venerdì 19 maggio 2023

Contrasti tra partigiani garibaldini e partigiani autonomi nei dintorni di Nava

Viozene, Frazione di Ormea (CN). Fonte: mapio.net

Giorgio (Giorgio I, poi Cis) Alpron a dicembre 1943 fu presente ad Alto (CN), in quanto attivo nei collegamenti con Mauri [Enrico Martini] e con il servizio Lanci dell'Organizzazione "Otto", come risulta da una sua memoria scritta (oggi documento IsrecIm, studiato da Giorgio Caudano). Passò, poi, a militare nelle formazioni garibaldine della I^ Zona, nelle quali diventò in seguito capo di Stato maggiore della  I^ Brigata "Silvano Belgrano" della VI^ Divisione "Silvio Bonfante". 
Adriano Maini

L’ordine di catturare i ribelli era stato emanato dal colonnello Paolo Ceschi “Rossi”, comandante locale che, con il suo attendismo, in pratica manteneva l’ordine nella zona per conto dei nazifascisti. Basti pensare che in quel periodo le caserme di Mondovì e Fossano, città controllate da tedeschi e repubblicani, erano presidiate da uomini agli ordini di Ceschi! Il colonnello aveva il controllo della zona Monregalese - Langhe fin dal convegno di Val Casotto del 24 ottobre 1943 (cui, con tutta probabilità, aveva preso parte anche l’avvocato Astengo, poche ore prima di essere catturato), in cui la mentalità attendistica degli ufficiali era stata aspramente criticata, fra gli altri, da un personaggio del calibro di Duccio Galimberti, un monumento della Resistenza azionista.
[...] Questa vicenda evidenziò una frattura mai del tutto ricomposta fra resistenti “rossi” e “azzurri”. Inoltre, insieme alla crescente impazienza dei partigiani “colpisti” decisi ad attuare una vera guerriglia contro il nemico, fu la causa della sfiducia del CLN regionale piemontese al generale Operti dell’ex Quarta Armata del disciolto Regio Esercito, che ebbe tra le sue conseguenze la rimozione dal comando del colonnello Ceschi, rimpiazzato dal maggiore Enrico Martini “Mauri”.
Stefano d’Adamo, Savona Bandengebiet - La rivolta di una provincia ligure ('43-'45), Tesi di Laurea, Università degli Studi di Milano, Anno accademico 1999-2000

I partigiani locali, allora al  comando di Enzo Marchesi (col. Musso)  catturano alcune autorità fasciste  il 20 dicembre  1943 in  valle  Corsaglia  (CN).  Il  26  dicembre  giunge  a  comandare  il  gruppo il  maggiore  Enrico  Martini “Mauri”. Il 13 gennaio 1944 i tedeschi, con un ultimatum, chiesero la restituzione di “Sarasino, il criminale capo dell’OVRA. In caso di mancata restituzione i tedeschi minacciavano rappresaglie per il giorno dopo”. Mauri disse che i tedeschi bluffavano e non volle provvedere ad una maggiore difesa. Verso mezzogiorno i tedeschi  attaccarono  in  forze  quasi  tutti i partigiani dell’avamposto del Pellone, con alcuni abitanti, caddero nelle loro mani e furono trucidati.
Italo Cordero, Ribelle: Esperienze di vita partigiana dalla Val Casotto alle Langhe, dalla Liguria alle colline torinesi, tipografia Fracchia, Mondovì, 1991, pp. 56-57

Aldo Romei (Roma) fu dapprima per circa tre mesi con Martinengo  [Eraldo Hanau, comandante in seguito della 13^ Brigata 'autonoma' Val Tanaro del gruppo divisioni alpine guidato dal maggiore Enrico Martini 'Mauri']poi nel giugno, luglio e agosto 1944 con il capitano Umberto (Candido Benassi) e infine entrò nelle SAP sanremesi...  Giovanni Strato, Storia della Resistenza Imperiese (I^ zona Liguria) - Vol. I: La Resistenza nella provincia di Imperia dalle origini a metà giugno 1944, Sabatelli Editore, Savona, 1976

Mandammo tutti gli sbandati della 4^ Armata che transitavano nella nostra zona, specialmente quelli che arrivavano da Albenga, a Valcasotto. Vestivamo quei soldati con abiti civili e li accompagnavamo in montagna, a Valcasotto dove si stavano organizzando le formazioni di Mauri.
Il primo maggio del '44 successe una cosa curiosa. Di solito in quella giornata venivo fermata, mi trattenevano a Mondovì oppure agli arresti domiciliari; quell'anno un signore mi fece una soffiata che giunto un ordine ai carabinieri di arrestarmi per una settimana.
Mi nascosi e non mi feci prendere; poi lasciai trascorrere un po' di tempo e scrissi al questore domandandogli perché avevano paura di una donna piccola come me, tanto da ordinare di arrestarmi senza un motivo preciso.
Le autorità misero in guardia i carabinieri, volevano sapere chi mi aveva fatto la soffiata.
Ricevetti l'ordine di recarmi immediatamente a Cuneo alla questura.
[...] Dunque a Valcasotto c'erano le formazioni di Mauri; Bogliolo e Gaietto lavoravano con altri piccoli gruppi. Le brigate Garibaldine vennero una volta, in occasione della battaglia del S. Bernardo (ne parla anche Mario Giovana nel suo libro “I Garibaldini delle Langhe”).
Una volta rischiai la vita. C'era un compagno, si chiamava Dino; lo volli conoscere perché venni a sapere che aveva dipinto falce e martello sul vessillo del suo gruppo di partigiani. Aveva abbandonato le formazioni di Mauri ed organizzato un gruppo di quindici uomini. A Mauri la cosa non piacque perché voleva mantenere il controllo dell'intero territorio, quindi si giunse ad uno scontro.
Salii una notte a Valcasotto con un membro del C.N.L. Per parlare con Mauri e far terminare queste lotte intestine, ma fu inutile.
Dopo qualche giorno ero in casa quando sentii che stava accadendo qualcosa sul crocevia, c'era la mitraglia piazzata. Mi precipitai pensando che volessero uccidere Dino e i suoi uomini. Avevano preso Dino e tre dei suoi. Era presente Bogliolo, tentai di farlo ragionare, ma l'unica risposta che ottenni fu uno schiaffo che mi spostò la mandibola.
Volli parlare con Mauri.
Partimmo per Bagnasco; mentre aspettavamo udimmo una raffica: avevano ucciso un partigiano di Ceva. Bava, che venne nella nostra zona dopo l'incendio di Boves, si trovava quel giorno a Bagnasco e venne a sapere che mi avevano preso - ormai ero nelle loro mani - così fece arrestare il gen. Paolini e il console Gobbi e disse a Bogliolo che se mi fosse successo qualcosa ne avrebbero pagato loro le conseguenze.
Mauri non era a Bagnasco, così partimmo per le Langhe, dopo aver saputo che la situazione a Garessio era di massima tensione. Durante il tragitto fermarono il camion su cui viaggiavano Dino e i suoi e li uccisero. A Rocca Cigliè c'era il comando generale di Mauri. Mi fecero entrare nella torre e alla mia richiesta di avere qualcosa da mangiare, perché ero ancora a digiuno, mi risposero che chi era passato di là non aveva più né mangiato né bevuto. C'era prigioniero con me un tenente d'aviazione, che avendo saputo che ero comunista volle sapere cosa fosse il comunismo, perché non ne sapeva nulla. Sul momento, a pancia vuota, dopo aver visto fucilare quattro persone e con la prospettiva di essere fucilata io stessa, gli dissi semplicemente che per me il comunismo era lottare per la libertà.
La prima reazione nel rivedere Mauri fu il pianto; mi sentivo tradita dalle stesse persone che avevamo aiutato; molte donne a Garessio lavoravano a fare le calze che poi inviavano, insieme al tabacco, su in montagna ai partigiani.
Non riuscivo veramente a capire quelle lotte intestine.
Alla fine Mauri mi mandò in cucina a mangiare qualcosa, ma io non riuscivo a deglutire nulla, un po' per lo spavento, un po' per la mandibola ancora dolorante. Raccontai al cuoco ciò che era successo in Alta Val Tanaro, ed egli si schierò dalla mia parte. Mauri mi accompagnò poi in albergo e mi mise due piantoni alla porta perché non scappassi. Il giorno successivo mi accompagnò con l'auto fino al forte di Ceva. Oltre non si poté proseguire perché Ceva era occupata dai tedeschi. Di lì dovetti proseguire da sola; Mauri mi diede i soldi per il treno perché non avevo preso nulla quando ero uscita di corsa da casa.
A Garessio mi aspettavano due partigiani per accompagnarmi dal comando che si trovava ad Ormea. Andammo su con la locomotiva del treno, perché non c'era altro mezzo di trasporto, ed anche dal Partito arrivò l'ordine che non mi esponessi più così.
Testimonianza di Lucia Canova in Sergio Dalmasso, Lucia Canova, donna e comunista, CIPEC, Quaderno n° 1, Cuneo, 1995 

La notizia che “Turbine” faceva disarmare gli sbandati e che si era approvvigionato di viveri a Viozene si era diffusa e, passando di bocca in bocca, si era naturalmente deformata. Al Comando badogliano fu detto che gruppi badogliani erano stati disarmati da noi, che un deposito di viveri di “Martinengo” era stato saccheggiato. “Martinengo, che già ci riteneva degli intrusi nella zona, inviò un forte nucleo dei suoi contro le squadre di “Gapon” e di “Stalin”: i garibaldini dovevano essere disarmati. La mattina del 10 [luglio 1944] quelli della “Matteotti”, che si erano fermati a Nava tutto il giorno 9, erano seduti sulle panchine dell'albergo, dove in quei giorni avevano mangiato, quando videro un gruppo di badogliani armati che passava davanti a loro, mentre un altro, fermatosi sullo stradone un po' prima, piazzava una mitragliatrice. I garibaldini guardavano meravigliati ed incuriositi la manovra strana. Il gruppo che era passato loro davanti si ferma in fondo alla strada ed apposta anch'esso le sue armi, poi un ufficiale viene verso l'albergo: 'Ho l'ordine del mio comando di disarmarvi, ci risulta che avete tolto le armi a dei nostri uomini. E' inutile che tentiate di resistere, la strada è sbarrata e siete tra due fuochi'. Effettivamente la 28, che passava fra le case, era bloccata. Alle spalle dell'albergo c'era il Tanaro. “Stalin” [Franco Bianchi] sorrise ironico: 'Queste armi non sono vostre ed io ho dal mio comando l'ordine di non cederle. Se la strada è sbarrata entreremo nell'albergo e spareremo dalle finestre'. La mattina del 10 scendevo lungo la 28 da Case di Nava [comune di Pornassio (IM)] verso Ponti quando vidi un badogliano che saliva in bicicletta. Lo chiamai: 'Dani, c'è qualcosa di nuovo che mi sembri arrabbiato?' L'aspetto di Dani mi impensieriva. Il badogliano si fermò, parlò senza scendere: 'Ci hanno mandato a Ponti a disarmare i vostri. Non abbiamo potuto rifiutare. ma siamo andati con le armi scariche, non vogliamo sparare sulla Stella Rossa. Ora vado al Comando a vedere cosa dobbiamo fare perché i vostri non si vogliono arrendere. Se al Comando insistono pianto tutto e me ne vado. Non sono venuto sui monti per sparare sui compagni. Se vedi i tuoi, di' loro che non sparino, se ci ammazziamo tra di noi è finita. Di' ai tuoi che i miei compagni hanno le armi scariche'. Il buon senso degli uomini evitò il peggio. I garibaldini non vollero sparare per primi, gli altri non potevano farlo. Da Viozene venne giù “Turbine” e “Martinengo” arrivò in moto; intervennero altri comandi, si discusse a lungo mentre gli uomini delle due formazioni si univano ed i badogliani mostravano i caricatori vuoti. Cosa si dissero i comandanti? Non lo sapemmo. Come conclusione la “Matteotti” rientrò in serata a Viozene con l'ordine di partire appena possibile per San Bernardo di Garessio.
Gino Glorio "Magnesia", Alpi Marittime 1943/45. Diario di un partigiano - I parte, Genova, Nuova Editrice Genovese, 1979

Il secondo caso è più eclatante: quando nei primi giorni di agosto 1944 Mauri fu catturato nelle Langhe, immediatamente giunse dal comando di Verona un inviato di Harster, il capitano Adolf Wiessner, anch’egli un esperto in materia, il quale non per caso in precedenza aveva operato a Kiew contro il movimento partigiano nazionalista ucraino e che probabilmente fu tra gli artefici della politica di “assorbimento” attuata dai servizi tedeschi nei loro confronti. Wiessner elaborò un piano semplicissimo il cui contenuto lo possiamo ricavare da una serie di appunti vergati a mano su di un registro del comando generale SS di Karl Wolff che recita: “Il capobanda Mauri [è stato] arrestato [e si trova presso il comando] SD di Cuneo. Wiesner [sic] attualmente a Cuneo per le trattative […] Mauri ritorna [presso le sue formazioni partigiane]. Accordo: niente attacchi contro la Wm [ovvero la Wehrmacht]; informazioni sui gruppi comunisti; rastrellamento e presidio delle aree comuniste; prima i comunisti e poi Mauri” [101].
Con quali intenzioni il comandante autonomo, il cui anticomunismo è ben noto [102], abbia effettivamente condotto queste trattative è una domanda alla quale, in mancanza dei documenti del comandante partigiano, non possiamo rispondere. E nemmeno siamo in grado di dire se egli abbia intuito la parte del piano tedesco riassunta nell’espressione “prima i comunisti e poi Mauri”.
Probabilmente, da comandante abile e astuto quale egli era, lo fece. Appare tuttavia evidente che la versione ufficiale fornita da Mauri, fuga rocambolesca dalle mani naziste durante il trasferimento a Torino, sia da considerare una chiara falsificazione. Dobbiamo infine anche considerare il fatto che, al di là di come egli intendesse regolarsi al suo rientro presso le sue formazioni, la presenza di una missione inglese, giunta proprio durante la sua breve assenza, non poté non influire sulla sua decisione di continuare la lotta nel movimento di Liberazione.
[NOTE]
[101] BAB, R 70 Italien/3, p. 2a s. Il testo originale è: "Bandenführer Mauri festgenommen bei SD Cuneo. Wiesner z.Zt. in Cuneo [...] betr. Verhandlungen [...] Mauri zurück. Regelung: keine Angriffe auf Wm. Hinweise auf Kommunengruppen [sic]. Bekämpfung u. Nachsicherung von K[ommunistische]P[artei]-Räumen; erst K[ommunistische]P[artei], dann Mauri“ (la punteggiatura e le integrazioni sono mie).
[102] Mario Giovana, Guerriglia e mondo contadino. I garibaldini nelle Langhe 1943-1945, Bologna, Cappelli, 1988.

