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mercoledì 7 dicembre 2022

Un partigiano di Zoagli fucilato a Taggia

Taggia (IM)

Taggia (IM): uno scorcio di Piazza Farini

Marco Bini (Squalo), appartenente al distaccamento di Gino Napolitano, individuato da una donna presso il mercato di Taggia in Piazza Farini e indicato alle Brigate Nere da questa come partigiano, cercò di nascondersi dentro la farmacia della piazza, ma fu catturato, torturato e fucilato il 16 novembre 1944 sul muro di cinta a sud del cimitero di Taggia.
Giorgio Caudano, Gli eroi sono tutti giovani e belli. I caduti della Lotta di Liberazione. I^ Zona Liguria, ed. in pr., 2020

n.d.r.: tra le pubblicazioni di Giorgio Caudano: Marco Cassini e Giorgio Caudano, Bordighera al tempo di Bicknell e Monet, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2021; Giorgio Caudano, L'immagine ritrovata. Ventimiglia e dintorni nei dipinti dell'Ottocento e primo Novecento, Alzani Editore, 2021; (a cura di) Paolo Veziano con il contributo di Giorgio Caudano e di Graziano Mamone, La libera Repubblica di Pigna. Parentesi di democrazia (29 agosto 1944-8 ottobre 1944), Comune di Pigna, IsrecIm, Fusta Editore, 2020; Giorgio Caudano, Dal Mare alla Trincea... memorie di uomini, BB Europa, Cuneo, 2019; Silvia Alborno, Gisella Merello, Marco Farotto, Marco Cassini, Giorgio Caudano, Franck Vigliani, curatori della mostra Claude Monet, ritorno in Riviera, catalogo a cura di Aldo Herlaut, Silvana Editoriale, Milano 2019; La Magnifica Invenzione. I pionieri della fotografia in Val Nervia 1865-1925, a cura di Marco Cassini e Giorgio Caudano, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2016; Giorgio Caudano, Pigna. Storia di un paese, ed. in pr., 2016  ]
 
Il 16 novembre 1944 viene fucilato a Taggia (Località Ravallo) il garibaldino Mario Bini (Squalo) fu Emilio, nato a Zoagli il 20-9-1918, catturato in rastrellamento il giorno prima e torturato per una notte intera.
Francesco Biga, Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria), Vol. III. Da settembre a fine anno 1944, a cura Amministrazione Provinciale di Imperia e con patrocinio 
IsrecIm, Milanostampa Editore - Farigliano, 1977 
 
Taggia (IM): Salita Sforza

Taggia (IM): portici di Via Soleri (Pantan)

