venerdì 4 giugno 2021

Sottoposto a barbare sevizie nulla svelava sul movimento partigiano

Moltedo, Frazione di Imperia - Fonte: Mapio.net

[...] Il giorno 22 luglio 1944 a Moltedo sono catturati dalle brigate nere tre partigiani della II Divisione Garibaldi F. Cascione. I partigiani Nino Gazzano di anni 19 e Elsio Guarrini di anni 18, appartenenti alla IV brigata, sono fucilati immediatamente sulla piazza del paese. Il partigiano Francesco Gazzano di anni 28, staffetta delle SAP che teneva i collegamenti con la IV brigata, è fucilato il giorno 23 nei pressi del cimitero di Porto Maurizio.
Nino Gazzano, era sceso dalla montagna il giorno prima per conoscere il fratello che era nato da pochi giorni e che non aveva ancora visto. Era sera e così, assieme al compagno Elsio Guarrini decidono di dormire in un fienile vicino al paese. La mattina seguente i due partigiani sono circondati dalle brigate nere e catturati. Vengono immediatamente portati sulla piazza di S. Caterina, in centro paese, e fucilati all’alba del 22 luglio.
La gloriosa IV brigata ha preso il nome di Elsio Guarrini, medaglia d’argento al Valor Militare.
Redazione, La Resistenza imperiese ricorda i Partigiani caduti per la libertà a Moltedo, Riviera24.it, 25 luglio 2015

Elsio Elsio Guarrini. Nato ad Imperia il 15 agosto 1925. Partigiano dal 24 settembre 1943. Vice comandante di Battaglione al momento della morte. A seguito di una delazione venne sorpreso nel sonno in un fienile; con lui venne catturato anche il compagno Nino Stella Gazzano. 
Guarrini e Gazzano chiesero ed ottennero la fucilazione nel petto dopo avere esclamato perché noi non siamo traditori e morirono gridando Viva i partigiani. Furono fucilati nella piazza della vicina Moltedo, Frazione di Imperia.
Furono fucilati dai militi Amleto Alunni - poi fucilato insieme al tenente Salerno alle Ferriere di Imperia il 29 aprile 1945 - e Antonio Cartonio - giustiziato a Castellamonte (TO) il 3 maggio 1945 -, entrambi protagonisti di altre esecuzioni, entrambi della Compagnia Ordine Pubblico (O.P.) Imperia, comandata dal famigerato capitano Giovanni Daniele Ferraris.
Nello stesso rastrellamento venne catturato anche il partigiano Francesco Bruna Gazzano (della S.A.P. locale, incaricato di mantenere i contatti con la IV Brigata, catturato a Moltedo il 22 luglio 1944, il quale fu condotto nella caserma Ettore Muti di Imperia Porto Maurizio, dove fu interrogato e torturato, prima di essere fucilato il 23 luglio 1944 in Via Artallo nei pressi del cimitero di Porto Maurizio. 
Elsio Guarrini venne decorato di Medaglia d'Argento al Valor Militare alla Memoria con la seguente motivazione: Giovane e fervente patriota, durante una pericolosa missione assieme ad un compagno di fede, si impegna in aspro combattimento contro preponderanti forze nemiche, finché, rimasto privo di munizioni, veniva sopraffatto e catturato. Sottoposto a barbare sevizie nulla svelava sul movimento partigiano. Condannato a morte, affrontava il plotone di esecuzione con eroica fermezza cadendo al grido di Viva l'Italia. Moltedo (Imperia), 22 luglio 1944
Giorgio Caudano, Gli eroi sono tutti giovani e belli. I Caduti della Lotta di Liberazione nella I^ Zona Operativa Liguria, Edito dall'Autore, 2020  [ n.d.r.: altri lavori di Giorgio Caudano: Giorgio Caudano, L'immagine ritrovata. Ventimiglia e dintorni nei dipinti dell'Ottocento e primo Novecento, Alzani Editore, 2021; La libera Repubblica di Pigna. Parentesi di democrazia (29 agosto 1944 - 8 ottobre 1944) (a cura di Paolo Veziano con il contributo di Giorgio Caudano e di Graziano Mamone), Comune di Pigna, IsrecIm, Fusta Editore, 2020; Giorgio Caudano, Dal Mare alla Trincea... memorie di uomini, BB Europa, Cuneo, 2019; Silvia Alborno, Gisella Merello, Marco Farotto, Marco Cassini, Giorgio Caudano, Franck Vigliani, curatori della mostra Claude Monet, ritorno in Riviera, catalogo a cura di Aldo Herlaut, Silvana Editoriale, Milano 2019; La Magnifica Invenzione. I pionieri della fotografia in Val Nervia 1865-1925, a cura di Marco Cassini e Giorgio Caudano, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2016; Giorgio Caudano, Pigna. Storia di un paese, Edito dall'Autore, 2016  ]

[...] Elenco delle vittime decedute
Gazzano Francesco Mario (nome di battaglia “Bruna”) di Francesco, nato a Moltedo superiore (Imperia) il 28.02.1916, anni 28, Partigiano, (II Div. “F. Cascione” IV Brig.) dall'01.05.1944 al 23.07.1944 n° dichiaraz. Integrativa 3034. Catturato a Moltedo il 22.07.1944 trasferito nella Caserma “Ettore Muti” di Imperia Porto Maurizio, torturato, fucilato il 23.07.1944 in Via Artallo nei pressi del Cimitero di Porto Maurizio (Imperia). Successivamente la salma sarà trasportata nel Cimitero di Moltedo e quivi seppellita con Guarrini Elsio e Gazzano Nino.
Gazzano Nino (nome di battaglia “Stella”) di Emilio, nato a Moltedo (Imperia) il 20.03.1925, anni 19, Partigiano, (II Div. “F. Cascione” IV Brig.) dal 10.05.1944 al 22.07.1944 n° dichiaraz. Integrativa 2529. A seguito di una delazione, mentre dorme in un fienile con il compagno Guarrini Elsio è sorpreso da una squadra di fascisti comandata dal Ferraris. Fucilato a Moltedo nella piazza Santa Caterina il 22.07.1944.
Guarrini (Guarini) Elsio (nome di battaglia “Elsio”) di Carlo, nato a Imperia il 15.08.1925, anni 18, Partigiano, Vice com.te Battaglione (II Div. “F. Cascione” IV Brig.) dal 24.09.1943 al 22.07.1944 n° dichiaraz. Integrativa 6160. A seguito di una delazione, mentre dorme in un fienile con il compagno Gazzano Nino è sorpreso da una squadra di fascisti comandata dal Ferraris. Fucilato a Moltedo nella piazza Santa Caterina il 22.07.1944. Decorato di Medaglia d'Argento al Valor Militare alla Memoria con la seguente motivazione:
“Giovane e fervente patriota, durante una pericolosa missione assieme ad un compagno di fede, si impegna in aspro combattimento contro preponderanti forze nemiche, finché, rimasto privo di munizioni, veniva sopraffatto e catturato. Sottoposto a barbare sevizie nulla svelava sul movimento partigiano. Condannato a morte, affrontava il plotone di esecuzione con eroica fermezza cadendo al grido di “Viva l'Italia”. Moltedo (Imperia), 22 luglio 1944
[...]
Durante il rastrellamento avvenuto a Moltedo (frazione di Imperia) il 22 luglio 1944 i militi Amleto Alunni e Antonio Cartonio della GNR Compagnia Ordine Pubblico Imperia (Comandata dal capitano Giovanni Daniele Ferraris) fucilano sulla piazza di Moltedo i partigiani Gazzano Nino e Guarrini Elsio. Sono caduti chiedendo la fucilazione nel petto “perché noi non siamo traditori” e morivano gridando “Viva i partigiani”.
Nello stesso rastrellamento viene catturato anche il partigiano Gazzano Francesco, condotto nella caserma “Ettore Muti” di Imperia Porto Maurizio, interrogato e torturato verrà fucilato il 23 luglio 1944 in via Artallo nei pressi del Cimitero di Imperia Porto Maurizio [...]
Roberto Moriani, Episodio di Moltedo - Artallo, Imperia, 22-23.07.1944, Atlante delle Stragi Naziste e Fasciste in Italia

Elsio Elsio Guarrini. Nato ad Imperia il 15 agosto 1925. Partigiano dal 24 settembre 1943.Vice comandante di Battaglione al momento della morte. A seguito di una delazione venne sorpreso nel sonno in un fienile; con lui venne catturato anche il compagno Nino Stella Gazzano. Furono entrambi fucilati nella piazza della vicina Moltedo, Frazione di Imperia, dai militi Amleto Alunni e Antonio Cartonio della G.N.R. (Compagnia Ordine Pubblico Imperia), comandata dal famigerato capitano Giovanni Daniele Ferraris. Chiesero ed ottennero la fucilazione nel petto perché noi non siamo traditori e morirono gridando Viva i partigiani. Nello stesso rastrellamento venne catturato anche il partigiano Francesco Bruna Gazzano, il quale fu condotto nella caserma Ettore Muti di Imperia Porto Maurizio, dove fu interrogato e torturato, prima di essere fucilato il 23 luglio 1944 in Via Artallo nei pressi del cimitero di Porto Maurizio. Elsio Guarrini venne decorato di Medaglia d'Argento al Valor Militare alla Memoria con la seguente motivazione: Giovane e fervente patriota, durante una pericolosa missione assieme ad un compagno di fede, si impegna in aspro combattimento contro preponderanti forze nemiche, finché, rimasto privo di munizioni, veniva sopraffatto e catturato. Sottoposto a barbare sevizie nulla svelava sul movimento partigiano. Condannato a morte, affrontava il plotone di esecuzione con eroica fermezza cadendo al grido di Viva l'Italia. Moltedo (Imperia), 22 luglio 1944 - Redazione, Arrivano i Partigiani, inserto "2. Le formazioni di montagna della I^ e della VI^ Zona Operativa Ligure che operavano nella provincia di Savona", I RESISTENTI, ANPI Savona, 2011

venerdì 28 maggio 2021

Arriviamo alle due nella valle di Inferno

Il Pizzo d'Ormea - Fonte: Wikipedia

Sascia (Ada Pilastri) racconta:

« Ultimi di novembre [1944]. La I Brigata è tornata da poco da Fontane [Frazione di Frabosa Soprana in provincia di Cuneo], dove si era spostata durante il rastrellamento di Upega. Il problema dei rifornimenti diventa sempre più difficile: saremo costretti a mandare una parte degli uomini a casa. Tentiamo un ultimo espediente: una spedizione con i muli nella zona di Fontane per poter raccogliere dei viveri. È una cosa quasi impossibile: ormai la neve è già alta in molti punti e, soprattutto, i passi più frequentati sono sotto controllo dei tedeschi, che occupano Ormea [(CN)], Nava [(IM)], Garessio [(CN)] e fanno puntate sui paesi vicini.

