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giovedì 16 luglio 2020

Un fallito reclutamento dei partigiani alla caserma di Santa Lucia in Oneglia


[...] con questa azione [incursione a fine giugno 1944 nella caserma Siffredi di Oneglia ad Imperia] guadagnai molta simpatia da parte di quelli che provavano diffidenza nei miei riguardi, essendo stato nella organizzazione tedesca TODT.
Ritornando al racconto di prima, una volta giunti a destinazione con il carico dei fucili, trascorremmo alcuni giorni come sono soliti fare i militari: pulizia alle armi, guardia, corvée in cucina, spaccatura della legna da ardere, qualche riunione di carattere politico e simili.
Ma, dopo qualche giorno, "Merlo" [Nello Bruno caduto il 25 gennaio 1945 da commissario di un Distaccamento della IV^ Brigata "Elsio Guarrini" della II^ Divisione Felice Cascione"] mi chiamò nel suo ufficio io e lui soli, facendomi questo discorso: "Visto che alla Siffredi hai fatto un buon lavoro e siccome sono stato informato che nella caserma di Santa Lucia hanno dislocato un ventina di militari comandati da un sergente maggiore, il quale pare non sia convinto di servire ancora la Repubblica di Salò e si dimostra desideroso di sapere come vanno le cose in montagna, dovresti con grande prudenza prendere contatto in qualche modo con il militare e creare le condizioni per compiere un'azione come alla caserma Siffredi".
Risposi che non avevo nulla in contrario; sarei andato prima a parlare con la persona che avrebbe potuto aiutarmi [...] mi sembra che tale persona sia stata Guerrino Peruzzi, ancora vivo, fidatissimo antifascista (due suoi fratelli, Armando e Luigi, avevano combattuto nelle Brigate Internazionali contro Franco in Spagna durante la guerra civile 1936 - 1939. Armando cadde in combattimento durante l'offensiva fascista nel levante, nel marzo 1938).
Il Peruzzi mi dava la massima garanzia. Perciò decisi di scendere ad Oneglia insieme al partigiano Carlo, detto "Gallo du Bimbu", la cui fidanzata abitava vicino alla caserma di Santa Lucia. Il mattino seguente partimmo per la città scendendo dalla parte delle Cascine.
Inizialmente Carlo raggiunse la sua fidanzata ed io la mia casa destando sorpresa e contentezza in famiglia. Contentezza che si tramutò in preoccupazione quando illustrai ai miei familiari  il motivo della mia venuta in città. Li tranquillizzai dicendo loro che l'azione era già stata concordata con il sergente maggiore. Mangiai e per una notte dormii bene.
Il mattino successivo raggiunsi con Carlo la sua fidanzata mettendola al corrente dell'operazione che intendevamo compiere. Ci disse che probabilmente qualche soldato repubblichino voleva fuggire, compreso il sergente. Infatti, le avevano chiesto se aveva notizie dei partigiani, dove e quanti erano, come erano armati, ecc.
Domande che assumevano duplice interpretazione: conoscere, nel caso fossero fuggiti, dove sarebbero potuti finire, oppure carpire notizie sui partigiani. Erano tempi nei quali bisognava stare attenti: era sempre meglio essere più diffidenti che creduloni.
Chiesi alla fidanzata di Carlo di trovare un modo per avvicinare e parlare con il sergente maggiore, magari invitandolo nel pomeriggio a prendere un caffé (di surrogato). Lei mi rispose che non sarebbe stata cosa difficile dato che lo conosceva bene e sovente parlavano del più e del meno. Le suggerii di non avere fretta, di non dargli l'impressione che fosse una cosa urgente, insomma, di non allarmarlo. [...]
Il sergente, già veterano d'Africa, di Grecia e della Jugoslavia, di età sulla trentina, annuiva. Forse, più stufo di noi, e sposato, sperava che tutto finisse al più presto per tornarsene a casa. A questo punto, con accortezza, gli feci capire che forse i partigiani erano dalla parte giusta e potevano con le loro azioni accelerare la fine dell'inutile guerra. [...] Cercavo di rendere più credibile il discorso, anche con bugie, perché fino a quel momento gli angloamericani non ci avevano rifornito di niente.
Mi parve che il sergente rimanesse positivamente impressionato dalle mie dichiarazioni, tanto che la soluzione di andare in montagna gli sarebbe piaciuta, ma disse che prima avrebbe dovuto convincere i suoi soldati ad andare con lui, senza che si verificassero delle defezioni [...] aggiunsi che io ed il mio amico Carlo ci saremmo aggregati a loro [...]
Ma la mattina del giorno in cui dovevamo compiere l'operazione - erano circa le ore sei - venne correndo a casa mia la mamma di Carlo e concitatamente mi informò che alla caserma di Santa Lucia era giunto un autocarro con soldati tedeschi, i quali avevano disarmato i militari della Repubblica Sociale Italiana ivi accantonati e li stavano caricando sull'autocarro come bestie.
Mi disse che suo figlio, a scanso di pericoli, era già fuggito in montagna e mi consigliava di fare altrettanto, avendo avuto paura che il sergente maggiore avesse raccontato tutto ai tedeschi (cosa inverosimile perché la famiglia della fidanzata di Carlo non ebbe nessun fastidio). Di fronte a questa situazione raccolsi alla svelta i miei indumenti, salutai i miei cari e mi diressi verso la montagna. Quando giunsi al distaccamento raccontai tutto a "Merlo", il quale mi disse che avevo agito bene e che probabilmente il fallimento dell'operazione era dovuto a qualche chiacchiera di troppo di una delle due giovani; l'importante era che l'operazione fosse terminata senza danni per me e per Carlo, sperando che altrettanto avvenisse per quei poveri soldati.