Taggia (IM): Piazza Cardinale Gastaldi

"Squalo" fu preso per colpa di una giovane, una certa Clerice Maranini, che incontrò in Piazza Farini a Taggia mentre vi si svolgeva il mercato frutticolo. Tra i due che già si conoscevano, si accese una discussione alquanto vivace. Nel frattempo passò un soldato tedesco (più che tedesco, polacco) e la Maranini, indicandogli il partigiano, gli disse: "Lui bandito, tu prendere prigioniero". Come se non gli avesse neanche parlato, il soldato polacco proseguì per la sua strada. La giovane piena di rabbia si rivolse a "Squalo" dicendogli "ti faccio prendere" e si avviò verso il Palazzo Spinola dove erano alloggiati un buon numero di fascisti "Brigate Nere". Il giovane la vide salire la scalinata del Palazzo, parlare con la sentinella ed entrare dove era il corpo di guardia, per uscirne poco dopo con un gruppo di fascisti e dirigersi verso la piazza. "Squalo", invece di scappare tra la gente del mercato per poi introdursi nel primo carrugio che gli capitava e salvarsi, entrò nella farmacia che si trovava nella piazza, nascondendosi dietro al bancone, ma venne scoperto subito dai fascisti e fatto prigioniero (il farmacista era uno squadrista della fu "marcia su Roma"). Non si è mai saputo perchè "Squalo" non si sia messo in salvo scappando, o pure perchè non abbia tentato di difendersi dal momento che aveva con sé due rivoltelle: forse non si aspettava un tiro così mancino della ragazza. "Squalo" veniva ucciso dietro il muro a sud del cimitero tra Taggia e Arma, dove vi erano delle piante di ulivo e tra queste, poco distante, vi si trovavano delle ragazze che raccoglievano le olive ed assistettero all'esecuzione del partigiano. Una di queste ragazze, Basso Angela, quindicenne, oggi mia moglie, ricorda ancora quel giorno anche perchè, dalla paura di aver visto uccidere "Squalo", le cascarono tutti i capelli, che per fortuna in seguito crebbero di nuovo, e, narrandomi il fatto, dice: 'Quel giorno arrivarono negli ulivi circa una ventina di fascisti assieme ad un ufficiale ed il prigioniero tra loro. Squalo aveva le mani legate dietro la schiena, venne messo con le spalle al muro e gli misero una benda sugli occhi mentre l'ufficiale gli concedeva l'ultima sigaretta accendendogliela. Non gli concessero nemmeno il tempo di fumarla che gli spararono quasi subito, infine l'ufficiale gli diede il solito colpo di grazia, con la rivoltella, alla testa'. Il corpo del povero "Squalo" fu trasportato dentro la camera mortuaria su di una scala di legno a pioli dal becchino Anfossi Bartolomeo e da un giovane, un certo Garino Giovanni che aveva assistito all'esecuzione di nascosto. Naturalmente il becchino trovò crudele l'uccisione del giovane e lo manifestò ai fascisti, i quali per poco non lo arrestarono. Il becchino aveva due figli nei partigiani uno dei quali, il più giovane, Anfossi Luigi di 16 anni, venne in seguito fucilato a Sanremo nel castello Devachan il 5 marzo del 1945 con altri 15 compagni. Tornando alla ragazza che fece la spia a "Squalo" facendolo prendere dai fascisti, dopo questa bravata si mise sotto la protezione dei tedeschi, standosene sempre chiusa nel comando delle "SS" che si trovava a Taggia nella casa del generale Fornara in piazza Gastaldi. Lei ormai sapeva cosa le sarebbe aspettato se fosse stata catturata da noi partigiani. Dopo circa un mese dal caso "Squalo" mi incontrai con la Maranini all'angolo del tabaccaio di via Soleri: ero assieme a mio cugino Romano e scendevamo dalla Salita Sforza. Come al solito andavamo a controllare se vi fossero novità da parte dei nazisti in paese, mentre lei invece andava a trovare i suoi genitori che abitavano a metà salita. Quando ci incontrammo, io e lei voltammo l'angolo allo stesso momento urtandoci di fianco, ma come se nulla fosse stato continuammo ciascuno per la nostra strada. Con Romano ci intendemmo subito con uno sguardo, tornammo subito a casa mia a prendere la rivoltella che tenevo nascosta sotto una grossa cassapanca e infilandomela nella cintura sotto la giacca tornammo alla Salita Sforza con l'intento di prelevare la spia, portandola direttamente in montagna dai miei compagni. Purtroppo arrivammo tardi: la ragazza era già andata via. Credo che quando io e lei ci urtammo nel voltare l'angolo del tabaccaio, si sia accorta del mio turbamento e avendo pensato al peggio per lei se ne sia andata subito. Delusi dell'azione fallita, ce ne ritornammo a casa passando sotto i portici di Via Soleri e per quelli di Piazza Gastaldi, ed è di lì sotto a questi portici che vedemmo la Maranini che lavorava all'uncinetto da una finestra del comando tedesco; lei a sua volta vedendoci ci sorrise con fare di scherno come per dire: "ve l'ho fatta". Io dissi a Romano "scappiamo o per noi finisce male", visto che poteva anche farci prendere dai tedeschi. La Maranini è stata une delle tre "spie" che si salvarono a guerra finita perché andarono via da Taggia prima del 25 aprile 1945, evitando la giustizia partigiana.
Il partigiano Giuseppe Alosi (Tempesta) insieme ad altri compagni crearono la canzone "Squalo":
Da Fontane scendeva un partigiano
un giovin pieno di grande fantasia
che aveva nel cuore la malinconia
perchè lontano aveva il suo grande amor.
Da lungo tempo lui non lo vedeva il grande amore di egli
lo pensava era lo splendore di tutta la sua vita
ma il destino così l'abbandonò.
Lo disse al capo l'informatore in pianto
Squalo è caduto da grande partigiano
sono i vil militi che l'hanno trucidato
Squalo non torna non tornerà mai più.
Grida vendetta il battaglion di Gino
grida vendetta il suo grande amor
o caro Squalo tu sarai sempre con noi
e di questi cuor tu sarai un grande eroe
.
Natale Massai (Mompracem), La morte di "Squalo",
documento IsrecIm in Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell'Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e della Storia Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945) - Tomo II, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1998-1999
 