Infine si parte: si tenta la fortuna: un gruppo di dodici volontari e una decina di muli. Io scappo dal comando perchè non mi danno il permesso di andare e mi unisco a loro. Ho pensato che potrei essere utile e nei punti più pericolosi mettermi le gonne ed andare avanti di staffetta e poi... qualcuno ha detto che non resisterei a passare il Mongioie... e volevo provare ad ogni costo. Al “Passo della Guardia” ci dividiamo. Mulattieri e muli per lo stradone di San Bernardo di Mendatica. Io ed altri ci arrampichiamo per il “Passo di Garlenda” e scendiamo a Piaggia. C'è già parecchia neve. I muli si ricongiungono con noi a Falcone ove momentaneamente si trova il comando. Prima di entrare nell'abitato incontriamo un distaccamento di russi da Menini, un nostro eroico compagno ucciso in seguito dai nazisti. Tre russi armati vennero con noi. Andiamo avanti di pattuglia avanzata. Bisogna essere cauti e prudenti. I muli sono le nostre ultime risorse. Costeggiamo il Tanaro fino a Viozene [Frazione di Ormea (CN)]. La strada è lunga, nascosta dai noccioli, poco praticabile. Nei punti migliori ci facciamo portare sui muli. Il muletto bianco sul quale sono a cavalcioni è il più testardo di tutti; se c'è un sentiero sbagliato è il primo a prenderlo.
Ha cominciato a piovere, una pioggia sottile e gelida che batte sui nostri visi come punture di spilli. Andiamo per due ore sotto la pioggia che aumenta man mano che ci avviciniamo a Viozene. I miei sottili calzoni di tela si sono tutti appiccicati alle gambe. Sembro un pulcino uscito dal guscio; malgrado tutto, l'allegria non manca e dalla groppa dei muli ci salutiamo a gran voce con la vecchia espressione di “Bona nè!”.

A Viozene ci sono i partigiani di Martinengo [Eraldo Hanau]. Cerchiamo di mangiare qualcosa perchè in due giorni abbiamo assaggiato solo qualche mela, che è servita a provocarci un gran mal di stomaco. Sul far della notte partiremo. Ora comincia il bello: strade sconosciute, neve, freddo e buio. Bisogna assolutamente marciare di notte perchè sulla neve la nostre colonna non sfuggirà ai potenti binocoli tedeschi. Quelli di Martinengo ci sconsigliano di proseguire, ma noi tenteremo il tutto per tutto ed anche se ormai è impossibile fare il “Passo del Bocchino” cercheremo dall'altra parte, anche se sarà durissima... in fine, siamo garibaldini noi! “Pian del Fò”, “Fasce”: la gente è spaventata al nostro arrivo perchè i tre russi sono ancora vestiti alla tedesca. Ci vuole del mio meglio per rassicurarla e però nessuno vuol venire con noi a farci da guida. Infine troviamo due contadini che ci accompagneranno per un pezzo. Cominciamo ad inerpicarci per la ripida e sassosa salita che ci porterà sul Pizzo d'Ormea.

Il freddo si fa sentire e non poco, ed il buio intralcia il nostro cammino rendendolo più faticoso.

Arriviamo al Pizzo; qui ci accoglie la neve abbondante e farinosa. Non c'è pista: dobbiamo farla noi che avanziamo per primi, cercando con le nostre malconce scarpe di aprire un piccolo passaggio per i nostri piedi; il che è molto faticoso perchè avanzando su un fianco della montagna seguiamo una discesa a strapiombo. Più di un mulo ruzzola giù nella discesa. Per trattenerlo ci va tutta la forza e la volontà dei nostri tre compagni russi. Questi poveri muli partigiani sono degli eroi. Superano certi punti difficilissimi per noi, malgrado siano stremati, imbastati e senza i chiodi necessari per la neve e il ghiaccio. Infine la neve cessa un po'; saranno le tre di notte, laggiù nel basso c'è Ormea buia, silenziosa immersa nel sonno. Prendiamo una strada tortuosa, incastrata nella roccia.
Dopo molto camminare, arriviamo in un piccolo paese. In tre armati andiamo avanti perchè non si sa se troveremo degli “amici” poco desiderati . No, i tedeschi non sono stati ancora lì. Dormiamo per qualche ora perchè siamo sfiniti, ed al mattino di buon'ora ripartiamo tentando di superare il “Passo dei Termini”, uno dei tanti passi del Mongioie. Ad un certo punto ci fermiamo per chiodare i muli con gli appositi chiodi. Spira un vento diaccio che viene dalle gole più alte. Siamo tutti ghiacciati e le folate che ci investono sono così gelide da togliere il respiro. Prima di arrivare al Passo sostiamo per mangiare un pezzo di pane ed osservare degli apparecchi che passano sotto di noi. Al Passo ci sono più di tre metri di neve e la pista è appena accennata. Parte dei muli è a terra: il risollevarli è una fatica estenuante.

Penso che giungerò per prima a Fontane e potrò trovare degli aiuti da mandare quassù. Incomincio a scendere nella neve gelata. Non cammino, volo, cado, mi rialzo, faccio del mio meglio per arrivare presto. Ho un braccio che mi si sta congelando: neve, neve, neve, e così per un tempo che mi pare infinito. A tratti mi sento mancare e penso che questa discesa non finirà più. Per due volte mi fermo e scrivo il mio nome sulla neve così se altri giungeranno sapranno che sono passata da qui. La neve a poco a poco dirada ed incomincia il ghiaccio. Cado, mi alzo, ricado; così per due ore. Ho le mani tutte sanguinanti ed i calzoni a pezzi: ad ogni costo però devo arrivare; penso che se rimango qui con questo freddo, così poco coperta come sono mi congelerò certamente. Giungo finalmente a Leuta in uno stato pietoso; debbo assolutamente camminare con le mani di dietro per trattenere i brandelli dei calzoni che lasciano intravvedere qualche cosa! Attendo: dopo qualche ora uomini e muli arrivano. Quattro giorni di sosta e poi ripartiamo. Sarà un viaggio più lungo del precedente perchè dovremo prendere strade più praticabili dato che i muli sono carichi.

Da Fontane salimmo a Prà; di lì a Val Casotto. A Casotto arriviamo che è buio. Prendiamo la famosa strada 28 che porta a Garessio (CN). Bisogna essere cauti. In sette andiamo avanti marciando staccati l'uno dall'altro e ai lati della strada. Poi ancora neve e ghiaccio e luoghi selvaggi. Arriviamo alle due nella valle di Inferno. Fischia il vento, urla la bufera. È un luogo davvero infernale. Poche case sparpagliate, o meglio, capanne con tetti di paglia. Usi primitivi. Appena giorno ripartiamo. Facciamo la curva delle rocce. Vi sono punti pericolosissimi. I muli hanno preso la strada più in basso ed arriveranno molto dopo di noi. Ci fermiamo nei pressi di Ormea; di lì ispezionando lo stradone sottostante vediamo più di 600 nazisti in bicicletta che da Garessio si dirigono su Ormea. Bisogna partire il più presto possibile se non vogliamo sentir cantare la mitraglia. Sull'imbrunire andiamo avanti in quattro. Durante la notte perdiamo la strada più di una volta. Sempre marciando, notte e giorno, arriviamo sfiniti a Viozene; mezza giornata di sosta e ripartiamo. Siamo smaniosi di raggiungere i nostri. Chissà con quale gioia accoglieranno i rifornimenti!

Arriviamo a Piaggia [Frazione di Briga Alta (CN)] che i muli sono sfiniti.

Qualcuna delle povere bestie è caduta più di una volta per la stanchezza e fame. Al distaccamento prima di Piaggia abbiamo lasciato i nostri amici russi che tanto ci hanno aiutati. Siamo costretti a dormire a Piaggia. I muli non possono proseguire e gli uomini sono esausti.

Al mattino alle 6 siamo attaccati da più di 100 SS tedesche. Nel paese succede un inferno. Una sparatoria fitta di ta-pum e sputafuoco. Due dei nostri sono feriti e un terzo preso prigioniero.
Io mi salvo in una casa: striscio per terra e le raffiche non mi raggiungono. Faccio appena in tempo a gettare lo zaino sotto il mobile e togliermi i calzoni che nascondo sotto le fascine del focolare. La gente, avendo me in casa, trema di paura. Io sono disperata. Penso alla nostra roba perduta e ai due ragazzi feriti; degli altri non ne so più nulla.

Durante la notte i tedeschi partono per Upega portandosi il prigioniero che poi impiccheranno, lasciando i due feriti il cui stato è troppo grave. Nel frattempo cerco un carretto ed un mulo, carico i due feriti che porto a Mendatica. Appena giunti qui, ritornano i tedeschi che ci stanno cercando e noi dobbiamo rimanere due giorni nascosti in una chiesa diroccata fuori dall'abitato. I feriti soffrono molto. Ho potuto procurar loro un poco di paglia e un po' di cibo. Nessuno vuol saperne di noi, hanno tutti troppo paura escluso il Dott. Natta di Imperia che cura i feriti.
Per mezzo di barelle, con gli uomini della V^  Brigata “Ospedaletto da Campo”, si portano i feriti nella zona di Bregalla. Si riesce a trovare il gesso per l'ingessatura e i ragazzi furono salvati. Gli altri sbandati riuscirono dopo qualche tempo a fare ritorno.
E così ebbe termine la nostra avventura: marce, fatiche, sofferenze, l'insuccesso, la morte; vita da partigiano che, malgrado tutto, ho spesso rimpianto, come si rimpiangono le cose belle e magnifiche.  »

Mario Mascia, L'Epopea dell'Esercito Scalzo, Ed. ALIS, 1946, ristampa del 1975 a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, pp. 181-184
 
È doveroso  ricordare le tante donne della Resistenza, protagoniste dell’interessante ricerca e raccolta di testimonianze di Gabriella Badano, affidate sia alla storiografia locale e a documenti reperiti presso l’ANPI, l’Istituto Storico della Resistenza  e i Comuni, oltre che alla narrazione di alcuni partigiani e delle donne della zona (“Ribelli per la libertà-Storie di donne della Resistenza nell’estremo Ponente ligure” e “In montagna libere come l’aria… le partigiane combattenti dell’estremo Ponente ligure”)
[...] “Sono sempre stata un tipo un po’ ribelle, mio padre è morto quando avevo sei anni, quindi non ho potuto avere un’eredità politica da lui, che pure era socialista, ma l’ho saputo dopo il 25 aprile. I miei genitori, soprattutto mia madre, erano severissimi, sono stata allevata in un ambiente ottocentesco. Ho frequentato l’Istituto Magistrale da Maria Ausiliatrice… cosa non abbiamo fatto passare alle suore! Nel mio ambiente c’erano molti tabù. Io ero abituata in una casa in cui non si poteva parlare di niente, ma certe cose mi venivano spontanee. Sentivo di dovermi ribellare.” (Sascia)
[...]
“Uscita di galera, in quei momenti in cui ognuno cercava di fare la forca all’altro per non rimetterci la pelle, trovarsi lì con loro, libera come l’aria, dopo che si è stati chiusi è una cosa bellissima.” (Sascia)
[...]
“La nostra vita era fatta di paura e di tragedia, ma avevamo anche momenti di scherzi… anche perché eravamo tutti ragazzi… Mi trattavano un po’ come la loro mascotte. Ho sempre dormito vicino ai ragazzi e non ho mai trovato nessuno che mi desse fastidio, mai sinceramente…” (Sascia)
maria, Le donne della Resistenza nel Ponente ligure, Skip Blog, 25 aprile 2017 

lunedì 24 maggio 2021

Nei primi mesi del '44 fu creato il CLN Provinciale

Curenna, Frazione del comune di Vendone in provincia di Savona - Fonte: Mapio.net

