domenica 12 settembre 2021

Prigionieri di guerra jugoslavi a Garessio

Alto (CN) - Fonte: Mapio.net

Uno dei primi alassini a salire ad Alto [provincia di Cuneo, alta Val Pennavaira], veramente agli albori e cioé verso fine di settembre 1943 era Giuseppe Arimondo (Pippo o Elio o Mingo o D 33), ex ufficiale di artiglieria reduce da Trieste dopo il fatidico 8 settembre. Aveva trovato rifugio nella cascina Quan, in località Costabella ad Alto, mentre l'altro alassino Giovanni Sibelli (Sergio), anch'egli fuggito da Trieste dal 34° Reggimento artiglieri "Sassari", era nella cascina di Ettore in località Ferraia. Sibelli ritornerà dopo qualche tempo ad Alassio per aggregarsi al CLN e per dare il suo notevole contributo al locale PCI clandestino. Ad Alto, Sergio collaborava con Giorgio Alpron (Giorgio I o Cis)... Emozionante era stato per Pippo l'incontro con Felice Cascione (U Megu) e Vittorio Acquarone nella trattoria di Adelina, quando i due imperiesi tentavano di stabilire i primi collegamenti con gli albenganesi animati dalla comune fede comunista. Un episodio significativo era stata la ricerca di tre ufficiali jugoslavi prigionieri, evasi dal campo di concentramento di Garessio e rifugiatisi sul Monte Galero, saltuariamente soccorsi da Rina Bianchi di Nasino [in provincia di Savona, Val Pennavaira]. Pippo Arimondo con alcuni albenganesi... coronavano la ricerca, aggregando i tre slavi Milan R. Milutinovic (Mille), Obren L. Savic (Vincenzo) e Mihajlo Kavagenic (Michele o Dabo) al distaccamento ribelle. I tre jugoslavi combatteranno con i partigiani fino alla fine del conflitto. Arimondo (Pippo) nel gennaio 1944 scendeva ad Alassio per organizzare, come detto, il trasporto di armi e di munizioni. Nella sosta di alcuni giorni in Riviera incontrava in una casa privata di via Diaz, assieme a Virgilio Stalla, Angelo Martino e Giovanni Sibelli, il dirigente comunista Giancarlo Pajetta (Nullo o Mare), ispettore militare in viaggio lungo la costa ligure per coordinare le prime squadre partigiane comuniste, le Stelle Rosse. Avuto l'assenso per la disponibilità degli armamenti, Pippo ritornava ad Alto per riferire l'esito della missione. A quel punto Viveri (Umberto) e il comando partigiano rimandavano Pippo ad Alassio... Nel frattempo da Alto arrivava la tragica notizia della morte di Felice Cascione e la conseguente dispersione dei garibaldini verso il Piemonte.
Francesco Biga e Ferruccio Iebole (a cura di Vittorio Detassis), Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria), Vol. V, Ed. Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia, 2016 

In altra occasione nel luglio 1942 il rifiuto dei prigionieri di rientrare nelle baracche dopo le ore 21 era stato represso a colpi di arma da fuoco con un bilancio di un morto ed un ferito. <79
Appena un mese dopo la quasi totalità dei prigionieri ex jugoslavi veniva trasferita in Piemonte nel campo di Garessio dove avrebbero goduto di un trattamento più umano. <80
Nelle sue memorie il prigioniero di guerra alleato J. Verney descrive l’uccisione di un soldato jugoslavo alla stazione di Sulmona nella concitata fase di trasferimento da Fonte d’Amore il 30 settembre <81.
