lunedì 1 novembre 2021

È il distaccamento di Arturo Secondo

Badalucco (IM): Monumento ai Partigiani - Fonte: Pietre della Memoria

 
Tra Badalucco e Taggia

A soli 11 chilometri all'interno della via Aurelia, lungo la strada carrozzabile che da Arma di Taggia conduce a Triora e Loreto vive la gente di Badalucco. È gente lavoratrice ed indomabile. Indissolubile dalla generosità del suo popolo è la bellezza superba e, nel contempo, ridente della sua natura. Un fresco gorgogliare dell'acqua nell'Argentina,che serpeggia fra pietriccio, piante, sassi, dà il suo contributo alla bellezza del paese.
Dall'alto, il monte Carmo e il monte Rotondo sono ritti per proteggere dalle bufere la tenace gente e per creare uno scenario di fiaba.
Di fronte, domina il monte Faudo, ricco di gloria e di dolore partigiano, che contempla la verde e cupa colonna di sentinelle, e il paese compiaciuto, fra la maestà delle sue aguzze vedette, adagiato nel basso, si presenta con i suoi mille volti ed offre frescura d'alberi, vetustà d'abitacoli, viottoli senza tempo, con la loro pace e la loro storia.
Se la chiesa Madonna degli Angeli pare benedire chi giunge dalla via del nord, quella di S. Nicolò, ieratica e quasi austera, pur se minuta ed aggraziata su un alto poggio, pare vegliare su tutto e su tutti.
Bellezza austera e forza di popolo: due forze, natura ed uomo, insieme hanno irriducibilmente lottato, sofferto, pianto, incredibilmente vinto. Le lotte di Badalucco per la libertà sono degne di leggenda. In ogni mese della tragica epopea vissuta, esistono ricordi di fatti d'arme, di rivolte e di sacrifici. Quanti esaltanti trionfi popolari e sofferti saccheggi! Per lunghi periodi, i nazifascisti non possono calcare il suolo del paese che, in piena epoca d'occupazione del terrritorio nazionale, ha per lunghi periodi propri democratici amministratori, con le sue forze d'ordine perché è una «libera giunta», con tanto di bandiere tricolori e partigiane che sventolano al vento.
L'epopea di Badalucco ha origine dalla sua posizione strategica, vitale per i movimenti delle forze nazifasciste. Infatti oltre a costituire un passaggio obbligato per tutte le località della media ed alta Valle Argentina, si trova quasi al centro della provincia di Imperia. Perciò, già dal settembre 1943, il Comando tedesco ha posto, a presidio del paese, un battaglione di soldati cui si è aggiunto, nel successivo novembre, un contingente di dodici militi della Repubblica di Salò.
Ma i giovani delle classi 1923, 1924 e 1925, chiamati alle armi dalla Repubblica Sociale, disubbidiscono in blocco e raggiungono le formazioni partigiane o formano la banda locale.
Le rappresaglie dei Tedeschi e dei fascisti sono continue e di varia natura: minacce di stragi, bombardamenti indiscriminati sull'abitato, uccisioni di vecchi e bambini, ostaggi, chiusura di negozi gestiti da famiglie di giovani non presentatisi all'appello. Le autorità fasciste dispongono la soppressione, per tutta la popolazione di Badalucco, delle carte annonarie che danno diritto alle razioni di generi alimentari.
Gli abitanti di Badalucco rispondono con una lotta continua ed irriducibile. Sopportano tutte le angherie, le uccisioni ed i saccheggi. Piangono in silenzio i loro morti e i torturati. Ma, quel silenzio, è pieno di rabbia e di forza.
Il paese non solo aiuta i garibaldini in tutte le forme  possibili, ma dà un intero distaccamento di figli tutti suoi alla Resistenza.
È il distaccamento di Arturo Secondo (Artù), che si coprirà di gloria in cento battaglie.
I nazifascisti sono costretti a sbarrare, con filo spinato e cavalli di frisia, numerosi luoghi e vie, nonché le loro postazioni. E, inoltre, ordinano un rigido coprifuoco notturno e sguinzagliano pattuglie per proteggere ponti e linee elettriche.
In tutte le zone intorno al centro abitato si susseguono le azioni armate partigiane che, si può ben dire, giornalmente apportano danni alla macchina bellica dei Tedeschi.
Il 31 maggio 1944 i partigiani attaccano frontalmente la guarnigione nazifascista. Ed è guerra aperta. Tutto il popolo insorge ed aiuta i patrioti (1).
La battaglia dura aspra ed accanita per tre ore, con i garibaldini all'attacco della chiesa Madonna degli Angeli (2), trasformata in arsenale dai fascisti, e della villa Boeri sede del presidio tedesco.
La reazione nazifascista è rabbiosa, ma necessita dell'intervento di contingenti venuti in aiuto dal litorale e da Taggia.
Lo scacco subito suscita ira e repressione selvaggia nell'animo dei fascisti e dei Tedeschi. Ormai essi sanno con certezza che tutta la popolazione di Badalucco non solo è loro ostile, ma pronta anche a combatterli ed a morire.
Sono presi dodici ostaggi (3) che vengono percossi e torturati affinché forniscano notizie sui combattenti della libertà e su chi li aiuta. Le caserme risuonano delle urla e dei lamenti dei seviziati.
I partigiani Giobatta Brezzo, Antonio Marvaldi, Marcello Panizzi, caduti nelle mani degli aguzzini, anche se inutilmente sono interrogati, selvaggiamente percossi e torturati; finché, il 6 di giugno, portati di notte nel canneto «Al Mulino» presso il ponte di Desteglio, frazione del comune di Montalto Ligure [oggi comune di Carpasio Montalto ((IM)], sono fucilati e sepolti (4).
Il 6 giugno 1944 a Badalucco viene anche fucilato il partigiano Alipio Amalberti, che era stato catturato il 24 di maggio.
La popolazione dello sfortunato paese è percorsa da fremiti di ribellione misti a sentimenti di dolore e di angoscia.
Nello stesso giorno in cui i quattro generosi perdevano la vita, in una località più a nord della valle Argentina, precisamente a Santa Brigida, presso Andagna, Angelo Setti (Mirko) attaccava una postazione nemica annientandola. I tre soldati che si arresero aderirono alla causa partigiana ed entrarono a far parte delle formazioni garibaldine (5).
Il materiale bellico prelevato venne caricato su un camioncino e trasportato a Molini di Triora. Quivi c'erano pure Gino Napolitano ed un contingente del distaccamento di «Tento» e «Marco» [Candido Queirolo]. «Mirko» dispose per il trasbordo delle armi dal camioncino ad una corriera per trasferirle a Triora.
Pattuglie partigiane sorvegliavano l'accesso in Molini di Triora dove, però, riuscì a penetrare un contingente tedesco che iniziò una nutrita sparatoria anche dalle finestre delle abitazioni. Ma l'operazione si concluse felicemente e la corriera partì senza danni per la sua destinazione.
Nello scontro, Emilio Amalberti, della formazione di «Marco», fu ferito alla gola, ma catturato dai Tedeschi che lo scambiarono per un civile colpito casualmente, fu medicato e rilasciato. Successivamente venne curato nell'ospedale partigiano di  Triora.
Qualche giorno prima dell'attacco a Santa Brigida, Umberto Cremonini (6) era stato inviato da «Mirko» ad ispezionare la zona preventivata per l'azione. Il giovane, insieme ad un suo compagno, partì in corriera da Triora diretto a Molini. Raggiunto il paese i due partigiani videro un sottufficiale repubblichino con un soldato. «Folgore» gli intimò la resa ed il sottufficiale tentò di reagire, ma fu freddato e spogliato delle armi, mitra compreso.
I partigiani non sono ancora a conoscenza del fatto che i loro compagni, caduti nelle mani dei nazifascisti nel mese di maggio sono stati ferocemente uccisi e seppelliti il 6 di giugno. «Curto» [Nino Siccardi] e «Giulio» [Libero Briganti] progettano di liberarli ed il giorno 9 ordinano l'attacco alla guarnigione nemica di Badalucco composta da reparti Tedeschi, fascisti e carabinieri.
L'esito della battaglia del 10 di giugno non è quello sperato.

Badalucco (IM): Monumento ai Partigiani (part.) - Fonte: Pietre della Memoria

[NOTE]
(1) Erano sul campo di battaglia: «Artù» con i suoi partigiani; «Mirko», comandante del 6° distaccamento, con il suo vice «Folgore» e parte dei suoi uomini giunti da Bregalla; «Tito» e «Dimitri» giunti dalla località Navette, e Pierina Boeri (Anita o Candacca). Quest'ultima dimostrò, e dimostrerà sempre durante la lotta partigiana, un coraggio eccezionale.
Intanto la chiesetta Madonna degli Angeli era già stata presa di sorpresa e, dalla stessa, molti mitragliatori, moschetti e munizioni erano stati prelevati dai partigiani che li avevano trasportati al sicuro, fuori del paese.
«Artù» attaccò poi, in piazza della Misericordia, la caserma in cui si erano asserragliati i carabinieri. Con le bombe a mano i partigiani sfondarono la porta ed intimarono la resa, ma questi resistettero perché erano a conoscenza dell'arrivo di rinforzi dal litorale. Nel frattempo, due carabinieri sparavano con la mitraglia dal campanile della chiesa parrocchiale del paese.
Il partigiano Armando Cane fu gravemente colpito al ventre, mentre Dario Secondo, fratello di «Artù», fu raggiunto dalle schegge di una bomba a mano mentre correva all'assalto. Purtroppo, il povero giovane perdette la vista di un occhio.
Verso le diciotto, giunsero i rinforzi attesi dai nazifascisti ed «Artù», con due feriti gravi nelle sue fila, dovette forzatamente desistere dal combattimento.
(2) La chiesa Madonna degli Angeli verrà distrutta dai nazifascisti il 28 giugno 1944.
(3) Adamo Buffaria, preso in ostaggio e successivamente rilasciato, morirà il 22 febbraio 1945 nell'ospedale di San Lorenzo-Costarainera a causa delle percosse ricevute (Da documento presso ASR).
(4) Dal diario inedito del partigiano Pietro Carassale.
(5) Due partigiani, Enrico Martelli e «Folgore», passando per Andagna, videro due Tedeschi e li attaccarono. S'iniziò una sparatoria finché i Tedeschi fuggirono e furono inseguiti; ma i partigiani abbandonarono l'inseguimento nelle campagne e proseguirono per Santa Brigida per il combattimento descritto.
(6) Ricordiamo che Umberto Cremonini (Folgore), che troveremo protagonista anche nell'azione temeraria di Sgorreto, era un partigiano giovanissimo di eccezionale coraggio. 
   
Carlo Rubaudo, Storia della Resistenza Imperiese (I Zona Liguria) - Vol. II. Da giugno ad agosto 1944, edito a cura dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia, Imperia, Dominici Editore, 1992, pp. 74-76

Chiesa di San Brigida in Andagna, Frazione di Molini di Triora (IM) - Fonte: wwww.andagna.it

BUFFARIA Adamo Luigi, “Adamo” - Di Celeste e Vento Carlotta, nato a Livorno il 04 agosto 1890. Partigiano combattente nella Vª Brigata Nuvoloni - IIª Divisione Garibaldi Cascione, nel periodo dal 02 aprile 1944 al 22 febbraio 1945 quando decede per le sevizie ricevute dopo la sua cattura.
Redazione, Partigiani... caduti in Liguria, Radio Maremma Rossa

Verso le ore 18 del 30 maggio u.s. un numeroso gruppo di ribelli, fortemente armato, attaccava, con bombe a mano di forte potenziale ed armi pesanti, il Distaccamento della G.N.R. [Guardia Nazionale Repubblicana] di Badalucco, il quale resisteva magnificamente per circa due ore, rispondendo al fuoco, fino al sopraggiungere della Compagnia O.P. e di un reparto germanico, che metteva in fuga gli attaccanti. Da parte nostra rimanevano feriti il comandante del Distaccamento G.N.R. e due militi. Pare che i ribelli abbiano avuto qualche morto ed alcuni feriti, che sono stati trasportati dai ribelli stessi in montagna, durante la ritirata.
Ermanno Durante, Questore di Imperia, Provincia di Imperia: Relazione quindicinale sulla situazione politico, funzionamento servizi, attività di polizia, senza data e senza destinatario [n.d.r.: un documento, quello appena citato, quasi di sicuro accluso in altra/e comunicazione/i del mese di giugno 1944, fatta/e al Ministero dell'Interno della Repubblica Sociale con sede a Maderno] 

Badalucco (IM)

