domenica 27 marzo 2022

Entrammo dunque in Ormea il 27 di aprile, pomeriggio, del 1945

Ormea (CN) - Fonte: Mapio.net

Dopo il primo lancio degli aerei alleati a Pian Rosso sopra Viozene ottenemmo due bazooka e diversi Bren e un buon numero di Sten, un discreto quantitativo di plastico con relativi detonatori, miccia di diversi tipi e l'occorrente per perfezionare le «Cipolle». Le cosiddette «cipolle» erano composte da un aggeggio che svitando un tappo gli si inseriva il detonatore: avvitando il tappo serviva anche da sicura, dall'altro lato dell'aggeggio era un pezzo di stoffa confezionato a forma di cipolla che, all'ultima estremità, era ristretto da un elastico; si riempiva questo involucro di plastico (poteva contenere anche mezzo chilo di esplosivo) e, quando si lanciava, la sua esplosione era veramente terrificante. Ottenemmo anche munizioni in abbondanza, dopodichè lasciammo Viozene. Una parte del materiale la lasciammo a un contadino di Alto che, assieme ad altri della Val Pennavaire e della Val d'Arroscia, si trovava a Viozene per caricare sui muli quanto non era possibile trasportare individualmente. Con tutto ciò eravamo notevolmente carichi e, per questo, si procedeva lentamente.
Alla sera anzichè trovarci sopra Eca Nasagò [Frazione di Ormea (CN)], eravamo ancora sopra Ormea; allora Arturo, un giovane ormeasco disse: "Se passiamo da Eca Nasagò dovremmo attraversare la statale di giorno e, con il carico che abbiamo, è da imprudenti e per questo sarà necessario aspettare la notte. Se invece scendiamo verso Ormea, transitiamo nei pressi del castello diroccato e attraversiamo il Tanaro nei pressi del paese e arriviamo al distaccamento di «Plastico» inosservati". Quest'ultimo era il Comandante del distaccamento di Ormea, che si trovava a poca distanza dalla cittadina.
Arturo conosceva bene la zona; certamente non ci avrebbe proposto quella strada se non fosse stato convinto di poter attraversare il Tanaro con facilità. Dopo esserci consultati, decidemmo di approvare la sua proposta. Era notte quando arrivammo nei pressi del castello. Guidava la piccola colonna Arturo, io subito dietro. Tutto sembrava procedere nel migliore dei modi, quando udimmo uno scoppio simile ad un colpo di pistola, subito seguito da una luce intensa come quella di un bengala. Qualcosa bruciava a poca distanza da noi. Ci acquattammo sul terreno in attesa delle prime raffiche; ma non successe nulla. Però i ragazzi che erano alla fine della colonna iniziarono a ripiegare abbastanza rumorosamente. Lasciai il mio carico ad Arturo dicendogli: "Devo raggiungerli e fermarli, non conoscono la zona!" e così feci.
Ritornammo sui nostri passi e pernottammo in un fienile di una frazione di Ormea. La sera seguente proseguimmo attraverso la statale per Eca Nasagò, senza altri incidenti. Lello Nante, con il suo solito umorismo, iniziò allora a sfottere Arturo dicendo che il motivo per il quale egli voleva guadare il Tanaro era che aveva i piedi sporchi, dato che non se li lavava mai....... Per tutta la durata della guerra Arturo restò «l'uomo dai piedi sporchi» che, per lavarseli, aveva bisogno di compagnia.
Il traffico nemico sulla statale era sempre molto intenso. Di giorno disturbavamo il transito con le mitragliatrici pesanti; di notte, con i bazooka, colpivamo la prima macchina della colonna, se di colonna si trattava. Al contrario, se era un veicolo isolato, non davamo neanche il tempo ai sopravvissuti, se ce n'erano, di reagire, perché colpivamo con numerose raffiche di sten. Poi prendevamo le armi e quant'altro c'era di utile a bordo degli automezzi e ci ritiravamo. Col bazooka il migliore era Lazzaro il redivivo: lasciava avvicinare l'automezzo a brevissima distanza e lo centrava con il suo tiro preciso. L'attività della nostra Brigata, dopo la prima decade di aprile, divenne intensa; durante il giorno era un susseguirsi continuo di vetture e autocarri che viaggiavano sempre in discreto numero, ma anche di colonne di carri trainati dai muli, cavalli e asini che il nemico aveva razziato nella zona.
Intorno al quindici di aprile, due squadre di un Distaccamento avevano attaccato una colonna di vetture tedesche, scortate da alcune autoblindo, armate da mitragliere antiaereo e da mascin-gavert. Su una vettura, occupata da ufficiali superiori nazisti, vennero trovate due grosse valigie di orologi di svariate marche e molte pezze di stoffa per vestiti da uomo e da donna, tutte in pura lana, a quanto dicevano gli intenditori.
Questo materiale fu caricato in seguito su due muli e, personalmente coadiuvato dai garibaldini Athos e Scalabrino, lo consegnai al Comando di Divisione «Silvio Bonfante». Allora non ci passò neanche per la mente di dividere questo bottino fra i componenti della Brigata che pure ce n'era bisogno: tutto quanto preso al nemico era ritenuto dovesse appartenere alla collettività, era di tutti e pertanto era sacro, più ancora delle vacche in India, come dicevamo allora.
Al mio ritorno dal Comando di Divisione, dove avevo consegnato il bottino di guerra, anzichè rientrare al Comando Brigata, allungai il mio giro nel territorio per vedere e sentire le novità nei vari Distaccamenti: tutte le notizie confermavano quelle del Comando di Divisione che prevedevano il ritiro dei nazifascisti entro il mese stesso. Il traffico sulla statale era ormai a senso unico: tutto in direzione del Colle di Nava e oltre, mentre i tedeschi di Pieve di Teco requisivano tutti i carri e tutte le bestie che riuscivano ancora a scovare.
Riferii ai vari Distaccamenti quello che avevo saputo al Comando di Divisione (il Comando Divisione era puntualmente informato degli eventi bellici in Europa dalla Missione alleata che era presso il Comando della Prima zona Liguria), raccomandai a tutti, in special modo ai comandanti la massima prudenza: era inutile rischiare più del necessario: avevamo dei fucili mitragliatori meravigliosi con abbondanti munizioni. Dovevamo usarli, ma a distanza di sicurezza, cambiando continuamente di posizione affinché il nemico non potesse localizzarli e fare uso dei mortai. Nel caso fossero stati sottoposti al tiro dei mortai, dovevano allontanarsi immediatamente. L'azione doveva essere continua, ma con una squadra in azione e le altre tre di riserva. Non dovevamo più adoperare i mitra, gli sten, se non per difenderci, oppure per occupare i paesi; dovevamo colpire i tedeschi e i loro alleati fascisti, ma niente eroismi; troppi compagni avevamo già perso, le nostre madri ormai ci aspettavano a casa da un momento all'altro. Era nostro dovere colpire il nemico in ritirata, ma era anche nostro dovere tornare alle nostre case.
Rientrai al Comando di Brigata dopo aver visitato tutti i Distaccamenti della stessa e dopo aver ripetuto a tutti le stesse cose. Quando giunsi al Comando Brigata, Osvaldo e Lello mi informarono di aver dato le stesse disposizioni che avevo dato io a voce, per lettera ai vari Distaccamenti; questo sempre a mezzo di staffette.
Chissà se un giorno qualcuno scriverà qualche cosa sulle nostre staffette; ... Alle volte ho l'impressione che il compito delle stesse sia stato sottovalutato (forse anche dagli stessi partigiani), invece era un compito di grande importanza e pericolosissimo. Andavano sempre da soli e nell'incerto, pressoché disarmati, forniti solo di rivoltelle di dubbia efficienza; dovevano recapitare ordini e istruzioni urgentissime dalle quali alle volte dipendeva la sopravvivenza di intere formazioni, le quali per i più svariati motivi nel frattempo potevano aver anche cambiato sede. Ma loro dovevano trovarle ugualmente, non potevano assolutamente cadere prigionieri del nemico con la posta e siccome in tal caso non serviva più alcuna copertura, i nazifascisti li avrebbero torturati fin tanto che non avessero parlato oppure fossero morti. L'indirizzo era sempre lo stesso: al Comando del Distaccamento oppure di Battaglione, o di Brigata, o di Divisione, sua sede, Vattelapesca. Pertanto era chiaro che questa sede bisognava saperla o cercarsela e comunque non denunciarla.
Se venivano catturati, seguiva pena la tortura e una morte atroce, il che purtroppo spesso capitava, appunto, alle nostre eroiche staffette che non tradirono mai.
Continuammo a colpire il nemico in ritirata sino al 27 aprile nel pomeriggio, quando entrammo in Ormea.
Forse qualcuno criticherà il nostro colpire il nemico in ritirata, sparare su gruppi di uomini in fuga, su carri, su camion, sui più svariati mezzi di trasporto; non è certamente da soldati agire così, si dice. Ma noi non eravamo più dei soldati, eravamo dei «Ribelli», e loro ci chiamavano addirittura banditi; come tali (e ancora peggio) ci avevano trattato. Ci chiamavano banditi e traditori, ma i veri traditori erano invece proprio loro, i fascisti che avevano tradito il 25 Luglio Mussolini, giurando fedeltà a casa Savoia e poi, all'8 settembre, dietro le baionette tedesche, avevano ripresentato giuramento di fedeltà al loro duce. I tedeschi invece facevano la guerra per il loro Führer e noi rendevamo loro quanto loro ci avevano dato in tutto quel periodo di lotta senza quartiere. Eravamo anche dei ribelli alla guerra, ma facevamo la guerra perchè avevamo capito che questo era il prezzo che si doveva pagare per quanto era successo dal 1922 al 1945 nel nostro paese.
Entrammo dunque in Ormea il 27 di aprile, pomeriggio, del 1945.
Giuseppe Garibaldi (Fra Diavolo), Dalla Russia all'Arroscia. Ricordi del tempo di guerra, ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, 1994, pp. 188-192

