lunedì 27 luglio 2020

Il comandante partigiano Curto a febbraio 1944...

Prelà (IM). Fonte: Mapio.net

Oltre ai gruppi di cui si è or ora parlato, molti altri ve ne furono, più o meno isolati, e sparsi un poco dovunque. Per quanto è possibile, essi si tennero tutti in collegamento con gli organizzatori antifascisti rimasti in città.
Il gruppo dei fratelli Serra e di Ricci Raimondo era stato collegato per qualche tempo anche con un altro gruppo di circa quindici uomini, pur esso sistemato a monte di Tavole [n.d.r.: Frazione del comune di Prelà (IM)], e del quale uno degli esponenti principali era Demossi Pietro, direttamente collegato con lo scrivente. Il Demossi, rientrato dalla Francia - dove era militare - il 19 settembre 1943, era salito in montagna con alcuni amici intorno ai giorni 23-24 settembre 1943. [...] Per l'adesione ad una formazione unitaria, che si cercava di costituire, il Demossi era stato interpellato una prima volta da Amoretti Filippo di Tommaso, della corrente comunista, il quale dapprima era in un gruppo presso Moltedo [Frazione del comune di Imperia] e poi si era per qualche tempo fermato nel gruppo dei Sella; poi, da Ricci Raimondo era stato invitato per uno scambio di vedute nella villa di Carlo Carli alle Cascine [n.d.r.: zona di Oneglia ad Imperia], dove era presente il Carli e dove il Demossi si recò insieme col Ricci, il quale sostenne appunto l'idea dell'adesione; infine aveva avuto un colloquio con Cascione in un occasionale incontro nelle vicinanze del Monte Acquarone; ma il gruppo si sciolse nel dicembre 1943 o agli inizi del gennaio 1944, quando non si era ancora giunti ad una conclusione definitiva. Gli uomini del gruppo tornarono in città. Il Demossi andò nuovamente in Francia. In seguito qualcheduno degli uomini ritornò in montagna nella primavera del 1944: fra essi il Demossi, il quale, avviatosi con un altro giovane, Bruno Francesco, per raggiungere le formazioni di Martinengo [Eraldo Hanau], dapprima si ferma in Tavole, dove si incontra con Sebastiano o Nino Verda e con Carlo Carli; poi, atteso invano Sicardi Vincenzo, che avrebbe dovuto percorrere la strada insieme con loro, prosegue - sempre col Bruno Francesco - fino alla Mezzaluna [n.d.r.: Passo nel comune di Rezzo (IM)]. Qui i due incontrano Curto [Nino Siccardi], che li invita a fermarsi nelle sue formazioni; essi accettano e si fermano pertanto in un distaccamento garibaldino dislocato alla Mezzaluna, dal quale il Demossi, poi, passerà alla "Fenice". Nel primitivo gruppo del Demossi vi era anche Deri Ernesto [...] ucciso il 15 febbraio [1945] nel camposanto di Oneglia [...]
Giovanni Strato, Storia della Resistenza Imperiese (I^ zona Liguria) - Vol. I. La Resistenza nella provincia di Imperia dalle origini a metà giugno 1944, Editrice Liguria, Savona, 1976, ristampa del 2005 a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia 
 
