sabato 11 luglio 2020

La sera del venticinque aprile 1945 un uomo giace colpito alla testa, accasciato presso un paracarro

Isolabona (IM)

Era uno scapolo di buona età. Viveva nella sua Isolabona [(IM)], figlio di zia Caterina. Saliva ogni anno in Andagna [Frazione di Molini di Triora (IM)], patria dei genitori che in Isola avevano avviato una bottega di stoffe. La guerra e la lotta partigiana non lo distolsero dall'innata abitudine di trascorrere alcuni mesi nella casa dei vecchi genitori. In Andagna aveva una sorella ed ogni anno vi trascorreva le meritate vacanze, spesso in compagnia del fratello e dello zio maristi. Nella casa spaziosa e patriarcale si respirava aria di serenità, e di pace campestre.
L'anno 1945 fu per il Rodini l'anno delle molte incertezze, dubbioso di ritrovare la vissuta serenità. Una notte arrivò in compagnia del partigiano Silla [Ferdinando Peitavino, vice commissario, in precedenza responsabile stampa e propaganda, della V^ Brigata d'Assalto Garibaldi "Luigi Nuvoloni" della II^ Divisione "Felice Cascione"] di Isolabona.
Il paese piangeva ancora i suoi morti e frequenti erano i rastrellamenti. Comprese che vivere in Andagna era assai pericoloso. Volle tuttavia restare. Non poteva lasciare incustodita la casa dei vecchi né che la campagna divenisse un roveto.
Restò. Viveva solo; a sera un salto e un bicchiere con i parenti. La casa di papà Francesco era meta più ambita. Diceva di rinascere al vedersi attorniato dai bambini spensierati e ciarlieri. Una leccornia, una caramella usciva sempre dalle sue tasche.
Con papà Francesco discuteva dei vecchi tempi; erano incontri prolungati specie nel trovarsi alla Borea: qui papà Francesco accudiva galline e conigli, il Rodini verdura e alberi da frutta.
La sera del 23 aprile 1945, proveniente da Isolabona e da Castelvittorio [(IM)] via Langan, giungeva una colonna di tedeschi.
Era l'inizio dell'esodo delle truppe verso il Piemonte. 
Andagna fu sosta notturna di prudenza a scanso di eventuali attacchi partigiani.
Il paese vide ripetersi la provata e sofferta invasione, furono divelte porte, violate abitazioni, sottratti viveri. Nella notte, nei carruggi, urla di avvinazzati e imprecazioni.
Ero in casa di nonna Filomena, ormai attempata e sola alla Case Sottane. 
Un ufficiale sfonda la porta di casa, si introduce, sale le scale, oltrepassa la sala e, armi alla mano, impone a me e alla nonna di lasciare il letto.
Ha con sé una giovane dai biondi cappelli che mi implora nel suo dialetto - è un parlare delle nostre parti -.
La ferma opposizione ed il diniego di cedere il letto ottiene il suo effetto.
Nonna Filomena uscirà semplice donna, in una espressione troppo materna: "vedi com'è stato gentile quel soldato. Mi ha visto vecchia e ammalata e se ne è uscito".
Cambiò giudizio la mattina al risveglio. Cercò l'involucro contenente l'anello, gli orecchini e i pochi risparmi. Erano stati rubati.
Trovai la stoffa che li avvolgeva a pochi passi dall'uscio.
Povera nonna Filomena che ti avrà detto il buon Padre Eterno quando, non trascorsi undici giorni da quella deprecata visita notturna, ci lasciasti?
Alla Costa, in Casa Emmanueli e in Casa Melagrano, la notte fu una notte di bagordi: suoni canti e danze...
Erano le sette del 23 aprile. Ordini precisi e alcuni spari: la colonna si forma e, preceduta da alcune autoblinde, si avvia sulla rotabile San Bernardo-Drego.

Andagna - Fonte: Pro Loco Andagna
 
Rodini osserva. Scorge, mista fra i soldati, la ragazza bionda. Ha il braccio destro anchilosato. Riconosce che è di Castelvittorio, sorella di un suo amico sposato in Isolabona. Ragazza dal carattere strano, dai più saputa innamorata di un soldato tedesco di stanza ad Isolabona. Rodini intuisce il dramma e ne prevede tristi conseguenze. La chiama, la consiglia, promette di ricondurla a casa. Contro la ragazza viene sparato un colpo di pistola. La situazione si aggrava ancora: Rodini scende in strada per fermarla, lei fugge e si incolonna agli ultimi militari.
Papà Francesco richiama il cugino e lo esorta a lasciare la testarda al suo destino. Alla distanza di circa cinquanta metri si accoda ai ritardatari. È determinato. Non lascia ogni possibile tentativo. 
Spera in una sosta o che la ragazza si ravveda.
Trascorre l'intera giornata in attesa e in apprensione. Per due volte da papà Francesco sono inviato a casa del cugino a sentire di un suo arrivo. La notte è un'attesa inutile. La sera del venticinque aprile 1945 un tale che si diceva in cerca di un parente porta la nuova che a un duecento metri da Passo Pizzo un uomo giace colpito alla testa, accasciato presso un paracarro.
È il Rodini: papà Francesco e due amici lo trasporteranno in paese servendosi di una carretta. Verrà sepolto il giorno dopo.
Don Nino Allaria Olivieri, Memorie. Diari 1940-1945. Seconda parte: Andagna - Fatti e Misfatti (1944-1945), Alzani Editore, 2011
 
Don Antonio Allaria Olivieri "Poggio", nato ad Andagna, Frazione di Molini di Triora (IM), il 19.11.1923
Nel 1943, ventenne, studente di teologia presso il Seminario di Bordighera.
Nel mese di ottobre, rifiutato l'arruolamento nella Repubblica di Salò, in montagna.
Con lo pseudonimo di "Poggio", nella formazione di Guglielmo Vittorio "Vitò" presso Loreto di Triora.
Incorporato nelle formazioni garibaldine con prevalenti compiti di staffetta e servizio informazioni.
Il 25 maggio 1944 arrestato ad Andagna nel corso di un rastrellamento.
Riuscito a fuggire grazie alla complicità di un soldato austriaco, tornato al Distaccamento.
Il 18.6.1944 partecipe della battaglia di Carpenosa che vide la liquidazione del presidio tedesco.
Il 25 Aprile 1945 a Sanremo con il I° Battaglione "Mario Bini" della V^ Brigata "Luigi Nuvoloni" della II^ Divisione "Felice Cascione" comandato da Vincenzo Orengo "Figaro".  
Vittorio Detassis

venerdì 10 luglio 2020

Lo scontro di Vessalico è concluso, l'ultimo prima del grande rastrellamento

Vessalico (IM) - Fonte: Wikipedia
 
Per attenuare la cronica penuria di armi e di munizioni nei primi giorni di ottobre 1944 vennero condotte dai partigiani della II^ Divisione "Felice Cascione" diverse azioni contro alcune caserme occupate dal nemico.
Intensificando la battaglia per la distruzione  dei ponti per ostacolare il previsto grande rastrellamento nemico, la notte del 5 ottobre 1944 gli uomini del Distaccamento di Raymond (Ramon) Rosso [il quale diventerà in seguito capo di Stato Maggiore della I^ Brigata "Silvano Belgrano" della  Divisione "Silvio Bonfante"] fecero saltare il ponte di Borgo di Ranzo, nel comune di Ranzo (IM).
Doveva seguire la stessa sorte il ponte di Vessalico (IM), già distrutto il 4 luglio 1944.
I tedeschi, per riattivarlo, avevano dislocato un presidio di sessanta uomini con cinque mitragliatori. Decisi ad attaccarlo, il giorno 8 ottobre 1944 i comandanti “Cion” [Silvio Bonfante], Giorgio, [Giorgio Olivero, comandante della Divisione "Silvio Bonfante"] e Stalin [in seguito Franco Bianchi, comandante del Distaccamento "Giovanni Garbagnati" della I^ Brigata "Silvano Belgrano" della Divisione "Silvio Bonfante"] radunano gli uomini: trenta garibaldini del Distaccamento d'assalto “Giovanni Garbagnati”, che sostavano a Pieve di Teco (IM) dopo l'attacco a Cesio (IM), e quindici uomini del Distaccamento "Giuseppe Maccanò" della III^ Brigata "Ettore Bacigalupo", comandati da Fra Diavolo [anche Garibaldi, Giuseppe Garibaldi, già a capo nell'autunno 1943 di un piccolo gruppo partigiano in Cipressa (IM), verso la fine della guerra comandante della IV^ Brigata "Domenico Arnera" della Divisione "Silvio Bonfante"] ...
Rocco Fava, La Resistenza nell'Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945), Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1998-1999 

Intanto i cittadini di Vessalico, temendo una rappresaglia, inviano presso il Comando partigiano il civile Giovanni Aicardi con il compito di farlo desistere dall'impresa e con l'offerta di settemila lire.
Ma il comando risponde che non può rinunciare all'impresa, data la drammatica situazione incombente.
L'avvicinamento a Vessalico è compiuto all'indomani alle 6 antimeridiane. 
A Perinetti [Frazione di Vessalico (IM)] i garibaldini si dispongono su tre colonne, ciascuna composta da due squadre, con armamento complessivo di sette mitragliatori, due lanciagranate e alcune armi automatiche di vario genere. Fra i partigiani alcuni sono militi che hanno abbandonato il battaglione “San Marco”: riceveranno per la prima volta il battesimo del fuoco.
Come convenuto, raggiunte le posizioni a loro assegnate a cento metri di distanza e a quaranta metri circa di quota sopra il ponte, alle 7 due squadre garibaldine si appostano per una buona mezz'ora in attesa del colpo di pistola che sarebbe dovuto partire dalla colonna centrale come segnale d'attacco. Però quest'ultima, impossibilitata a seguire la strada troppo scoperta e a portarsi dietro la prima, fa mancare il segnale convenuto.

