domenica 28 luglio 2024

I nazifascisti trovano Ubaghetta deserta

Borghetto d'Arroscia (IM). Foto: Pampuco. Fonte: Wikipedia

La notte tra il 19 e il 20 gennaio 1945 sembra tranquilla, ma lo è solo in apparenza, perché il nemico è già in movimento. I Tedeschi dislocati a Cesio partono, raggiungono il passo di Ginestro e quindi puntano sul paese di Vellego che raggiungono rapidamente. Avvisati dalle sentinelle borghesi, i giovani si mettono in salvo; però a Degna, il paese successivo sulla carrozzabile, non giunge subito la grave notizia. Dopo un'ora è anch'esso investito, ma i nazifascisti non sembrano avere idee bellicose, cercando solo una guida per farsi condurre in Val Arroscia. I giovani del paese, chiusi in casa, sentono il rumore delle armi, degli zoccoli dei muli e delle scarpe chiodate; non possono uscire, non possono andare ad avvisare gli uomini del Comando della “Bonfante”, mentre la colonna nemica passa a circa duecento metri di distanza dallo stesso.
Sapranno del passaggio del nemico nella tarda mattinata, quando ritornerà indietro la guida borghese che aveva accompagnato la colonna sulla cresta della montagna. La colonna diretta a Bosco è accompagnata dalla oramai spia famosa “Carletto”.
Il Comando della “Bonfante” non ha alcuna possibilità di avvisare i garibaldini dislocati a Bosco. Oramai è tardi. Sperano che le sentinelle del luogo abbiano potuto avvistare il nemico che stava avvicinandosi. Si spera che anche questa azione sia una puntata isolata e non faccia parte di un momento del grande rastrellamento previsto.
Scrive Gino Glorio (Magnesia) nel suo diario: "Il Comando della Divisione “Bonfante” si sposta a Degna per esaminare la situazione più da vicino; quanti erano e come armati, con muli o senza, perché la guardia borghese non ha funzionato? In Val Lerrone la situazione si mantiene calma, ma che avviene di là? Se il nemico, come probabile, tornerà alla base per la carrozzabile della Valle Arroscia, sarà possibile agganciarlo? Sembra che al di là della cresta gli avvenimenti siano più gravi di quanto si temesse. Un borghese che si è spinto in cresta, riferisce che le colonne di fumo si levano da Degolla e da Costa Bacelega, segno che il nemico non si è limitato alla puntata su Bosco, lunghe raffiche di mitraglia indicano che la lotta è ancora in corso. Le ore passano lente, uguali, verso mezzogiorno giunge a Segua uno sbandato da Bosco. Aveva i pantaloni strappati e lo sguardo inquieto dell'animale braccato. Racconta che con i suoi era sveglio da qualche minuto, aveva rimesso al fuoco le castagne e si preparava a lavarsi, quando vede a breve distanza i Tedeschi che scendono tra gli ulivi. Urla “I Tedeschi”, e via senza voltarsi. Quelli sparano ma il fuggiasco non vede più niente, e non sa cosa sia successo agli altri. Erano quasi circondati e la resistenza si presentava impossibile. Dopo una corsa selvaggia tra i rovi e gli ulivi, si era trovato fuori tiro senza armi ma con l'asciugamano in mano. Da mezzogiorno fino a sera nessuna novità. A sera una colonna tedesca scende dalla cresta verso Degna. L'allarme è portato in paese dalla figlia di Bertumelin, contadino del luogo che aiutava molto i garibaldini. In pochi istanti borghesi e partigiani spariscono tra gli alberi, mentre i Tedeschi, preannunciati da una raffica di mitragliatrice, entra in paese. Dopo mezzora Degna è di nuovo libera, il nemico ha proseguito per Cesio. Si spera sia tutto finito. Il giorno 21 niente di nuovo in Val Lerrone. Il comandante Olivero e Gustavo Berio (Boris) lasciano la Divisione, vanno oltre la strada statale 28 in cerca del Comando I Zona Operativa Liguria, per appellarsi alla sua autorità, poiché non riescono più a controllare la situazione. La Divisione rimane così affidata al commissario Osvaldo Contestabile e al vicecomandante Luigi Massabò (Pantera). La sera del 21 il SIM, trasferitosi a Poggio Bottaro, annuncia che il rastrellamento è sospeso in seguito all'offensiva sovietica; non si capisce il collegamento tra i due eventi, ma la notizia è quella. Il 22 la situazione si chiarisce di colpo. La Valle Arroscia è presidiata dai Tedeschi e dai Cacciatori degli Appennini...".
Ma vediamo un poco più da vicino cosa è accaduto nei paesi attaccati il primo giorno di rastrellamento. All'alba del 20 un poderoso schieramento di forze irrompe nella zona della "Bonfante" col compito di rastrellare e distruggere definitivamente le formazioni partigiane ivi dislocate.
Francesco Biga  (con la collaborazione di Osvaldo Contestabile), Storia della Resistenza Imperiese (I Zona Liguria), Vol. IV. La Resistenza nella provincia di Imperia dal Primo Gennaio 1945 alla Liberazione, ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, 2005, pp. 35-37

Il 21 gennaio 1945 il comandante Giorgio Giorgio Olivero ed il vice commissario Gustavo Boris Berio lasciarono la sede della Divisione "Silvio Bonfante", per provare a fare il punto della tragica situazione al comando di Zona, lasciando la formazione affidata al vicecomandante Luigi Pantera Massabò. Il 21 gennaio la divisione repubblichina Monte Rosa occupava Casanova Lerrone (SV), Marmoreo, Frazione di Casanova Lerrone (SV), Garlenda (SV), Testico (SV), San Damiano, Frazione di Stellanello (SV), Degna, Frazione di Casanova Lerrone (SV), e Vellego, Frazione di Casanova Lerrone (SV), dopo avere già occupato il giorno prima Alto (CN), Borgo di Ranzo (sede comunale di Ranzo), Borghetto d'Arroscia (IM), Ubaga e Ubaghetta, Frazioni di Borghetto d'Arroscia (IM). A Marmoreo il nemico uccise il civile Settimio Testa.Nei tre giorni successivi le formazioni della Divisione "Silvio Bonfante" sfuggirono ai rastrellamenti  nemici di San Damiano, Rossi, Frazione di Stellanello (SV) e Marmoreo, Frazione di Casanova Lerrone (SV). Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell’Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell’Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945), Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1998-1999

Nelle prime ore di sabato 20 gennaio tre colonne naziste e alcune compagnie di Cacciatori degli Appennini giungono in zona provenienti da Borghetto d’Arroscia, Casanova Lerrone e Pieve di Teco. La pattuglia garibaldina avvista il nemico e apre il fuoco (dal diario militare di Luigi 'Pantera' Massabò). Al rientro dalla zona di Marmoreo dove ha portato viveri, il ventitreenne addetto all’Intendenza Mario Miscioscia avvista una delle tre colonne nazifasciste che si sta dirigendo verso Ubaghetta. Impossibilitato a sorpassarla senza farsi notare e trovandosi in una posizione che gli rende difficile la fuga, per dar l’allarme ai compagni Mario lancia contro la colonna una bomba a mano e s’avvicina ulteriormente per scaricarle contro la pistola: il colpo di mano nemico viene così scongiurato. Una raffica però colpisce mortalmente Mario: all’ufficiale fascista che gli offre di darsi prigioniero in cambio delle cure che gli avrebbe fatto prodigare, risponde: “Preferisco la morte al disonore di venire con voi”, frase riferita dallo stesso ufficiale a persone di Borgo di Ranzo. I nazifascisti trovano Ubaghetta deserta: i partigiani dislocati nei dintorni si sono allontanati e anche i contadini hanno abbandonato le loro case. Tuttavia, nel tentativo di sottrarsi al rastrellamento, sabato 20 gennaio 1945 il ventenne Germano [Cardoletti (Redaval)] resta ferito gravemente a una gamba con frattura dell’osso. In qualche modo riesce a nascondersi ma verso sera viene scoperto e catturato dai nazifascisti: portato su una scala a Borghetto d’Arroscia gli viene praticata una medicazione superficiale e viene adagiato su un dito di paglia con una sola coperta. Il maggiore comandante del battaglione dice che Germano sarà portato all’ospedale di Pieve di Teco. Eppure per tre giorni Germano resta privo di ogni cura: dei circa 60 uomini della compagnia presente a Borghetto solo un sergente maggiore mostra attenzione verso di lui. Probabilmente Germano viene interrogato, forse con percosse e torture, ma nessuna informazione ottengono i fascisti sulle posizioni dei distaccamenti in zona. Alla sera di lunedì 22 gennaio un tenente coi capelli grigi annuncia che il tribunale militare (pare composto solo da lui e da un altro soldato) s’è adunato e ha condannato Germano a morte. Nel tentativo di salvargli almeno provvisoriamente la vita, il locale sacerdote don Casa si offre invano con altri per portarlo all’ospedale. Al sacerdote che dalle ore 5.30 di martedì 23 gennaio 1945 è in attesa dell’ultimo colloquio, neppure viene concesso di parlare a Germano se non cinque minuti prima dell’esecuzione. A quel punto la voce di Germano è talmente debole che il sacerdote non è certo d’aver compreso il nome del padre Cesare e quello della madre Erminia. Alle ore 7 lo sfinito Germano viene fucilato a vent’anni dal plotone fascista d’esecuzione sulla piazzetta del municipio di Borghetto d'Arroscia in provincia di Imperia.
Redazione, Scheda biografica di Germano "Redaval" Cardoletti, Centro Documentazione Resistenza ANPI Voghera

sabato 27 luglio 2024

I due partigiani calabresi (uno abitò a Vallecrosia) trucidati nell'eccidio nazista di Sospel

