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sabato 16 maggio 2026

I sanmarchini a Poggi si preparavano a raggiungere i partigiani

Poggi, Frazione di Imperia. Foto: Jk4u59. Fonte: Wikipedia

Si raggiunse [un gruppo di militi della repubblichina San Marco] Imperia, che aveva subito un bombardamento nelle prime ore del mattino; sotto i nostri occhi, evidenti i segni dei danni subiti, incendi non ancora spenti, automezzi ribaltati, cavalli uccisi trascinati sui marciapiedi, e un frenetico andarevieni di persone in un vociare confuso e caotico. Qualche chilometro ancora, e giunti nelle vicinanze della nuova base, si voltarono le spalle al mare per inerpicarsi su una stretta e ripida stradina di montagna che si snodava con un susseguirsi di curve fra ampie gradinate di ulivi; il fondo, duro e sassoso era percorso da piccole fenditure che l'attraversavano irregolarmente, rigagnolo nei rari giorni di pioggia. Il caldo si faceva sentire, ed il Majerling, che sembrava aumentare di peso col passar delle ore, mi faceva sudare abbondantemente; cominciavo a rimpiangere la brezza del mare, visibile solo a tratti attraverso i varchi delle coltivazioni e le ampie superfici di ulivi, nota preminente del nuovo paesaggio. La stanchezza ormai, per il lungo percorso effettuato, era accusata da tutti, e solo i frammentari commenti sulla nuova destinazione servivano a distoglierne il pensiero; si andava a Poggi a rimpiazzare una formazione di Brigata Nera di stanza nel piccolo paese abbarbicato sulle alture che cingono Porto Maurizio. Un ultimo sforzo e, alla fine della salita, sopra uno spiazzo situato all'inizio del paese, la postazione, una vecchia e robusta casa con piccole finestre, provviste di inferriate; il fabbricato era inoltre protetto da un solido muro di cinta, opportunamente adattato per una postazione di mitragliatrice, che dominava la strada d'accesso alla borgata; alle spalle, un notevole dislivello permetteva facilmente di controllare la campagna circostante. Il luogo era completamente deserto, imprudentemente la postazione era stata sguarnita all'alba, senza attendere la nostra venuta; non rimase che stabilire la dislocazione delle sentinelle e distendere finalmente i giovani ma stanchi corpi in accoglienti brande.
Si era tornati indietro nel tempo, non più rumori di treni ed automezzi, né di aerei che scendevano sibilando a bassa quota; un silenzio patriarcale avvolgeva ogni cosa, debole qualche voce femminile filtrava fra gli ulivi, o lo scalpitio di un mulo che transitava carico di fieno, ma il tutto attenuato, quasi a non disturbare un mondo da sempre uguale. Il paese era piccolo e all'apparenza disabitato, ombrose e strette viuzze, quasi soffocate dalle vecchie costruzioni in roccia, le persiane socchiuse ad ogni ora del giorno; unico segno di vita riscontrabile, il raro passaggio di qualche donna o ragazzo, che volutamente ci evitavano, atteggiamenti che acuivano in noi il senso di isolamento, recepito fin dal primo giorno di arrivo. 