Sono passati 72 anni e oltre da quella gelida mattina del 16 novembre 1944 nella quale, dopo una notte passata a reggere gli spasmi e a reprimere gli urli conseguenti alle brutali torture infertegli, un giovane di 26 anni veniva trascinato da alcuni scherani in camicia nera davanti ad una roggia della campagna di Ravallo, prossima ad Arma di Taggia, ed ivi falciato con una raffica di mitra. Solo sei anni più tardi riuscirà alla madre, Anna Bortolani, di traslarne i resti nel luogo natale.
Quel giovane si chiamava Mario Bini, ma negli ambiti da lui frequentati a quel tempo tutti lo conoscevano come “Squalo”, giacché questo era il nomignolo di copertura affibbiatogli dai compagni di lotta con i quali condivideva il comune impegno ideale di partigiano militante teso ad opporsi con ogni mezzo alle soperchierie d'un sistema illiberale e tiranno, ben supportato, peraltro, dalle forze armate d'un alleato invasore.
La storia di Mario Bini non è dissimile da quella di tanti altri fuorusciti o ex militari disertori del decomposto Regio Esercito Italiano finiti ai confini della Storia e della comune condizione umana con una scelta un poco temeraria ma convinta. Egli, nato a Zoagli nel Settembre del 1918 e, in seguito, tipografo di professione, era stato richiamato alle armi nel 1940 e assegnato in qualità di Furiere al 26° Reggimento delle Guardie di Frontiera con il quale aveva operato in Slovenia e Croazia, prima, e a San Casciano d'Isonzo più tardi, ottenendo in ultimo i gradi di Sergente.
Dopo l'epocale ribaltone dell'8 Settembre del 1943, la neonata Repubblica Sociale di Salò lo aveva comandato nei ranghi di Marina e, presumibilmente, trasferito presso un Comando nell'Imperiese. Ma, per nulla intenzionato a battersi per un regime, quello fascista, che aborriva, egli era salito in montagna raggiungendo la compagine garibaldina al comando di Gino (Luigi Napolitano).
Dopo la sua cattura, avvenuta ai margini d'un sanguinoso rastrellamento, e dopo la sua morte, la formazione di prima appartenenza dovette sciogliersi a seguito delle gravose perdite subite e Gino fu nominato Com.te del rinato 1° Btg. “Mario Bini” della V Brg. “Luigi Nuvoloni” inquadrata nella Divisione “Cascione”: una nomina e un esito luminosi dopo una così infausta fine. I suoi commilitoni gli dedicheranno persino un canto.
Ma è il finale che ha quasi qualcosa di epico pur nella sua ristrettezza territoriale ed evenemenziale: l'Amministrazione Comunale di Zoagli, una volta appresi per bocca di Vittorio Civitella, curatore storico della ricerca affidatagli dai familiari, i contorni di questa storia e nella consapevolezza che il concittadino Mario Bini è stato il primo e unico partigiano combattente di origini zoagliesi e insignito di “Certificato Alexander”, non ha esitato a indire per Sabato 22 aprile p.v. la cerimonia istitutiva e commemorativa insieme.
Consuelo Pallavicini, Zoagli: sabato il ricordo del partigiano Mario Bini, Levante News. La voce del Tigullio, 17 aprile 2017 


martedì 4 febbraio 2020

Gli esordi di un futuro comandante partigiano, nativo di Cipressa (IM)