Targa franco-italiana collocata nei pressi dell’Albarea. Fonte: Giovanni Quaranta, art. cit. infra

Grande, e troppo spesso dimenticato, fu il contributo dei meridionali alla lotta di Liberazione contro il fascismo ed il nazismo. Tantissimi giovani e meno giovani sacrificarono la loro vita in territorio italiano e all'estero per  affermare quei principi di libertà che sono alla base delle moderne civiltà.
In questo breve scritto, ci occuperemo delle vicende legate alla morte di tre calabresi, tutti originari della Piana di Gioia Tauro, che trovarono la morte in territorio francese.
La prima storia parte dal giugno del 1944 e si sviluppa sulle alture del monte Grammondo, dove passa il confine franco-italiano e dove diverse decine di giovani francesi e italiani (della valle di Ventimiglia), si radunarono. A metà luglio, un reparto di partigiani italiani liguri si stabilì sotto il Monte Grammondo, intorno alla fattoria L'Albarea, a circa sei chilometri dal villaggio di Sospel (nelle Alpi Marittime). Il distaccamento era quello di Ernesto Corradi <1, detto “Nettu”, che era partito a metà giugno da Case Agnesi o “Prati Piani”, località vicina a Costa di Carpasio e a Colle d'Oggia. Quando Nettu si era trasferito da Case Agnesi al Grammondo, alcuni partigiani, per non allontanarsi troppo da Imperia, si erano separati da lui; altri ne aveva reclutati sul posto. Ed infatti, al gruppo di italiani, ben presto, si aggiunsero altri quattro volontari francesi da Breil, Roquebrune-Cap Martin e Sospel, e da ciò la formazione prese il soprannome di “macchia franco-italiana de L'Albarea”.
Avvertito rapidamente il problema cruciale di sfamare più di quindici giovani combattenti, si decise di trovare una rapida soluzione. Fu un giovane partigiano di Sospel a dire che la sua famiglia possedeva una fattoria nel cuore dell'Albarea (famiglia Curti), luogo più ospitale in un bosco di castagni e che gli agricoltori della valle sicuramente avrebbero contribuito all'approvvigionamento.
Nella mattinata del 9 agosto il 7° Distaccamento della V Brigata Garibaldi “L. Nuvoloni”, mentre era acquartierato in un casone presso la località “Fontana Fredda”, venne sorpreso da un rastrellamento dalle forze tedesche (convergenti da Sospel, Breil, Ventimiglia e Menton). Le colonne germaniche riuscivano ad accerchiare i garibaldini che combattevano insieme ad alcuni francesi delle formazioni denominate “Chasseurs des Alpes”. Il violento attacco veniva contenuto per oltre un'ora ed i garibaldini, asserragliati, si difesero con accanimento, ma poi dovettero cedere sopraffatti dal preponderante numero degli avversari. Rimasero sul campo due partigiani <2, mentre un terzo <3 gravemente ferito morirà in seguito. Solo in due riuscirono a fuggire. Invece i partigiani catturati vivi <4, che assommavano a quindici, condotti a Sospel, per due giorni e tre notti furono sottoposti ad orrende torture, ma nessuno rivelò un solo nome dei compagni o una sola località che interessasse gli aguzzini <5.
Le fasi della cattura vennero così raccontate dal partigiano Giorgio Lavagna: «Il 9 agosto '44 Osvaldo Lorenzi, con alcuni giovani, si trova negli alloggiamenti sul Monte Grammondo, intento alla preparazione del pranzo. All'arrivo improvviso dei tedeschi, le vedette non fanno in tempo ad avvertire; riescono a stento a mettersi in salvo. I partigiani, che sono nella baracca dell'accampamento, vengono sorpresi e catturati: poco prima della cattura, uno di essi chiede al Lorenzi di coprirlo col fieno, sebbene si pensi che la baracca verrà incendiata; il Lorenzi lo nasconde; la baracca, come si temeva, viene data alle fiamme; ciò nonostante il partigiano farà in tempo a mettersi in salvo. Gli altri, fra cui il Lorenzi, mentre cercano di fuggire, capitano fra i tedeschi, e sono catturati vicino agli alloggiamenti, nel bosco dell'Alborea, che è parte del bosco di Sospel, sul pendio del Grammondo rivolto verso la Francia» <6.
Importante è anche la testimonianza di Benoit Gaziello, il quale così raccontò quei terribili eventi: «I tedeschi, dal megafono, chiedono ai superstiti di arrendersi e deporre le armi. Non avendo scelta, obbediscono. Essi non sono consapevoli del destino a loro riservato. Ma prima di condurli alla caserma li obbligano a togliersi le scarpe e legano loro le mani dietro la schiena. Sono a piedi nudi sul sentiero sassoso e spinoso. Due ore più tardi, dove saranno incarcerati a Sospel nella caserma Salel. Le porte dell'inferno si chiudono su di loro! La lunga agonia ha inizio, interrogatori di giorno e notte, senza cibo o bevande, torture, pestaggi con un grosso bastone di legno verde con la corteccia che si strappa e viene coperta di sangue... I Sospellesi, che hanno vissuto questi momenti, ricordano ancora i lamenti e le grida dei carnefici, le urla di dolore, le grida di aiuto. Diede loro il brivido della paura. Questo trattamento ignobile dura [...] Il sindaco del momento, il signor Domerego, interviene presso l'occupante, al fine di porre fine a questa tortura. Nulla può e i barbari rifiutano. Tutte le raffinatezze di crudeltà sono e vengono attuate e, infine, annunciano alle loro vittime che erano liberi e potevano uscire. In piedi, insieme, i partigiani si diressero verso l'uscita ma arrivati in mezzo al percorso i tedeschi liberano i cani che, come belve, si scagliano sui malcapitati, piantando i loro denti nelle carni lacerate, eccitati dai loro padroni e accompagnandoli con le risate. Con questo trattamento, mancanza di cibo, e il calore di agosto, che aiutano le infezioni e le malattie, sono dei morti viventi che, sabato 12 agosto 1944, i tedeschi caricano su un carro. Povera umanità, povero mondo! Quale immagine ci dai in questo momento! Circondato da un plotone d'esecuzione, il sinistro corteo traversa tutta Sospel per arrivare al capanno della cooperativa. Il corteo viaggia in una città tremante di paura, ma che stringe i pugni. Persiane chiuse, le donne si inginocchiano nelle loro case, si fanno il segno della croce e pregano. Non un grido, non un pianto dalla bara ambulante. Nel cortile della cooperativa, i nazisti scaricano questi mezzi morti e li assassinano per la seconda volta fucilandoli e i loro corpi vengono abbandonati nella piazza di Sospel» <6.
Il 12 agosto 1944, intorno alle 11.30, un tribunale militare di fortuna li ha condannati a morte e, verso le tre di pomeriggio, sono stati giustiziati in gruppi di tre, nel cortile della cooperativa agricola, dietro la stazione ferroviaria. La popolazione si prese cura dei loro corpi e li trasportò al cimitero dove furono lavati e messi in bare, nonostante le istruzioni del comandante tedesco, che li voleva sepolti nella fossa comune.
La memoria dei “Martiri di Sospel” venne affidata a partire dall'estate del 1945 ad una lapide collocata nel luogo dell'esecuzione e ad un monumento con i nomi e le foto che fu eretto nel cimitero <8. Di recente, un'altra targa franco-italiana è stata collocata nei pressi del luogo della cattura dei partigiani sull'Albarea.
Tra queste vittime della barbarie della guerra, provenienti da diverse zone della Francia e dell'Italia, accomunati da un destino comune, trovarono la morte due calabresi: Armando Ferraro e Bruno Larosa.
Armando Ferraro <9 era nato ad Anoia il 18 aprile 1926 da Michele e Mariantonia Ioppolo. La famiglia visse ad Anoia nella casa di via Vittorio Veneto al n. 36 fino al 19 novembre 1939 <10, quando tutti i componenti si trasferirono nel comune di Vallecrosia, in provincia di Imperia <11. Da un certificato di situazione di famiglia rilasciato da quel municipio ligure nel giugno del 1946 risulta che la famiglia risiedeva in via Colonnello Aprosio al n. 184 ed era composta, oltre che dai genitori <12, da sei figli maschi ed una femmina <13. Il padre lavorava da calzolaio, la mamma era casalinga e praticava il commercio ambulante di fiori. Armando era celibe, aveva conseguito il terzo anno della scuola d'avviamento e lavorava - così come il fratello maggiore Domenico - come ferroviere. Dal 13 luglio 1944 (periodo di costituzione della 5a brigata <14), da civile, partecipò attivamente alla lotta partigiana con il nome di battaglia di “Cobra” nelle fila del Distaccamento “Nettu”, appartenente alla 5a Brigata d'Assalto “Luigi Nuvoloni” della 2a Divisione Garibaldi “Felice Cascione”.
Nella stessa formazione partigiana, dal 5 marzo 1944, militò anche Bruno Salvatore Giuseppe Larosa <15. Contadino, era nato a Giffone il 12 dicembre 1911 da Raffaele e Pasqualina Larosa. Soldato di lungo corso, era stato arruolato nel Regio Esercito <16 nelle fila del 50° Reggimento di fanteria il 16 marzo 1932 dal quale venne congedato il 1° settembre 1933. Il 13 aprile 1935 venne richiamato presso il 20° Reggimento di fanteria e da qui, il 1° giugno successivo venne trasferito al 244° Reggimento di fanteria. Da questo reparto venne definitivamente congedato il 1° luglio 1936. Allo scoppio della seconda guerra mondiale, Larosa venne nuovamente richiamato alle armi ed il 5 dicembre 1940 giunse in territorio dichiarato in stato di guerra alle dipendenze del 208° Reggimento di fanteria. Il 31 dicembre successivo venne assegnato alla Batteria Complementare del reggimento. Il 9 marzo 1941 si imbarcò da Brindisi per raggiungere l'Albania ed il giorno successivo sbarcò a Durazzo. Terminate le ostilità con la Grecia, il 16 luglio 1941 il reparto si trasferì in Montenegro, partendo da Durazzo con il piroscafo “Puttini” e sbarcando lo stesso giorno ad Antivari. I reparti del 208° vennero impegnati in operazioni di rastrellamento, scontrandosi in intensi combattimenti contro le forze partigiane. Dopo un anno, il 30 agosto 1942, rientrò in Italia sbarcando al porto di Bari da dove la Divisione “Taro” venne trasferita nella zona di Alessandria-Novi Ligure. Dopo qualche mese, il 27 novembre 1942, venne dislocata in territorio francese nel settore a nord di Tolone dove assunse, oltre al controllo del territorio interno, anche la vigilanza della fascia costiera tra Capo Brun e Capo Cavalaire, rimanendovi fino a quando subì le conseguenze degli eventi scaturiti dalla proclamazione dell'armistizio (8 settembre 1943). A quella data Larosa risultava in forza al 208° Reggimento di fanteria, 3° Battaglione, 11a Compagnia, P.M. n. 41, con l'incarico di Conducente (di muli). La notizia della morte di Bruno Larosa arrivò ai parenti in Calabria nel settembre del 1945 grazie al partigiano Bruno Taulaigo di Livorno <17. Il sindaco di Giffone dell'epoca, il 26 settembre, si affrettò a scrivere al Comando del VII Distaccamento partigiano in Sanremo per chiedere conferma del decesso senza ricevere riscontro. Il 28 ottobre 1947, il sindaco di Giffone scriveva alla “Commissione per il riconoscimento qualifiche ai Partigiani liguri” di Imperia per chiedere tutte le notizie circa la morte del Larosa «dato che fin'ora nessuna notizia si è avuta». La risposta, questa volta, non tardò ad arrivare: il 14 novembre si ebbe la conferma della morte con le notizie sulle circostanze che la determinarono. Dalla documentazione che intercorse tra la Calabria e la Liguria, si evince che Bruno Larosa abitava a Giffone in via Castagnari n. 3, era coniugato con Maria Assunta Valenzisi del fu Giuseppe ed aveva un bambino, Antonio Giuseppe di 3 anni [...].
 