Il territorio aquilano sarebbe stato tuttavia nuovamente frequentato da soldati e civili slavi rastrellati quando il Ministero della Guerra, per lenire le conseguenze di un’economia di guerra in gravi difficoltà, decise di pianificare l’utilizzo di manodopera a favore delle aziende private mediante l’utilizzo di prigionieri, pratica poi estesa anche agli internati civili. <82
79 Dal diario di Radovanović in R. Amedeo, Gli ufficiali … cit. p.123.
80 In provincia di Cuneo, a Garessio, entrava in funzione dall’ottobre 1942 il campo 43, riservato a prigionieri di guerra del disciolto Esercito jugoslavo. Ben migliore il trattamento ricevuto a Garessio rispetto a Sulmona: «Non occorre descrivere tutto, basti pensare alla comodità e, posso dire, che ci sentivamo quasi tutti villeggianti venuti qui a riposare.» Il diario di Radovanović è riportato in: R. Amedeo, Gli ufficiali … cit.
81 J. Verney, Un pranzo di erbe cit. p.48.
82 La competenza della gestione dei campi di lavoro, dapprima del Ministero della Guerra che provvedeva a regolamentarla con C.M. n.6 .721/C del 13 maggio 1942, veniva poi trasferita, l’anno successivo, al Ministero degli Interni.

Riccardo Lolli, La presenza degli internati slavi nell'Appennino aquilano. 1942-1944, Ricerca effettuata per l’Istituto Abruzzese per lo studio della Storia della Resistenza e dell’Età contemporanea, versione aggiornata al 30 aprile 2018, www.partigianijugoslavi.it  

L'Hotel Miramonti di Garessio (CN) - Fonte: VBStudio.net

“Insieme con noi, braccio sotto braccio, scapparono il comandante, ufficiali, sottufficiali e sentinelle, tutti uniti verso lo stesso destino. Eravamo veri fratelli, come se fossimo vissuti sempre insieme, e nessuno più pensava a quello che eravamo considerati sino al 10 settembre 1943. A questo punto comincia l’opera umana della popolazione di Garessio, che correva dappertutto per incontrarci, per offrirci quello di cui disponeva”.
Spasoje Radovanović, nato in Montenegro nel 1916, sottotenente dell’esercito del regno di Jugoslavia e in procinto di diventare partigiano in Italia, descrive così nel proprio diario i convulsi eventi attorno all'8 settembre 1943. Due giorni dopo l’annuncio dell’armistizio di Badoglio, Radovanović e altri circa 400 connazionali prigionieri di guerra riuscirono finalmente a fuggire dal Campo 43 di Garessio, nell’alta valle Tanaro in basso Piemonte, cercando rifugio tra i boschi.
[...] Campo 43. Internamento, solidarietà, resistenza civile
Spasoje Radovanović e compagni si trovavano a Garessio dall’ottobre 1942, quando le autorità fasciste misero in funzione il Campo Prigionieri di Guerra 43, collocato presso un albergo abbandonato, il Miramonti. Furono trasferiti lì dal Campo 78 di Sulmona, e molti di loro provenivano dalla prigionia in Germania. Il Miramonti diventava così uno dei circa 60 campi di prigionia per militari in territorio italiano nei quali, nel marzo 1943, si trovavano internati circa 80.000 combattenti stranieri catturati dall’inizio della guerra (secondo i dati riportati da LavoroForzato.org e CampiFascisti.it).
I reclusi a Garessio (480 secondo la lista ufficiale, di cui circa 80 furono trasferiti o liberati prima dell’8 settembre) erano originari di diverse parti del regno jugoslavo: i più rappresentati erano serbi e sloveni (poco più di un centinaio ciascuno), poi montenegrini (circa ottanta) e alcune decine di croati, bosniaci e altri. Diversi di loro diventeranno in seguito figure pubbliche nella Jugoslavia socialista. In casi come quelli del compositore Pavel Šivic e dei pittori Marij Pregelj  e Ivan Miklavec tracce dell’esperienza di internamento saranno espresse nella produzione artistica. Già allora iniziarono i primi gesti di sostegno da parte della popolazione che, racconta Radovanović nel diario, li aiutava nel mantenere le corrispondenze con i familiari in Jugoslavia raccogliendo di nascosto i messaggi lanciati dal carcere.