Accortisi dell'insidia, i tedeschi danno l'allarme abbandonando il ponte in costruzione.

Attuato da Cion un lancio di manifestini invitanti alla resa gli Slavi e gli Austriaci presenti nel presidio - desiderosi di disertare - e inviata la ragazza Domenica Delfino per persuaderli a farlo veramente, viene sferrato un attacco violentissimo.

Totalmente disorganizzato e sprovveduto, il nemico non reagisce immediatamente e si richiude nel frantoio di Giobatta Aicardi.
Raggiunto intanto il fianco sinistro della Valle all'altezza del paese, la terza colonna partecipa all'attacco effettuato dai due lati del fiume che, in piena, ritarda l'azione delle colonne agenti a destra.
Riusciti a penetrare nell'abitato avanzano in piedi sotto le raffiche nemiche e tra la meraviglia e il terrore degli ex “San Marco”.

Guidati da Cion, Stalin e Fra Diavolo, i partigiani a colpi di bombe a mano snidano alcuni nemici: i superstiti si danno prigionieri.

Tra i garibaldini il primo a rimanere ferito è Calogero Madonia (Carlo Siciliano): colpito sotto il ginocchio mentre guada il fiume, riesce con i lacci di una scarpa a legarsi stretta la gamba sinistra e, abbandonatosi alla corrente, è raccolto e salvato dal compagno d'armi Agostino Guglieri (Barba).

E' difficile snidare il nemico che, trinceratosi nelle case, tira dalle finestre.
Ormai le munizioni scarseggiano e, dopo tre ore e mezza di fuoco, lasciato il comando a Giorgio  Olivero, che continua l'azione per un'altra ora, Cion rientra a Pieve di Teco (IM) per accompagnare il ferito e i sette prigionieri.
Anche Giorgio con i suoi uomini si ritira, presupponendo un arrivo di rinforzi da Pogli [Frazione di Ortovero (SV)] e da Cesio (IM), nel quale ultimo paese la guarnigione della brigata nera era stata rinforzata.

Ha luogo una tregua alle ore 11, durante la quale vengono trovati due tedeschi caduti ed il cadavere del civile Giuseppe Gandolini ucciso accidentalmente.
Non ancora soddisfatto dell'azione, liberatosi dei prigionieri e del ferito, fedele al suo temerario impulso, con un mitragliatore e seguito da quattro coraggiosi compagni per continuare la lotta, Cion ritorna verso Vessalico (IM) per catturare ancora altri soldati.

Riordinate le file, il nemico ora è all'erta in attesa del ritorno offensivo dei garibaldini.

Giunti nei pressi di una segheria dei Piana posta nelle vicinanze del paese, i patrioti iniziano l'attraversamento del torrente Arroscia per condurre l'azione di attacco.

Cion è il primo della fila. Poi vengono Alessandro Nuti (Scrivan), Primo Cei (Wan Stiller), Vittorio  Amoretti (Vittore), Franco Bianchi (Stalin).
Dal campanile della chiesa partono delle raffiche di Mayerling.
Cion viene colpito alle gambe, fa un giro su se stesso ed urla "Non lasciatemi qui!
Sotto le raffiche tedesche riescono a trascinarlo al sicuro.

Poi è la volta di Sandro Nuti (Scrivan) di Oneglia, che armato di Saint-Etienne deve attraversare un piccolo fossato, che un tedesco appostato batte dal campanile. Quando un partigiano deve passare, un mitragliatore partigiano in postazione dall'alto lato del fossato tira una raffica sul campanile obbligando il nemico a nascondersi per un istante. Scrivan compie un balzo portandosi dietro ad un cespuglio per raccogliere un caricatore, ma una raffica nemica lo investe e gli sbriciola un gomito in modo grave.  Cade e rimane quasi dissanguato, ma i compagni riescono a trarlo in salvo, coprendolo col fuoco delle loro armi e trascinandolo attraverso l'acqua corrente legato ad un nastro di mitragliatrice.

La popolazione sfolla sui monti per timore della rappresaglia nazista.

Rientrati a Pieve di Teco, i garibaldini, dopo aver medicato i feriti, attuano un forte pattugliamento per coprire la ritirata dei feriti, portati a Mendatica (IM) con un camion e da lì a Piaggia [Frazione di Briga Alta (CN)] verso le 2 di notte.
Totalmente sgomberato Vessalico, Raimondo Rosso (Ramon) controlla il movimento nemico tra Pogli e il suddetto paese.

La sera del giorno stesso del combattimento un forte nucleo di tedeschi, guidati da due capitani e da due subalterni, invade il paese, rastrella i pochi civili rimasti e libera i tedeschi ancora nascosti nell'abitato.
Nonostante le minacce non viene compiuta alcuna rappresaglia nel timore che i partigiani possano giustiziare i sette tedeschi in loro mani.

Cinque ostaggi, Francesco Degola, Domenico Aicardi, Domenico Gerini e Giacomo Guido, portati a Bastia d'Albenga (SV), verranno rilasciati il 19 ottobre 1944.

Allontanatisi i tedeschi e giunta la notizia di un croato ferito, il parroco don Angelo Cervetto si reca nel frantoio dell'Aicardi dove si trova questo ferito assistito da un commilitone. Prestate le cure, i due vengono internati all'ospedale di Piaggia (CN).

Accanto al frantoio è rivenuto il cadavere di un altro tedesco, che viene restituito al comando tedesco di Villanova d'Albenga (SV).

I tedeschi, che hanno intanto abbandonato Vessalico (IM), compiono puntate oltre Ormea (CN) e San Bernardo di Conio [nel comune di Borgomaro (IM] con la speranza di rintracciare i partigiani. Nell'azione hanno avuto quindici soldati caduti, dodici feriti, cinque prigionieri, perduti i muli e i cavalli delle salmerie.

Il ponte viene definitivamente distrutto da una squadra del Distaccamento “Giovanni Garbagnati”.

I prigionieri, Slavi, Austriaci, Croati, di cui uno ferito, giungono il giorno seguente al comando Divisione per l'interrogatorio. Seguono il 10 di ottobre altri due Slavi che avevano disertato.

Ricercate dal nemico fuggono a Piaggia  [Frazione di Briga Alta (CN)] anche le famiglie di Massimo Gismondi (Mancen) e di Cion.
Grazie all'attività della staffetta Secondino Rovere (Uliano), che cade in mano nemica, ma poi si libera, da Albenga riesce a portare a Piaggia, col lasciapassare dei tedeschi, il professore Abbo per amputare la gamba di Cion: la gamba, invece, viene salvata con profonde incisioni ed efficaci disinfezioni.

Due brigatisti neri, catturati in borghese con l'aiuto di un contadino presso Casanova Lerrone (SV), sono fucilati.

Lo scontro di Vessalico (IM) è concluso: l'ultimo prima del grande rastrellamento che ormai sta per avere inizio, mentre la pioggia, il nevischio e il freddo continuano ad imperversare.