Armando Ferraro e Bruno Larosa. Fonte: Giovanni Quaranta, art. cit. infra

[NOTE]
1 ILSREC - ISTITUTO LIGURE PER LA STORIA DELLA RESISTENZA E DELL’ETÀ CONTEMPORANEA “RAIMONDO RICCI”, Banca dati del partigianato ligure. Ernesto Corradi era nato il 02.10.1894 a Torazza (BI), da Bartolomeo e Angela Pastorello. Da civile partecipò alla lotta partigiana dal 01.05.1944 come comandante di distaccamento. Abitava ad Imperia.
2 Il caposquadra Dardano Sauro e Giovanni Vesco.
3 Emilio Pizzol.
4 Michele Badino, “Fontana”, operaio, nato a Sanremo (IM) nel 1919; Antonio Bazzocco, “Antua”, nato a Fonzaso (BL) nel 1910; Adolphe (Joseph) Faldella, “Moustique”, marinaio della Marina francese, nato a Roquebrune-Cap Martin (Alpi Marittime) nel 1921; Oreste Fanti, “Fortunato”, carpentiere, nato a Sanremo (IM) nel 1924; Armando Ferraro, “Cobra”, ferroviere, nato ad Anoia (RC) nel 1926; Sergio Franceschi, “Bufalo”, carrista, nato a Castelbaldo (PD) nel 1926; Pietro Gavini, “Barin”, ex militare, panettiere, nato a Gravedona ed Uniti (CO) nel 1918; Bruno La Rosa, “Bruno”, ex militare, contadino, nato a Giffone (RC) nel 1911; Osvaldo Lorenzi, “Osvaldo”, ex militare, studente universitario, nato a Imperia nel 1918; Luigi Martini, “Dante”, impiegato, nato a Pigna (IM) nel 1922; Bruno Pistone, “Montana”, muratore, nato a Sanremo (IM) nel 1925; Alberto Quadretti, ex militare, nato a Medesano (PR) nel 1920; Marius Rostagni, apprendista, nato a Breil (Alpes-Maritimes) nel 1924; Mario Tironi (detto Marius), operaio edile, nato a Sospel (Alpes-Maritimes) nel 1920; Jean Tolosano, operaio edile, nato a Roquebrune-Cap Martin (Alpes-Maritimes) nel 1907. Si segnala che, alla base del monumento del cimitero di Sospel, è collocata un’altra lapide con foto del caporal maggiore Mario Roncelli, nato nel 1920, “mort pour la France le 12 aout 1944” ma del quale non troviamo riscontro negli elenchi ufficiali dei fucilati.
5 FRANCESCO BIGA, Suggello di un patto di sangue tra Resistenza italiana e francese, in Patria Indipendente, 25 luglio 2004, pp. 19-20.
6 Storia della Resistenza imperiese (I Zona Liguria), Volume I di GIOVANNI STRATO, La Resistenza nella provincia di Imperia dalle origini a metà giugno 1944 (rist.), Ed. Liguria, Savona 2005, pp. 243-244.
7 Le Maquis franco-italien de l’Albarea et le drame de Sospel, Association Azuréenne des Amis du Musée de la Résistance Nationale - Gilette (France), Documents Temoignages Recherches n. 12, pp. 9-10. Colgo l’occasione per ringraziare il
presidente “des Amis du Musée de la Résistance Azuréenne” Jean-Louis Panicacci (professore onorario dell’Università di Nizza) per avermi cortesemente inviato in data 13.06.2018 copia del prezioso opuscoletto.
8 Per le foto caduti: Archivio privato Giuseppe Fragalà; per le foto della lapide a Sospel: ARCHIVIO FOTOGRAFICO ISRECIM, Sezione I, cartelle 31‐32‐33.
9 Per i documenti partigiani: ARCHIVIO ISRECIM, Sezione II, cartella T 179, fascicolo personale Ferraro Armando.
10 COMUNE DI ANOIA, Anagrafe, Scheda Individuale di Ferraro Armando.
11 Il nome di Armando Ferraro è stato riportato per la prima volta nel mio libro I Caduti di Anoia di tutte le guerre (Amm. Comunale di Anoia, 2005, p. 50) nel quale venivano riportati gli estremi dell’atto di morte trascritto presso il comune di Vallecrosia (COMUNE DI VALLECROSIA, Stato Civile, Atti di morte, anno 1946, n. 1, parte II, serie C).
12 Il padre, Michele Ferraro era figlio di Domenico ed Emilia Mandarano ed era nato in Anoia il 26.03.1892; la madre, Mariantonia Ioppolo era figlia di Domenico e Caterina Auddino ed era nata in Anoia il 16.06.1897. Avevano contratto matrimonio in Anoia il 14.02.1920.
13 Domenico, nato in Anoia il 17.12.1924; Armando, nato in Anoia il 18.04.1926; Rinaldo, nato in Anoia il 18.07.1929; Aldo, nato in Anoia il 21.04.1931; Dante, nato in Anoia il 16.09.1932; Maria Dionisia, nata in Anoia il 18.06.1935;
Ettore, nato in Anoia il 19.02.1939.
14 La V Brigata d’Assalto Garibaldi “Luigi Nuvoloni”, Ed. Micheletto, Arma di Taggia, s.d., pp. 152-154.
15 Per i documenti partigiani: ARCHIVIO ISRECIM, Sezione II, cartella T 220, fascicolo personale La Rosa Bruno.
16 ARCHIVIO DI STATO DI REGGIO CALABRIA, Ruoli Matricolari vol. 460. Matricola 19.837 del Distretto Militare di Reggio Calabria. Dal documento si evince che Larosa era alto m. 1,69, aveva i capelli neri e lisci, naso “camuso”, mento ovale, occhi castani, colorito pallido, dentatura guasta. Non sapeva leggere né scrivere.
17 Abitante a Livorno in viale Diego Angioletti n. 38.