I primi mesi della resistenza imperiese furono caratterizzati da un lato da un’opera di organizzazione dei vari gruppi clandestini sorti nei maggiori centri rivieraschi e dall’altro dalla creazione delle prime bande che presero vita in montagna e nelle alture poste in vicinanza delle città. Il fenomeno della nascita del movimento resistenziale aveva incontrato una certa difficoltà, che in sostanza si riscontrava un poco dovunque. Fra i giovani fuggiti in montagna subito dopo l'armistizio alcuni erano tornati in città dopo una breve permanenza alla macchia, altri si limitavano a tenersi nascosti, ma non erano disposti a formare gruppi di combattimento. Le prime bande che si formarono furono quella di Cascione, alle spalle di Imperia, e quella di "Tento", Pietro Tento, e di "Vittò", Giuseppe Vittorio Guglielmo, le quali ultimo agivano nella parte occidentale della provincia di Imperia in Alta Valle Argentina con base alla Goletta di Triora (IM). Dalla banda Cascione, dopo la morte di "U megu", si erano originati altri nuclei combattenti, i quali erano stati riuniti sotto un unico comando che aveva come scopo quello di coordinare le azioni fino ad allora estemporanee e isolate. Quel comando fu affidato a Nino Siccardi, "Curto". Oltre alle bande di Tento e di Vittò, erano operanti il gruppo di "Tito" (Rinaldo Risso), che era dislocato nei pressi di Rezzo (IM); quello di "Cion" (Silvio Bonfante) in valle Arroscia, il gruppo di "Ivan" (Giacomo Sibilla), che si spostò nei pressi di Caprauna (CN). Tra Val Nervia e Valle Argentina andavano formandosi altre bande: da quella di "Erven" (Bruno Luppi) a quella di "Marco" (Candido Queirolo). Altri distaccamenti operavano senza essere ancora ancora inquadrati regolarmente: "Gori" (Domenico Simi), "Gino" (Luigi Napolitano), "Artù" (Arturo Secondo), "Peletta" (Giovanni Alessio), "Fragola" (Armando Izzo), "Leo" (Stefano Carabalona). Nei primi giorni di aprile 1944 Erven si incontra con Curto a Costa di Oneglia, presenti il savonese Libero Briganti (Giulio), Giacomo Sibilla (Ivan), Vittorio Acquarone (Marino) e Candido Queirolo (Marco); si decise di raccogliere tutte assieme una ventina di bande sparse sul territorio per costituire la IX Brigata d’assalto Garibaldi “F. Cascione”, che nel luglio si trasformava in divisione, la Divisione "Felice Cascione", articolata su due brigate.
Giorgio Caudano, Gli eroi sono tutti giovani e belli. I Caduti della Lotta di Liberazione nella I^ Zona Operativa Liguria, ed. in pr., 2020 
 
[ n.d.r.: altri lavori di Giorgio Caudano: Giorgio Caudano, Dal Mare alla Trincea... memorie di uomini, BB Europa, Cuneo, 2019; Silvia Alborno, Gisella Merello, Marco Farotto, Marco Cassini, Giorgio Caudano, Franck Vigliani, curatori della mostra Claude Monet, ritorno in Riviera, catalogo a cura di Aldo Herlaut, Silvana Editoriale, Milano 2019; La Magnifica Invenzione. I pionieri della fotografia in Val Nervia 1865-1925, a cura di Marco Cassini e Giorgio Caudano, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2016; Giorgio Caudano, Pigna. Storia di un paese, ed. in pr., 2016  ]

Intanto si andavano formando molte altre bande anche nella parte occidentale della provincia, tra cui una sorta nell'Alta Valle Argentina, quella costituita da Ivano [altro nome di battaglia Vitò, o Vittò, Giuseppe Vittorio Guglielmo], già combattente repubblicano in Spagna, che radunò nei pressi di Loreto di Triora (IM) molti giovani ed ex militari, i quali ultimi recavano le armi che avevano celato dopo la disfatta dell'esercito.
Vitò fu coadiuvato nell'organizzazione della banda da un sergente maggiore dei reparti G.A.F. (Guardia Armata alla Frontiera), Francesco Tento.
I primi ad accorrere all'invito di Vitò furono i giovani dell'Alta Valle Argentina.
Fu merito di Vitò e di molti altri comandanti partigiani essere riusciti ad incanalare nella guerriglia anche molti ex militari di carriera, stimolati a mettere con l'esempio a disposizione dei giovani la loro esperienza bellica precedente.
La banda di Vitò si stabilì in una zona sopra Cetta, Frazione di Triora (IM), La Goletta, situata in un punto strategico per la guerriglia.
 [...] Curto [Nino Siccardi] assunse in seguito alla morte [27 gennaio 1944] di Felice Cascione, primo capo partigiano, il comando degli uomini della banda, che poi si dividerà in due gruppi, uno comandato da Vittorio Acquarone (Marino), l'altro - stabilito nella zona di Magaietto, in Diano Castello (IM) - da Tito [o Tito R., Rinaldo Risso].
[...]  A febbraio 1944 le autorità fasciste procedettero in provincia di Imperia ad alcuni arresti di patrioti.
Per facilitarsi la cattura di partigiani i repubblichini avevano ordinato di affiggere all'interno delle porte d'ingresso delle singole case fogli riportanti i nomi degli abitanti.
Il 22 febbraio 1944 i partigiani dei raggruppamenti di "Tito" [Rinaldo Risso] e di Acquarone [Vittorio Marino Acquarone] vennero riuniti, insieme ai volontari nel frattempo giunti in montagna, in un unico Distaccamento di cui era comandante "Tito" [Rinaldo Risso] e di cui era  commissario politico "Giulio" (Libero Briganti).
Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell’Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945) - Tomo I - Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1998 - 1999