Sandro Badellino *, Mia memoria partigiana. Esperienze di vita e vicende di lotta per la libertà di un garibaldino imperiese (1944-1945), edizioni Amadeo, Imperia, 1998

* Sandro Sandro Badellino. Entrò a far parte della Resistenza il 10 Maggio 1944, nella squadra comandata da Angelo Setti "Mirko", che operava nella zona del Monte Acquarone, tra la Valle Impero e la Val Caramagna. Quasi subito partecipò ad una prima fortunata azione alla Caserma "Siffredi" di Oneglia, che comportò un buon bottino di armi. In seguito passò nella formazione "Volante" di Silvio Bonfante "Cion" che agiva nella Val Steria (Testico, Rossi, Stellanello), e nella "Volantina" del Comandante "Mancen" Massimo Gismondi [in seguito comandante della I^ Brigata d'Assalto Garibaldi "Silvano Belgrano" della Divisione "Silvio Bonfante"]. Ai primi di agosto 1944, durante uno scontro, Badellino subì varie ferite che lo costrinsero convalescente per un mese dopo essere sfuggito alla cattura. Costretto nuovamente alla fuga dal suo rifugio in seguito ad una spiata, raggiunse il Bosco di Rezzo nella circostanza del famoso rastrellamento che si concluderà con la Battaglia di Monte Grande. Sebbene ferito, vi partecipò affiancando la squadra di mortaisti che, colpendo le postazioni tedesche da San Bernardo di Conio [Borgomaro (IM)], ebbe un ruolo determinante nella riuscita dell’operazione. In seguito ricoprì l'incarico di intendente presso il Distaccamento "Comando" di Mancen. Il 25 Aprile 1945 scese ad Andora (SV) in qualità di Commissario di Brigata.
da Vittorio Detassis su Isrecim

giovedì 25 giugno 2020

Attacchi garibaldini a Pigna prima della costituzione della Repubblica Partigiana


Pigna (IM)
 
Il 30 aprile del 1944 Pigna entrò nell’incubo. Appena conclusa la tradizionale messa domenicale delle 10 e 30, due giovani partigiani vennero portati in chiesa, scortati da un drappello di brigate nere ed il parroco don Bono fu costretto a impartire ai due sfortunati l’estrema unzione. Il drappello si diresse attraverso la via Fossarello seguito da pochi curiosi per raggiungere il cimitero. Verso l’una del pomeriggio il paese venne scosso da una salma di fucileria; il plotone di esecuzione, comandato dal capitano della M.V.S.N. Maggi <294, fece fuoco su Carmelo Repetto di Rezzoaglio e Tommaso Faraldi di Triora, due partigiani arrestati il 26 aprile a Bajardo e condannati dal tribunale militare, istruito a Pigna per l’occasione, alla pena di morte mediante fucilazione al petto, come previsto dal decr. legislativo del Duce n° 30/1944. I due partigiani, insieme a un polacco chiamato Giuseppe, erano stati catturati dagli agenti della GNR Tommaso Cataldi e Antonio Di Giovanni in servizio investigativo in borghese <295. La rappresaglia partigiana non si fece attendere: nella notte tra il 7 e l’8 maggio alcuni partigiani, rimasti ignoti, irruppero nella canonica di Castelvittorio e uccisero con due colpi di pistola il parroco del paese, don Antonio Padoan. L’azione è, ancora oggi, avvolta nel mistero; non è ben chiaro il motivo dell’esecuzione. La sera del 7 maggio del 1944 alcuni garibaldini si introdussero nella canonica per indurre Padoan a desistere dai suoi atteggiamenti filo-fascisti e invitarlo a lasciare Castelvittorio. Fonti partigiane affermano che la discussione non fu pacifica e che nacque una colluttazione con spari da ambo le parti. Il partigiano “Albenga” ebbe il calcio del fucile fracassato da una pallottola e Padoan rimase ucciso <296.
[NOTE]
294 Uff. P.M. Sez. Spec. Corte Assise Genova 28/1/46. Non luogo a procedere in data 14/11/94.
295 Per questo fatto Tommaso Cataldi fu condannato alla pena capitale dal tribunale del 1° Btg. M. Bini della V Divisione Cascione in data 5 febbraio 1945, sentenza eseguita il giorno stesso in località Gerbonte di Triora. La sentenza venne firmata dal comandante del battaglione Figaro (Vincenzo Orengo), dal commissario Lince (Manlio Cogliolo) e da Gianni.
296 Memorie orali di Erven e Vittò. Per maggiori dettagli si veda l’opuscolo di N. Allaria Olivieri, Sangue a Castelvittorio, Editrice Sordomuti, 1977. 
Giorgio Caudano, Pigna. Storia di un paese, ed. in pr., 2016 
 