 

I luoghi della fucilazione e della sepoltura a Sospel. Fonte: Giovanni Quaranta, art. cit. infra

Giovanni Quaranta, Calabresi della "Piana" vittime di eccidi nazisti in Francia, L'Alba della Piana, novembre 2019

venerdì 19 luglio 2024

Quel giorno dovevano salire i Tedeschi in paese

Viozene, Frazione del Comune di Ormea (CN). Foto: Arbenganese. Fonte: Wikimedia

Nella notte dal 5/6 dicembre 1944 alcune donne, giunte da Ponte di Nava, recano la notizia che il giorno dopo i Tedeschi sarebbero saliti a Viozene [Frazione del Comune di Ormea (CN)] ed io fui informato di ciò.
Il mattino seguente, dopo aver celebrato la Santa Messa, uscito fuori della chiesa fui colpito da uno strano ed insolito silenzio che regnava in paese. Domandato il motivo mi fu risposto che quel giorno dovevano salire i Tedeschi in paese e che a quella notizia, portata a Viozene nella notte, quasi tutti i partigiani e la popolazione erano fuggiti prima che facesse giorno.
Avevo dormito nella vecchia canonica attigua alla chiesa, ma alla notizia mi recai nella nuova per dare l'allarme in caso vi si trovassero ancora delle persone. Trovai l'edificio aperto e vuoto mentre i pochi partigiani ammalati si erano già allontanati, lasciando tuttavia chiari segni della loro presenza in passato. Allora cercai di far sparire ogni traccia sospetta, specialmente nel salone del primo piano adibito ad infermeria, quindi ritornai in chiesa in attesa di eventi.
Nel primo mattino, mentre le persone rimaste stavano chiuse in casa, un gruppo di partigiani di stanza in Pian Rosso, tra cui un certo Gian Luigi Martini di Diano Marina ed un certo Ramoino di Cesio, forse ignari dell'allarme della notte precedente, scesero in paese in cerca di viveri. La popolazione diede loro tutto il necessario purchè si allontanassero subito, dato il pericolo incombente; così non tardarono a riprendere la via di Pian Rosso, quantunque considerassero con scetticismo la paura dei Viozenesi. Appena giunsero in località Baraccone, ove ha inizio il sentiero che sale a Pian Rosso, dalla Costa del Pagano, di fianco a Viozene, dalle fasce allora coltivate, all’altezza della Borgata Toria, incominciò un infernale fuoco di mitragliatrici e di altre armi da fuoco tedesche.
I Tedeschi (come dopo si seppe) dalle prime ore del mattino si erano appostati in quel posto da cui si poteva avere sott’occhio tutta Viozene e la zona circostante. Ai primi colpi sparati, il Martino sopraddetto incominciò a zoppicare: era stato colpito da una pallottola ai piedi e si diresse, camminando come poteva, verso la Borgata Mussi, preceduto da un suo compagno di Genova.
Il Ramorino, con altri compagni, si precipitò a valle verso il Negrone e con quanti erano con lui riuscì a mettersi in salvo nella zona di Pian Cavallo. Il Martino ed il suo compagno, mentre stavano fuggendo verso la Borgata Mussi, si imbatterono in una formazione di Tedeschi appostati nei pressi di detta Borgata.
La zona di Viozene, con un piano ben premeditato, era stata chiusa, fin dalle prime ore, in una ferrea morsa da Tedeschi provenienti da Ponti di Nava e da Upega. I due furono immediatamente fucilati sul posto: il compagno del Martino (di cui lo scrivente non ha potuto conoscere il nome) sul sentiero che da Viozene porta ai Mussi, proprio nel punto in cui il ruscello attraversa detto sentiero; il Martino che seguiva a distanza, essendo ferito ai piedi, un po’ più avanti verso Viozene, al di sopra dello stesso sentiero. Una croce di legno fu posta per entrambi sul luogo ove furono fucilati.
Per tutta la giornata continuarono gli spari e le raffiche tedesche in tutte le direzioni, tra il terrore della popolazione rimasta in paese, chiusa nelle loro case, in attesa di qualche tragico destino. Verso sera i Tedeschi, muovendo dai Mussi e da Toria, si riunirono in Viozene.
Il Parroco sottoscritto, subito ricercato, fu appoggiato al muro della Chiesa per essere fucilato. Gli scarponi militari ed altri indumenti, avuti in cambio da soldati italiani di passaggio, che gli trovarono addosso, dopo avergli aperto la talare, furono sufficienti cause della sua condanna. Mentre già il gruppo di soldati Tedeschi stava estraendo le pistole, uno scoppio fortissimo, a brevissima distanza, li mise nello scompiglio e li fece momentaneamente fuggire in cerca di un rifugio. Il sottoscritto approfittò di questo momento di confusione per fuggire anche lui e andò a nascondersi in un oscuro angolo in fondo alla Chiesa. Ricercato poco dopo, non fu ritrovato dai Tedeschi, i quali dalla Chiesa entrarono nella Sacrestia e di qui nella vicina Canonica mettendo a soqquadro e distruggendo ogni cosa.
Tutti gli uomini trovati in paese furono, a forza, fatti uscire dalle loro case e condotti, tutti insieme, in un prato nel centro dell’abitato (nel luogo ove fu costruita la casa del Sig. Dulbecco) davanti ad un nido di mitragliatrici; intanto la soldataglia, entrata nelle case, faceva man bassa di quanto trovava e rubava il poco bestiame della popolazione. Fatto bottino di quanto ancora trovarono in Paese, i Tedeschi presero la via di Ponti di Nava.
Si seppe poi anche che essi al mattino, salendo a Viozene, avevano ucciso un innocente individuo, residente in una Borgata di Ormea, il quale stava scendendo verso Ponti di Nava e di cui il sottoscritto non sa il nome. Fu ucciso dai Tedeschi a Rio Bianco ed ivi rimase seppellito (nella nuda terra) fino al termine della guerra.
La giornata si chiuse tra il terrore della popolazione, privata di tutto il bestiame che ancora le era rimasto e nella pesante incertezza sulla sorte di quanti erano fuggiti.
Per fortuna in quella triste giornata Viozene non ebbe a subire perdite tra la popolazione.
I fuggiti di casa, specialmente i giovani, rimasero tutto il giorno nascosti nei cespugli, nelle caverne e negli anfratti di Pian Cavallo e del Mongioie, donde potevano seguire le mosse dei Tedeschi. Questi, però, due giorni dopo, l’8 dicembre, fecero ritorno a Viozene e vi rimasero fino alla fine del mese. Imposero il coprifuoco nelle ore notturne ed entravano sovente nelle case private ordinando da mangiare ed imponendo che fosse loro preparato ciò che da essi veniva stabilito.
In quei giorni venne devastata la Canonica di Viozene (Villa Bottaro), quella che era stata adibita ad ospedale. I Tedeschi la resero inabitabile, rompendo finestre, porte, mobili, portando via coperte, biancheria ed altri oggetti.
Non soltanto in quel periodo i Tedeschi rimasero in Viozene, ma giorno e notte mantennero, fino a quando se ne andarono, un rigoroso controllo dei valichi delle Saline e del Bocchin dell’Aseo. In quel tempo essi avevano lanciato un forte attacco contro i Partigiani delle Valli Ellero e Corsaglia. Molti cercavano di porsi in salvo verso Viozene attraverso i valichi sopraddetti ed inconsciamente venivano a cadere nelle mani dei Tedeschi che, legati con delle corde, a piccoli gruppi, li conducevano a Viozene e di lì ai forti di Nava, ove venivano fucilati. Questa fu la sorte di tanti giovani di cui le famiglie ignorarono per sempre il luogo ed il genere di morte che ebbero a subire.
Verso la fine di dicembre tutti i Tedeschi ritornarono a Ponti di Nava. La popolazione derubata dai Tedeschi del bestiame e degli scarsi prodotti agricoli (avena, grano, patate) si dibatteva nella penuria, sempre più carente di viveri; unico sostentamento erano le patate.
Don Paolo Regis, Diari, A Vaštéra, Anno XXII - Primavera - Estate 2012

giovedì 18 luglio 2024

Il distaccamento garibaldino ritorna momentaneamente a Carmo Langan

Castelvittorio (IM): una vista da Località San Sebastiano

Abbiamo visto come, preceduti da tre giorni di cannoneggiamenti, reparti tedeschi provenienti da Isolabona, Saorge e Briga, l'8 ottobre 1944 avessero costretto i reparti garibalbini nella zona di Pigna a ripiegare sotto la minaccia di accerchiamento.
Riassumendo: il rastrellamento continua incalzante. Il distaccamento di «Barba» arretra dal monte Vetta. Una pattuglia del 5° distaccamento, armata di due fucili mitragliatori, è inviata in direzione di Castelvittorio per accertare lo stato delle cose, i movimenti nemici e appoggiare eventuali formazioni che già combattono.
Osvaldo Contestabile, La Libera Repubblica di Pigna, ed. Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia, 1985

Il 9 ottobre 1944 Pigna era saldamente in mano ai tedeschi. Uno dei protagonisti della ritirata partigiana, Giovanni Rebaudo (Janò/Monaco), così racconta quei giorni:
"Visto che l'operazione di rastrellamento si stava estendendo su tutto il territorio dell'imperiese, tra gli altri, venne dato l'ordine al terzo distaccamento (V brigata) di ripiegare gradatamente verso le alture piemontesi, anche per convincere i nemici di avere sgominato le bande. Dopo diversi giorni di marcia in diverse tappe, passando per Cima Marta, Gerbonte, Castagna, Monte Pellegrino, si arrivò a Viozene. Sperando di fermarci qui, requisimmo come nostri accantonamenti tutti i fienili. Ventiquattro ore dopo, mentre si attendevano notizie precise, giunse Vittò, comandante la V brigata Nuvoloni, e si mise a capo della nostra colonna che si incamminò per l'altura verso il Passo del Bocchin d'Aseo sul Mongioie. Sapemmo così che la nostra meta era Fontane, un paese nella provincia di Cuneo, nell'alta Val Corsaglia. Giunti quasi al passo ci fermammo un paio d'ore per riposare mentre si decise il servizio di guardia e chi doveva rimanere al passo per proteggere la marcia della V Brigata verso Fontane. A mezzanotte la marcia riprese e il grosso raggiunse il paese verso l'alba. Al passo rimasero Vittò, Janò capo squadra, Domenico Siboldi (Spada), Antonio Allavena (Cuma), Emilio Arizzi (Penna), Giovanni Bonatesta (Vencu) e Silvio Lodi (Bersagliere), armati di due mitragliatori, oltre alle armi individuali. Allo spuntare dell'aurora, dopo una notte calma ma non fredda, si vide in lontananza, in fondovalle, il movimento di una colonna che ripercorreva la stessa strada fatta da noi la sera prima; erano i nostri del Comando Divisione e della I brigata, già accampati a Upega e a Carnino. Li guidava Curto [Nino Siccardi]. Quando giunsero al passo, potemmo notare che erano reduci da una lotta e si visse un momento di commozione quando Curto, nella sua figura imponente, con il vestito di tweed strappato e sporco di sangue, si buttò nelle braccia di Vittò singhiozzando e poi quando ci disse che erano morti Cion, Giulio, De Marchi [...]."
Giorgio Caudano, Pigna. Storia di un paese, ed. in pr., 2016