La zona a mare di Cipressa (IM)
Questa era la situazione di quei giorni, questi erano i miei pensieri. Bisognava decidere subito. Ero cresciuto in un paese antifascista; mio padre non mi aveva più mandato alla scuola pubblica dalla IV elementare perché non facessi il «balilla» [...]
La prima esperienza ribellistica la feci a ridosso di Cipressa (IM) dove sono nato e cresciuto.
I miei primi compagni sono stati Michele Bonardi (Casotto), caduto nell'inverno 1944-45 sulle pendici del monte Faudo, Giacomo Gandolfo (Giacò), valoroso partigiano combattente fino all'ultimo, suo fratello, Mario Ardoino, altri ancora dei quali non mi ricordo.
Pernottavamo poche notti nello stesso posto e, per precauzione, quando vedevamo transitare nelle vicinanze persone, che molto probabilmente non pensavano neanche lontanamente a denunciare la nostra presenza, comunque ci spostavamo. Ci saranno state delle spiate. Non l'ho creduto allora e non lo credo nemmeno adesso a tanti anni di distanza. Rimane un fatto curioso che mi frulla sempre in testa, capitato in quei giorni [...] con un altro componente del gruppo - mi sembra di ricordare che fosse Mariot - andammo a vedere se avevamo lasciato tutto in ordine, cioé se non c'era nessuna traccia della nostra presenza. Notammo allora due uomini armati che si dirigevano con cautela al casone. Ci avvicinammo e riconoscemmo due carabinieri della stazione di Santo Stefano al Mare. Si trattava di un appuntato anziano, che tutti sapevamo essere in forza alla suddetta Caserma e di un carabiniere più giovane. Arrivati davanti al casone bussarono alta porta ripetutamente e, dopo breve consultazione, si allontanarono. Avevamo deciso di farli prigionieri e di disarmarli, ma quando ci passarono vicino a dove ci eravamo appostati, lungo un sentiero, che giudicavamo avrebbero preso al ritorno se fossero ritornati in caserma, decidemmo più utile lasciarli stare. Le armi che avevano questi due carabinieri non ci interessavano: erano solo dei moschetti, e noi ne avevamo già in eccedenza [...] Chissà se avevano ricevuto l'ordine di recarsi a ispezionare quel casone o se avevano solo voluto avvisarci che la nostra presenza era nota. Vagliammo tutte le possibilità e così raddoppiammo le nostre precauzioni. 
Continuammo intanto a sparare qualche colpo di fucile 91 sulle macchine militari di passaggio sull'Aurelia, ma da una notevole distanza, graduando l'alzocanna come ci era stato insegnato. Non so se abbiamo mai colpito il bersaglio, ma certamente gli occupanti delle vetture e degli autocarri, presi di mira, dovevano per forza essersi accorti di essere stati oggetto di colpi d'arma da fuoco. E io sapevo bene, per esperienza personale, quanto rendesse nervosi e preoccupati dover transitare su una strada dove si poteva da un momento all'altro essere colpiti da un eventuale cecchino appostato in agguato.
Non era facile per noi procurarci i viveri per resistere a quel modo e, per questo motivo, soprattutto alla fine di ottobre, il nostro gruppo si sciolse. Michele Bonardi partì per la Val Casotto, io per le Langhe, dove lo incontrai in seguito: l'esperienza in Val Casotto non era stata di suo gradimento.
Nel novembre 1943 la guerriglia era ancora ben poca cosa anche nelle Langhe: si trattava di piccoli gruppi con poche idee (ma ben confuse) sopratutto perché nello schieramento dei partiti antifascisti c'erano anche dei militari, compreso l'ufficiale superiore che aveva salvato la cassa della IV Armata. C'erano comunque due opposte tendenze. Una ispirata dal partito comunista italiano che dei partiti era il più attivo e organizzato, appoggiato dal partito d'azione, propenso ad una guerra partigiana attiva e totale. L'altra, comprendente anche quella appoggiata dai militari, che voleva essenzialmente organizzare tutte le formazioni nella clandestinità. per presentarsi poi agli alleati, al loro arrivo, con reparti ben inquadrati, per il mantenimento dell'ordine pubblico. L'ufficiale superiore che aveva la cassa della IV Armata, solo nel secondo caso era disposto ad allargare i cordoni della borsa: questo è quanto riuscii a sapere dai vari rappresentanti delle due tendenze. Non ho avuto contatti al vertice, e pertanto qualcuno mi potrà smentire: quello che è certo è che la lotta si scatenò soltanto quando a Torino il Partito Comunista Italiano organizzò un attentato contro un grosso personaggio della Repubblica di Salò, in compagnia del quale, mi sembra di ricordare, c'era anche un alto ufficiale nazista. La rappresaglia nazifascista fu feroce e dura, e questo mise tutti d'accordo sulla necessità della guerra totale, senza sterili e ipocriti temporeggiamenti. In dicembre andai a casa, dove arrivai prima di Natale. 
Nei primi giorni di gennaio del 1944 decedeva mio padre: per questo motivo ritardai la mia partenza. Avevo deciso, anche per contatti avuti con un esponente del partito d'azione, di entrare in una formazione di Giustizia e Libertà, che operava nel Cuneese [...]
Giuseppe Garibaldi (Fra Diavolo) *, Dalla Russia all'Arroscia. Ricordi del tempo di guerra, Ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, 1994, pp. 72-74
* [n.d.r.: Garibaldi nell'ultimo mese di guerra divenne, dopo aver comandato anche la Brigata Garibaldi "Val Tanaro", comandante della IV^ Brigata d'Assalto Garibaldi "Domenico Arnera" della VI^ Divisione "Silvio Bonfante"]