Secondo le testimonianze di diversi prigionieri, nei giorni attorno all’8 settembre l’atteggiamento delle autorità del campo verso di loro oscillava tra prime manifestazioni di complicità e gesti di ostilità, in un clima di caos e indecisione. I reclusi si offrirono per organizzare subito una resistenza armata unita, ma vennero liberati quando le truppe naziste erano ormai in arrivo a pochi chilometri da Garessio e l’esercito italiano era ormai sfaldato. Non restava che la fuga per i boschi, sul versante rivolto verso la Liguria. A Valsorda, la prima borgata che si incontra su quel frangente, gli evasi furono assistiti dagli abitanti locali con viveri, indumenti e rifugi in cascine, capanne, seccatoi.
Nei mesi successivi gli ormai ex-prigionieri si sparsero nella val Tanaro e nelle vicine valli Mongia, Bormida, Casotto. Anche a Ormea, Lisio, Pamparato e altri paesi si diffuse la solidarietà spontanea degli abitanti, che avrebbero fornito a lungo - in alcuni casi fino alla fine della guerra - collaborazione sotto forma di alloggio e viveri, sostegno economico, guide per trasferimenti, cure e medicinali, esponendosi a gravissimi rischi se scoperti dai nazifascisti tedeschi e italiani. Nei documenti e nelle testimonianze affiorano decine di nomi e cognomi dall’estrazione diversa, tra famiglie contadine e operaie, impiegati e professionisti, montagna e urbanità valligiana, uomini e donne.
Gli aiuti delle signore Osvalda Ascheri, Emilia Bisio, Rosa Delfino e tante altre sono la prova di un contributo femminile alla resistenza civile tuttora poco riconosciuto, nella narrazione sull’Italia del 1943-45. Come ha scritto Anna Bravo, anche il “farsi carico di qualcuna delle innumerevoli vite messe a rischio dalla guerra” rientra nei vari comportamenti di resistenza civile, che nel periodo di sbandamento post-8 settembre assume i contorni di un “maternage di massa”. È un momento in cui, scrive Bravo, la donna emerge come figura forte e protettrice verso uomini in condizione di vulnerabilità, “rafforzata e mediata dalla carica simbolica connessa alla figura femminile”. Cruciale fu anche il ruolo dei parroci locali, che spesso si occuparono di coordinare aiuti e movimenti dei prigionieri. Alcuni mostrarono un atteggiamento caritatevole ed equidistante rispetto alla situazione di guerra, altri un coinvolgimento più attivo, che prefigurava un’aperta collaborazione con le forze partigiane.
Spiccano atti di autentico coraggio civile, come l’intuizione di Flora Corradi, la titolare dell’albergo Paradiso di Garessio in cui erano nascosti sette jugoslavi. Quando una squadra di SS irruppe nell’albergo in cerca degli evasi puntandole i fucili nella schiena, Corradi riuscì a inventarsi degli espedienti con cui li distraeva, permettendo agli evasi di scappare. C’è poi la vicenda tragica di Luigi Odda, il tipografo che stampava i documenti falsi con cui decine di ex-prigionieri jugoslavi ripararono in Svizzera: fu scoperto dai nazifascisti a causa di un delatore, incarcerato e poi deportato a Mauthausen, dove morì il 28 aprile 1945. È un’antologia di dignità umana che suscita molte riflessioni, in particolare se le si guarda con gli occhi del presente, in cui la solidarietà per soggetti vulnerabili e per chi attraversa le frontiere viene osteggiata, quando non criminalizzata.
Ai prigionieri del Campo 43 in fuga si presentarono quattro possibilità: tentare la via del ritorno in Jugoslavia; riparare in Svizzera con i canali dei servizi di assistenza per prigionieri alleati; rimanere alla macchia; unirsi alla Resistenza locale. Incrociando l’elenco degli internati e le banche dati degli istituti della resistenza piemontese e ligure, risulta che circa quaranta abbiano fatto quest’ultima scelta: cinque in Liguria, principalmente con formazioni garibaldine, e gli altri in Piemonte, tutti nelle formazioni autonome della IV Divisione Alpi.