Il 31 maggio 1944 il distaccamento di Arturo Secondo (Artù), allo scopo di procurarsi armi e munizioni, attacca la caserma dei carabinieri di Badalucco. Due militi saloini appostati sul campanile della chiesa parrocchiale sparano verso gli assalitori. Armando Cane viene colpito al ventre (morirà il 6 giugno nell’ospedale di Sanremo). L’azione continua per circa tre ore, con l’attacco alla chiesetta della Madonna degli Angeli, utilizzata come armeria dai fascisti, e con l’assedio al presidio tedesco di Villa Boeri. Al sopraggiungere dei rinforzi giunti da Taggia, gli uomini di Artù riescono a disimpegnarsi. I nazifascisti prelevano una dozzina di ostaggi, che sono trattenuti all’interno del presidio tedesco. Tre giovani, Giobatta Brezzo, Antonio Marvaldi e Marcello Panizzi, accusati di far parte delle bande ribelli, dopo giorni d’interrogatori, il 6 giugno vengono portati di notte presso il ponte di Deste nel comune di Montalto Ligure, dove vengono fucilati.
Giorgio Caudano Gli eroi sono tutti giovani e belli. I caduti della Lotta di Liberazione. I^ Zona Liguria, ed. in pr., 2020

[ n.d.r.: tra le pubblicazioni di Giorgio Caudano: Giorgio Caudano, L'immagine ritrovata. Ventimiglia e dintorni nei dipinti dell'Ottocento e primo Novecento, Alzani Editore, 2021;  La libera Repubblica di Pigna. Parentesi di democrazia (29 agosto 1944 - 8 ottobre 1944) (a cura di Paolo Veziano con il contributo di Giorgio Caudano e di Graziano Mamone), Comune di Pigna,  IsrecIm, Fusta Editore, 2020; Giorgio Caudano, Dal Mare alla Trincea... memorie di uomini, BB Europa, Cuneo, 2019; Silvia Alborno, Gisella Merello, Marco Farotto, Marco Cassini, Giorgio Caudano, Franck Vigliani, curatori della mostra Claude Monet, ritorno in Riviera, catalogo a cura di Aldo Herlaut, Silvana Editoriale, Milano 2019; La Magnifica Invenzione. I pionieri della fotografia in Val Nervia 1865-1925, a cura di Marco Cassini e Giorgio Caudano, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2016; Giorgio Caudano, Pigna. Storia di un paese, ed. in pr., 2016  ]

lunedì 18 ottobre 2021

Aveva già aiutato i 360 prigionieri jugoslavi

Roberto Lepetit - Fonte: Wikipedia

[...] Robert Georges Lepetit, di natali francesi, fonda la Lepetit&Dollfus nel 1868 con il cognato Albert (poi allargata ad un altro socio Auguste Gansser nel 1878). Nel 1915 nasce la Ledoga dalle iniziali dei tre cognomi. Nel 1894 sorge lo stabilimento di Garessio, per produrre il tannino, ricavato dalle cortecce e dal legno del castagno, utilizzabili nel settore dei coloranti per la concia delle pelli.
A questa lavorazione si affianca e prende rilevanza commerciale e industriale l’attività farmaceutica. Nasce infatti a Garessio nel 1903 il primo farmaco di sintesi italiano, l’Almateina, un disinfettante intestinale cui fanno seguito efficaci medicinali antinevralgici e antireumatici. Mancato il capostipite Robert, subentrano i figli Roberto e Emilio: il primo fautore di grandi ricerche scientifiche e il secondo brillante e coraggioso nella gestione amministrativa.
Alla morte di Emilio nel 1919 e di Roberto nel 1928, proprio Roberto Enea Lepetit, figlio ventiduenne di Emilio - nato a Lezza di Erba nel 1906 - si assumerà la responsabilità di dirigere l’azienda. Il geniale imprenditore riuscirà a imporre sui mercati la Lepetit che conquista posizioni di leadership del settore. Vanto dello stabilimento di Garessio, che nel 1940 occupava 200 maestranze, anche quello di aver avviato la produzione del Tiazene il primo sulfamidico italiano. Negli anni successivi uscirà il Cloramfenicolo, il primo antibiotico di sintesi realizzato in Italia. Il prodotto è stato trattato per trent’anni nello stabilimento di Garessio, venduto in Italia con marchio Sintomicetina, prescritto per combattere tifo, paratifo e brucellosi.
Condizionato e sempre più insofferente al regime fascista, a partire dal 1942 Roberto Lepetit dalla sede centrale di Milano decide di aderire alla lotta partigiana prendendo contatti con il Comitato di Liberazione Alta Italia. Dopo il bombardamento di Milano del 24 ottobre del 1942 con la moglie Hilda e i due figli Emilio (nato nel 1930) e Guido (classe 1932) si trasferisce a Garessio.
Successivamente nel settembre 1943, nei giorni successivi all’Armistizio, Lepetit, come scrisse sua moglie Hilda nel diario: "aveva già aiutato i 360 prigionieri jugoslavi che erano detenuti nel campo del Miramonti, facilitandone la fuga quando si era intuito l’arrivo dei tedeschi…".
Lo racconta anche Francesco Chiancone, ex direttore del laboratorio della ricerca medica e biologica alla Lepetit, nel libro “Un uomo da Milano a Ebensee”, precisando: «Il Cappellano don Divina, il col. Vincenzo Ardù comandante del campo e altri ufficiali avevano lasciato il campo, vestendo abiti borghesi e radunando gli sbandati sulle montagne. La gente di Garessio li ospita e li nasconde in casa e nei seccatoi; Lepetit dona loro abiti, medicinali e viveri. Gli incontri con i partigiani della Valle Casotto - sempre con il fidato Paolo Odda - si fanno frequenti, con la scusa della visita ai castagneti della fabbrica. Il colonnello Rossi (Paolo Ceschi) e poi il maggiore Mauri (Enrico Martini) gli chiedono viveri, indumenti, medicinali e con lui elaborano piani di difesa e di azione. La sua partecipazione attiva alla lotta partigiana diventa sempre più intensa. “Roby” è il nome di battaglia da lui assunto».
Chiancone fa riferimento anche agli scontri tra nazifascisti e partigiani del febbraio ’44 quando sotto al Miramonti perì tragicamente il dipendente, Leonardo Esposito, barese, che stava rientrando all’Albergo Giardino dove alloggiavano tutti i lavoratori Lepetit arrivati da Milano. «Garessio, che pareva lontano dalle implicazioni della guerra diventa teatro di scontri ravvicinati tra partigiani e occupanti tedeschi che controllano la cittadina. Così agli allarmi aerei di Milano si sostituiscono i rastrellamenti degli operai che vengono spediti in Germania come lavoratori; la cittadinanza parteggia naturalmente per i nostri e diventano più frequenti e ossessive le perquisizioni nelle case, alla ricerca di partigiani nascosti o per punire chi li ha aiutati.. ».
Nel maggio del 1944 la situazione a Garessio si fa sempre più pericolosa e Lepetit decide di rendere più diretti i contatti con la Resistenza in Lombardia. Qui, con l’amico Sandro Piantanida raccoglie informazioni, organizza campi di atterraggio per paracadutisti sul lago di Como a Volesio. Viene arrestato il 29 settembre 1944 nel suo ufficio di Via Tenca, ora via Lepetit, la strada dedicata a sua memoria dal Comune di Milano. Viene accusato per una serie di messaggi con dati in codice, subisce interrogatori estenuanti e violenze fisiche nell’Albergo Regina da parte delle SS e viene imprigionato nel carcere di San Vittore.
Il 16 ottobre ‘44 il trasporto a Bolzano, perché aveva rifiutato di firmare una supplica che gli avrebbe concesso la libertà. Resta per un mese nel campo di concentramento in Alto Adige da cui riesce a scrivere ed a fare avere di nascosto una ventina di lettere per la moglie - che andrà alcune volte a trovarlo per portargli pacchi -; forte in lui il “terrore di andare più a nord di qui”. Riesce a far installare nel campo una farmacia per convogliare medicinali e viveri per i 1.400 prigionieri, ma il 18 novembre viene destinato alla Germania.
Entra nel terribile lager di Mauthausen, poi in quello Melk (dove 8.000 internati lavoravano nelle gallerie ricavate dai tedeschi per nascondere le officine belliche) e il 13 aprile 1945 avviene l’ultimo trasferimento nel campo di sterminio di Ebensee, in Austria. Il 27 aprile viene ricoverato in infermeria forse per tubercolosi e morirà il 4 maggio. Tre giorni dopo il campo sarebbe stato liberato dagli Alleati. Quattro giorni prima, il 30 aprile, Hitler si era suicidato nel bunker di Berlino.
Ferruccio Parri, capo del primo governo italiano del dopoguerra ispirato dai movimenti della Resistenza, ricordando l’incontro clandestino a Milano con Roberto Lepetit nella primavera del ’44 ebbe a dichiarare: «Intendevo dietro di lui un ambiente ed energie nuove ancora per me, o quasi, nel panorama sociale che il movimento della resistenza veniva tumultuosamente abbozzando. E ascoltando le sue informazioni mi studiavo, quasi involontariamente, di capire la mentalità, l’educazione, le ascendenze spirituali di quest’uomo, semplice e schivo, cordiale e riservato. L’umanità del suo sorriso disarmava la mia diffidenza quasi professionale e lo rivelava meglio delle parole, quasi pudiche della generosità e determinazione che erano il fondo del suo carattere. Era un signore».
La vedova Hilda fece erigere nel campo di Ebensee, opera dell’amico Gio’ Ponti, celebre architetto e designer, un’alta croce, recentemente restaurata e conservata dall’ANED, l’Associazione nazionale ex deportati, con la scritta: “Al marito qui sepolto, compagno eroico dei mille morti che insieme riposano e dei milioni di altri martiri di ogni terra e di ogni fede, affratellati dallo stesso tragico destino, una donna italiana dedica, pregando perché così immane sacrificio porti bontà nell’animo degli uomini”.
Redazione, Garessio dedica la Giornata della Memoria a Roberto “Roby” Lepetit, IDEAWEBTV.IT, 26 gennaio 2021
 
[...] Roberto Lepetit, nasce il 29 agosto 1906 a Lezza (oggi Comune di Ponte Lambro). Lasciati presto gli studi classici per lavorare nell’azienda di famiglia, ne divenne unico responsabile nel 1928, dopo la morte del padre e dello zio. Negli anni ’20 la Lepetit aveva vissuto un boom e il gruppo crebbe con 16 stabilimenti in Italia e presenze in 36 paesi del mondo. Roberto Lepetit, giovane amministratore delegato e direttore generale della Lepetit era un uomo brillante e spiritoso, un imprenditore illuminato, di aperte idee sociali. Benché fosse obbligato, come industriale, a restare inquadrato nelle organizzazioni sindacali del regime, Lepetit in breve tempo matura una tale avversione al fascismo, e in modo così poco nascosto, che nel 1942 fu espulso dai Partito Fascista. In quell’anno ebbe i primi contatti clandestini con esponenti del Comitato di Liberazione Alta Italia, e si avvicinò al Partito d’Azione. Alla fine del 1942, come tanti, fu costretto dalla guerra a sfollare da Milano. Trasferì a Garessio, nel cuneese, la famiglia e il personale dell’azienda. Così si allontanò dai bombardamenti alleati, ma si venne a trovare nel bel mezzo di una durissima guerriglia partigiana. Alla fine di novembre 1943 i tedeschi arrivarono in forze e occuparono il paese. Ma Lepetit aveva già dato il suo contributo per far fuggire gli jugoslavi prigionieri in un campo di concentramento nella valle e aveva stretto rapporti con i partigiani della Val Casotto.
Il 3 maggio 1944 Lepetit decise di cambiare aria, perché aveva capito di essere ormai sospettato dal podestà locale e dai tedeschi. Portò per qualche tempo la famiglia a Rho e tornò a lavorare nella sede di Milano. Il 6 luglio 1944, poi, l’azione forse più pericolosa a cui Lepetit abbia partecipato: nella campagna attorno a Castellazzo di Rho riceve una missione aviolanciata. La sede della Lepetit a Milano era ormai diventata un punto di riferimento per la Resistenza, fino al 29 settembre 1944, giorno del suo arresto. Dopo gli interrogatori e le torture a San Vittore, fu mandato in campo di concentramento; prima a Bolzano, poi a Mauthausen, quindi a Melck e infine a Ebensee.
Morì il 4 maggio 1945, due giorni prima che gli americani arrivassero al campo di concentramento di Ebensee e nove giorni dopo la liberazione di Milano. Oggi la memoria di Roberto Lepetit è affidata ad una croce eretta sulla fossa comune di Ebensee. La moglie Ilda ha voluto che vi fossero scritte, in tre lingue, queste parole: “Al marito qui sepolto - compagno eroico dei mille morti che insieme riposano e dei milioni di altri martiri di ogni terra e di ogni fede - affratellati dallo stesso tragico destino - una donna italiana dedica - pregando perché così immane sacrificio - porti bontà nell’animo degli uomini”.
“Alla figura del nostro concittadino è stata intitolata la piazza di Lezza e le scuole elementari di via Trieste” ha ricordato il sindaco Ettore Pelucchi. [...]
Redazione, Pietre d’inciampo, a Milano c’è anche un pezzo di Ponte Lambro, Erba Notizie, 16 gennaio 2020 