6 aprile 1945 - Dal comando della VI^ Divisione "Silvio Bonfante" al Comando Operativo della I^ Zona Liguria - Comunicava l'elenco del materiale ricevuto con il 3° lancio alleato, avvenuto [a Pian Rosso] nella stessa data, materiale in cui figuravano soprattutto 18 Sten con 8000 munizioni, 2 lanciagranate con 28 munizioni, diversi capi d'abbigliamento.
15 aprile 1945 - Dal commissario [Mario, Carlo De Lucis] della VI^ Divisione al comando della VI^ Divisione - Informava che: "... Cimitero [Bruno Schivo] ha attaccato il 4 aprile i tedeschi a Borghetto d'Arroscia: si parla di 4 morti e 6 feriti; Basco [Giacomo Ardissone] non è intenzionato a lasciare il Battaglione 'Turbine'"; Osvaldo [Osvaldo Contestabile, commissario della costituenda IV^ Brigata "Domenico Arnera", già Brigata "Val Tanaro"], che è guarito, probabilmente rientrerà in formazione; Fra Diavolo [Giuseppe Garibaldi, comandante della IV^ Brigata, già a capo nell'autunno 1943 di un piccolo gruppo partigiano in Cipressa (IM)] ha attaccato nei giorni scorsi una macchina tedesca ferendo un tenente colonnello: la formazione colà stanziata funziona bene e continua ad arruolare nuovi volontari...".
16 aprile 1945 - Dal comando della VI^ Divisione "Silvio Bonfante" alla formazione garibaldina in Val Tanaro - Comunicava che "Fra Diavolo" [Giuseppe Garibaldi] era nominato comandante - commissario "Lello" [Raffaele Nante], responsabile politico "Barba" - della Brigata "Val Tanaro", dalla quale dovevano ormai dipendere il I° Distaccamento "Mario Longhi" con comandante "Franco" [Franco Bonello] e commissario "Romolo" [Romolo Gandolfo], il II° Distaccamento "Giuseppe Maccanò" con comandante "Arturo", il III° Distaccamento "Ormea", nome dato spontaneamente dai garibaldini che lo componevano, con comandante "King Kong" [Secondo Bottero] e con commissario un partigiano designato da "Lello", il IV° Distaccamento "Garessio" i cui uomini dovevano eleggere il proprio comandante ed il proprio commissario, che i 4 Distaccamenti dovevano "inviare rapportini giornalieri", che la formazione "Val Tanaro" doveva stabilire contatti con il comando della VI^ Divisione tramite la II^ Brigata "Nino Berio".
17 aprile 1945 - Dal comando della II^ Brigata "Nino Berio" della VI^ Divisione "Silvio Bonfante" alla "formazione in Val Tanaro" [non era ancora stata ufficializzata la IV^ Brigata "Domenico Arnera"] - Chiedeva la presenza del comandante "Fra Diavolo" [Giuseppe Garibaldi] ad una riunione ad Alto per discutere un piano con "Basco" [anche "Blasco", Giacomo Ardissone, vice comandante della II^ Brigata].
23 aprile 1945 - Da "Boris" [Gustavo Berio, vice commissario della VI^ Divisione "Silvio Bonfante"] al comando della VI^ Divisione - Scriveva che "Frà Diavolo ha effettivamente 150 uomini... la val Tanaro è completamente nostra politicamente, lo deve essere anche militarmente".
24 aprile 1945 - Dal comando della VI^ Divisione "Silvio Bonfante", prot. n° 340, al comando della formazione "Val Tanaro" - Comunicava la nuova denominazione della formazione, IV^ Brigata "Domenico Arnera".
da documenti IsrecIm in Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell’Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945) - Tomo I - Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Facoltà di Scienze della Formazione, Corso di Laurea in Pedagogia - Anno Accademico 1998 - 1999

domenica 20 marzo 2022

La tragedia di Upega è costata alla Resistenza quasi una ventina di caduti

Briga Alta (CN) - Fonte: Mapio.net
 
Ai primi di settembre del 1944 sembrò per qualche tempo che la liberazione potesse essere vicina. Gli Alleati erano sbarcati in Provenza il 15 agosto, provocando un rapido crollo delle posizioni tedesche in tutta la Francia meridionale. Sembrava ora ragionevole attendersi un’offensiva generale degli americani attraverso i passi alpini, approfittando della stagione ancora clemente e dell’appoggio delle forti formazioni partigiane piemontesi e liguri, che certo non sarebbe mancato. Ma gli strateghi angloamericani avevano altri progetti: ritenendo prioritario l’attacco allo schieramento nemico tra i Vosgi e i Paesi Bassi, fermarono le loro truppe su una linea che lasciava il confine franco - italiano e l’intera valle del Roia saldamente in mani tedesche. Siffatta scelta, forse opportuna dal punto di vista militare, condannò tutto il Nord Italia ad un nuovo inverno di occupazione, ma, probabilmente, gli evitò le immani distruzioni causate dai combattimenti nel resto del Paese. Nel clima di fibrillazione di quei giorni, alimentato ad arte dalla trionfalistica propaganda di Radio Londra, i partigiani imperiesi della Prima Zona ligure, credendo fosse giunta l’”ora x”, abbozzarono una calata insurrezionale sui centri della costa che venne stroncata sul nascere da un vasto rastrellamento tedesco talmente tempista da risultare sospetto <1.
I savonesi, meno numerosi ed organizzati oltre che più distanti dal fronte, continuarono la loro attività di guerriglia con il consueto vigore, ma senza esporsi in arrischiate azioni su grande scala. Dopotutto, lo stesso Comando Generale delle Brigate Garibaldi avrebbe rammentato pochi giorni dopo che “L’ora x è già suonata” <2 e che pertanto l’obiettivo principale dei partigiani non doveva consistere solo nel prepararsi ad una futura insurrezione, bensì nell’attaccare giorno per giorno il nemico senza mai concedergli tregua <3. A Savona come altrove, questa direttiva giunse a conforto di una linea d’azione ormai perseguita da mesi.
[NOTE]
1 Per questa vicenda, tuttora piena di lati oscuri, vedi G. Gimelli, Cronache militari della Resistenza in Liguria, Genova, Cassa di Risparmio di Genova e Imperia - La Stampa, 1985 (3 voll.), vol. II, pp. 10 - 22.
2 AA. VV., Le brigate Garibaldi nella Resistenza, Milano, INSMLI - Istituto Gramsci - Feltrinelli, 1979 (3 voll.), vol. II, p. 334.
3 Ibidem, vol. II, p. 334.
Stefano d’Adamo, “Savona Bandengebiet. La rivolta di una provincia ligure (’43-’45)”, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Milano, Anno accademico 1999/2000
 
Finalmente anche il 6 di settembre [1944] finisce: il nemico riunisce i reparti rastrellatori, riforma le colonne, si concentra a fondo valle.
Il pugno di ferro si era stretto: che aveva preso?
Nulla, quasi nulla. Su più di un migliaio di partigiani, solo una decina erano caduti nella rete.
Alle ultime luci del tramonto, i tedeschi lasciano il bosco, le macerie fumanti di S. Bernardo di Conio, di Case Rosse, di Case dell’Erba, delle cascine e dei fienili distrutti, indicano che anche lì, come a Triora, a Molini, a Pornassio, a Villa Talla, erano passate le truppe di Hitler. Non note le perdite nemiche: la popolazione aveva visto scendere per la rotabile di Rezzo alcuni carri chiusi e sanguinanti.
Terminato il rastrellamento, il Comando Divisionale, su consiglio di Curto [Nino Siccardi], nuovamente dispone la sua dislocazione nel bosco di Rezzo, riuscendo a riorganizzare in brevissimo tempo tutta la Divisione, dai comandi ai distaccamenti, per prepararla alle previste battaglie autunnali.
In conformità alla critica storica, non si chiarì mai lo scopo degli annunci radio alleati della loro offensiva sulla costa ligure, poi mancata, con la conseguenza di determinare per alcuni giorni una situazione gravissima per le formazioni partigiane.
Il paese di Upega è posto a fondovalle.
Sotto il paese scorre il torrente Negrone, a monte un ripido pendio dirupato, di fronte è il Bosco Nero.
Il nemico che giunge dal bosco può piazzarsi senza essere visto, di fronte al paese, e di là battere col fuoco delle mitragliatrici, precludendo ogni via di scampo.
Il nemico era stato informato sul movimento partigiano: come prima sapeva che il Comando Partigiano era a Piaggia ed in quella direzione aveva puntato tutte le sue forze, presto venne a conoscenza che tale Comando si era trasferito a Upega, contro cui preparò un’azione condotta da un commando formato da circa duecento soldati SS e alpini austriaci.
La spia nel comando della Cascione aveva funzionato con efficacia.
L’attacco a Upega giunse dal Tanarello, da Limone o da Briga, e la sorpresa fu completa.
[17 ottobre 1944]
Il nemico si avvicina silenzioso, coperto dalla fitta boscaglia.
Al limite del paese, verso le Fascette, in una casa a destra, è il Comando divisionale.
A sinistra, in un altro locale, giacciono i feriti, tra cui Cion [Silvio Bonfante], che sonnecchia e a cui il Curto ha preso il mitragliatore per andare a compiere un giro di ispezione.
I tedeschi riescono ad eliminare i posti di guardia partigiani e giungono alla periferia del paese senza essere segnalati.
Sono udite alcune raffiche, cadono alcuni partigiani di Porto Maurizio. Con il nemico a due passi e con gli spari che rimbombano vicinissimi, molti rimangono confusi e cercano di allontanarsi.
Chi conserva la calma è Curto: impassibile come sempre, cerca di raggiungere chi si allontana, di ispirare loro fiducia, ma invano.
Fallito il tentativo di raggruppare i partigiani a scopo difensivo e strappare al nemico il tempo necessario per trasportare i feriti nella cappella del cimitero del paese o nel Bosco Nero, come era stato precedentemente convenuto, Curto raggiunge al Comando il commissario Giulio [Libero Briganti], ed i due attuano il disperato tentativo di arrestare da soli l’avanzata del drappello tedesco. Sanno che è impossibile in due fermare la valanga, ma forse guadagneranno i pochi minuti necessari per mettere in salvo i feriti, per poi morire.
Giunti fuori dal paese scorgono, in alto a sinistra, i tedeschi che avanzano su due colonne distanziate. Giulio e Curto salgono rapidamente una mulattiera e, portatisi in cima algo, all’altezza dei tedeschi, si appostano dietro una casa. Da lì possono sparare a trecento metri con il mitragliatore contro il nemico quando sarà giunto a tiro.
Mentre Curto prepara la propria arma semi inceppata, Giulio scorge i tedeschi, si sposta fuori dal muro che lo ripara e li raffica.
Poi, rivolgendosi a Curto, col viso pallido e lo sguardo stupito, mormora: “sono ferito”.
Compie qualche passo indietro, a ridosso della casa, e consegna l’arma al compagno al quale si appoggia.
Arretrano entrambi qualche centinaio di metri, non visti dai tedeschi che tardano ad avanzare.
Le forze di Giulio gradatamente cedono, non riesce più a camminare mentre Curto lo aiuta in tutti i modi ad andare avanti per raggiungere almeno una località sicura, tra le rocce, sopra il passo delle Fascette.
Dal basso giungono gli urli laceranti della mitraglia, l’eroico destino di Cion e dei suoi compagni sta compiendosi.
Giulio si trascina ancora avanti: non desidera riposare in un grande cespuglio, ma alle rocce delle Fascette, da cui più in là non si può andare.
Un luogo nascosto ripara i due uomini: il ferito, disteso sul dorso e con il respiro ansante, ogni tanto a stento alza la testa per osservare i movimenti dei nemici sottostanti.
Preparate vicino a sé le armi automatiche per un’estrema difesa, e aperta la camicia piena di sangue, Curto scruta la gravità della ferita del compagno: una pallottola, entrata a sinistra, è uscita alla destra del ventre, e anche i visceri sporgono fuori.
Capisce che per Giulio è la fine, ma non gli dice niente e decide di attendere lì, a fianco, la sua morte.
Non gli rivolge domande su cosa dire ai parenti, affinché il morente non si accorga della sua fine.
Poi, il ferito entra in coma, respira affannosamente, chiede disperatamente acqua che Curto non gli può dare: ha una gran sete, l’emorragia interna sussulto, Giulio rimane esanime.
Coperto pietosamente il corpo con la giacca, raccolte le armi e incamminatosi oltre il passo delle Fascette, alle otto di sera Curto giunge a Carnino, ove reca la dolorosa notizia.
Anche Cion (che è nipote di Curto), ai primi spari, viene portato fuori dal ricovero, adagiato sulla barella dai partigiani e dai congiunti che si trovavano con lui: per non cadere vivo in mano ai tedeschi si uccide con un colpo di pistola, sul sentiero che porta al cimitero.
La tragedia si conclude, il comandante della Volante muore da partigiano.
I tedeschi domandano chi era il ribelle suicidatosi, e viene loro riferito che si trattava di Cion.
Non avevano potuto averlo vivo, ma la radio tedesca in Italia diede la notizia della morte di Cion come un successo delle sue armi.
Questo fu certamente l’omaggio più grande alla sua memoria ed il riconoscimento di quanto egli valesse e di quanto avesse perduto la Resistenza con la sua morte.
I tedeschi, occupato il paese, bruciano armi, documenti, zaini e tutto quello che di partigiano viene trovato.
Rinchiudono gli uomini del paese nella canonica.
Fanno scavare una fossa comune dagli abitanti locali e vi gettano alla rinfusa i cadaveri dei caduti.
Battono il bosco, uccidendo altri partigiani.
La tragedia di Upega è costata alla Resistenza quasi una ventina di caduti.
Nei boschi, dispersi, sono nuclei di partigiani, sono intere bande.
C’è Simon [Carlo Farini] su una barella.
Ci troviamo a Piaggia di Briga Marittima”, scrive il cappellano partigiano Don Nino Martini nella prima metà del mese di ottobre, “Simon ha una temperatura variabile tra i 39 e i 40 gradi di febbre. Intanto le notizie che giungono sono sconcertanti. Gli Alleati, fissandosi sulla frontiera italo-francese secondo i piani prestabiliti, danno libertà e agibilità alla ferocia di qualche migliaio di nazifascisti e delle SS tedesche contro i partigiani. Noi, riuscendo a uscire fuori dal rastrellamento, troviamo rifugio e salvezza in Valle Scura, dove Simon riuscirà a guarire”.
Francesco Biga, U Curtu - Vita e battaglie del partigiano Mario Baldo Nino Siccardi, Comandante della I^ Zona Operativa Liguria, Dominici editore, Imperia, 2001