Il comando aveva ripetutamente fatta presente la necessità di uscire dalla base, perlomeno a piccoli gruppi, sorvegliando con molta attenzione le persone che si incontravano; il nostro iniziale atteggiamento, piuttosto allegro ed imprudente, doveva essere messo decisamente da parte, il pericolo lo si poteva trovare ad ogni angolo di strada; ma la maggior parte di noi non voleva subire quell'atmosfera di netto distacco in un paese della propria terra, forse la presenza del sergente tedesco, aggregato al nostro contingente in qualità di «camerata», maggiormente acuiva in noi il desiderio di avvicinarci agli abitanti del luogo; ma le finestre, in cui per un attimo si intravvedeva un volto, continuavano a chiudersi immediate e silenziose al nostro avvicinarci. Alla fontana poi, situata in prossimità della postazione, cui dovevamo recarci giornalmente per il normale fabbisogno d'acqua potabile, il nostro arrivo causava una generale ed affrettata partenza, magari con i recipienti riempiti a metà, e nel tempo necessario al nostro rifornimento nessuno si accostava. Ma un giorno, arrivando silenziosi, si colsero di sorpresa due ragzze che, superata la momentanea incertezza, cercarono disinvoltamente di affrettare la partenza; il peso però che tenevo sullo stomaco da parecchi giorni mi indusse a bloccarle, nell'intento di riuscire a chiarire uno stato di fatto per noi insopportabile. La domanda che espressi fu esplicita e precisa: «Perchè la popolazione è così scostante nei nostri riguardi? Il nostro comportamento non intende creare noie ad alcuno, e tantomeno far del male. Non dimentichiamo inoltre di essere cittadini dello stesso paese». La risposta che seguì fu chiara e coraggiosa: la nostra venuta era stata preventivamente illustrata dal reparto che ci aveva preceduti, qualificati come soldati pericolosi e disposti a qualsiasi violenza, addestrati dai tedeschi a quel preciso scopo, e non solo i ribelli, ma anche i civili, avrebbero fatto bene a girarci al largo; il fatto poi di essere armati come i tedeschi, e accompagnati da loro ufficiali e sottufficiali, avvalorava a loro giudizio l'esattezza dell'avvertimento. Fissai la ragazza che mi aveva risposto, e con un sorriso misto a malinconia le chiesi: «Tu credi ch'io sia capace di comportarmi a questo modo? Rifletti e guardami prima di rispondere». Una breve pausa, uno sguardo intenso, «Credo di no, ne sono convinta», e si allontanò con l'amica, non senza averci inviato un ultimo sorriso. Il conoscere la predisposizione dei civili ad un clima di tensione contro il nostro reparto, cosa volutamente creata dalla Brigata Nera, ci amareggiò, anche perchè la composizione di quel corpo non godeva presso di noi di alcuna stima. 
Passarono alcuni giorni. Sottili dubbi e nascoste incertezze riaffiorarono, acquistando una dimensione più ampia; si parlava cautamente in un'alternanza di stati d'animo, dove ansia ed attesa erano presenti. Il particolare modo in cui improvvisamente ci si era trovati a vivere, dopo le movimentate precedenti vicissitudini, favoriva la riflessione; la noia di giorni sempre uguali, occupati esclusivamente nell'espletamento dei turni di guardia, e la mancata conoscenza di prospettive future ci portavano a sentirci archi tesi in procinto di essere vibrati, e intanto i pensieri correvano, rendendo visibile la possibilità di una vita diversa, dapprima avvertita indistintamente, ora concreta e possibile. 
Si approssimava la fine di agosto, si era al ventotto, e uno stato d'animo di particolare emotività mi aveva preso; il giorno dopo, infatti, raggiungevo il mitico traguardo dei vent'anni, e pensare alla ricorrenza, ai piccoli doni e alle affettuosità di solito espresse dai familiari mi causava una strana malinconia; mi sentivo intrattabile e litigioso, e nel cercare uno sbocco alla tensione che avvertivo approfittai dell'unica possibilità a disposizione, recarmi in paese.
[...] Prudenza e paura non erano certo presenti nel locale poveramente arredato con vecchi tavoli e sedie impagliate, l'ambiente godeva di una nomea pericolosa, partigiani e repubblicani casualmente incontratisi si erano divertiti a spararsi reciprocamente e si diceva ci fosse cascato il morto; le stesse voci inoltre affermavano che le sorelle erano in contatto con i ribelli, e questo era vero. Oddo, l'unico paesano rimastomi vicino, era entrato nel locale e, avvicinatosi, con cautela mi avvertì che qualcosa stava maturando, Giorgio mi attendeva per aggiornarmi sulla situazione, prudente il comportarsi con un atteggiamento normale. 
