» pare abbia detto. E' probabile che ci avesse immaginato sul tipo dei banditi da romanzo mentre, osservando da vicino la vita della banda, apparivamo molto più semplici ed umani, specialmente nei periodi di calma. Le cento necessità della vita quotidiana occupavano buona parte del nostro tempo e venivano  risolte in modo primitivo. La nostra giovinezza, la nostra allegria, che qualche volta si sforzava di coprire sentimenti ben più dolorosi, il nostro rispetto istintivo per gli ospiti, i disagi a cui ci eravamo sobbarcati per offrirle un minimo di conforto può darsi abbiano commosso chi era abituata a vivere in ben altro ambiente.
Forse il conte, cui la banda di Stalin, per puro vandalismo, aveva distrutto la biblioteca del castello di Alto, era di diverso parere.
Il giorno dopo verso sera lasciammo Casanova diretti a Marmoreo [...]
Gino Glorio (Magnesia), Op. cit., pagg. 60,62


«Il 29 sera salii a Marmoreo chiamato dal parroco». In quello stesso giorno veniva scritto il presente documento conservato nell'archivio di Ramon [n.d.r.: Raymond Rosso, svizzero, in seguito Capo di Stato Maggiore della Divisione Bonfante] ]. Il documento è singolare per vari motivi. Il primo che mai venni informato della mia nomina a Capo di Stato Maggiore. L'Ufficio Operazioni era stato soppresso a Fontane e Pablo aveva lasciato le formazioni il 26 novembre. Non viene nominata la carica di amministratore che continuavo a ricoprire. Boscia era più  conosciuto col nome di Stalin. Era realmente intenzione del comando brigata darmi un incarico più impegnativo? Qualche tempo dopo Pantera mi disse che Simon [n.d.r.: Carlo Farini, alla corrente data responsabile della I^ Zona Operativa Liguria] aveva detto che era necessario valorizzare Magnesia. Sarei stato disposto a divenire Commissario di una brigata? Gli risposi che era una carica politica e, non essendo io comunista, avevo dubbi di esser idoneo alla carica. Pantera rise e disse che prendevo la cosa troppo sul serio. Tutto finì lì. Vi è un legame tra questo documento e la proposta successiva? Forse non è questo documento la sola testimonianza dello stato confusionale dei comandi alla fine di novembre.
Gino Glorio (Magnesia), Op. cit., p. 61  

Il 30 novembre 1944 una nota comunicava che il Conte Cepollini aveva pagato 700.000 lire per riscattare la moglie trattenuta prigioniera ad Alto e Nasino. Visto il suo rifiuto a finanziare amichevolmente la Resistenza si era ricorsi a metodi estremi pur di ottenere quelle somme necessarie per pagare il sostentamento dei ribelli. Un certo Alfredo Valle aveva invece elargito 50.000 lire ai partigiani.
Francesco Biga e Ferruccio Iebole (a cura di Vittorio Detassis), Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria) - vol. V, Ed. Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia, 2016, p. 369

venerdì 24 giugno 2022

Finita la guerra, Rachele e suo padre tornarono a Vallecrosia e nell'estate del 1945 riuscirono a riaprire la farmacia