Francesco Agnese. Nato a Diano Marina il 29 luglio 1923. Il 25 marzo 1944 di ritorno da Genova viene arrestato alla stazione di Diano Marina da un reparto di fascisti della famigerata compagnia O.P. del capitano Ferraris; prima dell’arresto riesce a consegnare al fratello Mario un rotolo di volantini “Stella Rossa”. Trascinato al comando fascista di Diano Marina, quindi alla caserma Muti di Porto Maurizio, infine intorno al 4 aprile è rinchiuso nelle carceri di Oneglia subendo numerosi interrogatori e bastonature. Avendo lui ed altri prigionieri la possibilità di evadere, grazie all’azione di un tenente fascista (in contatto con i partigiani), non approfitta dell’occasione, per timore di rappresaglie nei confronti dei parenti. Uscirà dal carcere a fine maggio. Nel luglio 1944 prende contatto con Giuseppe Saguato “Bill” e concorre a formare uno dei primi distaccamenti garibaldini nella vallata di Diano Marina che, raggiunto il numero di ottanta unità, andrà a costituire la “Volantina” di “Mancen”. “Socrate” è molto intraprendente: con Saguato disarma due carabinieri e partecipa agli assalti alle caserme per il recupero di armi; con il suo distaccamento partecipa alle battaglie di Cesio (mettendo in fuga i tedeschi); di Rezzo, combattendo per sei ore e conquistando Monte Alto. E’ in missione a Diano Marina, liberando la città dalla presenza del brigatista nero Enrico Papone. Rientrato al comando è promosso Commissario di battaglione e passa con Germano Tronville “Germano” presso Upega, in Val Tanaro. Il 17 ottobre è tra coloro che tentano di sottrarre “Cion”, (immobilizzato perché ferito a Vessalico l’8 ottobre) al fuoco tedesco, trasportandolo in barella. E’ colpito da una raffica, cade, e muore dissanguato nel bosco.
A Francesco Agnese è intitolato un Distaccamento della Brigata “Silvano Belgrano” - Divisione d’assalto Garibaldi “Silvio Bonfante”.
Redazione, Arrivano i Partigiani - inserto - "2. Le formazioni di montagna della I^ e della VI^ Zona Operativa Ligure che operavano nella provincia di Savona", I RESISTENTI, ANPI Savona, 2011  

A Upega durante la ritirata si erano radunate gran parte delle forze partigiane contro cui era iniziato il rastrellamento di oltre 5000 militari tedeschi. I patrioti avevano portato lì anche i feriti. Pensavano di essere al sicuro avendo il Mongioie alle spalle. Era il 17 ottobre del 1944. I partigiani che erano arrivati a Upega dopo giorni di cammino, col freddo e la fame, erano stremati. Non sapevano che la spia, che avevano tra loro aveva già segnalato la loro posizione, ai nazisti i quali poterono così sorprenderli, uccidendo le sentinelle che non poterono dare l’allarme. Due comandanti partigiani cercarono di contrastare il più possibile l’avanzata, soprattutto per permettere ai feriti di mettersi in salvo. Caddero in questo impari compito il comandante Silvio Cion Bonfante ed il comandante Libero Giulio Briganti. Cadde anche il medico De Marchi. I garibaldini nel complesso subirono ingenti perdite. I tedeschi devastarono le case e rastrellarono la zona. Alcuni dei patrioti allo sbando furono catturati da militari tedeschi tra il 17 ed il 18 ottobre sul territorio di Briga Marittima e furono trascinati nella vicina Saorge. Torturati per più giorni, vennero fucilati in zona Pont d'Ambo, dominante il letto del fiume Roia, al limite con il comune di Fontan. Saorge era sede del tribunale militare della 34^ Divisione di fanteria tedesca, che occupava il territorio da Imperia al Col di Tenda. Subito dopo la tragica farsa del tribunale, avvenuta il 24 ottobre 1944, lo stesso giorno i garibaldini, legati l'uno all'altro, furono trascinati attraverso il villaggio davanti agli abitanti atterriti fino al luogo dell'esecuzione, dove furono costretti a scavare le loro fosse.  I partigiani fucilati a Saorge il 24 ottobre 1944 furono Lorenzo Alberti “Renzo”, catturato sul territorio di La Brigue il 18 ottobre, Michele  Bentivoglio “Miché”, Francesco Caselli “Pancho” o “Guido”, catturato sul territorio di La Brigue il 17 ottobre, Giovanni Giribaldi “Gianni”, Domenico Moriani “Pastissu”, comandante di Squadra, Carlo Pagliari “Parma”, catturato sul territorio di La Brigue il 17 ottobre [...]  Igor Pizzirusso, Saorge..., Ultime lettere di condannati a morte e di deportati della Resistenza italiana

Pagina 15 del Notiziario GNR cit. infra - Fonte: Fondazione Luigi Micheletti

Da informazioni giunte risulta che nel corso delle recenti azioni di rastrellamento, eseguite dalla G.N.R. e da militari tedeschi, sono rimasti uccisi certi Francesco Castagno, padre del commissario della banda "stella rossa"; Silvio Bonfante, detto "Cion" vice comandante della 2^ divisione d'assalto, "Felice Cascione"; Simone [n.d.r.: probabile riferimento - storpiato - a "Simon", nome di copertura di Carlo Farini, a quella data responsabile sia della I^ che della II^ Zona Liguria, poi ispettore della I^, in seguito ancora assurto a responsabilità regionali in seno alla Resistenza], noto capo banda della stessa divisione e certo Lupi, capo banda nella zona di Savona.
E' rimasto gravemente ferito certo Vittorio Acquarone, comandante della divisione medesima, nonché la madre del commissario Castagna.
Notiziario della Guardia Nazionale Repubblicana del giorno 8 novembre 1944, p. 15, Fondazione Luigi Micheletti

sabato 12 marzo 2022

Il 31 dicembre 1944 il dottor Gibelli è nuovamente arrestato dalla brigata nera


Camporosso (IM): Piazza Giuseppe Garibaldi

Il 22 ed il 29 di dicembre 1944 apparecchi alleati, su segnalazione della missione «Leo», bombardano a Pigna il Quartiere Generale della divisione tedesca, schierata da Pigna al mare, comandata dal Generale Hippel, trasferitosi ormai ad Ormea.
 
Pigna (IM): la Loggia

Nell'incursione quarantasei case rimangono distrutte tra cui il palazzo comunale e la loggia medioevale (monumento nazionale) ubicata al centro del paese. Muoiono i civili: Vittorina Ramoino, Maria Luisa Cane, Margherita Rollo, Lucrezia Laniero, Bianca Lamburgo, Celina Arimondi, altre sei persone  sono  ferite.
 
Pigna (IM)

Al bombardamento di Pigna sono legate alcune drammatiche vicende del dottor Giacomo Gibelli, futuro sindaco della liberazione di Ventimiglia, di cui accenniamo i tratti più salienti qui di seguito:
"Dopo la ritirata in Piemonte della I e V brigata (10-22 ottobre 1944), il dottor  Gibelli, che curava i partigiani malati in Valle Argentina, ritorna a casa a Camporosso (Val Nervia), ma per delazione è arrestato dai Tedeschi, trasferito a Pigna e dichiarato «bandito».
Poste davanti ai suoi occhi una serie di fotografie deve indicare, sotto la minaccia della pistola di un maresciallo polacco di nome Sibille, quali sono i partigiani. Il Gibelli indica la fotografia di un certo Ferrari, già morto, come capo-bandito.
Un maresciallo tedesco, rimasto ferito ad un braccio nel bombardamento del 22 dicembre, è medicato dal Gibelli che gli ferma l'emorragia con un elastico di camera d'aria di bicicletta.
Il maresciallo ferito, il Gibelli ed altre tre persone che in seguito riusciranno a fuggire la sera stessa del bombardamento vengono condotti da Pigna a San Remo sotto buona scorta e ricoverati all'albergo Nizza ove è installato il Comando polizia S.S. di San Remo con a capo l'ufficiale S.S. Ritter [n.d.r.: probabilmente Josef Reiter - vedere infra -], che ordina di fucilare i prigionieri. Ma si oppongono all'ordine altri ufficiali tedeschi per il motivo che il dottore ha salvato da morte certa un loro camerata; la  fucilazione viene sospesa.
Anzi, fattosi condurre con i «camerati» al «Piccolo Mondo» il dottor Gibelli ordina una grande cena al termine della quale, dopo abbondanti libagioni, viene munito di lasciapassare e liberato. Ma la libertà dura soltanto otto giorni perché il 31 è nuovamente arrestato dalla brigata nera su delazione della «Donna Velata» e condotto a San Remo in villa Magnolia, sede di fanatici fascisti quali gli ufficiali Novelli, Murra ecc.
Dopo venti giorni, essendo medico e quindi molto necessario in quei tragici momenti, il Gibelli è definitivamente messo in libertà".
 