Il tramonto allungava ormai le ombre delle case sulla piazzetta antistante l'osteria. In breve raggiunsi il caposaldo, dove apparentemente le cose scorrevano nella normalità, ma all'osservatore prevenuto non sfuggiva la velata inquietudine che già passava nell'ambiente, malgrado i soliti discorsi che contribuivano in qualche modo a presentare una situazione di piena regolarità. Giorgio, vistomi arrivare, mi aveva preso in disparte, iniziando una conversazione fittizia, e appena gli fu possibile, con poche e sintetiche parole mi aggiornò: i tempi erano stati bruciati e ad evitare pericolosi contrattempi il tutto era deciso per quella notte; la quasi totalità delle adesioni dava un senso di sicurezza pur considerando la pericolosità dell'azione, unici a non essere stati avvertiti, il tenente Zangiacomi, il sergente tedesco, e il più giovane di noi, un volontario. La fuga verso la libertà aveva dunque valide premesse per riuscire. Le ombre della notte avevano aggiunto un tono di misterioso fascino all'atmosfera del caposaldo, in silenzio e guardandoci con dosata indifferenza si consumò l'ultima cena offertaci dalla cucina tedesca, qualche parola ancora, qualche saluto, a cui seguì il consueto ritiro nelle brande. Anche il tenente, ufficiale piuttosto grassoccio, dotato di buona flemma e di buoni occhiali, all'apparenza più intellettuale che soldato, si apprestava a ritirarsi in una stanza a lui riservata nella casa di fronte alla postazione della mitragliatrice, al di là della strada. 
Ormai il silenzio copriva l'intera guarnigione; la luna, filtrando dalle inferriate, indicava confusamente figure di soldati addormentati e corpi inquieti nella ricerca di un riposo che faticava a venire.
Renato Faggian (Gaston), I Giorni della Primavera. Dai campi di addestramento in Germania alle formazioni della Resistenza Imperiese. Diario partigiano 1944-45, Ed. Cav. A. Dominici, Imperia, 1984, pp. 35-40
 

domenica 18 aprile 2021

E giunse l'alba del 4 settembre 1944

La zona della Cappella di Santa Brigida in Dolcedo (IM) - Fonte: Mapio.net


A Poggi [Frazione di Imperia] qualche casa era stata bruciata dalle formazioni dell'esercito repubblicano inferocite dell'accaduto. Con la sorella, per evitare il pericolo di eventuali ritorsioni, aveva ritenuto prudente abbandonare il paese; gli informatori anche sull'altro fronte erano piuttosto attivi e per il momento sarebbero rimaste in loco, in attesa dell'evolversi degli avvenimenti, che promettevano soluzioni e progetti futuri. L'incontro, piacevole per entrambi, ci diede la possibilità di stabilire un appuntamento per il dopodomani mattina in località Santa Brigida, avvenimenti permettendo; si era infatti in procinto di partire per raggiungere in serata quella posizione, in previsione del balzo finale che ci avrebbe condotti ad Imperia. Al convegno, mi assicurò sorridendo, sarebbe venuta con un canestro colmo di cose buone, dolci compresi, di cui mi sapeva ghiotto, sarebbe senz'altro stata una bella merenda nei prati come nei giorni del sereno; un ultimo sorriso, e il semplice saluto d'una stretta di mano, la vidi allontanarsi, figura di giovane donna dai chiari e lunghi capelli annodati da un vivace nastro. Come per incanto, il festante rumore della piazza ritornò ad essere presente. Un appetitoso e gradito pasto concluse la bella giornata, e prima che il sole scomparisse al di là dei monti che chiudevano l'orizzonte, si partì per raggiungere la nuova base assegnataci.
Il nuovo giorno per me significava attesa, attesa di un incontro che sicuramente avrebbe portato ore di un diverso interesse e forse attimi di poesia; scorrevo con lo sguardo il crinale della montagna che dal Faudo scendeva in un fitto verde verso il sud, fino a raggiungere ordinate coltivazioni di ulivi, immagini di un profondo silenzio avvolto in una cornice d'azzurro.