[ n.d.r.: altri lavori di Giorgio Caudano: Giorgio Caudano, Dal Mare alla Trincea... memorie di uomini, BB Europa, Cuneo, 2019; Silvia Alborno, Gisella Merello, Marco Farotto, Marco Cassini, Giorgio Caudano, Franck Vigliani, curatori della mostra Claude Monet, ritorno in Riviera, catalogo a cura di Aldo Herlaut, Silvana Editoriale, Milano 2019; La Magnifica Invenzione. I pionieri della fotografia in Val Nervia 1865-1925, a cura di Marco Cassini e Giorgio Caudano, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2016 ]
 
In operazioni di rastrellamento la G.N.R. di VENTIMIGLIA (IMPERIA) ha catturato 3 ribelli armati passandoli per le armi.
Notiziario della Guardia Nazionale Repubblicana del 1 maggio 1944, p. 36. Fondazione Luigi Micheletti    

Pure il 16 corrente due abitanti di Pigna addetti alla vigilanza della linea telefonica e telegrafica di una zona sita in territorio del comue di Pigna, spintisi fino in frazione Cetta del comune di Triora, venivano fermati da alcuni ribelli armati di pistole e di bombe a mano, che li prelevavano e li portavano in presenza del loro capo, che si trovava in compagnia di una dozzina di partigiani. Detto capo li diffidava a non lavorare più per le forze armate germaniche ed a non recarsi più nella località ove erano stati sorpresi. Gli stessi abitanti civili di Pigna riferivano che ribelli, nella circostanza, avevano manifestato proposito di vendicare i due loro compagni fucilati dalla milizia confinaria a Pigna e che il capo di tali ribelli parlava con accento ligure, laddove i suoi adepti avevano l'accento meridionale.
Ermanno Durante, Questore di Imperia, Relazione settimanale sulla situazione economica e politica della Provincia di Imperia, Al Capo della Polizia - Maderno, 22 maggio 1945 - XXII, oggi in Archivio Centrale di Stato
 
 
Pagina 41 del Notiziario GNR del 28 giugno 1944, cit. infra da Giorgio Caudano - Fonte: Fondazione Luigi Micheletti

L'estate 1944 conobbe il momento più intenso per quanto riguarda l'adesione al movimento partigiano del territorio; le bande, che fino ai primi giorni di primavera erano costituite soprattutto da un'èlite di uomini politicamente consapevoli, vennero ingrossate da numerosi renitenti alla leva e disertori dell'esercito repubblichino. I pochi paesi dove non vi era alcun presidio della GNR erano spesso occupati dai partigiani che scendevano dalle montagne circostanti. Il 15 giugno i partigiani di Langan [n.d.r.: località in altura nel comune di Castelvittorio (IM): mette anche in comunicazione con la Valle Argentina] scesero in paese [Pigna] e assaltarono, senza incontrare la resistenza dei fascisti della GNR di stanza alla caserma Manfredi, i locali dell'ammasso dell'olio siti in via San Rocco, poco oltre le due strade. Molti abitanti del paese si unirono agli stessi partigiani per razziare l'olio che costituì per i mesi a venire una preziosa riserva alimentare. L'episodio venne menzionato nel Notiziario della Guardia Nazionale Repubblicana del 28 giugno: "Il 15 corrente, verso le 19,30, a Pigna oltre 300 banditi muniti di armi automatiche, invasero la caserma del distaccamento G.N.R e quella della brigata Finanza. Un altro numeroso gruppo di banditi si portò verso la caserma della G.N.R. Confinaria, sparando raffiche di armi automatiche a distanza. Dalla caserma del distaccamento G.N.R. i malviventi prelevarono il comandante, vicebrigadiere Antonio Bressanelli e sei militi, asportando armi e effetti di casermaggio; altrettanto fecero nella caserma della Guardia di Finanza, ove furono catturati nove militari. Successivamente aprirono il magazzino dell'ammasso dell'olio, asportandone alcuni quintali, invitando la popolazione a riprendersi l'olio che aveva consegnato in precedenza. Non consta, finora, che vi siano stati morti o feriti. La popolazione è allarmata". 
Giorgio Caudano, Op. cit. 
 