Camporosso (IM): centro storico

[...] Un altro protagonista e fautore della fraternità d'anni tra partigiani francesi e italiani a Vallecrosia, fu il dottor Giacomo Gibelli (di cui abbiamo già parlato), residente in Camporosso, che fece la sua parte per organizzare la Resistenza imperiese. La sua attività permise di far entrare nei ranghi dell'Azione italo-francese della Resistenza i partigiani Ugo Lorenzi, Francesco Marcenaro (ex radiolettricista della Marina italiana) e Mario Lorenzi conoscitore esperto di tutti i più reconditi passaggi della frontiera delle Alpi Marittime.
Francesco Biga, Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria), Vol. III. La Resistenza nella provincia di Imperia da settembre a fine anno 1944, a cura dell'Amministrazione Provinciale di Imperia e con il patrocinio dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, Milanostampa Editore, Farigliano, 1977
 
A Sanremo un altro ufficio della Sicherheitspolizei e SD si occupava principalmente di repressione delle bande partigiane, dei reati di natura politica e di repressione del mercato nero: ne era a capo l’Oberschführer Josef Reiter, che non mancava di inserirsi a gamba tesa anche nelle attività di altri servizi germanici. Reiter era alle dirette dipendenze del comando di Genova, retto da Friedrich Wilhelm Konrad Sigfrid Engel (Warnau am der Havel 11/2/1909 - Amburgo 4/2/2006), il quale venne condannato all’ergastolo in contumacia per le stragi del Turchino, della Benedicta, di Portofino e di Cravasco, nelle quali nel complesso furono fucilati duecentoquarantotto tra partigiani e antifascisti. 
Giorgio Caudano
 
[ n.d.r.: altri lavori di Giorgio Caudano: Marco Cassini e Giorgio Caudano, Bordighera al tempo di Bicknell e Monet, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2021; Giorgio Caudano, L'immagine ritrovata. Ventimiglia e dintorni nei dipinti dell'Ottocento e primo Novecento, Alzani Editore, 2021;  La libera Repubblica di Pigna. Parentesi di democrazia (29 agosto 1944 - 8 ottobre 1944) (a cura di) Paolo Veziano con il contributo di Giorgio Caudano e di Graziano Mamone), Comune di Pigna,  IsrecIm, Fusta Editore, 2020; Giorgio Caudano, Gli eroi sono tutti giovani e belli. I Caduti della Lotta di Liberazione nella I^ Zona Operativa Liguria, ed. in pr., 2020; Giorgio Caudano, Dal Mare alla Trincea... memorie di uomini, BB Europa, Cuneo, 2019; Silvia Alborno, Gisella Merello, Marco Farotto, Marco Cassini, Giorgio Caudano, Franck Vigliani, curatori della mostra Claude Monet, ritorno in Riviera, catalogo a cura di Aldo Herlaut, Silvana Editoriale, Milano 2019; La Magnifica Invenzione. I pionieri della fotografia in Val Nervia 1865-1925, a cura di Marco Cassini e Giorgio Caudano, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2016; Giorgio Caudano, Pigna. Storia di un paese, ed. in pr., 2016  ]
 
Reiter Giuseppe. Maresciallo delle SS; Comandante dell'ufficio di Sanremo [...] Ferrari, ex ufficiale dell'esercito, informatore di Josef Reiter a Sanremo. In seguito per falsa denuncia fu arrestato dalle SS. Età anni 40, alto 1,64, corporatura snella, capelli: completamente calvo.
Considerazioni dei curatori in un documento OSS
del 2 giugno 1947, raccolta di verbali di interrogatori di Ernest Schifferegger (altoatesino, interprete, ex sergente SS, come tale presente anche a Sanremo) e di Fioravante Martinoia (ex autista delle SS di Sanremo)
 
Circa l'attività di Reiter e compagni ben poco posso dire in quanto il mio compito era strettamente quello di autista e non mi era permesso di entrare nell'ufficio se non per il tempo necessario a ritirare i fogli di marcia per la macchina [...] Per quanto riguarda le sevizie e torture che i tedeschi solevano fare nei riguardi degli arrestati, in coscienza debbo affermare che non ho mai assistito a scene del genere. Sentivo dire che alle volte quando gli arrestati non parlavano venivano menati. Io però non ho mai visto dei detenuti seviziati o che portassero i segni di percosse [...]
Fioravante Martinoia (ex autista delle SS di Sanremo), dichiarazioni in un verbale di interrogatorio, ripreso da documento OSS citato


Ventimiglia (IM): il Municipio

Dopo l’occupazione francese di Ventimiglia si era insediata una Giunta municipale di filo-francesi con a capo un sindaco, il dottor Gibelli. Il CLN era stato costretto a trasferirsi a San Remo. Un gruppo di propagandisti dell’annessione aveva preso a tappezzare strade ed edifici della città e dei paesi dell’entroterra di bandiere e manifesti inneggianti alla Francia, si era riversato nei comuni a sollecitare pronunciamenti annessionistici alternando promesse e minacce e sistemando alla testa delle amministrazioni elementi di propria fiducia.
[...]
MUNICIPIO DI VENTIMIGLIA COMMISSIONE COMUNALE DI EPURAZIONE
Una Commissione di Epurazione è stata formata nel Palazzo Comunale di giudicare quanto segue:
1) i rapporti dei cittadini con il nemico.
2) i fascisti che hanno ricoperto cariche importanti o meno, i fascisti che hanno apertamente o surrettiziamente oppresso le persone e violato i principi naturali della libertà, che si sono distinte nella propaganda, hanno commesso rappresaglie e persecuzioni o hanno realizzato profitti illeciti.
3) Tutte le persone che hanno, per qualunque ragione, collaborato con i tedeschi.
4) Tutte le persone che, avvantaggiati dalla tragica condizione della città a causa di eventi militari e le operazioni, hanno saccheggiato e depredato, così come tutti i ricettatori di merci rubate.
Le Denunce debitamente firmate devono essere depositate presso la Commissione di cui sopra.
Ventimiglia, 1° maggio 1945.
(In italiano e francese)
7. ALLA POPOLAZIONE
Il vostro Comune è stato liberato. Il nemico si è arreso in tutta Italia! L' orgoglioso esercito tedesco è stato battuto su tutti i fronti! L'ora della vittoria è vicina! Nel bel mezzo delle vostre rovine e del vostro dolore avete mostrato un magnifico coraggio civile. La Francia vi è grata per questo. La Francia vuole aiutare i vostri bisogni, che lei sa essere immensi, con fraterna operosità. La Francia intende portare a questa regione di confine, a cui è legata da vincoli indistruttibili di storia e di sangue, il suo aiuto più affettuoso ed efficiente.
Coloro che qui rappresentano la Francia conoscono il vostro attaccamento al loro paese.
Vi chiedono di fidarsi di loro.
Stanno in ogni modo cercando di conciliare le loro legittime aspirazioni con le attuali necessità militari.
Il loro avvicinamento sarà quello dei vostri amici di sempre.
Sia il coraggio reciproco e la fede in un comune futuro di pace e libertà.
Ten. Col. ROMANETTI
Ventimiglia, 5 maggio 1945 Maggiore della Guarnigione
(In francese)
[...] Il 28 settembre il GSI invia al G-2 copie del manifesto dell’Unione Federalista Ventimigliese (non presenti nella documentazione pervenutaci) e un rapporto definitivo del Capitano Philip Garigue, Civil Affairs Officer (CAO), AMG di San Remo.
" [...] Dr. Giacomo Gibelli
Circa 35 anni. Celibe. Membro del partito fascista fino al 1943. Ha prestato servizio con il “CSIR” in Russia come Medico, con grado di Capitano, e anche come interprete, perché parla fluentemente russo, polacco, rumeno, francese, conosce un po’ l’inglese. Si è unito ai partigiani locali nel febbraio 1945 dopo essere stato in carcere per pochi mesi in seguito all’arresto da parte dei tedeschi. E’ stato nominato Sindaco dopo la liberazione di VENTIMIGLIA. Non è pro-francese né pro-italiano, ma ha un forte sentimento verso i problemi locali.
(SGD) P. GARIGUE" [...]
Antonio Martino, L’annessione di Tenda e Briga nei rapporti dell'intelligence alleata (1945-1946), “Storia e Memoria”, rivista dell’Istituto Ligure per la Storia della Resistenza e dell’età contemporanea di Genova, 2013-2

Il 3 luglio 1944 si sparse in Triora la notizia che i tedeschi si stavano preparando per compiere un rastrellamento in grande stile

Triora (IM) - Fonte: Comune di Triora

Territorio di Triora (IM) - Fonte: Comune di Triora

[...] Il 10 giugno 1940 l'Italia dichiarò guerra alla Francia e Triora, che si trovava nelle immediate vicinanze del fronte, dovette essere evacuata. Tutti gli abitanti, compresi anche i malati, lasciarono il paese il giorno 13 e furono trasportati via ferrovia in alcune località del Piemonte e della Lombardia, dove rimasero fino al 30 giugno. Nello stesso mese di giugno il governo diede disposizioni per l'inizio dei lavori di costruzione di una grande caserma in regione Ciantà, nei pressi di piazza d'Armi. L'anno successivo il ministero della Guerra fece invece costruire in località Maddalena dall'impresa Visetti di Genova un grande serbatoio d'acqua per il rifornimento idrico del cosiddetto "casermone"; l'acqua vi venne condottata da due sorgenti della regione Gorda Sottana.
Nell'aprile del 1943 venne inaugurata la grande caserma (a quattro piani), ribattezzata dai trioresi il "casermone", intitolata al tenente colonnello Giuseppe Tamagni e destinata ad ospitare una compagnia della milizia confinaria, la GAF.
La caduta del fascismo, avvenuta il 25 luglio 1943, non ebbe particolare risonanza fra i trioresi, che rimasero quasi indifferenti di fronte al crollo del regime; maggiore eco destò invece la notizia dell'annuncio dell'armistizio con gli angloamericani il successivo 8 settembre. Durante quella stessa notte i reparti della GAF di stanza a Triora abbandonarono in fretta e furia tutte le caserme della zona e lasciarono il paese vestiti con abiti civili forniti dagli abitanti.