Si ricorderà solo che la prima vera e propria battaglia fra partigiani e nazifascisti in provincia di Imperia avvenne nei giorni 13 e 14 dicembre 1943 nei pressi di Montegrazie, dove i militi fascisti si erano recati per compiere un'azione contro gruppi di partigiani colà dislocati e per requisire viveri e bestiame. Dopo un primo scontro accorrono uomini dei villaggi vicini e partigiani di Felice Cascione e i militi di Salò si ritirano, lasciando un numero non precisato di morti e due prigionieri. A loro volta gli uomini di Cascione, che erano venuti da Magaietto, si recano a Pizzo d'Evigno, dove si ricollegano al gruppo. Altre due battaglie furono, come già accennato, quella di Alto e quella di Pornassio o di Nava. Fra le località, nelle quali le bande si erano sistemate all'inizio della loro formazione, si ricordano in modo particolare: Magaietto, nella zona di Diano Marina; Borgo d'Oneglia; Inimonti di Pontedassio; dintorni del Faudo, con Valloria, Tavole e Villa Talla di Imperia; dintorni del Monte Acquarone, con zona da Montegrazie e Moltedo a Lucinasco; Pizzo d'Evigno; Curenna (dove - nel «Casone dei Crovi» - viene continuata, e quasi ultimata, la canzone Fischia il vento, di Felice Cascione, iniziata nel dicembre del '43 a Pizzo d'Evigno) e Alto. Queste due ultime località, Curenna e Alto, sono entrambe nella valle di Albenga. Nel periodo qui trattato i gruppi partigiani di montagna si tennero in frequente costante collegamento - come già fuggevolmente si è detto - con gli organizzatori antifascisti rimasti in città; i quali si adoperavano mandando informazioni, armi, indumenti e viveri, facendo nuovi aderenti, e inviando alle bande i giovani che temevano di essere incorporati nella milizia fascista o deportati. I contatti, in Imperia, erano tenuti soprattutto col rag. Giacomo Castagneto (o «Elettrico»), con Nino Siccardi (o «Curto»), con Ughes Gaetano, con Giacomo Amoretti «Menico» (Leonida) e con altri per il Partito Comunista; e con lo scrivente per gli indipendenti, per il Partito d'Azione e per i partigiani della corrente cristiana. I gruppi della corrente cristiana erano pure in contatto con l'avv. Carlo Folco e con l'avv. Ambrogio Viale, a loro volta collegati con lo scrivente. Attivo antifascista era pure considerato il parroco di Oneglia, rev. Don Orazio Boeri, anch'egli in relazione con giovani cattolici rifugiatisi in montagna, non che - specialmente - con l'avv. Ambrogio Viale. In tutti i mesi dal settembre '43 al marzo '44, i vari gruppi partigiani e i vari gruppi antifascisti (che in genere costituivano l'ossatura dei gruppi partigiani) agivano un poco ciascuno per conto proprio, indipendenti l'uno dall'altro, anche se non mancavano frequenti contatti (ad esempio: lo scrivente fu varie volte a casa del rag. Giacomo Castagneto e si recava spesso a casa di «Curto»; in montagna, l'avv. Raimondo Ricci, i Serra e l'avv. Vittorio Acquarone, comunista, erano insieme; lo scrivente faceva egualmente circolare i fogli clandestini «L'Unità» e «Italia Libera»; dalla banda presso il Faudo, nella quale, ad un certo punto, non pochi erano i comunisti, Ricci Raimondo aveva mandato allo scrivente il partigiano Aldo Acquarone, per motivi inerenti all'organizzazione; e Todros Alberto, anch'egli aggregato alla medesima banda, si recava spesso sia dallo scrivente, sia dall'avv. Ambrogio Viale) *. Nei primi mesi del '44 (1° febbraio) fu creato il CLN Provinciale, in cui si riunirono ufficialmente tutti i Partiti dello schieramento antifascista. Inizialmente ne facevano parte, quali esponenti politici: Ughes Gaetano (presidente), per il PCI; Folco Carlo, per la DC; Ernesto Valcado, per il PSI. Curto era organizzatore militare per il PCI; e il prof. Strato era addetto militare in seno al CLNP per la DC, e riuniva intorno a sé anche i gruppi vari non dipendenti dal PCI.
[...] Più tardi, quattro o cinque giorni dopo la morte di Cascione, verso la fine del gennaio '44 o agli inizi del febbraio, in una riunione tenutasi in una campagna di Carenzo Fedele situata nella zona «Vena Rosa» in prossimità di Barcheto, Simon (Carlo Farini), da poco in Imperia, incaricato dal Comando Regionale delle Formazioni «Garibaldi» di prendere misure per la sostituzione di Felice Cascione, proporrà di scegliere Nino Siccardi a prenderne il posto. Alla riunione, oltre a Simon e a «Curto», sono presenti il rag. G.Castagneto, Carlo Aliprandi e altri. Nella riunione stessa, sarà Simon a proporre il nome «Curto» per Nino Siccardi e il nome «Lungo» per l'Aliprandi. Aliprandi entrerà poi come addetto militare per il PCI nel CLNP, ma «Curto», fintanto che resterà in città, ossia fino intorno agli ultimi giorni del marzo '44, sarà sempre il vero e proprio organizzatore militare per il PCI nell'imperiese.
Per il conferimento dell'incarico di addetto militare della DC nel CLNP, lo scrivente era stato convocato nello studio dell'avv. Ambrogio Viale, di qui avviato nello studio dell'avv. Carlo Folco, e di qui infine nel «retrobottega» di Ughes Gaetano, nell'ammezzato del negozio di Oddone nell'attuale Via Bonfante, dove l'incarico gli era stato definitivamente spiegato e affidato.
* Per i contatti fra corrente e corrente, si ricordano pure, tra l'altro, i seguenti particolari: 1) l'ing. Vincenzo Acquarone, antifascista non comunista, in Torino tratta l'acquisto di anni e di esplosivo per «Curto», e, come d'accordo, mediante lettera del giorno 16-11-43, in caratteri cifrati, informa dei risultati lo scrivente G. Strato, affinché li comunichi a «Curto»; lo scrivente, sentito «Curto», ne trasmette la risposta, sempre con caratteri cifrati, all'ing. Acquarone, e nel contempo lo informa che Todros Alberto è stato arrestato; 2) lo scrivente, insieme con alcuni giovani (Demoro Maurizio e Ascheri Maurizio dell'Azione Cattolica e Conte Egidio), porta a «Curto», in Artallo, munizioni avute in parte dalla prof.ssa Letizia Venturini, della corrente del Partito d'Azione, e dal prof. Efisio Freilino, e in parte dall'ing. Vincenzo Acquarone; 3) G. Strato procura a «Curto», che è in procinto di passare alla montagna, alcune carte militari al 25.000, fra cui quella - specialmente richiesta - della zona di Borgomaro, e gliene impresta una al 100.000, la quale gli verrà poi restituita mediante indicazioni fornite tramite Lorenzo Acquarone (Lensen), quando «Curto» è già definitivamente in montagna.
Giovanni Strato, Storia della Resistenza Imperiese (I^ zona Liguria) - Vol. I. La Resistenza nella provincia di Imperia dalle origini a metà giugno 1944, Editrice Liguria, Savona, 1976, ristampa del 2005 a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, pp. 96-98

I primi episodi di lotta [a Rezzo] si verificano nel novembre 1943, allorché i Carabinieri di Pieve di Teco, con la costituzione della Repubblica di Salò, invitano i renitenti alle varie leve a presentarsi alle armi del costituendo regime fascista. Questo invito si reitera per tutto il mese di gennaio del 1944. Nel frattempo i giovani di Rezzo, muniti delle armi di cui si sono impadroniti l'8 settembre, si sono organizzati in una banda per montare turni di vedetta a San Bernardo di Conio.
Alla fine di gennaio giungono a Rezzo una quindicina di carabinieri, guidati da un maresciallo per prendere provvedimenti seri contro i renitenti. Ma questi, stanchi delle angherie e forti dell'appoggio della popolazione, armi alla mano circondano una dozzina di carabinieri sulla piazza del paese, li legano e li portano nel bosco di Rezzo. Per farli rilasciare intervengono le autorità fasciste ed il prete della parrocchia. Ottenuto il rilascio dei carabinieri, i fascisti compiono una ritorsione bruciando alcune case e, radunata la popolazione, la portano incolonnata in cima al paese, in località "Pilastri". Sono momenti di terrore. Siamo al 30 gennaio, il contadino Costantino Donati tenta di fuggire, ma i fascisti sparano e lo uccidono in località Crocetta.
A febbraio 1944, dopo gli avvenimenti appena narrati, nel bosco [di Rezzo] si radunano una novantina di partigiani che si organizzano in tre Distaccamenti *. Il 24 giugno 1944 nella grande faggeta sopra il paese i tedeschi compiono un rastrellamento, durante il quale fucilano i partigiani Pierino Guglieri (Pierino), abitante di Rezzo, Luigi Nuvoloni (Grosso) e Aldo Perondi (Aldo).
* I tre Distaccamenti, comandati rispettivamente da Giacomo Sibilla (Ivan), Rinaldo Rizzo (Tito R.) e Vittorio Acquarone (Marino), erano dislocati il località "Stroppallo". E' il primo germe della IX Brigata Garibaldi, che sarà definitivamente costruita nel giugno successivo.
Francesco Biga in Francesco Biga e Ferruccio Iebole (a cura di Vittorio Detassis), Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria) - vol. V, Ed. Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia, 2016  

martedì 18 maggio 2021

Con dei trucchi e con i travestimenti, avrebbero catturato due partigiani

Chiusavecchia (IM) - Fonte: Wikipedia

Giovanni Nino/Tracalà Berio, nato ad Imperia il 24 aprile 1924; comunista. Già a settembre del 1943 è attivo nella lotta partigiana recuperando armamenti abbandonati dai militari che consegna a Felice Cascione e ai suoi uomini di stanza nell’entroterra dianese. A fine febbraio 1944 si unisce con Massimo Gismondi “Mancen” ed altri a Silvio Bonfante “Cion”. Il 23 settembre 1944 a Pieve di Teco (IM) un consistente numero di elementi della banda di fuoriusciti italo-francesi e di esaltati fascisti del capitano Giovanni Ferraris, travestiti da partigiani, ostentano la loro presenza compiendo soprusi e violenze con lo scopo di attirare i ribelli. La notizia mobilita alcuni partigiani che scendono per una ricognizione; sul posto si trovano in missione Menini e Calderoli. Nino Berio, zoppicando perché ferito in un precedente combattimento, si trasferisce in bicicletta. Arrivato a Pieve di Teco cade nell’imboscata e fatto prigioniero dai fascisti è condotto a piedi nudi a Chiusavecchia dal capitano Ferraris. Legato alla porta di un casone a braccia nude con filo spinato e torturato per un giorno intero con percosse e colpi di pugnale, viene infine portato presso il ponte di Garzi e fucilato. Dalla lettera del commissario divisionale Carlo De Lucis “Mario” ai commissari di distaccamento (21 novembre 1944): “Invitato a tradire i compagni in cambio della libertà, Nino rifiuta. Atrocemente torturato con ferri roventi al viso e col pugnale, risponde cantando l’inno della Guardia Rossa. Queste furono le sole parole che i suoi carnefici poterono strappare”. 
Redazione, Giovanni Berio, A.N.P.I. Leca, 8 maggio 2014
 