Carlo Gentile, I servizi segreti tedeschi in Italia, 1943-1945 in Aa.Vv., (a cura di) Paolo Ferrari e di Alessandro Massignani, Conoscere il nemico. Apparati di intelligence e modelli culturali nella storia contemporanea, Franco Angeli Edizioni, 2010 

Il 12 settembre 1944 “Mauri” ordina alla brigata “Val Tanaro”, della IV divisione Alpina, di recarsi in Val Casotto in virtù degli sviluppi della guerra sul fronte occidentale e delle direttive del CMRP (Comitato Militare Regione Piemonte) del 27.8.44. Il giorno seguente vengono diramate nuove comunicazioni del CLNRP (Comitato di Liberazione Nazionale Regione Piemonte) per l'insurrezione.
[...] nella seconda metà di luglio, “Mauri” crea il Comando del 1° settore cuneese e delle Langhe, che comprende due divisioni alpine: la I, valli di Peveragno, Pesio, Ellero, Miroglio, Corsaglia; la II, Casotto, Mongia, Tanaro; e una divisione Langhe. Sotto questo comando non risultano esserci formazioni di partito, che vengono quindi escluse da questa zona, a meno che formazioni politiche che intendano operare in queste zone non si sottopongano come le altre al Comando del 1° settore. Il comando dichiara la sua esclusiva dipendenza dal CLN, e si specifica il carattere militare delle divisioni Alpine che fanno capo al Comando. All'interno di questo comando di settore, “Mauri” crea un ulteriore organismo, il comando del 1° GDA, composto inizialmente da circa tredici distaccamenti.
Giampaolo De Luca, Partigiani delle Langhe. Culture di banda e rapporti tra formazioni nella VI zona operativa piemontese, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Pisa, Anno Accademico 2012-2013

Negli ultimi giorni di gennaio [1945] in una meravigliosa giornata di sole (con noi c'era anche Rustida [Costante Brando] che coi suoi ci aveva nel frattempo raggiunto) andavamo verso Nasino [(SV)] senza nessuna meta particolare, quando vediamo venire verso di noi un uomo.
[...] Mi appartai con lui, che era latore di una lettera del Comandante della I^ Zona Liguria, una lettera di Curto [Nino Siccardi].
Prima di aprirla gli chiesi se ne conosceva il contenuto. «Parzialmente sì» mi rispose.
Gli dissi che quello che non conosceva non mi interessava, perché certamente sarebbero state parole poco lusinghiere per me.
Aggiunse che era certo che mi sbagliavo e iniziò a spiegarmi il perché della sua visita.
Il Comitato Liberazione Nazionale di Garessio (CN) e quello di Ormea (CN) avevano deliberato di dar vita ad una formazione Garibaldina Ligure-Piemontese che operasse nell'alta Val Tanaro e nell'alta Val d'Arroscia, nella quale far confluire tutti i giovani desiderosi di combattere contro i tedeschi e i fascisti, ma che per vari motivi non intendevano farlo nelle formazioni Autonome (che noi allora chiamavamo Badogliani, come loro ci chiama­vano Stelle Rosse).
Tradotto in pratica, tutto questo poteva voler dire che gli Autonomi non davano grande importanza al C.L.N. e che, per questo motivo, molto probabilmente, lo stesso aveva deciso di creare o di favorire la formazione di una Brigata garibaldina.
E proprio a me, che ero il «rompiballe» della I^ Zona Liguria, affidava la gatta da pelare.
Allora pensai a quanto mi aveva raccontato Italo Cordero [n.d.r.: in seguito autore di Ribelle: Esperienze di vita partigiana dalla Val Casotto alle Langhe, dalla Liguria alle colline torinesi, tipografia Fracchia, Mondovì, 1991], uno degli artefici della difesa della Val Casotto, quando per divergenze coi Comandi Autonomi s'era allontanato con sua moglie, rifugiandosi nel bosco di Rezzo [in provincia di Imperia].
Giuseppe Garibaldi (Fra Diavolo), Dalla Russia all'Arroscia. Ricordi del tempo di guerra, ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, 1994 , p. 166

1 gennaio 1945 - Dal C.L.N. di Sanremo, prot. n° 173/CL, all'Ispettorato della I^ Zona Operativa Liguria - Relazione: "Il capitano Umberto [n.d.r.: Candido  Benassi, già comandante di una formazione partigiana denominata Brigata Alpina, operante tra Baiardo (IM) e Ceriana (IM), che, prima di venire sciolta intorno al 20 settembre 1944, aveva sporadicamente collaborato con i garibaldini e aveva anche momentaneamente incorporato Italo Calvino] starebbe costituendo un distaccamento da spostare in Piemonte per poterlo unire ai badogliani, ai quali comunicherebbe altresì l'esigenza di eliminare le formazioni garibaldine".
10 gennaio 1945 - Dal comando della Divisione "Silvio Bonfante" all'ispettore Simon [Carlo Farini, Ispettore Generale della I^ Zona Liguria] - Comunicazione circa la presunta cattura del comandante Mauri [n.d.r.: probabile riferimento, fatto, dati i tempi, in netto ritardo, all'arresto di Mauri da parte dei tedeschi avvenuto ai primi dell'agosto precedente nelle Langhe; sul ritorno in libertà del comandante badogliano esistono due versioni: fuga rocambolesca (memorie di Mauri stesso, riprese anche con questo articolo pochi mesi or sono da Patria Indipendente, rivista dell'ANPI) e trattativa con i teutonici con conseguente rilascio (come in Carlo Gentile, non solo in I crimini di guerra tedeschi in Italia (1943-1945), Einaudi, 2015, ma anche in vedere infra] "... giurata da Mauri una lotta feroce contro fascisti e garibaldini...
15 gennaio 1945 - Dalla II^ Divisione, Sezione S.I.M., al comando della II^ Divisione - Relazione generale, da cui si evince: che il comando tedesco aveva dato ordine agli industriali di vendere loro i macchinari o di renderli inservibili; che Mauri sarebbe stato rilasciato dai tedeschi e si era ripromesso una lotta feroce contro fascisti e garibaldini; che il generale della Divisione tedesca operante in zona era stato nominato Gauleiter di Ormea (CN), Ceva (CN), Mondovì (CN) e Cuneo; che erano transitati molti uomini dei Cacciatori degli Appennini [della Repubblica Sociale] in direzione di Albenga (SV) [...]
27 febbraio 1945 - Da Mimosa [Emilio Mascia di Sanremo, quadro della V^ Brigata S.A.P. "Giacomo Matteotti" della Divisione S.A.P. "Giacinto Menotti Serrati"] al comando della Divisione "Silvio Bonfante" - Avvisava che ad Alassio era stato visto il capitano Umberto [Candido Benassi], il quale aveva incitato loro uomini ad aggregarsi al Battaglione "San Remo" da lui formato per andare in Piemonte.
18 marzo 1945 - Dal comando della III^ Divisione "Alpi" a "Curto", comandante della I^ Zona Operativa Liguria - Scriveva che "in risposta alla richiesta di chiarimenti sull'uccisione dei due ex garibaldini "Lino Bruno" e "Gianni" si comunica che essi furono giustiziati su indicazione del tenente "Aldo" della I^ Zona prima che questi morisse eroicamente. "Aldo" aveva comunicato a questo comando che i due soggetti agivano in traffici illeciti ai danni dell'organizzazione partigiana: in dicembre, infatti, nel culmine del grande rastrellamento venivano sorpresi a gestire i loro traffici. Nel caso in cui sarà necessario fornire ulteriori informazioni queste verrano date dalla polizia giudiziaria divisionale. Per rafforzare la linea di reciproca collaborazione, che già da tempo  esiste, si auspica di avere nuovi fruttuosi contatti".
31 marzo 1945 - Dal comando della VI^ Divisione "Silvio Bonfante" al Comando della I^ Zona Operativa Liguria - Segnalazione circa "... atteggiamento ostile da parte delle Brigate Mauri nei confronti delle squadre della Divisione mandate ad operare in Val Tanaro... inviata una lettera a Mauri con cui si ricordava la comune causa di tutti i patrioti...".
16 aprile 1945 - Da "Boris" [Gustavo Berio, vice commissario della VI^ Divisione "Silvio Bonfante"] al comando della VI^ Divisione - Comunicava che ... 'in Val Tanaro i bandi di reclutamento di "Mauri" rimanevano inascoltati'.
18 aprile 1945 - Dal  comando della VI^ Divisione "Silvio Bonfante"  al comando della I^ Brigata "Silvano Belgrano" - Ordine di inviare una squadra presso Martinengo [Eraldo Hanau, comandante della 13^ Brigata 'autonoma' Val Tanaro del gruppo divisioni alpine guidato dal maggiore Enrico Martini 'Mauri'], con cui erano già stati presi accordi, per ritirare 250.000 colpi per mitragliatori St. Etienne.
da documenti Isrecim in Rocco Fava di Sanremo (IM), “La Resistenza nell’Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e della Storia Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945) - Tomo II, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1998-1999

CARLI, CARLO, 20.05.1918 Imperia.
Aosta 3° corso, 1° dicembre 1941, alla Testafochi con il cap. Rasero ed il ten. Scagno (di essi serbo un ricordo meraviglioso!). Campo invernale ad Oropa. Sergente a Merano, Maja Bassa, con il col Martinoja ed il ten. Formato (poi caduto in Russia). Campo a Solda, rientro a Merano, quindi a Bassano. A fine giugno, per me fine del corso: appendicite, operato ad  Alessandria, un mese di convalescenza ed eccomi al 3° Alpini a Pinerolo dove rimasi all’addestramento reclute fino al drammatico 8 settembre 1943.
- Armistizio! Il Maresciallo Badoglio l’ha chiesto, il generale Eisenhower lo ha concesso: ma noi? Che siamo adesso noi, lasciati senza ordini? Che cosa siamo per i tedeschi ed i fascisti, che di ordini precisi sono ben forniti?
A queste domandine non proprio leggere risposi prendendo il treno delle 4.40 per Torino Lingotto - Ceva - Ormea e così, proseguendo sempre per vie secondarie a piedi e in bicicletta, arrivai a casa il 10.
Contattai un amico, che sapevo antifascista e Guardiamarina alla Capitaneria di Porto ad Imperia. Risposta: - Qui non è rimasto nessuno, ma le armi sì.
Lo raggiunsi con un furgoncino Balilla, presi moschetti, pistole, una mitragliatrice Breda con relative munizioni e portai il tutto in casa di amici in un paesetto della vallata. Questa fu la seconda risposta alle domandine di cui sopra.
Il 18 settembre uscì il bando di presentazione.
Carlo Verda (poi “Lucio”), sottotenente appena uscito da Bassano, altri due amici nelle mie condizioni ed io, zaini pieni di generi alimentari, prendemmo la via dei monti e ci sistemammo in un casolare. Ben presto la zona si riempì di “renitenti”, subito pressati da comunisti che li volevano “arruolare”. Io raggiunsi gli amici presso i quali avevo nascosto le armi e organizzammo un paio di bande (questo era il termine) di 25 uomini ciascuna raccogliendo i giovani che non intendevano unirsi ai Garibaldini.
A marzo [1944], constatando che la convivenza con le formazioni comuniste era difficile, cercai contatti con formazioni del basso Piemonte e là mi trasferii, alla V Div. Alpina, Brg Val Tanaro; era comandata dal “capitano Martinengo” (al secolo Eraldo Hanau) che dipendeva dal maggiore Enrico Martini “Mauri”, comandante di tutte le formazioni che operavano nelle Langhe.
Ebbi il comando di una “squadra” di 40 uomini. La valle che solitamente occupavamo era l’alta Val Tanaro, ma a volte, per sfuggire ai rastrellamenti, passavamo nelle contigue Val Casotto o Val d’Inferno. Il comando tedesco era al Grand Hotel Miramonti di Garessio, quindi le nostre azioni di disturbo e contrasto avvenivano sulla S.S. 28, che collega la provincia di Imperia con quella di Cuneo.
Un giorno mi venne consegnato un foglio:
ESERCITO ITALIANO NAZIONALE DI LIBERAZIONE
V Divisione alpina
XXX, 24.11.1944
Siamo autorizzati dalle competenti autorità militari a venire incontro alle richieste a suo tempo avanzate dai rappresentanti della provincia di Imperia.
Pertanto deleghiamo il Sig. Carli Carlo a concludere in forma definitiva, e quali saranno nella veste del C.L.N. gli esponenti delle masse rappresentate.
In forza di tale autorizzazione riconosciuta verranno appoggiati dalle Forze Armate dell’Esercito Italiano Nazionale di Liberazione.
Il Comandante della V Div. Alpina
Cap.. Martinengo
Il Rappresentante Militare
dell’Esercito It.Naz. di Liberazione
Dott. Sismondi