Il Monte Saccarello - Fonte: Comune di Triora

Il 9 e 10 settembre 1943 i trioresi, approfittando della fuga dei soldati della GAF, saccheggiarono il casermone portandosi via tutto quello che vi si trovava, compresi gli infissi, l'impianto elettrico, le tubature, le mattonelle e i marmi dei pavimenti. L'operazione venne ripetuta il 13 ottobre, quando, con il consenso delle autorità civili e militari del luogo, i trioresi saccheggiarono anche le caserme "Saccarello" e "Cima di Marta".
Il 22 ottobre giunse a Triora il tenente tedesco Halber, che, accompagnato da due fascisti, si rifornì di benzina e viveri. Nello stesso periodo soldati tedeschi collocarono delle mine lungo la strada di valle Argentina e nei ponti che ne attraversavano il torrente. Il giorno seguente il capitano maggiore tedesco Edgard fece arrestare l'ex capitano della Compagnia della GAF di stanza a Triora Eugenio Danovaro, e il podestà del paese Carlo Pesce, che venne però rilasciato. Danovaro fu invece condotto a Bordighera e sottoposto a stringente interrogatorio per sapere se sulle montagne trioresi vi fossero bande di partigiani e disertori.
Il capitano Edgard fece quindi perlustrare a dorso di muli e cavalli le montagne vicine a Triora alla ricerca di eventuali sbandati e disertori, e pare anche del genero del generale Badoglio, che si diceva potesse trovarsi in quelle zone, senza tuttavia pervenire ad alcun risultato positivo.
Come in altri paesi della valle Argentina, anche a Triora e nei suoi dintorni iniziarono ad operare dalla fine del 1943 delle bande di partigiani, che si diedero alla macchia nelle montagne prospicienti il paese. Il 25 marzo 1944 alcuni partigiani, che già da qualche mese si trovavano sulle alture nei pressi di Triora, scesero in paese e operarono il disarmo dei carabinieri di stanza a Triora saccheggiandone la caserma. Nell'aprile successivo altri partigiani iniziarono a prelevare viveri e generi di prima necessità nei negozi di Triora, Cetta, Creppo e Verdeggia. I partigiani, di solito, scendevano nei paesi durante le ore notturne e si recavano dai bottegai e dal podestà portandosi via la farina e i medicinali appena giunti alla popolazione.
Nello stesso lasso di tempo individui armati si presentarono dal podestà Pesce per avere le chiavi del palazzo comunale, ma, di fronte al rifiuto del podestà, si allontanarono lasciando le chiavi del Comune nella porta del palazzo municipale senza che questa venisse manomessa. Verso la fine di maggio, altri gruppi di partigiani si stanziarono sulle montagne trioresi, provocando la decisione delle autorità provinciali di non fornire più di viveri la popolazione di Triora. I principali responsabili delle formazioni partigiane che operavano a Triora, facenti capo alla 2ª Divisione garibaldina "Felice Cascione", erano Nino Siccardi di Imperia, detto Curto, Armando Izzo di Afragola (Napoli), detto Fragola, e Vittorio Guglielmo di Loreto, detto Vittò, che assunse la direzione operativa della Divisione partigiana operante nel territorio triorese.
Il 4 giugno i partigiani fecero saltare il presidio tedesco di Andagna, impossessandosi del materiale che vi si trovava e mettendo in fuga i cinque soldati tedeschi a guardia della baracca. Tre giorni dopo circa trecento partigiani scesero a Triora e occuparono il paese. Il podestà acconsentì alle loro richieste e mise in salvo alcuni impiegati del Comune che i partigiani sospettavano fossero delle spie fasciste. Il 10 giugno alcuni partigiani del gruppo di Triora distrussero la baracca che i tedeschi avevano costruito sulla strada militare della regione Stornina liberando così la strada Triora-Langan.
Il 20 giugno i tedeschi decisero di puntare su Triora con tre camion armati provenienti dalla bassa valle Argentina per compiere una rappresaglia contro le forze partigiane, che si erano già rese responsabili di parecchie azioni di disturbo contro le truppe tedesche. Nei pressi di Carpenosa però la colonna tedesca venne attaccata da un gruppo di partigiani, che ingaggiarono una lotta durissima con i tedeschi utilizzando anche dei mortai. Alla fine della battaglia si lamentarono due morti, uno per parte, e diversi feriti, che furono ricoverati nell'ospedale di Triora.
Dal 26 al 29 giugno alcuni trioresi, armati di moschetto, per prevenire possibili attacchi tedeschi, si misero a presidiare alcune delle principali vie di accesso al paese, mentre la tensione nel paese aumentava sempre di più e i contadini, per precauzione, sospendevano i lavori campestri. Il 30 giugno i partigiani piazzarono dei cannoni sulla piazza Elena e iniziarono a sparare contro il distaccamento tedesco stanziato a monte Ceppo. Due giorni dopo altri cannoni, trasportati a Langan dai partigiani, cominciarono a fare fuoco contro le postazioni tedesche di monte Ceppo.
Il 3 luglio si sparse nel paese la notizia che i tedeschi si stavano preparando per compiere un rastrellamento in grande stile. I partigiani decisero allora di sgomberare Triora per non compromettere la popolazione e si ritirarono portandosi via i feriti e due medici. Nella stessa mattinata iniziarono a convergere su Triora le prime colonne di automezzi tedeschi, inducendo la popolazione triorese, terrorizzata per l'arrivo dei tedeschi, ad evacuare il paese e a mettersi al riparo nelle campagne. Sul campanile il parroco di Triora don Barla, d'accordo con il podestà, fece issare un grande drappo bianco, visibile dall'opposto versante, per scongiurare il bombardamento del paese.
Verso le cinque del pomeriggio una colonna di quattrocento tedeschi, provenienti da Pigna, giunsero a Triora, mentre altri seicento perlustrarono Andagna e Molini, dove uccisero il partigiano triorese Pietro Bronda. Ad Andagna furono anche uccisi sei uomini presi a caso e scambiati per partigiani. Nella stessa giornata i tedeschi rastrellarono tredici persone nei pressi di Carpenosa, che non avevano avuto alcuna parte nell'attacco alla colonna tedesca, le portarono a Molini e le rinchiusero in un casa guardata a vista da alcune sentinelle armate.
Il giorno dopo i tedeschi appiccarono il fuoco alla casa bruciando vivi tutti coloro che vi si trovavano. Intanto i tedeschi giunti a Triora furono accolti dalla popolazione che offrì loro vino e frutta. I soldati presero quindi alloggio nelle caserme del paese e in abitazioni private. La sera il podestà Pesce diede un ricevimento a cui parteciparono alcuni ufficiali tedeschi. Alle prime ore del mattino del 4 luglio il comune provvide di carne, riso e vino le truppe tedesche occupanti il paese. Nel pomeriggio alcune pattuglie tedesche lasciarono Triora e si diressero verso Gorda, Verdeggia, Gerbonte e Realdo, dove bruciarono diverse case e spararono dei colpi di mortaio verso i partigiani.
Alle 16 dello stesso giorno il podestà Pesce venne condotto a Molini per essere interrogato dal comando tedesco, che lo avvertì che, dato il contegno della popolazione, il paese sarebbe stato risparmiato, ma non le tre carserme che sarebbero state danneggiate e rese inabitabili, come infatti avvenne il giorno seguente alle sei di mattina. Dopo la parziale distruzione delle tre caserme trioresi e di una delle due palazzine per ufficiali e sottufficiali, la popolazione, avvertita dal podestà che il paese non sarebbe stato incendiato, rientrarono sul far della sera a Triora dalle campagne circostanti. Verso le 12 del 5 luglio però tre grossi camion di truppe tedesche, di cui uno carico di materiale esplosivo, giunsero a Triora.
Un maresciallo che comandava la spedizione fece chiamare il podestà e gli disse di avvertire la popolazione di lasciare l'abitato perché tra due ore il paese sarebbe stato incendiato. Il podestà protestò vibratamente per la decisione di incendiare il paese che andava contro quanto stabilito in precedenza, ma le sue proteste caddero nel vuoto. Due messi comunali avvertirono in tutta fretta la popolazione dell'imminente pericolo invitandola ad evacuare immediatamente il paese. Nello spazio di un'ora e mezza oltre la metà degli abitanti riuscì a trasportare nelle vicine fasce tutta la roba che era possibile portare via, comprese le bestie e gli animali domestici, quali capre, conigli e galline.
Non tutte le famiglie furono però avvertite in tempo e molte non riuscirono quindi a mettere in salvo i loro averi. Un'ora dopo l'avviso del comando tedesco il paese era quasi completamente evacuato. I tedeschi si diedero allora ad un vandalico saccheggio dei negozi, degli uffici del comune e delle abitazioni private, asportando tutto ciò che li interessasse e scardinando le porte delle case.
