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venerdì 22 luglio 2022

In fuga da Nizza verso la Cima del Diavolo

Due pagine del diario di Ezio Bartoli. Fonte: Manlio Calegari, art. cit. infra

Cima del Diavolo. Fonte:Wikipedia

[...] Nel 1943 in Francia, l’8 settembre, anzi il 9 perché ancora la sera dell’8 non sapevano niente, l’avvenire era incerto e piuttosto inquietante. Wenzel, il comandante tedesco della piazza di St. Cyr, aveva parlato chiaramente: o con noi o prigionieri in Germania nei “campi”; una settimana per decidere. I tedeschi più vecchi avevamo messo gli italiani sull’avviso: i campi erano molto duri, pericolosi, meglio evitarli. Tra noi, anche i più passivi, l’armistizio era percepito come una sconfitta, una partita chiusa. I ragionamenti che erano seguiti, che avevamo sollecitato e che miravano alla sopravvivenza, ci avevano spinto a ragionare della guerra. Per i tedeschi invece era come se il fatto non fosse avvenuto, un semplice incidente di percorso capitato ad un alleato che giudicavano incompetente, pavido. Per cancellarlo gli bastava il canto serale, l’accantonamento, gli ordini stentorei, gridati; la macchina della disciplina.
A St. Cyr il parlamento degli italiani era cominciato allora, dopo l’ultimatum di Wenzel. Avevano discusso per ore e giorni, “ma con un certo ordine, una specie di divisione di compiti.” Il gruppetto deciso per il “no”, pochi e se ricordo con argomenti diversi, si è diviso i compiti alla ricerca di nuovi seguaci. Non avevamo esperienza di discussioni di gruppo; disabituati al confronto; il fascismo conosceva solo manifestazioni di assenso e tra noi la maggior parte non era andata oltre le elementari.
[...] 8 ottobre - Sulla montagna con il picco. Intorno la libertà. Piani di fuga. Mine. Le ore corrono e l’ora della libertà si avvicina. Riusciremo? Dio ci aiuterà. Monsieur Torrel. In cerca di panni. Giornata febbrile e Liliana e gli altri con noi. La notte.
9 ottobre
(in testa alla pagina Ezio aggiungerà in seguito a matita Bandol-Nizza)
Solo mezza giornata: Marinette ci aiuta. Tutti ci aiutano. Gli abiti ci sono. Da Emilio con le carte. Piani si cambiano. Uno sembra buono. Brucio la posta. Che dolore. Povero Martone. Alla spiaggia per l’ultima volta. Ancora piani.
10 ottobre domenica -
(distinto dal 9 con tratto - successivo - in rosso)
Da monsieur Lorenzo. A gara per aiutarci. Ultimi ritocchi ai piani. Febbrile attesa. Programmationi. Jean Pierre Amanti. Si parte attraverso i campi di St Cyr. Ancora vedo Liliane e Luise. Tutti con noi. A Bandol. Siamo sfacciati. In mezzo ai gendarmi e ai tedeschi. Si fila verso l’Italia. A Nizza all’1a.
11 ottobre - Notte terribile nel cespuglio. Si parte per Sospel. Tutti ci aiutano. Sui respingenti a 100 all’ora. Tutto bene. Si scende a Lescaren
[n.d.r.: L'Escarène]. Un italiano ci aiuta. Si chiama Francesco Lazzero. Pascoliamo le capre e cerchiamo funghi. Si riparte sulle montagne. Altri ci aiutano. Dormiamo in un letto e mangiamo minestra. Incoraggiamento. Buona notte.
12 ottobre - Sveglia alle 6 e partenza verso il colle del diavolo. Piera Cava
(forse Cayre de Pia berg oppure Pian Cavala)  [n.d.r.: invece, sicuramente, Enzo Bartoli intendeva Peïra-Cava, villaggio di Lucéram] è passata. La guida ci lascia si chiama Neri Olindo. Proseguiamo altri 20 km. Altri aiuti. Per le grandi pinete in luoghi bellissimi cercando funghi ci avviciniamo a Turiné [n.d.r.: Col de Turini]. Passiamo Turiné e marciamo verso il diavolo. Senza acqua. Fra le tracce della ritirata italiana. 6 bombe.
13 ottobre - Alle 5 sul Diavolo
[n.d.r.: Cima del Diavolo]. Acqua. Si scende verso i laghi. Arriviamo a S. Dalmazzo di Tenda alle 10. Tutto è silenzio. Dormiamo nella caverna col fuoco vicino. Notte terribile. Scendiamo all’Europa. Colazione. Pranzo. Attesa. Conoscenza simpaticissima. Sigarette e uva. Sul treno verso Villanova. Marcia forzata. Carabinieri. Finalmente si arriva. Scena madre.
14 ottobre - Sveglia ritardata. Siamo borghesi. Prime impressioni in Villanova. Ottime le sorelline. Buonissima gente. Tanta pace. Il gatto vicino al fuoco. Il desco fumante. Parole affettuose. Sono malinconico. Rollan è triste. Domani partirà. Vorrei partire anch’io e lottare col mio fratellino. Si gioca alle bocce. Sono la negazione indubbiamente. Serata pacifica. Si parla del domani. Fiducia.