Nella notte dal 15 al 16 corr. un forte nucleo di partigiani attaccava le caserme del Distaccamento G.N.R. e della Guardia di Finanza di Pigna disarmando e prelevando i componenti, i quali non opponevano alcuna resistenza.
Le stesse bande di partigiani attaccavano poi la caserma della Milizia confinaria, che resisteva energicamente.
Al sopraggiungere di rinforzi, composti da militi confinari, agenti di polizia dell'Ufficio di P.S. di Ventimiglia e di alcuni militari tedeschi, i partigiani si allontanavano. Da parte nostra nessuna perdita.
Perdite imprecisate tra i ribelli, in quanto essi, secondo il loro costume, trasportano nella ritirata eventuali morti e feriti, che devono esserci stati, in quanto, durate il conflitto, erano state grida avvertite di dolore.
Ermanno Durante, Questore di Imperia, Al capo della Polizia - Maderno, Relazione sulla situazione economica e politica della Provincia di Imperia, Imperia, 20 giugno 1944 - XXII°, oggi in Archivio Centrale di Stato
 
Il giorno 14 giugno 1944 i partigiani del 5° distaccamento (cioè del distaccamento di Vittò ed Erven) partono da Carmo Langan nelle prime ore del pomeriggio e si recano a Pigna. Sono circa 60-70 uomini. Vittò [Giuseppe Vittorio Guglielmo] ed Erven [Bruno Luppi] sono a capo del gruppo. Su per giù ad un chilometro di distanza da Pigna, sulla strada per Isolabona, vi è una caserma con una ottantina di Camicie Nere e un numero imprecisato di tedeschi. Nella parte a monte di Pigna, alla periferia del centro abitato, in una villa, hanno sede circa quindici carabinieri. In basso nella zona verso valle, dalla parte della strada per Castel Vittorio, ancora alla periferia dell'abitato di Pigna, in una villetta adibita a caserma, vi sono i militi della finanza. A mezz'ora di distanza da Pigna, Vittò, con 20 uomini, lascia il gruppo, e si porta a bloccare la strada, fra Pigna e la caserma delle Camicie Nere. Gli altri sono da Erven divisi in pattuglie, alcune per proteggere l'attacco alla caserma dei carabinieri, e altre per tenere sotto controllo ogni strada ed ogni punto importante del paese, sempre alla periferia, dato che i partigiani erano stati informati della dislocazione di mitragliatrici di fascisti sui tetti. Eseguono l'attacco alla caserma dei carabinieri Erven, Assalto [n.d.r.: Carlo Peverello, nato a Castelvittorio il 28 febbraio 1923], Argo [Biagio Salomone], Marussia di Ventimiglia e Géna. Assalto si ferma a una certa distanza, a sorvegliare una finestra da cui, fra due sacchi di terra, spunta la canna di un mitragliatore; gli altri, rasentando il muro, vanno presso la porta principale e gridano ai carabinieri di arrendersi. Non ricevendo risposta, puntano le armi alle finestre e alla porta; ma poi si sente il rumore di un catenaccio, la porta si apre, e i partigiani Erven e Argo si precipitano all'interno e bloccano il carabiniere che aveva aperto. Subito dopo si impossessano di un mitragliatore spianato fra altri due sacchi di terra, che è preso da Argo dietro indicazione di Erven; quindi intimano "mani in alto" al brigadiere apparso in quel momento, il quale non si aspettava i partigiani; il brigadiere, bloccato a sua volta, grida agli altri suoi uomini di arrendersi. Tutti i carabinieri si arrendono. Finita l'azione contro la caserma dei carabinieri un partigiano viene mandato ad avvertire Vittò del buon esito dell'azione stessa, mentre Erven provvede a radunare le pattuglie e le postazioni che erano state dislocate nei vari punti. I prigionieri di cui sopra partono dopo che gli uomini di Erven e di Vittò si sono di nuovo riuniti. Partiti i prigionieri con la pattuglia, sono circa 40-50 i partigiani che restano presso Pigna, con Vittò e con Erven, a poche decine di metri dal paese, a monte del paese stesso. 
Giovanni Strato, Storia della Resistenza Imperiese (I^ zona Liguria) - Vol. I. La Resistenza nella provincia di Imperia dalle origini a metà giugno 1944, Editrice Liguria, Savona, 1976, ristampa del 2005 a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, pp. 297-298
 
11 agosto 1944 [...] Lungo la mulattiera del Torraggio, nella zona di Passo Muratone, il 5° distaccamento della V Brigata d'Assalto «L. Nuvoloni» impegna i Tedeschi, i quali rispondono con raffiche di mitragliatore; un partigiano rimane ferito; i Tedeschi contano alcuni morti.
Un distaccamento della V Brigata, comandato da Vittorio Guglielmo [Ivano, Vitò] e composto da soli trentadue uomini con due mitragliatori ed una mitragliatrice, con una brillante azione attacca circa duecento Tedeschi diretti in Francia dopo aver razziato il giorno precedente bestie e viveri ai pastori della zona di Marta. Dopo un breve combattimento i Tedeschi riescono a salvarsi con la fuga, abbandonando l'intero bottino. Il nostro distaccamento riesce così a recuperare 15 muli carichi di viveri e munizioni e 55 mucche che saranno restituite ai proprietari. Inoltre, si recuperano 50 fucili ta-pum, 25 mitra, 23 parabelli, 4 mitragliatori, 2 mitraglie ed armi varie.
Carlo RubaudoStoria della Resistenza Imperiese (I Zona Liguria) - Vol. II. Da giugno ad agosto 1944, edito a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, Imperia, Dominici Editore, 1992
 