In dicembre [1943] andai a casa, dove arrivai prima di Natale [...] ero venuto a conoscenza di uno scontro di ribelli imperiesi a Montegrazie; a Rezzo erano stati disarmati i carabinieri [...] a febbraio [1944] decisi di recarmi in provincia di Cuneo con l'obiettivo di arruolarmi nelle formazioni di G.L. [Giustizia e Libertà]. Messomi in cammino al mattino presto mi trovavo già nei pressi di San Bernardo di Conio [Frazione  di Borgomaro (IM)], quando incontrai un uomo che salutai con il buongiorno senza fermarmi. Era il Curto [Nino Siccardi], che io ancora non conoscevo [...] Si qualificò come comunista, responsabile delle formazioni partigiane che agivano nella zona. Io gli raccontai le mie brevi esperienze di ribelle e la mia intenzione di raggiungere le formazioni G.L. nel cuneese [...] Gli dissi che mi sarei fermato a Carpasio [n.d.r.: oggi nel comune di Montalto Carpasio (IM)] presso un conoscente (Paolo Gallo detto Paulò) e lì avrei aspettato sue notizie. Ritornammo a San Bernardo di Conio insieme; l'uomo mi piaceva [...]
Giuseppe Garibaldi (Fra Diavolo), Dalla Russia all'Arroscia. Ricordi del tempo di guerra, ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, 1994

mercoledì 22 luglio 2020

Dal bando appariva chiara l'intenzione nemica di rastrellare in grande stile e di terrorizzare i civili

Pieve di Teco (IM) - Fonte: Wikipedia
 
Nella notte tra il 19 e il 20 gennaio 1945 i tedeschi, partendo da Cesio (IM) cercarono di portare un duro colpo alla Divisione Bonfante, iniziando un rastrellamento che interessò soprattutto le località di Bosco, Degolla, Ubaghetta, Alto, Nasino, Casanova. A Bosco [n.d.r.: Frazione del Comune di Casanova Lerrone (SV)] riuscirono a circondare un casone che ospitava un gruppo di partigiani. Dopo un aspro combattimento i dodici uomini che si trovavano dentro il casone ruppero l'accerchiamento. Qualcuno evitò la cattura, ma caddero sul campo il sovietico Gospar, Rolando Martini (Indusco), William Bertazzini (Rosa), Gino Bellato (Gino). Bartolomeo Vio (Tron) della banda locale di Vendone che, in servizio notturno, mentre stava controllando attentamente le strade, veniva ferito ad una caviglia, riuscì a salvarsi con una fuga a perdifiato. Vennero catturati e fucilati i civili Amedeo Bolla, di anni 41, e Matteo Favaro di anni 23. A Marmoreo venne ucciso il civile Settimio Testa.
Giorgio Caudano, Gli eroi sono tutti giovani e belli. I caduti della Lotta di Liberazione. I^ Zona Liguria, edit. in pr., 2020
 
