mercoledì 28 aprile 2021

Esecuzione di partigiani al Prato San Giovanni

Lionello Menini - Fonte: Giorgio Caudano, Op. cit. infra

27 dicembre 1944 - Alle 7,30 la compagnia dei pionieri tedeschi e parte di quelli acquartierati nel palazzo scolastico [di Pieve di Teco] partono per Chiusavecchia. Portano con sé anche sei partigiani fatti prigionieri nei pressi di Ormea.
28 dicembre 1944 - Anche i nostri due ospiti tedeschi se nesono andati. Fino al 20 corrente le ulive erano pagate L.800 al doppio decalitro, ora sono ribassate alla metà. Tale fatto va attribuito non al deprezzamento della moneta (chè non è più possibile conoscerne il giusto valore) ma al fatto che, per essere eccezionale il movimento della truppa tedesca nelle nostre vallate e per il freddo veramente siberiano, il traffico per le nostre strade si è fatto addirittura impossibile; la borsa nera è diminuita di oltre la metà. Sia i posti di blocco, situati nei punti obbligati di transito, sia le truppe stesse, rendono assai improbabile la viabilità per ogni tipo di approvvigionamento.
29 dicembre 1944 - Questa notte intenso passaggio di automezzi e carriaggi in marcia verso Nava.
30 dicembre 1944 - Rastrellamento in Armo. Hanno portato a Pieve 11 patrioti e 2 civili, cioè Beppe Cacciò e Giovanni Ferrari (Giuanollu di Zerbi) nella cui casa era alloggiato mio figlio. Per il paese di Armo è stata una giornata di grande emozione, avendo i tedeschi radunati sul piazzale della Chiesa tutti gli uomini validi per il controllo dei documenti. Poi li rilasciarono dopo averli, però, portati fino a Pieve; questo fatto ha impressionato molto la popolazione già molto impaurita.
31 dicembre 1944 - Giornata caratterizzata dal terrore da cui è invasa la popolazione per tutti gli arresti di ieri. Si teme che gli undici partigiani, fatti prigionieri, debbano essere fucilati. I due civili sono trattenuti e sorvegliati in Municipio. Si dice debbano essere ancora sottoposti a rigoroso interrogatorio.
1 gennaio 1945 - Corre voce che gli arrestati del 30 scorso, siccome erano tutti disarmati, debbano solo essere trasportati in una Casa di lavoro, perché non rappresentano per i tedeschi un giustificato pericolo. Certo è che, se così fosse, il male sarebbe minore, ma io personalmente dubito molto su tanta generosità, perché troppo rigorosa era la sorveglianza che io stesso vidi attorno a loro, quando giunsero in Pieve.
2 gennaio 1945 - I tedeschi sono ritornati in Armo, dove hanno circondato la casa di Giuvanollu Ferrari e hanno portato al Comando in Pieve il padre e la figlia Pierina. Qui sono sottoposti a stringenti interrogatori, sempre per il sospetto che abbiano occultato nella propria abitazione, o nelle adiacenze, dei patrioti.
3 gennaio 1945 - Nel solito prato, oltre torrente, questa mattina sono stati giustiziati quattro dei patrioti catturati ieri l'altro in Armo. Il prato, detto di San Giovanni, dove vengono giustiziati questi eroi, è di proprietà di Augusto Gandolfo. La popolazione è terrorizzata.
4 gennaio 1945 - Due agenti della polizia annonaria sono stati accompagnati a casa da noi e vi hanno pernottato. Sono le 9 e comincia a nevicare.
5 gennaio 1945 - La neve stamattina misura uno spessore di 20 cm.; gli alberi d'ulivo però non hanno ancora subito danni, essendo neve asciutta e leggera. Verso mezzogiorno si è levato un vento leggero che è stato sufficiente però per liberare le piante dal loro peso.
6 gennaio 1945 - È una giornata caratterizzata da una intensa ricerca di alloggi per ufficiali e sottufficiali di truppa tedesca e repubblichina, proveniente dal Piemonte e diretta al litorale. Questa mattina i quattro superstiti degli arrestati in Armo, sono stati tradotti in Ormea, ov'è il Tribunale militare tedesco.
7 gennaio 1945 - Ieri sera, verso le 10, è giunto da Ormea un battaglione di truppa repubblichina che ha passato la notte qui in Pieve e stamattina alle 9 è ripartito verso la riviera.
8 gennaio 1945 - Nulla di speciale da segnalare, tranne il «lanciatore di grida» che ha chiamato i civili per la guardia ai fili telegrafici e telefonici in Val di Lavina.
9 gennaio 1945 - Giuvanollu Ferrari d'Armo è stato lasciato libero ieri verso le ore 6 dal Comando tedesco. È venuto a salutarmi. È in un vero stato di prostrazione, giustificato dall'arresto e dalla deportazione della figlia Pierina. Il Comando tedesco continua a chiedere alloggi.
10 gennaio 1945 - Nulla da segnalare, tranne un forte passaggio di truppa tedesca nella notte. Non è possibile accertare qualsia stata la loro direzione.
Nino Barli, Vicende di guerra partigiana. Diario 1943-1945, Valli Arroscia e Tanaro, ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, tip. Dominici Imperia, 1994, pp. 143,144
 
Intanto l'ufficio SIM della Divisione "Silvio Bonfante" viene informato che il rastrellamento nazifascista preannunciato è rinviato di qualche giorno, perché la Divisione fascista "Cacciatori degli Appennini", che avrebbe dovuto effettuarlo, si trova impegnata contro la II^ Divisione d'assalto Garibaldi "F. Cascione". La notizia è trasmessa ai Comandi delle Brigate dipendenti, che hanno il tempo, così, di mettere in esecuzione con rapidità le direttive contenute nelle circolari n. 22 e n. 23. I garibaldini meno atti sono inviati a rafforzare le squadre di riserva, passate alle dipendenze dirette del vicecomandante di Divisione Luigi Massabò (Pantera). Anche le altre disposizioni contenute nelle ricordate circolari sono messe in esecuzione.
In attesa del grande rastrellamento, i Distaccamenti della nuova Divisione cercano di infliggere in qualche modo nuovi colpi al nemico: il 2 di gennaio una squadra del Distaccamento "A. Viani", smina un campo in Valle Andora, l'esplosivo è inviato a Ubaga, al Distaccamento di Giuseppe Garibaldi; il 3 altra squadra del "G. Catter", con il comandante Mario Gennari (Fernandel), al rientro da una missione, si scontra con una pattuglia tedesca sulla strada Albenga-Garessio, il nemico lascia sul terreno un morto e un ferito. Lo stesso nemico, che pare sia in attesa di eventi, compie micidiali puntate provocando vittime tra i civili.
Nel piccolo centro di Armo, in alta Valle Arroscia, era dislocato un nucleo partigiano dell'Intendenza Divisionale, per immagazzinare rifornimenti provenienti dal Piemonte. A fine dicembre vi si trovava ammalato pure Lionello Menini, comandante del Distaccamento Mortaisti "E. Bacigalupo". Su indicazione di una spia, il mattino presto del 31 dicembre 1944, un centinaio di Tedeschi, provenienti da Pieve di Teco, investono la zona di Armo, Trovasta e Moano. Alcuni garibaldini sfuggono al rastrellamento, altri cadono prigionieri, tra cui tre Austriaci disertori, e i civili Giuseppe Cacciò e Giovanni Ferrari.
Il Menini riesce a far fuggire altri due partigiani prima di essere catturato. Portato al comando tedesco di Pieve di Teco è riconosciuto come capo partigiano. Chiuso in carcere confessa di essere partigiano ma, malgrado sia sottoposto a feroci torture, non parla, mantiene il silenzio. Il 3 di gennaio è condannato a morte. Prima di morire riesce ad inviare un biglietto al suo Commissario (Giuseppe Cognein) per informarlo che gli Austriaci avevano parlato e che non era dispiaciuto di morire per una causa giusta.
Francesco  Biga, (con la collaborazione di Osvaldo Contestabile), Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria), Vol. IV: Dal Primo Gennaio 1945 alla Liberazione, Ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, 2005, pp. 19,20 

Su indicazione di una spia il mattino del 31 dicembre 1944 un centinaio di tedeschi proveniente da Pieve di Teco investono la zona. Alcuni garibaldini sfuggono al rastrellamento, altri (tra cui tre austriaci disertori) cadono prigionieri. Menini riesce a far fuggire due suoi uomini, esponendosi all'arresto. Portati al comando di Pieve di Teco vengono riconosciuto come partigiani. Dopo tre giorni di percosse e un processo farsa in cui confessa di essere partigiano, è emessa per lui e per altri tre partigiani della II^ Brigata d'Assalto Garibaldi "Sambolino" della Divisione "Gin Bevilacqua" operante nella II^ Zona Liguria G.B. Valdora, Ezio Badano e Lorenzo Cracco la sentenza di morte.
Giorgio Caudano, I Caduti della Lotta di Liberazione nella I^ Zona Operativa Liguria
[ A cura di Paolo Veziano con il contributo di Giorgio Caudano e di Graziano Mamone, La libera Repubblica di Pigna. Parentesi di democrazia (29 agosto 1944 - 8 ottobre 1944), Comune di Pigna, IsrecIm, Fusta Editore, 2020; Giorgio Caudano, Dal Mare alla Trincea... memorie di uomini, BB Europa, Cuneo, 2019; Silvia Alborno, Gisella Merello, Marco Farotto, Marco Cassini, Giorgio Caudano, Franck Vigliani, curatori della mostra Claude Monet, ritorno in Riviera, catalogo a cura di Aldo Herlaut, Silvana Editoriale, Milano 2019; La Magnifica Invenzione. I pionieri della fotografia in Val Nervia 1865-1925, a cura di Marco Cassini e Giorgio Caudano, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2016 ]
 