Alle 14 i tedeschi iniziarono a pennellare con liquidi neri incendiari le porte delle abitazioni e a porre cassette di tritolo all'ingresso e alle fondamenta degli edifici principali. Le squadre tedesche impegnate nell'opera di distruzione del paese furono tre: la prima si diresse verso via Cima, la seconda verso il quartiere Poggio e la terza imboccò la via Dietro la Stretta. Nel quartiere Poggio, dove non fu utilizzato il tritolo, vennero incendiate cinque case. La squadra, operante nella zona di via Cima, fece invece ampio uso di tritolo e bombe incendiarie. Tutte le case collocate in vicolo Rizetto, posto fra via Cima e regione Ciappe, furono letteralmente rase al suolo.
Dopo la distruzione del Rizetto i tedeschi fecero saltare in aria la palazzina detta della "Scia Marì", cioè Signora Maria, ricca di pregevoli opere d'arte. Fu poi la volta del palazzo dell'ingegner Antonio Capponi, anch'esso contenente numerose opere d'arte. Venne anche distrutta l'attigua caserma dei carabinieri, mentre la soprastante chiesa di San Dalmazzo fu risparmiata. Furono poi fatti saltare in aria o incendiati diversi edifici siti nella piazza della Collegiata, tra cui il locale delle poste e telegrafi e l'albergo dei Cacciatori attiguo all'oratorio di San Giovanni Battista.
I tedeschi passarono quindi in via Roma, dove distrussero parzialmente il palazzo Stella, in cui si trovavano diversi importanti quadri. Furono poi demolite le case site in via della Carriera e posta una notevole quantità di tritolo presso Porta Peirana, che distrusse radicalmente tutto il quartiere circostante. In seguito i tedeschi rasero al suolo il palazzo comunale, distruggendo così il ricco archivio e le preziose suppellettili che vi si trovavano. Venne anche parzialmente danneggiato l'edificio ospitante l'ospedale civico. Al termine dell'immane devastazione, dei sei quartieri di Triora, ne furono distrutti o danneggiati tre: Poggio, Cima e Carriera, mentre gli altri tre, Castello, Camurata e Sambughea, furono risparmiati.
Pare però che i tedeschi avrebbero voluto distruggere anche il quartiere della Sambughea, in quanto, dopo la loro partenza, gli abitanti, tornati nel paese, trovarono 50 chilogrammi di tritolo presso l'ingresso della casa Faraldi in via Cava, la cui esplosione avrebbe senz'altro provocato la distruzione delle case contigue che sarebbero franate su quelle della Sambughea schiacciandole completamente.
Terminata l'opera di distruzione, i militari tedeschi salirono su tre camion e lasciarono il paese. Verso le 19 i primi trioresi rientrarono in paese e iniziarono a spegnere gli ultimi focolai dell'immane incendio, ma quando si sparse la voce che quattro tedeschi, armati di mitra, si stavano dirigendo a Triora da Molini, quelli che erano ritornati fuggirono di nuovo terrorizzati, mentre l'enorme rogo continuava la devastazione delle case. Solo la mattina del 6 luglio furono domati gli ultimi focolai dell'incendio.
Il disastro aveva provocato la distruzione totale o parziale di una settantina di case. Le famiglia rimaste senza casa ammontavano a cinquantadue. In piazza della Collegiata vennero distribuiti viveri alla popolazione sinistrata, mentre, nella stessa giornata, il podestà Pesce istituì tre commissioni: una, per lo sgombero delle macerie, era presieduta da Antonio Asplanato; l'altra per l'alloggio ai sinistrati da Giovanni Viale; la terza, per la fornitura dei viveri, da Adolfo Faraldi. Aiuti ai sinistrati giunsero anche da altre località per un totale di trentamila lire tra denaro e indumenti. Ma il disagio durò ancora diverso tempo, mancando i generi essenziali come il sale e non funzionando nemmeno il servizio postale, fino a quando giunsero viveri da Pigna e da Rezzo. Gli uffici del comune furono sistemati provvisoriamente nell'oratorio di San Giovanni Battista, dove fu anche celebrata una messa la domenica successiva l'incendio del paese. Per oltre due mesi, molti abitanti continuarono a dormire ancora nelle campagne, dove era rimasta anche la roba portata dal paese prima dell'incendio.
L'11 ottobre successivo reparti tedeschi si stanziarono a Triora fermandovisi per circa 40 giorni. Il giorno dopo i tedeschi cominciarono a requisire viveri, vino, fieno, legna e grano. I civili furono obbligati a trasportare le derrate alimentare con i loro muli o, in mancanza di questi, anche di persona, e l'obbligo venne esteso anche alle donne. Gli uomini dovevano anche strigliare muli e cavalli, pulire le stalle e spaccare la legna. Le persone che portavano del cibo ai loro familiari nelle campagne erano poi obbligate a munirsi di uno speciale permesso per evitare di essere sospettate di aver portato alimenti ai partigiani.
Il 21 ottobre i tedeschi prelevarono una ventina di uomini di Triora come ostaggi portandoli a Dolceacqua ma rilasciandoli dopo due giorni. Nel mese di ottobre soldati tedeschi fecero anche incursioni a Creppo e Gerbonte, dove incendiarono diverse case e asportarono capi di bestiame. Il 9 novembre, in occasione dell'anniversario delle vittime naziste del putsch di Monaco di Baviera del 1923, le truppe tedesche di stanza a Triora, Molini e Andagna si riunirono a Triora presso l'oratorio di San Giovanni Battista, dove commemorarono i caduti del putsch con un pranzo e canti popolari.
Il 18 novembre i tedeschi lasciarono Triora, mentre, nello stesso giorno, aerei alleati sganciavano delle bombe presso il torrente Capriolo senza tuttavia fare danni e vittime. Il 3 dicembre successivo tutti gli uomini di Triora vennero condotti nella piazza della Collegiata. I militi repubblichini dissero che avevano bisogno di uomini per riparare la strada militare interrotta dai partigiani. Di questi uomini ne furono presi una ventina e portati a Pigna, dove una parte venne rilasciata, mentre altri tredici furono trasferiti a Sanremo come ostaggi, e poi rilasciati dopo sei giorni grazie all'intervento del podestà di Triora.
Il 10 dicembre alcuni partigiani lanciarono una bomba anticarro contro due automobili tedesche sulla strada militare Molini-Rezzo facendo diverse vittime tra i tedeschi. In seguito a questo grave episodio, a Triora la gente ripiombò nella paura temendo un'altra terribile rappresaglia. Due giorni dopo i fascisti "Cacciatori degli Appennini" occuparono Triora e la zona circostante ordinando la chiamata alle armi ai giovani trioresi soggetti al servizio militare. Il 23 gennaio 1945 i fascisti effettuarono un primo rastrellamento dei giovani inclusi nelle classi chiamate alle armi. Il 14 febbraio i partigiani assalirono una colonna di fascisti e tedeschi a Langan, uccidendo cinque fascisti e ferendo gravemente un tedesco, mentre un altro tedesco, salvatosi, raggiunse Briga, dove aveva sede il comando tedesco, per avvertire i superiori dell'eccidio. A Triora la popolazione tornò nel più totale sgomento e temette seriamente una nuova rappresaglia tedesca.
Verso il 20 febbraio i "Cacciatori degli Appennini" lasciarono Triora e furono rimpiazzati dai militi repubblicani, detti Bande Nere, facenti parte della Guardia Nazionale Repubblicana. Il 28 febbraio i tedeschi riuscirono ad impossessarsi di un cifrario indicante i segnali da fare agli aerei alleati per avere soccorsi. Fu quindi ordinato agli aerei alleati di sganciare viveri e altro materiale sulla cima del monte Marta, come infatti avvenne poco dopo. I tedeschi, nascostisi con i loro muli nelle stalle e sotto gli alberi, si impossessarono quindi dell'ingente materiale lanciato dagli aerei alleati e lo fecero trasportare da uomini e donne di Pigna e Briga nella vicina Briga. Parte di questo materiale sarebbe poi stato consumato o distrutto a Briga, e il restante trasportato a Ivrea. L'11 marzo si verificò un altro rastrellamento di giovani chiamati alle armi, mentre la zona Bregalla-Creppo-Gerbonte veniva perquisita casa per casa. Verso la fine del mese vari partigiani ed un civile di Gerbonte vennero uccisi dai tedeschi. In totale i caduti nelle azioni partigiane svoltesi a Triora e dintorni tra la fine del 1944 e i primi mesi del '45 furono parecchi da entrambe le parti.
Tra il 23 e il 24 aprile 1945 iniziò la ritirata dei tedeschi, che, con carriaggi e cannoni, scesero a valle tra i castagneti di Stornina. I mulattieri trioresi furono obbligati a trasportare materiale tedesco dai militi repubblichini. Durante la ritirata un soldato repubblichino sparò un colpo di cannone che arrestò momentaneamente la marcia della colonna tedesca, che, però, dopo venti minuti, riprese il viaggio verso valle. [...]
Redazione, La Storia di Triora, Comune di Triora