 
Pigna (IM),  Località San Rocco, vicina a zona lago Pigo: ponte sul torrente Nervia della strada provinciale, poco a valle delle diramazioni per Buggio, Castelvittorio, Carmo Langan e valle Argentina

A Pigna (IM) vi erano molti carabinieri e finanzieri.
Pigna era una preoccupazione continua dei partigiani. 
In paese vi era anche una caserma di nazifascisti [...]
Avevano armi che occorrevano ai partigiani.
Fu fatto un primo attacco alla caserma dei carabinieri. Il maresciallo che comandava la stazione era stato più volte invitato a non combattere i partigiani. Non si voleva arrendere. L'azione contro di loro era rischiosa.
Erven [n.d.r.: Bruno Luppi, già incarcerato nel 1935 a Modena per attività clandestina antifascista; iscritto al partito comunista clandestino a Sanremo (IM); ufficiale durante la guerra, partecipò, appena sfuggito alla cattura da parte dei tedeschi, il 10 settembre 1943 ai combattimenti di Porta San Paolo a Roma; riuscì a rientrare in provincia; da comandante del 16° distaccamento della V^ Brigata venne gravemente ferito il 27 giugno 1944 nella battaglia di Sella Carpe (tra Baiardo e Badalucco); mesi dopo, appena guarito, diventò vice commissario della I^ Zona Operativa Liguria]: "È  stata un'azione veramente rischiosa quella che abbiamo fatto a Pigna e che adesso non oserei  rifare. Siamo scesi con Vitò a Pigna, a piedi. Era con noi tutto il gruppo di uomini del Comando della Goletta..."
Vitò con un gruppo dei più arditi si mise sulla strada che divide la caserma dei nazifascisti dal paese.
Lo scopo era quello di impedire ai soldati di intervenire durante l'attacco alla caserma dei carabinieri [...]
Erven, Assalto, Argo ed i partigiani di Castelvittorio diedero l'assalto alla richiamata caserma. Puntarono tre mitragliatori, mentre più indietro un gruppo era pronto a proteggere un'eventuale ritirata.
I carabinieri avevano appostato un mitragliatore ad una finestra [...]
I patrioti riuscirono ad entrare, a neutralizzare l'azione di un piantone e a prendere il fucile mitragliatore.
Più che una lotta fu una conversazione animata e decisa.
In breve tempo tutti i carabinieri si erano arresi.
Il tempo stringeva. Pattuglie di fascisti erano per le strade. Dall'alto i partigiani spararono e li dispersero...
L'attacco alla caserma della finanza fu più complicato e più duro. In questa caserma erano giunti i fascisti delle pattuglie già bersagliate dai partigiani. 
Si trincerarono e chiesero aiuto via telefono [...] i partigiani usarono un mortaio  [...] il maresciallo non si voleva arrendere [...] infine si arrese con tutti i suoi uomini.
Dalle due caserme fu asportato tutto quanto poteva servire ai patrioti, armi, munizioni, viveri [...]
I prigionieri erano una dozzina di carabinieri ed una quindicina di finanzieri [...] tutti chiesero di arruolarsi tra i partigiani. Diedero in seguito prova di essere stati tra i migliori nostri combattenti.
don Ermando Micheletto *, La V^ Brigata d’Assalto Garibaldi “Luigi Nuvoloni” (Dal Diario di Domino nero Ermando Micheletto), Edizioni Micheletto, Taggia (IM), 1975
* ... Don Micheletto per tutta la guerra si adoperò per i partigiani, generalmente in contatto con i gruppi di Vitò, che accompagnò spesso nei loro spostamenti. Esplicherà la sua attività specialmente nell'assistenza e per captare messaggi radio. Giovanni Strato, Op. cit.

Il presidio di carabinieri di stanza a Pigna passò ai partigiani il 27 agosto 1944 […] Prof. Francesco Biga in Atti del Convegno storico LE FORZE ARMATE NELLA RESISTENZA di venerdì 14 maggio 2004, organizzato a Savona, Sala Consiliare della Provincia, dall’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea della provincia di Savona (a cura di Mario Lorenzo Paggi e Fiorentina Lertora)  
 