A Milano, in una via poco lontana dalla Stazione Centrale, nel cortile di un anonimo palazzo di uffici c’è una targa in marmo. Quella targa, grigia e un po’ sbiadita, ricorda il sacrificio di un giovane industriale, Roberto Lepetit, a cui è intitolata anche la via attigua. Esiste una storia a riguardo, rimasta per decenni sepolta tra lettere private ed archivi aziendali, che negli ultimi anni è stata portata alla luce da un saggio di Susanna Sala Massari <1. La storia di questo tenace personaggio che si oppose al fascismo e si immolò alla causa della Resistenza ebbe un tragico epilogo che trova espressione nuovamente in una targa, questa volta ad Ebensee, in Austria. Lì, nel campo di concentramento della città, Roberto Lepetit trovò la morte a pochi giorni dalla Liberazione <2.
La sua storia, indissolubilmente legata al colosso farmaceutico Lepetit (ancora oggi ben presente), è venuta alla luce, seppur in ritardo, accendendo i riflettori su una famiglia che annovera tra i suoi membri, spesso con gli stessi nomi che si ripetono nelle generazioni, molti personaggi degni di nota. Alcuni sono ricordati esclusivamente in un ambito tecnico, legato all’industria e alla chimica farmaceutica, come il capostipite Robert Georges; altri, come suo figlio Roberto Giorgio, per la grande capacità manageriale ed innovazione nei processi industriali del tempo; altri ancora, come il sopraccitato Roberto, per le gesta eroiche e la fine tragica.
[...] Roberto Giorgio, figlio di Robert Georges, pose le basi per la costruzione del gruppo farmaceutico Lepetit, innovando e specializzando l’azienda di famiglia, arrivando a realizzare il primo antinfluenzale di sintesi iscritto nella farmacopea italiana <3.
Roberto, nipote di Roberto Giorgio, si schierò a fianco delle formazioni partigiane durante il secondo conflitto mondiale. Trasformò lo stabilimento piemontese di Garessio (Cuneo) in rifugio e punto di appoggio per i gruppi della Resistenza, che rifornì di viveri e medicinali fino a quando fu arrestato dai nazisti e deportato. [...]
[NOTE]
1 S. Sala Massari, Roberto Lepetit. Un industriale della Resistenza, Milano, Archinto editore, 2015.
2 Cfr. F. M. Chiancone, Un uomo da Milano a Ebensee. 1940-1945: Roberto E. Lepetit, Bari, Laterza, 1992.3 E. Merlo, Lepetit, in “Dizionario biografico degli italiani”, vol. 64, 2005, consultabile anche nel sito: http://www.treccani.it/enciclopedia/lepetit_(Dizionario-Biografico)/ (ultima visita: 15 giugno 2017).
Tamara Balbo, Emilio Lepetit, un industriale e socialista, Asti Contemporanea, n. 16 - 2017, ISRAT Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea in provincia di Asti
 
«E’ la mia prima volta a Garessio anche se di questo paese ho sempre sentito parlare molto. Ho visitato la fabbrica, ho riassaggiato i “garessini” che mi portava nonna ed entrando in villa ho percepito un naturale legame, molto forte. La tragedia del nonno per anni fu argomento tabù: una sorta di fuga dal dolore. Ma nel 1998, quando morì nonna, decisi di aprire quelle scatole con su scritto “guerra”. Fu una lettura scioccante, però utile a curare, elaborare e superare. E quelle lettere, quei documenti conservati per anni, sono stati utili per il libro. In diverse occasioni ho avuto modo di percepire l’affetto e riconoscenza che lega Garessio a Roberto Lepetit. Gli stessi sentimenti che sento ora ancora così vivi». Anche lui si chiama Roberto, ed è il nipote del noto industriale Lepetit a cui Susanna Sala Massari ha dedicato il volume “Roberto Lepetit. Un industriale nella Resistenza” presentato giovedì sera 7 maggio nel salone comunale su iniziativa del Polo culturale “Città di Garessio. «Un momento importante per la nostra città - ha detto il presidente del Polo culturale, Sebastiano Carrara - ma pure per la valle: la storia Lepetit ha avuto significativi risvolti su tutto il territorio». Presente, oltre al nipote e all’autrice, anche il direttore dell’Istituto Storico della Resistenza della provincia di Cuneo, Michele Calandri. Il libro ripercorre la vita di Roberto Lepetit approfondendone la storia aziendale, sociale e politica. Durante il fascismo e la guerra, Lepetit mise a disposizione le sue risorse e le sue relazioni per aiutare partigiani, ebrei, soldati alleati, utilizzando anche le sue fabbriche come copertura e i suoi dipendenti più fidati come agenti segreti. Internato nel campo di concentramento di Bolzano, svolse una preziosa attività clandestina e riuscì a organizzare una farmacia interna. Deportato a Mauthausen, morì nel sottocampo di Ebensee. [...]
Marco Volpe, Roberto Lepetit, patriota e martire, L'Unione Monregalese, 14 maggio 2015 
 
A pag. 76 del libro che il Comandante Mauri scrisse intorno alla lotta partigiana nella zona di Cuneo e delle Langhe, leggiamo: «A Garessio, quale sarà la casa di Lepetit? È imprudente fare domande, ma non può essere che quella che ha esposto la bandiera abbrunata, il lutto per la Val Casotto. Soltanto Roberto Lepetit può fare un simile gesto in un paese brulicante di armati nemici».
Ci bastano queste brevi parole per farci scorgere in mezzo alla folla di quei valorosi combattenti della montagna, una figura che si stacca con caratteri suoi sullo sfondo del complesso e turbinoso scenario della Resistenza italiana.
Incontriamo, dunque, con Roberto Lepetit un uomo nuovo in quella storia di rischi, di patimenti e di eroismi che dal settembre 1943 all’aprile 1945 segnò nella luce del sole le ultime tappe di una lunga aspra via, che nella tenebra degli anni, pochi soltanto, coraggiosi e chiaroveggenti, avevano fino allora battuto a testimoniare dignità di uomini e di cittadini.
[...] Il giorno successivo, il 29 ottobre 1944, dopo aver consigliato la moglie a non affannarsi per lui, ma ad affidarsi alla sorte, osserva tristemente: « Vivendo qui dentro ci si può formare un’idea di quella che sarà la situazione dopo la guerra, delle lotte tremende che ci saranno... ».
Il suo caso, tuttavia, non è ancora risolto; in data 30 ottobre leggiamo: «Ieri ed oggi c’è stato il caso Lepetit che ha fatto le spese di tutto il campo! H... si è battuto come un leone ed ha attaccato violentemente i comunisti. Stamane il capo di questi è venuto a parlamentare con me. Intanto sono sempre nella A e credo ci resterò, dato che c’è l’accordo interpartiti!».
Finalmente, qualche giorno dopo annuncia: «Il mio caso pare definito, ma ha durato e interessato tutti per diversi giorni. Anche i comunisti hanno ricevuto istruzioni dal C.L.N. di Milano di aiutarmi».
Più che a sè, pensa continuamente alla possibilità di sollevare la terribile miseria che gli sta intorno e che egli stesso condivide con gli altri: è sempre vivo in lui l’uomo pratico, pronto a prodigarsi per il benessere di chi lo circonda, come testimoniano queste lettere che in buona parte contengono indicazioni di internati, ch’egli aiuta moralmente facendo recapitare notizie alle famiglie, e materialmente, dividendo con loro i molti aiuti che riceve dai suoi e organizzando per loro e per tutti gli altri prigionieri del campo, senza distinzione, un intero impianto farmaceutico: «Come vedi, scrive il 9-11-’44 alla moglie, grazie alla tua organizzazione, sono traboccante di roba e faccio grandi regali a destra e sinistra. Sto diventando popolare in tutto il campo e tutti sono gentili con me».
Pochi giorni prima, il 7-11-’44, aveva raccomandato: «Bisognerebbe vedere se a Milano fra tutti gli amici, comitati ecc. si potessero organizzare congrui rifornimenti di generi alimentari per tutti gli internati del campo, indirizzando all’Intendenza del campo. Sarebbe una cosa veramente utile. Tenete conto che c’è una popolazione di circa 1400 anime». [...]
Questa rievocazione storica della figura di Roberto Lepetit amministratore delle Società Anonime Ledoga-Lepetit - nato a Lezza (Como) il 29 agosto 1906 e morto il 4 maggio 1945 a Ebensee (Austria) - è stata condotta sopra una serie di testimonianze originali, che costituiscono un’importante raccolta di documenti di proprietà della famiglia Lepetit. Essi sono soprattutto:
1) Un gruppo di 20 lettere scritte a matita e pervenute clandestinamente alla moglie dal campo di Bolzano.
2) Un grosso volume manoscritto che contiene tutta la documentazione dei messaggi trasmessi e ricevuti dal gruppo G.B.T. della Missione militare Furrow.
3) Una relazione originale dello stesso capo missione.
4) Copia dell’originale tedesco del testo dell’interrogatorio fatto ai dirigenti della Società Ledoga-Lepetit a Garessio, il 28-7-44 dal Gruppo Polizia tedesca del commissariato di Savona, dove risulta la testimonianza esplicita della denuncia del podestà di Garessio.
5) Testimonianze varie di collaboratori e di compagni, italiani e stranieri, dei vari campi di concentramento, nonché di uomini della Resistenza.

Bianca Ceva, Una figura della Resistenza. Roberto Lepetit in Il movimento di liberazione in Italia dal 1949 al 1973, n. 11, Milano, Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia, 1951, ripubblicato in Rete Parri 


Lettera di Roberto Enea Lepetit (Roby) alla Moglie scritta in data 16-11-1944 da Lager di Bolzano
L’immagine riproduce la prima facciata dell’ultima lettera di Roberto Enea Lepetit, scritta alla moglie Hilda dal Lager di Bolzano pochi giorni prima di essere inviato a Mauthausen.
Proprietà della foto: Carte private di Roberto Lepetit
Testo dell'immagine:
16 nov. 1944 – ore 16.30
Mia carissima,
finalmente ieri sera ho avuto la tanto attesa tua lett.: quella del 6-7 u.s. Con quella della Lina e del Pepino Perego. Grazie, mia Bastina.
Ho letto e riletto infinite volte la tua lett.
Quanto mi rincresce saperti tanto presa e preoccupata da mille problemi. Mi dici che hai trovato un appartamento a Milano dove metterai intanto la mamma. E’ venuta su da Levanto o sta per venire?
Mi rincresce dell’epidemia di influenza
Più che mai raccomando a tutti di stare molto riguardati. Inutile raccomandarlo al Grasso ed ancor più a quel fessacchione di suo fratello.
Si è più azzardato a farsi vivo con te?
Nella tua lett. mi dai tante buone speranze, ma io non voglio crederci - per non illudermi e un po’ per scaramanzia - ed invece sto preparandomi l’animo e le mie cose per una partenza che ormai è in atto - non si sa ancora
se per sabato/domenica pross. oppure per la prossima settimana.
Si parla di una part. Di circa 600 persone.
Io spero molto di essere fra quelli che rimangono (e dovrebbero essere molti dato che stiamo circa 1600) - anche perché la farmacia sta prendendo piede. Sto preparando pacchi assistenziali per i partenti - a ciò autorizzato dal med. ted. e complimentato dal nuovo capo campo.
Staremo a vedere!
Oggi tempo bello ma freddissimo - tutto bianco in giro per la nevicata di jeri. Nel campo ghiaccio ma niente neve. Grande allarme. Almeno 400/500 apparecchi passati in vicinanza - stasera è giunta notizia dell’offensiva scatenata in Olanda.
Speriamo che tutto ciò concorra ad abbreviare i termini della tragedia.
Igor Pizzirusso, Roberto Enea Lepetit (Roby), Ultime lettere di condannati a morte e di deportati della Resistenza italiana
 

Lettera di Roberto Enea Lepetit (Roby) alla Moglie scritta in data 16-11-1944 da Lager di Bolzano
L’immagine riproduce la seconda facciata dell’ultima lettera di Roberto Enea Lepetit, scritta alla moglie Hilda dal Lager di Bolzano pochi giorni prima di essere inviato a Mauthausen.
Proprietà della foto: Carte private di Roberto Lepetit
Testo dell'immagine:
Continuano ad arrivare tuoi pacchi nel campo.
Ieri sera c’era un pacco per me, ma era della Pella. Ottimo contenuto.
Sono felice che i bambini stiano bene e se la passino bene. Speriamo tanto ricevere qualche riga da loro.
Ringrazia tanto il Pepp. Perego della sua buona lettera che mi ha fatto tanto piacere.
Ringrazia anche la Lina delle sue.
Speravo far partire oggi - invece nulla.
Consegno stasera o domattina sperando in bene. Si dice ci sia domani una part. Per Milano - mi pare strano.
Comunque sia - mando ugualmente.
Pare che la suoc. di Marghi è partita per Milano - pare ti cercherà.
La lett. di Neri falla avere al Nanni.
Lui penserà a farla recapitare.
Oggi ho fatto una bella doccia "privata" con Hanss-Hans e Elmo-splendido.
Sto bene. Con l’aiuto di un altro Med. Internato - mi sono fatto fare un permesso dal ted. per 5 giorni rinnovabili allo scopo di evitare le adunate. Cosa ottima anche questa. Ed ora ti lascio - alle 17.50 devo essere a casa essendoci l’adunata (da jeri) e dopo l’ad. ci chiudono dentro per il rancio e per dormire.
Ciao, mia Hilda, in ogni casi ti scriverò ancora. Tu scrivimi ugualmente, così se rimango riceverò notizie.
Tuo Roby
Igor Pizzirusso, art. cit.
 