Un piccolo spiazzo, una fontana e una chiesetta semidiroccata, momentaneo luogo di sosta al nostro reparto  in attesa d'uno sviluppo ulteriore degli avvenimenti, unica mansione da compiere, il controllo del sentiero proveniente dalla costa sul dorso della montagna, che terminava sullo spiazzo del piccolo santuario dedicato a Santa Brigida. A questo, in tempo di pace, affluivano i pellegrini provenienti da Porto Maurizio e Oneglia nel giorno della ricorrenza; lo stato del fabbricato denunciava l'incuria del campo e degli uomini, i vetri delle poche finestre infranti, la porta divelta e l'intonaco mancante quasi per intero; restava l'indicazione dei giorni sereni, i nomi dell'abbandono. Quella notte, per ripararsi dal freddo, si era stati costretti a rifugiarsi all'interno della chiesetta, mentre il giorno, con il caldo sole di quell'inizio di settembre, ci vide tutti pigramente seduti o distesi sul piazzale antistante il fabbricato; unico rumore che si univa al nostro dialogo il continuo gorgoglio della piccola fonte, piacevoli momenti di pausa che facilitavano l'osservazione. Uomini abbronzati dai volti asciutti e malrasati, volti giovanili che richiamavano alla mente la fanciullezza, in una strana fantasia di abbigliamenti dalle origini più disparate, divise militari frammischiate a vestiti valligiani e borghesi, evidenti differenze di età, fogge e provenienza, che però non incidevano, poiché si poteva cogliere nello sguardo del gruppo l'espressione di una vita scelta, indicante una coesione che una qualsiasi disciplina non avrebbe saputo rendere maggiore. Alla quiete d'una monotonia piacevole, una sola necessità si faceva sentire con una certa insistenza, un gagliardo appetito che non accennava mai a diminuire e il primo giorno di permanenza, quando la prospettiva di mangiare si era notevolmente allontanata, causando un mormorio di protesta e volti accigliati, l'arrivo di Lecchiore, il più giovane mulattiere del distaccamento, risolse il problema. Lo si sentì arrivare, allegro come sempre, alla guida di un grosso mulo sul cui dorso faceva mostra un contenitore colmo di pastasciutta, preparata nel paese di Lecchiore. I piatti mancavano, ma la difficoltà venne agevolmente superata versando l'intero contenuto del recipiente sopra la porta della chiesa, e malgrado la precarietà del servizio, un tenace assedio liquidò in breve il tanto atteso rifornimento. Un altro giorno volgeva alla fine e nessuna novità era intervenuta; la mancanza di nuovi ordini mi portò ad assaporare il riposo della notte, breve transito all'arrivo del nuovo giorno, che per me si preannunciava piacevole.
E giunse l'alba del 4 settembre 1944, un'alba luminosa come tante di quella splendida estate.
Riposato e ben disposto, nella notte infatti non avevo prestato alcun servizio di guardia, mi accinsi a partire per l'incarico di pattugliamento assegnatomi, prima di poter usufruire del permesso di recarmi all'appuntamento con N., prospettiva questa che mi rendeva particolarmente sereno e conciliante. Il compagno con cui dividevo l'incarico si chiamava “Turiddo”, magro ed allampanato, meridionale fuggito dalla Pubblica Sicurezza di Imperia.