Nel 1938 in Italia furono introdotte le leggi razziali. Gli Ebrei furono espulsi dalle scuole e dagli uffici pubblici. Conseguentemente Alessandro con la sua famiglia subì la revoca della cittadinanza italiana appena ottenuta, ma gli fu consentito di continuare la sua attività professionale. Il 10 giugno del 1940 l'Italia entrò in guerra...
Agli inizi del 1943, dopo una lunga malattia, morì Fanny per i postumi del mal di cuore e per quelli della paresi alla mano. Nel frattempo in Italia i fascisti, sollecitati dai nazisti, aumentarono la persecuzione nei confronti degli Ebrei, che, abbandonate le città di residenza, cercavano rifugio all'estero ammassandosi nelle zone vicine alle frontiere.
La famiglia di Croce Guido (classe 1930) viveva in una casetta situata a trenta metri dal Torrione di Sant'Anna, a nord della ferrovia. Al di là della strada ferrata, sulla spiaggia in mezzo alle canne, protetta dalle furie delle onde possedeva una baracca che utilizzavano nel periodo estivo. Dopo molti anni Guido ricordava che il brigadiere dei Carabinieri della locale stazione andò a trovarli a casa e chiese a suo padre Ettore di ospitare per una notte nella baracca venti ebrei che gli avevano chiesto aiuto.
E così avvenne. Nottetempo, dalla Francia sopraggiunsero delle barche e su  queste gli ebrei vennero trasportati a Montecarlo e da qui messi in salvo in luoghi sicuri. Guido col magone nel cuore dichiarava: "Non è vero che tutti i fascisti erano antisemiti!".
L'8 settembre del 1943 il Governo Badoglio diede l'annuncio della firma dell'armistizio con gli Anglo­Americani. Come reazione i tedeschi si preoccuparono di trasferire le loro truppe in Italia  ed  anche in Liguria.
A Vallecrosia occuparono la residenza del Principe Russo, la villa Cava e vi installarono il supremo Comando militare.
A quel punto, il Capo della Polizia fascista comunicò ad Alessandro che, suo malgrado, da quel momento non avrebbe potuto più proteggerlo. Difatti la vigilanza poliziesca subì subito una radicale trasformazione. Da normale controllo divenne repressione: i militari tedeschi a bordo di una motocicletta, su cui era installata una mitragliatrice andavano avanti e indietro da Ventimiglia a Bordighera, di giorno e di notte. Quando catturavano qualcuno, al malcapitato, il minimo che poteva succedergi era quello di essere costretto ad ingerire dell'olio di ricino. Il massimo la morte, come avvenne per un cittadino di Vallecrosia, trovato in possesso di una radio­trasmittente.
Si scatenò allora la solidarietà dei vallecrosini nei confronti degli Zitomirski: a turno, e per la durata massima di due giorni, li ospitarono di nascosto nelle baracche situate vicino alle loro abitazioni, offrendo loro vitto ed un giaciglio di fortuna.
Per porre fine a questa vita randagia, Alessandro e Rachele cercarono rifugio a Verezzo, sopra Sanremo, in una zona montuosa denominata "Rodi", presso la famiglia Modena Giuseppe.
A consigliare loro tale località, assai distante da Vallecrosia, fu una carissima amica e coetanea di Rachele, la signorina Bilour, i cui genitori erano proprietari di una fabbrica di racchette da tennis a Bordighera. Consapevole che la famiglia Zitomirski era molto nota nel comprensorio ventimigliese era certa che i loro spostamenti sarebbero stati notati facilmente da tutta la popolazione e anche dai tedeschi durante i controlli nell'estenuante ricerca degli ebrei.
Redazione, ... continua la storia della Famiglia Zitomirski. La vita di Rachele Zitomirski, L'eco del Nonno, Notizie dalla RPA CASA RACHELE, Febbraio 2015, N. 14

Facevo da staffetta tra Negi e Vallebona.
In settembre insieme a Renzo Rossi partecipai all’incontro con Vittò [Giuseppe Vittorio Guglielmo, in quel periodo comandante della V^ Brigata d'Assalto Garibaldi "Luigi Nuvoloni" della II^ Divisione "Felice Cascione" e, da dicembre 1944, comandante della Divisione stessa]. Ci accompagnò Confino, maresciallo dei Carabinieri di Vallecrosia che aveva aderito alla Resistenza. Vittò investì formalmente Renzo Rossi del compito di organizzare, per la nostra zona, il SIM (Servizio Informazioni Militare) e i SAP (Squadre d’Assalto Partigiane), e io fui nominato suo agente e collaboratore.
Renato "Plancia" Dorgia in Giuseppe Mac Fiorucci, Gruppo Sbarchi Vallecrosia, ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia <Comune di Vallecrosia (IM) - Provincia di Imperia - Associazione Culturale "Il Ponte" di Vallecrosia (IM)>, 2007