Il tipo biondo, quasi rossiccio, aveva un impermeabile chiaro e un cappello marrone ancora in testa. Davanti a lui, la segretaria, seduta al suo posto, aveva l'atteggiamento di una bambina in castigo. «Strano che la Signorina tolleri una persona che sta nel suo ufficio con il cappello in testa», pensò il dottor Zumaglino. Ma richiuse subito la porta e scese in portineria. Solo allora si accorse che stava succedendo qualcosa di strano. Peppino Perego, il portiere, era rosso in viso. Lo spinse verso l'ascensore e gli sussurrò: «Sono venuti i tedeschi, cercano il Cavaliere!». Attorno all'edificio c'erano le Ss con i mitra spianati. Erano arrivate con un autobus verde, seguito da alcune automobili che avevano indugiato un poco davanti all'ingresso della Lepetit, in via Carlo Tenca, per poi spostarsi sul retro, in via Mauro Macchi. Sopra, nell'ufficio di Roby Lepetit, erano entrati in due, con grosse rivoltelle in pugno. Il caso volle che proprio in quel momento suonasse l'allarme antiaereo su Milano. «Eccoli, i vostri alleati!», imprecarono i due, spingendo in un angolo Roby e il suo amico e collaboratore Adolfo Fichera. Lepetit aveva cercato di approfittare del trambusto per far sparire alcune striscioline di carta che aveva in tasca. Invano: i due gliele strapparono di mano. Poi ammanettarono insieme lui e Fichera, li spinsero fuori, li unirono a Aldo Borletti detto Micio, già ammanettato con la segretaria Lina Pregnolato (la «Signorina»), e li caricarono in macchina. Era una giornata luminosa e calda, quel 29 settembre 1944. L’auto nera si fermò davanti all'Hotel Regina, sede del comando tedesco. Borletti, Fichera e la segretaria tornarono a casa qualche giorno dopo. Roby Lepetit no. Fu mandato in campo di concentramento, prima a Bolzano, poi a Mauthausen, quindi a Melck e infine a Ebensee. Morì il 4 maggio 1945, due giorni prima che gli americani arrivassero a Ebensee e nove giorni dopo che i partigiani avevano liberato la sua Milano. Roberto Lepetit, industriale chimico e farmaceutico e uomo della Resistenza, è stato dimenticato. Eppure la sua è una bella storia, privata e pubblica. Che si tinge anche di giallo: chi lo tradì, quel giorno di settembre?
[...] Nacque così, con i primi anni del Novecento, la Lepetit Farmaceutici e il gruppo si ampliò con una consociata argentina e nuovi impianti a Darfo (Brescia) e Oneglia (Imperia). Il fratello Emilio ebbe invece profondi interessi sociali. Scrisse il volume Il socialismo, pubblicato da Hoepli nel 1891, e partecipò alla fondazione del Partito Economico, che propugnava l'attenzione al mondo operaio e la composizione dei conflitti di classe. Da Emilio e Bianca Moretti il 29 agosto 1906 nacque Roberto Lepetit. Il padre morì che Roby aveva 13 anni. Lasciati presto gli studi classici per lavorare in azienda, ne divenne unico responsabile dopo la morte, nel 1928, anche dello zio. Negli anni Venti, la Lepetit aveva vissuto un boom: nei nuovi laboratori di ricerca della sede milanese di via Macchi era stata messa a punto un'ampia gamma di vitamine e sulfamidici, poi esportati in tutto il mondo; nello stabilimento di Garessio era iniziata la produzione di chemioterapici. Il gruppo crebbe con 16 stabilimenti in Italia e presenze in 36 Paesi del mondo. Roby, giovane amministratore delegato e direttore generale della Lepetit, era un uomo brillante e spiritoso, amico di Micio Borletti e di Giò Ponti (che progettò la sede di via Carlo Tenca). Un padrone illuminato, di aperte idee sociali. Ci sono foto di famiglia che lo ritraggono in camicia nera, ma non doveva davvero starci comodo. Non perdeva occasione di criticare le scelte del regime. I buoni del Tesoro emessi a raffica dal governo? «Carta da parati!», diceva. Il Duce? Se il Re lo avesse chiamato a rapporto e poi chiuso in un gabinetto, dandone comunicazione alla radio, il Paese sarebbe rimasto tranquillo. I grandi industriali come Pirelli, Agnelli, Donegani? Da punire perché avevano consegnato l'industria italiana al fascismo. Benché fosse obbligato, come industriale, a restare inquadrato nelle organizzazioni sindacali del regime. Lepetit in breve tempo maturò una tale avversione al fascismo, e così poco nascosta, che nel 1942 fu espulso dai Fasci. In quell'anno ebbe i primi contatti clandestini con esponenti del Clnai, il Comitato di liberazione Alta Italia, e si avvicinò al Partito d'azione. Alla fine del 1942, come tanti, fu costretto dalla guerra a sfollare da Milano. Trasferì a Garessio, nel Cuneese, la famiglia e il personale dell'azienda, che stabilì nell'Albergo Giardino. Così si allontanò dai bombardamenti alleati, ma si venne a trovare nel bel mezzo di una durissima guerriglia partigiana. Dapprima scaramucce, poi scontri sempre più duri, con agguati, lanci di bombe, rastrellamenti, fucilazioni. Alla fine di novembre del 1943 i tedeschi arrivarono in forze e occuparono il paese. Ma Lepetit aveva già dato il suo contributo per far fuggire gli jugoslavi prigionieri in un campo di concentramento nella valle e aveva stretto rapporti con i partigiani della VaI Casotto. Nell'inverno del 1944 i tedeschi tornarono in paese, attestandosi all'Albergo Miramonti. Era il 25 febbraio. Già la mattina dopo i partigiani attraversarono il Tanaro per aggirare il nemico, attaccarlo e scacciarlo. La guerra per il controllo di Garessio proseguì con alterne fortune. Ma il 3 maggio 1944 Lepetit decise di cambiare aria perché aveva capito di essere ormai sospettato dal podestà locale e dai tedeschi. Portò la famiglia per qualche tempo a Rho, tornò a lavorare nella sede di Milano. Nel dicembre 1943 Lepetit aveva incontrato un ufficiale che veniva dal Sud: portava una radio e l'ordine di impiantare un servizio di trasmissioni. La famiglia ancor oggi conserva un grande raccoglitore con i quaderni dei messaggi in codice ricevuti. Il 6 luglio 1944, poi, l'azione forse più pericolosa a cui Lepetit abbia partecipato: nella campagna attorno a Castellazzo di Rho riceve una missione militare aviolanciata. Il figlio Emilio, che allora aveva 14 anni, la descrive così, in un quadernetto su cui ha tracciato con inchiostro e pennino parole e disegni: «Verso mez­zanotte sentimmo un aereo avvi­cinarsi. Corremmo ad accendere i fari di segnalazione che per rendere più visibili avevamo rinforzati con tanti falò quanti erano i fari. L’aereo ci passò sopra la testa una prima volta molto basso. Ritornò dopo poco, più alto e si videro questa volta anche due cose confuse che parevano palloni». Erano due paracadutisti. Con loro furono lanciati apparecchi radiotrasmittenti, armi e altro materiale per la Resistenza. Nella primavera del 1944 s'incontrò viso a viso con uno dei capi della Resistenza al Nord, Ferruccio Parri. Lo racconta Parri stesso: «Quando conobbi Roberto Lepetit in un fuggevole incontro clandestino sui bastioni tra Porta Romana e Vigentina, un pomeriggio dolce e arioso della primavera 1944, intendevo dietro di lui un ambiente ed energie nuove ancora per me, o quasi, nel panorama sociale che il movimento della resistenza veniva tumultuosamente abbozzando. E ascoltando le sue informazioni mi studiavo, quasi involontariamente, di capire la mentalità di quest'uomo, semplice e schivo, cordiale e riservato. La umanità del sorriso disarmava la mia diffidenza quasi professionale, e lo rivelava meglio delle parole, quasi pudiche della generosità e determinazione che erano il fondo del suo carattere. Era un signore. Dietro di lui avevo già allora un poco intravisto certa borghesia lombarda del Risorgimento, generosa, e soprattutto pronta a pagare il dovere dell'esempio, prima obbligazione della nobiltà». La sede della Lepetit a Milano era ormai diventata un punto di riferimento per la Resistenza. A chi gli consigliava prudenza, Roby ribatteva: «Qualche rischio bisogna pur correrlo». Lo ripeté a un amico anche il giorno prima di essere arrestato. Dopo gli interrogatori e le torture all'Albergo Regina e a San Vittore, finì per trenta giorni nel campo di Bolzano. Da lì riuscì a far uscire, di nascosto, venti lettere che arrivarono alla moglie Hilda, scritte a matita con calligrafia meticolosa su fogli e foglietti d'appunti. Vi sono raccontati con parole misurate il grande affetto per la famiglia, la speranza di tornare, la vita e gli stenti del campo, ma anche gli aiuti e le medicine per tutti che riuscì a far entrare dentro i recinti di filo spinato. Questo fece nascere, come scrisse alla moglie, il «caso Lepetit»: «Grana contro di me. Lunga conferenza con Cinelli (Capo dei comunisti) per la Farmacia e per la destinazione dei pacchi. VuoI conoscere le mie intenzioni per appoggiarmi in pieno o per boicottarmi!». Il giorno dopo affida alla moglie un pensiero profetico, intuizione della Guerra fredda: «Vivendo qui dentro ci si può formare un'idea di quello che sarà la situazione dopo la guerra, delle lotte tremende che ci saranno...» (29 ottobre 1944). Seguono scontri, dibattiti, trattative. Il «caso Lepetit» si risolve soltanto con l'arrivo dell'ordine dall'esterno: «Anche i comunisti hanno ricevuto istruzioni dal Cnl di Milano di aiutarmi». Ma il 18 novembre 1944 Roberto Lepetit, allineato con gli altri prigionieri nel cortile freddissimo del campo, sentì chiamare il suo numero: fu caricato su un treno e portato a Mauthausen, poi nel gennaio 1945 nel terribile campo di Melck e infine, nell'aprile di quell'anno, mentre i suoi compagni liberavano l'Italia, a Ebensee. Oggi, perduta la memoria di un personaggio senza partito - guardato con sospetto dai comunisti perché era un «padrone», azionista critico anche nei confronti dei «suoi» - è stato dimenticato anche il giallo dell'arresto. Chi fu il Giuda che lo tradì? Allora furono sussurrate accuse nei confronti di un personaggio, indicato come il professor Cifarelli, che era piovuto dal cielo, con un paracadute, nel luglio 1944 e si era introdotto negli ambienti della Resistenza con il nome di «Pippo», accreditandosi come uomo al servizio dello Stato Maggiore inglese. Altri dubbi sfiorarono uno stretto collaboratore di Roby, Guido Zerilli Marimò, il più alto dirigente della Lepetit. Zerill sfuggì all'arresto, quel 29 settembre 1944. Poi, grazie ai suoi ottimi agganci con uomini del regime, si mostrò molto impegnato per la liberazione del prigioniero, chiedendo alla famiglia e agIi amici di non tentare alcuna mossa alternativa e di non interferire. Ma malgrado le promesse di riportarlo rapidamente a casa da San Vittore non ottenne alcun risultato. Hilda, dopo aver avute notizia dell'arresto del marito, si mise in viaggio da Volesio, sul lago di Como, verso Rho, dove temeva ci potessero essere carte compromettenti. Voleva farle sparire. Ma al suo arrivo a Come con il traghetto, sul pontile trovò ad aspettarla Zerilli che la dissuase dal proseguire, dicendole che non c'era più niente da fare e che la perquisizione era già avvenuta. Era vero? E se sì, come faceva a saperlo? I figli di Roby, Emilio e Guido erano troppo piccoli per occuparsi dell'azienda. Hilda lasciò la gestione nelle mani di Zerilli, che in breve tempo divenne il proprietario della Lepetit, che poi vendette, alla fine degli anni Cinquanta, alla multinazionale Dow Chemical. Negli anni Settanta Zerilli ricomparve tra i proprietari (con Vittorio Cini, Serafino Ferruzzi e Gregorio Imenez) della Alphom Finance, una società coinvolta negli oscuri giri di denaro della finanza d'avventura, da Sindona a Calvi, e gestita da Florent Ravello Rey, faccendiere che trescò anche con mafiosi e uomini dei servizi segreti. Non basta questo, naturalmente, per accusare Zerilli di essere il Giuda. Altri protagonisti di questa storia lo descrivono come amico fedele e collaboratore prezioso di Roby. Di certo c'è solo che oggi la memoria di Roberto Lepetit è affidata soltanto a una croce eretta sulla fossa comune di Ebensee. Hilda ha voluto che vi fossero scritte, in tre lingue, queste parole: «Al marito qui sepolto - compagno eroico dei mille morti che insieme riposano ­ e dei milioni di altri martiri di ogni terra e di ogni fede - affratellati dallo stesso tragico destino - una donna italiana dedica - pregando perché così immane sacrificio - porti bontà nell'animo degli uomini».
Gianni Barbacetto, Il signore della Resistenza, Diario del mese, 21 gennaio 2005