n.d.r.: altri lavori di Giorgio CaudanoGiorgio Caudano (con Paolo Veziano), Dietro le linee nemiche. La guerra delle spie al confine italo-francese 1944-1945, Regione Liguria - Consiglio Regionale, IsrecIm, Fusta editore, 2024; Giorgio Caudano, L'immagine ritrovata. Ventimiglia e dintorni nei dipinti dell'Ottocento e primo Novecento, Alzani Editore, 2021; Marco Cassini e Giorgio Caudano, Bordighera al tempo di Bicknell e Monet, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2021; a cura di Paolo Veziano con il contributo di Giorgio Caudano e di Graziano Mamone, La libera Repubblica di Pigna. Parentesi di democrazia (29 agosto 1944 - 8 ottobre 1944), Comune di Pigna, IsrecIm, Fusta Editore, 2020; Giorgio Caudano, Gli eroi sono tutti giovani e belli. I Caduti della Lotta di Liberazione nella I^ Zona Operativa Liguria, ed. in pr., 2020; Giorgio Caudano, Dal Mare alla Trincea... memorie di uomini, BB Europa, Cuneo, 2019; Silvia Alborno, Gisella Merello, Marco Farotto, Marco Cassini, Giorgio Caudano, Franck Vigliani, curatori della mostra Claude Monet, ritorno in Riviera, catalogo a cura di Aldo Herlaut, Silvana Editoriale, Milano 2019; La Magnifica Invenzione. I pionieri della fotografia in Val Nervia 1865-1925, a cura di Marco Cassini e Giorgio Caudano, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2016

La zona che si stende dal confine francese a Pigna e che scende a Castelvittorio-Buggio-Carmo Langan, alle ore 22 dell'8 ottobre 1944 non è più sotto il controllo garibaldino; della situazione viene confermato con un messaggio anche il 3° battaglione della IV brigata e l'8° distaccamento di "Gori" [comandante "Gori", Domenico Simi] della V brigata, ritornato nella zona di Beusi a monte di Taggia.
Dopo monte Vetta è perduto il passo Muratone; il distaccamento comando della V brigata è obbligato a indietreggiare da Carmo Langan e a ritirarsi su Triora. Il Comando brigata si prefigge, nell'eventualità di una ritirata, di seguire la direttrice Triora-Piaggia per raggiungere il Comando divisione.
Il distaccamento di "Moscone" [comandante "Moscone", Basilio Mosconi] che si trovava a Cima Marta per proteggere Pigna dal lato di Briga e che, esaurito il suo compito, attendeva ordini precisi, alle 11 del giorno 9 è messo in allarme dalle vedette: una colonna tedesca sale da Briga, il distaccamento si mette in postazione e l'attacca con raffiche di mitraglia per rallentare la marcia e permettere alla colonna dei muli diretta a Bregalla di guadagnare terreno e mettersi al riparo. Gli acquazzoni si susseguono incessanti per tutta la giornata e i garibaldini sono bagnati fino alle ossa; camminano stanchi e taciturni, quasi abbiano paura di parlare. Bregalla è raggiunta nelle prime ore della notte e gli uomini cercano riposo nei casoni presso monte Castagna insieme a un gruppo del distaccamento di "Lilli", confortati dalle castagne bollite, in attesa dell'alba.
Il distaccamento di "Doria" ["Fragola Doria", Armando Izzo], giunto a Croce di Campo Agostino al crepuscolo del giorno 8 sotto una pioggia insistente, non può fermarsi perché il nemico incalza. Il distaccamento marcia lento, disposto in fila indiana quando, oltre Croce di Campo Agostino, viene affrontato da un'intera compagnia tedesca: si accende una sparatoria, la sorpresa annulla la difesa. I garibaldini a stento si ritirano verso la Madonna del Passaggio. "Doria", colpito ad una gamba, rotola per una scarpata tra i cespugli ma riesce a salvarsi e a raggiungere la fonte Provenziale.
Il giorno dopo, all'imbrunire, è a Prearba dove sfugge miracolosamente ancora ai tedeschi. Rintracciato e aiutato da due partigiani in perlustrazione, raggiunge Ciabaudo ricevendovi premurosa assistenza dai contadini del luogo. Dispiegando nel modo più poderoso le loro forze i Tedeschi tentano il 9 di ottobre di stringere in una morsa inesorabile le forze partigiane della V brigata, manovra che, per l'abilità dei comandi garibaldini, non riesce.
Circa 400 Tedeschi si piazzano a Collardente e 300 nella zona di Pigna; altre truppe con cannoni aprono il fuoco su Buggio nel tentativo di annientare reparti del 4° distaccamento posto a difesa della zona.
Oltre 200 Tedeschi si dispongono in offensiva nella zona di Graj. Si delinea il grave pericolo dello sbarramento della via di ritirata Triora-Piaggia.
Il comandante "Vittò" [anche "Ivano", Giuseppe Vittorio Guglielmo] col suo Stato maggiore cerca di studiare un nuovo schieramento facendo perno su Triora con utilizzazione del 3° del 1°, e di metà del 5° distaccamento, in posizione nella zona sopra Bregalla; il 2°, il 6° e il distaccamento comando sono già a Triora da dove cercano di richiamare l'8° distaccamento di "Gori".
Informata dalla situazione, la I brigata pone vigilanza alla strada che da Collardente porta alla galleria del Garezzo ove sono già in perlustrazione pattuglie avanzate tedesche.
Il distaccamento di Gino Napolitano (Gino) che, trovatosi imbottigliato da sud-ovest del monte Ceppo, si era portato a Baiardo, di lì a Carmo-Langan e poi a Buggio, subìto lo sbandamento riesce a riordinarsi a Triora insieme a gli altri reparti.
Nei giorni 10 e 11 la calma si ristabilisce. Il nemico sembra abbia subito una battuta d'arresto; sembra stia ordinando le proprie fila, preparando nuovi piani d'attacco. Le perdite garibaldine sono gravi, molti gli sbandati e le armi perdute.
Durante questa tregua il distaccamento di "Gino" ritorna a Carmo Langan con lo scopo di proteggere il ripiegamento della brigata da un eventuale pericolo di sorpresa. Il lavoro dei commissari, provvisoriamente interrotto, viene riattivato a Triora; si curano i migliori elementi per porli candidati ai tre battaglioni della brigata in via di ricostituzione.
In questo precario periodo di vita della V brigata i garibaldini hanno dimostrato grande compattezza e massimo affiatamento coi Comandi; ciò verrà confermato nei giorni seguenti con l'ulteriore spostamento a Piaggia, poi a Carnino e infine a Fontane in Piemonte.
[...] Intanto il distaccamento di "Franco" raggiunge Piaggia il 12 assieme ad una quindicina di garibaldini di "Leo". Da Ventimiglia giungono notizie che i Tedeschi stanno risalendo la valle Roja in forze, lasciando sulla costa solo elementi della marina, mentre a Oneglia pattuglie formate da nazisti e brigate nere partono per perlustrare le strade che danno accesso alle vallate.
La situazione diviene nuovamente critica.
I Tedeschi, distruggendo e incendiando case e fienili per la campagna, compaiano nei dintorni di Triora e la banda locale di Molini si sbanda.
Anche la IV brigata si prepara al peggio: il 7° distaccamento di "Veloce" si tiene pronto a partire per spostarsi sotto monte Ceppo sperando di venirsi a trovare alle spalle dello schieramento nemico, qualora questi operasse verso sud in valle Argentina; nella notte sotto il monte giungono garibaldini sbandati del distaccamento di "Gino" attaccato in mattinata a Langan. Molini è investita da colonne di nazifascisti che riprendono l'offensiva il mattino del 13.
Le prime raffiche prolungate si odono di fronte all'accampamento del distaccamento di "Moscone"; colonne di fumo s'innalzano dai tetti delle case di campagna in località Goletta, il nemico dà fuoco a tutto quello che scorge, compresa la casa ove era stato posto il Comando della V brigata.
Il distaccamento riesce a prendere posizione sul monte Castagna e a rimanervi per quatto ore. Al tramonto, ricevuto l'ordine da "Vittò" di spostarsi, dopo una marcia notturna sotto lo scrosciare incessante della pioggia e per sentieri invisibili ed infangati, raggiunge il paese di Piaggia sul fare dell'alba.
Francesco Biga, Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria), Vol. III. La Resistenza nella provincia di Imperia da settembre a fine anno 1944, a cura dell'Amministrazione Provinciale di Imperia e con il patrocinio dell'Istituto Storico della Resistenza di Imperia, Milanostampa Editore, Farigliano, 1977 

domenica 7 luglio 2024

Il radiotelegrafista inglese Mac tenta un collegamento con Nizza

Fontane, Frazione del comune di Frabosa Soprana CN): manifestazione in ricordo della Resistenza del 21 ottobre 2013