Francesco Biga, Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria), Vol. III. Da settembre a fine anno 1944, a cura dell'Amministrazione Provinciale di Imperia e con il patrocinio dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, Milanostampa Editore - Farigliano, 1977
 
Fonte: Fondazione Luigi Micheletti

Fonte: Fondazione Luigi Micheletti

Quasi a conferma del momento di difficoltà attraversato dai partigiani della Divisione Cascione esiste un promemoria, messo all'attenzione dello stesso Mussolini, indicato quale capo di Stato Maggiore della G.N.R., e relativo ad una copia di una circolare della Brigata "Belgrano", riportante la dislocazione dei distaccamenti garibaldini, trasmesso perlomeno nel bollettino giornaliero della G.N.R., come si evince, per l'appunto, dal Notiziario della Guardia Nazionale Repubblicana del 4 ottobre 1944, pp. 28-29 (Fonte: Fondazione Luigi Micheletti). Adriano Maini 

sabato 4 luglio 2020

Non era un ammiraglio, ma il Curto

Molini di Triora (IM). Fonte: Mapio.net

Intanto Curto [Nino Siccardi], il 28 marzo '44 ha preso definitivamente e direttamente il comando dei gruppi partigiani di montagna derivati dalla banda Cascione.
Qualche giorno dopo, informato della presenza di un gruppo di guerriglieri dalla parte di Ventimiglia, manda in quella zona due suoi partigiani (Angelo Setti o «Mirko» e «Peppù» di Carpasio), perché si informino; a questi, giunti nella zona, si dirà che si tratta del gruppo di Tento e di Vittò [Giuseppe Vittorio Guglielmo]; ed essi torneranno indietro a riferire, affinché i contatti vengano presi dal fondovalle.
In tal senso era già stato dato incarico a Erven *.
Ancora prima del ferimento di Vittò, qualche incontro diretto vi era già stato - per la questione dei rifornimenti - fra Vittò e Mario Cichéro, collaboratore di Erven. Il Cichéro era entrato in relazione con Vittò appunto per incarico avuto dal suo Partito, il PCI, e dal Comitato di Arma di Taggia.
Vittò si era pure incontrato, qualche volta, col farmacista di Molini di Triora.
Infine, in ora notturna, fra una domenica e il lunedì, sulla strada Cetta-Molini, avvenne il predisposto incontro di Erven con Tento e Vittò, durante il quale Erven propose l'adesione all'organizzazione garibaldina, che Curto, per incarico del PCI, cercava di costituire e di potenziare, e che aveva avuto il suo primo nucleo nella banda Cascione.
Tale incontro Erven-Tento-Vittò avvenne dopo il ferimento di Vittò a Gavano; anzi, almeno parecchi giorni dopo; nell'aprile del '44, certamente non prima dell'aprile [...]
Giovanni Strato, Storia della Resistenza Imperiese (I^ zona Liguria) - Vol. I. La Resistenza nella provincia di Imperia dalle origini a metà giugno 1944, Editrice Liguria, Savona, 1976, ristampa del 2005 a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, p. 272  
* Bruno "Erven" Luppi. Nato a Novi di Modena l'8 maggio 1916. Figlio di un antifascista, fin da ragazzo prese parte alla lotta clandestina contro il regime fascista e, nel 1935, venne arrestato e incarcerato a Modena.  Trasferitosi a Taggia (IM), si inserì nell'organizzazione comunista clandestina di Sanremo (IM). L'8 settembre 1943 era ufficiale dell'esercito quando venne catturato dai tedeschi. Riuscì però a fuggire a Roma dove partecipò ai combattimenti di Porta San Paolo. Tornato nuovamente in Liguria, fu tra gli organizzatori della lotta armata ed entrò a far parte del C.L.N. di Sanremo. Per incarico della Federazione Comunista di Imperia il 20 giugno 1944 organizzò, con altri dirigenti del partito, la prima formazione regolare partigiana del ponente ligure, la IX^ Brigata d'Assalto Garibaldi "Felice Cascione", con sede nel bosco di Rezzo (IM), la quale diventò a luglio 1944 la II^ Divisione "Felice Cascione".  Il 27 giugno 1944 da comandante di Distaccamento venne gravemente ferito nella battaglia di Sella Carpe tra Baiardo (IM) e Badalucco (IM). Per mesi riuscì avventurosamente, ancorché costretto alla macchia pur nelle sue tragiche condizioni di salute, a sottrarsi alla cattura da parte del nemico. In seguito, appena guarito, assunse la carica di vice commissario della I^ Zona Operativa Liguria.  Vittorio Detassis
 
Il C.L.N. che iniziò un'opera di coordinamento e di aiuto tra le varie formazioni partigiane della provincia di Imperia [...]
Fu il dott. Vallini, il farmacista di Molini di Triora (IM) ad essere l'anello di congiunzione [per il gruppo] di Vitò [Giuseppe Vittorio Guglielmo].
Era impossibile circolare. Bisognava provvedere a liberare certe zone [dai nazifascisti] per poter ricongiungere i vari gruppi di patrioti.
Nelle parole di Vitò: "Il farmacista di Molini di Triora mi avvertì un giorno che mi dovevo incontrare con un ammiraglio. Non sapevo né il come né il perché di questo incontro. Il fatto mi preoccupava. Parlare con un ammiraglio mi confondeva. Sapevo che il re era passato con gli alleati contro i tedeschi e quindi era possibile che un suo alto ufficiale..."
Ci andasti con una scorta?
"Sì. Veramente no. Avevo con me qualche uomo che però rimase estraneo alla vicenda".
Temevi qualche tranello?
"In verità sì. Erano momenti difficili":
Dove [o alla fine di marzo o ai primi di aprile 1944] vi incontraste?
"A Molini di Triora. Il farmacista mi accompagnò in un suo piccolo podere fuori paese. Era già buio ed il timore di un tranello mi rendeva guardingo. Potevo trovarmi davanti ad una spia o anche a un sicario, un killer come si dice oggi. Era in una casetta. Mi avvicinai a lui e gli puntai la pistola in un fianco per avvertirlo delle mie intenzioni".
Come si comportò l'ammiraglio?
"Non era un ammiraglio, ma il Curto [Nino Siccardi], capitano di lungo corso. Mi colpì subito la sua imperturbabilità, la sua audacia, il suo sprezzo del pericolo. Non si impressionò affatto della mia iniziale aggressione e pacatamente con vero sangue freddo mi disse che facevo benissimo a tenerlo sotto tiro, perché la prudenza non è mai troppa".
Il farmacista si interpose e li presentò. Il Curto parlò delle formazioni di Imperia e Vitò espose la consistenza di quelle di Goletta. Poi il Curto ritornò e visitò la Goletta. Si parlò di aiuto reciproco.
Erven [Bruno Luppi, in quel momento comandante di un distaccamento partigiano, in seguito vice commissario della I^ Zona Operativa Liguria] a nome del Comitato di Liberazione portò il primo contributo in danaro di 80.000 lire [...]
I gruppi del bosco di Rezzo (IM) e della Goletta divennero insieme la IX^ Brigata Garibaldi e poi la [II^] Divisione "Felice Cascione", che si divise a sua volta in tre Brigate, I^, IV^, V^.
Solo verso la fine della guerra si formò anche la Divisione "Silvio Bonfante" [in seguito ancora, dal 26 marzo 1945, VI^ Divisione "Silvio Bonfante"].
don Ermando Micheletto, La V^ Brigata d'Assalto Garibaldi "Luigi Nuvoloni" (Dal Diario di Domino nero - Ermando Micheletto), Edizioni Micheletto, Taggia (IM), 1975

Le prime informazioni relative all'esistenza della banda di Tento e Vittò [anche Ivano, Giuseppe Vittorio Guglielmo], operante in valle Argentina, U Curtu [Nino Siccardi] le ebbe all'inizio di aprile del '44 e si attivò immediatamente per allacciare i primi contatti [...] L'adesione da parte di Vittò e Tento ci fu da subito; il primo era già d'accordo, il secondo, in quanto non comunista, accettò anche in relazione ai vantaggi, in termini di aiuti concreti, che tutta la banda ne avrebbe ricavato. L'accordo venne accettato soltanto in seguito a un confronto con gli uomini del gruppo (all'epoca circa 25). I partigiani vennero radunati da Bruno Luppi (Erven) il quale fornì le delucidazioni del caso. Tutti aderirono senza riserve. Successivamente avvenne il primo incontro tra Vittò e U Curtu [...] I bandi di arruolamento tra le fila della Rsi determinarono un notevole afflusso di reclute tra le formazioni partigiane. L'ultimatum dei fascisti scadeva il 25 maggio e il 14 giugno venne diramata la circolare che stabiliva la costituzione della IX Brigata [d'Assalto Garibaldi "Felice Cascione"]. Fu così che Vittò divenne comandante del V Distaccamento.
Romano Lupi, VITTO'. Vita del comandante partigiano Vittorio Guglielmo, Quaderni sanremesi, Sanremo, 2011