13 marzo 1945 - Dal comando della Divisione "Silvio Bonfante", prot. n° 199 e prot. n° 200, lettere indirizzate rispettivamente al direttore della cartiera di Ormea e alla direzione dello stabilimento "Lepetit" - Venivano ringraziati per l'offerta di cartine da sigarette e di medicinali.
da documento IsrecIm  in Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell'Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945) - Tomo II - Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Facoltà di Scienze della Formazione, Corso di Laurea in Pedagogia - Anno Accademico 1998 - 1999

martedì 12 ottobre 2021

La donna vuole accompagnare il gruppo nell'azione contro i tedeschi

Baiardo (IM)

La mattina del 14 agosto 1944 il distaccamento di Candido Queirolo (Marco) si era da poco accampato nei pressi di “Berzi”, frazione di Baiardo (IM), per essere più vicino ad Apricale dove era di stanza un reparto tedesco. All’accampamento giunse trafelato Luigi Laura (Miccia), che si era trattenuto a Baiardo per rifornimenti avvisando i compagni che quattordici tedeschi, provenienti da Apricale, si erano recati in paese. Candido Queirolo decise di partire per attaccarli. Scelse una decina di partigiani. Facevano parte del gruppo: Gino Amici (Alfredo), Alfredo Blengino (Spartaco), Giuseppe Gaminera (Garibaldi), Luigi Laura (Miccia), Mario Laura (Picun), Albanese, Noce ed altri due. Giunti nel paese il gruppo si piazzò in via Roma in un luogo soprastante la strada Sanremo-Baiardo, nel punto dove è ora l'albergo Bellavista. Noce” e “Spartaco” si appostarono dietro un muretto con un mitragliatore, gli altri sopra il giardino della Villa Balestra. I tedeschi stavano pranzando all'albergo Miramonti: i partigiani attesero per verificarne il numero ed attaccarli all'improvviso. Da un uomo che transitava in bicicletta i partigiani vennero informati che i Tedeschi, usciti dall'albergo, si stavano avviando verso la mulattiera che conduce ad Apricale. Quando i partigiani giunsero all'altezza dell'asilo infantile si udirono raffiche di mitra. Nessuno venne colpito e risposero al fuoco; i tedeschi tornarono indietro imboccando via Podestà e quindi si piazzarono dietro la chiesa di San Giovanni, all'inizio della mulattiera per Castelvittorio. Queirolo che si era appostato verso la mulattiera che conduce ad Apricale, rendendosi conto che i tedeschi erano indietreggiati, ritornò anch’esso sui propri passi insieme agli uomini che erano con lui e appena giunto in prossimità della chiesa venne colpito da una raffica. Ferito, si accasciò a terra. Gino Amici (Alfredo) e Alfredo Blengino (Spartaco), pure colpiti, morirono all’istante. Mario Laura (Picun) fu ferito alle gambe, ma continuò a sparare e gli altri uomini, coperti dal fuoco di Picun, cercarono di avvicinarsi ai compagni feriti per soccorrerli. “Marco” aveva una coscia sfracellata e una ferita alla spalla. Dopo le prime cure praticategli dal dott. Carlo Bissolotti, venne portato in un capanno nei pressi di Baiardo, dove poco dopo morì. L’episodio è raccontato da Giuseppe Gaminera (Garibaldi) anch’egli protagonista dei fatti che portarono alla scomparsa di Queirolo, Blengino e Amici.
Tra le numerose azioni belliche portate a compimento con successo da Candido Queirolo e dai suoi uomini, si ricordano in particolare il disarmo dei repubblichini di stanza a Briga Marittima e la presa della postazione nazifascista di Santa Brigida. Nel giugno del 1944 Queirolo fu tra i comandanti che guidarono i garibaldini nello scontro di Carpenosa. I suoi uomini sotto il suo comando parteciparono alla presa di Molini di Triora e di Triora, agli attacchi alle postazioni nemiche di Valgavano ed alla resistenza, ai primi di luglio, contro forti reparti tedeschi a Carmo Langan. Anche Alfredo Blengino fu uomo di punta della Brigata, un uomo di esperienza che aveva precedentemente comandato il distaccamento di Bajardo e impegnato a più riprese il nemico.  
Giorgio Caudano Gli eroi sono tutti giovani e belli. I caduti della Lotta di Liberazione. I^ Zona Liguria, ed. in pr., 2020

[ Giorgio Caudano, L'immagine ritrovata. Ventimiglia e dintorni nei dipinti dell'Ottocento e primo Novecento, Alzani Editore, 2021; La libera Repubblica di Pigna. Parentesi di democrazia (29 agosto 1944 - 8 ottobre 1944) (a cura di Paolo Veziano con il contributo di Giorgio Caudano e di Graziano Mamone), Comune di Pigna, IsrecIm, Fusta Editore, 2020; Giorgio Caudano, Dal Mare alla Trincea... memorie di uomini, BB Europa, Cuneo, 2019; Silvia Alborno, Gisella Merello, Marco Farotto, Marco Cassini, Giorgio Caudano, Franck Vigliani, curatori della mostra Claude Monet, ritorno in Riviera, catalogo a cura di Aldo Herlaut, Silvana Editoriale, Milano 2019; La Magnifica Invenzione. I pionieri della fotografia in Val Nervia 1865-1925, a cura di Marco Cassini e Giorgio Caudano, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2016; Giorgio Caudano, Pigna. Storia di un paese, ed. in pr., 2016  ]

Il garibaldino Giuseppe Gaminera (Garibaldi) di Baiardo racconta:
"Ci eravamo accampati nei pressi di Berzi, frazione di Baiardo per essere più vicini ad Apricale dove erano di stanza circa cento Tedeschi. Poco dopo il nostro arrivo nel luogo che diventerà sede del nostro distaccamento, giunge trafelato Luigi Laura (Miccia), che si era trattenuto a Baiardo per rifornimenti, avvisandoci che quattordici Tedeschi, provenienti da Apricale, si erano recati in paese.
Candido Queirolo (Marco) decide di partire per attaccarli. Sceglie una decina di partigiani ed io sono tra questi.
Nel distaccamento c'è Olga, una ragazza slava, che avevo trovato in giro alcuni mesi prima quando, avendo perduto i contatti con «Vittò» a causa di uno sbandamento, mi ero aggregato alla formazione di Marco. Olga canta canzoni, sia in italiano che nella sua lingua; è sempre al fianco di «Marco». La donna vuole accompagnare il gruppo nell'azione contro i Tedeschi, ma Candido Queirolo non le permette di seguirci: insiste ripetutamente, ed all'ennesimo rifiuto si getta a terra piangendo.
Partiamo. Sono pratico dei luoghi e conosco tutti i sentieri, procedo in testa al gruppo assieme a «Marco».
[...] Sono orgoglioso e felice per l'incarico che mi è stato affidato essendo io il più giovane del gruppo.
Candido Queirolo si dirige verso via XX Settembre, nel punto dove inizia il bivio per Apricale. «Marco» pensa che se i Tedeschi, dopo il pranzo, non hanno proseguito il cammino verso il luogo dove i partigiani si erano appostati presumibilmente intendono ritornare ad Apricale passando per la mulattiera. Perciò «Marco» si reca colà con gli uomini migliori per sferrare un attacco efficace.
Giunti all'altezza dell'asilo infantile, nel luogo dove tempo addietro i partigiani avevano bruciato le baracche tedesche, si odono raffiche di mitra. Fortunatamente nessuno di noi viene colpito. Rispondiamo al fuoco ed i Tedeschi tornano indietro imboccando via Podestà, e quindi si piazzano dietro la chiesa San Giovanni, all'inizio della mulattiera per Castelvittorio. Noi li inseguiamo, ma non riusciamo a raggiungerli.
Intanto, «Marco», visto che il nemico non si era diretto ad Apricale ed avendo udito le raffiche delle armi automatiche, accorre immediatamente verso la sopracitata chiesa. Effettuando un percorso di una ventina di minuti egli potrebbe arrivare sul luogo senza uscire allo scoperto. Invece, appena giuntovi è colpito da una lunga raffica. Ferito, si accascia a terra.
Amici Gino (Alfredo) e Alfredo Blengino (Spartaco), pure colpiti, muoiono istantaneamente. Mario Laura (Picun) è ferito alle gambe, ma continua a sparare cercando con gli altri di avvicinarsi ai compagni feriti per soccorrerli.
«Marco» ha una coscia sfracellata ed una ferita alla spalla. Dopo le prime cure praticategli dal dottor Carlo Bissolotti, lo portiamo in un capanno nei pressi di Baiardo, dove poco dopo muore.
Olga giunge sul luogo e si mette ad urlare come impazzita; estrae la pistola per uccidermi, poiché mi accusa di essere stato la causa della morte del Commissario. Gli altri partigiani presenti spiegano alla donna quanto si è verificato, assicurandole l'assoluta mancanza di mie responsabilità.
Dopo questo fatto non vedrò più Olga. Ma, nel successivo inverno otto partigiani verranno sorpresi nel sonno ed uccisi nei pressi di Vignai Argallo. Olga, nella triste occasione, si trovava proprio in quella zona: sospettata e pedinata, venne appurato che era una spia dei Tedeschi e fu condannata e giustiziata...".
Carlo Rubaudo, Storia della Resistenza Imperiese (I Zona Liguria) - Vol. II. Da giugno ad agosto 1944, edito a cura dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia, Imperia, Dominici Editore, 1992