Le motivazioni e modalità della scelta appaiono, come sempre in questi casi, molto diverse. Ci fu chi, soprattutto tra i militari di carriera, seguì valutazioni razionali oltre che ideali. Nel suo diario il sottotenente Tamindžić annota, il 26 settembre 1943, che si prevedeva uno sbarco (poi però mai avvenuto) degli Alleati presso le vicine coste di Liguria e Costa Azzurra, circostanza che avrebbe offerto “l’occasione […] di partecipare onorevolmente alle lotte contro il nostro nemico” in un’area che avrebbe assunto grande importanza strategica.
Altri furono presumibilmente mossi da impulsi esistenziali e imperativi morali, soprattutto tra chi era già consapevole dei terribili crimini contro i civili compiuti dai nazifascisti nelle loro terre d’origine, e allo stesso tempo vedeva difficile un ritorno immediato in patria. C’era chi si muoveva in gruppo o in piccoli nuclei e chi, per la spinta degli eventi o forse per scelta, rimase da solo.
Nel novembre 1943 una dozzina di ex-prigionieri jugoslavi, capitanati dall’ufficiale Ilija Radović, si aggregò alla Brigata Valcasotto: lavoravano con le squadre di guastatori e logistici e nell’ambiente partigiano vennero presto denominati “legione straniera”. “Sono gentiluomini e godono, come i partigiani, della simpatia della popolazione”, scrisse nelle sue memorie don Emidio Ferraris, parroco di Pamparato. Della “legione straniera” si perdono poi le tracce nella documentazione, probabilmente a seguito dello sbandamento della brigata dopo la tragica battaglia della Valcasotto del marzo 1944. Il gruppo riappare però in scena nove mesi dopo, nel corso di un rastrellamento dei nazisti nella vicina Val Corsaglia.
Ma nelle valli di basso Piemonte e ponente ligure, i nomi di partigiani provenienti da oltre Adriatico e passati per Garessio affiorano un po’ ovunque, spesso a fianco di altri nomi francesi, polacchi, tedeschi, sovietici. Da ricordare in particolare i contributi di Spasoje Radovanović, nome di battaglia Jugos, di Podgorica - già membro della Divisione Langhe e poi del CLN di Savona, il 25 aprile 1945 partecipò alla liberazione della città con la Div. Fumagalli -, di Milan Milutinović “Mille” di Belgrado - che operò in diverse formazioni tra le valli Pennavaire e Bormida - e soprattutto di Krešimir Stojanović di Slavonski Brod, il leggendario partigiano Cresci.
Il partigiano Cresci
Nato nel 1924, Krešimir Stojanović era uno tra i più giovani reclusi del Campo 43, in cui si trovava insieme al papà, il capitano Aleksandar. Aveva tentato di evadere ancora prima di giungere al Miramonti, sul treno prigionieri che lo stava trasportando il 6 ottobre 1942, ma fu subito catturato. Dopo l’8 settembre gli Stojanović furono ospitati per alcuni mesi dalla famiglia Bernasconi, finché avvenne la decisione lacerante: il padre riparò per la Svizzera, Krešimir scelse di restare in Piemonte. I due non si vedranno mai più. Da qui inizia il peregrinare alpino e partigiano di Cresci.
Nell’aprile 1944 passò in val Pesio dove partecipò da capo tiratore alla Battaglia di Pasqua, con cui i partigiani sfuggirono all’accerchiamento della Wermacht. Poi tornò in val Tanaro, entrando nella squadra d’assalto della XIII Brigata, quella che conduceva le azioni di guerriglia più rischiose e improvvise. Dalla presa della caserma dei Forti di Nava, strappata ai repubblichini nel giugno 1944, alle innumerevoli imboscate contro contingenti, mezzi e basi operative dei reparti nazisti, alle manovre di retroguardia nel terribile inverno 1944-45 attraverso passi di oltre 2000 metri, ogni azione cruciale nella zona vide la squadra d’assalto e Cresci in prima linea, sempre insieme al suo inseparabile amico Eugenio Bologna, il comandante Genio.