Giovanni Daniele Ferraris fu comandante della Gnr Compagnia Ordine Pubblico Imperia. Dopo la dissoluzione della 4a Armata molti nizzardi lasciarono il loro territorio ed aderirono alla RSI. In duecento ad Imperia si arruolarono nel 627° CP GNR, potenziando presso la caserma Ettore Muti a Porto Maurizio la Compagnia O.P. (Giovanni Ferraris) oppure contribuendo a formare con i superstiti del Btg. GNR Nizza in ritirata alla fine del 1943 dalla Provenza il Btg GNR Borg Pisani (Massimo Di Fano). Altri furono incorporati nel 626 CP GNR  di Savona e in cento costituirono la Compagnia Nizza della 27a BN di Parma. Il Btg. Borg Pisani da aprile a novembre 1944 si pose nelle casermette della Guardia alla Frontiera di Taggia e di Arma di Taggia partecipando insieme alla 34a ID e a Reparti della RSI al presidio della costa ligure allo sbocco di Valle Argentina. Tutti aspetti che il Ferraris riportò in certe sue memorie scritte del tutto omissive delle efferatezze da lui commesse.
Adriano Maini
 
... banda Ferraris, il famigerato capitano Ferraris, ma allora ancora tenente. Un nome, quello di Ferraris, temuto: dotato di coraggio e di capacità militari, anima di tanti rastrellamenti, l'ideatore della Controbanda, l'uccisore di Nino Berio (Tracalà) a Chiusavecchia. Egli si era guadagnato la fiducia delle S.S. Tedesche, tanto da essere da loro decorato con la croce di ferro di II^ classe, per la spietatezza delle sue azioni.
Attilio Mela, Aspettando aprile, Ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, 1998   

Pieve di Teco (IM) - Fonte: Mapio.net


Piaggia - Foto di Fabrizio Benedetto via Mapio.net

Il mattino del 23 settembre [1944] alcuni abitanti di Pieve di Teco raggiungono Piaggia [Frazione di Briga Alta (CN)] per protestare presso il Comando divisione per il fatto che gruppi di garibaldini, sfoggiando molti fazzoletti rossi con sopra la scritta «Cion» [Silvio Bonfante] e proferendo minacce, erano entrati nelle trattorie e nelle botteghe per mangiare e prelevare merce senza pagare, avevano gozzovigliato per le strade e manifestato l'intenzione di cercare il battaglione «Lupi» di Pelazza per disarmarlo (1).
«Simon» [Carlo Farini] e il Comando divisionale, seriamente preoccupati dalla notizia, ordinano di inviare squadre di polizia: una trentina di uomini armati solo di moschetti al comando del commissario «Mario» [Carlo De Lucis] che possedeva molto ascendente sui garibaldini, per indagare sui fatti e prendere provvedimenti.
Partiti da Piagga e attraversato San Bernardo di Mendatica, scendono verso Pieve di Teco. Con loro è Nino Berio (Tracalà), l'unico armato di mitra che, zoppicante per antica ferita (2), presa in prestito una bicicletta a Cosio, fila rapido verso Pieve da solo per ordinare il pranzo per le squadre in arrivo. Sul luogo erano già in missione Ugo Calderoni (Ugo), comandante del distaccamento mortai «E. Bacigalupo», «Menini» e «Staffetta di legno».
Quasi a Pieve gli uomini delle squadre, scorti sull'asfalto della strada alcuni bossoli di mitra e macchie di sangue, rimangono un attimo perplessi.
Cosa sarà capitato...? Qualche metro avanti, al lato della strada, il cadavere di Ugo Calderoni (Ugo) di Achille, nato a Genova il 25.3.1923, giace supino ancora caldo. Lo sbigottimento è enorme, poi tutto diventa chiaro. I partigiani in Pieve sono fascisti travestiti che tendono imboscate. Con questo timore e per prudenza i garibaldini si nascondono rapidi tra gli alberi delle «fasce» soprastanti la strada.
Frattanto giunge rapida una ragazza informatrice, racconta che a Pieve una cinquantina di fascisti in divisa partigiana avevano arrestato e disarmato alcuni garibaldini, tra cui Nino Berio mentre osservava una vetrina di un negozio, puntandogli il mitra nella schiena.
Reagì esclamando: - Compagni, non fate scherzi! - allorché i fascisti si palesarono. Lei intervenne dichiarandosi del S.I.M. e pertanto avente diritto di conoscere la causa dell'arresto di Nino.
- Vattene! - le risposero - se non vuoi guai -. Capì l'imprudenza commessa, gli uomini non sapevano cosa fosse il S.I.M.; non erano certo partigiani ma fascisti camuffati, per questo era fuggita.
Inoltre la ragazza informa i garibaldini che i fascisti, nascosti per le strade di Pieve in agguato, attendevano i partigiani.
Dopo un rapido scambio di idee «Mario» e i compagni si convincono che non possono più sorprendere il nemico armato con numerosi mitra e sarebbe mancato il tempo necessario per raggiungere la statale 28 prima del colle San Bartolomeo e attenderlo per affrontarlo e liberare i compagni. Per chiedere rinforzi ormai era tardi. Conveniva ritirarsi e preparare qualche piano più concreto.
Il ritorno a Piaggia è doloroso e l'ira è grande. Se «Ugo» fosse stato assassinato in luogo nascosto, l'imboscata avrebbe avuto esito inesorabile e mortale.
Alcuni distaccamenti  partigiani, alla notizia si lanciano su Pieve armati fino ai denti, ma non vi trovano più alcun fascista.
Oltre a «Ugo» e a Nino, cadono nel tranello e vengono catturati i garibaldini Franco Luigino Bellina (Bellina) nato a Udine il 3.9.1924, ucciso a pugnalate, Antonino Alessi (Nino) di Antonino, nato a Messina il 3.3.1925 e Pasquale  Tirella (Pasquale) di Francesco, nato a Ragusa il 7.2.1920, uccisi mediante impiccagione a colle San Bartolomeo; Giacomo Carinci (Scotto) fu Virgilio, nato ad Albenga il 15.6.1920 e Nino Berio vengono condotti a piedi nudi a  Chiusavecchia dove è il capitano F. della  brigata nera (3).
Giacomo Carinci cade trucidato sotto i colpi dei carnefici. Nino Berio (Tracalà) di Giuseppe, nato a Imperia il 24.4.1924, legato alla porta di un casone a braccia nude con filo spinato e torturato per un giorno intero con percosse e colpi di pugnale, viene infine portato presso il ponte di Garzi e fucilato. Il nemico stesso ammira il suo coraggioso comportamento (4) .
Nei pressi di Muzio anche il garibaldino Quinto Molli (Bosches) s'imbatte nei falsi partigiani, i medesimi che erano stati in Pieve di Teco. Accortosi dell'inganno apre il fuoco. Saltato nel torrente Arroscia ferito, riesce a mettersi in salvo aiutato dalle sorelle Giacomina e Pierina Pescio.
(1) I fascisti sapevano del dissenso esistente tra il Comando I^ brigata ed Eraldo Pelazza, comandante del battaglione «Lupi»; altro caso che testimoniava l'esistenza di una spia nel Comando garibaldino.
(2) Il coraggioso Nino Berio, partigiano dal settembre 1943, zoppicava perché era stato ferito a metà luglio circa da un proiettile alla gamba sinistra. Il mitra di cui era dotato durante la sua missione a Pieve di Teco era stato portato in montagna (a Piaggia) qualche giorno prima da Giorgio Alpron (Cis), la cui moglie lo aveva recuperato in una soffitta della casa in Peagna (Albenga)
[nd.r.: invero Frazione  del comune di Ceriale (SV)] di proprietà di una certa signora Roggero.
(3) Il capitano della brigata nera locale F., abile rastrellatore e uomo crudele, in coppia con M. Z. di F. detta la «Francese» o la «Donna Velata» simile a lui, diventerà tristemente famoso nel dicembre 1944 e nei primi mesi del 1945 per le sue azioni antipartigiane.
(4) Invitato a tradire i compagni in cambio della libertà Nino Berio rifiuta. Atrocemente torturato con ferri roventi al viso e col pugnale, risponde cantando l'inno della «Guardia Rossa» (lettera del commissario divisionale «Mario» ai commissari di distaccamento del 21.11.1944). Queste furono le sole parole che  i suoi carnefici poterono strappare dalla sua bocca. Il 28.9.1944 il C.L.N. provinciale inviò alla famiglia Berio la seguente lettera di cordoglio: «
A nome di tutti i partigiani componenti il C.L.N. vi porgiamo le più sentite condoglianze. Il nome del vostro caro figliolo sarà eternato  sul bronzo, accanto agli altri eroi della nuova Italia. L'olocausto della sua vita e il suo martirio serviranno di esempio a tutti noi e stimoleranno il nostro spirito combattivo per essere più degni dei nostri giovani eroi immolatisi  per un avvenire di libertà e di pace. Il vostro Nino non è morto invano, noi lo vendicheremo. La pietà oggi e domani può rappresentare un delitto: saremo spietati per vincere e far scomparire dalla faccia della terra tutti coloro che  oggi sono i nostri carnefici. L'aiuto che noi vi porgiamo non è certo il prezzo del suo sacrificio ma è l'infinitesimale attestato di solidarietà...».
Lettera del 4.10.1944 in risposta al C.L.N., dei famigliari di Nino: «
...La famiglia Berio, sinceramente commossa, ringrazia in codesto Comitato tutti i partiti dell'antifascismo e con essi tutti i compagni, gli amici e le buone persone che li compongono, per le prove di affettuoso cordoglio dimostratole in occasione della perdita del suo adoratissimo figlio Nino...».