Lessi e rilessi. La località XXX era Viozene in Val Tanaro; il Dott. Sismondi era l’Ammiraglio Marenco di Moriondo, e fin qui ci arrivavo, ma il resto non brillava per chiarezza. Il cap. Martinengo mi spiegò che i tempi erano quelli, che la prudenza non era mai troppa e che, in sostanza, dovevo prendere contatti con il C.L.N. di Imperia al fine di costituire la Brigata Liguria dell’Esercito Italiano Nazionale di Liberazione.
Tale costituzione non avvenne: tutti i giovani erano “occupati”, o con i partigiani, o con i fascisti, o con la Todt, oppure “occupavano” qualche compiacente cantina. Sì, i tempi erano quelli.
A metà gennaio tornai al mio reparto, che un rastrellamento aveva fatto spostare in Val Casotto. Il 25 aprile, ultimo scontro con fascisti e tedeschi a Garessio, poi la Liberazione.
Partigiano Combattente. Croce al Merito di Guerra. Laureato in scienze economiche e commerciali, ora sono Presidente della Fratelli Carli, con sede ad Oneglia. Cominciai la ricostruzione dello stabilimento, distrutto dalla guerra, con i soli mezzi di famiglia, nel 1945, terminando nel 1950. L’azienda, fondata da mio padre nel 1911, era rimasta inattiva per otto anni ed io subito riavviai la produzione industriale puntando sull’alta qualità del prodotto e sulla vendita per corrispondenza. Ora, lasciatemelo dire, serviamo a domicilio con mezzi nostri settecentomila clienti. Dal 2002 l’azienda ha un prestigioso “Museo dell’Olivo”, ricco di storia e di preziosi cimeli archeologici, visitatissimo.
Sono Membro dell’Accademia Nazionale dell’Olivo, Cavaliere del Lavoro e Ragazzo di Aosta ’41, tessera n° 397. [...]
Redazione, A -Z, Ragazzi di Aosta ’41 

mercoledì 10 maggio 2023

Bersaglieri fascisti nell'entroterra di Ventimiglia sul finire del secondo conflitto mondiale


San Bernardo - a sinistra - e Seglia, Frazioni di Ventimiglia (IM)

Giungemmo a Seglia [n.d.r.: Frazione di Ventimiglia] da Baiardo la domenica 3 dicembre 1944.
[...] Gli ufficiali, Guarino e gli altri, andarono a riconoscere le postazioni a cui eravamo destinati e noi rimanemmo tutto il giorno a bighellonare nelle vicinanze.
Versa sera ritornarono e ci incamminammo con loro verso la "linea". Giungemmo così alla Magliocca, "Bunker 10", nel più assoluto silenzio. Trovammo una squadra di tedeschi a cui demmo il cambio. Giussani, evidentemente preoccupato, chiese loro se avessero avuto delle perdite ma non ebbe risposta forse per il suo non perfetto tedesco. Avemmo comunque l'impressione che i 'camerati' desiderassero solo lasciare quella postazione il più celermente possibile e così fu.
Noi ci sistemammo nel Bunker, che consisteva in una costruzione di cemento armato dipinto di bianco, con delle finte finestre verdi e sinceramente non ho mai compreso bene questo tipo di mimetizzazione, cherendeva la nostra casamatta molto visibile.
Il giorno dopo constatammo che tutto intorno vi erano numerosi altri bunker abbandonati che avevano fatto parte del "Vallo del Littorio" del 1940.
Con me, oltre a Guarino, erano Dies, Bignardi, Duranti, Albertini, Giussani, Masera, Giannini e altri.
Iniziammo subito i turni di guardia, che dovevano essere svolti all'aperto. Le linee nemiche ben visibili erano parecchio distanti: non sfuggì comunque agli "inglesi" il trambusto del cambio ed il giorno dopo, festa di S. Barbara, ci regalarono una pioggia di cannonate che rappresentò il loro benvenuto. Non fu possibile ricevere il rancio per cui quella sera un paio di noi scesero a Calandri, un gruppetto di case a qualche centinaio di metri dal nostro Bunker, dove trovarono fagioli da semina abbondantemente cosparsi di naftalina e dove dividemmo poi con dei tedeschi, mezzi ubriachi, un buon quantitativo di vino.
Il giorno successivo Masera fu inviato al Comando di compagnia per vedere se poteva ottenere qualche rifornimento.
[...] Fummo ispezionati da Boni e da un altro ufficiale, che si resero conto di quanto la posizione fosse sotto tiro e fosse impossibile non subire perdite.
Il bunker, come detto, era ben visibile e con le porte rivolte, chissà perché, verso il nemico e fu il bersaglio per diversi giorni dell'avversario.
Franco Scarpini in Umberto Maria Bottino, I nostri giorni cremisi. 1943-1995, Attilio Negri srl, Rozzano (MI), 1995

Spesso, leggendo scritti di reduci di milizie della Repubblica Sociale, si apprendono, al di là delle quasi inevitabili considerazioni fatte come nostalgici del fascismo, aspetti di ordine storico singolari, se non inediti, da leggere - va da sé - in modo dialettico in un confronto con testi di storia della Resistenza e resoconti stesi da partigiani. Uno di questi casi si realizza con i libri (il primo - già citato -, che non registra solo memorie dell'autore, è anche una raccolta di spezzoni di diari e/o successive, interessate testimonianze di commilitoni), tra i quali si possono annoverare quelli di Umberto Maria Bottino, già appartenente al XX° battaglione (poi rinominato II° costiero) - bersaglieri - del 3° Reggimento della RSI, reparto in ogni caso inquadrato nella 34^ Divisione tedesca. "Eravamo più di 500 universitari o appena diplomati, quasi tutti volontari, in gran parte milanesi, poi parmigiani, cremonesi, bresciani e friulani. Ci presentammo alle scuole di Porta Nuova di Torino fra la fine d'ottobre e il mese di novembre del 1943... Dopo l'addestramento di Alessandria fummo inviati in Liguria schierati sul fronte occidentale minacciato dallo sbarco degli americani in Provenza. La punta avanzata del battaglione era schierata a Ponte S. Luigi, Valle del Roja e gli altri a Ventimiglia e Imperia". In questa occasione, tuttavia, vengono riferite anche altre fonti.
Adriano Maini 
 
Entrano a far parte della 34^ divisione [tedesca, comandata dal generale Von Lieb e dai subalterni generali Stanger e Muller, con Quartier Generale a Pigna, che si trasferirà in settembre (1944) nella Villa Bianca ad Ormea] pure reparti di bersaglieri autonomi della divisione «Italia».
Sono le compagnie del 2° battaglione (ex 20°), del 3° reggimento bersaglieri, ricostituitosi subito dopo l'8-9-1943 nelle province milanesi, al comando del tenente colonnello Alfredo Tarsia. Per tutto il periodo della Resistenza le compagnie 5^, 6^, 7^, 9^, 11^, e distaccamenti in posizioni anti-sbarco e anti-ribelli, si alterneranno tra il fronte e Ceriana, Baiardo, San Lorenzo, Arma di Taggia, Castellaro, ed altre località rivierasche. L'8^ compagnia presidia Albenga.
Quasi sempre i Comandi hanno la loro sede a Ceriana ed a Baiardo, il Comando del 2° battaglione è ad Imperia, prima agli ordini del maggiore Castelfori Guido, poi del maggiore Mistretta Antonio, ed infine del capitano Borroni Pietro.
In conseguenza dello sbarco alleato in Provenza (Francia meridionale), avvenuto il 15-8-1944, il battaglione si mette in movimento ed il 31 agosto assume il seguente schieramento:
5^ compagnia (La Volontaria): Montepozzo-Grimaldi (com. cap. Pietro Borroni);
8^ compagnia (Fantasma): Grimaldi-Bordighera (com. sot. ten. Cecchini, poi cap. Bologna);
6^ compagnia (La Silenziosa): Santo Stefano-San Lorenzo al Mare (com. cap. Josia);
Comando e comp. Comando: Arma di Taggia (com. cap. Francoletti, poi ten. Salvato);
7^ compagnia (Di Dio): Ceriana (com. cap. Italo Giannelli);
9^ compagnia (d'Assalto): Baiardo (com. cap. Inglese Francesco, caduto a Badalucco, poi ten. Buratti)
La 9^ compagnia, dopo essere stata decimata, viene ricostituita (44).
A metà gennaio 1945 la 6^ compagnia sostituirà la 5^ al fronte occidentale (francese). Contemporaneamente lo schieramento del 2° battaglione verrà modificato nel seguente modo:
6^ compagnia: Montepozzo-Grimaldi
8^ compagnia: Grimaldi-Camporosso
5^ compagnia: Camporosso-Bordighera
7^ compagnia: Bordighera-San Remo
9^ compagnia: Baiardo
Comando e compagnia comando: Ceriana.
Lo schieramento manterrà questa disposizione fino al 25 aprile 1945 (45). Dall'agosto al tardo autunno 1944, questi reparti subiscono perdite nelle azioni antipartigiane. Solo nella battaglia di Badalucco del 25-9-1944, perdono 37 uomini. A dicembre, per alleviare la depressione morale ed il senso della disfatta serpeggianti nelle file, Mussolini, ricevuto il tenente Sergio Bandera al Quartier Generale invierà, suo tramite, il seguente elogio al 2° battaglione: "... Porta ai bersaglieri del 2° battaglione il mio saluto ed il mio augurio, al capitano Borroni, a tutti gli ufficiali ed a tutti i reparti il mio elogio per il loro comportamento e di' loro che considero i bersaglieri del 2° battaglione come antesignani della rinascita dell'Esercito Repubblicano (46)...". Ma ciò non serve a bloccare il definitivo declino dell'efficienza militare dei suddetti reparti, menomata anche dalle continue e massicce diserzioni. L'ex bersagliere Riccardo Vitali (Cardù) diverrà addirittura commissario del 10° distaccamento mortaisti della V^ Brigata Garibaldi "L. Nuvoloni" e cadrà eroicamente nella battaglia di Baiardo il 10 marzo 1945.
[NOTE]
44 Vedi opera citata di G. Pisanò, fascicolo 32.
45 Opera citata come sopra.
46 Da "L'Eco della Riviera", giornale della Federazione Fascista d'Imperia, del 3-12-1944.
                                          Francesco Biga, Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria), Vol. III. Da settembre a fine anno 1944, a cura dell'Amministrazione Provinciale di Imperia e con patrocinio Isrecim, Milanostampa Editore, Farigliano, 1977
 
Fin dai giorni immediatamente successivi all'8 settembre il Ten. Col. Alfredo Tarsia chiamò a raccolta a Milano (tramite radio e stampa), presso la caserma del 3°, i bersaglieri che non intendevano accettare la resa di Badoglio. Ad essi si aggiunsero anche soldati di altre armi e, in gran numero, molti studenti soprattutto lombardi. Il 10 ottobre fu già possibile formare i Btg. LI, XX, XXV, XVIII, inviati in Piemonte, nella zona di Alessandria, per l’addestramento. Il 29 gennaio 1944, in 5000, giurarono fedeltà alla RSI. Il 20 febbraio il reggimento fu però sciolto e i battaglioni divennero autonomi cambiando numero. Nell’ordine I (zona Genova Pietra Ligure), II, III (da Savona a Genova), IV (da Rapallo a La Spezia), della difesa costiera al servizio dell’Armata Liguria. A fine agosto, però, il III Btg fu spostato sul fronte francese. I battaglioni seguirono strade diverse nei giorni della liberazione.
Redazione, 3° Reggimento Bersaglieri, la corsa infinita
 