[ Giorgio Caudano, Dal Mare alla Trincea... memorie di uomini, BB Europa, Cuneo, 2019; Silvia Alborno, Gisella Merello, Marco Farotto, Marco Cassini, Giorgio Caudano, Franck Vigliani, curatori della mostra Claude Monet, ritorno in Riviera, catalogo a cura di Aldo Herlaut, Silvana Editoriale, Milano 2019; La Magnifica Invenzione. I pionieri della fotografia in Val Nervia 1865-1925, a cura di Marco Cassini e Giorgio Caudano, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2016  ]

La notte tra il 19 e il 20 gennaio 1945 sembra tranquilla, ma lo è solo in apparenza, perchè il nemico è già in movimento.
I tedeschi dislocati a Cesio (IM) partono, raggiungono il Passo del Ginestro e quindi puntano sul paese di Vellego [Frazione di Casanova Lerrone (SV)], che raggiungono rapidamente.
Avvisati dalle sentinelle borghesi, i giovani si mettono in salvo, a Degna, il paese successivo sulla carrozzabile [n.d.r.: anche Degna è Frazione del Comune di Casanova Lerrone in provincia di Savona], non giunge subito la grave notizia.
Dopo un'ora è anch'esso investito, ma i nazifascisti non sembrano avere idee bellicose, cercando solo una guida per farsi condurre in Valle Arroscia.
I giovani del paese, chiusi in casa, sentono il rumore delle armi, degli zoccoli dei muli e delle scarpe chiodate; non possono uscire, non possono andare ad avvisare gli uomini del Comando della “Bonfante”, mentre la colonna nemica passa a circa duecento metri di distanza dallo stesso.
Sapranno del passaggio del nemico nella tarda mattinata, quando ritornerà indietro la guida borghese che aveva accompagnato la colonna sulla cresta della montagna.
La colonna [nazifascista] diretta a Bosco [Frazione di Casanova Lerrone (SV)] è accompagnata dalla ormai spia famosa “Carletto”.
Il Comando della “Bonfante” non ha alcuna possibilità di avvisare i garibaldini dislocati a Bosco.
Ormai è tardi.
Sperano che le sentinelle del luogo abbiano potuto avvistare il nemico che stava avvicinandosi.
Si spera che anche questa azione sia una puntata isolata e non faccia parte di un momento del grande rastrellamento previsto.
Il comando della Divisione si sposta a Degna per esaminare la situazione più da vicino.
Quanti erano gli armati, con muli o senza, perchè la guardia borghese non ha funzionato?
In Val Lerrone la situazione si mantiene calma, ma che avviene di là?
Se il nemico, come probabile, tornerà alla base per la carrozzabile della Valle Arroscia, sarà possibile agganciarlo?
Sembra che al di là della cresta gli avvenimenti siano più gravi di quanto si temesse.
Un borghese, che si è spinto in cresta, riferisce che le colonne di fumo si levano da Degolla [Frazione di Ranzo (IM)] e da Costa Bacelega [Frazione di Ranzo (IM)], segno che il nemico non si è limitato alla puntata su Bosco.