Ezio Badano - Fonte: Giorgio Caudano, Op. cit. infra

Lorenzo Cracco - Fonte: Giorgio Caudano, Op. cit. infra

Su indicazione di una spia il mattino del 31 dicembre un centinaio di tedeschi provenienti da Pieve di Teco investono la zona. Alcuni garibaldini sfuggono al rastrellamento, altri (tra cui tre austriaci disertori) cadono prigionieri. Menini riesce a far fuggire due suoi uomini, esponendosi all’arresto. Portato al comando di Pieve di Teco è riconosciuto come capo partigiano. Dopo tre giorni di percosse e un processo farsa in cui confessa di essere partigiano, è emessa per lui e per altri tre partigiani della II^ Brigata d’assalto “Sambolino” Divisione Garibaldi “Gin Bevilacqua” operante nella II^ Zona ligure (due savonesi: G.B. Valdora “Ferroviere” e Ezio Badano “Zio”, e un veneto Lorenzo Cracco) la sentenza di morte. Prima di morire riesce ad inviare un biglietto al suo Commissario, Giuseppe Cognein, per informarlo che gli austriaci avevano parlato e che non era dispiaciuto di morire per una causa giusta. L’esecuzione ha luogo il 3 gennaio 1945 al Prato San Giovanni.
Lionello Menini va incontro alla fucilazione cantando la canzone “La guardia rossa”. A lui viene intitolato un Battaglione della Brigata “Nino Berio” - Divisione d’assalto Garibaldi “Silvio Bonfante”.
Proposta alla memoria di Lionello Menini  la medaglia di bronzo con la seguente motivazione: “Fatto prigioniero dai Tedeschi durante un colpo di mano contro l’Intendenza Divisionale, essendosi attardato sino all’ultimo a dare ordini, si comportava sino alla sua ultima ora con la serenità dei forti, non smentendo la sua condotta da partigiano che lo aveva elevato a stima di tutti. Oltraggiato e seviziato, non mancò mai di incoraggiare i suoi compagni di sventura. Portato al luogo dell’estremo supplizio, attraversava la via di Pieve di Teco con la testa fieramente eretta, cantando le nostre canzoni. Avvicinato nella prigionia da elementi fidati, inviava informazioni utilissime. Lo stesso nemico ne elogiò la condotta. Pieve di Teco (Imperia) 30-12-1945"
Arrivano i Partigiani, I RESISTENTI,  ANPI Savona, 2011
 
Una sera, nei primi giorni del gennaio 1945, mentre mi recavo da un nostro informatore, con il quale avevo appuntamento nei pressi del cimitero di Vessalico, incontrai Bol (il socio di Walter che avevamo fucilato) il quale, non avendo notizie del suo compare, veniva a cercarlo.
Non volevo ucciderlo senza fargli un regolare processo e così gli dissi che non potevo portarlo in azione con me perché era disarmato, ma che l'avrei fatto accompagnare al Distaccamento da Libero. Incaricai un partigiano che era con me di accompagnarlo, mi allontanai, e lui seguì l'uomo incaricato da me di fargli da guida. Forse aveva già intuito dal mio comportamento che sospettavo di lui: il fatto è che chiese al suo accompagnatore notizie di Walter e questi, con la più grande ingenuità, gli disse che lo avevamo processato e condannato a morte.
Bol capì di essere stato scoperto e, approfittando dell'oscurità, si allontanò dal suo accompagnatore, il quale solo allora capì la «fesseria» compiuta; ma ormai era cosa fatta.
Al mio rientro dall'incontro con l'informatore, fui informato di quanto era accaduto e ciò mi convinse che oramai i tempi erano maturi per un rastrellamento. Chiesi al Comando di Divisione l'autorizzazione provvisoria a lasciare la zona, proponendo alcune località dove avrei potuto spostare i miei Distaccamenti. L'autorizzazione non mi venne concessa: il Comando di Divisione non aveva nessuna segnalazione di rastrellamento imminente e riteneva che era meglio non fare circolare grossi gruppi di uomini con la possibilità che venissero segnalati al nemico. Ma il nemico ormai sapeva della nostra presenza: lo provavano l'arrivo di Walter e, dopo la fucilazione, quello di Bol, che io, come un principiante, m'ero fatto scappare.
Giuseppe Garibaldi (Fra Diavolo), Dalla Russia all'Arroscia. Ricordi del tempo di guerra, Istituto Storico della Resistenza di Imperia, 1994, p. 156

3 gennaio 1945 - Tribunale Militare tedesco - Copia della sentenza di condanna a morte per i garibaldini Lionello Menini Menini, comandante del Distaccamento "Bacigalupo" della I^ Zona Operativa Liguria ed Ezio Badano Zio, G.B. Valdora Ferroviere e Lorenzo Cracco della II^ Brigata "Sambolino" della Divisione d'Assalto Garibaldi " Gin Bevilacqua" operante nella II^ Zona Operativa Liguria. La sentenza del Comando Tedesco recita così:
TRIBUNALE MILITARE DEL FELDERS BLL 34 contro banditi.
Presidente Tenente e comandante di compagnia Dexheimer (ufficiale con facoltà di giudice)
1° Assessore: S. Tenente Menjen
2° Assessore: Maresciallo capo Gelhana
GLI ACCUSATI
1° Menini Lionello nato il 25.10.1919 a Siena
2° Gracco Lorenzo nato il 5.5.1921 a Valdagno
3° Valdora Giovanni nato il 1.1.1922 a Savona
4° Badano Ezio nato il 3.5.1919 a Savona
Sono condannati a morte.
Loro furono catturati il 30.12.1944 nel paese di Armo, quale resto della banda, la quale si era colà soffermata per parecchi giorni. Una parte dei banditi, dopo una breve sparatoria, riuscì a sfuggire all'attacco della compagnia tedesca su Armo del giorno 30.12.1944. Presso gli accusati non furono trovate armi. Secondo le testimonianze di tre soldati tedeschi, risulta che gli accusati appartenevano ad una banda di partigiani. L'accusato Menini, secondo la dichiarazione dei tre soldati tedeschi, è un capo bandito. Per questo motivo il Tribunale si è convinto che gli accusati hanno partecipato ad attiva lotta contro le Forze Armate Germaniche.
In campo 3 gennaio 1945

da documento IsrecIm in Rocco Fava di Sanremo (IM), "La Resistenza nell'Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945)" - Tomo II, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1998-1999

giovedì 22 aprile 2021

Nella notte una trentina di tedeschi partì per Diano Arentino

Diano Arentino (IM) - Fonte: Mapio.net

Era il giorno 20 gennaio 1945. Ci trovavamo al Comando della I^ brigata [Brigata "Silvano Belgrano" della Divisione "Silvio Bonfante"] a Diano Arentino ed era un periodo di calma. Erano diversi giorni che le nostre sparute squadre non attaccavano né tedeschi né fascisti.
Anche perché in quel mese, attaccarli ed ucciderne qualcuno voleva dire provocare delle reazioni spaventose con rappresaglie contro le popolazioni innocenti dei paesi.
Siccome ciò ci creava dei problemi di credibilità, cercavamo di starcene tranquilli in attesa di tempi migliori.
Tanto più che nella nostra zona, durante il mese di gennaio, avevamo perso una novantina di compagni ed altrettante furono le vittime civili, causate dalle rappresaglie. E' chiaro che tutto ciò ci costringeva a non provocare altri eccidi. Comunque il 20 gennaio venimmo a sapere che sulla strada di Diano Gorleri vi era una squadra di una decina di operai della TODT, sorvegliati da due soldati tedeschi, che scavavano delle trincee ai lati della strada. Le trincee dovevano servire come ripari antipartigiani agli stessi tedeschi, quando questi si recavano nei paesi vicini a razziare fieno per i loro cavalli e altri generi agricoli.
L'intenzione nostra non era di uccidere i due tedeschi, ma di disarmarli, quindi mandarli via e bruciare tutti gli attrezzi che servivano per gli scavi. Insomma, con una dimostrazione, volevamo far sapere loro che c'eravamo ancora.
Una mezza dozzina di partigiani si recò sul luogo. Tra loro erano presenti: Giuseppe Saguato ("Pippo"), Germano, Roberto Amadeo ("Billy"), "Martello" ed altri.
Si avvicinarono guardinghi ai tedeschi, mentre due di loro si appostavano, pronti a sparare se il nemico avesse reagito. All'intimazione di mani in alto, uno dei due ubbidì, mentre l'altro, più giovane, riuscì a sparare un colpo con il suo fucile, senza però colpire i nostri. In conseguenza di ciò vi fu una reazione e il giovane tedesco rimase gravemente ferito. Impadronitisi dei fucili, i partigiani accatastarono gli attrezzi da lavoro e gli diedero fuoco.
Poi posarono il tedesco ferito sopra un biroccio avuto dalla popolazione locale e, insieme al tedesco illeso, lo avviarono verso Diano Marina. In località Ferretti, però, il ferito morì. Intanto la squadra partigiana ritornava alla base.
Iniziò la rappresaglia nemica: nella notte una trentina di tedeschi partì per Diano Arentino (probabilmente conoscevano l'ubicazione precisa del Comando partigiano) per compiere la rappresaglia. Erano le 22 quando sentimmo una raffica e grida in tedesco. Eravamo sistemati in cima al paese, vicino ad una chiesetta.
La pattuglia nemica, che aveva rafficato, provenendo da nord, andò a piazzarsi sulla strada che saliva da Diano Castello per impedire che fuggissimo verso il fondovalle. Altri seguirono i primi e circondarono il paese.
"Mancen" [Massimo Gismondi, comandante della I^ Brigata] era assente. Io, Federico [Federico Sibilla], Germano e gli altri tentammo di dileguarci per la campagna, approfittando della notte oscura, dopo aver svegliato il sedicenne "Peccenen", nostra staffetta, mettendogli però una mano sulla bocca perché non gridasse.
Raccogliemmo tutti i documenti del Comando. Per affrontare ogni drammatica sorpresa, presi l'arma automatica che "Mancen" mi aveva lasciato, e in un momento che ci parve di tregua scendemmo la scala, per percorrere poi una stradina onde raggiungere, veloci, un rifugio in casa del maestro locale, dove pensavamo di trovarci al sicuro.
Giunti in fondo alla scala, sentimmo che stavano giungendo altri tedeschi. Ci fu tra noi un attimo di esitazione, poi Germano e "Peccenen", che avevamo davanti, con un balzo girarono l'angolo della casa del Comando, se pur seguiti da una raffica di mitra. Invece io e Federico risalimmo nel luogo da dove eravamo partiti. Sentivamo i tedeschi bussare alle porte, entrare nelle case ove cercarci.
Pensammo che forse l'unica via di salvezza sarebbe stata quella di salire sul tetto attraverso una piccola finestra: iniziativa che attuammo immediatamente. Purtroppo c'era la luna piena per cui dovemmo nasconderci dietro un fumaiolo perché i tedeschi, che più a monte ci sovrastavano, avrebbero potuto vederci. Mi portai sulla gronda del tetto per constatare se potevamo saltare nella viuzza sottostante già percorsa da Germano e "Peccenen".
Ma il salto da compiere ci sembrò troppo alto.
Vidi, però, a circa due metri di distanza un terrazzino e la viuzza che vi passava appresso. Pensammo di saltare sul terrazzino e da lì nella viuzza. Così facemmo, ma quando fummo sul terrazzino che aveva il muretto di riparo rotto in alcuni punti, per non farci vedere dovemmo appiattirci sul pavimento.
Intanto scorgemmo che a pochi metri di distanza vi era la porta della casa del maestro (dentro la quale si trovava il rifugio) e alcuni tedeschi che si accingevano ad  entrarci. Essi bussarono alla porta e dopo qualche istante il maestro aprì; gli domandarono se nella casa vi erano dei banditi. Al tempo stesso, non attendendo nemmeno la risposta, alcuni di loro, su ordine del graduato che li comandava, entrarono per perquisirla.
Il graduato si soffermò nell'ingresso osservando alcuni quadri, ma, quando vide il diploma di maestro del nostro amico, disse: «Anch'io insegnante, siamo colleghi». Iniziò così una conversazione.
Ogni tanto giungevano dei soldati che gli riferivano sull'andamento delle ispezioni effettuate nelle case. Intanto noi, esaminando bene la drammatica situazione nella quale ci eravamo venuti a trovare, ci accorgemmo che i soldati avrebbero potuto vederci benissimo; non ci rimaneva che strisciare sul pavimento per raggiungere un piccolo e cadente gabinetto situato in un angolo del terrazzino per essere meno visibili. Tenevo la pistola puntata alla tempia, pronto ad uccidermi se ci avessero scorto.
Federico mi diceva: «Guarda che non ti parta un colpo». Ma io ero talmente calmo che gli risposi: «Perché il colpo parta, prima debbo alzare il cane e poi premere il grilletto». Dopo una decina di minuti il gruppo di tedeschi se ne andò via e fu allora che scorgemmo una porticina che ci doveva permettere di uscire dal terrazzino per raggiungere la stalla della casa, la stessa nella quale ci eravamo sistemati.
Quando spingemmo la porticina, ci accorgemmo che dall'interno era bloccata da balle di fieno per cui bisognava spostarle. Ci eravamo messi appena all'opera quando un gruppo di tedeschi entrò nella stalla con delle pile a batteria, per ispezionarla. La stalla era vuota, vi erano solo le balle di fieno, i tedeschi non fecero caso ad esse e che cosa potessero nascondere.
Lì sentimmo esclamare: «Nein partisan, raus» (Niente partigiani, andiamo via). Anche questa volta fummo veramente fortunati. Dopo qualche tempo i soldati si concentrarono in fondo al paese per andare via.
Fu in quel momento che venne a chiamarci sottovoce Davide Gaggero ("Daviden"), un comandante della SAP locale. Usciti fuori con qualche difficoltà, fummo condotti nel sicuro rifugio del maestro dove trovammo il "Peccenen".
Germano ci raggiunse all'alba.
Purtroppo i tedeschi catturarono tre giovani del paese (Silvio Arancio, Giuseppe D'Andrea e Gerardo Cavalieri) che fucilarono presso l'oratorio di San Sebastiano, sulla strada che porta a Diano Castello.
Anche se ritenemmo che non fosse colpa nostra, poiché eravamo coinvolti in una brutta guerra di cui non eravamo responsabili, e per causa della quale sovente pagavano degli innocenti, tuttavia ci sentimmo molto male e a disagio con i parenti dei caduti e con gli abitanti del paese.
Il caro Davide Gaggero, fervente nostro collaboratore, rimarrà ucciso nella Stazione ferroviaria di Diano Marina il 24 aprile, nel tentativo di disarmare alcuni tedeschi del treno armato che ivi stazionava. Fu un vero eroe, ma non gli fu concessa alcuna onorificenza: se la sarebbe veramente meritata. La gente di Diano Marina gli fu generosa intitolandogli una strada della città.
Sandro Badellino, Mia memoria partigiana. Esperienze di vita e vicende di lotta per la libertà di un garibaldino imperiese (1944-1945), edizioni Amadeo, Imperia, 1998