La centrale elettrica di Bevera, Frazione di Ventimiglia (IM)

Il giorno dopo, 25 maggio '44, al mattino presto, fanno saltare [n.d.r.: adattando un obice recuperato sul momento tra le giacenze abbandonate dal disciolto Regio Esercito in una galleria dei forti di Marta] un traliccio dell'alta tensione che portava la luce da Bevera a San Dalmazzo [n.d.r.: San Dalmazzo di Tenda, oggi Val Roia francese, dipartimento delle Alpi Marittime] e alimentava la ferrovia e altri servizi. Il traliccio era molto più in basso dei forti e per raggiungerlo devono scendere. In seguito a tale azione la corrente viene interrotta.
Saltato il traliccio, Erven e i suoi due compagni risalgono a Cima Marta a prendere gli zaini... partono alla volta de "La Goletta" il giorno stesso (25 maggio 1944). Lungo la strada fra la nebbia ancora vicino a Cima Marta incontrano un capitano iugoslavo, di nome Jasic, liberato da un campo di concentramento, proveniente da Oxilia (provincia di Savona) e diretto in Francia... 
Giovanni Strato, Storia della Resistenza Imperiese (I^ zona Liguria) - Vol. I. La Resistenza nella provincia di Imperia dalle origini a metà giugno 1944, Editrice Liguria, Savona, 1976, ristampa del 2005 a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia 

Ventimiglia (IM): uno scorcio della collina di Collasgarba

Il distaccamento bersaglieri di Bertelli venne in seguito inviato a presidiare il caposaldo in Collasgarba, collina in zona Nervia di Ventimiglia (IM).
Per la costruzione colà di una trincea a difesa della postazione dotata di cannone anticarro vennero impiegati operai della Todt, tra i quali i fratelli Biancheri di Bordighera.
Con i fratelli Biancheri il sergente Bertelli esternò cautamente i sentimenti di disapprovazione della condotta della guerra.
I fratelli Biancheri favorirono l’incontro di Bertelli con il dottore Salvatore Turi Salibra/Salvamar Marchesi, membro di rilievo della Resistenza, ispettore circondariale del CLN di Sanremo per la zona Bordighera-Ventimiglia, fratello del prof. Concetto Marchesi, quest’ultimo, come noto, un insigne latinista, a sua volta impegnato nella Resistenza a livello nazionale.
Gli incontri con il dottore Marchesi avvenivano in un albergo sito sulla Via Romana a Bordighera (IM), dove, tra l'altro, Bertelli collaborò alla stesura di alcuni volantini inneggianti alla fine della guerra ed esortanti alla diserzione, che furono clandestinamente lasciati nei locali e nei luoghi frequentati dalle truppe.
Con la collaborazione del sergente Bertelli, quando egli ed i suoi uomini erano di servizio a Vallecrosia, poterono realizzarsi diversi collegamenti clandestini via mare da e per la Francia liberata, effettuati dal Gruppo Sbarchi di Vallecrosia.
Giuseppe Mac Fiorucci, Gruppo Sbarchi Vallecrosia, Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia <Comune di Vallecrosia (IM) - Provincia di Imperia - Associazione Culturale "Il Ponte" di Vallecrosia (IM)>, 2007

La zona di Calandri (case sulla sinistra), Località di Ventimiglia (IM)

Bevera, Frazione di Ventimiglia (IM)

Nel '44 il fronte si fermò lì come nel '40, solo che questa volta la guerra non finiva, e non c'era verso che si spostasse. La gente non voleva fare come nel '40, di caricare quattro stracci e le galline su un carretto, e partire col mulo davanti e la capra dietro. Nel '40 quand'erano tornati avevano trovato tutti i cassetti rovesciati in terra e fèci umane nelle casseruole: perché si sa che gli italiani da soldati quando possono fare dei danni non guardano né amici né nemici. Così rimasero, con le cannonate francesi che arrivavano giorno e notte a piantarsi nelle case e quelle tedesche che fischiavano sopra la testa.
[...] La Val Bévera era piena di gente, contadini e anche sfollati da Ventimiglia, e s'era senza mangiare; scorte di viveri non ce n'era e la farina bisognava andarla a prendere in città. Per andare in città c'era la strada battuta dalle cannonate notte e giorno. Ormai si viveva più nei buchi che nelle case e un giorno gli uomini del paese si riunirono in una tana grande per decidere.
Italo Calvino, La fame a Bévera in Ultimo viene il corvo, Einaudi, 1969

Bevera, Frazione di Ventimiglia (IM)
 
II ponte che attraversa la Bevera e approda al borgo che pur Bevera si chiama, poco a monte del punto in cui le sue acque confluiscono nel Roja è, a valle, l’unico legame tra le due sponde. Non l’ho mai attraversato, perché tutta l’attività della mia squadra si svolse nel triangolo che aveva base la costa, e segnava i suoi lati tra Ventimiglia e Seglia, in Val Roja, da una parte, Latte e Ponte San Luigi, dall’altra: il terzo lato era sguarnito. Ci pensavano altri. Sottoposto a incessanti tiri di artiglieria, dal mare e dai monti, e di mortaio, era di giorno quasi invalicabile: ma quando dovevano attraversarlo, i bersaglieri calzavano ben visibile il fez cremisi...
Per le postazioni oltre il ponte, addetta a tali rifornimenti alimentari era la squadra della Pac. Un bersagliere attraversava veloce, a razzo, il ponte, mentre un altro tratteneva il mulo. Poi, un gran colpo sulle natiche, inferto con una bomba a mano tedesca (di quelle a martello) e il mulo così "bastonato" per scappare correva oltre il ponte. Il bersagliere seguiva poi di corsa, in modo che l’attraversamento del ponte offrisse ben poco spazio ai tiri incessanti dei mortai nemici. Sono, personalmente, in grado di apprezzare questa elementare tecnica mulattiera. In condizioni forse peggiori avevo ingaggiato una vibrata colluttazione con un mulo per costringerlo ad attraversare un ponticello: e sul suo basto pesava un quintale di munizioni in grado di eliminare, se fossero scoppiate, il mulo, me e quanti altri erano nelle vicinanze. In guerra ragazzi, ci vuole esperienza e tecnica! Escluso il vettovagliamento per i reparti agli avamposti (Grimaldi e Mortola) il resto del battaglione trovava le fonti di rifornimento in Bordighera, presso il Comando di battaglione, in quel tempo colà dislocato. Ad un ristorante di Bordighera ricorrevano, per un plus, i più sfacciati (o i più affamati?). La linea alleata correva, dirimpettaia, sul crinale delle Alpi Marittime, cioè sul crinale del gruppo del Grammondo.
Tra le due linee la terra di nessuno, di un centinaio di chilometri quadrati. Il vuoto per dividere gli eserciti e per dar modo di capire cosa succedesse.                                                                                  Umberto Maria Bottino, Sapevamo di perdere, Attilio Negri srl, Rozzano (MI), 1993
 
Il 20 dicembre 1944 i bersaglieri fascisti della “9^ compagnia della Morte” di stanza a Baiardo, comandati da un tenente di nome Franco Buratti, di Corniglio (Parma), incominciano ad usare violenza, a spargere terrore e morte, a torturare e a macchiarsi d'infami delitti. Spalleggiano il tenente nelle azioni criminose aguzzini come i sottufficiali G.C. Medioli e G. Terragni. Hanno la sede nell'albergo Miramonti e nei momenti cruciali della lotta non esitano a farsi scudo con la popolazione civile inerme. Altrimenti irrompono nelle case, asportano ogni cosa, compiono prelievi notturni, interrogatori forzati, sevizie brutali contro persone ritenute favorevoli ai partigiani. Un giorno arrestano i giovani Silvio Laura (Fulmine), Luigi Laura (Gino), Giobatta Laura (Paolo) e Mario Laura (Freccia). Il tenente Buratti ne ordina l'interrogatorio eseguito dai suddetti ufficiali e soldati. Dopo indicibili torture, tradotti a San Remo, dove sono obbligati a scavarsi la fossa, vengono trucidati dalle S.S. Tedesche il 24 gennaio 1945. Oltre che dai Tedeschi, la 9^ compagnia è codiuvata nei rastrellamenti da due o tre spie locali, tra cui l'amante del Buratti, il quale non risparmia mai le persone da lei segnalate e su cui inveisce con crudele malvagità. La compagnia opera scassi e furti, rapina le scorte alimentari della popolazione, saccheggia il negozio di Eugenio Laura, padre di un caduto. Per mesi i bersaglieri tengono forzatamente presso di loro donne e ragazze che seviziano in ogni modo. Anche parecchi uomini subiscono la stessa sorte, rinchiusi nelle carceri dell'albergo trasformato in caserma. Per lungo tempo tengono prigionieri i cittadini: Luigi Laura, Gio. B. Chierico, Sergio Boeri, Giacinto Moriano, Michele Laura, Bartolomeo Novelli, Eugenio Chierico, Antonio Aurigo, G.B. Taggiasco, Antonio Moriano, Eugenio Laura, Nicola Rosafino, Antonio Pannaudo, Marco Taggiasco, ecc. Danversa Giuseppe uscirà dalle carceri col volto irriconoscibile per le sevizie subite.
Francesco Biga, Op. cit.
 
Lodi Silvio "Nello", bersagliere
Nato a Pegognaga (MN) l'11.11.1925.
Contadino, presta servizio militare nei Bersaglieri a Genova dal dicembre 1943 al 1 Agosto 1944 in un battaglione costiero.
Il 25 dello stesso mese entra nelle formazioni partigiane della 2a Divisione "Cascione" e fa parte di un Distaccamento della 5a Brigata "Nuvoloni" comandata da "Vitò" che opera nell'Alta Val Nervia.
Il 29 agosto 1944 è già in azione a Pigna: poi Baiardo ed in tutta la zona operativa.
A partire dall'11 ottobre 1944 partecipa alla ritirata che condurrà il grosso delle forze della resistenza a Fontane in Val Corsaglia, dopo il tragico rastrellamento di Upega.
Il 6 gennaio 1945 partecipa ad una azione contro il presidio repubblichino di Carpenosa ma viene catturato nella zona tra Castelvittorio e Baiardo durante un rastrellamento a fine mese.
Creduto semplicemente un renitente ai bandi di arruolamento della R.S.I. viene imprigionato per alcuni giorni e tenuto in seguito come ostaggio fino al 25 marzo.
Dal 13 aprile 1945 sarà di nuovo presso le formazioni con il settimo e il sesto distaccamento fino alla liberazione ed alla successiva smobilitazione del 25 maggio 1945.
Vittorio Detassis

Mortola, Frazione di Ventimiglia (IM)

Grimaldi, Frazione di Ventimiglia (IM): la strada statale poco prima di Ponte San Luigi

Le formazioni fasciste avevano in provincia di Imperia una composizione eterogenea. Oltre ai soldati della G.N.R., delle Brigate Nere e dei Bersaglieri, operavano reparti delle Divisioni Monte Rosa, Muti, Cacciatori degli Appennini, San Marco, "X^ Flottiglia Mas" e qualche SS italiana.
Agirono anche diversi gruppi di SS tedesche, che avevano come principale compito quello di effettuare rastrellamenti ai danni delle formazioni partigiane [...] Un dispaccio partigiano (documento in Archivio Isrecim) riportava a marzo 1945 che [...] i bersaglieri con una compagnia comando a Bordighera, 3 compagnie dislocate al fronte tra Latte, Frazione di Ventimiglia, ed il Grammondo, 2 compagnie di copertura tra San Lorenzo al Mare e Riva Ligure, ed ogni compagnia disponeva di 5 mortai [...]
Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell’Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945), Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1998-1999   
 
20 giugno 1944
Stamane, all'Umberto I [nota dei curatori del libro: La Ridotta dell’Annunziata, adattata a caserma, aveva per titolo “Umberto I”] vi erano dei soldati di sentinella col fucile e l’elmetto in testa, ma per il resto vestiti in borghese. È la classe del '26 che è stata appena chiamata alle armi. A Ciotti [n.d.r.: località del ponente di Ventimiglia, prossima alla Frazione Latte], due militi della Confinaria sono morti in seguito allo scoppio di mine disseminate dai tedeschi. La scorsa notte, circa 200 uomini, fra richiamati e operai della Todt, hanno preso la via della montagna per raggiungere i ribelli che, oggi, hanno fatto saltare il ponte di Perinaldo.
21 giugno 1944
Anche stanotte, altri giovani sono andati a raggiungere i ribelli. Continuano i bombardamenti, sulla Riviera e ovunque. Torino ha subito la 35^ incursione aerea, anche a Genova le rovine sono immense.
22 giugno 1944
Stanotte, alle due e un quarto, abbiamo avuto un brusco risveglio. L'allarme, seguito poi da un'infinità di apparecchi.
Come al solito, non avevamo idea di alzarci, ma il grande chiarore ci ha fatto andare a curiosare dalla finestra. Che spettacolo, il primo per noi! Che fuochi e poi certo anche spari! Non siamo stati ad indugiare prima di uscire di casa e metterci al sicuro. Se avessimo aspettato ancora un po' saremmo stati tutti belli e finiti. Tre bombe sono cadute sotto la casa di Lanfredi, delle quali due solo esplose. Povera nostra campagna, come è rimasta desolata, quanto danno abbiamo avuto! Però, possiamo dirci fortunati che non hanno avuto nessuna avaria le vasche e la tubazione. I danni della casa, neanche questi sono ingenti. Il danno più grosso è nella vigna perché anche le viti sono rovinate.
La durata dell'allarme è stata di 50 minuti, il bombardamento di 22 minuti, le bombe, lasciate cadere su Ventimiglia e dintorni, un'infinità. Cominciando dalla salita degli Scuri, Rivai, Marina, Piazza Vittorio Emanuele, Gallardi, Siestro, Via Chiappori, Via Roma, Sottoconvento, Via Cavour, Via Mazzini, la Mortola. Queste sono le zone che più delle altre presentano i segni della distruzione causata dalle bombe nemiche.
Caterina Gaggero Viale, Diario di Guerra della Zona Intemelia 1943-45, Edizioni Alzani, Pinerolo, 1988
 