Le atrocità dei nazisti nei confronti degli Ebrei suscitarono forti reazioni presso la popolazione dei territori occupati e rafforzarono i movimenti di protezione verso coloro che erano oggetto dei soprusi dell'antisemitismo. Dal canto loro i Tedeschi, una volta arrivati a Vallecrosia, occuparono la casa dei Zitomirski installandovi il loro comando. Venuti a conoscenza di questo fatto, la prima famiglia che aveva ospitato i due ebrei si spaventò ed invitò Alessandro e sua figlia ad abbandonare la loro casa. Rachele sentì il mondo crollarle addosso e venne colta da una crisi di pianto mentre percorreva la strada mulattiera che conduceva alla sua modesta abitazione. In tale condizione la trovò un residente del borgo, tale Siccardi Mario che, impietositosi del caso, diede ospitalità a lei e al padre in un casolare deserto di sua proprietà, nonostante il parere contrario della moglie, anche lei preoccupata della reazione dei tedeschi, nel caso avessero scoperto il rifugio della famiglia ebrea.
Mario, coetaneo della dottoressa, aveva una figlia di sette anni e un figlio di tre che si affezionò a Rachele, la quale dall'inizio del suo soggiorno a Verezzo cambiò il suo nome, assai raro in Liguria e che avrebbe potuto far sorgere sospetti, in quello di Maria: difatti per tutti era la dottoressa Maria "la russa". Mentre il padre viveva sempre rinchiuso in casa, Rachele si spostava da una famiglia all'altra del borgo, in quanto era solita familiarizzare con tutti. Teneva rapporti quotidiani con la famiglia Siccardi, assisteva i figli quando tornavano a casa da scuola, chi da quella materna, chi da quella elementare. Era diventata esperta nell'arte culinaria e, poiché in casa Siccardi vi era un  forno, si dilettava a sfornare pizze e torte. Si interessava inoltre alla salute di coloro che cadevano malati, dandosi da fare per procurarsi le medicine del caso. Alla signora Rodi Ilia, che aveva avuto un brutto incidente, riuscì a procurare le medicine che erano introvabili. Avevano una buona disponibilità di denaro e nella loro casa non mancava mai nulla: per loro era facile procurarsi quanto gli abitanti del borgo non avevano. Ma, col passare del tempo, anche le loro sosta ze stavano assottigliandosi al punto che un giorno Maria (Rachele) si lasciò scappare questa frase: "Speriamo cbe questa guerra finisca presto, perché non abbiamo più liquidità!". Rachele aveva impostato la sua vita piena di  impegni cbe le consentivano di trascorrere alacremente il tempo, mentre il padre sempre rinchiuso in casa, giorno e notte, viveva nel terrore di essere scoperto, quindi giustiziato dai nazisti, e nel ricordo di sua moglie. All'insaputa di sua figlia, un giorno scappò da Verezzo e alcuni vallecrosini lo trovarono piangente di fronte alla tomba della moglie e subito avvisarono il suo amico e vicino di casa Anfosso Luigi, che, a bordo della Croce Rossa di cui era autista volontario, lo ricondusse a Verezzo prima che i nazisti lo scoprissero.
Redazione, ... continua la storia della Famiglia Zitomirski. La vita di Rachele Zitomirski, L'eco del Nonno, Notizie dalla RPA CASA RACHELE, Maggio 2015, N. 15

Gli Zitomirski erano anche aiutati dagli amici che avevano lasciato a Vallecrosia, i quali periodicamente, in bicicletta, portavano viveri ed informazioni, incontrandosi a metà strada, sulle alture di Sanremo. Queste erano persone coraggiose che, in cambio di niente e rischiando molto, avevano nascosto nelle soffitte e nelle cantine dei bauli colmi di indumenti e di oggetti personali della famiglia Zitomirski.
All'inizio del 1944 il governo Badoglio, scomparso dalla scena politica Mussolini, dietro la spinta dei Comitati di Liberazione Nazionale (CLN) e dei vari partiti che si erano ricostituti, fu costretto ad emanare provvedimenti [n.d.r.: che, va da sé, ebbero vigore nel Centro-Nord Italia occupato dai tedeschi solo una volta terminato il conflitto] per la reintegrazione dei diritti dei perseguitati politici e di quelli dei cittadini colpiti da provvedimenti razziali.
Pertanto, in forza del Reale Decreto Legge n. 26 del 20 gennaio 1944, la famiglia Zitomirski tornò ad avere la cittadinanza italiana.   
Finita la guerra, Rachele e suo padre tornarono a Vallecrosia e nell'estate del 1945 riuscirono a riaprire la farmacia.        
Redazione, ... continua la storia della Famiglia Zitomirski. La vita di Rachele Zitomirski, L'eco del Nonno, Notizie dalla RPA CASA RACHELE, Agosto 2015, N. 16
 
Le ulteriori diligenti indagini svolte atte ad accertare se il Biancheri abbia o meno collaborato con i nazifascisti hanno dato esito negativo.
Il Biancheri, tenente colonnello di complemento, venne nel mese di ottobre del 1943 richiamato alle armi e assegnato alla Questura del Capoluogo in qualità di dirigente.
Dopo tre mesi di servizio ed in seguito alla sua malferma salute chiese ed ottenne di essere inviato in congedo.
Non si è iscritto al P.F.R.
Anche l'accusa mossagli di aver allontanato da Vallecrosia il farmacista Zitomirski perché appartenente alla razza ebraica è sfumata, in quanto da accertamenti eseguiti è risultato che il farmacista suddetto gli affidò, durante la sua assenza, la direzione della stessa farmacia e sono sempre stati in ottimi rapporti.
Iscrittosi al P.N.F. nel 1923 venne nominato membro del direttorio del fascio di Ventimiglia, carica che tenne fino al 1926.
Negli anni 1924-25 ricoprì la carica di Commissario Prefettizio di Bordighera e contemporaneamente quella di V. Commissario di Ventimiglia.
Egidio Ferrero, Maresciallo di Polizia, Dirigente il Nucleo di Polizia Giudiziaria alle dipendenze del P.M. presso la Corte Straordinaria di Assise - Sezione di Sanremo, senza data, Comunicazione al Pubblico Ministero, documento in Archivio di Stato di Genova, copia di Paolo Bianchi di Sanremo (IM)