[...] in concomitanza con l'aumentata pressione nazifascista, dal 28 marzo 1944 i maggiori gruppi partigiani, originati dalla "banda Cascione", vennero posti sotto il comando di Curto, che [...] riuscì a contattare anche le bande di "Tento", Pietro Tento, e di "Vitò" [Giuseppe Vittorio Guglielmo], le quali agivano nella parte occidentale della provincia di Imperia in Alta Valle Argentina con base alla Goletta di Triora (IM) [...] A fine maggio 1944 il Comando Generale per l'Alta Italia del Corpo Volontari della Libertà mandò disposizioni per la creazione in Liguria di un Comando unificato. Sorse così il primo Comando Militare Unificato Regionale Ligure (CMURL). La Liguria venne suddivisa in 4 zone in ottemperanza alle direttive impartite dal Comando Generale Alta Italia: I^ Zona Operativa, dalla Valle del Roia, estremo ponente della provincia di Imperia, a quella dell'Arroscia [...] Attorno al 13-14 giugno 1944, in considerazione del crescente numero di combattenti che agivano nel territorio, venne riconosciuta alle forze della Resistenza imperiese una nuova unità operativa, la IX^ Brigata d'Assalto Garibaldi "Felice Cascione".
Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell’Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945) - Tomo I - Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1998 - 1999

lunedì 29 giugno 2020

Nella notte tra il 14 e 15 febbraio 1945 i tedeschi... a Mentone

Fonte: Archivio francese SHAT (Service historique de l'armée de terre)


15 febbraio 1945 - I^ Armata Francese - Gruppo Alpino Sud 

Il capo-squadrone Gautier Malherbe comandante 1° gruppo  
Al Sig. colonnello comandante GAS (Gruppo Alpino-Sud)  

Ho l’onore di comunicare che nella notte tra il 14 e 15 febbraio [1945] da un gruppo nemico è stato tentato un colpo di mano al posto di comando del molo di Mentone. Alle 4 del mattino una imbarcazione con 4 uomini a bordo si è presentata all’entrata del porto.  
Alle intimazioni è stato risposto in francese “non sparate perché qui ci sono degli amici francesi”. Dato che da 5 notti erano attesi 4 agenti del S.R. [Services des Reinsegnements] la sentinella ha ordinato alla barca di accostare.
Il capo-posto, sergente capo Zerbini del 21°  B.V.E., si è avvicinato, ma è stato subito afferrato alla gola da 2 uomini [nemici] che erano nel frattempo sbarcati: con questi è caduto in mare ma é riuscito prima a dare l’ordine di sparare. Il risultato dello scontro è stato il seguente: 1 [nemico] ferito sulla barca, 1 [nemico fatto] prigioniero, 2 [nemici] dispersi, il sergente capo Zerbini indenne. L’imbarcazione è andata alla deriva nella notte con a bordo il ferito che rantolava. 
Questa mattina all’alba la barca è stata recuperata e sono stati scorti due corpi tra le acque. 
Alcuni nostri uomini  hanno provato a nuoto a recuperare i cadaveri. 
Si era trattato di un kommando della marina [tedesca] di Sanremo. Uomini che erano partiti alle 0.30 da Ventimiglia su due gommoni a propulsione posteriore con l’incarico di fare un prigioniero sul molo di Mentone e di distruggere il posto di guardia del fortino. Uno dei battelli aveva avuto una avaria durante il tragitto. Una vedetta veloce attendeva al largo. Tutto si è svolto normalmente [per loro] fino al brillante intervento del sergente capo Zerbini, in quanto i tedeschi avevano fatto una stima insufficiente dei nostri mezzi. Tre uomini, tra i quali l’ufficiale, si dovevano incaricare della cattura della sentinella francese, mentre il caporale, che è stato poi fatto prigioniero, doveva proteggeva l’operazione con un fucile automatico. Il rapporto dell’interrogatorio è stato trasmesso al Deuxième Bureau.
                                                                        firmato:  Gautier Malherbe

La barca di questi 4 tedeschi è stata fermata ed è stata effettuata la cattura di uno di loro grazie alla vigilanza ed all'attività del 21° Battaglione. Questo fatto conferma la qualità di questo battaglione e la fiducia, io credo, che possiamo riporre in esso. Io metto il prigioniero a disposizione della 44^ Brigata per gli interrogatori.
                                                               firma [?]: illeggibile

documento d'epoca (Archivio francese SHAT) rintracciato a cura di Giuseppe Mac Fiorucci, autore di "Gruppo Sbarchi Vallecrosia", ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia < Comune di Vallecrosia (IM) - Provincia di Imperia - Associazione Culturale "Il Ponte" di Vallecrosia (IM) >, 2007 

Mentone: il fortino
 
Nel gennaio 1945 il 21/XV B.V.E. viene assegnato alla difesa del fronte mare, da Garavan a Cap Martin. L’azione consisteva nella sorveglianza della costa, nell'impedire sbarchi ed infiltrazioni e pattugliare i “carrugi” della città vecchia di Mentone. Nel tratto di mare prospiciente il fronte avvenivano dei collegamenti notturni tra la Resistenza italiana e gli Alleati. Nella notte tra il 14 e 15 febbraio 1945 i tedeschi, fingendo uno di questi collegamenti, tentarono di sbarcare informatori e prendere prigionieri. Alla testa del molo del porto di Mentone era stata ricavata una postazione e da questa, verso le 3 del mattino, una sentinella avvertì dei movimenti e diede l’allarme. Vennero fatte le intimazioni regolamentari alle quali veniva correttamente replicato in buon francese. Il battello, seguendo gli ordini ricevuti, accostò al lato interno del molo. Il maresciallo Michele Zerbini, comandante della postazione, si sporse per agguantare la cima ma venne strattonato e gettato in mare e, nonostante l’equipaggiamento, le sue ottime doti di nuotatore (era genovese) gli permisero di riemergere e a sua volta di trascinare in mare un tedesco. Contemporaneamente ordinava di aprire il fuoco nonostante si trovasse sulla linea di tiro. Dalla postazione il tiratore del F.M., basandosi sulle sue urla, individuava nel buio gli aggressori e con una sola raffica li neutralizzava. Nella mattinata recuperarono l’imbarcazione tedesca con tre morti a bordo e della pattuglia tedesca sopravvisse solamente l’ufficiale di marina trascinato in acqua da Zerbini. L’operazione venne citata nel bollettino di guerra e il maresciallo Zerbini venne decorato con la “Croix De Guerre”.
Giuseppe Calò, Il 21/XV Bataillon Volontaires Etrangérs, in Storia Militare n. 141, giugno 2005

9/9/1944
[...] Dal mare la nave da guerra, che in quei minuti di ansia avevo quasi dimenticato, spara la prima bordata, scuotendo l'intera vallata di Mentone.
Proiettili di grosso calibro, solcando l'aria sopra di noi, vanno ad esplodere sulle trincee dove il nemico pochi istanti prima attendeva in silenzio.
Alla prima detonazione ne seguiva una seconda, pezzi di roccia e schegge infuocate rotolavano fino a noi, per venti minuti un bombardamento senza respiro martellava quelle postazioni che, poco dopo, avremmo dovuto occupare. [...] Distesi a terra guardiamo il capitano con il telefono in mano che dirige il tiro dell'artiglieria, poi ad un tratto dal mare cessano di sparare. Il primo attacco condotto dall'esercito canadese alla frontiera di Mentone, dove i Tedeschi ripiegando si erano trincerati, poteva dirsi portato a termine con la partecipazione dei garibaldini italiani.
Si era così realizzato quel sogno da molto tempo atteso: in uno scontro diretto la nostra prima vittoria contro un nemico che fino a quel momento non ci aveva dato pace.
Il mattino seguente saprò, dal mio comandante ancora emozionato, che durante l'attacco il capitano, entusiasta del nostro comportamento, aveva annunciato al centralino da campo di Castellar che i garibaldini italiani in quel momento stavano rastrellando la cima del monte.
Durante quella notte ero rimasto nella postazione conquistata in compagnia di due soldati canadesi; sopra di noi si sentivano fischiare i proiettili delle artiglierie dei due eserciti opposti, mentre nel fondo valle si vedevano i bagliori delle esplosioni. [...]
Giorgio Lavagna (Tigre), Dall'Arroscia alla Provenza - Fazzoletti Garibaldini nella Resistenza, Isrecim - ed. Cav. A. Dominici - Oneglia - Imperia, 1982

A settembre 1944 Giorgio Lavagna ed il suo gruppo vennero arruolati nella FSSF, First Special Service Force (chiamata anche The Devil's Brigade, The Black Devils, The Black Devils' Brigade, Freddie's Freighters), reparto d'elite statunitense-canadese di commando, impiegato anche nella Operazione Dragoon nel sud della Francia, tuttavia sciolto nel dicembre 1944; a questa data, per non farsi internare, i mentovati ex garibaldini furono costretti ad immatricolarsi nel 21/XV Bataillon Volontaires Etrangérs francese.  Adriano Maini 

domenica 28 giugno 2020

I tedeschi hanno sì intenzione di diminuire i presidii, ma non di evacuare la zona