Triora (IM) - Fonte: Comune di Triora

Anche a Triora i tedeschi arrivarono il 3 luglio 1944, accolti dalla popolazione che offrì loro vino e frutta.
Il comando tedesco assicurò il podestà che "non sarà usata rappresaglia contro Triora in considerazione del buon comportamento della popolazione locale. Saranno però rese inservibili le 3 caserme già occupate dai partigiani".
Il giorno seguente, invece, i nazisti, oltre agli obiettivi militari sopradetti, bruciarono con le stesse tecniche impiegate a Molini di Triora ben metà delle case del centro abitato.
Sul far della sera del 5 luglio 1944 i tedeschi lasciarono quei luoghi, lasciando dietro di sé distruzione e disperazione.
A Triora come a Molini fu tuttavia viva la solidarietà degli abitanti meno colpiti verso coloro che avevano avuto tutto distrutto.
Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell’Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945) - Tomo I - Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1998 - 1999

Territorio di Triora (IM) - Fonte: Comune di Triora

I tedeschi non si fecero vedere fino al 22 ottobre 1943, quando in cerca di benzina e viveri giungeva a Triora il tenente tedesco Halberg, accompagnato da due fascisti, mentre altri armati del Reich stendevano campi minati e imbottivano di tritolo i ponti in Valle Argentina. II giorno dopo, il capitano tedesco Edgard faceva arrestare Eugenio Danovaro, ex ufficiale della GAF, ed il podestà Carlo Pesce. Danovaro era condotto a Bordighera ove subiva interrogatori in quanto presunto caporione di ribelli e probabili bande di disertori e sbandati. A tale riguardo, l'Edgard, con altri commilitoni, perlustrava a dorso di mulo le montagne circostanti il paese.
Più o meno in quel torno di tempo gli antifascisti locali d'antan avevano costituito il primo CLN Comunale, così formato: Adolfo Borelli, presidente (PCI); Egidio Antola, segretario (ind.); Mario Arnaldi (PSIUP), Giobatta Oddo (PCI) e Angelo Lanteri (PSIUP), membri. In seguito questo CLN varierà in parte nella composizione e nella rappresentanza, con l'uscita di Antola e Oddo e l'ingresso di Angelo Gazzano per il PCI e Luigi Lanteri per il PLI, mentre Adolfo Borelli rappresenterà il Pd'A e Angelo Lanteri la DC. Il CLN di Triora era in contatto con il CLN Circondariale di Sanremo.
Triora fu uno dei primi Comuni a costituire una Giunta Popolare cospirativa, composta: Antonio Asplanato sindaco, con Lorenzo Giordano, Giacomo Moraldo, Lorenzo Novella e Domenico Velli consiglieri. Carlo Pesce, ufficialmente podestà del Comune, al tempo stesso aveva rapporti con la Resistenza e con il comandante partigiano Vittorio Guglielmo (Vittò).
Nell'ambito della lotta di Liberazione è, altresì, doveroso ricordare il medico Giuseppe Bottari per il prezioso aiuto da lui dato alle forze partigiane.
Il primo ottobre 1944 Libero Briganti (Giulio), commissario della II Divisione d'assalto Garibaldi "F.Cascione", a Triora aveva convocato i rappresentanti delle Giunte cospirative di Badalucco, Montalto, Molini di Triora e Carpasio  per discutere alcuni problemi, tra cui la nomina di un rappresentante dei Partiti antifascisti in ciascun paese, la distribuzione dell'olio prodotto dai vari Comuni alla popolazione della vallata ed il suo prezzo, il prezzo della carne, del latte, delle patate, delle castagne, del grano, del carbone e così via, tenendo conto della poca capacità di acquisto degli abitanti dei paesi colpiti duramente dalle rappresaglie nemiche. La relazione scritta dal commissario Giulio termina nel modo seguente:" Dagli interventi dei rappresentanti dei sopraccitati Comuni risulterebbe che lo stato d'animo di tutta la popolazione della vallata è favorevole ai partigiani. Se il nostro Comando fosse in grado di disporre delle armi, potrebbe inquadrare rapidamente dai 200 ai 300 uomini. I contadini non oppongono nessuna difficoltà per la consegna temporanea ad esso dei loro muli...".
Alla data del 25 aprile 1945, sulla scorta della documentazione, la Giunta della Liberazione risultava così composta: Carlo Pesce sindaco, Adolfo Faraldi assessore anziano, Giobatta Oddo assessore supplente. Successivamente veniva nominato sindaco Giacomo Saldo, con Adolfo Faraldi assessore effettivo, Giacomo Moraldo e Giacomo Lanteri assessori supplenti.
[...] Durante i giorni che vanno dal 3 al 6 luglio i tedeschi compiono su Triora il più duro e feroce rastrellamento di tutto il periodo della Resistenza: case incendiate o distrutte, rapine di tutti i generi, desolazione a non finire. Dall'11 ottobre al 10 novembre 1944 il paese rimaneva presidiato dai tedeschi che, prelevati una decina di ostaggi, li trattenevano a Dolceacqua per alcuni giorni.
Nel 1945, durante i due primi giorni di febbraio a Carmo Langan venivano catturati una decina di nemici, puniti poi severamente dal Tribunale della V Brigata partigiana. Il 14 successivo scontri con il nemico nelle zone di Bregalla, Gorda e Foresto. Purtroppo il 28 dello stesso febbraio un lancio alleato cadeva in mano ai tedeschi su Monte Vacché (Cima di Marta), mentre i partigiani nell'operazione perdevano quattro uomini.
Il 16 aprile 1945 il Comando tedesco, constatato il continuo aumento dell'attività partigiana, faceva affiggere dal podestà il seguente avviso: "Da oggi fino a nuovo ordine il coprifuoco è fissato dalle ore 8 di sera alle sette del mattino. Nessuno deve transitare per le campagne, per i boschi, e devono essere percorse solamente le strade principali. Sono considerate strade principali, oltre le carrozzabili, anche le mulattiere Molini Triora, Molini Andagna, Molini Corte, Triora Loreto Creppo Realdo Verdeggia, Triora Cetta Bregalla, Triora Goina..."
Una trentina di cittadini di Triora sono stati riconosciuti partigiani combattenti al termine del conflitto, quattordici caduti in combattimento
[...] Durante le tremende rappresaglie, fortuna volle che fossero relativamente pochi a Triora i civili uccisi dal nemico rispetto ai tremendi danni subiti dalle abitazioni e dalle campagne. Nondimeno tragica fu la fine di cinque inermi abitanti di quelle contrade. Ecco i loro nomi: Ernesto Arnaldi fu Antonio, Antonio Borelli fu Antonio, Francesco Lanteri fu Francesco, Giobatta Laura di Giovanni, Antonio Rebaudo fu Antonio. Dolorosi senz'altro anche i danni materiali subiti da una popolazione già abbastanza provata dai disagi e dalle ristrettezze del tempo di guerra. Dunque, riguardo ai danni all'abitato, contiamo ventisei case distrutte, quarantatré gravemente danneggiate, quarantotto danneggiate solo in parte. Quanto all'agricoltura, diciamo che sono stati incendiati una sessantina di casolari, una ventina di stalle e fienili, asportati tutti i veicoli a traino animale. Ingente la perdita di bestiame: sessantasette bovini, diciotto equini, duemila ovini razziati dal nemico. Si aggiungano quasi tremila quintali di fieno, centocinquanta di paglia, trenta di cereali, settanta di vino, trecento di patate. Infine, per quanto riguarda il commercio, risultarono incendiati, distrutti o saccheggiati ventitré negozi, magazzini e rivendite.
I militari reduci dall'internamento in Germania o nei Balcani furono ventiquattro (la maggior parte fatti prigionieri in zone di operazioni in Grecia, Albania, Iugoslavia, altri rastrellati nel Veneto). Tutti patirono le più atroci sofferenze a causa soprattutto del lavoro forzato, della fame e dei maltrattamenti subiti da parte dei tedeschi in qualità di I.M.I. (Internati Militari Italiani), sottratti alla protezione delle convenzioni internazionali sui  prigionieri di guerra.
Triora è da considerare uno dei paesi del Ponente ligure che più hanno dato alla lotta di Liberazione non solo per partecipazione di uomini, ma anche in termini di sofferenze e di privazioni.
Francesco Biga e Ferruccio Iebole (a cura di Vittorio Detassis), Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria) - vol. V, Ed. Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia, 2016 
 

venerdì 4 marzo 2022

A conoscenza che il 28 i Tedeschi avevano lasciato Ceriana, il Comando della divisione decide di effettuare un attacco contro il presidio repubblichino

Ceriana (IM)

«Orsini» (Agostino Bramé) racconta:
"Da molti giorni era in istudio presso il Comando della V Brigata un'azione da condurre contro Ceriana, posta sulla strada Sanremo-Baiardo a 12 Km. dalla costa. Molte erano le difficoltà da superare. Infatti il presidio di Ceriana era composto da una trentina di tedeschi e da circa 80 bersaglieri, per la maggior parte volontari, gente esaltata e particolarmente accanita contro le nostre formazioni. Gli uomini del presidio di Ceriana, aspettando o, per lo meno, presumendo un attacco da parte nostra, avevano preso tutte le misure del caso, ponendo reticolati e cavalli di frisia attorno alle loro postazioni, fortificando e barricando le case ove essi alloggiavano. Ostacolo particolarmente difficile era offerto dalla galleria posta all'ingresso del paese per chi proviene da Baiardo: nell'interno di essa erano piazzati quattro fucili mitragliatori con due sentinelle fisse. Il 28 settembre 1944 ci giungeva notizia che i tedeschi si erano allontanati da Ceriana lasciandovi solo 5 o 6 uomini. I bersaglieri invece rimanevano al completo. Si decideva allora di studiare e condurre l'attacco.
Il Vice Comandante di Brigata Brescia [n.d.r.: Umberto Bonomini] si portava presso il II° Distaccamento e con il Comandante Gino [n.d.r.: Gino Napolitano] prendeva tutti gli accordi e le disposizioni necessarie per la buona riuscita dell'azione che veniva fissata per il giorno 30 Settembre alle ore sei. Contemporaneamente veniva inviato ordine all'VIII Distaccamento di Gori [n.d.r.: Domenico Simi] affinché inviasse una trentina di uomini sulla strada Sanremo-Ceriana allo scopo di impedire l'afflusso di rinforzi durante l'azione. Nella notte, mentre due uomini interrompevano le comunicazioni telefoniche fra Ceriana e Sanremo, quattro squadre del II° Distaccamento si portavano ai posti di battaglia, in precedenza fissati, con compiti specifici e ben definiti. Non appena dal campanile del paese scoccavano le sei, tutti si ponevano in movimento.
Le due sentinelle alla galleria venivano sorprese e disarmate, i quattro fucili mitragliatori prelevati, l'alloggio di una squadra di bersaglieri assalito e l'intera squadra catturata. Tutto procedeva secondo quanto previsto, senonché una pattuglia di bersaglieri, che stava eseguendo un giro esplorativo, gettava l'allarme in paese con lancio di bombe a mano e nutrito fuoco di fucileria. In un attimo tutti i bersaglieri uscivano dalle loro camerate e si trinceravano nelle case, dalle finestre delle quali aprivano un violento fuoco. Pertanto veniva dato ordine alle nostre squadre, che già erano nell'interno del paese, di arretrare e portarsi fuori tiro. Ciò veniva eseguito in perfetto ordine. Dopo pochi minuti si tentava un altro attacco che veniva respinto. Si decideva allora di mettere alla testa di una nostra squadra i bersaglieri già catturati e di avanzare dietro di loro. I bersaglieri rimasti in Ceriana, benché accortisi di  quanto stava succedendo, non esitarono a sparare sui loro stessi compagni. Si doveva quindi desistere da ogni ulteriore tentativo, tanto più che era entrato in azione un pezzo anticarro da 47/32 che batteva i dintorni del paese. Veniva allora inviato uno dei bersaglieri catturati dal Capitano comandante il presidio per chiedergli la resa. Il bersagliere tornava portando risposta negativa, mentre più violento si faceva il fuoco dei difensori, appoggiati anche da alcune  mitragliatrici pesanti. Tutti i Garibaldini che parteciparono all'azione facevano allora ritorno all'accampamento. Non si lamentò alcun ferito da parte nostra.
Risultato dell'azione:
1) Catturati: quattro fucili mitragliatori (due Saint-Etienne e due Breda), un Mitra Beretta, una pistola automatica e due cassette di munizioni per fucile mitragliatore.
2) Fatti prigionieri otto bersaglieri fra i quali un sergente.
3) Ferito mortalmente con tre colpi il Tenente Perrucchetti, tristemente famoso per la sua crudeltà e la sua faziosità, nonché un caporale maggiore e due altri bersaglieri.
4) Probabilmente colpiti da una nostra raffica altri sei o sette bersaglieri".
Mario Mascia, L'Epopea dell'Esercito Scalzo, Edizioni ALIS, Sanremo, 1946, ristampa del 1975 a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia
 