[...] mentre poderose forze nemiche stanno per attaccare la Divisione Bonfante sul suo territorio, nel Dianese avvengono gravi fatti di sangue. Nel pomeriggio del 20 gennaio 1945 una squadra del Distaccamento “F. Agnese”, al comando di “Gordon”, vice comandante di Brigata, si scontra con il nemico nella zona di Diano Gorleri. Per le gravi ferite riportate muore un soldato tedesco ed è recuperato un fucile Mauser. A causa del forte pattugliamento nemico, la squadra si ritira. Appena fattosi notte, una squadra tedesca appiedata e una squadra di brigatisti neri s'inoltrano nella valle di Diano per compiervi rappresaglie. Catturano i civili Silvio Arancio, Giuseppe D'Andrea, Gerardo Cavalleri, cittadini di Diano Arentino e li fucilano nei pressi dell'Oratorio di San Sebastiano, poi circondano il suddetto paese con l'intento di catturare il Comando della I Brigata, che aveva il centro recapito staffette a Diano Roncagli. A stento il Comando riesce a sfuggire alla cattura, dopo che i partigiani Federico Sibilla e Sandro Badellino erano quasi rimasti imbottigliati sopra un terrazzo; anche il partigiano Germano Belgrano si mette in salvo. Proseguendo il cammino i Tedeschi scendono sulla strada di Diano San Pietro e nei pressi delle frazioni Ciapai e Camporondo catturano Adelmo Ardissone, Silvio Bottino, Damiano Abbo, Alfonso Messiga e Ardito Risso. Sulla carrozzabile, nei pressi della frazione Trinità, sparano loro alla schiena, dopo averli spinti in avanti di qualche passo. Si salvano per caso fuggendo il Risso e il Messiga che, lanciatisi negli oliveti sottostanti, benché sotto le raffiche, riescono a salvarsi dileguandosi nella notte. Sulla mulattiera tra Diano Castello e Diano San Pietro i tedeschi uccidono pure il civile Antonio Ugo.
Due giorni dopo la rappresaglia il Comando Tedesco di Diano Marina annuncia che sarebbero stati fucilati dieci ostaggi e distrutto paesi per ogni tedesco ucciso. Contemporaneamente chiede un compromesso di tregua che viene rifiutato. Il Comando partigiano già da tempo tempo aveva dichiarato che la guerra era totale e così si doveva condurre, a prescindere da ogni rappresaglia, contro un nemico barbaro e crudele in onore a tutti i caduti e per non tradire la causa per la quale avevano immolato le loro giovani vite. I tedeschi reagiscono puntando su Diano Castello il giorno 22.01.1945 [...]
Francesco  Biga, (con la collaborazione di Osvaldo Contestabile), Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria), Vol. IV: Dal Primo Gennaio 1945 alla Liberazione, Ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, 2005, pp. 28,29

 

20 gennaio 1945 - Dal comando della I^ Brigata al comando della Divisione "Silvio Bonfante" - Riportava la richiesta della SAP "Walter Berio" di Imperia di procedere al rapimento di soldati tedeschi come rappresaglia per l'arresto dei partigiani Delle Piane e Stenca.

20 gennaio 1945 - Dal comando della III^ Brigata d'Assalto Garibaldi "Libero Briganti" della I^ Divisione "Gin Bevilacqua" [II^ Zona Operativa Liguria, Savonese] al comando della I^ Brigata "Silvano Belgrano" della Divisione "Silvio Bonfante" - Comunicava che il collegamento tra le due formazioni sarebbe stato effettuato dal Distaccamento "S. Torcello", il più vicino alla I^ Brigata.

21 gennaio 1945 - Da "Gianni" del P.C.I. a Mancen e Federico - Informava che un uomo a Deglio voleva uccidere il segretario comunale in nome dei partigian, sottolineando:  "Vi ordino di fermare quel tizio dal commettere delitti. Noi patrioti non siamo assassini, ma vogliamo solo la liberazione dell'Italia".

21 gennaio 1945 - Dal Comando Operativo della I^ Zona Liguria al comando della II^ Divisione ed al comando della Divisione "Silvio Bonfante" - Si ordinava di rendere difficoltoso il transito ai nemici sia per strada che per ferrovia e veniva espressa perplessità sulla circostanza della ripresa di rastrellamenti tedeschi dopo che i nazisti avevano già fatto preparativi per l'evacuazione.

da documenti IsrecIm in Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell’Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell’Istituto Storico della Resistenza e della Storia Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945), Tomo II, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Facoltà di Scienze della Formazione, Corso di Laurea in Pedagogia, Anno Accademico 1998-1999 