Ceva (CN) - Fonte: Wikipedia
A febbraio 1945 la situazione della guerra, disastrosa per la Germania, era ben nota alla popolazione del ponente ligure e, logicamente, anche ai partigiani: la speranza di tutti era che la pace fosse prossima.
Ci fu un incremento dei bombardamenti aereo-navali degli Alleati, principalmente indirizzati verso le città costiere, Imperia, Sanremo, Bordighera, verso i centri del confine italo-francese e verso alcuni paesi dell'entroterra, soprattutto della Valle Argentina. 
Queste azioni, tuttavia, raggiunsero solo in parte l'obiettivo di colpire i punti militari nevralgici, causando, di contro, non pochi danni e non poche vittime tra la popolazione civile. Alcuni reparti tedeschi dovettero in ogni caso, proprio per sfuggire ai bombardamenti, essere trasferiti.
Quella parte di popolazione dell'estremo ponente ligure, che sino a quel momento non si era schierata né contro né a favore della Repubblica Sociale e dell'occupazione tedesca, divenne, anche a fronte dell'incredibile incremento del caro vita (ad esempio, il prezzo della farina a 150 lire al chilogrammo), decisamente contraria ai nazifascisti.
La situazione bellica internazionale, la pressione militare alleata, il malcontento della popolazione e, non ultima, l'accresciuta efficienza delle operazioni dei partigiani, furono le principali cause che spinsero i comandi tedeschi alla decisione di abbandonare progressivamente il ponente ligure.

Dall'inizio di febbraio, infatti, i Servizi Informativi Militari (S.I.M.) della II^ Divisione "Felice Cascione" e della Divisione "Silvio Bonfante" segnalarono un continuo esodo di militari tedeschi. 
Lo sganciamento non avvenne in modo massiccio, ma per piccoli contingenti che partivano, massime durante le ore notturne, con carriaggi, camion o treni. Le strade seguite per raggiungere i grandi centri del Piemonte e Genova erano la Via Aurelia e la Statale 28 Imperia-Ormea (Colle di Nava), la prima utilizzata soprattutto per il trasporto di materiale.
La statale del Colle di Nava, ritenuta vitale per la fuga, venne fatta costantemente oggetto di rastrellamenti per averne un forte controllo: su detta arteria transitavano i soldati tedeschi diretti agli allora importanti centri ferroviari di Ceva (CN) ed Ormea (CN).Gli effettivi tedeschi nei mesi a seguire, pertanto, diminuirono in provincia di Imperia con questi spostamenti di truppe destinate ai fronti di guerra.I soldati repubblichini, in particolare quelli della Divisione Monte Rosa e i Cacciatori degli Appennini, anche in vista di un ipotizzato, ma mai compiuto per intero, abbandono da parte tedesca del ponente ligure, furono designati a rimpiazzare i vuoti così creati. E non pochi tra di loro cercarono di passare nelle fila partigiane, dove non sempre furono accolti.
Verso la fine di febbraio si diffuse con insistenza la notizia che i tedeschi avrebbero imposto un coprifuoco di 72 ore in funzione di copertura di un loro totale ripiegamento: il che non avvenne, forse a causa dell'ormai certo esito del conflitto.
A fine febbraio 1945 i comandi tedeschi, accantonata l'ipotesi di uno sganciamento totale delle loro forze dalla provincia, cercarono tramite gli uomini della Repubblica di Salò un elenco completo della popolazione per poter procedere ad una chiamata generale alle armi.
Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell'Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945) - Tomo I, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1998-1999

 
5 febbraio 1945 - Da "Citrato" [Angelo Ghiron del SIM, Servizio Informazioni Militari, della Divisione "Silvio Bonfante"] al responsabile SIM [Livio, Ugo Vitali] della Divisione "Silvio Bonfante" - missiva scritta a mano - Testo: "Sono partiti dalla vallata di Cervo i duecento tedeschi che vi si trovavano. Essi avevano già in antecedenza spediti via i loro bagagli. Questi si sono fermati due giorni ad Albenga, e sono poi proseguiti per Garessio - Ceva. Gli ultimi tedeschi sono partiti stamane. Anche da Andora e vallata è partito il comando del Battaglione e parte delle truppe. Sembra sia rimasta una sola compagnia. Notevole è sempre il numero di truppe di stanza nella zona di Diano Marina e Capo Berta, truppe che effettuano quasi giornalmente puntate verso l'interno della vallata. (circa 300 uomini) Secondo informazioni da Imperia anche da quella zona vengono segnalati spostamenti di truppe. È soprattutto notevole il numero di carri trasportanti equipaggiamento, viveri e materiale verso Savona, e tornanti vuoti in direzione opposta. Il fatto che anche viveri vengano trasportati sembrerebbe indicare non corrispondenti a verità le voci secondo cui si tratterebbe di un sempice cambio di truppe [...] Tedeschi e repubblicani si reputano ormai sicuri in questa zona dal pericolo di partigiani. Soprattutto i fascisti stanno esasperando la popolazione con il loro comportamento. Spero di avere sabato prossimo da Marco [probabilmente Nino Agnese] l'indirizzo che ho richiesto di S. 22. ["S. 22"/"Dino", G.B. Barla, in seguito responsabile SIM "Fondo Valle" della Divisione "Silvio Bonfante"], per mettermi in contatto con lui. Ad ogni modo ho ora trovato informatori a Diano ed Oneglia [...] Saluti. Citrato.
P.S. so ora che nella notte tra il 7 e l'8 sono transitati, diretti a Ventimiglia due treni carichi di munizioni. È quindi confermato che i tedeschi hanno sì intenzione di diminuire i presidii, ma non di evacuare la zona [...]
".

25 febbraio 1945 - Da "Corrado" al comando della Divisione "Silvio Bonfante" - Informava che "... Entro il 5 p.v. la RSI [Repubblica Sociale (di Salò)] dovrà consegnare ai tedeschi un elenco di tutti i cittadini italiani, forse per una mobilitazione generale...".

25 febbraio 1945 - Dalla Sezione SIM [Servizio Informazioni Militari] "Fondo Valle" della Divisione "Silvio Bonfante" al comando della I^ Zona Operativa Liguria ed al comando della Divisione "Silvio Bonfante" - Comunicava che "sembra che in Piemonte sia stato imposto un coprifuoco di 72 ore, durante il quale i tedeschi hanno fatto saltare i campi minati. Molti gerarchi hanno le automobili pronte per scappare e i militari della Muti cercano di conquistarsi la fiducia dei partigiani prigionieri. Gli ufficiali della RSI congedati sono stati sostituiti con altri di provata fede fascista provenienti da Alessandria... ".

26 marzo 1945 - Dal Comando Operativo [comandante "Curto", Nino Siccardi] della I^ Zona Liguria al comando [comandante "Giorgio", Giorgio Olivero] della Divisione "Silvio  Bonfante" - Comunicava che per ordine del Comando Militare Unificato Regionale [CMURL] la Divisione veniva rinominata "VI^ Divisione d'assalto Garibaldi Silvio Bonfante" e chiedeva notizie sull'imminente riunione tra CLN provinciale di Imperia e garibaldini.

29 marzo 1945 - Da "Nemo" [Aldo Galvagno] alla Sezione SIM [Servizio Informazioni Militari] della VI^ Divisione "Silvio Bonfante" - Comunicava che era crescente la tensione nei tedeschi dovuta alle notizie provenienti dalla Germania; che continuavano piccoli spostamenti dei tedeschi verso il Piemonte; che, dopo le ultime partenze, a Pontedassio vi erano 100 tedeschi dell'artiglieria e della fanteria; che i soldati tedeschi che abbandonavano la zona diretti in Piemonte usavano mezzi contrassegnati dalla croce rossa, mezzi utilizzati anche per trasportare munizioni.

da documenti Isrecim in Rocco Fava, Op. cit. - Tomo II

giovedì 25 giugno 2020

Attacchi garibaldini a Pigna prima della costituzione della Repubblica Partigiana


Pigna (IM)
 