[...] Per mezzo degli informatori venuto a conoscenza che il 28 i Tedeschi avevano lasciato Ceriana, il Comando della divisione «F. Cascione» decide di effettuare un attacco contro il presidio repubblichino e incarica Umberto Bonomini (Brescia), vicecomandante della V brigata, di elaborare il piano d'azione e portare a compimento l'impresa.
Il distaccamento di Gino Napolitano (Gino), dislocato in località Beulla, ritenuto il più preparato come uomini e mezzi, viene scelto per l'attacco che, tuttavia, presenta paurose incognite.
Infatti sarebbe follia cercare di affrontare e piegare i nemici con la forza; ai primi colpi il campo rimarrebbe subito a loro e, per questo, non varrebbe sacrificare inutilmente gli uomini. Quindi, pensano i garibaldini, se non si può attuare una strategia campale per l'enorme disparità numerica e, soprattutto, di armamenti, si può sempre giocare secondo il sistema tattico della guerriglia: sorpresa e audacia.
Però questi due fattori non serviranno a neutralizzare i cannoni e i troppi mortai dei bersaglieri fascisti.
Questo pensano «Gino» e «Brescia», i due capi partigiani, ma conoscono bene il coraggio dei loro volontari e sanno che al momento opportuno risponderanno all'appello col fuoco del loro entusiasmo, non meno micidiale di quello delle armi.
Studiano con meticolosa cura la zona e le opere di difesa nemiche e decidono di passare senz'altro all'attuazione del piano di attacco, basato essenzialmente su tre elementi caratteristici di ogni azione partigiana: eludere la sorveglianza del nemico, illuderlo sulla vera entità delle forze operanti e sorprenderlo con azione rapida e sconcertante. Oltre quaranta garibaldini del 2° distaccamento partecipano all'azione; oltre quaranta ribelli non bene in arnese, come si suol dire, contro 150 soldati repubblichini ben riforniti, equipaggiati di tutto punto, agguerriti e guardinghi. Il bollettino che il comando fascista emetterà all'indodomani, per mascherare un nuovo scacco subito e salvare, così, almeno a parole, l'onore assai dubbio della sua bandiera, parlerà di  «... 400 fuorilegge contro quindici valorosi guerrieri combattenti sotto le insegne del Littorio ...».
Alle sei precise del mattino, scoccate dal campanile, il 30 di settembre, mentre una trentina di uomini dell'8° distaccamento «Gori» bloccano la strada San Remo-Ceriana per ostacolare l'afflusso di rinforzi e due partigiani interrompono le comunicazioni telefoniche tagliando la linea dei fascisti, quattro squadre di dieci uomini ciascuna scattano contemporaneamente all'attacco del forte presidio nemico che è ubicato al centro del paese, investendo Ceriana da quattro lati. Le sentinelle avanzate vengono sorprese, catturate e disarmate, così quelle della galleria, mentre una squadra di sei bersaglieri è catturata in un alloggio della periferia. L'azione è facilitata dal sottonente Nino De Sanctis e  dal sergente Baldo della 7^ compagnia bersaglieri, che, accordatisi in precedenza, lasciano entrare i garibaldini nell'accampamento.
Ma nonostante ciò, con lancio di bombe a mano una pattuglia nemica riesce a dare l'allarme e la lotta ha inizio. I bersaglieri e i cinque Tedeschi rimasti, adottando una tattica mai prima usata in simili casi, si sparpagliano nelle case dei civili improvvisandosi franchi tiratori e aprono un fuoco infernale  sui  garibaldini  che  avanzano  per  i  viottoli del  paese.  Da ogni lato  il  piombo  nemico  fischia  rabbioso e  contrasta il passo ai partigiani che combattono come possono. Dopo mezz'ora d'impari lotta le quattro squadre attaccanti si ritirano sulle basi di partenza alla periferia del paese.
I comandanti si concertano, si interrogano gli uomini: la volontà unanime è di continuare, di non  mollare. Durante la pausa il bersagliere prigioniero Visconti da Desenzano viene inviato dal comandante del presidio per chiedere la resa. Viene respinta. Allora le «stelle rosse» (così il nemico chiamava i partigiani) ritornano nella mischia cruenta, avanzando in ordine sparso e mirando con calma e precisione sulle divise grigioverdi dei fascisti. Anche alcuni Cerianesi partecipano alla lotta.
Lo stesso tenente Perrucchetti comandante del presidio, un caporal maggiore e due bersaglieri rimangono mortalmente feriti; sembra che la stella giustiziera guidi le schiere di «Gino» e di «Brescia», le quali catturano altri nemici, mentre una mezza dozzina rimangono colpiti in modo grave da raffiche di mitra.
Questa seconda partita si conclude in meno di un quarto d'ora con un brillante successo: i partigiani si ritirano senza aver subito perdite. Attaccano una terza volta per far cadere gli assediati e una terza ondata di guerriglieri, che sono obbligati a portare con loro i prigionieri, investe nuovamente Ceriana. I nazifascisti non esitano a sparare sui loro uomini; riusciti a piazzare due cannoni per difendersi da un pugno di armati, sparano a zero; i boati coprono le altre voci della battaglia.
Intanto camions carichi di rinforzi nemici provenienti da San Remo si dirigono a tutto motore sul luogo degli scontri.
La situazione diventa insostenibile per i garibaldini e la ritirata si rende necessaria, tanto più che un bersagliere, inviato al Comando fascista per chiedere nuovamente la resa, era ritornato con risposta negativa.
Infatti i garibaldini del 2° distaccamento si sganciano e retrocedono in buon ordine verso il loro accampamento con la preda bellica comprendente due mitragliatrici pesanti «Saint-Etienne», due mitra «Breda», un mitra «Beretta», diverse  pistole, moschetti, munizioni e undici prigionieri.
Ventun nemici messi fuori combattimento (morti e feriti), sono il lusinghiero bilancio di questa giornata di lotta che ha dato una chiara, luminosa risposta all'invito scritto sui muri di Baiardo dagli stessi bersaglieri durante un rastrellamento: « Se avete del coraggio veniteci a trovare» (1).
Una seconda volta non lo scrissero più.
(l) I bersaglieri catturati nella lotta erano del primo plotone, i medesimi che il 25 di settembre avevano saccheggiato Baiardo con particolare ferocia. Probabilmente si trattava di un plotone scelto. Fatti sfilare per il suddetto paese  prima della punizione, vennero sottratti a stento alla popolazione desiderosa di linciarli (da una relazione del Tribunale di brigata).
Francesco Biga, Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria), Vol. III. La Resistenza nella provincia di Imperia da settembre a fine anno 1944, a cura dell'Amministrazione Provinciale di Imperia e con il patrocinio dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, Milanostampa Editore, Farigliano, 1977
 
[n.d.r.: per combinazione su questi fatti di Ceriana ci sono anche delle narrazioni di nostalgici saloini, che qui sotto si riportano in stralci...]

Lettera del capitano Pietro Borroni, dei Bersaglieri di Salò, cit. infra

Vi prego portare a conoscenza della Famiglia Gazzaniga che il Cap. Gazzaniga Attilio residente a Zinesca Via Roma II risulta disperso in zona di operazioni per azione contro bande ribelli il 30 settembre 1944. Da informazioni di testimoni oculari è certo che il disperso ha reagito coraggiosamente e combattuto meritando perciò il trattamento di "presente alle bandiere". Il Comandante di Battaglione, Cap. Pietro Borroni, Comando 2° Battaglione Bersaglieri "Maiora Viribus Audere", Al Capo della Provincia - Pavia, proto 5742 in data 22 novembre 1944, oggetto: caporale Gazzaniga Attilio [...] La situazione in Ceriana è tranquilla e apparentemente sotto controllo, nostro per l'esattezza. Sono le prime ore del pomeriggio e, da solo, mi viene voglia di fare una visitina agli amici che presidiano il posto di controllo verso Baiardo [...] Quel poveraccio, in fondo - che voleva rendersi utile ai suoi amici partigiani - è stato tratto in errore soltanto dalla varietà del nostro abbigliamento, non proprio 'uniforme' nel senso letterale della parola: nel mio caso, visto di spalle, potevano essergli fatali i miei pantaloni mimetici ed il berretto, analogo, che portavo in luogo dell'inconfondibile fez. Sicuramente quella persona non leggerà mai questa mia memoria ma, se potesse venirne a conoscenza, potrebbe per assurdo riscrivere all'anagrafe di Ceriana una nuova data di nascita, collocandola in quel giorno di ottobre del 1944 [racconto di]  Franco Leotta
[...] Una banda di ribelli travestiti da bersaglieri sorprende in piena notte gli uomini di guardia e riesce così a prelevare molti militari del primo plotone che stanno dormendo tranquillamente nei loro alloggiamenti. Per fortuna non tutto va liscio a questi gentiluomini dell'imboscata: uno dei prelevati, il bersagliere Passarella, non ci sta e tenta una disperata ribellione. Partono di conseguenza alcuni colpi di arma da fuoco che mettono in allarme l'addormentato presidio. Il coraggioso "commando" scappa velocemente, trascinando con sé gli ostaggi, al di là della ben nota galleria dove si sente più sicuro. È così che inizia il 2 ottobre 1944 in quel di Ceriana, e cioè molto male [...] E' uno dei bersaglieri appena prelevati, un certo giovanissimo Luigi Visconti che è latore di un ultimatum: i bersaglieri devono arrendersi senza condizioni, pena l'uccisione di tutti gli ostaggi e questa minaccia sarà resa operativa anche nel caso in cui Visconti medesimo non abbia fatto ritorno con la risposta. Nessuno naturalmente pensa di arrendersi e tutti sconsigliano il ragazzo dal fare ritorno presso i rapitori ché il risultato purtroppo sarà/sarebbe comunque identico, ma il Visconti non vuole sentir ragioni e ritorna là dove ci sono, prigionieri, i suoi amici, portando la risposta della settima compagnia. (In giornata, poi, dopo alcune ore, verrà assassinato con un raro ingegnoso sistema di cui parleremo in seguito, insieme a tutti gli altri bersaglieri che erano stati prelevati). Passano alcune ore, si è fatto giorno, e si decide di inviare a Taggia un volontario (la missione ha scarse probabilità di riuscita; la si potrebbe definire "disperata") con l'incarico di mettere a giorno della situazione il comando di battaglione. Chiede ed ottiene l'incarico un mio amico, il bersagliere Arrigo Dante Biasioli di Milano, studente universitario, iscritto al primo anno della facoltà di medicina. Viene messa a disposizione una vecchia scassata bicicletta con la quale, trovandosi ad essere per una volta "bersagliere ciclista", il Biasioli parte a tutta birra per quella strada che in ripida discesa va verso una località chiamata Santa Filomena. Come sanno bene tutti quelli della settima compagnia questa Santa ci era decisamente ostile e, logicamente, si dimostrò tale anche in quell'occasione. Il "bersagliere ciclista" non giunse mai a Taggia, perché i partigiani, che avevano circondato completamente Ceriana, riuscirono faticosamente a bloccarlo proprio nei pressi di una maledetta curva, nota appunto come "la curva di Santa Filomena". Si seppe in seguito che quelle brave persone, dopo di avergli fatto scavare una fossa, qualche giorno dopo lo avevano assassinato con uno sbrigativo colpo di pistola alla nuca. Nel frattempo a Ceriana ci furono un po' di fuochi d'artificio. Loro sparavano verso il paese e dal paese noi cercavamo di fare del nostro meglio [...] E' interessante il resoconto che tale Agostino Brame detto "Orsini" fa dell'attacco del 2 ottobre a Ceriana [...] Perché l'autore non ha scritto di come dove, invece, vennero torturati e uccisi i bersaglieri nel sonno a Ceriana, ché appunto di costoro si sta parlando? Certamente una certa imprecisione nel ricordare o una non voluta dimenticanza. Capita nelle migliori famiglie, figuriamoci in quell'ambiente. Io non ne faccio una questione di destra o sinistra, di sopra o di sotto, o di un determinato colore [...]
Umberto Maria Bottino, I nostri giorni cremisi. 1943-1995, Attilio Negri srl, Rozzano, 1995