Gli ultimi giorni di agosto videro l'ulteriore intensificarsi dell'attività partigiana. Il 25 un gruppo di garibaldini, comandati da Fuoco [Marco Dino Rossi], minarono e fecero saltare il ponte degli Erici, isolando Pigna dalla parte bassa della valle del Nervia; in montagna venivano presidiati con forze cospicue i passaggi che potevano permettere al nemico di avvicinarsi al paese, ovviando all'interruzione stradale conseguente alla distruzione del ponte degli Erici. Negli ultimi giorni del mese di agosto il comandante della Divisione partigiana «F. Cascione», Nino Siccardi Curto, indirizzò una lettera al capitano comandante della milizia di Pigna chiedendo, a lui e ai suoi 40 uomini, di passare armi e bagagli dalla parte della Resistenza. Il Curto, successivamente, inviò un emissario per proporre e concordare la resa del presidio della G.N.R.; i contatti non arrivarono ad una conclusione e all'alba del 29 agosto i militi repubblichini abbandonarono il paese, permettendo alle forze della V^ Brigata d'assalto Garibaldi di occupare il paese senza che venisse versato sangue. Alle primissime luci del giorno gli abitanti di Pigna furono svegliati dallo scoppio di munizioni che i fascisti non riuscirono a trasportare a valle e che venivano distrutte per evitare che cadessero in mano nemica. Il paese era in mano ai partigiani; il comandante Vittò rimase a Langan, da dove coordinava i distaccamenti che difendevano in forze gli eventuali valichi da dove potevano arrivare le minacce del nemico; Monte Vetta, Passo Muratone, la Valletta, Colle Ardente, Gouta erano i principali punti di resistenza difesi dagli uomini di Vittò.
Giorgio Caudano, Gli eroi sono tutti giovani e belli. I Caduti della Lotta di Liberazione nella I^ Zona Operativa Liguria, ed. in pr., 2020

domenica 29 marzo 2020

Incursione dei partigiani nella caserma Siffredi


Dove sorgeva la caserma Siffredi oggi insiste il Tribunale di Imperia
 
Nella notte dal 28 al 29 giugno u.s. una trentina di partigiani asportarono dalla caserma "Siffredi" di Oneglia, adibita a dormitorio di operai della Todt, circa 40 moschetti nonché un quantitativo imprecisato di coperte, prelevando il custode.
Ermanno Durante, Questore di Imperia, Al capo della Polizia - Maderno, Relazione settimanale sulla situazione economica e politica della Provincia di Imperia, Imperia, 3 luglio 1944 - XXII° 
 
La prima azione importante cui partecipai fu quella dell'incursione nella caserma Siffredi in Via XXV Aprile [attuale nome dell'arteria ad Imperia Oneglia], dove erano accantonati i lavoratori della TODT, e dove in un magazzino era depositata una sessantina di fucili.
Fucili che ci sarebbero serviti perché nel nostro distaccamento non tutti erano in possesso di un'arma, compresi noi, ultimi arrivati. 

Comunicai a "Merlo" [n.d.r.: Nello Bruno caduto il 25 gennaio 1945 da commissario di un Distaccamento della IV^ Brigata "Elsio Guarrini" della II^ Divisione Felice Cascione"]  la  notizia.
Egli mi disse: «Dove prenderesti questi fucili?». Risposi: «Alla caserma Siffredi».
"Merlo" fece una smorfia e mi chiese: «La caserma presso la stazione ferroviaria di Oneglia?».
Alla mia affermazione esclamò: «Ma tu sei matto?».
Io tacqui e lui si allontanò dicendomi: «Ne riparleremo». 
Il giorno successivo mi chiamò nel suo stanzino e mi disse: «Siediti e dimmi come organizzeresti questo colpo».
Gli spiegai il mio piano che per me era semplicissimo, conoscendo il luogo e la situazione.
Lui ascoltò con molta attenzione e, dopo essere rimasto qualche minuto soprappensiero, mi disse: «Prendi una decina di uomini, vai a compiere il recupero delle armi e... buona fortuna».

Il giorno successivo, forse il 28 o il 29 giugno 1944, partii con una decina di uomini comandati dal caposquadra Corradi "Battaia", che aveva qualche anno più di noi e, quindi, era più esperto.
Strada facendo, incontrammo il partigiano "Binello" il quale, vedendoci armati e provvisti di viveri, ci chiese dove eravamo diretti. Gli rispondemmo che andavamo a prendere dei fucili nella caserma Siffredi. "Binello" rimase un attimo senza parlare, poi sentenziò: «Ma dove volete andare! Sembrate una banda di profughi... date retta a me, ritornate indietro e andatevene a dormire!».

[...] in serata giungemmo presso il frantoio del "Bisciallo" [...] mi diressi verso Oneglia.
Ero abbastanza tranquillo poiché in tasca avevo ancora il tesserino bilingue della TODT.
Giunto a casa mia [...] mi recai nella caserma Siffredi per constatare se il guardiano del deposito era sempre il mio vecchio amico "Cassina", il milanese, e, soprattutto, se nel deposito vi erano ancora i fucili [...]
Il "Cassina", che era un gran brav'uomo [...]: «Sono quindici giorni che non ti vedo... come mai?».
[...]
Verso la mezzanotte mi recai al luogo dell'appuntamento presso la chiesetta delle Cascine (intitolata a San Luca), dove mi attendeva la squadra di "Battaia".
Fatti i segnali convenuti e ricevuta la risposta, io e tutta la squadra, attraverso scorciatoie, ci avviammo verso la caserma.