giovedì 5 febbraio 2015

Il partigiano "Fuoco", medaglia d'oro alla memoria

Uno scorcio di Val Nervia visto da Isolabona (IM)

Marco Dino Rossi (
Fuoco) di anni 22 - studente
“Entrava nelle file partigiane distinguendosi per capacità e ardore e partecipando a numerosi, duri combattenti.
Nel corso di queste azioni, alla testa di alcuni commilitoni, incurante del pericolo, si slanciava contro una forte colonna avversaria che aveva travolto un posto avanzato partigiano.
Nell’impari lotta, circondato, resisteva intrepido fino all’ultima cartuccia infliggendo al nemico dure perdite.
Catturato e sottoposto a torture e sevizie, malgrado la promessa di avere salva la vita, nulla rivelava che potesse tradire commilitoni e reparti partigiani.
Condannato a morte, immolava la sua esistenza alla causa della libertà gridando fieramente: “Viva l’Italia!” -
Pigna (Imperia), 2 settembre 1944.
Imperia, 10 settembre 1944.
Motivazione della medaglia d'oro alla memoria del partigiano Fuoco Marco Dino Rossi
 
Alla prima voce di allarme, Fuoco [Marco Dino Rossi], inforcata una bicicletta, si diresse verso la caserma.
Fu seguito a circa duecento metri da alcuni suoi uomini. Tra questi ricordo i partigiani Pagasempre [Arnolfo Ravetti, in seguito Capo di Stato Maggiore della V^ Brigata d'Assalto Garibaldi "Luigi Nuvoloni" della II^ Divisione "Felice Cascione"], Zena e Muchera di Pigna [(IM)].
Qui cedo la penna a Pagasempre. “Seguimmo Fuoco per dargli man forte. Però i tedeschi si erano appostati nascosti dietro le caserme. Fuoco non li vide e fu bloccato da essi. Nello stesso istante del nostro arrivo sentimmo spari vicinissimi.
Secondo alcuni, Fuoco sarebbe stato ingannato da Radio Londra che annunciava l'arrivo degli inglesi a Ventimiglia.
Per questo sarebbe partito. Quindi sarebbe stato catturato non sotto Pigna, ma sotto Isolabona [(IM)].
Comunque da molte interviste fatte, preferisco quella di chi conviene con Pagasempre, sempre vicino a Fuoco. "Non comprendevo la situazione. Ci gettammo a terra, protetti dalla spalletta della strada. Vidi a pochi metri alcuni uomini con la divisa cachi e mi misi a gridare: "Chi siete?, chi siete?" Quelli risposero sparando. Di Fuoco nessuna traccia. Rispondemmo al fuoco, senza però poter mirare. Sparato il caricatore alla cieca, invitati i miei compagni a ritirarsi di corsa, zigzagando. Tale manovra permise a noi di salvarci miracolosamente. I tedeschi continuavano a sparare. Ci gettammo negli orti di Pigna. Prima di ripararmi vidi il buon Muchera di Pigna stramazzare a terra colpito dai tedeschi. Non era però ferito in modo da non potersi muovere. Lo trascinammo dentro gli orti e lo riparammo alla bell'e meglio al coperto di un casolare di campagna. Qui fu più tardi curato dal medico condotto di Pigna. I tedeschi non ci inseguirono più. Erano giunti aiuti da Pigna. I tedeschi rimasero asserragliati tra le mura della caserma ed il cimitero. Si sparò a lungo. Finalmente i tedeschi furono costretti a ritirarsi e lo fecero in modo disordinato. Il [nostro] distaccamento di Castelvittorio, accorso agli spari, li attaccò lungo la strada per Isolabona. Erano in posizione alta, favorevole, ed inflissero perdite ai tedeschi."
Pagasempre tace per qualche secondo, assorto nella memoria degli avvenimenti. Compresi il suo dolore ed il suo attaccamento all'amico Fuoco. Se i ragazzi di vedetta avessero in qualche modo dato l'allarme sarebbe stato facilissimo accerchiare il gruppo dei tedeschi e farli prigionieri. Purtroppo però l'attacco improvviso ci aveva disorientati.