Il 30 aprile del 1944 Pigna entrò nell’incubo. Appena conclusa la tradizionale messa domenicale delle 10 e 30, due giovani partigiani vennero portati in chiesa, scortati da un drappello di brigate nere ed il parroco don Bono fu costretto a impartire ai due sfortunati l’estrema unzione. Il drappello si diresse attraverso la via Fossarello seguito da pochi curiosi per raggiungere il cimitero. Verso l’una del pomeriggio il paese venne scosso da una salma di fucileria; il plotone di esecuzione, comandato dal capitano della M.V.S.N. Maggi <294, fece fuoco su Carmelo Repetto di Rezzoaglio e Tommaso Faraldi di Triora, due partigiani arrestati il 26 aprile a Bajardo e condannati dal tribunale militare, istruito a Pigna per l’occasione, alla pena di morte mediante fucilazione al petto, come previsto dal decr. legislativo del Duce n° 30/1944. I due partigiani, insieme a un polacco chiamato Giuseppe, erano stati catturati dagli agenti della GNR Tommaso Cataldi e Antonio Di Giovanni in servizio investigativo in borghese <295. La rappresaglia partigiana non si fece attendere: nella notte tra il 7 e l’8 maggio alcuni partigiani, rimasti ignoti, irruppero nella canonica di Castelvittorio e uccisero con due colpi di pistola il parroco del paese, don Antonio Padoan. L’azione è, ancora oggi, avvolta nel mistero; non è ben chiaro il motivo dell’esecuzione. La sera del 7 maggio del 1944 alcuni garibaldini si introdussero nella canonica per indurre Padoan a desistere dai suoi atteggiamenti filo-fascisti e invitarlo a lasciare Castelvittorio. Fonti partigiane affermano che la discussione non fu pacifica e che nacque una colluttazione con spari da ambo le parti. Il partigiano “Albenga” ebbe il calcio del fucile fracassato da una pallottola e Padoan rimase ucciso <296.
[NOTE]
294 Uff. P.M. Sez. Spec. Corte Assise Genova 28/1/46. Non luogo a procedere in data 14/11/94.
295 Per questo fatto Tommaso Cataldi fu condannato alla pena capitale dal tribunale del 1° Btg. M. Bini della V Divisione Cascione in data 5 febbraio 1945, sentenza eseguita il giorno stesso in località Gerbonte di Triora. La sentenza venne firmata dal comandante del battaglione Figaro (Vincenzo Orengo), dal commissario Lince (Manlio Cogliolo) e da Gianni.
296 Memorie orali di Erven e Vittò. Per maggiori dettagli si veda l’opuscolo di N. Allaria Olivieri, Sangue a Castelvittorio, Editrice Sordomuti, 1977. 
Giorgio Caudano, Pigna. Storia di un paese, ed. in pr., 2016 
 
[ n.d.r.: altri lavori di Giorgio Caudano: Giorgio Caudano, Dal Mare alla Trincea... memorie di uomini, BB Europa, Cuneo, 2019; Silvia Alborno, Gisella Merello, Marco Farotto, Marco Cassini, Giorgio Caudano, Franck Vigliani, curatori della mostra Claude Monet, ritorno in Riviera, catalogo a cura di Aldo Herlaut, Silvana Editoriale, Milano 2019; La Magnifica Invenzione. I pionieri della fotografia in Val Nervia 1865-1925, a cura di Marco Cassini e Giorgio Caudano, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2016 ]
 
In operazioni di rastrellamento la G.N.R. di VENTIMIGLIA (IMPERIA) ha catturato 3 ribelli armati passandoli per le armi.
Notiziario della Guardia Nazionale Repubblicana del 1 maggio 1944, p. 36. Fondazione Luigi Micheletti    

Pure il 16 corrente due abitanti di Pigna addetti alla vigilanza della linea telefonica e telegrafica di una zona sita in territorio del comue di Pigna, spintisi fino in frazione Cetta del comune di Triora, venivano fermati da alcuni ribelli armati di pistole e di bombe a mano, che li prelevavano e li portavano in presenza del loro capo, che si trovava in compagnia di una dozzina di partigiani. Detto capo li diffidava a non lavorare più per le forze armate germaniche ed a non recarsi più nella località ove erano stati sorpresi. Gli stessi abitanti civili di Pigna riferivano che ribelli, nella circostanza, avevano manifestato proposito di vendicare i due loro compagni fucilati dalla milizia confinaria a Pigna e che il capo di tali ribelli parlava con accento ligure, laddove i suoi adepti avevano l'accento meridionale.
Ermanno Durante, Questore di Imperia, Relazione settimanale sulla situazione economica e politica della Provincia di Imperia, Al Capo della Polizia - Maderno, 22 maggio 1945 - XXII, oggi in Archivio Centrale di Stato
 
 
Pagina 41 del Notiziario GNR del 28 giugno 1944, cit. infra da Giorgio Caudano - Fonte: Fondazione Luigi Micheletti

L'estate 1944 conobbe il momento più intenso per quanto riguarda l'adesione al movimento partigiano del territorio; le bande, che fino ai primi giorni di primavera erano costituite soprattutto da un'èlite di uomini politicamente consapevoli, vennero ingrossate da numerosi renitenti alla leva e disertori dell'esercito repubblichino. I pochi paesi dove non vi era alcun presidio della GNR erano spesso occupati dai partigiani che scendevano dalle montagne circostanti. Il 15 giugno i partigiani di Langan [n.d.r.: località in altura nel comune di Castelvittorio (IM): mette anche in comunicazione con la Valle Argentina] scesero in paese [Pigna] e assaltarono, senza incontrare la resistenza dei fascisti della GNR di stanza alla caserma Manfredi, i locali dell'ammasso dell'olio siti in via San Rocco, poco oltre le due strade. Molti abitanti del paese si unirono agli stessi partigiani per razziare l'olio che costituì per i mesi a venire una preziosa riserva alimentare. L'episodio venne menzionato nel Notiziario della Guardia Nazionale Repubblicana del 28 giugno: "Il 15 corrente, verso le 19,30, a Pigna oltre 300 banditi muniti di armi automatiche, invasero la caserma del distaccamento G.N.R e quella della brigata Finanza. Un altro numeroso gruppo di banditi si portò verso la caserma della G.N.R. Confinaria, sparando raffiche di armi automatiche a distanza. Dalla caserma del distaccamento G.N.R. i malviventi prelevarono il comandante, vicebrigadiere Antonio Bressanelli e sei militi, asportando armi e effetti di casermaggio; altrettanto fecero nella caserma della Guardia di Finanza, ove furono catturati nove militari. Successivamente aprirono il magazzino dell'ammasso dell'olio, asportandone alcuni quintali, invitando la popolazione a riprendersi l'olio che aveva consegnato in precedenza. Non consta, finora, che vi siano stati morti o feriti. La popolazione è allarmata". 
Giorgio Caudano, Op. cit. 
 
Nella notte dal 15 al 16 corr. un forte nucleo di partigiani attaccava le caserme del Distaccamento G.N.R. e della Guardia di Finanza di Pigna disarmando e prelevando i componenti, i quali non opponevano alcuna resistenza.
Le stesse bande di partigiani attaccavano poi la caserma della Milizia confinaria, che resisteva energicamente.
Al sopraggiungere di rinforzi, composti da militi confinari, agenti di polizia dell'Ufficio di P.S. di Ventimiglia e di alcuni militari tedeschi, i partigiani si allontanavano. Da parte nostra nessuna perdita.
Perdite imprecisate tra i ribelli, in quanto essi, secondo il loro costume, trasportano nella ritirata eventuali morti e feriti, che devono esserci stati, in quanto, durate il conflitto, erano state grida avvertite di dolore.
Ermanno Durante, Questore di Imperia, Al capo della Polizia - Maderno, Relazione sulla situazione economica e politica della Provincia di Imperia, Imperia, 20 giugno 1944 - XXII°, oggi in Archivio Centrale di Stato
 
Il giorno 14 giugno 1944 i partigiani del 5° distaccamento (cioè del distaccamento di Vittò ed Erven) partono da Carmo Langan nelle prime ore del pomeriggio e si recano a Pigna. Sono circa 60-70 uomini. Vittò [Giuseppe Vittorio Guglielmo] ed Erven [Bruno Luppi] sono a capo del gruppo. Su per giù ad un chilometro di distanza da Pigna, sulla strada per Isolabona, vi è una caserma con una ottantina di Camicie Nere e un numero imprecisato di tedeschi. Nella parte a monte di Pigna, alla periferia del centro abitato, in una villa, hanno sede circa quindici carabinieri. In basso nella zona verso valle, dalla parte della strada per Castel Vittorio, ancora alla periferia dell'abitato di Pigna, in una villetta adibita a caserma, vi sono i militi della finanza. A mezz'ora di distanza da Pigna, Vittò, con 20 uomini, lascia il gruppo, e si porta a bloccare la strada, fra Pigna e la caserma delle Camicie Nere. Gli altri sono da Erven divisi in pattuglie, alcune per proteggere l'attacco alla caserma dei carabinieri, e altre per tenere sotto controllo ogni strada ed ogni punto importante del paese, sempre alla periferia, dato che i partigiani erano stati informati della dislocazione di mitragliatrici di fascisti sui tetti. Eseguono l'attacco alla caserma dei carabinieri Erven, Assalto [n.d.r.: Carlo Peverello, nato a Castelvittorio il 28 febbraio 1923], Argo [Biagio Salomone], Marussia di Ventimiglia e Géna. Assalto si ferma a una certa distanza, a sorvegliare una finestra da cui, fra due sacchi di terra, spunta la canna di un mitragliatore; gli altri, rasentando il muro, vanno presso la porta principale e gridano ai carabinieri di arrendersi. Non ricevendo risposta, puntano le armi alle finestre e alla porta; ma poi si sente il rumore di un catenaccio, la porta si apre, e i partigiani Erven e Argo si precipitano all'interno e bloccano il carabiniere che aveva aperto. Subito dopo si impossessano di un mitragliatore spianato fra altri due sacchi di terra, che è preso da Argo dietro indicazione di Erven; quindi intimano "mani in alto" al brigadiere apparso in quel momento, il quale non si aspettava i partigiani; il brigadiere, bloccato a sua volta, grida agli altri suoi uomini di arrendersi. Tutti i carabinieri si arrendono. Finita l'azione contro la caserma dei carabinieri un partigiano viene mandato ad avvertire Vittò del buon esito dell'azione stessa, mentre Erven provvede a radunare le pattuglie e le postazioni che erano state dislocate nei vari punti. I prigionieri di cui sopra partono dopo che gli uomini di Erven e di Vittò si sono di nuovo riuniti. Partiti i prigionieri con la pattuglia, sono circa 40-50 i partigiani che restano presso Pigna, con Vittò e con Erven, a poche decine di metri dal paese, a monte del paese stesso. 
Giovanni Strato, Storia della Resistenza Imperiese (I^ zona Liguria) - Vol. I. La Resistenza nella provincia di Imperia dalle origini a metà giugno 1944, Editrice Liguria, Savona, 1976, ristampa del 2005 a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, pp. 297-298
 