Una vecchia immagine della Caserma Siffredi

Quando giungemmo nell'attuale via XXV Aprile, dissi alla mezza dozzina di partigiani che mi erano vicini di stare attenti perché ad una cinquantina di metri (appena sopra all'allora ditta Isnardi) si trovava una scuderia dove i tedeschi tenevano sei cavalli e materiale bellico, e presso la quale sia di giorno che di notte vi erano sentinelle di guardia.
Per entrare nella caserma dovevamo attraversare la strada uno o due per volta, cercando di non farci scorgere dalle sentinelle.
Io, che ero il primo, mentre mi accingevo ad attraversare la strada, sentii delle voci vicinissime; mi schiacciai contro il muro di una rampa, sperando di non essere visto.
Un pensiero mi assalì: per essere in giro a quest'ora con il coprifuoco, questi debbono essere soldati o poliziotti, e allora fuggire indietro su per una piccola salita (eravamo in un sentiero vicino all'oleificio fratelli Calvi, che da anni non esiste più) voleva dire farsi sparare nella schiena.
Non andò come speravo perché le due persone che passavano ci videro (seppi poi che erano due guardie notturne in borghese, forse allora non usavano ancora le divise) e ci chiesero chi eravamo e che cosa facevamo in quel luogo a quell'ora.
Non risposi e non diedi loro il tempo di aggiungere altre parole, li tirai con forza in un vicoletto lì vicino e a voce bassa dissi: «State zitti o siete morti!».
Li perquisii: uno dei due, il capo, aveva una piccola pistola a tamburo che sembrava un giocattolo, l'altro non aveva alcuna arma.
Li mandai accompagnati da un partigiano in cima al viottolo per farli consegnare agli altri partigiani che erano in attesa che si compisse la nostra azione.

Due alla volta attraversammo la strada e ci portammo dentro la caserma.
[...]
Bussai alla porta dove all'interno dormiva il "Cassina".
Dovetti bussare una decina di volte, e sempre più forte, il guardiano aveva il sonno duro.
Presso la porta destra del deposito c'era un dormitorio, un lungo camerone nel quale dormiva un centinaio di lavoratori, ed alcuni di loro vennero sulla porta per vedere cosa stava succedendo.
Rimasero sorpresi di vedere sei uomini in borghese ed armati.
Mi rivolsi a loro invitandoli perentoriamente ad andare a dormire perché non c'era niente che potesse interessarli.
Intanto mi venne in mente che in fondo alla camerata vi erano i servizi igienici, compresa un'uscita che dava sul piazzale.
Pensai che, se qualcuno avesse voluto denunciarci, poteva uscire da quella porta.
Mandai un partigiano a controllare quella uscita. Dato un calcio alla porta, finalmente il guardiano si svegliò e chiese chi lo stava cercando.
Risposi: «Sono Badellino, vengo a ritirare la coperta».
Il pover'uomo venne subito, ma, quando aprì la porta rimase di stucco poiché si trovò davanti cinque giannizzeri armati e male in arnese (il partigiano "Olimpio" aveva per copricapo la fodera interna, in pelle, di un elmetto per cui sembrava un guerriero delle crociate).

Il "Cassina", tremante, mi guardò con uno sguardo interrogativo.
Gli dissi di non avere paura, che lo avremmo lasciato tranquillo e avremmo preso solamente i fucili accatastati che gli indicai con la mano.
Allargò le braccia, rassegnato.
Gli chiesi una decina di coperte e del filo di ferro per legare i fucili a mazzi. 
Il "Cassina" ubbidì immediatamente.
In ogni coperta, avvolgendoli, sistemammo sette od otto fucili, legandoli insieme.
In questo modo confezionammo sette od fasci, e ci preparammo ad uscire con i carichi sulle spalle.
Il "Cassina", pensando al poi, impaurito mi chiese: «Cosa faccio adesso, cosa dirò al lagerfuhrer (capocampo)?».
Pensai un attimo, quindi gli dissi di darmi un pezzo di corda per legarlo stretto alla branda. Così facemmo.
Lo imbavagliai con un asciugamano invitandolo a stare tranquillo almeno per un'ora.
Lo avvisai che, se non avesse rispettato il mio ordine, sarebbe stato ucciso da un partigiano che io avrei lasciato di guardia, facendogli presente che ciò mi avrebbe rattristato perché lo consideravo un amico.
Mi assicurò che così avrebbe fatto.