Francesco Biga, Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria), Vol. III. La Resistenza nella provincia di Imperia da settembre a fine anno 1944, a cura dell'Amministrazione Provinciale di Imperia e con il patrocinio dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, Milanostampa Editore, Farigliano, 1977, pp. 81,82,83
 
Valfrè Carlo, nato a Ventimiglia il 7 luglio 1921, milite della Compagnia OP di Imperia.
Interrogatorio di Valfrè Carlo del 7.5.1946:
[...] Nego di aver partecipato al rastrellamento avvenuto nel mese di settembre 1944 a Villa San Pietro dove il Ferraris con la Squadra Comando si travestì da partigiano. Non ho partecipato al rastrellamento in borghese a Pieve di Teco, avvenuto il 22 settembre essendo rimasto di guardia al presidio di Chiusavecchia. Al ritorno della compagnia dal rastrellamento, ebbi occasione di vedere in mezzo al Ferraris e militi in borghese due partigiani che furono rinchiusi in una stanza della sede del comando compagnia... scesi ci congiungemmo con la squadra del tenente Di Carlo dove intesi dagli stessi militi che erano stati uccisi due partigiani ed il milite Zappella aveva un orologio al braccio di uno dei due uccisi. Da qui siamo rientrati a Dolcedo con il partigiano della San Marco, il quale venne poi ucciso nei pressi del cimitero dal milite Cartonio Antonio.
Leonardo Sandri, Processo ai fascisti: una documentazione, Vol. 9 - Liguria: Imperia - Savona - La Spezia, StreetLib, Milano, 2019 

Giovanni Nino Berio

Garzi - Fonte: mialiguria.it

Dopo pochi giorni da quando eravamo giunti a Piaggia, da Pieve di Teco giunsero alcuni civili, nostri collaboratori, per informarci che nel paese gironzolava una quarantina di partigiani che si comportavano con arroganza e prepotenza, mangiavano nei ristoranti, bevevano nei bar, prendevano oggetti ed altro nei negozi, senza pagare. La cosa ci apparve anomala e strana, per cui il Comando decise di inviare una decina di uomini per constatare come stavano le cose.
Uno dei responsabili della spedizione era Nino Berio ("Tracalà"), il quale, sapendo che a Pieve "filavo" con una ragazza, venne sotto l'albergo Pastorelli per chiamarmi, invitandomi a prendere il fucile, le munizioni, le altre cose necessarie, e a seguirlo perché si partiva subito.
Non mi feci ripetere l'invito e, in un attimo, fui per la scala che portava all'aperto.
Però in fondo alla scala incontrai il commissario "Mario", il quale, vedendomi armato di tutto punto, mi chiese dove stavo andando. Lo informai di quello che mi aveva detto "Tracalà."
Lui mi disse che la squadra era già pronta e mi invitò a ritornare sui miei passi. Senza permettermi obiezioni mi invitò a riprendere posto ìn fureria dove c'era tanto da fare. "Mario" era un uomo deciso e non accettava di essere contraddetto, ragion per cui a malincuore ritornai in ufficio. lnfatti si dovevano inviare molti ordinì che dovevo scrivere a macchina, per riorganizzare la brigata.
Quelli che scorrazzavano in Pieve di Teco erano fascisti, travestiti da partigiani, del capitano Ferraris.
Alcuni nostri compagni caddero nell'agguato. Ugo Calderoni fu ucciso per la strada, Nino Alessi venne impiccato a Colle San Bartolomeo, Nino Berio, condotto a Chiusavecchia, fu torturato e poi ucciso (fu tenuto una notte legato ad un albero con filo spinato, bruciato con ferri roventi, colpito con una decina di pugnalate non mortali, quindi fucilato quando i torturatori non provavano più divertimento); qualcun altro fece la stessa fine, dei catturati nessuno si  salvò.
Sarebbe stato meglio che si fossero tolti la vita (come fecero altri nei mesi seguenti) anziché cadere prigionieri. Avrebbero sofferto meno e dato meno soddisfazione a quei sadici carnefici.
Due giorni dopo che il triste episodio era accaduto pensai che "Mario", involontariamente, mi aveva salvato la vita. (Che, per varie circostanze, mi salvassi, non era la prima volta, e non sarà l'ultima).
Sandro Badellino, Mia memoria partigiana. Esperienze di vita e vicende di lotta per la libertà di un garibaldino imperiese (1944-1945), edizioni Amadeo, Imperia, 1998
 
I falsi partigiani sono adesso nella zona di Pieve di Teco - è la metà settembre del 1944 - ne uccidono parecchi di quelli veri, Ugo Calderoni, 21 anni, di Genova, e Franco Luigino Bellina, 20 anni, di Udine, a pugnalate, Antonino Alessi, di Messina, e Pasquale Ticella, 24 anni di Ragusa, impiccati, Giacomo Carinci, di Albenga, e Nino Berio, 20 anni, di Imperia, fucilati. Ci vorrà del tempo prima che siano neutralizzati.
Ricciotti Lazzero, Le Brigate Nere, Rizzoli, 1983
 
Capita un giorno che le staffette vengono a dire al comando, di una faccenda dei bottegai di Pieve, per questi buoni.
Al comando decidono che bisogna vederci chiaro, con una squadra apposta in ricognizione.
- È strano però - dicono al comando,- non sembra vero se ci sono quelli di Pelazza e i mortaisti di Menini, gente come si deve -; ma mandano lo stesso a vedere, non si sa mai.
Nino Berio il Tracalà, zoppicante per ferita, scende per primo sullo stradale a prendersi la bicicletta, - ho il mitra - dice, - e intanto vado a vedere.
Gli altri vengono dietro tutti tranquilli in fila indiana, e parlano tra loro delle cose della banda.
Ma eccoti di colpo sulla strada, prima delle case, luccicare al sole bossoli di mitra e sangue di traverso sul pietrisco, fino alla cunetta.
Più in là rigido disteso, eccoti il corpo crivellato di Ugo Calderoni, caposquadra mortaista.
Allora perdio, tutti presto sotto la scarpata giù al coperto e subito colpo in canna, pancia a terra col sole di striscio; ma stai fermo lo stesso dove ti trovi.
Eppure, non si riesce proprio a capire com'è successa senza spari e movimenti o altro bordello intorno, sta faccenda strana; com'è possibile insomma, se tutto è a posto e anche nelle case o per le strade non c'è traffico di niente; com'è possibile che sia successa sta cosa strana, che non si riesce a spiegare.
Invece, cos'è successo veramente, col sole di striscio e tutto alla svelta, lo dice propriamente adesso con l'affanno una donna ancora malmessa, che arriva dal paese tutta agitara e con la paura addosso.
Mentre lo dice, si guarda ingiro, e per spiegare come può tutto dal principio, si inciampa un po' nel parlare - macché, manco la gente se n'era accorta subito, perché nessuno se ne poteva accorgere; sì che c'erano delle facce nuove e c'era della stranezza: ma lo dico adesso; invece quando arrivarono, nessuno se ne accorse; come fai a capirlo lì sul momento, se li vedi vestiti proprio uguali, perfino coi fazzoletti rossi i moschetti a tracolla con lo spago e le braghe corte di teli mimetici? Dicevano i nomi giusti dei posti, litigando coi bottegai, e gridavano forte; era proprio tutto uguale e nessuno se ne è accorto, macché.
Così, quando il Tracalà saltò dalla bicicletta, se lo misero in mezzo senza farsene accorgere, parlando uno sull'altro.
- È proprio bello sto mitra corto; scommetto che spara ancora più preciso, fammi vedere.
Ma ci fu ben poco da vedere, quando gli vennero ancora più addosso, col mitra puntato nella schiena.
- Basta scherzi, ragazzi - diceva il Tracalà; ma diventava serio e sempre più pallido.
Si sentiva il sudore freddo, mentre vedeva all'ingiro soltanto facce nuove con le smorfie dei fascisti e il ghigno della morte. Per il trucco del travestimento, era troppo tardi ormai, quando il Tracalà capì che non lo era uno scherzo dei compagni; non lo era proprio: capì che invece senza sbaglio, era il ghigno della morte con la brigata nera di Ferrari addosso, più niente da fare.
Anche quel caposquadra mortaista, quando lo presero, lo presero a tradimento che non ci pensava nemmeno; si divincolò, che quasi ce la fece alla disperata; e così gli spararono lì sul momento.
Lo bruciarono nella rincorsa su per lo stradale, poi lo scansarono nella cunetta a pedate, rotolandolo nel pietrisco.
Invece a Nino Berio il Tracalà, che era stato uno dei primi partigiani salito in banda con Cascione, e Ferrari lo sapeva, gli fecero del resto prima di ammazzarlo come un cane; gli fecero di tutto lungo la strada.
Carico di un treppiedi, camminando scalzo a colpi nella schiena su per la salita e sempre più forte giù per la discesa, legato col filo spinato, glieli fecero fare tutti i tornanti della 28 che non finiscono mai.
Lo sfigurarono da capo a piedi per quel che gli fecero andando, finché lo ammazzarono soltanto in fondovalle ai Garzi, prima di Chiusavecchia; ma non parlò.
Un altro, portandoselo dietro che si impuntava, lo pugnalarono su per la salita finendolo a poco a poco e non lo trascinarono più, basta così.
Due li impiccarono a dei ganci da macellai, proprio in cima al Colle lasciandoli appesi; li lasciarono appesi per la gola bene in vista della gente, e su ciascuno ci attaccarono il cartello - questo è un bandito - legato sui garretti.
Dopo quella notte dei carnefici, il mattino fu diverso con le urla che si sentivano giù giù dal Colle all'intorno dei paesi, per tutta la valle; coi rintocchi dei campanili, prima che all'alba i preti potessero prendersi i cadaveri per le esequie, la gente chiusa in casa sentì ancora la brigata nera tutta sgonguaiata in guarnigione, che cantavano come all'osteria.
Fu in quella notte che, ciascun uomo sentendosi un brivido lungo nella schiena, i cani continuarono ad abbaiare alla catena, quasi a strapparla, per tutta la valle com'è lunga fino al mare.
Osvaldo Contestabile, Scarpe rotte libertà. Storia partigiana, Cappelli editore, 1982, pp. 70,71
 
Ugo Calderoni

Ugo Calderoni. Nato a Genova il 25 marzo 1923. Mortaista, amico fraterno di Menini Lionello, è con lui nel settembre 1944 nel tentativo di liberare K13, agente SIM recluso a Castelvecchio di Imperia  nella sede OP GNR di Giovanni Ferraris.
E’ in ricognizione a Pieve di Teco il 23 settembre 1944 quando viene catturato a tradimento; cerca di reagire, ma è circondato da quattro militi della GNR che lo uccidono.
Il suo corpo è preso a calci dal milite della GNR Antonio Cartonio e fatto rotolare in una cunetta tra sterpaglie e pietrisco per un sommario occultamento.
Accusato della sua morte, oltre al già citato Cartonio, è Emanuele Cremonesi.
Redazione, Arrivano i Partigiani, inserto "2. Le formazioni di montagna della I^ e della VI^ Zona Operativa Ligure che operavano nella provincia di Savona", I RESISTENTI, ANPI Savona, 2011
 