Villatella, Frazione di Ventimiglia (IM)

La popolazione che aveva abitato i villaggi di Villatella, Torri, Calvo, Bevera e altri, era già stata fatta sgomberare, una prima volta, dal Regio Esercito nel giugno 1940. Poi, dopo l’armistizio con la Francia, molti erano tornati, ma quando gli Alleati sbarcarono in Provenza, e il fronte si stabilizzò tra il Grammondo e il Roja, si ripresentò la necessità dello sgombero, questa volta intimato dal Comando tedesco, e per salvaguardare la popolazione locale, ma soprattutto per evitare intelligenze col nemico. Questa volta non tutti sfollarono e alcune famiglie si abbarbicarono nelle loro case, come non avevano fatto nel 1940. Prima del nostro intervento in linea questo territorio era battuto dalle pattuglie inglesi e alleate: dopo il colpo di mano fu territorio prevalentemente percorso da bersaglieri in perlustrazione, di ronda, in azioni di controllo: i bersaglieri della quinta, in dicembre-gennaio, e delle sesta e settima compagnia poi unitamente a modeste pattuglie della Wehrmacht.
Al di qua del crinale, nella valle del Roia era ammessa, ma estremamente rischiosa, la sopravvivenza dei civili. Le olive venivano raccolte dalle ragazze e qualche frantoio oleario lavorava ancora arrangiando compromessi con bersaglieri e tedeschi. A Bevera c’era anche una panetteria col forno in funzione, e poca farina.
Era utile essere pronti ad emettere il regolamentare "Altolà! mani in alto!". Si potevano incontrare strani personaggi. Ne incontrò uno una pattuglia sotto il Longoira. "Altolà! Mani in alto!". "Siamo amici" e mostrò un lasciapassare firmato dal maggiore Geiger, sovraintendente tedesco del settore. Dietro al capo due spaventatissime e titubanti figure. Li porto di là, dice il capo. Voleva far intendere che si trattava di spie, ma, dalla paura che trasudava dai loro volti, potevano anche essere staffette partigiane di collegamento, o, perché no, ladri di preziosi. "Non vi avevo avvertito che avremmo incontrato i bersaglieri?" dice il capo, e rivolto ai due, li rincuorò "Non ve l’avevo detto? Tutto a posto" e si avviò verso le cime, ingoiato dalla notte...
Oltre il ponte vissero la loro avventura molte squadre della quinta, della sesta e settima compagnia. Che allungavano la loro attenzione - in terra di nessuno - fino a Torri, quattro case disabitate e semidistrutte. Da lì principiavano la loro incessante attività le pattuglie dei perlustratori. Di ciò che è avvenuto oltre il ponte ho solo notizie da altri: alcune di allora, fresche di giornata, altre di oggi, col valore delle rimembranze e delle testimonianze... Prima preoccupazione del Comando della 34^ divisione [tedesca] era che la terra di nessuno, il cuscinetto tra i due schieramenti, fosse occupata silenziosamente dal nemico: ma che, nell’eventuale tentativo, scattassero gli opportuni allarmi. Le pattuglie, formate di volta in volta ad hoc con la partecipazione di elementi, molte volte volontari, provenienti da squadre diverse, e gli avamposti di Ponte San Luigi, Mortola, S. Antonio, Villatella e Torri (cui si arrivava anche da Monte Pozzo, ove avevano sede nei mesi di dicembre e gennaio, arretrati e pacifici, gli uomini di Salafia, con il quattrocchi Radice Luigi e Minniti il cuoco, Rovella, Benedusi ed altri) avevano una funzione di campanello d’allarme.
Villatella, un agglomerato di rustici e baite, fu recapito provvisorio per un'altra pattuglia, della quale fecero parte Luigi Radice - che spontaneamente si offriva ogni volta che c’era l’occasione - Aristide d’Alessandro, Paolo Ferrante, orfano di una medaglia d’oro caduta in terra abissina, due tedeschi ed altri bersaglieri. Sette notti a spasso tra i dirupi che salgono dalla Bevera alle cime del gruppo Grammondo. Scopo: catturare pattuglie nemiche, non lasciare tracce, sotterrare i rifiuti. Possibilmente non sparare: combattere all’arma bianca. Ma chi mai ci aveva addestrato a questa evenienza? Per dormire si fermarono in varie case del paesino. Cinque bersaglieri al lato nord, cinque al lato sud e cinque al centro del paese. S. Antonio fu raggiunta da uomini del secondo plotone: il paese era devastato: mobili e masserizie rovesciate per le strade, il sospetto dei fantasmi era evocato da lenzuola mosse dal vento. In questo scenario da day after, in questa atmosfera allucinante, appena giunti al fronte, per curiosità, si inoltrarono, passeggiando, Palieri e Soragna: udirono rumori. Comparvero due militari nemici, anche loro a passeggio. Nessuno dei quattro era in assetto da combattimento: si rivolsero la parola, uno dei due si chiamava John, nipote di siciliani. In un pessimo inglese e cattivo italiano si scambiarono pane bianco e olio. Okay John. A Natale, dall’una e dall’altra parte della Valletta, ci fu uno scambio di auguri. Merry Christmas, Raf. Buon Natale, John...
Umberto Maria Bottino, Sapevamo di perdere, Attilio Negri srl, Rozzano (MI), 1993
 
Torri, Ventimiglia - 14 dicembre 1944
Pattuglie di soldati tedeschi e di bersaglieri della R.S.I. circondano il paese ed iniziarono la ricerca dei civili presenti. Tutti quanti furono catturati e trucidati sul posto ed abbandonati sulla piazza e tra i vicoli del paese.
Giorgio Caudano, Gli eroi sono tutti giovani e belli. I caduti della Lotta di Liberazione. I^ Zona Liguria, ed. in pr., 2020

[ n.d.r.: tra le pubblicazioni di Giorgio Caudano: Marco Cassini e Giorgio Caudano, Bordighera al tempo di Bicknell e Monet, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2021; Giorgio Caudano, L'immagine ritrovata. Ventimiglia e dintorni nei dipinti dell'Ottocento e primo Novecento, Alzani Editore, 2021; (a cura di) Paolo Veziano con il contributo di Giorgio Caudano e di Graziano Mamone, La libera Repubblica di Pigna. Parentesi di democrazia (29 agosto 1944-8 ottobre 1944), Comune di Pigna, IsrecIm, Fusta Editore, 2020; Giorgio Caudano, Dal Mare alla Trincea... memorie di uomini, BB Europa, Cuneo, 2019; Silvia Alborno, Gisella Merello, Marco Farotto, Marco Cassini, Giorgio Caudano, Franck Vigliani, curatori della mostra Claude Monet, ritorno in Riviera, catalogo a cura di Aldo Herlaut, Silvana Editoriale, Milano 2019; La Magnifica Invenzione. I pionieri della fotografia in Val Nervia 1865-1925, a cura di Marco Cassini e Giorgio Caudano, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2016; Giorgio Caudano, Pigna. Storia di un paese, ed. in pr., 2016  ]

Bordighera (IM): in primo piano una vista su Vallecrosia e Ventimiglia, sulla sinistra sulla Costa Azzurra, sulla destra su Mortola

Chiamato anche battaglione universitario [n.d.r.: il II battaglione bersaglieri della difesa costiera ex XX], era comandato dal maggiore Guido Castellara. La prima destinazione come costiero l'ebbe fra Varazze e Savona. Fino allo sbarco americano in Provenza (agosto 1944) il lavoro fu di routine dopo non più. Ridislocato alla Frontiera Francese ebbe la 5a compagnia a Grimaldi, la 6a a S. Lorenzo, 7a a Ceriana e 8a a Bordighera. Comparve anche una 9a nell'entroterra. Così diceva il corrispondente di guerra Guglielmo Haensch: ".... nei sotterranei di un albergo sbrecciato è appostata la squadra del Bersagliere Guarino, sergente fiumano. Dalla feritoia, dinanzi a noi, Mentone. Oggi Guarino è piuttosto assonnato (2 notti di pattuglia) ma l'arrivo degli ospiti lo ravviva. Si mangia, oggi pranzo di gala. Sono tutti ragazzi magnifici. Quando c'è da uscire di pattuglia è una gara per ottenere di far parte delle spedizioni. Così si svolge la vita dei Bersaglieri del II a pochi passi dal nemico". A Settembre gli scontri con americani e partigiani si fanno intensi. La compagnia di Inglese venne annientata a Badalucco. Altri scontri cruenti si ebbero a Ceriana a fine mese. L'inverno fu relativamente tranquillo. All'ordine di ritirata, impartito dai tedeschi della 34a div., tutti i reparti si ritrovarono sulla Aurelia fino ad Imperia. Da qui presero per Ormea, Garessio, Ceva e Mondovì dove sbucarono il 29 aprile 1945. Il 3 maggio raggiunta Ciriè il reparto si sciolse nelle mani del CLN che garantì la prosecuzione fino ad Ivrea degli Ufficiali.
Redazione, Il II battaglione bersaglieri della difesa costiera ex XXla corsa infinita

San Biagio della Cima (IM)

L'11 novembre 1944 i bersaglieri avevano saccheggiato San Biagio della Cima e fucilato a San Remo il sapista Orlandi Osvaldo (Vado), di Giuseppe, nato a Imperia il 3.5.1927.
Francesco Biga, Op. cit.


Mentone

Bruno Guarino nasce a Fiume nel 1922. Appena diciassettenne (1940) si arruola volontario e tale rimane anche dopo l’8 settembre nelle fila della Repubblica Sociale Italiana militando nel II btg costiero dal 3° Reggimento Bersaglieri che combatte sul fronte francese (tra Mentone e Monte Pozzo) dall'Ottobre 1944 all'Aprile 1945. Queste pagine autobiografiche sono una testimonianza del travaglio sofferto dai giovani che, durante il conflitto mondiale, offrirono gioventù e vita alla Patria con lealtà ed amore filiale. "Questo" - scrive Guarino - "fu il vero motivo del volontariato della stragrande maggioranza di noi: un bisogno sincero e prepotente di ridare alla nazione la perduta dignità; senza o con poche sfumature politiche". Il racconto di quei drammatici avvenimenti si snoda con stile semplice e limpido, senza demagogia o retorica, caratterizzato com'è dal sereno, talora ironico, distacco con cui l'Autore descrive la sua odissea poi da prigioniero. Il volontarismo della Repubblica Sociale fu un fenomeno complesso che Guarino coglie nella sua essenza.
Redazione, Bruno Guarino, La guerra continua, Bonanno Editore, Palermo, la corsa infinita
 
Amedeo Anfossi: nato a Sanremo il 27 novembre 1915, milite della GNR in servizio presso il Comando Provinciale della GNR, compagnia di Sanremo
Interrogatorio dell’8.6.1945: "[...] Verso il 20 febbraio 1945 ho preso parte al rastrellamento effettuato nella zona di Baiardo unitamente ad una quindicina di altri militi, un reparto di bersaglieri, brigate nere e soldati tedeschi. Noi della GNR eravamo al diretto comando del Tenente Salerno Giuseppe. Io ero adibito al servizio di conducente di una carretta per il trasporto dei rifornimenti [...]
Leonardo Sandri, Processo ai fascisti: una documentazione, Vol. 9 - Liguria: Imperia - Savona - La Spezia, StreetLib, Milano, 2019 

21 aprile 1945
Ieri sera verso le dieci una granata ha ucciso due bersaglieri, col cavallo che transitavano davanti alla drogheria...
22 aprile 1945
Pochi spari, tutti parlano della fine guerra. I bersaglieri sono silenziosi, non hanno più la baldanza che avevano in questo poco tempo passato, non fanno più tutta quella maffia che facevano con quelle tre ragazzotte tutti i giorni, con quei due sandolini a navigare nel fiume.
Caterina Gaggero Viale, Diario di Guerra della Zona Intemelia 1943-45, Edizioni Alzani, Pinerolo, 1988

martedì 9 maggio 2023

Sono ore che cammino in zona ribelle e non un partigiano, non un volto conosciuto