[...] Si procedeva con una certa tranquillità e, pur conversando a tratti, il silenzio della valle rotto soltanto dal cinquettio degli uccelli favoriva la riflessione; risentivo ancora i commenti indirizzatici dai garibaldini anziani, e la nostra fortuna in essi espressa per il breve periodo trascorso in montagna dalla nostra fuga; era convinzione comune ormai che fra qualche giorno le nostre formazioni avrebbero occupato l'intero litorale. Con l'aumentare della distanza dalla base si proseguiva più guardinghi e a breve distanza l'uno dall'altro, il fucile con il proiettile in canna ed il pollice sulla sicura; gli occhi attenti seguivano il rapido volo degli uccelli che si allontanavano al nostro passaggio, e in questa ricerca prudente ed attenta su un possibile pericolo un lontano luccichio attirò la mia attenzione, provocando un istintivo arresto al mio procedere. Turiddo cominciò a ridere sul mio sospetto e nel suo linguaggio a metà incomprensibile mi stimolò ripetutamente ad andare avanti, ritenendo del tutto fantasiose le mie supposizioni su una minaccia incombente; certo ero ancora un ragazzo la cui esperienza di guerra doveva maturare, ma l'ottima vista e un carattere che, salvo costrizioni, mi faceva accettare una situazione solo se convinto, dissero no, dovevo appurare e convincermi.
Mi chinai a lato d'un cespuglio concentrando tutta la mia attenzione sul sentiero che dolcemente calava verso la costa e, frazioni di attimi, ebbi la conferma: un uomo carponi passò rapido da un cespuglio all'altro con un'arma in pugno. "Bisogna far presto", dissi, "è necessario tornare immediatamente e avvertire il distaccamento". Un sorriso ironico e una frase di scherno furono la risposta di Turiddo, per un attimo i nostri occhi si incontrarono ed ebbi la sensazione che il suo sguardo volesse evitare il mio. "Non importa", replicai, "regolati come credi, io ritorno", e m'incamminai veloce; lo sentii borbottare, e proiettata dal sole scorsi la sua ombra seguire la mia. Il nostro frettoloso arrivo e le discordanti versioni fornite crearono un certo scompiglio; l'arrivo immediato dei tedeschi, da me indicato, faticava ad essere accettato da buona parte dei nostri compagni per due precise motivazioni: la versione più comoda, seppure pericolosa, fornita da Turiddo che dissentiva totalmente dalla mia, e quella supposta, che presumeva prossima la fine della guerra nell'intera Liguria. Fortunatamente il buon senso di Danko [Giovanni Gatti] e di altri componenti prevalse. "E' opportuno essere prudenti", disse "appostiamoci, se nulla dovesse verificarsi, nulla perderemo". E nella provvisorietà di una situazione pericolosa afferrai pienamente l'importanza della partecipazione volontaria: un gruppo di una cinquantina di uomini, apparentamente indisciplinati, in pochi minuti prese posizione. Nel breve tratto pianeggiante su cui sorgeva il Santuario, disposto in linea lungo il dorso della montagna, il terreno, in lieve salita verso nord, era sufficientemente strutturato per dominare completamente il sentiero proveniente dal mare, oltre alla chiesetta ed il tratto antistante, mentre lo spazio retrostante al fabbricato era controllabile solo parzialmente; l'intera formazione si era disposta a semicerchio sul disuguale terreno che permetteva una buona mimetizzazione, il Majerlyng al centro del dispositivo, opportunamente coperto con ramoscelli per evitare la rifrazione sull'arma dei raggi solari, aveva il compito di centrare il grosso della formazione nemica, mentre i due S. Etienne disposti sui lati del dispositivo dovevano colpire l'avanguardia e la retroguardia; ai fucili la caccia era lasciata libera.
Bruciava il sole e il tempo scorreva con una lentezza esasperante, e quando i primi dubbi sulla attendibilità dell'informazione raffiorarono, alla fine della piazzuola, dove iniziava il sentiero, due uomini, due nemici, tranquillizzati dall'apparente abbandono del tratto loro visibile, lanciarono il razzo di via libera.