Pieve di Teco (IM) - Fonte: Mapio.net

22 settembre 1944 - Circolano in Pieve [di Teco] dei Sanmarchini che, da quanto si vocifera, sarebbero qui venuti per presentarsi ai partigiani. Questa è l'unica constatazione della giornata.
23 settembre 1944 - Giorno di sabato, ore 10,30: scendono dal Colle S. Bartolomeo truppe composte da reparti di Sanmarchini. La popolazione è tutta in subbuglio e frastornata; molti si dileguano per le campagne. Queste temute forze di Sanmarchini pare si siano poi ridotte ad una trentina di Repubblichini che, mascherati, sono transitati per le vie di Pieve. Si dice che fra essi via sia pure il figlio primogenito del Dott. Viale e, a quanto pare, con dei trucchi e con i travestimenti, avrebbero catturato due partigiani. Quello che si attraversa è un periodo assai preoccupante perché si va accentuando la caccia all'uomo con mezzi assolutamente proditori e spregiudicati [...]
25 settembre 1944 - [...] Ore quattro e trenta: del centinaio di patrioti giunti stamane in Pieve, una metà sono andati al Colle S. Bartolomeo a prendere il cadavere di un patriota lassù impiccato proprio innanzi all'entrata dell'albergo Belvedere; l'altra metà son partiti per l'alta Valle Arroscia [...]
26 settembre 1944 - Sono le 10 e dal mio studio assisto al passaggio del feretro del patriota impiccato al Colle S. Bartolomeo. Benché ormai si sia usi a questi spettacoli di pietà, non si può trattenere un senso di sdegno per l'efferatezza oggi così diffusa.
Nino Barli, Vicende di guerra partigiana. Diario 1943-1945, Valli Arroscia e Tanaro, ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, tip. Dominici Imperia, 1994  

mercoledì 12 maggio 2021

In Provincia il campo fu istituito a Vallecrosia


Il campo di concentramento provinciale di Imperia sorse in località Vallecrosia, nei locali di una ex caserma militare Gaf. Fu aperto il 21 gennaio 1944 per accogliere ebrei, familiari di renitenti alla leva, fermati politici non responsabili di reati e fu chiuso a metà luglio [n.d.r.: nella relazione - vedere infra - del Questore repubblichino di Imperia si dice: 11 settembre 1944] per timore di attacchi partigiani.
A quella data, però, i circa 40 ebrei lì internati erano già stati trasferiti al carcere genovese di Marassi a inizio febbraio 1944 e consegnati alle autorità germaniche.
Cornelio Galas, Lager per Ebrei in Italia..., TeleVignole, 13 settembre 2016
 
Nel corso del 1944, nuovi campi furono aperti a Pian di Coreglia (Genova), Vallecrosia (Imperia), Celle Ligure (Savona) e Cortemaggiore (Piacenza), portando la capienza delle strutture d’internamento della Rsi a oltre 8000 posti.
Carlo Spartaco Capogreco, Lager, totalitarismo, modernità, Bruno Mondadori, Milano 2002 


Il campo di Vallecrosia era una caserma destinata agli internati civili di guerra.
I detenuti francesi potevano uscire un'ora al giorno nel cortile della caserma.
[...] Ogni giorno venivano richiesti dei volontari per scavare bombe inesplose. Questo lavoro poteva essere considerato non solo pericoloso, ma anche incompatibile con la situazione di prigionieri [di guerra]. Quando non si trovavano abbastanza volontari, i lavoratori venivano designati d'ufficio e i poliziotti li scortavano e li sorvegliavano sui luoghi di lavoro.
Questa caserma era molto vicina ad un'altra caserma, sede di "camice nere".
Gli allarmi per attacchi dall'aria e dal mare furono molto frequenti giorno e notte.
Non venne mai approntato alcun riparo: in caso di allarme ai poliziotti sembrava sufficiente fare scendere i detenuti al piano terra.
Questo campo venne evacuato - trasferendo i detenuti ad Imperia - il 20 luglio 1944 nell'imminenza di un colpo di mano, di cui aveva avuto sentore il Commissario di Polizia di Ventimiglia, che dovevano effettuare i partigiani.
Ricondotti a Vallecrosia il 23 agosto 1944, i prigionieri francesi furono portati il 4 settembre 1944 di notte dalle S.S. al carcere di Marassi a Genova e messi a disposizione del comando S.D.
Ministero francese dei combattenti e delle vittime della guerra (ACVG), Elenco e rapporto su campi e carceri italiani, 24 maggio 1949. Fonte: International Tracing Service ITS, Bad Arolsen
 
Bartoli Ivo: nato a Buti (Pi) il 24 agosto 1924, squadrista della Brigata nera “Padoan”, distaccamento di Sanremo.
Interrogatorio del 26.6.1945: Nei primi di gennaio del 1944 fui rastrellato in via Vittorio di Sanremo, nel caffè Iris, da agenti di polizia e internato nel campo di concentramento di Vallecrosia. Qui ci venne fatta la proposta di arruolarci nelle forze armate repubblicane o di andare a lavorare in Germania. Decisi di arruolarmi nel Battaglione Italiani all’Estero di stanza a Taggia. Dopo alcuni giorni venni trasferito a Genova ed incorporato nel Comando Marina dove rimasi fino al mese di luglio quando disertai tornandomene a casa [...]
Leonardo Sandri, Processo ai fascisti: una documentazione, Vol. 9 - Liguria: Imperia - Savona - La Spezia, StreetLib, Milano, 2019
 
Fonte: AS GE cit. infra

Capo Provincia Genova
4 144 TF I 1715. Capi provincie libere Genova Imperia Savona Spezia  
N° 5 comunicasi per immediata esecuzione la seguente ordinanza di Polizia che dovrà essere applicata in tutto il territorio di codesta Provincia:
1° Tutti gli ebrei anche se discriminati a qualunque nazionalità appartengano e comunque residenti nel territorio Nazionale debbono essere inviati in appositi campi di concentramento. Tutti i loro beni mobili ed immobili devono essere sottoposti ad immediato sequestro in attesa di essere confiscati nello interesse della Repubblica Sociale Italiana la quale li destinerà a beneficio degli indigenti sinistrati dalle incursioni aeree nemiche.
2° Tutti coloro che, nati da matrimonio misto, ebbero in applicazione delle leggi razziali italiane vigenti il riconoscimento di appartenenza alla razza ariana devono essere sottoposti a speciale vigilanza degli organi di polizia. Siano per intanto concentrati gli ebrei in campi di concentramento speciali appositamente attrezzati punto Ministro Interno Buffarini.
Documento della Questura di Genova, in Archivio di Stato di Genova , Repubblica sociale italiana, 35, fasc. 10
 
 
Fonte: AS GE cit.

Ministero dell’Interno
Direzione generale della P.S.
Roma, 13 dicembre 1943 - XXII
Capi provincie non occupate
Questore Roma
E p.c. Ministero Interno
Direzione Gen. Demorazza SEDE
Oggetto: Ebrei
Si ripete per lettera il telegramma circolare n. 442/57460 in data 10 corrente:
“In applicazione recenti disposizioni, ebrei stranieri devono essere assegnati tutti at campi concentramento. Uguale provvedimento deve essere adottato per ebrei puri italiani, esclusi malati gravi et vecchi oltre anni settanta. Sunt per ora esclusi i misti et le famiglie miste salvo adeguate misure vigilanza”.
Pel capo della Polizia
Documento del Ministero dell'Interno [della Repubblica Sociale] in Archivio di Stato di Genova, Repubblica sociale italiana, 35, fasc. 10
 
Nella primavera 1943 la presenza ebraica si accrebbe grazie all’arrivo di connazionali rimpatriati dalla Francia. Completata rapidamente occupazione militare della Provincia, le unità tedesche Gestapo e SS avevano visionato gli elenchi degli ebrei residenti. Ottenuta anche l’indispensabile collaborazione della polizia italiana, furono in grado di scatenare una lunga e spietata caccia all’ebreo già sperimentata altrove.
La stagione del terrore ebbe inizio il 18 novembre 1943 a Bordighera con l’arresto dei tre membri della famiglia Hassan. Nella tragica notte tra il 25 e 26 novembre, uomini delle SS e agenti della polizia italiana operarono una grande retata. Vi incapparono trentacinque ebrei che furono arrestati a Ventimiglia, Bordighera e San Remo. Furono rinchiusi nelle carceri di San Remo ed Imperia e trasferiti successivamente a Genova. Il 5 dicembre 1943 il Ministro dell’interno della Repubblica Sociale italiana ordinava che «tutti gli ebrei, anche se discriminati fossero arrestati ed internati in appositi campi di raccolta provinciali e i loro beni mobili e immobili sottoposti ad immediato sequestro».
In Provincia il campo fu istituito a Vallecrosia, in un’area già occupata da edifici militari. Entrò in funzione nel febbraio 1944 e fu chiuso nell’agosto dello stesso anno [n.d.r.: nella relazione - vedere infra - del Questore repubblichino di Imperia si dice: 11 settembre 1944]. Nel campo furono internati soprattutto prigionieri politici, genitori dei renitenti alla leva e solamente cinque ebree arrestate a Bordighera e San Remo. Nei mesi successivi i pochi arresti operati appaiono riconducibili allo squallido fenomeno delle delazioni. Alcune famiglie, che, invece, erano riuscite fortunosamente a sottrarsi alla cattura, partirono immediatamente e si diressero con successo verso la Svizzera. Altri nuclei familiari o singoli furono nascosti e protetti da amici o conoscenti; alcuni trovarono rifugio presso istituti religiosi. Una nuova recrudescenza della caccia all’ebreo si registrò nell’aprile 1944, quando furono arrestati a San Remo cinque anziani ebrei. Tra questi figurava anche Elena Abraham che sarebbe morta in carcere ad Imperia. La stagione del terrore sarebbe terminata il mese successivo. Il bilancio degli arresti e delle deportazioni in questa Provincia in cui la presenza ebraica non fu mai troppo importante, è tuttavia impressionante e ammonta ad almeno 54 deportati. Solo cinque sopravvivranno all’inferno dei lager nazisti e faranno ritorno.
Paolo Veziano, La persecuzione antiebraica in provincia di Imperia (1938-1945), Amministrazione Trasparente, Provincia di Imperia
[ n.d.r.: altri scritti di Paolo Veziano: La libera Repubblica di Pigna. Parentesi di democrazia (29 agosto 1944 - 8 ottobre 1944) (a cura di Paolo Veziano con il contributo di Giorgio Caudano e di Graziano Mamone), Comune di Pigna, IsrecIm, Fusta Editore, 2020; Paolo Veziano, Ombre al confine. L’espatrio clandestino degli Ebrei dalla Riviera dei Fiori alla Costa Azzurra 1938-1940, ed. Fusta, 2014; Paolo Veziano, Sanremo. Una nuova comunità ebraica nell'Italia fascista. 1937-1945, Diabasis, 2007; Paolo Veziano, Ombre di confine: l'emigrazione clandestina degli ebrei stranieri dalla Riviera dei fiori verso la Costa azzurra, 1938-1940, Alzani, 2001]
 
[...] La capienza del campo di concentramento di Vallecrosia è di 150 persone. Provvedendosi ad opportuni adattamenti delle due ali del fabbricato, che importerebbero una spesa di 270 mila lire, si potrebbero avere 800 posti disponibili; attualmente vi si trovano internati 30 detenuti alcuni dei quali provenienti dal carcere di Imperia-Oneglia colà sfollati a seguito dei bombardamenti dei quali è stato riferito nella presente relazione.
Dovendosi poi, d'ordine dell'Autorità militare germanica, sgombrare quanto prima il carcere di San Remo, circa una settantina di detenuti ivi ristretti verranno anch'essi assorbiti dal campo di concentramento di Vallecrosia.
Alla direzione ed all'amministrazione di esso è preposto il Commissario di P.S. Dr. Marchetti, addetto all'ufficio di P.S. di Ventimiglia Città, coadiuvato dal V. Commissario Aggiunto di p.s. ausiliario Curci, da 25 militi, incaricati della vigilanza esterna del campo, e da 18 agenti, per la maggior parte ausiliari, incaricati della vigilanza interna.
Data la ubicazione del campo e la disposizione dei locali occorrebbe portare a 50 il numero dei militi ed a 25 quello degli agenti che dovrebbero essere per la maggior parte effettivi, anziché ausiliari.
Il campo risulta deficiente di brande, pagliericci, coperte e di quant'altro indispensabile per l'alloggiamento degli internati ed è necessario rifornirlo di quanto abbisogna.
L'ISPETTORE GENERALE DI ZONA
(Giuseppe Delitalia)
Rapporto n° 3 in data 18 aprile 1944 dell'Ispettorato Regionale di Polizia - Zona Savona=Imperia - alla Direzione Generale di Polizia del Ministero dell'Interno [n.d.r.: della Repubblica Sociale di Salò] con timbro di arrivo del 26 aprile 1944 