A seguito dell'attacco a Baiardo [10 marzo 1945] da parte di Distaccamenti della V^ Brigata [della II^ Divisione d'Assalto Garibaldi "Felice Cascione"], si scatena furiosa la reazione nemica. Vittorio Guglielmo (Vittò), comandante della "Cascione", (il quale non aveva partecipato all'azione perché a livello tattico, secondo lui, era impossibile conquistare il caposaldo nemico), il "Curto", Armando Izzo comandante della V^ Brigata, il capitano inglese Bentley, il suo radiotelegrafista Mc Dougall, Guido Arnaldi (Guido), Felice Miraglio (Felice), Maiano Alfredo (Lupo), ed altri garibaldini quali staffette o addetti al deposito Intendenza sito nelle case della borgata di Gerbonte, si mettono in marcia verso la stessa grotta pensando di trovarvi rifugio sicuro. Intanto nella notte tra il 10 e l'11 giungono da Sanremo truppe tedesche appartenenti ai RAP (Raggruppamento Anti Partigiani), che riescono a prendere di sorpresa la suddetta borgata senza che fosse dato alcun allarme. Però la tattica partigiana era quella di non rimanere molto tempo nei luoghi abitati. Questa tattica salva il gruppo di uomini menzionati dall'accerchiamento. Infatti, su invito di "Vittò" e di "Curto", che intuiscono il pericolo vicino, prima dell'alba gli uomini, abbandonando Gerbonte e incamminandosi nel torrente Argentina, si dirigono verso la grande grotta che si apre su una parete verticale nelle rocche di Loreto-Ciaberta per rifugiarvisi (raggiungere la grotta voleva dire salire per una scala di corda lunga una ventina di metri). Però, durante lo spostamento, "Vittò", che è in testa alla colonna, scorge nell'oscurità una pattuglia, forse nemica, ad un centinaio di metri di distanza, che marcia in senso contrario. Per non destare allarme e dato che non è sicuro di chi siano, non dice niente e tutto finisce liscio.
Quando il gruppo raggiunge la grotta in posizione di sicurezza, il capitano Bentley si accorge di avere dimenticato l'antenna della radio trasmittente nelle case di Gerbonte, per cui si presenta la necessità di andarla a recuperare. Viene incaricato della missione la staffetta "Lupo", il quale, purtroppo, appena giunto sul posto, viene colpito dal nemico che già si trova nei dintorni: una raffica di arma automatica lo coglie ignaro e lo piega senza lasciargli il tempo di pronunciare una sola parola. Il ritardo del ritorno di "Lupo" fa insospettire il gruppo, per cui parte in missione il garibaldino "Felice". Anch'esso, dopo aver sentito le raffiche nemiche, cerca di mettersi al riparo, ma un colpo di Mauser lo colpisce a morte. E' giorno fatto e le mitragliatrici tedesche piazzate a Creppo impediscono ogni ulteriore tentativo di salvataggio per i due compagni, oramai caduti. Lo stesso giorno 11, nei pressi di Bregalla, viene ucciso dai Tedeschi il garibaldino Paolo Oddo (Bruno).
Catturati il 3 marzo in Grattino (Valle Argentina), dopo otto giorni di torture subite a Molini di Triora dove erano stati condotti, i garibaldini Quinto Verrando (Basilede) e Livio Maggi (Maggio) sono obbligati a ritornare nei pressi di Agaggio Superiore, in località dove i Tedeschi pensavano fossero i partigiani, perché ne indicassero l'ubicazione precisa. Rifiutatisi di parlare, in Pian del Carré ricevono un colpo di pistola alla nuca. Quinto muore subito, mentre il compagno Maggi viene lasciato agonizzante, nella sua pozza di sangue: soccorso dai contadini, morirà dopo una diecina di giorni di indicibili sofferenze. Anche i garibaldini Giobatta Lanteri (Seccù) e Gustavo Stoppiani cadono in combattimento, l'uno nei pressi di Goina (Triora) e l'altro a Molini di Triora. A Latte di Ventimiglia, il 13 è fucilato il garibaldino Guido Costanzo (Clark).
Ritornando alla grotta, il gruppo vi rimane per tre giorni. Ma, poiché le batterie della radiotrasmittente sono scariche, il radiotelegrafista inglese Mac Dougall, accompagnato da "Guido", è obbligato a recarsi alla centrale elettrica di Loreto per caricarle. Costruita un'antenna di emergenza, il radiotelegrafista tenta nuovi collegamenti con Nizza. Individuata la fonte delle onde della trasmittente, i Tedeschi continuano i rastrellamenti nel torrente Argentina e sulla montagna, ma con esito negativo. Non immaginano che le onde radio escano da una parete rocciosa, verticale, della montagna.
Dopo tre giorni, essendo la zona rastrellata dai Tedeschi, che continuano a pattugliare i dintorni, e non potendo quindi effettuare le trasmissioni per la vicina presenza nemica, "Curto" consiglia di cambiare zona. Alle prospettate difficoltà da parte di "Guido", che ritiene pericoloso lo spostamento, quello, nel tipico dialetto ligure, risponde: "Nel libro dei garibaldini non c'è scritta la parola paura", per cui esce per primo. Inosservato, tra colonne tedesche, riesce a spostarsi per raggiungere il territorio della V^ Brigata, a levante della Valle Argentina. Dietro di lui, uno ad uno, escono anche gli altri componenti il gruppo, tranne i due Inglesi, paralizzati dal terrore, ma sono obbligati a rassegnarsi alla sorte e a seguire gli altri.
Mentre ci stiamo avvicinando ai giorni dei lanci aerei, ai quali dedicheremo nei prossimi capitoli ampio spazio, seguiamo un momento l'itinerario di marcia e spostamento del Comando I^ Zona Operativa Liguria verso il campo dei lanci stesso.
Questo Comando istituito, come sappiamo, il 21 dicembre 1944, nel marzo 1945 è così composto:
Comandante: Nino Siccardi (Curto); Commissario: Lorenzo Musso (Sumi); Ispettore: Raffaello Paoletti (Giulio).
Il gruppo, messosi in movimento e attraversato il torrente Argentina, per Bregalla, Monte Pellegrino, verso mezzanotte giunge tra la galleria del Garezzo e San Bernardo dove pernotta. Il giorno dopo marcia verso la valle di Mendatica che è coperta di nebbia, mentre è in corso un vasto rastrellamento. Si odono raffiche di mitra e colpi di fucile Mauser. Infine, per San Bernardo di Mendatica e Valcona giunge a Upega, dove i componenti, dopo tre giorni di fame, riescono a mangiare un piatto di minestrone caldo. Nel pomeriggio al gruppo si aggregano tre prigionieri russi che hanno disertato dai Tedeschi. Il gruppo pernotta a Upega, dove il mattino del 16 da una centralina locale il radiotelegrafista inglese Mac tenta un collegamento con Nizza; ma il collegamento non riesce a causa della corrente elettrica che è alternata. Successivamente il gruppo si sposta nuovamente a Valcona dove rimane altri tre gioni, e poi a Pian Rosso, a monte di Viozene, dove si prevede avvengano i lanci. Don Paolo Regis, parroco locale, si reca ad Ormea, nel tentativo di far ricaricare le batterie della trasmittente. Ma il tentativo non riesce, anzi, viene fermato dai Tedeschi mentre transita con la batteria sulla bicicletta. Si salva per fortuito caso. Il 23, nell'impossibilità di effettuare le trasmissioni, il radiotelegrafista Mac, "Sumi", il parroco e "Guido", tentano di raggiungere Fontane di Frabosa attraverso il Bochin d'Azeo (Mongioie) innevato. Vi riescono in un modo drammatico; ad ogni modo, giunti a Fontane, effettuano alcune trasmissioni. Il radiotelegrafìsta rimarrà sul posto fino al primo lancio che avverrà quasi alla fine di marzo.
Francesco Biga (con la collaborazione di Osvaldo Contestabile), Storia della Resistenza Imperiese (I Zona Liguria), Vol. IV. La Resistenza nella provincia di Imperia dal Primo Gennaio 1945 alla Liberazione, ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, 2005, pp. 238-241

domenica 30 giugno 2024

I tedeschi davano alle fiamme le stazioni ferroviarie di Ventimiglia e di San Remo

Sanremo (IM): la vecchia stazione ferroviaria

Il grande rastrellamento Pigna-Triora-Upega era stato attuato dai nazifascisti, a quanto si seppe, per sgomberare dall'insidia partigiana le strade che conducevano al Saccarello, e di là in Piemonte, necessarie per la ritirata in caso di sbarco alleato che i Tedeschi e le autorità fasciste temevano, sulla costa ponentina.
Molti sintomi, oltre alle informazioni fornite dai servizi di sicurezza, erano evidenti: non passava inosservato il diuturno lavoro di otto spazzamine e di cacciatorpediniere angloamericani sulla costa ligure, mentre una buona parte della flotta alleata del Mediterraneo si era concentrata nella rada di Villafranca, e si susseguivano ininterrottamente i bombardamenti aerei sulla costa.
In luglio e in agosto i nazifascisti avevano disposto uno schieramento lineare sulla costa con le forze della Wehrmacht e con le divisioni italiane "San Marco" e "Littorio"; ma nell'autunno, appunto per timore dello sbarco, lo modificarono dislocando le forze sui passi montani in profondità, fuori dal tiro delle artiglierie navali e per bloccare con poche forze, l'infiltrazione nella pianura cuneese delle forze alleate che fossero sbarcate sul litorale ligure. Questa fu la vera causa dei grandi rastrellamenti operati e delle distruzioni provocate. Il 29 di ottobre i Tedeschi davano alle fiamme le stazioni ferroviarie di Ventimiglia e di San Remo, facevano saltare il ponte sul Roja, la polveriera di Bussana e tutti i pali delle linee elettriche. Avevano già distrutto le centrali elettriche delle stazioni ferroviarie di Albenga e Diano Marina, requisito migliaia di biciclette, autoveicoli e cavalli, fatto saltare i carri cisterna sui porti onegliese e portorino, invitato la popolazione con manifesti a sgomberare la costa, minato la zona delle ex Ferriere [ad Imperia], minato la statale n. 28 tra Pontedassio e Chiusavecchia con mine da 200 chilogrammi di tritolo ciascuna (le mine erano poste a quaranta metri circa di distanza una dall'altra), minato le banchine dei porti, distrutto l'impianto del gas a Porto Maurizio, asportato i motori dal pastificio Agnesi, ecc.
Francesco Biga, Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria), Vol. III. La Resistenza nella provincia di Imperia da settembre a fine anno 1944, a cura dell'Amministrazione Provinciale di Imperia e con il patrocinio dell'Istituto Storico della Resistenza di Imperia, Milanostampa Editore, Farigliano, 1977  