domenica 18 aprile 2021

E giunse l'alba del 4 settembre 1944

La zona della Cappella di Santa Brigida in Dolcedo (IM) - Fonte: Mapio.net


A Poggi [Frazione di Imperia] qualche casa era stata bruciata dalle formazioni dell'esercito repubblicano inferocite dell'accaduto. Con la sorella, per evitare il pericolo di eventuali ritorsioni, aveva ritenuto prudente abbandonare il paese; gli informatori anche sull'altro fronte erano piuttosto attivi e per il momento sarebbero rimaste in loco, in attesa dell'evolversi degli avvenimenti, che promettevano soluzioni e progetti futuri. L'incontro, piacevole per entrambi, ci diede la possibilità di stabilire un appuntamento per il dopodomani mattina in località Santa Brigida, avvenimenti permettendo; si era infatti in procinto di partire per raggiungere in serata quella posizione, in previsione del balzo finale che ci avrebbe condotti ad Imperia. Al convegno, mi assicurò sorridendo, sarebbe venuta con un canestro colmo di cose buone, dolci compresi, di cui mi sapeva ghiotto, sarebbe senz'altro stata una bella merenda nei prati come nei giorni del sereno; un ultimo sorriso, e il semplice saluto d'una stretta di mano, la vidi allontanarsi, figura di giovane donna dai chiari e lunghi capelli annodati da un vivace nastro. Come per incanto, il festante rumore della piazza ritornò ad essere presente. Un appetitoso e gradito pasto concluse la bella giornata, e prima che il sole scomparisse al di là dei monti che chiudevano l'orizzonte, si partì per raggiungere la nuova base assegnataci.
Il nuovo giorno per me significava attesa, attesa di un incontro che sicuramente avrebbe portato ore di un diverso interesse e forse attimi di poesia; scorrevo con lo sguardo il crinale della montagna che dal Faudo scendeva in un fitto verde verso il sud, fino a raggiungere ordinate coltivazioni di ulivi, immagini di un profondo silenzio avvolto in una cornice d'azzurro.
Un piccolo spiazzo, una fontana e una chiesetta semidiroccata, momentaneo luogo di sosta al nostro reparto  in attesa d'uno sviluppo ulteriore degli avvenimenti, unica mansione da compiere, il controllo del sentiero proveniente dalla costa sul dorso della montagna, che terminava sullo spiazzo del piccolo santuario dedicato a Santa Brigida. A questo, in tempo di pace, affluivano i pellegrini provenienti da Porto Maurizio e Oneglia nel giorno della ricorrenza; lo stato del fabbricato denunciava l'incuria del campo e degli uomini, i vetri delle poche finestre infranti, la porta divelta e l'intonaco mancante quasi per intero; restava l'indicazione dei giorni sereni, i nomi dell'abbandono. Quella notte, per ripararsi dal freddo, si era stati costretti a rifugiarsi all'interno della chiesetta, mentre il giorno, con il caldo sole di quell'inizio di settembre, ci vide tutti pigramente seduti o distesi sul piazzale antistante il fabbricato; unico rumore che si univa al nostro dialogo il continuo gorgoglio della piccola fonte, piacevoli momenti di pausa che facilitavano l'osservazione. Uomini abbronzati dai volti asciutti e malrasati, volti giovanili che richiamavano alla mente la fanciullezza, in una strana fantasia di abbigliamenti dalle origini più disparate, divise militari frammischiate a vestiti valligiani e borghesi, evidenti differenze di età, fogge e provenienza, che però non incidevano, poiché si poteva cogliere nello sguardo del gruppo l'espressione di una vita scelta, indicante una coesione che una qualsiasi disciplina non avrebbe saputo rendere maggiore. Alla quiete d'una monotonia piacevole, una sola necessità si faceva sentire con una certa insistenza, un gagliardo appetito che non accennava mai a diminuire e il primo giorno di permanenza, quando la prospettiva di mangiare si era notevolmente allontanata, causando un mormorio di protesta e volti accigliati, l'arrivo di Lecchiore, il più giovane mulattiere del distaccamento, risolse il problema. Lo si sentì arrivare, allegro come sempre, alla guida di un grosso mulo sul cui dorso faceva mostra un contenitore colmo di pastasciutta, preparata nel paese di Lecchiore. I piatti mancavano, ma la difficoltà venne agevolmente superata versando l'intero contenuto del recipiente sopra la porta della chiesa, e malgrado la precarietà del servizio, un tenace assedio liquidò in breve il tanto atteso rifornimento. Un altro giorno volgeva alla fine e nessuna novità era intervenuta; la mancanza di nuovi ordini mi portò ad assaporare il riposo della notte, breve transito all'arrivo del nuovo giorno, che per me si preannunciava piacevole.
E giunse l'alba del 4 settembre 1944, un'alba luminosa come tante di quella splendida estate.
Riposato e ben disposto, nella notte infatti non avevo prestato alcun servizio di guardia, mi accinsi a partire per l'incarico di pattugliamento assegnatomi, prima di poter usufruire del permesso di recarmi all'appuntamento con N., prospettiva questa che mi rendeva particolarmente sereno e conciliante. Il compagno con cui dividevo l'incarico si chiamava “Turiddo”, magro ed allampanato, meridionale fuggito dalla Pubblica Sicurezza di Imperia.
[...] Si procedeva con una certa tranquillità e, pur conversando a tratti, il silenzio della valle rotto soltanto dal cinquettio degli uccelli favoriva la riflessione; risentivo ancora i commenti indirizzatici dai garibaldini anziani, e la nostra fortuna in essi espressa per il breve periodo trascorso in montagna dalla nostra fuga; era convinzione comune ormai che fra qualche giorno le nostre formazioni avrebbero occupato l'intero litorale. Con l'aumentare della distanza dalla base si proseguiva più guardinghi e a breve distanza l'uno dall'altro, il fucile con il proiettile in canna ed il pollice sulla sicura; gli occhi attenti seguivano il rapido volo degli uccelli che si allontanavano al nostro passaggio, e in questa ricerca prudente ed attenta su un possibile pericolo un lontano luccichio attirò la mia attenzione, provocando un istintivo arresto al mio procedere. Turiddo cominciò a ridere sul mio sospetto e nel suo linguaggio a metà incomprensibile mi stimolò ripetutamente ad andare avanti, ritenendo del tutto fantasiose le mie supposizioni su una minaccia incombente; certo ero ancora un ragazzo la cui esperienza di guerra doveva maturare, ma l'ottima vista e un carattere che, salvo costrizioni, mi faceva accettare una situazione solo se convinto, dissero no, dovevo appurare e convincermi.
Mi chinai a lato d'un cespuglio concentrando tutta la mia attenzione sul sentiero che dolcemente calava verso la costa e, frazioni di attimi, ebbi la conferma: un uomo carponi passò rapido da un cespuglio all'altro con un'arma in pugno. "Bisogna far presto", dissi, "è necessario tornare immediatamente e avvertire il distaccamento". Un sorriso ironico e una frase di scherno furono la risposta di Turiddo, per un attimo i nostri occhi si incontrarono ed ebbi la sensazione che il suo sguardo volesse evitare il mio. "Non importa", replicai, "regolati come credi, io ritorno", e m'incamminai veloce; lo sentii borbottare, e proiettata dal sole scorsi la sua ombra seguire la mia. Il nostro frettoloso arrivo e le discordanti versioni fornite crearono un certo scompiglio; l'arrivo immediato dei tedeschi, da me indicato, faticava ad essere accettato da buona parte dei nostri compagni per due precise motivazioni: la versione più comoda, seppure pericolosa, fornita da Turiddo che dissentiva totalmente dalla mia, e quella supposta, che presumeva prossima la fine della guerra nell'intera Liguria. Fortunatamente il buon senso di Danko [Giovanni Gatti] e di altri componenti prevalse. "E' opportuno essere prudenti", disse "appostiamoci, se nulla dovesse verificarsi, nulla perderemo". E nella provvisorietà di una situazione pericolosa afferrai pienamente l'importanza della partecipazione volontaria: un gruppo di una cinquantina di uomini, apparentamente indisciplinati, in pochi minuti prese posizione. Nel breve tratto pianeggiante su cui sorgeva il Santuario, disposto in linea lungo il dorso della montagna, il terreno, in lieve salita verso nord, era sufficientemente strutturato per dominare completamente il sentiero proveniente dal mare, oltre alla chiesetta ed il tratto antistante, mentre lo spazio retrostante al fabbricato era controllabile solo parzialmente; l'intera formazione si era disposta a semicerchio sul disuguale terreno che permetteva una buona mimetizzazione, il Majerlyng al centro del dispositivo, opportunamente coperto con ramoscelli per evitare la rifrazione sull'arma dei raggi solari, aveva il compito di centrare il grosso della formazione nemica, mentre i due S. Etienne disposti sui lati del dispositivo dovevano colpire l'avanguardia e la retroguardia; ai fucili la caccia era lasciata libera.
Bruciava il sole e il tempo scorreva con una lentezza esasperante, e quando i primi dubbi sulla attendibilità dell'informazione raffiorarono, alla fine della piazzuola, dove iniziava il sentiero, due uomini, due nemici, tranquillizzati dall'apparente abbandono del tratto loro visibile, lanciarono il razzo di via libera.
E giunse l'ordinata teutonica colonna, circa duecento uomini per ucciderci; appiattiti sul terreno, quasi incorporati alle rocce nei respiri che accompagnavano i battiti d'un tempo sconosciuto, contavamo metro per metro la distanza che il tedesco doveva percorrere prima di sparare: i cacciatori che si avvicinavano non sapevano d'essere diventanti preda, e improvviso come inferno, l'assordante crepitio delle armi esplose, armi vibranti che davano la morte, urla improvvise, ordini, incitazioni, e uno sbando di corpi alla ricerca di un rifugio per sfuggire alla pena di una spietata sorpresa, e pur nel disordinato frastuono dei colpi, si avvertì subito l'arrestarsi del fuoco del nostro Majerlyng: l'arma si erta inceppata e Oddo, ottimo fuciliere ma mitragliere improvvisato, anche se coadiuvato da Danko, non riusciva a restituire funzionalità all'arma.
Istanti in cui la mente supera la più grande delle velocità e con spietata lucidità evidenzia il maturarsi di nuove realtà; la decisione che mi ero imposto di non sparare col Majerlyng, fintanto che la P.38 sequestratami all'atto della fuga non fosse rientrata in mio possesso, sparì, la presunta offesa avallata da un inutile orgoglio si cancellò; i nemici erano di fronte, afferrai con violenza l'arma, pochi e precisi movimenti, e il vibrare del mostro riesplose nelle mie mani; solo brevi istanti avevano fugato le ultime ombre, mi sentivo sicuro, in una certezza che mi teneva inchiodato sulla posizione, e l'arma vibrava, vibrava inpietosa nella valle che ingigantiva la sua terribile eco; il battesimo del fuoco, un diverso battesimo, era avvenuto.
Le munizioni purtroppo cominciarono a scarseggiare, il nostro fuoco era ormai soverchiato da quello del nemico, il quale, superata la prima mezzora di sbandamento, si era organizzato attestandosi dietro la chiesa e sui rocciosi fianchi del crinale, e soltanto la naturale posizione da noi occupata permetteva una difesa anche se operata con mezzi notevolmente inferiori; ma quando i primi colpi dei mortai, inprendibili alle nostre armi, perchè piazzati in totale copertura dietro la chiesa, caddero a poca distanza dalle nostre postazioni, venne spontaneo l'esame delle nostre possibilità e, fatto rapidamente il punto, si decise lo sgombero della posizione.
Considerata la sicurezza di poterci allontanare senza incappare in pericolose sorprese, il distaccamento iniziò il ripiegamento con molta calma e gradualità.
Danko, avvicinatosi carponi, ci invitò ad allontanarci e fungendo da battistrada con Oddo ci indicò il percorso; io seguivo con Sparafucile [Domenico Garibaldi], laureando in medicina, che operava in qualità di medico nel distaccamento, cosa che non gli aveva impedito di partecipare al battesimo con un S. Etienne. Sorrisi mentalmente osservando l'etereogeneo gruppetto che chiudeva l'evacuazione. Danko l'interprete, Oddo l'autista, Sparafucile medico ed io bancario.
La parte esaltante dell'avventura era terminata [...]
[..] Della classe di mare, venne chiamato alle armi dalla Repubblica Sociale nei primi mesi del 1944. Ritornato in Italia dalla Germania alla fine di luglio, dopo conseguito l'addestramento di guerra tedesco nella divisione italiana San Marco, fuggì con l'intero reparto di appartenenza nelle montagne imperiesi il 29 agosto dello stesso anno, scegliendo la strada della libertà. Ivi combatté fino al termine del conflitto nelle file della 2^ Divisione d'assalto Garibaldi Felice Cascione [ndr: come capo di una squadra della IV" Brigata Elsio Guarrini].
Renato Faggian (Gaston) nato a Pordenone (Udine) il 29 agosto 1924. [...] Periodo riconosciuto: dal 29 agosto 1944 al 30 aprile 1945. Dichiarazione integrativa n. 2547.
da ultima di copertina
Renato Faggian (Gaston), I Giorni della Primavera. Dai campi di addestramento in Germania alle formazioni della Resistenza Imperiese. Diario partigiano 1944-45, Ed. Cav. A. Dominici, Imperia, 1984, pp. 46-52