“Copia di telegramma della Questura di Imperia in data 21 luglio 1944 diretto al capo di polizia Maderno”, 27 luglio 1944, riguardante un attacco partigiano il 20 luglio 1944 alle carceri giudiziarie di Oneglia Imperia. Per il timore di nuovi azioni, fu decisa l'evacuazione dei 33 internati nel campo di Vallecrosia: «[…] Eventualità colpo mano Campo concentramento Vallecrosia Capo provincia habet disposto evacuazione suddetto campo comprendendo 33 internati. Detenuti sono stati ristretti carceri Oneglia provvedendosi intensificazione vigilanza interna con agenti custodia et agenti polizia et vigilanza esterna guardia nazionale repubblicana».
ACS, MI, PS, Massime M4, b. 135, fasc. 16 “Campi di concentramento”, Ins. 37 “Savona”, documenti vari; Ivi, b. 127, “Ins. Imperia Vallecrosia

Gli attacchi aerei sono diminuiti di intensità mentre quelli navali cominciano a far sentire il loro preoccupante peso in quanto da circa una settimana dinanzi alla costa Ligure numerose navi di ogni tipo cannoneggiano Mentone (che è stata evacuata dai tedeschi nelle ultime 24 ore), Ponte S. Luigi, Grimaldi, i forti di La Turbie, Vallecrosia e Bordighera.
Per tali ragioni nella giornata di ieri ho sfollato sia i detenuti che gli internati del campo di concentramento di Vallecrosia.
Imperia, 12 settembre 1944
Giovanni Sergiacomi, Questore di Imperia, Al capo della Polizia

A Calvari di Chiavari, vicino Genova, gli ebrei rinchiusi nel campo provinciale erano stati trasferiti al carcere milanese di San Vittore già il 21 gennaio e poi aggiunti al convoglio che partì da Milano verso Auschwitz il 30. Il campo fu riadattato successivamente solo per internare prigionieri politici italiani e stranieri: un'azione partigiana a metà giugno del 1944 convinse le autorità a inviare gli internati a Fossoli (poi deportati nel Reich) e a chiudere questa struttura 220. Per motivi analoghi, negli stessi mesi furono evacuati e chiusi i campi provinciali di Celle Ligure e di Vallecrosia, rispettivamente in provincia di Savona e Imperia: nel dicembre 1943 erano stati approntati come luoghi di raccolta degli ebrei arrestati dopo l'ordinanza n. 5, i quali però vennero trasferiti a Fossoli ben prima dell'estate del 1944 - e poi deportati nell'Europa Orientale 221  [ p. 241] [...]
Imperia
Il campo di concentramento provinciale sorse in località Vallecrosia, nei locali di una ex caserma militare Gaf. Fu aperto il 21 gennaio 1944 per accogliere ebrei, familiari di renitenti alla leva, fermati politici non responsabili di reati e fu chiuso a metà luglio [n.d.r.: nella relazione - vedere infra - del Questore repubblichino di Imperia si dice: 11 settembre 1944] per timore di attacchi partigiani. A quella data, però, i circa 40 ebrei lì internati erano già stati trasferiti al carcere genovese di Marassi a inizio febbraio 1944 e consegnati alle autorità germaniche.
Principali fonti d'archivio
ACS, MI, PS, Massime M4, Mobilitazione civile, b. 127, fasc. 16 “Campi di concentramento”, Affari per provincia”, “Imperia”;
ACS, MI, PS, A5G II Guerra Mondiale, b. 151, fasc. 230 “Ebrei”, “Ebrei. Atti pervenuti dalla segreteria del Capo della Polizia, senza lettera d'accompagnamento”;
ACS, MI, PS, A5G II Guerra mondiale, Italia liberata, b. 3, fasc. “Rimpatrio degli ebrei italiani deportati in Germania”. [p. 266].
220 G. Viarengo, Il campo di concentramento provinciale per ebrei di Calvari di Chiavari (dicembre 1943 - gennaio 1944) e le sue altre funzioni, in «La Rassegna mensile di Israel», maggio-agosto 2003, pp. 415-430.
221 Cfr. ACS, MI, PS, Massime M4, b. 135, fasc. 16 “Campi di concentramento”, Ins. 37 “Savona”, documenti vari; Ivi, b. 127, “Ins. Imperia Vallecrosia”, “Copia di telegramma della Questura di Imperia in data 21 luglio 1944 diretto al capo di polizia Maderno”, 27 luglio 1944, riguardante un attacco partigiano il 20 luglio 1944 alle carceri giudiziarie di Oneglia Imperia. Per il timore di nuovi azioni, fu decisa l'evacuazione dei 33 internati nel campo di Vallecrosia: «[…] Eventualità colpo mano Campo concentramento Vallecrosia Capo provincia habet disposto evacuazione suddetto campo comprendendo 33 internati. Detenuti sono stati ristretti carceri Oneglia provvedendosi intensificazione vigilanza interna con agenti custodia et agenti polizia et vigilanza esterna guardia nazionale repubblicana».

Matteo Stefanori in Ordinaria Amministrazione: i campi di concentramento per ebrei nella Repubblica Sociale Italiana, Tesi di Laurea, Università degli Studi della Tuscia, Viterbo, in cotutela con Université Paris X Ouest Nanterre-La Défense

Cosa succede in provincia di Imperia?
“Alla raccolta degli ebrei rastrellati nell’estremo ponente della Provincia venne destinata dal Prefetto una delle zone del plesso militare esistente nel Comune di Vallecrosia, che comprendeva tre aree distinte nelle quali insistevano alcuni edifici adibiti, dal 1939, all’acquartieramento dei soldati e delle relative sussistenze e salmerie”.
Com’era suddiviso questo campo?
“La prima di queste aree si trovava tra la parte a mare e quella a monte di Vallecrosia, compresa tra via San Rocco a nord, via Baude a sud; via Roma a est e un boschetto di ulivi, eucaliptus, pini marittimi e palme, a ovest. Questa zona, di circa ottomila metri quadrati, è attualmente occupata dai giardini pubblici, da un giardino per auto e, un tempo, dall’ampio complesso della ditta Fassi. In quest’area, che fu impropriamente definita come il ‘campo’, si trovavano quattro edifici rettangolari uguali, costruiti tre il 1932 e il 1935, di cui uno era adibito a caserma per i soldati e tre a stallaggio per i cavalli. Dopo la guerra: tre edifici sono stati demoliti e il quarto venne acquistato dalla Fassi. Quest’ultimo, affacciato sul boschetto a ovest, era quello destinato all’internamento e detenzione degli ebrei rastrellati, che vi venivano rinchiusi nelle camere di sicurezza e sorvegliati da militari dell’esercito. La seconda area militare si trovava, all’epoca, subito a nord della prima, a monte di via San Rocco, angolo con via Roma, e in essa c’erano quattro edifici che, costruiti attorno al 1830 per accogliere una distilleria di lavanda, erano poi stati trasformati in caserme. La terza area militare si trovava a circa cinquecento metri a nord, a monte e a valle della attuale via Orazio Raimondo e in essa erano situati altri quattro edifici, di cui due a monte della via, adibiti a caserme per i soldati, ufficio dettaglio e uffici comando, e due a valle, destinati a magazzini. Dopo la guerra, nella caserma del comando trovò sede il municipio di Vallecrosia, mentre gli edifici a valle mantennero la loro destinazione a magazzini”.
Abbiamo qualche cifra legata all’attività di questo campo?
“Il campo di raccolta di Vallecrosia funzionò come tale, dal 9 febbraio al 2 agosto 1944, secondo quanto risulta da una relazione del Questore di Imperia del 10 agosto 1944 e da quella del Direttore del campo, del 28 giugno 1944, indirizzate entrambe al Ministero dell’Interno della Repubblica Sociale. In esso vennero detenuti, ciascuno per un periodo assai breve: circa 40 persone. A questo proposito, interessante è la vicenda che di due sorelle detenute, Gabriella e Mirella Perera e della loro madre, Raimonda Devaux, arrestate tutte insieme, in quanto ebree, a Bordighera, dove abitavano, il 15 febbraio del 1944 e subito portate al campo di Vallecrosia. Un altro figlio della signora Devaux fu arrestato, come ebreo, a Milano, l’11 settembre del 1944 e finì anch’egli in un Konzentration-lager in Germania. E’ da ricordare, in riferimento a questa vicenda, che il padre, Orlando Perera, non fu arrestato, poiché di religione cattolica; i suoi tre figli invece lo furono e vennero successivamente deportati in Germania, in quanto ritenuti automaticamente ebrei poiché nati da donna ebrea e, secondo la legge talmudica, tutti i nati da donna ebrea sono considerati ebrei”.
Quale epilogo ebbe la vicenda delle sorelle Perera?
“Gabriella, che all’epoca aveva 12 anni, venne poi trasferita da Vallecrosia al centro di raccolta di Fassoli da cui venne inviata al carcere di Verona e quindi al Konzentrationlager di Ravensbrueck. Fu liberata dagli americani, il 30 aprile del 1945 e rientrò in Italia. Mirella, all’epoca ventenne, assieme alla madre finì al Konzentrationlager di Bergen-Belsen e venne liberata dagli americani il 15 aprile del 1945, rientrando quindi in Italia. Durante la loro breve detenzione nel “campo” di Vallecrosia le sorelle Perera e la loro madre furono assistite da alcune compagne di scuola di Mirella: Angela Biancheri ed Esterina Ursida, che, rientrando a casa dalla Scuola Maria Ausiliatrice di Vallecrosia e passando accanto al campo, portarono loro viveri di conforto”.
Ci sono altre storie che possiamo ricordare?
“Altra vicenda interessante fu quella di Franco Bragadin che, nel mese di febbraio del 1944, prese alloggio al primo piano della villetta di Giorgio Pellegrino nella via Romana, attuale civico 73, per poter essere vicino e assistere la moglie ebrea, arrestata a Imperia, il 12 febbraio del 1944 e detenuta nel campo di Vallecrosia, sino al 22 febbraio del 1944, quando venne inviata al campo di Fossoli, per poi essere trasferita in Germania. Pare che si sia salvata e che abbia poi preso dimora a Genova”.
Gustavo Ottolenghi intervistato da Fabrizio Tenerelli, Shoah, a Vallecrosia quel campo di concentramento terribile ma sconosciuto, Vivi Israele, 24 gennaio 2019