25 ottobre 1944
Oggi abbiamo avuto [a Sanremo] diverse incursioni aeree, mentre le navi hanno continuato a sparare verso Bordighera e Ventimiglia.
26 ottobre 1944
Questa mattina i tedeschi hanno fatto saltare la stazione di Ventimiglia, già precedentemente minata. Pure a Sanremo sono state poste mine, al porto, alla stazione, sotto la galleria ferroviaria vicino alla Villa Helios e sulla strada (via Aurelia), la villa Belloni e Villa Helios.
27 ottobre 1944
Da ieri c'è molto passaggio di materiale bellico proveniente dalla frontiera; una cinquantina di tedeschi si sono fermati a dormire nel nostro albergo e domattina ripartiranno verso Genova. La maggior parte di questi sono demoralizzati e non vedono l'ora di ritornare alle loro case.
28 ottobre 1944
Altri cinquanta tedeschi si sono fermati a dormire per questa notte. Vengono da Grimaldi; gli americani sono giunti alla frontiera e loro pattuglie arrivano fino a Grimaldi.
30 ottobre 1944
Le truppe tedesche fanno saltare i ponti sul Col di Tenda per impedire agli anglo-americani d'avanzare.
[n.d.r.: dal diario di una ragazza rimasta ignota, figlia di albergatori di Sanremo]
Renato Tavanti, Sanremo. "Nido di vipere". Piccola cronaca di guerra. Volume terzo, Atene Edizioni, 2006

sabato 22 giugno 2024

Un giovane caduto partigiano accomunato nella memoria all'eroico Baletta ed a un patriota di Bordighera

Lastre dedicate a Mario Ponzoni e Giovanni Olivo in Pieve di Teco (IM). Fonte: Pietre della memoria

«In quelle immagini mio padre riassumeva la sua gioventù». Lo dice Gabriella Manfredi, figlia del compianto onorevole democristiano Manfredo nel giorno dell’anniversario della Liberazione. La Manfredi ha deciso, infatti, di divulgare le memorie del compianto padre, Manfredo Manfredi.
«Costretto a sedici anni a raccogliere il cadavere del suo migliore amico fucilato da un plotone di esecuzione dell’esercito tedesco, condannato a morte dopo un processo farsa in cui non si era potuto nemmeno difendere dall’accusa di aver prodotto documenti di identità falsi per dei “banditi”. Condannato per aver aiutato i nemici dell’esercito tedesco e secondo la legge militare tedesca fucilato dal plotone di esecuzione, a diciotto anni». «Quel ragazzo si chiamava Mario Ponzoni. Mio padre aveva  16 anni, troppo pochi per andare sui monti a combattere, ma abbastanza per raccogliere i cadaveri dei fucilati dai nazifascisti», racconta con commozione Gabriella Manfredi.
«Solo dopo molti anni mio padre - prosegue la Manfredi -  iniziò a raccontare quegli episodi, che ho trascritto in forma di diario. Episodi che avevano segnato profondamente la sua vita e conseguentemente le sue scelte di impegno politico contro ogni sopruso. Il giorno dell’inaugurazione del monumento ai caduti di Pieve di Teco, posto proprio sul luogo delle esecuzioni, mio padre disse chiaramente che non aveva mai dimenticato l’odore di quei momenti. “Quell’odore del sangue sulle mie mani era il profumo della Libertà” gridò agli astanti durante il suo discorso, con la rabbia di un sedicenne che vede morire il suo amico più caro. Fu anche quella rabbia a sostenere mio padre, e molti altri come lui, in quel lungo percorso di ricostruzione di un Paese devastato ma non sconfitto. La morte di quei ragazzi ci regalò un sogno chiamato Libertà. Sta a noi coltivare quel sogno, non permettiamo a nessuno di pensare che quel sacrificio sia stato vano, che quelle giovani vite siano state spezzate per regalare la Libertà a chi non la merita».
[...]
Di seguito il “diario” di Manfredo Manfredi di quei giorni tragici concessoci dalla figlia Gabriella che ringraziamo.
6 gennaio 1945
Ecco, è successo. Hanno arrestato Mario. Mario amico mio, ti hanno portato ad Albenga, dicono ci sarà un processo! Ma tu cosa hai fatto?? Hai solo diciotto anni, che reato hai mai commesso? Non si riesce a sapere nulla, il Parroco ha detto che si informerà.  Aspettiamo, ma io ho paura amico mio.
10 gennaio
Amico mio non ci posso credere! Ti hanno processato, un tribunale militare tedesco, stasera è passato il banditore con il suo tamburo per declamare a tutta Pieve la tua condanna. Amico mio, ti hanno condannato a morte. A morte!! Il tamburo rullava, e la voce stentorea ci invitava a non uscire di casa domattina, per nessun motivo. Mario ho tanta paura, non posso immaginarti solo stasera in quella cella. Il mio cuore non regge al pensiero di domani.
11 gennaio 1945
Fa freddo stamattina, i campi sono brinati, un silenzio strano ci avvolge come un sudario. Ecco il rumore delle camionette, le portiere sbattono, i chiodi degli scarponi risuonano sul selciato, insieme a pochi secchi comandi. Nel silenzio un urlo, riconosco la voce di tua madre che grida il tuo nome tra i singhiozzi, mentre l’eco dei passi si perde. Silenzio. Spari. E ancora silenzio. Le portiere sbattono ancora, le camionette ripartono. Arriva il parroco trafelato, piange. Devo andare. Devo venire da te l’ultima volta amico mio. Ti vedo sdraiato nel campo gelato di brina. Quanto sangue, esce dai fori del tuo bel maglione verde, impregna il terreno gelato, che non è più bianco ma rosso, rosso vermiglio. Penso che il tuo maglione è verde, il tuo sangue rosso e la terra bianca di gelo. Sono i colori della mia bandiera, della mia Patria. E quell’odore, di sangue misto a polvere da sparo, non lo dimenticherò mai! Ho solo sedici anni, ma sono diventato un uomo.
Diego David, Manfredo Manfredi nel suo “diario” del 1945: «L’odore di sangue misto a polvere da sparo non lo dimenticherò mai», Riviera24.it, 25 aprile 2021 

Per la prima volta parlo pubblicamente di mio fratello Giovanni Olivo, eroe della Resistenza. Lo faccio con pudore, perché nessuna parola è efficace per esprimere il senso della sua grande e breve esistenza. Giovanni aveva 21 anni quando il 2 Marzo 1945, fucilato dai tedeschi a Pieve di Teco, donò la propria vita per un grande ideale. A me non fu concessa la gioia della condivisione come sorella: ci ha separato la differenza di età. Infatti avevo dieci anni quando lui, studente in medicina all’Università di Bologna, si rifugiò a Rezzo, dove aderì alla lotta partigiana, donando la propria giovinezza. Il suo nome è inciso sui Cippi che ricordano tutti i caduti: Arezzo, Pieve di Teco, Imperia e Bordighera.
La sua assenza-presenza è incisa nel mio cuore. La sua testimonianza è stata per me un faro di luce nei momenti in cui la vita mi ha dato modo di svolgere ruoli delicati, prima come insegnante ed educatrice, in seguito nel ruolo delicatissimo di pubblico amministratore, quale Sindaco della nostra amata Bordighera.
Ho accettato e affrontato situazioni impegnative, spesso laceranti, guardando a Lui, a mio fratello Giovanni, che offrì se stesso perché altri avessero la Vita. Ho voluto che da Rezzo, dove era stato tumulato dopo la sua morte, ritornasse a Bordighera, rispettando il desiderio dei nostri genitori.
E tornò in un giorno speciale: il 14 Maggio 1996, festività di S. Ampelio [...]
Renata Olivo in Paize Autu, Periodico dell’Associazione “U Risveiu Burdigotu”, Anno 7, nr. 4, Aprile 2014