Lunghe raffiche di mitraglia indicano che la lotta è ancora in corso. Le ore passano lente, uguali. Verso mezzogiorno giunge a Segna uno sbandato da Bosco. Aveva i pantaloni strappati e lo sguardo inquieto dell'animale braccato. Racconta che con i suoi era sveglio da qualche minuto, aveva rimesso al fuoco le castagne e si preparava a lavarsi, quando vede a breve distanza i Tedeschi che scendono tra gli ulivi. Urla “I tedeschi!”, e via senza voltarsi. Quelli sparano ma il fuggiasco non vede più niente, e non sa cosa sia successo agli altri. Erano quasi circondati e la resistenza si presentava impossibile. Dopo una corsa selvaggia tra i rovi e gli ulivi, si era trovato fuori tiro senza armi ma con l'asciugamano in mano.
Da mezzogiorno fino a sera nessuna novità. A sera una colonna tedesca scende dalla cresta verso Degna. 
L'allarme è portato in paese dalla figlia di Bartolomeo Barbero (Bertumelin) contadino del luogo che aiutava molto i garibaldini. 
In pochi istanti borghesi e partigiani spariscono tra gli alberi, mentre i tedeschi, preannunciati da una raffica di mitragliatrice, entrano in paese. 
Dopo mezzora Degna è di nuovo libera. Il nemico ha proseguito per Cesio (IM).
Si spera sia tutto finito.
Il giorno 21 niente di nuovo in Val Lerrone.
Il comandante Giorgio Olivero (Giorgio) e Gustavo Berio (Boris) lasciano la Divisione, vanno oltre la strada statale 28 in cerca del Comando I^ Zona Operativa Liguria, per appellarsi alla sua autorità, poiché non riescono più a controllare la situazione.
La Divisione rimane così affidata al commissario Osvaldo Contestabile e al vicecomandante Luigi Massabò (Pantera).
Cosa era avvenuto a Bosco? A Bosco, per la scarsità di munizioni, ai partigiani era stato dato l'ordine di adoperare le armi automatiche soltanto nelle situazioni più critiche. Si accendono combattimenti violentissimi a Bosco, a Degolla [borgata di Ranzo (IM)], a Ubaghetta [Borghetto d'Arroscia (IM)], ad Alto (CN), a Nasino (SV), a Casanova ed in altre località.
Tre colonne nemiche di circa cinquanta uomini ciascuna, partite rispettivamente da Cesio (IM), da Villanova di Albenga (SV) e da Leca [Frazione di Albenga (SV)], si dirigono sul piccolo centro abitato di Bosco. I garibaldini non riescono a sganciarsi. Impugnano le armi e si dispongono alla difesa. Oramai sono circondati perchè il nemico ha individuato il casone dove erano accampati.
Dopo aspro combattimento i dodici uomini riescono a rompere il cerchio di fuoco e qualcuno evita la cattura.
Cadono sul campo il sovietico Gospar, che si sente rantolare, dire qualche cosa nella sua lingua prima di morire; Rolando Martini (Indusco), di anni 20; William Bertazzini (Rosa) di anni 20; Gino Bellato (Gino) di anni 20.
Sono catturati e fucilati sul posto i civili Amedeo Boli, di anni 41, e Matteo Favaro di anni 23. A Marmoreo [Frazione di Casanova Lerrone (SV)] è ucciso il civile Settimio Testa. I garibaldini che sono riusciti a sottrarsi alla cattura, raggiungono le altre squadre del distaccamento. Tremenda l'avventura del garibaldino “Umegu” che, catturato due volte, e due volte messo davanti al plotone di esecuzione, riesce a fuggire incolume, benchè soggetto a raffiche di armi automatiche.
Le case di Bosco sono date alle fiamme.
Francesco Biga, (con la collaborazione di Osvaldo Contestabile), Storia della Resistenza Imperiese (I Zona Liguria), Vol. IV. Da Gennaio 1945 alla Liberazione, ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, 2005