In mezzo a tanta epica di guerra, e a fianco di un carattere che dalle testimonianze emerge intriso di fermezza e severità, Cresci è anche ricordato per un gesto genuinamente istintivo, goliardico, umano. La notte del 13 marzo 1945 lui, Genio e altri due partigiani operarono una clamorosa beffa ai danni del comandante tedesco della zona di Garessio, un uomo che era solito circolare per la valle in stato di ebbrezza su un calesse trainato da cavalli purosangue. Inorriditi da quel tronfio sfoggio di potere, i quattro si travestirono da nazisti, si introdussero nella scuderia e portarono via i cavalli, costringendo le pattuglie tedesche a compiere un’umiliante perlustrazione lungo tutta la valle. Fu un impulso genuino di ribellione contro gli oppressori, che alimentò il morale dei partigiani e della popolazione [...]
Alfredo Sasso, Lo stesso destino: resistenza internazionale, civile e partigiana tra Val Tanaro e Jugoslavia, OBCT, 24 aprile 2020 


La vita al campo PW 43
I prigionieri che arrivano a Garessio nell’ottobre del 1942 provengono dal campo di prigionia di Sulmona. Questo è un campo di “punizione”, composto da baracche che erano riservate ai cavalli austriaci durante la prima guerra mondiale. Il campo è controllato dai tedeschi, con il comando a Sulmona, diretto da un generale. Nel diario di Spasoje M. Radovanovich (pag. 118 vita) si legge a tal proposito”….Insomma, a Sulmona non erano proprio giorni belli”, per sopravvivere in quei tre mesi di stenti “…abbiamo mangiato le bucce delle arance, dei limoni, delle mele, per poter introdurre qualche vitamina nel corpo”. Dopo questa pesante esperienza, l’arrivo a Garessio viene vissuto positivamente. Dal diario di Spasoje M. Radovanovich: Ottobre 1942 “…Garessio, bella, splendida e rinfrescante. Anche per quelli che non la conoscono, parla da sola e dice tutto. Là in alto, la Madonna della Pietra Ardena benevolmente volge il suo sguardo su tutti quelli che frequentano questa bella cittadina … Poi, guardando dalla stazione ferroviaria verso il colle del San Bernardo, spuntava un edificio bellissimo tra il manto verde vivo che rallegrava i muri giganti del grande albergo “Miramonti”….. In fila, circondati dalle sentinelle, lasciammo la stazione … sentimmo che quel grande albergo sarebbe stato la nostra casa ….  A nessuno sembrava vero che potesse davvero ospitarci … Non occorre descrivere tutto, basti pensare alla comodità e, posso dire, che ci sentivamo quasi tutti villeggianti venuti qui a riposare“ dopo quasi due anni si sofferenze e isolamento. Dal diario di Aleksandar Tamindzic 6 ottobre 1942 ….Attraversando le vie di Garessio in colonna, abbiamo guardato in tutte le direzioni e siamo stati contenti di quello che abbiamo visto intorno a noi. Il luogo è montagnoso, fresco, pulito. E’ pittoresco; l’aria è pura e sana. Ci sono tre piccole borgate che quasi si toccano e molti campanili.” Nel campo del “Miramonti” sono oltre trecento gli ufficiali iugoslavi  più qualche soldato. La maggior parte è costituita da serbi, di religione ortodossa, gli altri sono sloveni, di religione cattolica, inviati in Italia dalla Germania perché la Slovenia è occupata dagli italiani. Nella Relazione datata “Belgrado, 2 luglio 1964” e inviata al sindaco di Garessio da Lazar Jovancic e Milan Milutinovic in occasione del XX della Liberazione si può leggere: “….La vita tra il filo spinato non può naturalmente essere tanto felice …, ma per noi, in Italia, era pur sopportabile …. Non soffrivamo la  fame, (anzi) le autorità facevano tutti gli sforzi possibili per fornirci in quantità maggiore i generi