15 ottobre - Rolan parte. Buona fortuna. Andiamo a Racconigi in bicicletta. Poi a pranzo e a passeggio. Sento forte il desiderio di andarmene. Fare l’ultimo pezzo della fuga.
16 ottobre - Mi preparo con qualche capo di vestiario di Nino. Lascio la tuta blu da operaio francese con emozione. In fondo, come maschera, è servita benissimo e è costata una divisa militare.
17 ottobre domenica - Domenica torno a Genova a Savona cambio treno è il solito merci con vagoni per cavalli 10 e uomini 40 arriva Sampierdarena e prendo il 7 che va Pontedecimo.

(La scrittura prosegue su Lunedì 18 corretto a matita con “domenica 17”.
Scendo dal Gomella e incontro subito gente che mi saluta come se non fossi mai partito.
(Da qui alla fine gli appunti  - occupano gli spazi dal 19 al 22 ottobre - mostrano una grafia differente e più matura come fossero stati tracciati in seguito)
L’arrivo a casa è drammatico io nella scala faccio il fischio abituale e loro aprono la porta in lacrime avevano capito che ero tornato. Pur essendo in Italia da giorni non era stato possibile comunicarlo a casa. Questo ha ritardato l’incontro di qualche giorno ma è stato bello lo stesso. Dopo mangiato sono andato a dormire per tutto il pomeriggio e tutta la notte. Solo lunedì è tornato tutto quasi normale. E sono cominciate le storie di tutti quei mesi con dentro avvenimenti storici come il 25 luglio e l’8 settembre. La fame, i bombardamenti, la miseria nera e la vita sempre appesa a un filo ogni giorno. Ora eravamo riuniti di nuovo; i nonni erano morti tutti  ma la vita riprendeva a fatica; la guerra non finiva mai.
(Gli appunti che seguono sono stati stesi da Ezio, attorno al 2010, comunque dopo la pubblicazione de "La Sega di Hitler", in una fase di personale e solitario ripensamento della materia trattata durante la composizione del libro).
10 ottobre domenica - Qualcuna ci porta una bicicletta con un cesto sulla ruota. Noi lo riempiamo di tutto quello che dobbiamo scambiare con i francesi per avere abiti civili. Lasciamo Les Leques e uno a piedi  (cioè con bicicletta alla mano) e gli altri due a piedi raggiungiamo la casa di M. Torrel a St Cyr dove ci togliamo le divise e ci vestiamo da francesi. A me tocca una vecchia tuta blu a due pezzi e una maglietta di cotone blu; conservo gli scarponi perché sono molto consumati e hanno perso l’identità di scarpe militari. Il travestimento è completato da una sacca di tela con tracolla molto in uso in Francia in quel periodo di grande miseria in tutti gli strati sociali. Ringraziamo i francesi e con grande cautela (perché è ancora mattino presto e sopra ci sono tedeschi che dormono lasciamo a piedi St Cyr e attraverso i vigneti ci dirigiamo verso Bandol dove al pomeriggio dovremmo prendere il treno per Nizza. Tenuto conto che tutte le stazioni sono sorvegliate dai tedeschi i biglietti come previsto dal piano sono stati comprati dai nostri amici francesi (Marinette, Emilio ecc.) e passati a noi quello stesso giorno.
[...] Alla stazione di Nizza - è notte e c’è l’oscuramento - in fila verso l’uscita notiamo che la porta è controllata da un gruppo di tedeschi che perquisisce la gente e vuole vedere i documenti. Rallentiamo, piano piano ci facciamo superare e riusciamo a essere ultimi e a tornare verso il treno. Nel buio a fatica, troviamo un punto della recinzione che ci consente di uscire all’estremità occidentale della piazza della Stazione. Ci uniamo agli ultimi passanti per allontanarci ancora dalla stazione in direzione di un giardino pubblico dove dovremmo passare la notte. Ma è chiuso. Nessuno di noi conosce Nizza in più il coprifuoco e l’oscuramento ci mettono in crisi. Fa anche freddo. Abbiamo il primo momento di sconforto.  Vaghiamo nel buio cercando di non far rumore alla ricerca di un riparo. Uno di noi sente dell’erba sotto le scarpe, poi un cespuglio, degli altri cespugli. Decidiamo di fermarci lì. Siamo talmente stanchi che crolliamo letteralmente tenendoci stretti gli uni agli altri per scaldarci. Un pendolo che batte le ore e un uomo che tossisce scandiscono la nostra prima notte di Libertà. Al mattino qualcuno mi strattona violentemente. Apro gli occhi a fatica e anche le orecchie per poter capire cosa succede molto velocemente perché la notte sta per finire. La realtà è che ci siamo addormentati un’aiola di un giardino pubblico molto in vista, vicinissimo a molti palazzi.
Ancora pochi minuti e saremmo stati sorpresi addormentati in mezzo alla strada. Ci allontaniamo verso la stazione per prendere il treno che deve portarci a Luceran
[n.d.r.: Lucéram]. Da lì in poi solo a piedi fin oltre il confine passando per la terrificante Cima del Diavolo. Ezio Bartoli
Manlio Calegari, Tra scrittura privata e grande storia. “Il diario dell’artigliere Ezio Bartoli”. gennaio-ottobre 1943, La Divisione Partigiana “Coduri”- Fonti per la Storia