domenica 3 ottobre 2021

Noi (garibaldini) in Liguria avremmo trovato una situazione difficile

Monte Mongioie - Fonte: Mapio.net

Cessata l'incertezza estenuante, i giorni passano più rapidi, l'avvenire sembra migliore. L'equipaggiamento delle bande prosegue rapido, i debiti salgono a cifre iperboliche. Le bande rimaste in Liguria riescono, non so come, a  procurarsi  munizioni per mitraglia: Mancen [Massimo Gismondi] abbraccia la staffetta che porta la notizia: «Mi ridai la vita! - gli grida -. Potremo riprendere a batterci, potremo picchiare come prima!».
Il 6 novembre [1944] partono i primi distaccamenti, il 13 partono Mancen col «Garbagnati», il «Catter», la banda di Fra' Diavolo: vanno nella zona di Capraùna ad oriente della «28».
I giorni seguenti partono il comando della Cascione, metà del comando I Brigata, a poco a poco tutte le bande lasciano la Val Corsaglia. Gli ultimi rimasti con l'intendenza e la cucina intensificano una super alimentazione a base di  bistecche di maiale, lardo, uova, castagne, pasta asciutta e pane bianco.
Il 14 partono su un mulo ed un cavallo Carlo e Scrivano ormai rimessi in forza: faranno la via più lunga per Pra e Val Casotto perché solo per lì si può passare ormai a cavallo.
Il 15 parto anch'io con gli ultimi componenti del comando I  Brigata.
A Fontane rimane Aldo con parte dell'intendenza per pagare gli ultimi debiti o conservare la speranza che li pagheremo. Rimane anche ad organizzare il trasporto di viveri ed equipaggiamento, perché le bande rimaste e tornate in Liguria avranno ancora bisogno di rifornimenti. Rimangono anche le famiglie di Cion, Mancen perché in Liguria sono troppo conosciute, rimane il Rosso e qualche altro ammalato, qualcuno che ne approfitta per passare con i badogliani, pochi perché il grande rastrellamento pare sempre più probabile e da parecchi giorni siamo in allarme perché i badogliani di Val Ellero, dopo violenti scontri, sono stati ricacciati in Val Corsaglia.
Partiamo alle otto e trenta del 15, il freddo è intenso, un leggero strato di neve caduto durante la notte copre la strada: faremo ancora una volta la via del Mongioie, la più dura ma forse anche la più breve. Rifacciamo ancora una volta il percorso ormai noto, sarà l'ultima o dovremo ancora passare in senso inverso queste montagne nevose? Probabilmente no, questa volta tornando in Liguria il clima ci spingerà verso la costa ed una seconda ritirata verso il Piemonte ci sarà preclusa dalla molta distanza e dalle gravi difficoltà. Che faremo se saremo attaccati? Terremo duro sul posto o ci disperderemo. Una cosa è sicura: l'epoca delle grandi ritirate, degli spostamenti in massa è tramontata per sempre.
Percorriamo il primo tratto di strada in lieve pendio, poi la marcia rallenta: attacchiamo la salita del Mongioie.
Torniamo in Liguria. Forse fra poco anche a Fontane ci sarà rastrellamento, gli ultimi giorni sono stati un continuo allarme, i tedeschi hanno attaccato anche Frabosa. È evidente che anche il sistema di non disturbare il nemico a lungo  andare non serve: i concentramenti di truppe nella zona Cuneo-Mondovì indicano chiaramente che l'ora della Val Corsaglia non è lontana. A meno che la minaccia non sia diretta contro Alba e le Langhe che in ottobre Mauri ha occupato in collaborazione con i garibaldini e i G.L.
Avevo letto la «Stella Tricolore», il giornale dei garibaldini, parlava della liberazione delle Langhe: il presidio fascista di Alba, la città più importante, aveva trattato la resa ed era stato lasciato libero di andarsene.  
«È stata una eccezione ai nostri metodi, affermava la «Stella Tricolore», ma abbiamo accettato in omaggio al comando unico».
Il nemico aveva contrattaccato ma era stato respinto: «Non è una delle solite puntate», affermava il nostro giornale: «Alba sarà difesa ad oltranza».
Per Mauri e per la Barbato era l'apogeo come lo era stato per noi il periodo di Garessio e forse più, perché avevano una organizzazione che a noi allora mancava, avevano lanci alleati, una dovizia di mezzi che a noi pareva irreale. Per Mauri tenere Alba era oltre che questione di prestigio, la possibilità di rimanere forte ed organizzato per tutto l'inverno, di evitare lo sbandamento che aveva semidistrutto altre formazioni. Per i tedeschi Alba era un nodo stradale  importante, i partigiani una minaccia troppo forte, le forze si ammassavano da ogni parte, l'urto era fatale, inevitabile. Noi in Liguria avremmo trovato una situazione difficile, ma anche in Piemonte l'avvenire non era sereno. In realtà l'attacco ad Alba era già cominciato e la città era caduta il 2 novembre, ma io allora lo ignoravo.
Marciavamo lentamente, in fila, in salita. Lo zaino pesante per l'equipaggiamento invernale, le due coperte che son riuscito a trovare, grava sulle spalle, la neve è alta, i piedi sprofondano ad ogni passo, intorno, da ogni parte abeti scuri, rocce grige, neve e ghiaccio abbaglianti.
La salita è dura, il fiato groso, una lunga fila di uomini serpeggia lungo il pendio: sono i comandi della I e della V Brigata, parte del Comando Divisionale, qualche banda della V Brigata.
Le recenti nevicate ed il gelo degli ultimi giorni hanno modificato radicalmente il paesaggio; abbiamo percorso l'ultima volta la vallata con i feriti sotto la pioggia, ora il tempo è sereno ma stentiamo a riconoscere la zona.
Dove prima era il sentiero fangoso ora è neve e ghiaccio, dove era il pendio erboso o ghiaione è neve bianca, dove scrosciava il torrente è ghiaccio lucente. Più volte dobbiamo lasciare il sentiero che lo stillicidio di qualche fonte ha trasformato in pendio ghiacciato; camminiamo allora di fianco, fuori strada, sprofondando fino al ginocchio, fino alle anche perché il vento ha accumulato la neve tra i massi del torrente coprendo buche e avvallamenti.
Siamo partiti alle otto e trenta, alle dodici giungiamo dove un mese prima cominciava il nevaio, lì il torrente ha formato un piazzale di ghiaccio: sostiamo, pranziamo: due pagnotte ed un po' di neve. Ci sarebbe anche del salame, ma lo  hanno quelli che sono dall'altra parte del ghiaccio, cominciamo ad essere stanchi e piuttosto che riattraversare quel tratto sdrucciolevole preferiamo fare a meno del salame.
Quante ore ci vorranno ancora per arrivare nell'altro versante? Come sarà la neve più in su? Con uno sforzo ci rimettiamo in piedi: ripartiamo, un po' più lenti. Il cammino è aspro e duro, entriamo ormai nel massiccio del Mongioie, nella zona senz'alberi né pascoli, solo cime brulle e neve. Davanti, più in alto, turbini di nevischio acciecante passano come nubi sul cielo azzurro sollevati dal vento delle cime.
Fra quante ore saremo lassù?
Proseguiamo sempre più penosamente, con soste sempre più frequenti: la zona non è più che un vasto nevaio in ripido pendio, qua e là qualche roccia affiorante, intorno fanno cornice i massicci del Pizzo d'Ormea e del Mongioie.
Sul vasto nevaio soffia a raffiche il vento invernale. I partigiani si fermano, io e qualche altro abbiamo passamontagna che ho fatto fare con la mia vecchia coperta, ho anche guanti e copriguanti; gli altri difendono il volto col braccio dalle miriadi di cristallini ghiacciati che passano col vento. Cessata la raffica proseguiamo, ci arrestiamo ancora quando il vento riprende, poi ancora avanti. Dopo un po' ci abituiamo anche al turbine, chiudiamo solo un po'  gli occhi continuando a marciare. Le barbe ed i capelli si riempiono di ghiaccioli che il calore della marcia fonde ben presto.
La colonna sale sempre sempre più lunga e più distanziata. Avanti ancora, il sentiero, la pista passa ora ai piedi di un roccione al riparo dal vento, in ombra.
È qui che in ottobre, il 24, abbiamo dovuto incidere i gradini nel ghiaccio per far passare la barella.
Ci asciughiamo il volto col fazzoletto e poi su ché a fermarsi all'ombra fa freddo. Siamo passati un mese fa in questi luoghi col buio, con i vestiti leggeri e le scarpe rotte. Che sarebbe stato se avessimo dovuto farlo ora con tanta neve, di notte? Pensiamo con sgomento ai nostri compagni rimasti in Piemonte, se il rastrellamento li spingerà in queste zone quale sarà la loro sorte?
Alle tre e trenta giungiamo sul valico: il Bocchino d'Aseo. Gli ultimni duecento metri hanno richiesto più di mezz'ora perché ormai siamo esausti. Ora però innanzi a noi è la discesa.
Sul valico al sole ci fermiamo qualche minuto: di fronte a noi è di nuovo la Liguria, le nostre montagne, il paesaggio dai nomi noti. L'aria fredda, limpida; lo sguardo abbraccia una zona vastissima, anche lì è nevicato molto, tutte le cime sino al Saccarello sono ormai bianche sino alle falde, verso ponente tutta la catena della Val Roja è coperta di neve, lo stradone Tanarello-Limone pare un sottile filo nero in tanto bianco. Come è lontano quel giorno di agosto in cui con gli uomini di Umberto vi ero passato per attaccare Limonetto!
Scendiamo, il pendio è anche qui ripido. La neve ha coperto ogni cosa. Seguiamo le orme di quelli che sono già passati perché non c'è altra pista segnata. La discesa è ripida, unica fatica è mantenere l'equilibrio chè spesso la neve manca sotto i piedi. In molti punti costeggiamo burroni a picco, i piedi costretti in uno spazio ristretto hanno scavato una specie di canale attraverso la neve alta. È necessario allora chinarsi e strisciare sulla neve frenando continuamente con le mani e col corpo; rimanendo ritti e  perdendo  l'equilibrio si  finirebbe giù nel­l'abisso dove finì lo zaino del sarto austriaco quel giorno. Nei punti più diffici scendiamo uno alla volta, distanziati perché la caduta di uno non trascini anche gli altri o il soverchio peso non provochi una valanga ché non sappiamo quanto sia alta la neve né se sotto di noi ci sia roccia o vuoto.
È evidente che il passo del Bocchino non è più transitabile coi muli e che di notte o con la nebbia anche per gli uomini non sarebbe prudente passarvi. Continuiamo a marciare mentre il sole volge al tramonto. La strada è lunga, sembra eterna, la neve a poco a poco diminuisce, il pendio è meno ripido, in basso si comincia a vedere Viozène, Pian Rosso: in giù la neve non si è fermata; fra poco saremo all'asciutto e attenderemo i compagni che, come puntini neri, vediamo muoversi lassù dove la neve è ancora illuminata dal sole.
Quando troviamo la strada sul terreno senza neve ci sediamo per riposarci ed attendere.
Gino Glorio (Magnesia), Alpi Marittime 1943-45. Diario di un partigiano - II parte, Nuova Editrice Genovese, 1980, pp. 28-31

8 novembre 1944 - Il patriota ucciso ho saputo che è di Acquetico e che si chiama Luciano. I due assassini sono passati questa mattina alle 9,30 dalla Paperera ed hanno chiesto indicazioni per arrivare a Testico. L'Avv.to Bruna, giunto da Albenga stamattina, mi ha confermato che, lungo la fascia costiera, esiste effettivamente un forte movimento di tedeschi che si dirigono verso Genova. Ore 4 pomeridiane: hanno portato in Pieve uno degli autori dell'aggressione di ieri, ed è pure lui di Acquetico. Era ammanettato e l'hanno portato in Municipio, ove subì un lungo interrogatorio. Nel pomeriggio è stato pubblicato un manifesto nel quale si invita la popolazione a non fare né commenti né congetture, perché presto anche il secondo assassino sarà identificato e catturato e ambedue subiranno il castigo che meritano.
9 novembre 1944 - Questa mattina si sono svolti i funerali del patriota ucciso ieri - Oltre a molta gente del paese vi era pure un gruppo di partigiani, con il loro comandante Osvaldo Contestabile di Pornassio - Nel Cimitero hanno salutato la salma con un ricordo funebre commosso, e una salva di moschetti. L'ombrellaio di Pieve e Biga, giunti or ora da Mondovì, ove si sono recati per rifornirsi di generi alimentari, dicono che da Mondovì a Ormea si nota un movimento veramente impressionante di Alpini (Monte Rosa) e Granatieri repubblichini i quali non molestano affatto i viandanti, anzi nelle salite più di una volta li hanno aiutati a spingere il loro carretto.
10 novembre 1944 - Da ieri si verifica anche un insolito movimento di patrioti che, scendendo da Nava, s'avviano verso il mare. Anche questa notte son passate alcune bande ben armate -  Avevano pure due mortai e cinque muli.
11 novembre 1944 - È mezzogiorno e, fino a questo momento, non vi è nulla da segnalare. Il caso è assai strano, essendo giorno di sabato che, per lo più, non passa mai inosservato - I giorni di marca sono sempre stati il sabato e la domenica. Il Commissario del Comune, giunto testè da Oneglia, informa che domani o lunedì arriveranno a Pieve 200 tedeschi per la ricostruzione dei ponti Saponiera e Gadè -, lavoro che vogliono ultimare in nove giorni. Dice di rimanere tranquilli perché non molesteranno la popolazione civile - Ciò farebbe piacere se non vi fosse la paura che i partigiani non tentino qualche azione imprudente e solo apportatrice di rappresaglia verso la popolazione civile.
12 novembre 1944 - Magaglio il cementista, venuto da Ormea, racconta che i partigiani ieri hanno nuovamente fatto saltare il ponte ricostruito dai Tedeschi a Ponte di Nava, sicché tutti gli abitanti, che erano oltre il fiume (che è in piena), per potersene tornare a casa, sono stati costretti a fare il giro da Cantarana, con tutto il bestiame appresso. In Castelvecchio [di Imperia] i tedeschi hanno invaso la casa dei pompieri, asportando ogni cosa. Hanno pure preso il comandante Arnaldo Brignacca che però, giunti a Diano Marina, lasciarono andare libero. Mio figlio, passando per il colle d'Armo, è giunto ieri sera da Ormea con un carico di 26 chili di generi alimentari. I patrioti ci hanno assicurato che, durante la ricostruzione dei ponti, non avrebbero fatto veruna azione contro i tedeschi. Tale dichiarazione fu per tutti di grande sollievo.
13 novembre 1944 - Contrariamente alle assicurazioni che nessun civile sarebbe stato molestato per le riparazioni ai ponti, questa mattina all'alba, cioè alle ore 7 il «lancia grida» ci informa che: «Per ordine del comando tedesco, tutti gli uomini dai 16 ai 60 anni, alle otto e mezza di stamattina, debbono trovarsi al ponte Paperera per opportuni lavori». I tedeschi sono giunti ieri sera ed hanno pernottato a Muzio, invadendo la mia casa -  (Come al solito). Oggi però si sono trasferiti a Pieve
Nino Barli, Vicende di guerra partigiana. Diario 1943-1945, Valli Arroscia e Tanaro, ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, tip. Dominici Imperia, 1994
 