Dintorni di Ubaga, Frazione di Borghetto d'Arroscia (IM): Foto: gabrycaparezza su Gulliver

Nel pomeriggio del 4 marzo [1945] il Comando divisione [Divisione d'Assalto Garibaldi "Silvio Bonfante"] da Poggiobottaro invia a Gazzo una lettera a Ramon [Raymond Rosso], il Capo di Stato Maggiore. La via normale delle staffette di Ginestro non è seguita: il messaggio è urgente e segreto. La lettera la porto io che, venendo dalla valle di Cervo, mi ero fermato a pranzare a Poggiobottaro.
Lasciato il Comando mi inerpico fino alla cresta dove so di trovare un sentiero di boscaioli che, attraverso rovi e castani, scende in Val Lerrone. Tra le bande della I Brigata in Val d'Andora e quelle delle altre brigate in Val d'Arroscia c'è da tempo la terra di nessuno: i tedeschi battono in Val Lerrone e da Cesio o Garlenda possono per Casanova e Degna spingersi fino a Poggiobottaro senza che un colpo di fucile dia l'allarme. Questo mi è noto e, per quanto posso, evito carrozzabili e mulattiere seguendo dei sentieri che spero siano ignorati dal nemico. Raggiunta la cresta vedo durante la discesa davanti a me la carrozzabile Casanova-Vellego che spicca sull'altro versante tra gli ulivi. E' deserta perché anche i contadini evitano di servirsene da quando è battuta dalla pattuglia tedesca in bicicletta. Era passata la prima volta il 22 febbraio rapida ed improvvisa e da allora la minaccia si è mantenuta costante.
Raggiunto il fondovalle perdo il controllo della carrozzabile, prendo una mulattiera che sale ripida tra gli ulivi e mi conduce fino a Degna. In paese raggiungo la carrozzabile, la seguo per un tratto tenendomi al margine, pronto a gettarmi tra gli alberi, poi trovo un ripido sentiero e salgo verso la cresta. Ora devo procedere per istinto perché di solito i partigiani, ed anch'io, seguivamo la mulattiera ad oriente di Degna. Oggi invece debbo cambiare strada se voglio arrivare a Gazzo prima di notte. Il sentiero sfiora il Santuario della Madonna di Degna. E' domenica ed una campana chiama i fedeli a raccolta. Tra gli alberi sento le voci dei giovani sulla piazzetta davanti alla chiesa. E' qui che in settembre avvenne lo scontro con i San Marco che costò la vita di sette dei nostri. Do un'occhiata al famoso santuario? E' il pensiero di un istante, poi ricordo che non devo né indugiare, né farmi notare. Ancora su, più lento, col fiato più corto. Il sentiero si perde, ma gli alberi sono radi ed il resto è a prato, posso camminare egualmente. Raggiungo la nuova cresta: di là è la Val d'Arroscia, provo un senso di calore, di conforto: è zona partigiana. Decido di passare tra Ubaga ed Ubaghetta; non so se vi sia sentiero, ma è la via più breve. Devo raggiungere la strada Ubaga-Borghetto. Scendo a caso tra i castani per dieci, venti minuti, poi cominciano i rovi. Ecco un pastore, gli chiedo se vi sia il sentiero che mi aveva promesso la carta topografica: «No, il sentiero non c'è più. Una volta c'era ma è tanto che non ci passa più nessuno, ora è invaso dai rovi. Bisogna scendere fino ad Ubaghetta». L'uomo mi indica la direzione col bastone, dà ancora qualche consiglio, lo ringrazio e poi giù verso il paese.
Il sentiero invaso dai rovi... quanti sono in Liguria i sentieri, le mulattiere segnati sulle carte che abbiamo trovato ormai impraticabili? Quanti i ruderi di cascine, di frantoi, di case nei paesi crollati ormai per l'abbandono e lo spopolamento? «La strada da Ubaghetta a Degna l'avete resa praticabile voi passandoci con i muli». Ci dicevano i contadini ed infatti molti sentieri e mulattiere erano battuti solo dai partigiani.
Con qualche fatica raggiungo Ubaghetta, e avessi saputo prima che dovevo passarvi avrei fatto più presto a tenere la strada consueta. Ci dovrebbero essere tre dell'intendenza, ma rinuncio a cercarli: so che in tutto il paese nessuno li avrà visti, nessuno ne saprà niente perché i contadini non si fidano più né di partigiani né di borghesi temendo in ogni volto non conosciuto un nemico.
Ecco dov'era l'intendenza: tre muri anneriti ed un cumulo di cenere. Fortuna che i sacchi di riso e di pasta erano al sicuro presso famiglie amiche. Ecco la casa dove si erano appostati i Cacciatori degli Appennini per tendere l'agguato a Pantera che scendeva verso il paese coi fuggiaschi del Garbagnati dopo lo scontro di Ginestro. Ecco il cimitero dove è seppellito Miscioscia, caduto a poca distanza nell'ultimo rastrellamento.
«Quando la guerra sarà finita metterò su una sartoria». Mi aveva detto una sera ad Ubaga quando venivamo dal Piemonte. «Conosco il mestiere discretamente, potrò prendere dei lavoranti. Se uno ci sa fare può guadagnar bene e far conoscenze nei migliori ambienti».
Aveva avuto i piedi congelati nella guerra di Grecia, ciò nonostante era venuto con noi. Era di carattere buono e disciplinato e tutti gli volevamo bene. Di lui mi rimangono un paio di copriguanti per neve ed un passamontagna che mi aveva fatto a Fontane.
Pensai a lui, a Redeval [Germano Cardoletti, Redaval], ferito e fucilato a Borghetto, a Tom ed a Boriello trascinati chissà dove. Saranno ancora vivi?
Da Ubaghetta scendo in fondo ad un vallone, risalgo oltre un torrente e l'opposto versante. Per orti ed ulivi raggiungo Ubaga. Un sentiero da Ubaghetta mi avrebbe potuto condurre direttamente a Merlo sulla carrozzabile tra Ranzo e Borghetto, ma ho preferito allungare il percorso piuttosto che camminare per quel tratto di stradone che, con rocce a picco sui due lati, è particolarmente pericoloso.
Ubaga: qui in agosto era la banda di Pantera [Luigi Massabò, vice comandante della Divisione Bonfante] quando noi con la Matteotti eravamo a Montecalvo. Quanto siamo cambiati da allora.
Ubaga è libera: un gruppo di giovani sulla piazza del paese guarda il partigiano che passa. Cosa penseranno? Li guardo negli occhi ma non intuisco niente.
Ecco la carrozzabile che abbiamo fatto in novembre col Comando: fino a Borghetto è sempre discesa. Uno snello ponte di pietra mi porta al di là dell'Arroscia sullo stradone presso Borghetto. In pochi minuti sono sulla carrozzabile che mi porterà a Gazzo, la mia mèta. Ma come troverò Ramon? Sono ore che cammino in zona ribelle e non un partigiano, non un volto conosciuto. Ecco finalmente due dell'intendenza: Germano e Terribile. Una sosta di qualche minuto e poi li convinco a salire con me: la strada sarà più lieve in compagnia. I due intendenti hanno enormi pistole a tamburo: la Glisenti dei carabinieri. «Per questa è morto Tito in dicembre», mi dice Germano. Infatti, un partigiano di nome Tito era stato arrestato da noi sotto accusa di tradimento e, prima del processo, era stato ucciso da Germano mentre cercava di fuggire.
«Peccato che invece Carletto e Bol!».
«Già... di Bol non ne sappiamo più niente... Carletto invece è ad Albenga... Abbiamo incaricato quei del S.I.M. e le S.A.P. di fargli la pelle, ma sarà difficile».
Carletto verrà ucciso più tardi dal comandante della Brigata Nera di Albenga al quale aveva insidiato la fidanzata, tale almeno sarà la versione sulla sua fine che si diffonderà fra noi». (*)
«Ed ora dove dormite?». Era la domanda tradizionale che rivolgevamo ai compagni al tramonto del sole sperando di avere ospitalità od indicazione di un rifugio sicuro.
«Così... Ci si arrangia... In un fienile fin verso le tre, poi svegli. Di giorno poi pisoliano qua e là dove ci capita, in due od in tre mentre uno monta la guardia... Siculo invece sta per conto suo e dorme in un albero vuoto. Vi rimase quasi tutto il tempo del rastrellamento. Si cala da un buco tra i rami, dice che ha imparato a dormire in piedi». Poi racconti di rastrellamenti e puntate narrati così, alla buona, cercando in tutto il lato allegro.
«Sì, in dicembre eravamo rimasti a Fontane con l'Intendenza... Il rastrellamento? Ho assistito solo alla prima parte e ne ho avuto abbastanza... Come ne siamo usciti? Fortuna... Camminando e dormendo nella neve senza mangiare. E' il colmo per un intendente che maneggia quintali di viveri aver fame! Eppur mi è capitato! E che letto soffice la neve fresca! Quando hai camminato e sei caldo non senti il freddo e puoi dormire perfino mezz'ora. Poi salti per tre quarti d'ora e quando sei di nuovo ben caldo fai un altro riposino... Ramon? E' a Gazzo, ma nessuno sa di preciso dove. Quando i tedeschi hanno preso il russo dell'intendenza si sono fatti condurre in paese ed hanno rovistato tutto senza trovarlo. Pareva un buon ragazzo il russo ed invece ci ha tradito. Credo che lo abbiano costretto. Assieme a lui hanno preso Alpino, dicono che lo abbiano fucilato... Sì, è successo l'altro giorno ad Alto... Quanti erano? Nessuno è stato a contarli. Certo erano parecchie centinaia e venivano da tutte le parti».
Arriviamo a Gazzo. E' ormai buio, gli intendenti mi portano dalla maestra: « E' in contatto con Ramon... E' l'unico mezzo di avvisarlo che sei qui».
Alttendono un po' con me, poi se ne vanno. La maestra era già uscita, appena aveva saputo chi cercavo. Rimango solo nella piccola cucina accanto alla stufa a guardar la fiamma, unico punto luminoso nella penombra.
La porta si apre, mi volto di scatto: è Ramon. «Tieni, c'è una lettera del Comando».
Ramon apre la busta, legge rapidamente. Lo guardo attentamente: il suo volto non rivela nessuna emozione. Chissà cosa c'è scritto in questa lettera così importante! Non è da lui che lo saprò. Avevo sempre ammirato il Capo di Stato Maggiore della Bonfante, Rossi Raymond, alias Ramon, cittadino svizzero. Il partigiano inafferrabile, la cui vita era misteriosa, il cui rifugio era ignoto ad amici e nemici. Cercato dai tedeschi, sfuggito al tradimento di Carletto e del russo, unico capobanda apolitico della Bonfante, riusciva a vivere autonomo e libero da ogni legge, avvertito di ogni mossa del nemico da informatori personali. Troppo forte ed abile per essere umiliato, pur privato della banda che aveva creato e potenziato, come Capo di Stato Maggiore faceva sentire l'influenza delle sue idee e dei suoi metodi sulle bande della II e della III Brigata.
ln ogni paese, in ogni vallata i simboli del passato regime e le lapidi a ricordo delle sanzioni erano scomparsi sotto la furia antifascista di Ramon. I ponti in tutta la Val d'Arroscia erano stati del pari distrutti per opera sua che poi, con tenacia costante, aveva frustrato ogni tentativo nemico di riattare la strada. Ecco Ramon: un completo grigio con giacca e calzoni, un panciotto di lana bianca grezza, un cappello da città. E' difficile ricordare in lui il capo della banda dell'Alluminio che, in giacca di telo da tenda e pantaloni tedeschi, interrogava a Piaggia i prigionieri tedeschi dopo aver fatto saltare il ponte di Borghetto alle spalle del nemico impegnato a Vessalico.
Pure questo distinto signore è ancora il terrore della Val d'Arroscia e di Albenga; alla sua scuola si sono formati Cimitero, Meazza e molti dei migliori uomini della Bonfante. Dalla primavera scorsa molti partigiani di Martinengo che, dopo l'incorporazione tra i partigiani di parte del presidio fascista dei Forti di Nava, non vollero vivere a fianco di simili compagni, erano passati con Ramon che, senza avere i rossi ideali del Cion [Silvio Bonfante], attaccava i tedeschi con fortuna ed audacia.
Ramon ha letto: «Hai cenato?» mi chiede. «No». «Allora vieni». Se spero di conoscere qualcosa della vita di Ramon sono presto deluso. Vengo condotto alla trattoria, quella stessa dove sostai col Comando al ritorno dal Piemonte.
«Segnate sul mio conto il pranzo di questo partigiano». Subito dopo mi conduce in una strada, scosta lo strame di fondo, apre una botola: «Qui potrai dormire questa notte... La famiglia di fronte ti darà una coperta». Ramon mi saluta e scompare, io torno in trattoria a cenare: uova e patate fritte.
La lettera che avevo portato quella sera conteneva a grandi linee i piani dell'operazione L. 1 che veniva affidata in gran parte a Ramon. Il primo lancio alleato di rifornimenti per la Divisione Bonfante veniva denominato L. 1. Sarebbe avvenuto in Val Pennavaira, nella zona di Caprauna prescelta per la scarsità dei paesi che avrebbe aiutato la segretezza, per i roccioni e la mancanza di carrozzabile che avrebbe agevolato la difesa.
(*) Seppi poi da Ramon che Carletto si sposò nella chiesa del Sacro Cuore in Albenga. Qualche tempo dopo andò col capo delle Brigate Nere di Albenga (Luciano Luberti) a casa del suocero per ucciderlo. Sulla via del ritorno tra Coasco ed Albenga, Luberti uccise Carletto e lo gettò giù dalla strada.
Gino Glorio (Magnesia), Alpi Marittime 1943-45. Diario di un partigiano - II parte, Nuova Editrice Genovese, 1980, pp. 182-186