Non c’erano rose a Ravensbrück nell’estate del 1944, quando Gabriella Perera, dodici anni, arrivò al lager nascosto tra i boschi, 80 chilometri a nord di Berlino, insieme con la mamma Raimonda Devaux e la sorella ventenne Mirella, portate via a febbraio, dalla loro casa di Bordighera, dai repubblichini. Erano partite da Vallecrosia, estremo ponente ligure: un piccolo campo di raccolta della Rsi - praticamente dimenticato o più facilmente una memoria rimossa, com’è accaduto a decine e decine di altri in Italia - un edificio austero a neanche quindici chilometri dal confine francese che avrebbe significato la salvezza e la libertà, per lei come per le altre donne ebree recluse. Una ex caserma diventata prigione per gli ebrei e i detenuti politici ma anche per i militari che si erano rifiutati di aderire alla Repubblica sociale, insieme con le famiglie dei partigiani e dei giovani renitenti al bando di Badoglio. Gabriella, che riuscì a tornare, dopo aver trascorso un anno tra Ravensbrück e Bergen Belsen, e a vivere la sua vita a Genova, raccontava cinquant’anni dopo il suo disorientamento ma anche l’amarezza e la rassegnazione: nella sua famiglia, come in molte altre, si sapeva quale futuro fosse destinato agli ebrei; la speranza di sopravvivere, o anche solo di non vivere al peggio quei mesi, era affidata all’incontro con poche, singole persone, e ai loro comportamenti.
I tedeschi mi hanno tolto tutto e, inoltre, mi hanno umiliata con l’intenzione di disumanizzarmi; però nella cattiva sorte sono stata fortunata. Infatti, una kapò mi aveva offerto un po’ del suo spazio in un letto che era molto meglio del mio. L’orrore che ha affrontato, invece, Gabriella non lo racconta. Nella sua testimonianza, davanti ai ragazzi di una scuola media, dice di aver assistito a episodi tragici e di averli anche subiti «ma non posso descriverli perché siete troppo piccoli»
[...] No, non c’erano le rose, allora. Ci sono oggi, piantate lungo i muri della recinzione, sopra la terra che ricopre ciò che resta delle tante che da quel campo, nascosto tra i boschi, affacciato su un laghetto circondato da conifere e betulle [...]
tratto da “Destinazione Ravensbruck. L’orrore e la bellezza nel lager delle donne” di Donatella Alfonso, Laura Amoretti, Raffaella Ranise.
Redazione, Destinazione Ravensbruck. Le rose fioriranno ancora, ANPI Genova, 4 febbraio 2020 

Alcune erano bambine, partite sole o con l’intera famiglia, altre ragazze di vent’anni, madri di famiglia oppure già anziane.
Sui treni che le portavano al campo di concentramento di Ravensbrück il lager delle donne, a nord di Berlino, finirono detenute politiche, prostitute, o appartenenti a famiglie ebraiche. Reiette da isolare, da eliminare, per il regime nazista. Mille tra le italiane deportate, di ogni età, non tornarono mai: tra loro anche alcune passate per un piccolo e quasi dimenticato centro di detenzione nell’estremo ponente ligure, a Vallecrosia, simbolo del desiderio di rimozione. La storia di queste donne, ragazze e bambine, i ricordi, la capacità che ebbero molte di loro, nonostante la tragedia che stavano vivendo, di ritrovare un affetto, un gesto, un sorriso, si affiancano ai momenti più cupi vissuti nel lager e, per le sopravvissute, riportati nella vita vissuta a partire dal loro ritorno [...]
Donatella Alfonso, Laura Amoretti, Raffaella Ranise, Destinazione Ravensbrück. L’orrore e la bellezza nel lager delle donne, All Around, 2020
 
Una foto d’epoca con Maria Musso che , in primo piano, indossa una maglietta a righe. Fonte: Giampiero Cazzato, art. cit. infra

«Quante storie/ son passate di lì./ Mamme abbracciate a bambini/ uomini giovani/ già vecchi cadenti sono finiti/ in un fumo tremendo./ Chi conosce/ la mappa dei lager?/ Terra di Germania./ Suolo tedesco/ impregnato di cenere bianca,/ di ossa spezzate./ Saranno anche/ belli i giardini/ da quella terra spunteranno dei fiori/ Il mondo diviso:/ chi vuole testimonianza/ chi desidera/ silenzio assoluto./ Mi arrivano spesso/ questionari, inviti./ Aborriamo la rabbia/ ma forse è giusto/ che chi ha vissuto/ quel tempo porti il suo…/ granello di sabbia». Maria Musso, l’autrice di questa dolorosa poesia, era nata a Diano Arentino, un piccolo paese del ponente ligure. Aveva appena vent’anni e splendidi capelli neri e ricci, raccolti con un nastro rosso quando la presero. Chissà, forse i fascisti che l’arrestarono, su quel nastro rosso appuntarono il loro ghigno di sgherri.
Maria Musso fu deportata nel campo di concentramento di Ravensbrück il 2 settembre del 1944. Riuscì a tornare a casa, a raccontare e a scrivere l’orrore che aveva vissuto, il suo granello di sabbia, a spiegare ai giovani l’abominio del nazifascismo. Maria è mancata nel 2011.
La sua storia - e quella delle altre deportate - è raccontata in “Destinazione Ravensbrück. L’orrore e la bellezza nel lager delle donne”, libro edito dalla casa editrice All Around, che ha avuto il patrocinio di Aned, Anpi, e degli istituti storici della Resistenza Ilsrec, Isrecim, Isr e Isrec. A scriverlo tre donne, Donatella Alfondo, Laura Amoretti e Raffaella Ranise.
[...] Prima di piombare nell’inferno di Ravensbrück molte prigioniere italiane, in particolare le liguri, passarono per un piccolo e quasi dimenticato centro di detenzione nell’estremo ponente, a Vallecrosia. E già, perché sulla presenza di campi di concentramento in Italia ha prevalso per tanti anni un desiderio di rimozione. “Campo dimenticato” lo chiamano le autrici in un capitolo del loro libro. Vallecrosia: dopo la fine della guerra e fino al 2010 in questo angolo di Liguria c’era la sede dell’Istituto biochimico-farmaceutico Fassi, quelle delle famose pastiglie, ma quella grande caserma, tra gennaio e agosto del 1944, fu un campo di prigionia repubblichino dove ebrei, prigionieri politici, renitenti alla leva della Rsi, venivano raccolti prima di essere inviati in Germania o in Polonia. Solo nel 2005, grazie all’impegno di ex partigiani e di storici locali, la polvere del tempo che l’aveva quasi cancellato dalla memoria venne rimossa. Anche se l’assenza «assoluta di fonti», come spiega lo storico Paolo Veziano nel libro, «ci costringe a ricostruire, in modo quanto mai approssimativo» quella pagina triste della persecuzione antiebraica. Tra il 1943 e il 1945 l’Italia della Rsi avvia alla deportazione circa 7.500 ebrei italiani che persero la vita nei lager nazisti. In Liguria - dove oltre a Vallecrosia fu attivo come campo di raccolta quello di Pian di Coreglia-Calvari, in Val Fontanabuona, oltre ai “trasporti” di arrestati in partenza dal cercare genovese di Marassi - furono deportate 261 persone. Ne sono sopravvissute una ventina. Dall’imperiese partono in 53, solo sei riuscirono a tornare».
Descrivere l’orrore è difficile. Descriverlo dopo averlo vissuto è difficile e penoso assieme. Si avrebbe voglia di ritrarsi dall’abisso in cui si è precipitati. Ecco perché la memoria di queste donne è un valore inestimabile, da conservare e custodire. È una memoria costruita sulle loro carni vive. «Ho visto scheletri/larve, feriti./ Ho visto uomini/ che eran stati tali./ Ho visto belve/ con volti umani/ ho visto troppo per dimenticare», scrive Maria Musso in una sua altra poesia. Noi che non abbiamo visto, se non attraverso i loro occhi, anche noi dovremmo essere capaci di non dimenticare.
Giampiero Cazzato, Io, donna, nel campo della memoria taciuta, Patria Indipendente, 11 settembre 2020
 
Eppure un campo di concentramento - sebbene molto diverso da quelli tedeschi e austriaci - era presente anche nella provincia di Imperia. Era situato a Vallecrosia e fu istituito nel 1944.
Alla sua apertura, quasi tutti gli ebrei della zona erano già stati deportati e così al suo interno ne finirono solo cinque. Cinque donne, per l’esattezza. Vi furono internati invece molti avversari politici della Repubblica Sociale Italiana.
Sul campo di concentramento di Vallecrosia cadde, dopo la fine della guerra, un profondo silenzio. Della sua esistenza si è tornato a parlare soltanto nel 2003, grazie all’opera di recupero storico avvenuto a livello locale. Ancora oggi, tuttavia, soltanto in pochi ne conoscono la vicenda. Per il Giorno della Memoria Riviera Time, grazie al contributo dello storico locale Gian Paolo Lanteri, vi racconta questa triste vicenda del Ponente ligure.
Santo Scarfone, Il campo di concentramento di Vallecrosia, Riviera Time Televisione, 27 gennaio 2017 

Vallecrosia, 27 Gennaio 2014: Cittadinanza onoraria a Stefano ‘Nini’ Rossi e a Mario Rossi per essere stati ‘internati’ per qualche mese, con la mamma, nel 1944, nel campo di ‘concentramento’ di Vallecrosia. I genitori avevano nascosto in casa loro due militari inglesi.
Chiara Salvini, Stefano ‘Nini’ Rossi e Mario Rossi. Vallecrosia rende omaggio alla loro prigionia..., Nel delirio non ero mai sola, 28 Gennaio 2014
 
[...]  All’epoca aveva solo 16-17 anni e viveva a Vallecrosia Alta con la sua famiglia, visto che ha dovuto abbandonare la casa di origine, sita a Vallecrosia, a causa della guerra. L’area intorno alla sua abitazione era infatti diventata una zona minata e recintata di filo spinato. "Sono stato sfollato a Vallecrosia vecchia con la mia famiglia. Mio nonno però non voleva lasciare la sua casa, infatti più volte è scappato per tornare alla sua abitazione e alle sue cose, ma ogni volta lo riportavamo indietro in bicicletta. Una volta ha addirittura attraversato un intero campo minato fortunatamente senza rimanere ferito."
[...] "Mi ricordo che nei giardini di via San Rocco, a pochi passi dall’ex fabbrica della Fassi, vi era un campo di concentramento provinciale. Avevano costruito tutto intorno una recinzione con alte torrette e nessuno poteva avvicinarsi - così inizia il racconto - All’interno si intravvedevano tante persone rinchiuse: bambini, donne e uomini. Non sapevamo però da dove venissero. Erano chiusi lì come prigionieri, non credo che li abbiano mai fatti lavorare come avveniva in altri campi. Era un luogo di internamento. Non erano ebrei, visto che erano già stati portati via tempo prima. So che avevano rinchiuso anche qualche partigiano". [...]
Elisa Colli, “Per non dimenticare”, il ricordo del campo di concentramento a Vallecrosia..., Riviera 24.it, 28 gennaio 2018