[...] «Per me in particolare questa cerimonia - prosegue il sindaco - ha una connotazione personale perché mia madre era nel gruppo degli arresti insieme a Mario Ponzoni. Mia mamma insegnava nelle frazioni di Pieve di Teco, era maestra e una delle staffette arrestate insieme a Mario Ponzoni che poi fu fucilato e mia mamma e le sue colleghe sono state condannate a morte ma sono riuscite in qualche modo a scappare a Cuneo e si sono nascoste per due anni. Lei non me l’ha mai raccontato e per assurdo lo sono venuto a sapere in età avanzata però è un qualche cosa che sta nell’anima perché il fratello di Mario Ponzoni, Rino, era il mio padrino ed è stata una persona indimenticabile nella mia vita. Ben vengano queste cerimonie che servono a richiamare il ricordo collettivo, gli orrori della guerra e dall’altro l’orgoglio di appartenenza alla propria terra».
«La memoria è il faro nella notte - ha sottolineato il vicesindaco di Albenga Alberto Passino - di quella notte buia che ha visto il nostro paese precipitare nell’orrore. Grazie alla Resistenza e purtroppo anche al sangue anche giovane che è stato versato siamo riusciti a lavare l’onta che il ventennio del nazi-fascismo ha portato alla rovina la nostra bellissima Italia. Grazie quindi alla Resistenza che qua celebriamo purtroppo con i suoi anche ai suoi giovani morti. Grazie a Roberto Di Ferro, medaglia d’oro al valor militare, l’Italia si è potuta riscattare ed è nostro compito come Istituzioni, come cittadini, come Anpi guardare ai giovani perché attraverso l’educazione, attraverso la scuola si possano creare occasioni di confronto, dove la memoria venga sollecitata e riscoperta affinché nulla di più brutto possa di nuovo accadere e ancora grazie a chi ha donato la vita per la nostra libertà».
«Qui ricordiamo Baletta - spiega Giovanni Rainisio, presidente dell’Istituto Storico della Resistenza di Imperia - un ragazzo di quattordici anni che si è schierato, ha scelto di stare dalla parte della libertà, della democrazia, di opporsi all’occupazione tedesca e al regime fascista. È stato un esempio importante, una delle sei medaglie d’oro della Resistenza della nostra provincia ed ha contribuito a far ottenere alla nostra provincia la medaglia d’oro al valor militare della Resistenza. La nostra provincia ha avuto un momento importante nella liberazione, ha avuto più di 600 caduti militari e ha quasi 800 deportati. Credo che la memoria debba essere un momento importante perché è necessario ricordare tutti coloro che si sono sacrificati ma la memoria è importante per il futuro. Se non sappiamo perché siamo qui è perché  viviamo in democrazia, in libertà in una Costituzione varata dalla Resistenza non capiamo che cosa fare per il nostro futuro e soprattutto i giovani se non sanno cos’è stata la Resistenza, se non comprendono il sacrificio che la democrazia e la libertà è costata al nostro paese è difficile che poi si impegnino per un futuro migliore. La libertà e la democrazia non sono conquiste una volta per sempre, le conquiste della democrazia vanno alimentate, sostenute continuamente perché il rischio per la pace, democrazie e libertà è sempre incombente».
«Venire a commemorare Roberto Di Ferro - conclude Vio -  è un momento in cui inevitabilmente torniamo a vivere quei momenti che hanno vissuto le nostre genti. La famiglia di Roberto Di Ferro proveniva da Malvicino ma oramai era albenganese a tutti gli effetti, un ragazzo di 14 anni che aveva adottato, scelto ed abbracciato i valori e i partigiani e i resistenti antifascisti di allora raccontavano che scelse di partecipare alla lotta partigiana consapevole dei rischi che questa comportava e con altri partigiani venne catturato qui vicino, a Trovasta, e dopo un massacro umano a cui fu sottoposto, perché si dice che i tedeschi pensavano che essendo il più giovane avrebbe ceduto alle pressioni fisiche e avrebbe quindi svelato i nomi dei compagni partigiani».
Daisy Parodi, Pieve di Teco, 79esima commemorazione di Roberto Di Ferro, «La più giovane vittima della Resistenza», Riviera24.it, 23 marzo 2024

Imputati: DESCHEIMER - Obleutnant, MENIE - Leutnant, BAUMANN - Gefreiter, KOGER - Hauptmann
Violenza con omicidio art. 185 c.p.m.g.
Parte lesa: PONZONI MARIO
Condanna a morte a seguito di Sentenza del Tribunale Militare del Battaglione tedesco (p. 11). Il Proc. gen. mil. Borsari chiede ai Comandi dei Carabinieri di ZONA svolgere investigazioni. Il 20 settembre 1946 il Gabinetto del Ministero della Guerra chiede informazioni al Land Forces Sub
Commissione A.c. di Roma (p. 25)
ARCHIVIATO DAL GIP DI TORINO (DOC. 89/0)
Relazione finale (Relatore: on. Enzo Raisi), Commissione parlamentare di inchiesta sulle cause dell'occultamento di fascicoli relativi a crimini nazifascisti (istituita con legge 15 maggio 2003, n. 107), Approvata dalla Commissione nella seduta dell’8 febbraio 2006, Trasmessa alle Presidenze delle Camere il 9 febbraio 2006, ai sensi dell’articolo 2, comma 4, della legge 15 maggio 2003, n. 107

Codice scheda:C00/00001/01/02/00010
Titolo: R.G. “Ruolo generale dei procedimenti contro i criminali di guerra tedeschi”: n. 919
Descrizione: Organo giudicante:
Procura Generale Militare presso la Corte di Cassazione:
R.G. “Ruolo generale dei procedimenti contro i criminali di guerra tedeschi”:
n. 919
Procura Militare presso il Tribunale Militare di Torino.
PM.: Dott. Luigi Gili
RGNR: 328/95
G.I.P. presso il Tribunale Militare di Torino:
Dott. Sandro Celletti
RG:1746/95
Provvedimento di “archiviazione provvisoria”:
14.01.1960 - Procuratore Generale Militare Dott. Enrico Santacroce
Provvedimento di archiviazione G.I.P.:
21.09.1995 - impossibile rintracciare gli autori e ricostruire i fatti per il lungo tempo trascorso
Indagati:
Indagato n. 1: Descheimer
Status: Militare tedesco, tenente, Comandante del battaglione di stanza a Pieve di Teco
Altri dati biografici: presidente del Tribunale militare di guerra del battaglione
Indagato n.2: Menie
Status: sottotenente
Altri dati biografici: primo assessore del Tribunale militare di guerra
Indagato n.3: Baumann
Status: caporale
Altri dati biografici: secondo assessore del Tribunale militare di guerra
Indagato n.4: Koger
Status: capitano
Altri dati biografici:
Parti lese:
Parte lesa n.1: Mario Ponzoni
Genere: maschio
Status: civile
Altri dati biografici: nato il 12.061926 a Pieve di Teco (Im), impiegato comunale. Minorenne al momento della sua uccisione.
Principali fatti contestati agli indagati:
Data e luogo del fatto: 11.01.1945, Pieve di Teco (Im)
Tipologia: violenza con omicidio
Descrizione sintetica: il 30.12.1944 Mario Ponzoni è arrestato per rilascio di una carta d’identità falsa al partigiano Berti (soprannominato Nenini) e l’11.01.1945 è condannato dal Tribunale Militare di Guerra tedesco (senza la presenza di un difensore) alla pena di morte che viene eseguita lo stesso giorno.
Reati contestati: Omicidio e violenza contro privati nemici art. 185 c.p.m.g.
Denuncia:
Tipologia denuncia: individuale
Data: 28.10.1945
Autorità ricevente: Carabinieri di Pieve di Teco.
Nominativo / Autorità denunciante: Omero Ponzoni
Tipologia denunciante: civile, padre della vittima
Sintesi denuncia: il 30.12.1944 il figlio del denunciante, Mario Ponzoni, è arrestato per rilascio di una carta d’identità falsa ai partigiani e l’11.01.1945 è condannato dal Tribunale Militare di Guerra tedesco (senza la presenza di un difensore) alla pena di morte che viene eseguita lo stesso giorno
fascicolo procura generale militare:
Documenti contenuti nel fascicolo:
Copertina fascicolo Procura Torino (frontespizio), Indice atti, Iscrizione notizia di reato, Copertine (2) fascicolo Procura Generale Militare (frontespizio), Scheda Procura Generale Militare, Appunti manoscritti, Lett. Procura Generale Militare al Governo Militare Zona US in Germania, lettera 28.03.1946 del Procuratore Generale Militare Borsari al Ministro della Guerra, lettera 08.04.1946 del Procuratore Generale Militare Borsari ai Carabinieri di Pieve di Teco, rapporto Carabinieri di Pieve di Teco con allegate dichiarazioni del testimone Ponzoni, Omero, Sentenza 11.01.1945 del Tribunale di Guerra Tedesco, Lettera 24.04.1946 della Procura Generale Militare ai Carabinieri di Pieve di Teco , Autorizzazione a procedere del Ministero della Guerra in data 19.04.1946, rapporto Carabinieri di Pieve di Teco in data 09.05.1946, richiesta di consegna degli imputati avanzata al Ministero degli Affari Esteri dal Procuratore Generale Militare Borsari in data 09.09.1946, relazione Commissione delle Nazioni Unite per i Delitti di Guerra, carteggio relativo alla richiesta di estradizione di Baumann, Archiviazione provvisoria 14.01.1960, Richiesta indagini Procura di Torino in data 08.04.1995, Richiesta di Archiviazione 18.07.1995, Comunicazione Carabinieri Torino 13.12.95. Tot.pagg. 37
Archiviazione provvisoria:
14.01.1960
Data di inoltro alla Procura Militare presso il Tribunale Militare di Torino:
03.12.1994
fascicolo del PM - Indagini preliminari - Archiviazione del Gip:
Data notizia di reato: 23.11.1994
Data iscrizione: 09.02.1995
Indagini preliminari: 09.08.1995
Richiesta di archiviazione del PM: Dott. Luigi Gili
Data: 08.07.1995
Motivazione: esito infruttuoso delle indagini finalizzate ad ottenere notizie sugli indagati, scarse probabilità di reperire gli indagati stante il lungo tempo trascorso.
Archiviazione G.I.P.: Dott. Sandro Celletti
Data: 21.09.1995
Motivazione: - impossibile rintracciare gli autori e ricostruire i fatti per il lungo tempo trascorso
Redazione, Fascicolo: R.G. “Ruolo generale dei procedimenti contro i criminali di guerra tedeschi”: n. 919, Archivi della Resistenza e del '900