mercoledì 14 aprile 2021

Invitava gli aguzzini a portare a termine l'esecuzione

Qualche giorno prima, il 27 [ marzo 1945] durante un rastrellamento effettuato a Montegrazie [Frazione di Imperia] dai Tedeschi, quattro partigiani cadono in loro mani, tre di essi Secondo Giribaldi (Gamba), Riccardo Marcenaro (Riccantonio) e Sinibaldo  Martellini (Falce) sono fatti fucilare sul posto dal maresciallo Mayer; invece Franco Ghiglia (Gigante), come vedremo più avanti, verrà fucilato in aprile e sarà insignito di medaglia d'oro al valor militare, per attività partigiana.
Francesco Biga, (con la collaborazione di Osvaldo Contestabile), Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria), Vol. IV: Dal Primo Gennaio 1945 alla Liberazione, Ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, 2005, p. 220

[Franco Ghiglia] Era entrato giovanissimo nel Distaccamento "Walter Berio" della 4a Brigata Garibaldi della II Divisione "Felice Cascione". Le sue imprese gli valsero il nome di battaglia di "Gigante", ma una di queste (avvenuta l'8 gennaio 1945), gli fu fatale. "Gigante" e i suoi si erano scontrati con i nazifascisti nelle vicinanze di Costa d'Oneglia. Due tedeschi erano rimasti sul terreno e i partigiani, prima di allontanarsi, avevano sepolto i due caduti. A quello scontro seguì, dopo una settimana, un massiccio rastrellamento nella zona. Franco Ghiglia e i suoi riuscirono a sganciarsi, ma "Gigante" era stato raggiunto da un proiettile ad una gamba. Costretto all'immobilità e riparato con altri quattro patrioti in un fienile, il 7 marzo il giovane vi fu sorpreso dalle SS. Qualcuno si lasciò sfuggire dell'episodio di due mesi prima e per Ghiglia fu l'inizio tormentoso della fine [...]
Redazione, Franco Ghiglia, ANPI, 25 luglio 2010

Quando il maresciallo delle SS, Mayer, il famigerato torturatore, che comanda il presidio di Castelvecchio [Frazione di Imperia], lo prende in consegna, usa contro di lui i più raffinati metodi di tortura per farlo parlare, fargli dire i nomi delle località di dislocazione dei Distaccamenti, e quelli dei compagni. Ma "Gigante" non parla. Allora, con un compagno di prigionia, è condotto sul luogo dove sono stati seppelliti i due Tedeschi, il maresciallo nazista fa  consegnare loro una  zappa e una pala e ordina di disseppellire le salme. Il fetore dei corpi si fa sentire subito appena mossa la prima terra, per cui gli accompagnatori si scostano dalla fossa. Per prime compaiono le giacche, le ossa delle mani e quindi grumi di carne violacea. Franco alza il viso per cercare aria migliore, ma ciò gli viene impedito da un mitra puntato nella schiena. Quando i due cadaveri sono tirati fuori dalla fossa, lo sguardo sanguinario e rapace del maresciallo nazista che sta sudando all'ombra di una pianta di ulivo, si sposta dai due corpi che non hanno più volto, ai due partigiani, emettendo voci rauche di collera. Al momento contro i due ha il coltello per il manico e l'avrebbe usato: fa prendere loro i cadaveri sulle spalle con l'ordine di portarli nel cimitero. Brani di carne del cadavere che grava con il suo fetore si attaccano al collo e alle mani di Franco, mentre cammina per la campagna. Dopo una decina di minuti si sente come ubriaco. Anche i passi discontinui del compagno che segue, dicono di una nausea che è al limite della sopportabilità. Franco si ferma ma i Tedeschi non osano avvicinarsi a lui per bastonarlo. Comprende che se più presto cammina, accorcia il tempo del trasporto del cadavere. Riprende il cammino dopo aver rigettato acqua e sapone che gli avevano fatto bere abbondantemente. Quando giunge al cimitero inizia la lenta operazione della sepoltura. Ora le braccia si rifiutano di fargli maneggiare la pala e le gambe di reggerlo. Ma i Tedeschi gli fanno finire il lavoro a suon di bastonate.
In disparte l'ufficiale ghigna. Quando si era trovato davanti alla resistenza dei due partigiani, aveva ideato il suo piano per stroncarli: stremare prima i loro corpi forti, riducendoli a stracci, con la speranza che poi avrebbero cantato. Per una notte intera fa mettere Franco sotto una doccia continua, all'aria aperta, quindi lo fa camminare per ore con un forte peso su una sola spalla e lo fa nutrire nuovamente con acqua e sapone mentre gli provocano dei tagliuzzamenti. Ma la sua bocca non si apre. La notizia di questa resistenza eroica giunge anche alla popolazione di Oneglia attraverso gli stessi nazisti stupiti. Anche il maresciallo Mayer ammira tanto coraggio. Non gli rimane che decretare la morte di Franco.
La notte del 5 aprile 1945 le SS portano Franco a monte della Cava Rossa di Castelvecchio. Sulla collina gli viene preparato nell'oscurità il cappio. In esso è infilato il suo giovane capo che porta occhi e capelli neri. Inizialmente l'impiccagione è una finta, perché il maresciallo vuole ancora chiedere. Gli si fa sotto e "Nome partisan?" domanda, senza più forza nella voce e senza convinzione. Le labbra di Franco si schiudono infine per sputargli in faccia. "... Due giorni dopo il corpo di "Gigante" pendeva ancora dall'albero mentre il vento lo dondolava su un fianco e sull'altro. Pareva che il vento non potesse rassegnarsi a considerare morto quel giovane che era stato così pieno di vita, e scuoteva Franco quasi lo volesse ravvivarlo, svegliarlo e si aggirava per la cava con un lamento lungo e triste, sconsolato..." (4). Franco Ghiglia sarà insignito di medaglia d'oro al valor militare, alla memoria, per attività partigiana (5).
(4) - ISRECIM, Archivio, Sezione I, cartella 34. Un articolo importante su Franco Ghiglia è riportato dal giornale "L'UNITA'" del 7 febbraio 1955, scritto dal giornalista Leandro Canepa.
(5) - Motivazione della medaglia d'oro al valor militare, alla memoria, concessa a Franco Chiglia: "Diciottenne valoroso, audace partigiano, si distingueva in numerosi combattimenti per coraggio e ardore. Volontario in una pericolosa e difficile missione, scontrandosi con rilevanti forze nemiche, accettava la dura lotta nella quale veniva ferito e quindi catturato, perché rimasto senza munizioni. Sottoposto alle più crudeli torture e sevizie, non faceva alcuna rivelazione ed in segno di disprezzo sputava in faccia al suo inquisitore. Condotto sul luogo della sua esecuzione, subiva senza battere ciglio una simulata impiccagione a scopo intimidatorio. La sua fierezza non piegò e, dopo avere incitato un suo compagno di martirio a non parlare, invitava gli aguzzini a portare a termine l'esecuzione. Prima che il cappio stroncasse la sua giovine esistenza, elevava il grido di "Viva L'Italia!". - Valle Impero, 5.4.1945".

Francesco Biga, Op. cit., p. 286,287

6 aprile 1945 - Dalla Sezione S.I.M. [Servizio Informazioni Militari] della II^ Divisione "Felice Cascione" al Comando Operativo della I^ Zona Liguria ed al comando della II^ Divisione "Felice Cascione" - Segnalava che il giorno prima era stato impiccato a Pontedassio dai tedeschi il garibaldino "Gigante" [Franco Ghiglia]...
da documento IsrecIm  in Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell'Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945) - Tomo II - Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Facoltà di Scienze della Formazione, Corso di Laurea in Pedagogia, Anno Accademico 1998-1999

Franco Ghiglia nato ad Imperia il 18 aprile 1926. Era entrato giovanissimo nel Distaccamento “Walter Berio” della 4^ Brigata Garibaldi "Elsio Guarrini" della II^ Divisione “Felice Cascione“. Le sue imprese gli valsero il nome di battaglia di “Gigante“, ma una di queste (avvenuta l’8 gennaio 1945), gli fu fatale. “Gigante” e i suoi si erano scontrati con i nazifascisti nelle vicinanze di Costa d’Oneglia. Due tedeschi erano rimasti sul terreno e i partigiani, prima di allontanarsi, avevano sepolto i due caduti. A quello scontro seguì, dopo una settimana, un massiccio rastrellamento nella zona. Franco Ghiglia e i suoi riuscirono a sganciarsi, ma “Gigante” era stato raggiunto da un proiettile ad una gamba. Costretto all’immobilità e riparato con altri quattro patrioti in un fienile, il 7 marzo il giovane vi fu sorpreso dalle SS. Qualcuno si lasciò sfuggire dell’episodio di due mesi prima e per Ghiglia fu l’inizio tormentoso della fine. Condotto zoppicante, con un altro prigioniero, sul luogo dove erano stati sepolti i due militari tedeschi, “Gigante” e il suo compagno furono costretti a scavare e a riesumare le salme. Con i due corpi in decomposizione sulle spalle, i prigionieri dovettero trasportarli per chilometri sino a un cimitero. Qui, sfiniti e continuamente bastonati, i partigiani dovettero scavare due fosse e procedere ad una nuova inumazione. Ma per “Gigante” non era ancora finita: per tutta la notte il ragazzo fu torturato dal maresciallo delle SS Mayer, per estorcergli i nomi dei capi partigiani e notizie sulla dislocazione del Comando. Non una parola uscì dalle labbra di Ghiglia che, all’indomani, fu portato in località Cava Rossa. Qui i tedeschi fissarono una corda ad un albero di ulivo e infilarono il collo di “Gigante” nel cappio. Il sottufficiale tedesco si avvicinò al giovane, promettendogli la grazia se avesse parlato. Il ragazzo - come ebbe poi a raccontare un suo compagno, fortunosamente salvatosi dalla forca - fece come un segno di assenso, ma quando il tedesco gli andò a ridosso per sentire che cosa avrebbe detto, Ghiglia gli sputò in faccia. Il cadavere del giovane partigiano fu lasciato penzolare per due giorni dall’ulivo. Il coraggio con cui affrontò la tortura e l’abnegazione con cui andò incontro alla propria morte gli valsero la Medaglia d’Oro al Valor Militare alla memoria.  Redazione, Un ricordo di  Franco Ghiglia a settantacinque anni dal suo assassinio, ANPI Imperia, 5 aprile 2020