Noi uscimmo. Siccome di quell'uomo mi fidavo e gli involti delle coperte con i fucili pesavano, non lasciai l'uomo di guardia ed uscimmo sul piazzale diretti fuori della caserma.
Ma nel casamento a fianco si accese una luce ad una finestra ed io, sapendo che era proprio la stanza del capocampo, raccomandai ai miei compagni di camminare in silenzio.
"Olimpio" mi disse: "Se è la stanza del capocampo perché non andiamo ad ucciderlo?".
Risposi: «Guarda che al piano di sopra ci sono altri dieci o o quindici soldati tedeschi bene armati...».
Riattraversammo Via XXV Aprile, raggiungemmo alcuni uomini che avevo lasciato di guardia nel vicoletto, nel caso avessero dovuto coprirci la ritirata.
Ci aiutarono a portare le armi fino in cima allo stesso, dove sostavano altri uomini in attesa del nostro arrivo.
Dopo aver ridistribuito a più uomini (compresi i due prigionieri) i carichi dei fucili ci incamminammo verso Oliveto.
Da questa località volevamo raggiungere, attraverso il torrente Impero, il paese di Borgo d'Oneglia dove eravamo sicuri di trovare qualche mezzo per trasportare i fucili.
Appena sopra Oliveto, scorgemmo in basso, nei pressi della chiesetta delle Cascine, alcuni razzi illuminanti e sentimmo alcune raffiche di mitra lontane.
Cercammo di camminare in fretta, ma ci accorgemmo di girare a vuoto: nessuno di noi conosceva la strada e di notte era molto difficile rintracciarla.
In accordo con il caposquadra "Battaia" decidemmo di attendere l'alba in modo da orientarci meglio. Così facemmo.
All'alba ci portammo sulla stradina che da Costa d'Oneglia conduce sulla strada statale 28 e, facendo attenzione a non incappare in qualche mezzo in transito, attraversammo strada e torrente Impero due o tre per volta (mentre transitava un autocarro di tedeschi i quali, probabilmente, ci scambiarono per contadini al lavoro) e raggiungemmo Borgo d'Oneglia dopo una mezz'ora di marcia.
In questo paese la banda locale, che era efficientissima, dopo averci dato da bere del latte, mise a nostra disposizione un paio di muli su cui caricammo i fucili e dei viveri, incamminandoci poi verso Pianavia.
Preciso che nella caserma Siffredi, dove era alloggiato il capocampo, soggiornava anche un centinaio di tedeschi che dovevano, il giorno dopo, portarsi sopra un altro treno, oltre il ponte della ferrovia, interrotto da un bombardamento aereo, per cui, se avessimo attuato il consiglio di "Olimpio", è facile immaginare come sarebbe andata a finire.
Quando con "Battaia" decidemmo di lasciare liberi i due prigionieri, che non erano più ventenni, "Olimpio" ci rimproverò dicendo che, se avessero individuato qualcuno e noi, certamente lo avrebbero denunciato ai fascisti; secondo lui, sarebbe stato meglio farli fuori. Ma io non mi sbagliai: si comportarono bene, non fecero la spia, uno di loro continuò a salutarmi con simpatia dopo la liberazione, and negli anni nei quali divampò l'ostracismo contro i partigiani.
Forse "Olimpio" non era crudele come voleva apparire: probabilmente era solo un poco spavaldo. Che fosse coraggioso lo dimostrò quando in piazza del Duomo a Porto Maurizio sparò contro i brigatisti neri che avevano la caserma nelle vicinanze.
A proposito del partigiano "Binello", probabilmente fu armato anche lui con uno dei fucili che prelevammo nella caserma. [...]

Sandro Badellino *, Mia memoria partigiana. Esperienze di vita e vicende di lotta per la libertà di un garibaldino imperiese (1944-1945), edizioni Amadeo, Imperia, 1998

* Sandro Sandro Badellino. Entrò a far parte della Resistenza il 10 Maggio 1944, nella squadra comandata da Angelo Setti "Mirko", che operava nella zona del Monte Acquarone, tra la Valle Impero e la Val Caramagna. Quasi subito partecipò ad una prima fortunata azione alla Caserma "Siffredi" di Oneglia, che comportò un buon bottino di armi. In seguito passò nella formazione "Volante" di Silvio Bonfante "Cion" che agiva nella Val Steria (Testico, Rossi, Stellanello), e nella "Volantina" del Comandante "Mancen" Massimo Gismondi [in seguito comandante della I^ Brigata d'Assalto Garibaldi "Silvano Belgrano" della Divisione "Silvio Bonfante"]. Ai primi di agosto 1944, durante uno scontro, Badellino subì varie ferite che lo costrinsero convalescente per un mese dopo essere sfuggito alla cattura. Costretto nuovamente alla fuga dal suo rifugio in seguito ad una spiata, raggiunse il Bosco di Rezzo nella circostanza del famoso rastrellamento che si concluderà con la Battaglia di Monte Grande. Sebbene ferito, vi partecipò affiancando la squadra di mortaisti che, colpendo le postazioni tedesche da San Bernardo di Conio [Borgomaro (IM)], ebbe un ruolo determinante nella riuscita dell’operazione. In seguito ricoprì l'incarico di intendente presso il Distaccamento "Comando" di Mancen. Il 25 Aprile 1945 scese ad Andora (SV) in qualità di Commissario di Brigata.
 Vittorio Detassis