venerdì 1 ottobre 2021

Beni degli ebrei e di nemici, sequestrati dal fascismo a Bordighera

Bordighera (IM): Villa I Balzi

L'ente Egeli era stato istituito nell'ambito dei provvedimenti razziali del 1938 per curare la gestione e la liquidazione dei beni ebraici espropriati in applicazione del rdl 9 febbraio 1939, n. 126. Successivamente la legge 16 giugno 1939, n. 942, aveva affidato al nuovo organismo gli immobili divenuti di proprietà statale dopo che era andato deserto il secondo esperimento d'asta, effettuato a seguito di procedura esecutiva esattoriale. Lo scoppio della guerra aveva aggiunto come ulteriori competenze, la gestione dei beni dei cittadini di nazionalità nemica sottoposti a provvedimenti di sequestro in applicazione dell'art. 20 della legge 19 dicembre 1940, n. 1994. Dopo l'8 settembre, sorta la Repubblica sociale italiana, l'Egeli era stato trasferito al Nord e incaricato di ulteriori attribuzioni. Col decreto legislativo 4 gennaio 1944, n. 1, passavano all'ente le aziende industriali e commerciali già dichiarate nemiche dal governo e fino ad allora di spettanza del Ministero delle corporazioni. Il decreto n. 2 della stessa data, inaspriva le misure contro gli ebrei sancendo la confisca totale di tutte le proprietà ebraiche italiane e straniere che entravano pertanto nell'ambito dell'attività dell'Egeli. La spaccatura militare e istituzionale dell'Italia vedeva la contemporanea emanazione da parte del governo del Sud di provvedimenti di tenore opposto quale il rdl 20 gennaio 1944, n. 26, contenente disposizioni per la reintegrazione nei diritti patrimoniali dei cittadini italiani e stranieri già dichiarati o considerati di "razza ebraica". La previsione di un rapido scioglimento dell'Egeli verrà presto smentita dall'evolversi degli avvenimenti. Se, infatti, il dllg 5 ottobre 1944, n. 252, ordinava la pubblicazione del decreto n. 26 del 20 gennaio rendendo operative le prime retrocessioni di beni sequestrati in base alla normativa del 1939, più complesso per l'Egeli fu provvedere, dopo la Liberazione, alla restituzione delle proprietà confiscate nella Repubblica sociale italiana non solo per la mole e il numero, ma anche per la difficoltà di tracciare un quadro esatto della situazione patrimoniale dovendosi lamentare disordini, dispersioni di documentazione, soprusi. Allo scioglimento dell'Egeli si arriverà con dpr 22 marzo 1957 emesso in applicazione della l 4 dicembre 1956, n. 1404, approvata per disciplinare la soppressione e messa in liquidazione di enti, società, organismi interessanti la finanza statale, i cui scopi erano cessati o comunque costituenti un onere per il bilancio dello Stato. La riforma, che si inseriva in un più vasto progetto di razionalizzazione della pubblica amministrazione, era stata sollecitata dalla necessità di chiudere numerose istituzioni sorte durante il fascismo per realizzare i suoi scopi soprattutto nei settori economici e coloniali ed ormai del tutto superati. Per provvedere a tale compito era stato organizzato dal gennaio 1957 un apposito Ufficio liquidazioni inserito nell'Ispettorato generale di finanza della Ragioneria generale dello Stato. A tale struttura con dm 13 novembre 1957 furono affidate le operazioni di chiusura dell'Egeli quando fu esaurito l'incarico di commissario liquidatore dato ad Ercole Marazza. Responsabile della gestione dell'ente venne nominato l'avvocato Giuseppe Vania già direttore generale dell'Egeli. Al momento delle consegne al Tesoro, la relazione sulla attività e la documentazione allegata rivelano che l'ente aveva mantenuto distinte cinque gestioni: "gestione beni ebraici espropriati 1939"; "gestione beni esattoriali"; "gestione beni alleati"; "gestione beni ebraici confiscati o sequestrati 1944"; "gestione beni germanici". Risultava che erano ancora da definire sei pratiche di beni ebraici espropriati; 66 erano gli immobili da alienare provenienti da esecuzioni esattoriali; 90 erano le posizioni aperte tra i beni alleati e 32 tra i beni germanici. Tra i beni ebraici confiscati rimanevano a carico dell'ente oggetti, fra cui alcuni preziosi non rivendicati dagli aventi diritto e titoli vari consegnati all'Egeli dall'Arar in quanto appartenenti ad israeliti. Il numero delle pratiche da chiudere, quindi, era sostanzialmente limitato e decisamente ridotto rispetto alla quantità di fascicoli prodotti durante la sua esistenza a giudicare dalla nota di consegna dell'archivio che nel dicembre 1957 consisteva oltre che di carteggi di carattere generale, di più di 13.000 unità intestate ad altrettanti titolari e organizzate secondo questa ripartizione: beni ebraici, fascicoli numerati da 1 a 200; beni esattoriali, da 1 a 186; beni alleati, da 1 a 4005; beni ebraici confiscati, da 1 a 8112; beni germanici, da 1 a 535. Di questo cospicuo archivio restano purtroppo solo esigui nuclei di documentazione. Quando, dopo un anno dalla chiusura dell'ente effettuata nel 1997 dall'Ispettorato generale per gli affari e per la gestione del patrimonio degli enti disciolti, erede dell'originario Ufficio liquidazioni, fu predisposto il versamento all'Archivio centrale dello Stato del carteggio Egeli, veniva acquisito un complesso documentario di dimensioni decisamente modeste, poco più di 200 cartelle al cui interno il personale del Tesoro aveva inserito i fascicoli con un ordine più o meno curato, probabilmente funzionale alle esigenze di natura essenzialmente contabile che interessavano. [tratto da PCM, Rapporto generale della Commissione per la ricostruzione delle vicende che hanno caratterizzato in Italia le attività di acquisizione dei beni dei cittadini ebrei da parte di organismi pubblici e privati.
Redazione, Ente gestione e liquidazione immobiliare - EGELI  (1939-1977), Ministero della Cultura

Bordighera (IM): Villa Paradiso in Via dei Colli

[n.d.r.: si fa seguire, espunta dall'opera sopra citata, la quasi totalità dei casi riguardanti Bordighera, confidando di non aver fatto troppi errori nel compiere le selezioni dentro le distinzioni colà operate, in quanto nel dopoguerra Egeli, nel mentre censiva i diritti di ebrei e di stranieri, provvedeva anche a congelare i beni italiani di cittadini tedeschi]


Bordighera (IM): la collina con la Torre Mostaccini

1071 - Società Alloggi Biellesi Anonima (A.L.B.A.). Villa "Piovano", già "Villa Franca" sito in via Cesare Balbo n. 1, regione Braie, Bordighera (1944 - 1948)
1078 - Segre Clotilde fu Emanuele. Effetti personali conservati presso la pensione "Italia" sita in via Romana, Bordighera (1944 - 1948)
1555 - Amman Paolo e Luigi fu Augusto. "Villa Modesta" con terreno, sita in via Garnier n. 46, Bordighera (1941 - 1952)
1559 - Andrina Paolo fu Luigi. Villa "Agincourt" sita in via Torquato Tasso n. 5, via Alessandro Volta nn. 2-4, via Vincenzo Gioberti n. 8, Bordighera; conto corrente presso la sede della Banca d'Italia di Sanremo (1942 - 1951)
1572 - Arndt Lorenzo fu Giorgio. "Casa Francesca" sita in via Vittorio Veneto n. 52, Bordighera (1939 - 1948)
1573 - Arnold Emily fu Alfredo in Bourne. "Villa Gladiolo" con giardino e terreno sita in via Coggiola nn. 14 e 16, Bordighera (1941 - 1952)
1611 - Barry Felice Mario fu Giuseppe. Appezzamento di terreno sito in regione Colle, via dei Colli n. 16, Bordighera; deposito titoli presso la Banca Commerciale Italiana di Sanremo (1942 - 1960)
1612 - Barry Florence May di Alberto. "Villa Paradiso" con terreni, autorimessa e casetta, sita in località Pian Cassone n. 124, Cannero (comproprietà) (1941 - 1952)
1631 - Bernier Enrico fu Enrico. Appezzamenti di terreno, Bordighera (1941 - 1961)
1656 - Billson Carlotta vedova Richardson. "Villa Casalvecchio" con giardino, sita in frazione Borghetto S. Nicolò, Bordighera (1940 -
1679 - Boniface Emilio fu Cirillo. Villa "Ya-mi-ki" sita in via Febo n. 24, Bordighera; appezzamento di terreno sito in frazione Borghetto San Nicolò, Bordighera (1942 - 1951)
1699 - Bouquerot de Voligny Giulio Giacomo fu Eugenio. Palazzina con giardino sita in via S. Antonio nn. 42, 44, Bordighera (1941 -
1702 - Bowman Paget Norman fu Paget John Merrian; Bowman Guy Eddowes Paget fu William Paget. Villa "Casa Piccola" con terreni, sita in via Giuseppe Verdi n. 12, regione Bruscae, Bordighera (1941 - 1960)
1716 - Bulgheroni Luisa fu Francesco in Otto Forster. Casa con giardino sita in via Roberto, Bordighera (1936 - 1949)
1789 - Clarke Ada, Jessey, Tirel e Dora fu Guglielmo. "Villa Primavera" sita in via Romana n. 49, Bordighera; via Stoppani n. 2, Bordighera (1941 - 1959)
1799 - Cortet Giovanbattista Giorgio. Villa "Il Bungalow" con giardino, sita in via Febo n. 22, Bordighera (1941 - 1951)
1831 - Daly De Burgh Elena e Muriel, fu Enrico; Hodge Edith Isabel fu Guglielmo. Immobile con terreno e fabbricati rustici, sito in via XXVIII Ottobre, nn. 4 e 5, Bordighera; appezzamento di terreno sito in via S. Antonio, Bordighera (1941 - 1952)
1833 - Daniele Caterina in Hankins, fu Giuseppe. "Casa Vigia" sita in Regione Braja, via Predappio n. 21, Bordighera; casa uso forno e abitazione, via Predappio n. 21, Bordighera (1942 - 1949)
1856 - Digby Sofia vedova Buddicom. Villa "Cappella" con terreni, sita in regione Bellavista, Bordighera; automobile "Bianchi"; automobile FIAT 509; appezzamenti di terreno e immobile rustico, Bordighera (1934 - 1952)
1873 - Etienne Marcello fu Eugenio e Chiabotto Claudina di Giovanni, coniugi. Casa sita in via Pasteur, frazione Borghetto San Nicolò, Bordighera; terreni siti in regione Magauda, Bordighera (1942 - 1962)
1902 - Forbes Stuart Georges fu Alessandro. Villa "I Balzi" con giardino e autorimessa, sita in via dei Colli n. 73, Bordighera (1941 - 1952)
1952 - Gazzola Lorenzo e Jullien Giulia Henriette Marguerite. Usufrutto su appezzamento di terreno, Bordighera (1941 - 1951)
2002 - Guglielmi Lorenzo fu Francesco e Grisone Angela fu Francesco. Fabbricato sito in Regione Abitato, Vallebona; appezzamenti di terreno e fabbricati rurali, Vallebona; appezzamento di terreno, Vallecrosia; appezzamento di terreno sito in frazione Borghetto San Nicolò, Bordighera (1942 - 1947)
2003 - Guglielmi Francesco fu Lorenzo. Porzione di fabbricato civile sito in via Scudier n. 21, Vallebona (1942 - 1949)
2004 - Guglielmi Pietro di Alessio. Porzione di fabbricato rurale con terreni siti in Vallebona (1942 - 1947)
2005 - Guglielmi Rosa di Giobatta. Terreni siti in Vallebona (1941 - 1948)
2029 - Hoult Dora Mildred Murray fu Giuseppe. "Villa Monteverde" con parco sita in via Torre dei Mostaccini n. 25, Bordighera; appezzamenti di terreno siti in località Torre dei Mostaccini, Bordighera; conto corrente e baule in deposito presso la Banca Commerciale Italiana, filiale di Bordighera (1937 - 1959)
2030 - Humphreys Giorgio Noel fu Guglielmo Daniele. "Villa Iride" con terreno e frutteto, sita in via Colla n. 11, Bordighera; fabbricati rurali e appezzamenti di terreno, Bordighera (1940 - 1952)
2046 - Jaubert Giorgio fu Francesco. Casa con giardino e magazzini sita in via Aurelia n. 19, Borgata Arziglia, Bordighera; cassetta di sicurezza conservata presso la filiale della Banca Commerciale Italiana di Bordighera (1940 - 1947)
2057 - Knowles Speranza fu Alberto in Harris. "Villa Speranza" con giardino siti in via Galileo Galilei n. 3, Bordighera (1941 - 1956)
2064 - Lambton Caterina fu Giorgio vedova Godoephin, duchessa di Leeds. "Villa Selvadolce" con parco, rustici e terreni, sita in via dei Colli n. 58, Bordighera (1939 - 1958)
2074 - Latier Luigi fu Francesco. Appezzamento di terreno sito in frazione Borghetto San Niccolò, Bordighera; appezzamenti di terreno a Vallebona, Imperia (1940 - 1947)
2075 - Laurent Adriano ed Elisa fu Pietro. Villa "Il Bungalow" con giardino, via Febo n.22, Bordighera (1941 - 1952)
2076 - Laurgnier Maria fu Remigio, Boulle Maria fu Fiorentino e Merle Teresa Melania fu Andrea. Appezzamenti di terreno, Bordighera (1942 - 1949)
2092 - Vescovo o Episcopio di Londra e comunità del culto anglicano. Chiesa anglicana di Ognissanti, Bordighera; sala adibita a teatro"Victoria Hall", sita in via Vittorio Veneto n. 28, Bordighera; "Villa San Giorgio" con giardino e autorimessa, sita in via Vittorio Veneto n. 28, Bordighera; appezzamenti di terreno, Bordighera; chiesa anglicana, Ospedaletti; chiesa anglicana di San Giovanni sita in via Regina Margherita, Sanremo; chiesa anglicana di Ognissanti sita in corso Matuzia n. 2, Sanremo; locale ad uso abitazione sito in corso Matuzia n. 2, Sanremo; "Villa Graziella" sita in corso Impero n. 117, Sanremo (1938 - 1952)
2093 - Long Bourchier Hoare Guglielmo fu Riccardo, Oliver Vera Cecilia fu Giuseppe. "Villa Vera" con terreni e fabbricati rurali siti in via dei Colli n. 44, Bordighera (1941 - 1957)
2105 - Lupi Guglielmo fu Benedetto. Fabbricati rurali e appezzamenti di terreno siti in Vallebona (1942 - 1946)
 