sabato 7 dicembre 2019

Attacchi partigiani a Briga Marittima

Briga Marittima (La Brigue, Val Roia, dipartimento francese delle Alpi Marittime ) - Fonte: Wikipedia

Interessava al nemico tedesco la linea ferroviaria di Val Roia, che era di facile comunicazione con Piemonte e Nizza. Abbandonare la zona significava invitare i partigiani della Liguria ad unirsi con quelli del Piemonte, sempre che i partigiani badogliani accettassero di cooperare con i garibaldini dalla stella rossa.
Vitò [Vittò/Ivano, Giuseppe Vittorio Guglielmo, organizzatore di una delle prime bande partigiane in provincia di Imperia, poi comandante di un Distaccamento della IX^ Brigata d'Assalto Garibaldi "Felice Cascione", dal 7 luglio 1944 comandante della V^ Brigata "Luigi Nuvoloni", dal 19 Dicembre 1944 comandante della II^ Divisione "Felice Cascione"] conosceva bene i luoghi. Li aveva percorsi quando, ancora giovanissimo, tentava di passare in Francia per andare ad arruolarsi con le truppe volontarie che avrebbero combattuto contro Franco in difesa della Repubblica Spagnola.
La banda di Vitò tentò qualche azione di disturbo all'inizio della primavera del 1944.
Venne organizzato un attacco a Briga Marittima [La Brigue, dipartimento francese delle Alpi Marittime].
Anche per l'alterigia dei partigiani francesi, che rivendicavano solo loro di poter compiere azioni (almeno le avessero fatte!) nel territorio di loro competenza, i garibaldini procedettero attraverso Cima Marta.
A Briga il gruppetto di fascisti, tutti giovanissimi e di recente leva, presi alla sprovvista, non reagirono all'arrivo dei patrioti e si lasciarono disarmare. Temevano giunta la loro ultima ora.
Vitò parlò loro: "Non temete. Non siamo cattivi.  Abbiamo bisogno delle vostre armi. Ho notato che siete stati intelligenti quando le avete consegnate... salite con noi in montagna, vi accoglieremo con simpatia... vi lasciamo qui nella vostra postazione e non vi facciamo alcun male. Non tentate nessun atto di tradimento. Abbiamo tagliato i fili del telefono e  del telegrafo. Nelle alture qui sopra ho lasciato alcuni miei uomini per vigilarvi. Ci rivedremo presto..."
don Ermando Micheletto *La V^ Brigata d’Assalto Garibaldi “Luigi Nuvoloni” (Dal Diario di Domino nero Ermando Micheletto), Edizioni Micheletto, Taggia (IM), 1975
* ... Don Micheletto per tutta la guerra si adoperò per i partigiani, generalmente in contatto con i gruppi di Vitò, che accompagnò spesso nei loro spostamenti. Esplicherà la sua attività specialmente nell'assistenza e per captare messaggi radio. Giovanni  Strato, Storia della Resistenza Imperiese (I^ zona Liguria) - Vol. I. La Resistenza nella provincia di Imperia dalle origini a metà giugno 1944, Editrice Liguria, Savona, 1976, ristampa del 2005 a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia


Il 23 maggio 1944 cinque partigiani dislocati all'Alpetta percorrono l'antica strada della Val Bendola e raggiungono Saorge [nella Val Roia francese]. La loro, oltre ad essere missione ispettiva, ha come primario fine l'acquisto di sale e altri generi alimentari. Improvviso ed inatteso lo scontro con una pattuglia tedesca. I partigiani prendono l'iniziativa ed aprono un serrato fuoco d'armi automatiche. La sparatoria è di breve durata; tre tedeschi cadono feriti. Per prudenza, il capo partigiano ordina ai suoi di ritirarsi,  il che avviene in buon ordine.
Don Nino Allaria Olivieri in "La Voce Intemelia" - Aprile 2008, articolo ripreso in "Quando fischiava il vento - Episodi di vita civile e partigiana nella Zona Intemelia" di Alzani Editore - La Voce Intemelia - A.N.P.I. Sezione di Ventimiglia (IM), 2015 
 
A Cima Marta trovano il 4° distaccamento di Tento e di "Marco" [Candido Queirolo] in grande entusiasmo per un'azione fatta poco prima (26 maggio 1944) a Briga Marittima, dove i partigiani avevano catturato una quindicina di militi fascisti, alcuni carabinieri, un cospicuo bottino di armi, munizioni, materiale vario e viveri. Qui appresso si espongono alcuni dettagli sul fatto. In Briga Marittima un gruppo di partigiani è mandato da "Marco" a sorvegliare il capostazione, conosciuto come fascista; il capo del gruppo partigiano, arrivando, trova il capostazione al telefono; il capostazione fugge, lasciando  il microfono aperto; il partigaino si avvicina, prende il microfono; e ode quanto segue: "Si parla da San Dalmazzo di Tenda, dal comando fascista"; poi: "Quanti sono? Sono armati?". Il partigiano intuisce e risponde: "È stato un falso allarme; erano fascisti di ritorno". Un ferroviere lo informa che il capostazione ha telefonato anche ai tedeschi di Breil [sur-Roya]; il partigiano fa nuovamente il numero di Breil e dà lo stesso contro avviso. In questo modo si evita l'attacco e l'azione riesce. Il capostazione corre in bicicletta sulla strada che va dalla stazione al ponte sul fiume; qui due partigiani di pattuglia gli impongono di fermarsi; reagisce, vi è una sparatoria e resta ucciso mentre fugge.
Giovanni Strato, Op. cit.