E giunse l'ordinata teutonica colonna, circa duecento uomini per ucciderci; appiattiti sul terreno, quasi incorporati alle rocce nei respiri che accompagnavano i battiti d'un tempo sconosciuto, contavamo metro per metro la distanza che il tedesco doveva percorrere prima di sparare: i cacciatori che si avvicinavano non sapevano d'essere diventanti preda, e improvviso come inferno, l'assordante crepitio delle armi esplose, armi vibranti che davano la morte, urla improvvise, ordini, incitazioni, e uno sbando di corpi alla ricerca di un rifugio per sfuggire alla pena di una spietata sorpresa, e pur nel disordinato frastuono dei colpi, si avvertì subito l'arrestarsi del fuoco del nostro Majerlyng: l'arma si erta inceppata e Oddo, ottimo fuciliere ma mitragliere improvvisato, anche se coadiuvato da Danko, non riusciva a restituire funzionalità all'arma.
Istanti in cui la mente supera la più grande delle velocità e con spietata lucidità evidenzia il maturarsi di nuove realtà; la decisione che mi ero imposto di non sparare col Majerlyng, fintanto che la P.38 sequestratami all'atto della fuga non fosse rientrata in mio possesso, sparì, la presunta offesa avallata da un inutile orgoglio si cancellò; i nemici erano di fronte, afferrai con violenza l'arma, pochi e precisi movimenti, e il vibrare del mostro riesplose nelle mie mani; solo brevi istanti avevano fugato le ultime ombre, mi sentivo sicuro, in una certezza che mi teneva inchiodato sulla posizione, e l'arma vibrava, vibrava inpietosa nella valle che ingigantiva la sua terribile eco; il battesimo del fuoco, un diverso battesimo, era avvenuto.
Le munizioni purtroppo cominciarono a scarseggiare, il nostro fuoco era ormai soverchiato da quello del nemico, il quale, superata la prima mezzora di sbandamento, si era organizzato attestandosi dietro la chiesa e sui rocciosi fianchi del crinale, e soltanto la naturale posizione da noi occupata permetteva una difesa anche se operata con mezzi notevolmente inferiori; ma quando i primi colpi dei mortai, inprendibili alle nostre armi, perchè piazzati in totale copertura dietro la chiesa, caddero a poca distanza dalle nostre postazioni, venne spontaneo l'esame delle nostre possibilità e, fatto rapidamente il punto, si decise lo sgombero della posizione.
Considerata la sicurezza di poterci allontanare senza incappare in pericolose sorprese, il distaccamento iniziò il ripiegamento con molta calma e gradualità.
Danko, avvicinatosi carponi, ci invitò ad allontanarci e fungendo da battistrada con Oddo ci indicò il percorso; io seguivo con Sparafucile [Domenico Garibaldi], laureando in medicina, che operava in qualità di medico nel distaccamento, cosa che non gli aveva impedito di partecipare al battesimo con un S. Etienne. Sorrisi mentalmente osservando l'etereogeneo gruppetto che chiudeva l'evacuazione. Danko l'interprete, Oddo l'autista, Sparafucile medico ed io bancario.
La parte esaltante dell'avventura era terminata [...]
[..] Della classe di mare, venne chiamato alle armi dalla Repubblica Sociale nei primi mesi del 1944. Ritornato in Italia dalla Germania alla fine di luglio, dopo conseguito l'addestramento di guerra tedesco nella divisione italiana San Marco, fuggì con l'intero reparto di appartenenza nelle montagne imperiesi il 29 agosto dello stesso anno, scegliendo la strada della libertà. Ivi combatté fino al termine del conflitto nelle file della 2^ Divisione d'assalto Garibaldi Felice Cascione [ndr: come capo di una squadra della IV" Brigata Elsio Guarrini].
Renato Faggian (Gaston) nato a Pordenone (Udine) il 29 agosto 1924. [...] Periodo riconosciuto: dal 29 agosto 1944 al 30 aprile 1945. Dichiarazione integrativa n. 2547.
da ultima di copertina
Renato Faggian (Gaston), I Giorni della Primavera. Dai campi di addestramento in Germania alle formazioni della Resistenza Imperiese. Diario partigiano 1944-45, Ed. Cav. A. Dominici, Imperia, 1984, pp. 46-52