11 agosto 1944 [...] Lungo la mulattiera del Torraggio, nella zona di Passo Muratone, il 5° distaccamento della V Brigata d'Assalto «L. Nuvoloni» impegna i Tedeschi, i quali rispondono con raffiche di mitragliatore; un partigiano rimane ferito; i Tedeschi contano alcuni morti.
Un distaccamento della V Brigata, comandato da Vittorio Guglielmo [Ivano, Vitò] e composto da soli trentadue uomini con due mitragliatori ed una mitragliatrice, con una brillante azione attacca circa duecento Tedeschi diretti in Francia dopo aver razziato il giorno precedente bestie e viveri ai pastori della zona di Marta. Dopo un breve combattimento i Tedeschi riescono a salvarsi con la fuga, abbandonando l'intero bottino. Il nostro distaccamento riesce così a recuperare 15 muli carichi di viveri e munizioni e 55 mucche che saranno restituite ai proprietari. Inoltre, si recuperano 50 fucili ta-pum, 25 mitra, 23 parabelli, 4 mitragliatori, 2 mitraglie ed armi varie.
Carlo RubaudoStoria della Resistenza Imperiese (I Zona Liguria) - Vol. II. Da giugno ad agosto 1944, edito a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, Imperia, Dominici Editore, 1992
 
 
Pigna (IM),  Località San Rocco, vicina a zona lago Pigo: ponte sul torrente Nervia della strada provinciale, poco a valle delle diramazioni per Buggio, Castelvittorio, Carmo Langan e valle Argentina

A Pigna (IM) vi erano molti carabinieri e finanzieri.
Pigna era una preoccupazione continua dei partigiani. 
In paese vi era anche una caserma di nazifascisti [...]
Avevano armi che occorrevano ai partigiani.
Fu fatto un primo attacco alla caserma dei carabinieri. Il maresciallo che comandava la stazione era stato più volte invitato a non combattere i partigiani. Non si voleva arrendere. L'azione contro di loro era rischiosa.
Erven [n.d.r.: Bruno Luppi, già incarcerato nel 1935 a Modena per attività clandestina antifascista; iscritto al partito comunista clandestino a Sanremo (IM); ufficiale durante la guerra, partecipò, appena sfuggito alla cattura da parte dei tedeschi, il 10 settembre 1943 ai combattimenti di Porta San Paolo a Roma; riuscì a rientrare in provincia; da comandante del 16° distaccamento della V^ Brigata venne gravemente ferito il 27 giugno 1944 nella battaglia di Sella Carpe (tra Baiardo e Badalucco); mesi dopo, appena guarito, diventò vice commissario della I^ Zona Operativa Liguria]: "È  stata un'azione veramente rischiosa quella che abbiamo fatto a Pigna e che adesso non oserei  rifare. Siamo scesi con Vitò a Pigna, a piedi. Era con noi tutto il gruppo di uomini del Comando della Goletta..."
Vitò con un gruppo dei più arditi si mise sulla strada che divide la caserma dei nazifascisti dal paese.
Lo scopo era quello di impedire ai soldati di intervenire durante l'attacco alla caserma dei carabinieri [...]
Erven, Assalto, Argo ed i partigiani di Castelvittorio diedero l'assalto alla richiamata caserma. Puntarono tre mitragliatori, mentre più indietro un gruppo era pronto a proteggere un'eventuale ritirata.
I carabinieri avevano appostato un mitragliatore ad una finestra [...]
I patrioti riuscirono ad entrare, a neutralizzare l'azione di un piantone e a prendere il fucile mitragliatore.
Più che una lotta fu una conversazione animata e decisa.
In breve tempo tutti i carabinieri si erano arresi.
Il tempo stringeva. Pattuglie di fascisti erano per le strade. Dall'alto i partigiani spararono e li dispersero...
L'attacco alla caserma della finanza fu più complicato e più duro. In questa caserma erano giunti i fascisti delle pattuglie già bersagliate dai partigiani. 
Si trincerarono e chiesero aiuto via telefono [...] i partigiani usarono un mortaio  [...] il maresciallo non si voleva arrendere [...] infine si arrese con tutti i suoi uomini.
Dalle due caserme fu asportato tutto quanto poteva servire ai patrioti, armi, munizioni, viveri [...]
I prigionieri erano una dozzina di carabinieri ed una quindicina di finanzieri [...] tutti chiesero di arruolarsi tra i partigiani. Diedero in seguito prova di essere stati tra i migliori nostri combattenti.
don Ermando Micheletto *, La V^ Brigata d’Assalto Garibaldi “Luigi Nuvoloni” (Dal Diario di Domino nero Ermando Micheletto), Edizioni Micheletto, Taggia (IM), 1975
* ... Don Micheletto per tutta la guerra si adoperò per i partigiani, generalmente in contatto con i gruppi di Vitò, che accompagnò spesso nei loro spostamenti. Esplicherà la sua attività specialmente nell'assistenza e per captare messaggi radio. Giovanni Strato, Op. cit.

Il presidio di carabinieri di stanza a Pigna passò ai partigiani il 27 agosto 1944 […] Prof. Francesco Biga in Atti del Convegno storico LE FORZE ARMATE NELLA RESISTENZA di venerdì 14 maggio 2004, organizzato a Savona, Sala Consiliare della Provincia, dall’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea della provincia di Savona (a cura di Mario Lorenzo Paggi e Fiorentina Lertora)  
 
Gli ultimi giorni di agosto videro l'ulteriore intensificarsi dell'attività partigiana. Il 25 un gruppo di garibaldini, comandati da Fuoco [Marco Dino Rossi], minarono e fecero saltare il ponte degli Erici, isolando Pigna dalla parte bassa della valle del Nervia; in montagna venivano presidiati con forze cospicue i passaggi che potevano permettere al nemico di avvicinarsi al paese, ovviando all'interruzione stradale conseguente alla distruzione del ponte degli Erici. Negli ultimi giorni del mese di agosto il comandante della Divisione partigiana «F. Cascione», Nino Siccardi Curto, indirizzò una lettera al capitano comandante della milizia di Pigna chiedendo, a lui e ai suoi 40 uomini, di passare armi e bagagli dalla parte della Resistenza. Il Curto, successivamente, inviò un emissario per proporre e concordare la resa del presidio della G.N.R.; i contatti non arrivarono ad una conclusione e all'alba del 29 agosto i militi repubblichini abbandonarono il paese, permettendo alle forze della V^ Brigata d'assalto Garibaldi di occupare il paese senza che venisse versato sangue. Alle primissime luci del giorno gli abitanti di Pigna furono svegliati dallo scoppio di munizioni che i fascisti non riuscirono a trasportare a valle e che venivano distrutte per evitare che cadessero in mano nemica. Il paese era in mano ai partigiani; il comandante Vittò rimase a Langan, da dove coordinava i distaccamenti che difendevano in forze gli eventuali valichi da dove potevano arrivare le minacce del nemico; Monte Vetta, Passo Muratone, la Valletta, Colle Ardente, Gouta erano i principali punti di resistenza difesi dagli uomini di Vittò.
Giorgio Caudano, Gli eroi sono tutti giovani e belli. I Caduti della Lotta di Liberazione nella I^ Zona Operativa Liguria, ed. in pr., 2020

mercoledì 24 giugno 2020

Un partigiano "bridge blower"



Dintorni di Ceriana (IM)
Ghepeu, al secolo Sergio Grignolio, scuote l'indice verso di me e ride di un riso franco da buon ragazzone quale egli è. Adesso esageri... dice. Protesta allegramente perchè l'ho presentato al Governatore, capitano inglese Garigue, e ad altri ufficiali come il “bridge blower”, cioè l'uomo che fa “saltare i ponti”. Protesta e ride, ma si vede che ne è compiaciuto. In verità Ghepeu è il tipico partigiano. Alto, di membra possenti, ha una bellissima testa ricciuta ed un volto da buon ragazzo, illuminato da due magnifici occhi castani. Si tiene ritto innanzi al generale Graham, venuto a Sanremo in occasione della rivista della vittoria e della pace e si dondola un po' su una gamba ed un po' sull'altra, impacciato e rosso in volto. Nessuno immaginerebbe che egli è stato, durante tutta la guerra di liberazione uno dei nostri patrioti più valorosi. Ha preso parte a combattimenti, agguati, sorprese, è stato in “galera”, ha sposato la morte decine di volte, ha subito la tortura. Ed ha soltanto diciannove anni.
 