alimentari …  negli ultimi mesi mangiavamo con piacere ogni giorno dei fagioli cotti alla nostra maniera nazionale … godevamo di ottima salute, anzi molti di noi cominciavano ad ingrassare! I giornali venivano distribuiti regolarmente, italiani e tedeschi, ma anche della Svizzera … … Molte notizie ci portava un prete italiano (don Divina) che veniva al campo ogni domenica …(erano notizie) nuovissime e sicurissime che ci trasmetteva senza alcun timore. Noi eravamo sicuri che il Comando del campo sapeva bene dell’atteggiamento amichevole del prete verso i prigionieri. Altra testimonianza sulla vita nel campo:
Dal diario di Spasoje M. Radovanovich: … Non è stato difficile conquistare l’amicizia della popolazione di Garessio … gente affabile, buona, comprensiva. … . .. le mamme, le sorelle, le giovani spose.. seguivano la nostra vita nel campo dei prigionieri .. (sperando) … .. .che i loro cari lontani vivessero come noi quella vita stessa che ci offriva  il “Miramonti”. … La nostra vita interna era sopportabile …. Mensa, spaccio, sala di lettura, sala da cinema, rappresentazioni teatrali, notizie dal fronte, notizie dalle famiglie, pacchi di viveri … Insomma, si viveva una vita, si potrebbe quasi dire, di lusso, dato che eravamo in guerra. … I nuovi padroni del campo erano vicini a noi, dialogavano con noi e poi ci sentivamo circondati da gente amica … … Della disciplina non occorre parlare.  Se anche qualche volta avveniva qualche rappresaglia da parte del comandante Radaelli, non si sentiva poi una vera difficoltà nel sopportarlo, dopo tutto quello che avevamo passato in precedenza con i tedeschi. . .la sentinella e il leggendario cappellano don Giuseppe Divina si recavano in città e ad ognuno portavano quanto veniva loro ordinato. …  Un gesto umano veniva anche dalla popolazione e, tramite loro, siamo persino riusciti a collegarci con i nostri familiari a mezzo corrispondenza. .. e il Comando nella persona di Mario Alimonti “non sapeva mai nulla” (anche se in realtà sapeva benissimo cosa succedeva all’interno del campo) (quindi non ostacolava queste azioni)
Redazione, Il Miramonti racconta..., La vita nel campo, VBStudio.net 

Luigi Odda - Fonte: IDEAWEBTV.IT, art. cit. infra

Con la consulenza del ricercatore storico Alfredo Sasso, l’indagine di archivio di Pierandrea Camelia e le riprese in filmato di Luca Locci, un documentario chiarisce quelle vicende ed evidenzia gli encomiabili atti di solidarietà operati dalla cittadinanza e il ruolo decisivo apportato da molte figure femminili e di intere famiglie per garantire l’incolumità dei militari, favorire la fuga verso l’estero o il ricorso alla macchia o l’adesione alle brigate partigiane della Val Tanaro, del Monregalese e del versante ligure.
La ricerca documentale sugli episodi di quel periodo bellico ha consentito di evidenziare la figura di una vittima del regime, Luigi Odda, nato nel 1900, titolare del laboratorio tipografico nella borgata Poggiolo. Durante la Resistenza Luigi riprodusse decine di documenti contraffatti su richiesta di Roberto Lepetit, industriale antifascista titolare dell’impresa farmaceutica di Garessio poi catturato, deportato e morto nel campo di sterminio a Ebensee in Austria nel maggio 1945: quei salvacondotti servirono anche per sottrarre alla cattura alcuni dipendenti che aveva ospitato in fabbrica provenienti da Milano. Stampò anche i visti per gli ex prigionieri jugoslavi che poterono così riparare in Svizzera. Fu scoperto dai nazifascisti a causa di un delatore, incarcerato e deportato nel lager di Mauthausen dove trovò la morte il 28 aprile 1945.