Bordighera (IM): Villa Sant'Agnese

2129 - Marshall Cecily Mary fu Reginald. Villa "Sant'Agnese" con giardino, sita in via Romana n. 73, Bordighera (1940 - 1954)
2144 - Maurin Giovanni, Paolo, Isabella in Morel, fu Emilio; Maurin Edoardo, Giacomo, Elena, Lucia fu Enrico, Guerard Maria Teresa fu Germano vedova Maurin Enrico; Borelli Francesco, Gerolamo, Giorgio fu Francesco; Jullien Isabella Maria vedova Malaret fu Augusto, Jullien Francesco fu Augusto, fratelli. Appartementi siti in Bordighera; diritto di sopraelevazione sopra una casa a tre piani fuori terra con negozi sita in via Roma n. 2, Bordighera; sottotetto sito in piazza della Stazione n. 2, Bordighera; uliveti siti in Regione San Giulio e Colle Piana, Bordighera (1940 - 1952)
2157 - Menzies of Menzies Susan e Hamilton Dalrymple John James fu Giovanni of Stair. "Villa Gaia" con terreno, magazzini, immobile rustico e garage, sita in via dei Colli, Bordighera (1940 - 1952)
2167 - Milhau Giovanni Renato fu Germano. Casa con magazzini siti in regione Arziglia, via Pescatori n. 7, Bordighera (1941 - 1952)
2169 - Millicent Ruth fu William vedova Cuming. "Villa S. Fè" con giardino, sita in via dei Colli n. 59, Bordighera (1941 - 1952)
2209 - Nichelson Sara Isabel fu John. Villa "Iride", Bordighera, usufruttuaria (vedere pratica 1187 N intestata a Noel Humphreys fu Guglielmo) (1941 - 1948)
2226 - Pagnier Giorgio di Virgilio. Stabile con giardino sito in viale Regina Elena n. 140, Bordighera (1941 - 1946)
2239 - Passeron Rosa e Luisa fu Carlo. Fabbricato rurale e appezzamento di terreno sito in regione Ciaze, Bordighera (1941 - 1948)
2269 - Pownell Costance Emily fu Asketon ved. Coates. "Villa Irene" con giardino sita in via Dei Colli n. 1, Bordighera (1941 - 1950)
 
Bordighera (IM): Villa Rosa

2313 - Riccardi Cubitt Tommaso fu Lewis. "Villa Rosa"con giardino e appezzamento di terreno, siti in via Vittorio Emanuele n. 192, Bordighera; cassetta di sicurezza conservata presso la Banca Commerciale Italiana (1941 - 1952)
2330 - Rogers Florence fu Giovanni. Villa "Vaniglia" sita in via Romana n. 57, Bordighera (1934 - 1952)
2362 - Saint Amour De Chanaz Angelica di Carlo Alberto in Vialet de Montbel. Villa "Romana" con appezzamento di terreno sita in via Romana n. 81, Bordighera (1941 - 1956)
2406 - Ropschitz Elena fu Giacomo in Stalmeister Maurizio. Villa "Rondinella" con giardino e terreno siti in via Romana n. 47, Bordighera (1942 - 1952)
2437 - Traill Norton. Mobili, arredi e suppellettili siti nell'alloggio al piano rialzato dell'immobile "Villa Romana", sita in via Romana n. 81, Bordighera (1942 - 1949)
2440 - Trembat Giovanna fu Enrico vedova Johns; Johns Henry, Ethel Bainard, Annie Winifried fu Henry. "Villa Ortensia" sita in via Cesare Augusto n. 2, Bordighera (1934 - 1952)
2484 - Voron Pietro e Antonio di Giuseppe. Villa "Voron" sita in via Giuseppe Verdi n. 6, Bordighera (1940 - 1951)
2490 - Walter Carlo fu Francesco e Hardy Margaret fu William, coniugi. Due appartamenti, siti in via Lunga n. 63, Bordighera (1941 - 1952)
2492 - Warren Enrichetta e Federica fu Edoardo. Mobili siti in via Pasteur n. 34, Bordighera (1942 - 1949)
2505 - Woodman Agnese Maria Margherita fu William, vedova Thompson. "Villa Mascotte" con giardino sita in via San Bernardo n. 4/6, Bordighera (1941 - 1959)

Bordighera (IM): Villa Hortensia o Ortensia

Decreti di revoca e riepiloghi dei sequestri revocati (1945 - 1949)
2 unità
Decreti di revoca di Prefetture diverse e schede di riepilogo dei sequestri di beni germanici poi revocati
5781 - Decreti di revoca (1945)
Decreti di revoca della Prefettura di Savona e di Cuneo
5782 - Beni germanici (1949)
Schede nominative relative ai sequestri revocati: riepilogo della situazione dei beni dal verbale di sequestro al verbale di riconsegna
Sequestri di beni non ancora eseguiti e revocati (1940 - 1948)
25 unità

Bordighera (IM): ex Albergo Bristol

[...]  5798 - Von Ins Emma fu Felice, vedova Calvanna. "Villa Casino" e casa San Antonio site in via Regina Elena n. 16, Bordighera; casa "Bellavita" sita in via del Borgo, Bordighera; albergo Bristol sito in strada Romana, Bordighera; appezzamenti di terreno siti in Bordighera. Corrispondenza, decreto di revoca (1941 - 1943)
Fascicoli nominativi contenenti corrispondenza e decreti di revoca di beni nemici non ancora sequestrati 

Sequestri di beni germanici (1932 - 1969)
92 unità
255
Fascicoli nominativi contenenti corrispondenza, verbali e documentazione contabile relativamente a pratiche di beni germanici sottoposti a sequestro (in parte revocati). I fascicoli sono stati riordinati in ordine alfabetico di nominativo ma riportano la segnatura originale, composta da numeri di pratica e sigla della provincia, che probabilmente dettava l’originale criterio di conservazione (cfr. Indice dei nomi)
5864 - Neuhoff Alfredo fu Stefano. Orti irrigui con colture floreali, Bordighera (1946)
5865 - Neuhoff Augusto fu Stefano. Orto irriguo a colture floreali sito in Bordighera (1946 - 1958)
5866 - Neuhoff Ottavio fu Stefano. Appezzamento di terreno, Bordighera (1946 - 1958)
5882 - Schlosser Edmondo. Beni mobili depositati nella casa "Bruzzone", via Alessandro Manzoni n. 3, Bordighera. Beni passati al sig. Didero Enrico fu Matteo quale sequestratario, in sostituzione dell'EGELI (1946 - 1952)
5890 - Società per l'erezione di chiese tedesche all'estero. Fabbricato adibito a funzioni di culto sito in via Vittorio Emanuele II n.1, Bordighera (1946 - 1952)

Nella fotografia, il limitare della zona dove sorgeva Villa Cappella di Bordighera (IM)

(a cura di) Ilaria Bibollet, Iris Bozzi, Anna Cantaluppi, Erika Salassa, Gestioni Egeli - Ente di Gestione e Liquidazione Immobiliare, III Inventario, Istituto San Paolo di Torino, Archivio Storico della Compagnia di San Paolo, Torino, 2014 
 
Tentare di dare una definizione chiara e precisa dei compiti dell’Ente di Gestione e Liquidazione nel corso degli anni della seconda guerra Mondiale non risulta cosa facile.
Come emerge dai documenti analizzati, l’Egeli venne creato appositamente per svolgere il ruolo di gestore e coordinatore di tutta la complessa vicenda della confisca dei beni ebraici, ma nel corso della vicenda storica e nei passaggi che si susseguirono non è errato dire che, indubbiamente, la funzione politica che venne ad assumere fu quasi importante quanto quella per cui in origine fu creato.
L’Egeli non fu mero esecutore materiale della disciplina legislativa,come per molti anni fu invece ribadito da coloro che lo avevano diretto e presieduto, forse più per una sorta di giustificazione e conservazione del proprio operato che per altro.
Da alcuni verbali risalenti alla fine del 1944, redatti sotto l’ultima presidenza del periodo bellico dell’Ente, si evince come il Consiglio di amministrazione dell’Egeli abbia contribuito all’elaborazione dei decreti del 4 Gennaio 1944, partecipando attivamente alla stesura delle norme destinate a regolamentare la confisca nel periodo della Repubblica Sociale.
Sempre a conferma dei molteplici poteri e degli incarichi assegnati all’Ente, che andavano ben oltre la semplice gestione, va sottolineata la stretta collaborazione con il Ministero delle Finanze; con tale organo l’Egeli dialogò per la definizione di numerose e delicate questioni, riguardanti ad esempio i criteri di sistemazioni delle Società anonime di cui era stata confiscata la maggioranza o la totalità del capitale azionario o ancora i criteri per la vendita od assegnazione di mobili ed effetti d’uso richieste dalle prefetture da destinare ai sinistrati.
Questi interventi rivelarono come in realtà l’Ente riuscisse ad indirizzare la gestione dei beni confiscati, dialogando con altri organi e riuscendo ad imporre le proprie direttive politiche.
È innegabile che l’Egeli fu dotato di una forte autorità e che riuscì, in molte situazioni, a dettare le linee da seguire piuttosto che limitarsi a percorrerle come mero esecutore.
Annamaria Colombo, La spoliazione dei beni degli ebrei in Italia in seguito alle leggi razziali del 1938 e le relative restituzioni, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Milano, Anno Accademico 2001-2002