Raccontaci come hai fatto a distruggere il ponte della Madonna della Villa.
 
Non qui... fuori mi risponde e vedo che è veramente sulle spine. E l'intervista col generale Graham ed il capitano Garigue finisce. Ghepeu ritorna al suo risotto...ahimé troppo esiguo per il suo appetito... ma finito il pranzo mantiene la promessa.
Ritto innanzi a me parla ed agisce illustrando con potenza drammatica il suo semplice racconto che ha la forza di un'epopea. Quando avvenne l'impresa? Interrogo. Ai primi di settembre 1944. Mi trovavo nuovamente fra i miei compagni, in montagna. Ritornavi in città? Ritornavo dalla prigione... ma questa è un'altra storia. Accennala, può essere interessante.
 
In poche parole, l'affare andò cosi. Dopo aver fatto saltare i Tre Ponti fui denunciato da un pseudo amico come informatore dei ribelli e costruttore di radio clandestine.
Agenti dell'U.P.I. in pieno mezzogiorno fanno irruzione in casa mia, immobilizzano i miei sotto la minaccia delle pistole e mi prelevano. Mi trasportano all'ufficio di Piazza del Mercato. Con me c'era Ciccio Corrado, che fu poi fucilato a San Martino il 12 settembre
[1944]. Breve: mi ammanettano, mi denudano il dorso e mi fanno sedere. E comincia l'interrogatorio. Per quattro ore andarono avanti a forza di schiaffi, pugni e calci. Alla fine della seconda ora mi si bruciò della polvere da sparo sulla schiena. Ed io zitto. Mi si fece stendere supino, mi si pose sullo stomaco un asse di mitragliatrice sul quale i miei torturatori sedevano a turno. Ed io zitto. Alla fine mi strapparono i capelli - e si tocca la chioma - con un coltello sdentato. Ma io non ho parlato. 

Bravo! Interrompo.

Ho fatto semplicemente il mio dovere - continua Ghepeu. Mi si porta a Villa Giulia in attesa della fucilazione. Vi resto due giorni e due notti. Il terzo giorno studio un piano di evasione, scardino le inferriate del gabinetto, mi butto nel giardino e... sono di nuovo libero. E questo è tutto.
 
Ritorniamo al ponte della Madonna della Villa.

Dunque mi trovavo nuovamente in montagna. Vi ero da pochi giorni quando Gino [Luigi Napolitano di Sanremo (IM)] con i suoi uomini attaccò il presidio di Baiardo. Ero nei boschi con due miei compagni, Angelo Massa e Nino Vigo, in perlustrazione quando udimmo in distanza il rumore del combattimento incorso. Decidemmo di portarci sulla strada per sorprendere eventuali distaccamenti tedeschi inviati a Baiardo di rinforzo e così facemmo.

Dove vi imboscaste?   
Fra un gruppo di alberi a pochi chilometri a valle di Baiardo, ad una cinquantina di metri dalla strada che conduce al Piazzale della Madonna della Villa.
Un paio d'ore di attesa che ci parvero interminabili, poi vedemmo sbucare in distanza la testa di una colonna tedesca che veniva su di rinforzo in bicicletta. Erano circa settanta uomini quasi tutti in possesso di armi automatiche. Noi si era in tre, armati di moschetto, decidemmo di rimanere sul posto ed attaccare. Non appena il grosso del nemico giunse nei pressi del piazzale, aprimmo un fuoco accelerato. Il nemico si sbandò immediatamente. Qualche colpo fu tirato a casaccio: poi credendo certamente di aver di fronte un forte distaccamento, abbandonò il campo e si ritirò disordinatamente su Ceriana, portando con sé qualche ferito. Il tiro era riuscito in pieno!

Sergio Grignolio (Ghepeú). Fonte: Annalisa Piubello, op. cit. infra

La probabilità che il nemico, specialmente dopo l'ultimo scacco subito, inviasse altri rinforzi era certa. A qualunque costo bisognava interrompere la strada. Mi offersi di far saltare il ponte della Madonna della Villa, operazione che avrebbe, se fosse riuscita, interrotto completamente il traffico tra Ceriana e Baiardo. Mi posi in contatto con altri nostri compagni della zona e, la stessa notte del combattimento, sotto una pioggia dirotta, un piccolo gruppo capitanato da me, da Edmondo e da Mario si portò sul ponte. Vi scavammo tre buche, le riempimmo di esplosivo, facemmo allontanare i compagni e io e Mario demmo fuoco alle micce. Soltanto due mine saltarono: il ponte, per quanto danneggiato, rimaneva servibile. Ritornammo sul posto, preparammo una terza carica, accendemmo e stavamo per ritirarci quando la mina scoppiò improvvisamente. Fummo avvolti in una nube di fuoco e di fumo, mentre una pioggia di pietre ci investiva in pieno. Ma evidentemente qualche santo ci proteggeva, perchè ce la cavammo senza una scalfitura.


La mattina dopo, io, Mario e Gianni Pigati ritornando verso Baiardo incontrammo un gruppo di 5 tedeschi in perlustrazione. Li attaccammo immediatamente e, dopo un breve scambio di fuoco, tre di essi restano sul terreno e gli altri due fuggirono abbandonando le armi. 

Insomma una giornata magnifica!

Certo, certo finisce Ghepeu sorridendo tristemente. L'unico disappunto fu che quando ritornammo in banda trovammo che gli amici avevano dato fondo alle provvigioni e dovemmo accontentarci di un pugno di castagne secche.

Mario Mascia, L’epopea dell’esercito scalzo, Ed. Alis, 1946, ristampa del 1975  a cura di IsrecIm
 
Il secondo racconto del trittico, "Attesa della morte in un albergo", costituisce a sua volta il secondo tempo della vicenda storica sintetizzata da Ferrua.
Il protagonista, un giovane partigiano di nome Diego, insieme al compagno Michele viene catturato dai tedeschi in una operazione di rastrellamento e portato in un albergo per essere o fucilato o lasciato libero. In queste ore di attesa si viene apparentemente a sapere che Michele sarà giustiziato, mentre invece più tardi entrambi i compagni saranno trasferiti a Marassi, il carcere di Genova.
Le poche ore di «attesa della morte in un albergo» danno occasione a Diego per una serie di riflessioni e fantasie.
Il riscontro storico-biografico lo troviamo ancora una volta in Ferrua:
[...] una spiata dirige i nazifascisti a San Giovanni nel corso di un rastrellamento in tutta la vallata che continua fino a San Romolo il 25 novembre 1944. Riescono a fuggire Pier delle Vigne e Flori, mentre vengono arrestati Santiago <60, Leone e Ghepeú [...] Italo Calvino trascorre circa tre notti fra Villa Giulia o Villa Auberg e il carcere di Santa Tecla paventando una fucilazione che lo risparmierà ma mieterà altre vittime. Durante questa breve detenzione si imbatte in Sergio Grignolio [...], in Flavio Gioffredi, e in Fulvio Goya, il quale rievoca l’angoscia di una notte insonne e di un appello all’alba di fronte al plotone di esecuzione. (FERRUA, cit.: 94)
60 «Pier delle Vigne» è Pietro Sughi, «Flori» è il diminutivo di Floriano Calvino, il fratello, all’epoca
sedicenne, di Italo, mentre, come già detto, «Santiago » è il nome di battaglia scelto dallo scrittore.

Annalisa Piubello, Calvino racconta Calvino: l'autobiografismo nella narrativa realistica del primo periodo, Tesi di dottorato, Universidad Complutense de Madrid, 2016