22 gennaio 1945 - [...] Sono le 2 e dalla Valle Arroscia giunge un forte gruppo di repubblichini recando seco 8 partigiani catturati a Bosco in un'azione militare. Di essi, due sono feriti e vengono trasportati all'ospedale, gli altri 6 sono rinchiusi in un fondo della caserma S. Manfredi.
23 gennaio 1945 - Giungono altri repubblichini, tutti venuti con un buon numero di rastrellati in Vessalico. Ve ne sono di tutte le età. Si tratta di operazioni fatte un po' a casaccio perché questi individui che, per i tempi che corrono, sono tutti muniti di documenti, e cioé della carta di identità, non appena passano al controllo del Comando tedesco, finiscono poi col ritornare quasi sempre alle loro case. Si presume, però, che tali operazioni siano fatte per secondi fini, come quello di terrorizzare le popolazioni e renderle così succubi della loro volontà.
Nino Barli, Vicende di guerra partigiana. Diario 1943-1945, Valli Arroscia e Tanaro, ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, 1994
 
La Val di Diano è ancora sgombera, la I^ Brigata ["Silvano Belgrano"] chiede cosa debba fare. Non possiamo dare ordini perché Giorgio [Giorgio Olivero, comandante della Divisione "Silvio Bonfante"] e Boris [Gustavo Berio, vice commissario della Divisione Bonfante] sono al di là della «28», di Pantera [Luigi Massabò, vice comandante della Divisione "Silvio Bonfante"] ignoriamo la sorte, il S.I.M. è ormai isolato e disperso, siamo senza notizie  delle altre due Brigate. Se la staffetta riuscirà a tornare indietro potrà solo riferire la situazione portando le esortazioni di Osvaldo [Osvaldo Contestabile] per la I^ Brigata: che si tenga pronta perché il nemico può irrompere nella Valle di Diano da un momento all'altro.
A noi che conviene fare? Attendere Pantera può essere inutile e diventare pericoloso. Rimanendo potremmo ancora servirci deirifugi, ma se la situazione si aggravasse  ancora potremmo sempre contare che i borghesi possano rifornirci?  
A Degna poi molti credono che qui ci sia l'intero Comando divisionale, se un civile tradisse, e dopo le recenti esperienze non possiamo escluderlo, il nemico può piombarci sopra con forze ingenti.
Attendere così passivamente la sorte mentre il nemico scorazza impunemente nella zona crea in noi una situazione morale sempre più penosa che avrebbe potuto prolungarsi per chi sa quanto tempo: l'esempio della Cascione e del rastrellamento di Fontane ci indicava che i rastrellamenti invernali erano assai lunghi. La Val di Diano è ancora libera, forse anche parte della valle di Cervo. Se fossimo partiti ieri anche la via sarebbe stata aperta, ora invece...  Però la staffetta era riuscita a passare; a stento, ma era passata.
Sì, ma al ritorno?... Al ritorno forse il nemico avrà aumentata la sorveglianza e chissà se si potrà ancora?... Con la neve che nei versanti in ombra è ancora alta c'è il rischio di essere scoperti da lontano dovendo percorrere lunghi tratti allo scoperto. Il dubbio è assillante, qui penso che il nostro compito sia ormai finito: bisogna provvedere alla nostra salvezza e solo quando il rastrellamento sarà finito ognuno riprenderà i suoi compiti se il movimento riuscirà a sopravvivere.
Il giomo 24 il nucleo del Comando di Segua [n.d.r.: Segua è Frazione del Comune di Casanova Lerrone in provincia di Savona] si scioglie: in Val Lerrone il Comando italo-tedesco ha pubblicato un bando invitando tutti coloro che, obbedendo alla falsa propaganda nemica, hanno cercato rifugio sui monti, a presentarsi entro le quarantotto ore. «A coloro che si presenteranno si fa garanzia della vita, gli altri saranno passati per le armi; uguale sorte avranno i borghesi che presteranno loro aiuto o che verranno trovati in possesso di roba  militare,  anche vestiario o coperte. Le loro case verranno incendiate».
Dal bando appariva chiara l'intenzione nemica di rastrellare in grande stile e di terrorizzare i civili.
Gino Glorio (Magnesia), Alpi Marittime 1943-45. Diario di un partigiano - II parte, Nuova Editrice Genovese, 1980, p. 140 
 