Briga

A giugno 1944 Vitò [ormai in procinto di diventare comandante della V^ Brigata "Luigi Nuvoloni"] ripensò ai fascisti di Briga.
Incaricò Vladimiro [Wladimiro, Angelo Apollonio] e Pagasempre [Arnolfo Ravetti, in seguito Capo di Stato Maggiore della V^ Brigata della II^ Divisione] di andare ad ispezionare il paese...
... Pagasempre era il primo della fila con il compito dell'avanscoperta. Ci fu un falso allarme. Si buttarono a terra. Poi tutti si alzarono, meno Gin, che approfittando della sosta, schiacciava un pisolino. Venne rimproverato da Serpe [Isidoro Faraldi, in seguito comandante del 1° Distaccamento del II° battaglione "Marco Dino Rossi" della V^ Brigata]. Seguì [un simpatico] battibecco tra i due con Vladimiro a mettere pace...
Gli uomini, dopo ore e ore di marcia, giunsero alla meta. Bisognava impossessarsi della stazione ferroviaria, perché nel pomeriggio, come annunciato da informatori, sarebbe arrivato un carico di viveri. I quattro mulattieri che seguivano si fermarono nascosti con gli animali tra alti cespugli. Essi dovevano caricare il bottino e portarlo al comando.
Fu facile immobilizzare i due soli addetti alla stazione. Occorreva evitare che i fascisti andassero alla stazione.
Pagasempre con 5 uomini bloccò i fascisti nella loro casermetta. Non avevano molte armi. Dal primo incontro con i partigiani comandati da Vitò non erano stati riarmati se non con pistole e due fucili. Erano affamati. I poveretti non osavano andare in montagna. I superiori li consideravano dei vili, perché si erano lasciati diasrmare. Temevano un processo di guerra.
Il treno, formato da due soli vagoni, infine arrivò.
Il macchinista era incaricato della consegna dei pacchi. Sorpreso dai partigiani, non oppose alcuna resistenza. Un partigiano, già addetto in ferrovia, rese la macchina inservibile, manomettendone alcune parti. Vennero tagliati un'altra volta i fili del telfono e del telegrafo.
L'azione riuscì più facile di quanto si fosse pensato.
Il bottino fu piuttosto misero: cinque quintali di riso, scatolame e tanto pane.
I fascisti del caposaldo furono costretti a portare i sacchi verso i muli e a caricarli.
Anche i due della stazione e il macchinista furono trascinati via [per un tratto del cammino di ritorno dei garibaldini] come ostaggi.
Pagasempre lasciò un sacco di riso e qualche scatoletta ai fascisti, dicendo loro: "Vedo che siete affamati più di noi. Vi lasciamo un po' di viveri. Prima però accompagnateci per un pezzo di strada..."
Gin era costretto a fare da guardia ai fascisti...
Qui narra Pagasempre: "Quei disgraziati ci ringraziarono, ma nessuno di loro volle venire con noi... In circa otto uomini tornammo in paese, perché dovevamo avere dei contatti con nostri informatori. Dopo di che tornammo sui nostri passi e riprendemmo la salita verso Cima Marta. Giunti al santuario della Madonna di Fontane... La nostra spedizione non doveva finire bene. Forse non avevamo previsto tutto. Non sapevamo se i fascisti avessero qualche altro mezzo di comunicazione con il loro comando... ci vedemmo piombare addosso due camion di cosacchi. Almeno così credemmo. Non li avevamo sentiti arrivare..."
... Pagasempre e Serpe si erano nascosti insieme... I cosacchi, pensando che i partigiani fossero molti... piazzarono un mortaio di piccola gittata e con questo battevano sistematicamente ogni cespuglio. Pagasempre continuava a sparare per tenere distanti i nazisti...
Pagasempre... "... fui investito da schegge e materiale terroso. Svenni... Ero ferito al braccio sinistro e al collo... Lavai le ferite e mi fasciai come potei con il fazzoletto e con brani della mia camicia... Dei miei compagni più nessuna traccia..."
Pagasempre aveva protetto la ritirata dei compagni...
"Ebbi la fortuna di incontrare a Cima Marta Leo Anfossi, Pavia [medico della V^ Brigata], il nostro medico. Mi prestò cure adeguate..."
Gli uomini del gruppo si erano ritirati ognuno per proprio conto. Mancava, purtroppo, Vladimiro che, preso prigioniero, fu mandato in un campo di concentramento in Germania: comunque si salvò e riuscì a tornare a casa finita la guerra.
Nel bosco con i partigiani erano nascosti anche due giovani che preferivano vivere da soli: furono presi dai nazifascisti, portati a Tenda e fucilati...
don Ermando Micheletto, Op. cit.
 
... l'azione dei giorni 18-20 settembre 1944 del gruppo mortaisti della V^ Brigata d'Assalto Garibaldi "Luigi Nuvoloni" della II^ Divisione "Felice Cascione" ai danni dell'autoparco tedesco di Saorge, azione con la quale vennero danneggiati diversi camion e fu incendiato un deposito di carburante...
Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell'Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945) - Tomo I, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1998-1999