Marco Dino Rossi
Fuoco fu portato ad Isolabona.
Fu legato nella piazza vecchia del paese e guardato a vista da ausiliari tedeschi, probabilmente polacchi.
Ottenne da questi di far avere a Pigna un suo biglietto, annunciante il suo arresto e la promessa dei polacchi di aiutare i partigiani, in caso di attacco, per liberarlo.
Il Comando pensò che fosse un tranello.
Si commentò però la possibilità di uno scambio.
Noi non avevamo ufficiali tedeschi prigionieri né avremmo potuto procurarcene, perchè Fuoco fu trasportato ad Imperia.
Fu vano anche l'aiuto dei suoi parenti fascisti.
don Ermando Micheletto *La V^ Brigata d’Assalto Garibaldi “Luigi Nuvoloni” (Dal Diario di “Domino nero” - Ermando Micheletto), Edizioni Micheletto, Taggia (IM), 1975
* ... Don Micheletto per tutta la guerra si adoperò per i partigiani, generalmente in contatto con i gruppi di Vitò, che accompagnò spesso nei loro spostamenti. Esplicherà la sua attività specialmente nell'assistenza e per captare messaggi radio. Giovanni Strato, Storia della Resistenza Imperiese (I^ zona Liguria) - Vol. I: La Resistenza nella provincia di Imperia dalle origini a metà giugno 1944, Sabatelli Editore, Savona, 1976
 
Marco Dino Rossi, ufficiale di complemento della GAF, dopo l’8 settembre rimase in zona e tra i primi salì in montagna partecipando alle prime azioni partigiane. Capo di Stato Maggiore della Brigata Nuvoloni, fu uno degli artefici dell’operazione che portò alla distruzione del Ponte degli Erici, lungo la strada tra Isolabona e Pigna, in Val Nervia. Nel corso di un’azione tedesca, volta a risalire la valle per saggiare la resistenza delle difese partigiane, venne catturato mentre accorreva in bicicletta in soccorso dei suoi uomini. Dopo pochi giorni trascorsi nella prigione di Imperia (alcune fonti parlano invece di Sanremo) venne fucilato.
Giorgio Caudano
 
Purtroppo alla difesa della grande conquista democratica rappresentata dalla realtà tangibile ed irripetibile d'una amministrazione popolare [la Repubblica Partigiana di Pigna] in una simile condizione politico-militare è riferibile un grave lutto per la nostra Resistenza: la morte di Marco Dino Rossi (Fuoco).
Mentre in bicicletta percorre la rotabile Pigna-Isolabona è catturato in una imboscata. I suoi compagni, che lo seguivano a circa duecento metri di distanza, nulla possono fare perché i Tedeschi, ben piazzati, aprono un fuoco intensissimo da varie direzioni (7).
Poi, i Tedeschi fuggono per l'arrivo di rinforzi partigiani e portano il loro prigioniero ad Isolabona. I soldati ausiliari polacchi, che lo sorvegliano, gli permettono di inviare un biglietto annunciante la sua cattura e promettono di aiutarlo a fuggire in caso d'attacco dei partigiani. Questi temono un agguato (8). «Fuoco» è condotto al Castello Devachan a Sanremo, dove è interrogato e torturato a lungo. Ma non parla, né tradisce i compagni. Infine, è trasportato ad Imperia dove viene fucilato presso il cimitero di Porto Maurizio.
(7) Nella sparatoria rimane ferito il partigiano Giovanni Borfiga.
(8) Versione del partigiano Arnolfo Giulio Ravetti (Pagasempre).

Carlo Rubaudo
, Storia della Resistenza Imperiese (I Zona Liguria) - Vol. II. Da giugno ad agosto 1944, edito a cura dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia, Imperia, Dominici Editore, 1992, p. 378