 

domenica 11 aprile 2021

Salva l'arme, necessaria alla lotta partigiana

Prelà (IM) - Fonte: Mapio.net

In un casone isolato in località Nicuni località presso Tavole, Frazione del comune di Prelà (IM), trovò rifugio un gruppo di partigiani che nella mattinata del 31 gennaio sarebbe dovuto scendere a Vasia per prelevare tre abitanti, tra cui due donne, sospettate di essere delle spie. Alle prime luci dell’alba il casone viene circondato da tedeschi e dagli uomini della controbanda del tenente Ferraris. La battaglia infuriaria, Dulbecco, Raviola e Ricci venono colpiti a morte dai nemici. Rimasti senza munizioni i partigiani debbono arrendersi, qualcuno riesce a scappare, tra cui il comandante del distaccamento Gino Gerini, che racconterà poi l’episodio. Ascheri, Zanoni e un russo vengono catturati e fucilati sul posto. Nel rastrellamento che segue vengono catturati altri quattro partigiani Ernesto Deri, Adler Brancaleoni, Matteo Cavallero, Biagio Giordano. Giorgio Caudano, Gli eroi sono tutti giovani e belli. I Caduti della Lotta di Liberazione nella I^ Zona Operativa Liguria, ed. in pr., 2020
 
n.d.r.: tra le pubblicazioni di Giorgio Caudano: (a cura di) Paolo Veziano con il contributo di Giorgio Caudano e di Graziano Mamone, La libera Repubblica di Pigna. Parentesi di democrazia (29 agosto 1944 - 8 ottobre 1944), Comune di Pigna, IsrecIm, Fusta Editore, 2020; Giorgio Caudano, Dal Mare alla Trincea... memorie di uomini, BB Europa, Cuneo, 2019; Silvia Alborno, Gisella Merello, Marco Farotto, Marco Cassini, Giorgio Caudano, Franck Vigliani, curatori della mostra Claude Monet, ritorno in Riviera, catalogo a cura di Aldo Herlaut, Silvana Editoriale, Milano 2019; La Magnifica Invenzione. I pionieri della fotografia in Val Nervia 1865-1925, a cura di Marco Cassini e Giorgio Caudano, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2016; Giorgio Caudano, Pigna. Storia di un paese, ed. in pr., 2016   ]

Dintorni di Vasia (IM) - Fonte: Mapio.net

Il 25 gennaio 1945 rappresenta un’altra tragica pagina nella storia della IV^ Brigata “Elsio Guarrini”, poiché il X° Distaccamento “Walter Berio” venne quasi completamente sgominato. Gli undici uomini del X° Distaccamento «con a capo Dimitri e Merlo, uno dei più vecchi garibaldini, commissario, si era portato in una località tra Pantasina [Frazione di Vasia (IM)] e Villatalla [Frazione di Prelà (IM)], in un fondo valle, presso un ruscello. Il rifugio sembrava sicuro: un muro a secco era stato eretto all’entrata della tana, dove la vita era orribile per il fango e l’umidita”. Una spia (probabilmente la staffetta Toni, guidò da Porto [Maurizio di Imperia] i briganti neri al rifugio. Tolgono le pietre e già sorride loro I’idea di un facile eccidio. Peró due colpi secchi di revolver annunciano che il luogo è ormai una tomba sacra… Merlo si è infatti sparato al cuore e Dimitri alle tempie; per non sottostare all’onta della prigionia… le camicie nere infieriscono sui due cadaveri» (da L’epopea dell’esercito scalzo, di Mario Mascia, ed. A.L.I.S., 1946, ristampa del 1975 a cura dell’Istituto Storico della Resistenza e della Storia Contemporanea di Imperia).
Gli altri nove garibaldini vennero arrestati e di questi solo due si salvarono dalla fucilazione.
[...]  il 31 gennaio rappresentò l’ennesima pagina nera per la IV^ Brigata “Elsio Guarrini” della “Cascione”. Come ricordava Gino Gerini (Gino), il 30 gennaio «giungemmo, al crepuscolo, in regione Nicuni, tra Tavole e Val Prino. Scoprimmo un casone isolato fra i castagni e decidemmo di passarvi la notte». I garibaldini avevano in progetto la cattura di tre pericolose spie di Vasia. Così Gino dispose che «Deri, Livio e Cristo prelevassero le spie. Nello stesso tempo io, Lupo e Battista, l’amministratore della Brigata, partimmo per Tavole per ritirare importanti documenti e rientrammo in base verso mezzanotte, accompagnati da Timoscenko, che aveva effettuato una visita a casa».
Il mattino del 31 gennaio due colonne tedesche circondarono il casone in cui si trovavano i garibaldini. A “Gino” non rimase altro che ordinare la fuga.
[...] Tra i deceduti vi erano “Battista” (Manfredo Raviola), “Timoscenko” / “Timocenko”/ Timochenko (Tommaso Ricci), “Cristo” (Bartolomeo Dulbecco), che morirono nel vallone di Villatalla ed altri tre, “Matteo” (Matteo Zanoni), “Insalata” e “Leone”, che furono prima torturati e poi fucilati.
E nella testimonianza di Mirko (Angelo Setti): «Il 31 gennaio 1945, causa una delazione, a Nicuni [località di Tavole, Frazione di Prelà (IM)] un reparto partigiano fu circondato dai nemici: caddero "Timoscenco" (Tommaso Ricci), "Matteo" (Matteo Zanoni), "Battista" (Manfredo Raviola), "Joseph" (Ivan Poliesciuk di Odessa), "Cristo" (Bartolomeo Dulbecco) e "Livio" (Ernesto Ascheri). Caddero ancora "Deri", "Oscar", "Stella" ed "Insalata"».
Il 31 gennaio, in effetti, due colonne militari congiunte di tedeschi e italiani (approssimativamente 200 militari) risalirono all'alba le colline, scontrandosi con un gruppo di partigiani posizionato in località “Nicuni”, presso Tavole, Frazione di Prelà. Nello scontro morirono sei partigiani: Tommaso Ricci, Manfredo Raviola, Bartolomeo Dulbecco e Ernesto Ascheri (tutti originari di Imperia), Matteo Zanoni (di Brescia), e Ivan Polesciuk (quest'ultimo russo).
Altri quattro partigiani Ernesto Deri, Adler Brancaleoni, Matteo Cavallero, Biagio Giordano furono costretti ad arrendersi essendo rimasti senza munizioni. Andando a raggiungere nella prigionia Carletti Doriano “Mizar” catturato il 25 gennaio, durante un precedente rastrellamento nella vicina frazione di Villatalla. A questi rastrellamenti partecipava anche una donna: Maria Zucco, nota come la donna velata, che collaborava coi fascisti nel riconoscere e indicare partigiani e renitenti alla leva.
"Lupo" e "Veloce (Sebastiano Martini, comandante di Battaglione) il 4 febbraio 1945 segnalarono la grave situazione in cui si trovava la IV^ Brigata, precisando che il I° Battaglione “Carlo Montagna” constava di 65 uomini, il II° di 70 ed il III° di 90.
Nei giorni successivi il comando della Cascione comunicava al Comando Operativo della I^ Zona Liguria che "... il 31 gennaio un nuovo attacco alla IV^ Brigata causava la perdita dei garibaldini 'Battista' [Manfredo Raviola, amministratore], 'Timoscenko', 'Livio' e 'Deri'..."
Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell’Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell’Istituto Storico della Resistenza e della Storia Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945), Tomo I, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1998-1999 
 

La lapide è riferita ad un episodio di rastrellamento e fucilazione. Il 31 gennaio 1945 in località “Nicuni”, presso Tavole (Comune di Prelà, provincia di Imperia), soldati tedeschi e Brigate Nere fasciste catturano E. Deri, A. Brancaleone, M. Cavallero, B. Giordano. I quattro partigiani vengono imprigionati nelle carceri di Oneglia (Imperia) e, pur essendo torturati, non rivelano i nomi dei loro compagni. Sono quindi condannati a morte e vengono fucilati il 15 febbraio 1945.
Il 10 febbraio 1946 il C.L.N. provinciale di Imperia inaugura una lapide in loro memoria.
Redazione, 102173 - Lapide n.° 2 di Via I. Pindemonte - Imperia, Pietre della Memoria