Redazione, 25 aprile: Garessio commemora la prigionia di 400 militari jugoslavi all’Hotel Miramonti, IDEAWEBTV.IT, 20 aprile 2021 


Dal Diario del Can. Don Candido Bava:
“8 settembre 1943 Giornata tragica per la nostra patria. Armistizio. Sbandamento dell’esercito italiano. Fuga disordinata di poveri soldati disarmati e dispersi ovunque per la campagna e sulle montagne in cerca di rifugio o in viaggio per raggiungere le loro case.”
Dopo lo sfacelo dell’esercito italiano a seguito dell’8 settembre 1943 e le drammatiche vicende belliche della Seconda Guerra Mondiale, il campo PW 43 viene aperto e i prigionieri “invitati” a fuggire. Sempre dal Diario del Can. Don Candido Bava:
“10 settembre 1943: Arrivo delle truppe tedesche Truppe tedesche avanzano da Ceva nella Val Tanaro. Giungono a Garessio senza incontrare resistenza. Da Garessio una colonna prosegue su Ormea dove incontra resistenza organizzata e sottopone il paese al tiro del cannone per parecchie ore. … Intanto il presidio militare di Garessio al sopraggiungere dei tedeschi, s’è eclissato abbandonando a se stessi il campo di concentramento prigionieri, i quali si danno a precipitosa fuga … rifugiandosi nei casolari dispersi sui colli circostanti al Santuario … Degno di lode il comportamento della popolazione nei riguardi dei soldati e dei prigionieri. … Tutta la popolazione si prodigò in ogni modo per alleviare la triste condizione dei militari dispersi. Per alcuni mesi questi (in prevalenza prigionieri Jugoslavi) ebbero vitto, indumenti e cordiale ospitalità ….”
I prigionieri scappano sulle montagne di Val Casotto, sempre braccati dai tedeschi, ma nascosti e nutriti dalla popolazione locale. Qualcuno di loro riesce a rifugiarsi in Svizzera, altri ritornano con molte difficoltà in Jugoslavia, ma molti di loro si uniscono ai gruppi partigiani e insieme conducono una stremante lotta per la Liberazione.
Dal diario di don Emilio Ferraris veniamo a conoscenza che la prima infermeria del “Gruppo partigiano di Val Casotto” è stata possibile grazie a questi ufficiali.
“Vengono ad aggregarsi a questo Gruppo di partigiani alcuni ufficiali serbi, già prigionieri all’”Hotel Miramonti” di Garessio e lasciati liberi dopo l’8 settembre 1943; sono gentiluomini e godono come i partigiani la simpatia della popolazione. Ne riportiamo i nomi: Elia U. Radonik, capitano di 1a classe, comandante Petko Mari Janovic Demitrizr Ceratlic Mihailo Rovacevic Cvetkovnic Deginür, capitano di 2a classe  Bozo Kenjic, tenente  Bozo Vakicevic, tenente Branislav Milanovic, s. tenente Movac Viceliic, tenente Dragutin J. Lasic, capit. 1a classe, aiutante maggiore. Tra di essi è un medico, Dottor Constantinovic Nicolaiev, che adibì la casa canonica, dove era ospitato, a prima infermeria del Gruppo partigiano”
L’aiuto della popolazione garessina a questi ufficiali non è indolore: è doveroso ricordare almeno la morte a Mauthausen del tipografo Luigi Odda (nato il 24 gennaio 1900 - morto in prigionia il 28 aprile 1945) arrestato il 18 gennaio 1944 e deportato per aver rilasciato agli slavi documenti falsi di riconoscimento.
Così anche diversi ufficiali slavi pagano con la vita la decisione di rimanere a combattere per la libertà. Tra questi Dioko Radovanovich, morto in prigionia il 10 gennaio 1944; Banasevich Liubo, caduto in data imprecisata a Macerata durante uno scontro con i tedeschi; Nicolic Milas ucciso dal fuoco nemico in Liguria nell’ottobre 1944.