 

4 marzo 1945 - Dal comando della Divisione "Silvio Bonfante", prot. n° 161, al comando della I^ Zona Operativa Liguria - Comunicava che il comando di Divisione era in attesa di conoscere la data dell'aviolancio alleato nella zona di cui aveva già inviato una cartina topografica.
4 marzo 1945 - Dal comando della Divisione "Silvio Bonfante", prot. n° 162, al capo di Stato Maggiore ["Ramon", Raymond Rosso] della Divisione - Comunicava che dal giorno 10 Radio Londra avrebbe in ogni momento potuto trasmettere il messaggio "la pioggia bagna", segnale di effettuazione del [primo] lancio di materiale da parte degli alleati; che si prescriveva l'ascolto dei messaggi di Radio Londra in italiano; che i fuochi di riconoscimento per l'effettuazione degli aviolanci dovevano "essere disposti a forma di 'T' rivolta contro vento"; che non si dovevano fare segnalazioni se il vento avesse superato le 20 miglia orarie; che occorreva disporre i fuochi in buche profonde 2 metri per impedirne l'avvistamento da parte del nemico; che i paracadute per la prevista operazione sarebbero stati 5, fatti cadere alla distanza di 60 metri uno dall'altro; che bisognava comunicare se nella zona si trovavano ostacoli naturali.
4 marzo 1945 - Dal comando della Divisione "Silvio Bonfante", prot. n° 170, al capo di Stato Maggiore della Divisione - Comunicava che la I^ e la III^ Brigata passavano sotto il controllo del comando di Divisione e la II^ alle dipendenze del capo di Stato Maggiore; che "Fra Diavolo" doveva continuare, anche se in disaccordo con "Martinengo", la sua opera in Val Tanaro; che la zona in cui operava la II^ Divisione era in quel periodo soggetta a molti rastrellamenti.
4 marzo 1945 - Dal comando della Divisione "Silvio Bonfante", prot. n° 171, al comando del Distaccamento "Mario Longhi" - Il comandante "Fra Diavolo" veniva invitato a continuare nelle sue azioni in Val Tanaro, ad appoggiarsi alla II^ Brigata "Nino Berio" e a "Ramon", ad inviare relazioni sul lavoro svolto e sulle difficoltà incontrate.
5 marzo 1945 - Dal comando della Divisione "Silvio Bonfante", prot. n° 174, al commissario "Osvaldo" [Osvaldo Contestabile] - Gli si comunicava che non era ancora giunto il momento del suo rientro dalla malattia e lo si informava dell'attesa di un aviolancio alleato "che si spera cambi la sorte dei garibaldini".
5 marzo 1945 - Dal comando della Divisione "Silvio Bonfante", prot. n° 175, al comando della II^ Brigata "Nino Berio" - Ordinava di compiere azioni di disturbo lungo la strada Albenga-Garessio; di recuperare ogni possibile esplosivo; di controllare se c'erano riserve di munizioni per St. Etienne, nascoste dal partigiano "Falco"; di stimolare i Distaccamenti ad inviare regolarmente relazioni.
5 marzo 1945 - Dal capo di Stato Maggiore [Raymond Rosso] della Divisione "Silvio Bonfante" al comando della Divisione - Informava che i tedeschi, guidati da "Carletto", avevano eseguito una puntata su Nasino per sorprendere il Distaccamento "Giannino Bortolotti" della II^ Brigata "Nino Berio" ma senza causare perdite tra i partigiani; che tedeschi provenienti da Nava avevano fatto prigionieri due uomini dell'intendenza garibaldina; che "Turbine", fuggito nell'occasione citata, abbandonando uomini e materiale, era stato arrestato, poiché non aveva fornito plausibili giustificazioni.

da documenti IsrecIm in Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell'Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e della Storia Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945) - Tomo II, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1998-1999

mercoledì 3 maggio 2023

Ritenuta responsabile di collaborazione coi tedeschi

Imperia: Borgo Marina

Le volontarie stesse percepirono la loro funzione di essere di esempio “ai vili e ai venduti”, come scrivono un gruppo di ausiliarie di Imperia in una lettera a Mussolini il 5 dicembre 1944, nel giorno del loro giuramento:
"Duce, un gruppo di volontarie ausiliarie, della Provincia di Imperia, nel giorno del suo giuramento, osa inviarti l’espressione sincera del suo affetto, della sua ammirazione e della sua ferma decisione di essere pronte a tutto osare, a tutto affrontare, fosse pure la sorte, per la Patria nostra e per il nostro grande condottiero.
In te, per te, amiamo l’Italia sopra tutto e contro tutti, serenamente e duramente, ogni alba di questa dolce riviera ci ritrova sul lavoro, con umiltà di cuore, ed in silenzio, prestiamo la nostra opera, in questa avanzata base, con un fermo proponimento: contribuire al raggiungimento della meta da te prefissa, essere di esempio ai vili e ai venduti.
[…] La fede, nei destini della Patria e in te, è in noi incrollabile.
Duce, comanda! Siamo pronte ad obbedire, a morire per Te, tu sei la nostra guida la nostra luce.
F.to le volontarie del corso provinciale di Imperia".
L’immagine dell’ausiliaria veniva delineata e propagandata sulle colonne dei periodici fascisti repubblicani, dove si cercava di coniugare l’apparente conflitto tra il tradizionale modello femminile di madre e sposa esemplare del fascismo-regime e quello della donna militarizzata del fascismo repubblicano.
Francesca Gori, Ausiliarie, spie, amanti. Donne tra guerra totale, guerra civile e giustizia di transizione in Italia. 1943-1953, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Pisa, Anno Accademico 2012-2013 

La donna [Maria Zucco, la donna velata], che indossa abiti maschili e si copre il volto con velo e occhiali, guida con la rivoltella in pugno le azioni di cattura o rastrellamento, e sembra gioire di fronte alle torture inflitte ai prigionieri. La promuovono capitano delle ausiliarie e riesce a distruggere tutta l’organizzazione cospirativa di Oneglia e di buona parte della provincia. L’8 aprile 1945 si mette alla testa di 300 rastrellatori e giunge a Carpasio, un paese dell’entroterra in altura: qui fa saccheggiare o bruciare diverse case e fucilare i civili Silvio Bonfiglioli, Mario Cotta e Vincenzo Invernizzi. Altri dieci paesani presi come ostaggi vengono poi battuti prima di essere rilasciati. Una scia di sangue accompagna le sue azioni, e tuttavia riuscirà poi a salvare la vita ed a ritornare clandestinamente in Francia.
Ricciotti Lazzero, Le Brigate Nere, Rizzoli, 1983

Nel dicembre '44 Maria Zucco entrò in azione. Per non farsi riconoscere indossò un paio di pantaloni e un giubbotto militare e si coprì il volto con un velo nero trasparente e grandi occhiali scuri. Così travestita verrà tristemente ricordata come "La Donna Velata".
In quel mese Maria Zucco si mise a disposizione dei fascisti del Capitano Ferraris segnalando tantissime persone che in clandestinità facevano parte della Resistenza. "La Donna Velata" indicò i luoghi dove i partigiani nascondevano le armi e chi collaborava con loro: fece il nome di alcuni agenti della Questura di Imperia, medici e infermieri degli ospedali della zona, sacerdoti, impiegati comunali, commercianti e indicò ai fascisti chi erano i familiari dei partigiani che aveva conosciuto. Molti degli arrestati, dopo stringenti interrogatori, vennero rilasciati, altri no.
Il 7 gennaio '45, nella zona di Pontedassio, i partigiani uccisero due soldati tedeschi; per ritorsione venne presa in ostaggio una trentina di persone. Fra gli arrestati la Zucco riconobbe Adolfo Stenca "Rino", il responsabile del SIM (Servizio Informazioni Militare) e Carlo Delle Piane, il Comandante di un Distaccamento partigiano. La spia descrisse Carlo Delle Piane come un pericoloso bandito, protagonista di molte azioni di guerriglia.
Il 31 gennaio '45 (come abbiamo già raccontato nel precedente paragrafo dal titolo "Capo Berta") i due Comandanti verranno fucilati con altri 18 partigiani.
Maria Zucco si recò a Imperia Oneglia e fece arrestare l'insegnante Roberto Sordello definendolo per le sue idee politiche un pericoloso sovversivo e il Comandante dell'VIII Distaccamento Sap Francesco Garuti "Corbia".
Quando i fascisti entrarono nell'abitazione di Garuti e misero sottosopra la casa, trovarono il ruolino con i nominativi di quasi tutti i sapisti della II^ Brigata "Walter Berio".
Per mezzo di quel documento saranno arrestati Walter Borsetti, Elio Canavese, Salvatore Costa, Elvio Damiano, Carmelo D'Angelo, Tomaso Dominici, Ezio Dolino, Bruno e Modesto Faina, Luigi Fernandez, Armando Filié, Paolo Languasco,  Vinicio Lucca, Carlo Manardi, il dottor Elio Marvaldi medico delle carceri giudiziarie di Imperia, Cristiano Nicola, Giobatta Novello, Ernesto Orlandi, Rodolfo Risso, Ermes Verdiani, Roberto Zat.
Faustino Zanchi aveva dato alloggio a Maria Zucco: mentre i fascisti lo stavano massacrando di botte lei si avvicinò e colpendolo al volto con il calcio della pistola gli disse: "Finalmente ti abbiamo preso". Per tutti gli arrestati ci furono torture e morte; chi non riuscì a resistere alle atroci sofferenze parlò e, a catena, altre decine di persone furono arrestate.
Per opera della Zucco tutta l'organizzazione cospirativa di Imperia Oneglia venne completamente distrutta.
"La Donna Velata" per i suoi servizi fu promossa Comandante delle Ausiliarie e partecipò fino alla fine della guerra a tutti i rastrellamenti nazifascisti. Il sacerdote don Nino Martini testimonierà: "Una scia di sangue seguirà le orme della 'Donna Velata' sino alla fine del conflitto."
Il 24 aprile '45 Maria Zucco con altri fascisti del luogo si trasferì ad Alessandria. Ricercata dai partigiani imperiesi verrà individuata, arrestata e fatta processare. La CAS (Corte di Assise Straordinaria) di Imperia la condannerà a morte. Stranamente "qualcuno" si opporrà alla sua fucilazione spargendo la voce che Maria Concetta Zucco era incinta!
Anche lei, come successe alla maggior parte dei criminali di guerra fascisti, venne amnistiata e, dopo un breve periodo di detenzione, scarcerata.
Fulvio Sasso, ... E il sangue dei vincitori. Rappresaglie e stragi nazifasciste in Italia (1943-'45), L. Editrice, 2010

Anche nel caso riguardante Angela B. [Bertone] guerra civile e guerra tra i generi si contaminano <232. La donna aveva fornito informazioni ai reparti tedeschi di stanza ad Acquetico (Imperia) a proposito di una banda partigiana di cui faceva  parte anche il fidanzato, Nino D. In seguito i tedeschi operavano un rastrellamento, catturavano e uccidevano dodici partigiani, tra cui lo stesso fidanzato di Angela. La ragazza lavorava per i tedeschi, come addetta alla cucina, si  era legata in una nuova relazione amorosa con un milite fascista repubblicano, e secondo un informativa del 30 aprile 1945, aveva avuto relazioni sessuali con altri soldati <233. L’informatore ricordava che  “in paese correva voce che  quest’ultimo [Nino D.] fosse nei confronti della fidanzata molto geloso e  talvolta - per pretesa infedeltà - minaccioso e violento” <234 e dunque non escludeva che “l’incriminata [avesse] fatto la spia per togliere di mezzo il fidanzato e salvarsi così dalle sue giustificate reazioni, non esclusa quella di toglierle la vita” <235.
[NOTE]
232 Asge, Cas Imperia, fasc. 64/45.
233 Rapporto di Angiolina Bertone del 30 aprile 1945, in Ivi, ff. 12-14.234 Ivi, f. 12.
235 Ivi, f.13. La Cas di Imperia il 19 febbraio 1946 assolve l’imputata per insufficienza di prove. Cfr. sentenza, in Ivi, ff. 32-36

Francesca Gori, Op. cit.