Una vista dal Colle d'Oggia sino ad Albenga (SV) - Fonte: Mapio.net

Ma vediamo cosa scrive il comandante Gino Gerini, un altro dei protagonisti del tragico episodio: "31  Gennaio 1945. Da diversi giorni il nemico non ci dava tregua. Le spie pullulavano, segnalando i nostri movimenti, e noi eravamo costretti a spostarci di continuo. Il mio Distaccamento comprendeva una trentina di uomini. Eravamo esauriti  dalle marce interminabili; il freddo era intenso e noi, già da  parecchio tempo, ci sostenevamo con castagne secche e patate non sempre bollite. Il 31 gennaio giungemmo, al crepuscolo, in località Nicuni, tra Tavole e Val Prino. Scoprimmo un casone isolato tra i castani e decidemmo di passarvi la notte. La stanchezza non ci faceva dimenticare il dovere: avevamo da compiere una missione importante a Vasia e decisi di approfittare della sosta per portarla a compimento. Sapevamo che tra le spie più pericolose della zona vi era una coppia del paese ed una pettinatrice che occorreva assolutamente rendere innocue. Staccai perciò tre garibaldini Deri, Livio e Cristo, quest'ultimo commissario del Distaccamento, che inviai a Vasia con l'ordine di prelevare le spie. Nello stesso tempo io, Gianfranco Giribaldi (Lupo) e Battista, l'amministratore della Brigata, partimmo per Tavole per ritirare importanti documenti e informarci sui movimenti del nemico. Rientrammo in base verso mezzanotte accompagnati da Timoscenko che, di ritorno da una visita a casa, avevamo incontrato lungo il cammino e vi trovammo i nostri uomini con i tre prigionieri che si lamentavano protestando la loro innocenza. Il fuoco era acceso, la marmitta di castagne bolliva. Sedemmo intorno alla  pentola scherzando e ridendo: le ultime notizie erano ottime, tutte le informazioni raccolte a Vasia concordavano nel dichiarare che i Tedeschi erano in procinto di sgomberare dalla zona, ed anche "Timoscenko" ci confermò che il nemico stava per lasciare Dolcedo. La quasi certezza di un poco di tregua ci faceva sperare in un miglioramento della nostra precaria situazione.
[...] Intanto i Tedeschi avevano scoperto il casone e fu subito evidente che essi cercavano proprio noi perché, immediatamente, balzarono sul ciglio della strada e nelle faxe basse in posizione di attacco.
[...] Resistemmo, ma le munizioni si esaurivano presto ed il nemico premeva. Ad un certo momento l'MG 42 si inceppò e tacque. La nostra posizione era oramai disperata. Urlai agli uomini di ritirarsi come potevano ed io stesso, seguito dai miei compagni, strisciai lungo il muretto e balzando di faxia in faxia, mi ritirai, il più velocemente possibile verso il bosco, più in alto. Di quando in quando ci arrestavamo un momento per rafficare il nemico, forte di oltre duecento uomini, che sicuro del numero e della enorme superiorità del suo armamento, irrompeva da tutte le parti urlando e grugnendo come un branco di belve. La partita era perduta. Appena fuori tiro cercai di raggiungere gli uomini, ma molti mancavano e fu soltanto verso sera che potei mettere insieme una metà del Distaccamento. Eravamo tutti laceri, contusi e bestialmente stanchi, e per di più, terribilmente depressi. E la nostra odissea ebbe inizio. Era nostra intenzione raggiungere la Costa di Carpasio attraverso Passo del Maro, ma in quella direzione operava una colonna nemica per cui fummo costretti a convergere su Conio e Ville San Pietro dove speravamo incontrare nostri Distaccamenti. La neve era alta, il freddo acuto perché un vento gelido spazzava a raffiche il cielo basso. Non avevamo quasi più scarpe, gli abiti erano a brandelli e fradici. La fame ci tormentava senza posa ed a stento avanzavamo, miserabile gruppo di straccioni, ubriachi dalla fatica, sorreggendoci l'un l'altro. Camminammo, camminammo come automi. La mia mente si perdeva in immagini irreali. Probabilmente avevo la febbre e questo mi faceva smarrire il senso della realtà e, credo, ciò mi permise di superare quella spaventevole notte. E la stessa cosa, penso, accadde ai miei compagni, perché altrimenti ci saremmo buttati sulla neve a riposare e a morire. Alla fine, fermandoci infinite volte, raggiungemmo Costa di Carpasio dove ritrovammo alcuni dei nostri, giuntivi per altra strada.
Vi restammo tutto quel giorno e la notte appresso, assistiti dagli abitanti del luogo, che ci nutrirono e ci vestirono con magnifico spirito di fratellanza.
Ma i Tedeschi battevano la zona e le spie non ci davano tregua. La mattina dopo partimmo nuovamente, questa volta in direzione di Tavole. All'uscita da Villatalla, mentre attraversavamo il ponte, scorgemmo in distanza una folla di gente. Ci avvicinammo. Sei bare di sei partigiani caduti sfilavano innanzi a noi, precedute da un grande drappo bianco. I nostri compagni ci venivano incontro, morti, portati a braccia dal popolo per il quale erano caduti. Compagni che qualche giorno prima avevano diviso con noi i pericoli, il pane e il sonno. Essi ora riposano nel piccolo cimitero del paese, all'ombra delle nostre montagne che assistettero alla nostra agonia. Sei uomini, dei trenta del mio Distaccamento, morirono sul posto, e tra di essi il temerario Battista, Timoscenco e Cristo, il Partigiano modello. Su di essi si accanì la furia nemica: i loro corpi furono trovati crivellati dai proiettili e sfigurati a colpi di baionetta. Tre altri: Matteo, Insalata e Leone furono catturati, seviziati, trasportati lontano e fucilati. Bellissima, degna veramente di un eroe, fu la morte di Cristo. Colpito da diversi proiettili egli cadde accanto a Timoscenko pure mortalmente ferito. Sente che la fine è prossima e che la vita se ne va col sangue che fluisce dalle piaghe. Chiama a sè un compagno e gli consegna il mitra: 'salva l'arme' gli sussurra, 'essa è necessaria alla lotta'. Poi si trascina presso Timoscenko e muoiono insieme".
Francesco Biga, Op. cit.

31 gennaio 1945 - Dalla Sezione SIM della II^ Divisione "Felice Cascione" al Comando Operativo della I^ Zona Liguria - Relazione sul rastrellamento di Tavole - Villatalla - Nicuni, avvenuto il 31 gennaio 1945: tra i partigiani ci furono 6 morti e 3 prigionieri, "Insalata", "Oscar" e "Testa Bianca".
4 febbraio 1945 - [documento scritto su carta intestata al dopolavoro del PNF] Dal comando della IV^ Brigata "Elsio Guarrini" della II^ Divisione "Felice Cascione" al comando della II^ Divisione "Felice Cascione" - Comunicava che il comando di Brigata era volante e ridotto a soli 3 uomini, "Gino", "Danko" e "Lupo", in conseguenza di una grave imboscata in cui erano morti 3 partigiani ed erano stati persi molti documenti, che il I° Battaglione era composto da 65 uomini, che il II° Battaglione aveva 70 uomini dislocati parte a Rezzo parte nella Valle Carpesina, che il III° presentava 90 volontari; che il Distaccamento SAP "Folgore" aveva avuto 7 morti, il X° "Walter Berio" 15 caduti, di cui 10 in seguito ad arresto, e che si era quindi deciso di aggregare al I° Battaglione i superstiti; che le forze nemiche a Montalto Ligure ammontavano a 70 soldati e a 3 ufficiali; che una colonna mobile mista di soldati tedeschi e fascisti, forte di 100 uomini, stava svolgendo diverse puntate in Val Prino.
da documenti IsrecIm  in Rocco Fava, Op. cit., Tomo II

giovedì 8 aprile 2021

Fucilati sulla porta del cimitero del paese


Dolceacqua (IM): la Chiesa di San Giorgio ed uno scorcio del cimitero

Amelio e Giuseppe Rondelli, fratelli di 16 e 19 anni, arrestati il 23 novembre 1944 nella loro casa in località Giuncheo a Camporosso. I motivi della loro cattura sono al momento ignoti. Fermati da due militi fascisti e da due soldati del 34 I.D. Grenadier - Regiment 253, vennero tenuti due giorni nella caserma di Camporosso e, nel tardo pomeriggio del 25 novembre, vennero fucilati presso la porta del cimitero di Dolceacqua. Il più anziano dei due fratelli venne lasciato in agonia tutta la notte e la mattina, ancora in vita, finito da un colpo di pistola sparato da un milite delle Brigate Nere.
Giorgio Caudano, Gli eroi sono tutti giovani e belli. I caduti della Lotta di Liberazione. I^ Zona Liguria, ed. in pr., 2020
 
[ n.d.r.: tra le pubblicazioni di Giorgio Caudano:  (a cura di) Paolo Veziano con il contributo di Giorgio Caudano e di Graziano Mamone, La libera Repubblica di Pigna. Parentesi di democrazia (29 agosto 1944 - 8 ottobre 1944), Comune di Pigna, IsrecIm, Fusta Editore, 2020; Giorgio Caudano, Dal Mare alla Trincea... memorie di uomini, BB Europa, Cuneo, 2019; Silvia Alborno, Gisella Merello, Marco Farotto, Marco Cassini, Giorgio Caudano, Franck Vigliani, curatori della mostra Claude Monet, ritorno in Riviera, catalogo a cura di Aldo Herlaut, Silvana Editoriale, Milano 2019; La Magnifica Invenzione. I pionieri della fotografia in Val Nervia 1865-1925, a cura di Marco Cassini e Giorgio Caudano, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2016; Giorgio Caudano, Pigna. Storia di un paese, ed. in pr., 2016  ]

Dolceacqua (IM): la Chiesa di San Giorgio

[…] il 25 [novembre 1944] a Dolceacqua subiscono la stessa sorte: Giuseppe Rondelli e Amelio Rondelli, rispettivamente di anni 16 e di anni 19, catturati dalla S.S. due giorni prima...
Sulla commovente fine dei Rondelli, la loro sorella racconta: 
"Era il giorno 25 di novembre, Amelio e Giuseppe erano ancora addormentati, quando sentirono bussare violentemente alla porta. Furono obbligati ad uscire con le mani alzate… Erano quattro gli accompagnatori: due Tedeschi e due fascisti di Dolceacqua". 
Nel tratto di strada in località Giuncheo i Rondelli incontrarono la madre che tornava da Soldano; questa, vedendo i figli così scortati, rabbrividì ed esclamò: "Cosa fanno le mie creature in mezzo a questi venduti? E' una vergogna, lasciateli!" Ma i fascisti fecero prigioniera anche lei. Condussero madre e figli a Camporosso al Comando provvisorio, poi lì caricati sopra un furgone blindato e li portarono al Comando di Dolceacqua. 
Lì la madre fu messa insieme ad altri ostaggi, separata dai figli. 
A questi, picchiati a sangue, fu ordinato di fare tre volte il giro del paese e alla popolazione fu detto che quello era un piccolo esempio di quanto sarebbe successo a chi si fosse ribellato ai nazifascisti ed alle S.S. 
I fratelli Rondelli, trascinati per le vie del paese sanguinanti, non versarono una lacrima, ma con il volto rivolto in alto dissero: "Viva la Libertà! Siamo certi che il nostro sacrificio non sarà inutile". 
Furono ancora percossi e trascinati verso il cimitero, ma strada facendo, incontrarono un ragazzo di Bevera che viveva in montagna con i partigiani e che, conoscendo i Rondelli, rivolse loro un fuggevole saluto: così fu fatto pure lui prigioniero. 
Quando giunsero sulla porta del cimitero Amelio fu fatto passare per primo, poi l'amico, infine Giuseppe. 
Questi chiese come sola grazia di poter vedere per l'ultima volta la sorella, ma questo desiderio non venne esaudito. 
I tre prigionieri furono messi di fronte. Sapevano che per loro era giunta la fine ed in un ultimo slancio di generosità i due fratelli, pensando di salvare il compagno, dissero ad alta voce, mentendo: "Non vogliamo stare insieme a questo sporco fascista che ci fa schifo! ".
Il ragazzo fu liberato, mentre a loro fu dato un badile perché si scavassero la fossa. 
Messi vicini, con una raffica di mitra vennero falciati. Erano le 19.30 del 25 novembre 1944. 
I nazifascisti li lasciarono a terra e si allontanarono chiudendo il portone del cimitero. 
Nella notte Giuseppe, ferito gravemente ma ancora in vita, vedendo suo fratello che giaceva accanto, lo prese tra le braccia per rianimarlo, ma Amelio era morto; allora lo strinse al petto. 
Abbracciati furono trovati il giorno dopo, quando qualche passante, udendo dei lamenti, andò ad avvisare il Comando tedesco.
Fra quelli che si recarono sul posto c'era anche un dottore, il quale disse che il ragazzo si sarebbe ancora potuto salvare con delle cure adatte; ma un fascista estrasse la pistola e lo finì.
Così si concluse la vita di questi due ragazzi, travolti dalla ferocia e dall'odio degli uomini..."
Francesco Biga, Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria), Vol. III. La Resistenza nella provincia di Imperia da settembre a fine anno 1944, a cura dell'Amministrazione Provinciale di Imperia e con il patrocinio dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, Milanostampa Editore, Farigliano, 1977
 