La lettura dei “diari” scritti da alcuni di questi ufficiali consente di conoscere meglio la loro situazione dopo l’8 settembre 1943.
Dal diario di Spasoje M. Radovanovich 8 settembre 1943
“Fu un giorno storico per gli italiani ed anche per i prigionieri. Si attendeva l’uscita …. La nostra insistenza presso il comandante Ardù era continua, perché ci aprisse il cancello per scappare, per non rimanere nuovamente nelle mani dei tedeschi. Il comandante Ardù … ci assicurò  l’apertura del cancello prima che arrivassero i tedeschi. Finalmente il 10 settembre diede ordine di aprire i cancelli … ed ognuno di noi si avviò al suo destino. La maggior parte prese la via del Santuario di Valsorda e poi si disperse nei boschi. … Insieme con noi scapparono il comandante Ardù, ufficiali, sottoufficiali, sentinelle … Eravamo veri  fratelli, come se fossimo sempre vissuti insieme … A questo punto comincia l’opera umana della popolazione di Garessio …  Vi fu una vera gara tra la popolazione a chi avrebbe dimostrato maggior generosità ….  Come si può dimenticare la cordialità di tanti generosi, offertaci in tempi difficili, nel tempo che si rischiava di “essere, o non essere”. Come si possono dimenticare i nomi: Carrara, Alimonti, Elvira, Flora, Giulia, Vittorina, Sasso e centinaia di altri?
Redazione, Il Miramonti racconta..., I prigionieri dopo l'8 settembre '43, VBStudio.net  

Giorgio Carrara.
Nato a Garessio il marzo 1925, allievo meccanico.
Partigiano del distaccamento del Colle di Casotto, il 27 febbraio 1944 scende in Garessio accompagnato da un partigiano del luogo con l’intento di recuperare armi abbandonate ed assumere notizie sulle intenzioni dei nazifascisti.
Compiuto il recupero, i partigiani si avvicinano al piazzale dell’albergo Miramonti (sede del comando tedesco), fanno fuoco sui tedeschi, quindi risalgono la “costa della battagliera” verso regione Campi. I tedeschi allertati li inseguono: Carrara è colpito all’addome da una raffica, mentre il suo compagno riesce a fuggire.
Catturato da due soldati, è condotto prima al comando del Miramonti, poi verso la strada di Valsorda sino all’incrocio con quella delle Fonti. In tale località gli sparano in fronte con il mitra. Mostrando il tricolore che gli orna il risvolto della giacca, pronuncia le sue ultime parole: “Viva l’Italia!”
Redazione, Arrivano i Partigiani, inserto "2. Le formazioni di montagna della I^ e della VI^ Zona Operativa Ligure che operavano nella provincia di Savona", I RESISTENTI, ANPI Savona, 2011

Tra il 13 marzo 1944 e il 5 aprile 1944 si consumò tutto il terribile rastrellamento contro i partigiani di “Mauri” in valle Casotto e dintorni (Bagnasco, Frabosa Soprana, Garessio, Lisio, Montaldo Mondovì, Ormea, Pamparato, Viola, Ceva, Roburent, Torre Mondovì, Battifollo, Monasterolo Casotto, Priola) che causò la morte di 26 civili e 98 partigiani, di cui molti catturati e fucilati a Ceva. Nella “battaglia di Pasqua”, rastrellamento contro le formazioni autonome “R” di valle Pesio protrattosi dal 7 al 12 aprile 1944, caddero nei comuni di Peveragno, Chiusa Pesio, Roccaforte, Briga Alta, Limone, Pianfei, 6 civili e 13 partigiani.
(a cura di) Aa.Vv., Il Piemonte nella guerra e nella Resistenza: la società civile (1942-1945), Consiglio Regionale del Piemonte, 2015