10 febbraio 1945 - Dal CLN di Genova al comando della I^ Zona Operativa Liguria - Invito a processare il signor Bossi e la moglie per tradimento.
22 febbraio 1945 - Documento riservato con il quale ai quadri partigiani interessati si trasmetteva la descrizione fisica della spia Rina Bocio, del servizio informazioni del nemico: "alta 1,65 metri, bruna, capelli corti, molto scura in viso..."
7 marzo 1945 - Dalla G.N.R. comando provinciale, ufficio servizi, prot. n° 3124/B.5P, al nucleo della polizia investigativa della G.N.R. di Alassio (SV) - Si indicava al maresciallo Ferrero di chiedere alla signora Ernesta Ordano informazioni sui "ribelli" della zona di Stellanello, numero, movimenti, nominativi delle famiglie che li informavano, dato che la signora voleva la cattura della figlia che faceva parte dei "ribelli" in quella zona.
7 marzo 1945 - Da Ernesta Ordano al nucleo della polizia investigativa della G.N.R. di Alassio (SV) - Riferiva che la figlia, partigiana "Paola", era armata di pistola e moschetto, che il numero di "ribelli" a Stellanello era imprecisato, perché "tutta Stellanello ne è infestata", e forniva un elenco, con annotazioni sui singoli, di cittadini di Villarelli [Frazione di Stellanello (SV)], sottolineando che erano "tutti a favore dei fuorilegge" (nel fascicolo sono presenti anche due lettere del marito a questa Ordano per tranquilizzarla [sic!>]sulle buone intenzioni della polizia investigativa").
15 marzo 1945 - Dal CLN di Alassio alla Sezione SIM della Divisione "Silvio Bonfante" - Comunicava ... che in giornata era partita una staffetta recante notizie di Ernesta [Ordano, rivelatasi presto una spia nemica] e del marito Vittorino "Barbetta".
27 marzo 1945 - Dalla Sezione SIM [Servizio Informazioni Militari] della VI^ Divisione "Silvio Bonfante", prot. n° 110 bis, al CLN di Alassio ed al comando della VI^ Divisione - Chiedeva quale fosse la data per l'arresto ed il processo alla spia Ernesta Ordano, stabilita in un primo tempo per il 26 marzo, ma fatta annullare, come riferito da "Lillo", dal CLN di Alassio...
28 marzo 1945 - Da "Carmelita" al C.L.N. di Sanremo - Segnalava che tra i più assidui informatori dei tedeschi vi era un certo colonnello Alberto Neri, abitante a Sanremo, invalido, ex combattente dell'esercito francese, in diretto contatto con il capitano "Frank" e che un'altra informatrice era una donna sudamericana di nome "Pegg", intima amica del Neri stesso.
29 marzo 1945 - Da "Dario" [Ottavio Cepollini] alla Sezione SIM [Servizio Informazioni Militari] della VI^ Divisione "Silvio Bonfante" - Comunicava, in riferimento alla lettera del SIM prot. n° 107 del 21 marzo 1945, che la signora Scialdema era "partita per ignota destinazione"; che si stava praticando "una stretta sorveglianza" sulla signora Maria Raffaello...
30 marzo 1945 - Da "K. 20" alla Sezione SIM [responsabile "Livio", Ugo Vitali] della VI^ Divisione "Silvio Bonfante" - Avvertiva che "... alla Prefettura di Imperia si trova una donna che funge da interprete: risulta facilmente corruttibile dal punto di vista sentimentale. Da Imperia il fratello di 'Pantera' [Luigi Massabò, vice comandante della VI^ Divisione "Silvio Bonfante"] comunica 5 nomi di spie che lavorano per le bande nere".
2 aprile 1945 - Da "Violetta" alla Sezione SIM [Servizio Informazioni Militari] della VI^ Divisione "Silvio Bonfante" - Comunicava... che sussistevano gravi indizi a carico della concubina del commissario "Franco" [Giovanni Trucco caduto in combattimento a Trovasta il 27 marzo 1945], signora Angiolina, che era con i tedeschi a San Luigi.
2 aprile 1945 - Da "Sergio" al comando della VI^ Divisione "Silvio Bonfante" - Comunicava... che Vittorio Castellani, di professione carrettiere, aveva fornito informazioni alla già nota Ernesta Ordano; che il Castellani era anche pronto a testimoniare contro un certo Moro per favoreggiamento dei partigiani...
3 aprile 1945 - Dalla Sezione SIM [Servizio Informazioni Militari] della VI^ Divisione "Silvio Bonfante", prot. n° 126, al comando della VI^ Divisione ed al comando della II^ Brigata "Nino Berio" della VI^ Divisione - Segnalava che la spia Rina Boero era stata avvistata a Gazzo, per cui era necessario provvedere al suo arresto.
3 aprile 1945 - Dal comando della I^ Brigata "Silvano Belgrano della VI^ Divisione "Silvio Bonfante" al comando del Distaccamento "Franco Piacentini" ed al comando del Distaccamento "Marco Agnese" - Segnalava che da Alassio era partita una donna, di cui veniva fornita la descrizione fisica, "diretta verso la montagna con l'incarico di spiare i garibaldini".
7 aprile 1945 - Da "Biscio" alla sezione S.I.M. [Servizio Informazioni Militari] della VI^ Divisione "Silvio Bonfante" - Comunicava che dopo la cattura degli uomini del Distaccamento di "Franco", Angiolina [Angela Bertone], ex fidanzata del commissario di quel Distaccamento, aveva accompagnato i tedeschi in una puntata su Vergana con la quale i nemici avevano bruciato 25 case, tra cui quella di "Ilda" [Gilda Piana], informatrice della Divisione, la quale aveva già subito un arresto sempre per opera della ricordata Angiolina...
da documenti IsrecIm in Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell'Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e della Storia Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945) - Tomo II, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1998-1999

 [...] Dll n. 142 del 22 aprile 1945, con il quale venivano istituite le Corti d’assise straordinarie (Cas), che avevano la competenza di giudicare i reati di collaborazionismo col tedesco invasore commessi dopo l’8 settembre 1943 nelle zone sottoposte ad occupazione.
[...]
Ancora, Erminia O. era una fervente fascista ed era sposata con un maresciallo della Gnr che, il  28 agosto 1944, fu prelevato e ucciso dai partigiani. Erminia stessa, precedentemente, era stata catturata e le erano stati tagliati i capelli, ma successivamente era stata rilasciata. Dopo l’uccisione del marito aveva così pronunciato l’intenzione di farla pagare ai resistenti. Secondo le accuse avrebbe quindi indicato i nominativi di sette partigiani della zona di Case di Nava (Imperia), uno dei quali sarebbe poi stato fucilato 252
[...] Alla rappresentazione di “mogli-mostro” si oppongono invece quelle di mariti non solo deboli vittime, ma anche succubi marionette nelle mani delle loro consorti, come si evince dal caso dei coniugi B., processati insieme dalla Cas di Imperia per essersi posti al servizio delle SS tedesche e aver compiuto delazioni. Nelle denunce a carico dei due è  la  donna  ad  essere  descritta  come  principale  responsabile  dell’attività delittuosa. Ida D. viene infatti definita una donna “volgare, di pessima moralità, e capace di qualsiasi cattiva azione”, ritenuta la responsabile dell’attività delittuosa del marito, colpevole invece soltanto di assecondare le pressanti richieste della moglie. Emerge insomma l’immagine di una moglie che istiga il marito e che dunque può essere considerata l’unica colpevole morale dei fatti, come si rileva dalla denuncia del commissario di polizia di Sanremo del 14 giugno 1945 e dal rapporto del nucleo della  polizia giudiziaria presso la Cas di Imperia del 19 giugno 1945: Da accertamenti eseguiti nei confronti dei coniugi in oggetto indicati è risultato che la moglie del Burchi fascista sfegatata istigava il marito a porgere denuncia presso il Commissariato di Polizia di Sanremo contro antifascisti e patrioti, avvalendosi della sua qualità di Brigadiere di polizia. Tutte le denunce a carico dei coniugi B. dovrebbesi attribuirle in causa prima alla moglie Ida, perché insisteva presso il marito di denunciare presso l’Ufficio di polizia  523. La B. Ida era iscritta al Pfr e svolgeva continua attività a favore del partito stesso. La stessa era in relazione con le SS tedesche, tanto che quando essa si recava al comando di queste, era ricevuta immediatamente. Essa istigava sempre il marito, B. Silvio, brigadiere di PS, perché, avvalendosi della sua qualità, procedesse a denuncia di tutte le persone che manifestavano sentimenti antifascisti o che comunque fossero contrari al cessato regime 524 

[...] Le donne sono quindi presentate come madri che incoscientemente agiscono per il bene dei figli. Lo stesso artificio retorico è utilizzato anche nel caso di Rosa P., imputata presso la Cas di Imperia per aver denunciato un uomo che  aveva espresso pubblicamente le sue opinioni antifasciste, in contrasto con le posizioni del figlio, arruolato nella Brigata nera. Già nell’interrogatorio del 17 giugno 1945 la donna sosteneva di aver agito “non per odio, bensì per dolore dell’unico mio figlio esposto a tanti pericoli” 549. Lo stesso giudice, pur ritenendo la piena consapevolezza dell’imputata nelle conseguenze che la sua delazione avrebbe comportato e che comportò, essendo stato l’uomo poi fucilato da militi della Gnr, e dunque ritenendola colpevole, ritenne però di doverle accordare le attenuanti generiche, “per la sua qualità di madre”, diminuendo così la sua pena da dieci anni a quattro anni e cinque mesi 550. Infine l’avvocato difensore continuava a solcare questa strada nell’intento di scagionarla definitivamente, nel ricorso in Cassazione, in cui sosteneva: "In lei e nella sua azione non vi era che lo sfogo istintivo ed impulsivo di una madre che, colpita nel suo profondo dolore e ben lontana dal provvedere quelle che la sentenza definisce “le gravi conseguenze che ne sarebbero derivate”, non pensa più in là del fatto immediato e contingente 551. [...]

[NOTE]

252 La Cas di Imperia tuttavia con sentenza del 28 novembre 1945 la assolveva per insufficienza di prove, cfr. Asge, Cas Imperia, b. 35, fasc. 60/45 Erminia O
523 Asge, Cas Imperia, b. 39, fasc. Ida D., f. 22.
524 Ivi, f. 29
549 Asge, Cas Imperia, b. 39, fasc. Rosa P., f. 7.
550 Sentenza della Cas di Imperia del 20 luglio 1945, in Ivi, ff. 12-13.  
551 Ricorso in Cassazione del 23 luglio 1945, in Ivi, f. 18
 
Francesca GoriOp. cit. 
 
Sentenza nella Causa penale con citazione diretta contro Casaroli Elda di Maria Casaroli nata a Piacenza il 25 settembre 1919, res. Bordighera
[...] L'Ufficio di polizia di Bordighera riferiva il 23 giugno 1945 al P.M. presso la Corte Straordinaria che Casaroli Elda era stata tratta in arresto il 6 dello stesso mese, perché ritenuta responsabile di collaborazione coi tedeschi, avendo provocato la cattura di due patriotti [i fratelli Biancheri] che poi vennero fucilati e di Buccella Orlando, guardia di finanza, che aveva disertato
[...] Dichiara Casaroli Elda colpevole del reato ascritto [...] la condanna ad anni 8 e mesi 4 di reclusione, alla confisca dei beni, ed alle spese [...]
Sanremo, 7.9.1945
Il Presidente fto: Montulli
il cancelliere fto: Marotta.
La Corte Straordinaria d'Assise di Imperia, documento in Archivio di Stato di Genova, ricerca di Paolo Bianchi di Sanremo 
 
[...] il marito di Maria Delfina R., condannata dalla Cas di Imperia a 9 anni di reclusione per essere stata una fervente fascista, per essersi arruolata tra le ausiliarie di Imperia e per aver provocato un  rastrellamento nel paese di Montegrazie (IM), il quale così si esprime in un esposto al Presidente della Corte di Cassazione dell’11 novembre 1945: "Il 3 agosto mia moglie venne processata e su accusa di 5 o 6 persone di Montegrazie, tutte imparentate tra loro, che avevano dei rancori personali verso la famiglia di mio suocero per vecchie questioni d’interesse, venne condannata a 9 anni per propaganda fascista. [...] Credo che dopo tanti anni di guerra e di lontananza dalla famiglia, quella famiglia che ho sempre anelato di possedere e che il destino avverso non mi ha fatto mai godere, abbia quasi il diritto di vivere un poco in pace. È il grido di dolore di un reduce, che ha combattuto tutta la guerra sul mare [...] E pensare che se fossi rimasto a casa, con la mia guida, con la mia presenza tutto questo non sarebbe successo. Ecco ciò che amareggia ancor di più noi reduci: aver subita la guerra ed aver trovato casa e famiglie distrutte, e cioè senza colpa alcuna.  <568.
568 Esposto di Evaristo M. al Presidente della Suprema Corte di Cassazione di Roma dell'11 novembre 1945, in Asge, Cas Imperia, b. 39
Francesca Gori, Op. cit.