Gli estratti dei documenti che qui seguono riportano accuse di delinquenza fatte alla memoria dei fratelli Rondelli, come se avessero potuto in qualche modo giustificare la loro barbara uccisione, ma tale aspetto è ancora più grave perché tale diceria potrebbe essere stata costruita sfruttando il fatto che probabilmente - come hanno tramandato alcune fonti orali, le stesse che confermano la loro collaborazione con i partigiani, ai quali avevano fornito alcune armi - i fratelli Rondelli, pochi giorni prima della morte, insieme ad un ragazzino di 13 anni avevano raccolto, perché affamati, della frutta - per giunta acerba - da alberi in terreni privati - ma anche da piante abbandonate - nella zona che da Brunetti di Camporosso scende verso Dolceacqua. In ogni caso, si anticipa che la Cassazione dichiarò il 12 gennaio 1948 estinto per amnistia il reato di collaborazionismo, l'unico ancora addebitato all'imputato Carlo Cardinali.
Adriano Maini
 
Durante l'istruzione risultò che l'imputato [Carlo Cardinali] aveva partecipato come componente di un plotone di esecuzione all'uccisione dei fratelli Rondelli [...] Per il reato di omicidio è parimenti accertato che egli procedette all'esecuzione sommaria, cioé alla fucilazione dei fratelli Rondelli, ma dubitasi che tale fucilazione sia avvenuta perché essi partigiani, o perché autori di furti e di rapina. Già in altro dibattimento fu ritenuto che l'uccisione fu dovuta perché delinquenti comuni, e la deposizione di Orrigo Giuseppe, denunciante e derubato, conferma ancora una volta tale ipotesi.
Sezione Speciale della Corte di Assise di Sanremo (Presidente Vincenzo Montulli), Sentenza contro Carlo Cardinali, 16 luglio 1946, documento in Archivio di Stato - Genova, ricerca di Paolo Bianchi di Sanremo (IM)

[...] 4°) di concorso in omicidio volontario, per avere fatto parte di un plotone di esecuzione, che uccise i fratelli Rondelli Amelio e Giuseppe, mediante fucilazione nel cimitero di Dolceacqua, il 23/11/1944 [...] la corte di merito [...] rilevò poi che era dubbio se egli avesse agito con dolo nella fucilazione dei fratelli Rondelli, che erano delinquenti comuni, e lo prosciolse dall'imputazione di concorso in omicidio per insufficienza di prove.
Suprema Corte di Cassazione, Sentenza sul ricorso proposto da 1°) P.M. 2°) Carlo Cardinali avverso la sentenza in data 16 luglio 1946 della Sezione Speciale della Corte di Assise di Sanremo, documento in Archivio di Stato - Genova, ricerca di Paolo Bianchi di Sanremo (IM)

Il giorno successivo cade in combattimento il partigiano Licurgo Bardelloni

Licurgo Bardelloni

Licurgo Bardelloni, figlio di Giuseppe e Teresa Salvadori, nasce a Monterotondo Marittimo (GR) il 23 febbraio 1923. Operaio, celibe, risiede nel paese natio in via Cavallotti 2.
Alla data dell'8 settembre, Licurgo è soldato nel 1° Genio Minatori dislocato a Palombara Sabina (Roma). Non riuscendo a fuggire ai tedeschi viene deportato in un campo di concentramento in Germania. In condizioni durissime, sempre rifiutando il giuramento alla RSI, sopravvive al durissimo inverno ’43-’44 e, all’inizio della primavera, quando ormai era chiaro che le sorti della guerra erano segnate per i nazifascisti, nel tentativo di ricongiungersi alla famiglia, il 9 marzo, accetta di essere arruolato nell’esercito della RSI.
Viene nuovamente inquadrato nel 1° Genio Minatori, prima in Germania e poi trasferito a Casale Monferrato dove rimane fino al 9 agosto 1944. Il 10 agosto, attuando un piano a lungo studiato, fugge in montagna unendosi alla Resistenza nelle formazioni garibaldine IV Brigata, 2° battaglione della 2^ Divisione “Felice Cascione” con nome di battaglia “Tim”, ottenendo anche il grado partigiano di ‘sergente’ con l’incarico di “capo nucleo” come risulta dal “Certificato Alexander 168230”.
Arrestato dai fascisti il 17 gennaio 1945 in Liguria, località Molini Triora, viene fucilato il 19 gennaio in località Pizzo di Drego, “Ponte di Glori” a Molini di Triora (Imperia). Qui viene sepolto nel cimitero di Agaggio dai suoi compagni. La salma, riesumata nel maggio 1947, viene traslata nel cimitero di Monterotondo Marittimo.
Le circostanze della morte di Licurgo Bardelloni sono descritte da una testimonianza rilasciata l’8 febbraio 1946 da Nino Allaria, mulattiere:
"... con altri mulattieri della frazione di Andagna del comune di Molini di Triora, nonostante fossi febbricitante, fui requisito dai tedeschi per eseguire un trasporto col mulo da Molini di Triora a Pieve di Teco. A Passo Pizzo sorpassai un reparto di alpini di ritorno da un rastrellamento e vidi ammanettato assieme a loro un giovanotto. Continuai la strada lasciando dietro gli alpini. Giunto a Colle S.Bernardo,  a causa della febbre, che mi era aumentata, ottenni che quanto trasportava il mio mulo fosse caricato su una macchina tedesca che si trovava in detta località e potei così tornare indietro. Quando arrivai a Passo Pizzo vidi disteso sulla neve, ucciso, quel giovanotto che avevo visto ammanettato con gli alpini nell’andata. Appena giunto a Molini comunicai ai partigiani della zona che a Passo Pizzo si trovava un morto".
Come fu accertato e come risulta dagli atti ufficiali (Archivio ISCREC, sez II, cartella II t 97 Imperia). Il morto era il partigiano Licurgo Bardelloni:
" … giovane onesto, lavoratore instancabile da tutti conosciuto e apprezzato. Viveva la sua vita tranquilla ed onesta circondato dall’affetto dei genitori e dei fratelli. All’imposizione di recarsi alle armi della pseudo repubblica fascista si presentava come molti altri, allo scopo di risparmiare dispiaceri e dolori alla propria famiglia. Non appena possibile abbandonava quelle file che non erano per lui e correva al suo posto nelle Brigate Garibaldine. Il suo Comandante ci dice che 'è caduto eroicamente Licurgo Bardelloni!' Il tuo sacrificio unito a quello di tanti altri sarà l’unico mezzo che salverà l’Italia dal fango e dall’ignavia. Noi ti uniamo alla nobile legione dei nostri martiri e dei nostri eroi e la tua Monterotondo non scorderà mai il tuo nome!".
Significativa l’epigrafe sulla sua tomba nel cimitero di Monterotondo Marittimo:
Qui riposa Licurgo Bardelloni
Partigiano delle Brigate Garibaldine
Che fedele ai principi
Di libertà e giustizia sociale
Cadde combattendo da eroe
Contro le orde nazifasciste sui monti liguri
Appena ventunenne
Il 19.1.1945
Contribuendo con il proprio sangue
A redimere la Patria
Dell’onta repubblichina
(Scheda di Carlo Groppi. Collaborazione di Cesare Gennai. Per il materiale messo a disposizione si ringraziano Giuliana e Fernanda Bardelloni, nipoti del partigiano Licurgo)
Redazione, Licurgo Bardelloni, Tim, Radio Maremma Rossa

Carpasio, comune di Montalto Carpasio (IM): Foto: Mauro Marchiani

Il giorno 18 i nazifascisti fucilano il partigiano Alberto Guglielmi (Nino) a Sella Carpe di Baiardo durante una incursione, e il giorno successivo cade in combattimento il partigiano Licurgo Bardelloni (Tim) a Ponte di Glori (Molini di Triora) (4).
Il giorno 19 il presidio nemico di stanza a Badalucco lascia il paese per andare a rastrellare la zona di Carpasio. Il giorno successivo ritorna alla base dopo aver prelevato muli e bestiame. A Carpasio rimane una Compagnia di una diecina di uomini per presidiare il paese insieme ad una autoblinda tedesca che ha il compito di perlustrare la zona fino al torrente Auxentina. Un membro del CLN locale è catturato e passato per le armi. Agenti nemici in borghese, circa una ventina, preso alloggio nell'ex caserma dei carabinieri a Taggia, perlustrano la zona di Le Lone e domandano ai contadini notizie sui "banditi".
In uno scontro a fuoco con il Distaccamento partigiano comandato da Isidoro Faraldi (Serpe), avvenuto a Molini di Triora, il nemico perde due uomini (5).
Purtroppo lo stillicidio delle perdite partigiane della V Brigata continua, è un periodo cruciale per le forze della Resistenza. Il 20 a Bordighera viene catturato e fucilato il partigiano Attilio Obbia (Tamburino).
(4)- ISRECIM, Archivio, Sezione III, cartella 210.
(5)- Notizie avute dall'Archivio Storico del Comune di Sanremo.

Francesco Biga (con la collaborazione di Osvaldo Contestabile), Storia della Resistenza Imperiese (I Zona Liguria), Vol. IV. Dal Primo Gennaio 1945 alla Liberazione, ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, 2005