26 gennaio 1945 - Sono le 8,30 e nel solito prato [di Pieve di Teco] gli otto sanmarchini già passati ai partigiani e catturati l'altro giorno nell'azione militare a Bosco vengono fucilati. Il paese terrorizzato è deserto - i pochi che vi si incontrano passano frettolosi per raggiungere le loro case -. Non una parola viene pronunciata da nessuno; si direbbero tutti ammutoliti dallo sgomento.
27 gennaio 1945 - Uno dei sanmarchini superstiti, ferito al ventre, è morto alle 10,30 di stamane all'ospedale [n.d.r.: Barli pensava a Dante Rossi, che, invece, riuscì a salvarsi con l'aiuto di un infermiere tedesco, sacerdote cattolico, che fece passare per Rossi il cadavere di una persona anziana deceduta di morte naturale]. Sono le 11,30: i due patrioti rastellati in Rezzo, trasportati in Pieve e condannati a morte, non sono ancora stati fucilati.
28 gennaio 1945 - Stamattina alle 9,30 ho parlato col Commissario Provinciale della Croce Rossa, Dott. Amoretti, dentista di Oneglia, e col rappresentante della Federazione di Imperia, affinché si interessino per ottenere un trattamento meno disumano in Pieve. Mi hanno dato assicurazione in merito.
29 gennaio 1945 - Sono partiti gli alpini repubblichini (Monte Rosa) ma, da Triora son giunti i granatieri repubblichini già inviati colà per operazioni di rastrellamento.
Nino Barli, Op. cit.

27 gennaio 1945 - Dal comando del Distaccamento "Giovanni Garbagnati" al comando della I^ Brigata "Silvano Belgrano" della Divisione "Silvio Bonfante" - Relazione sull'attacco subito nelle vicinanze di Ginestro dalla II^ e III^ squadra, attacco condotto da reparti della Divisione Monterosa e dalla Divisione Muti.
31 gennaio 1945 - Dal comando della Divisione "Silvio Bonfante" al Comando Operativo della I^ Zona Liguria - Relazione sui rastrellamenti subiti il 10 ed il 20 gennaio 1945 "nelle valli di Caprauna, Arroscia, Lerrone e Andora. Dopo l'arresto del comandante Menini ebbe inizio l'atteso rastrellamento nelle valli suddette. Il 10 gennaio una colonna di tedeschi, partita da Pieve di Teco, circonda Gavenola e rastrella il paese, catturando il garibaldino 'Carletto', il quale ha tradito i propri compagni facendo giungere i tedeschi presso la sede del capo di Stato Maggiore ma con esito per loro sfavorevole. Il giorno 20 gennaio avveniva il temuto rastrellamento a catena ad opera di forze della RSI e di alcuni reparti tedeschi. Furono attaccate formazioni della II^ e della III^ Brigata; a Bosco il nostro presidio venne dopo una battaglia catturato quasi al completo. Dei 16 garibaldini arrestati, 12 riuscivano a fuggire, evitando la fucilazione. Contemporaneo a questo attacco vi fu quello di Degolla, in cui i garibaldini ebbero 3 morti, 1 ferito e 8 uomini presi prigionieri. A Gazzo un'altra colonna, guidata dall'ex garibaldino 'Boll', catturò l'intera famiglia di 'Ramon' [Raymond Rosso], non riuscendo a sorprendere il nostro capo di Stato Maggiore. A Nasino il Distaccamento "Giannino Bortolotti" infliggeva alcune perdite al nemico e poteva ritirarsi. Il 26 gennaio il commissario di Brigata [III^ Brigata "Ettore Bacigalupo"] 'Gapon' [Felice Scotto] veniva attaccato dai soldati della RSI, ma infliggeva loro la perdita di 6 uomini. I soldati repubblicani occupavano Alto, Nasino, Borgo Ranzo, Borghetto d'Arroscia, Ubaga e Ubaghetta; il 21 gennaio occupavano altresì Casanova Lerrone, Marmoreo, Garlenda, Testico, San Damiano, Degna e Vellego. Il 22 gennaio il nemico abbandonava Borghetto d'Arroscia, Ubaga e Ubaghetta. Il 27 gennaio le forze avversarie attaccavano una squadra la quale riportava la perdita di 2 garibaldini. Durante il rastrellamento il capo di Stato Maggiore della Divisione insieme ai comandanti 'Cimitero' [Bruno Schivo] e 'Meazza' [Pietro Maggio] con 2 Distaccamenti attaccavano in più punti il nemico infliggendo la perdita di 13 uomini e subendo l'uccisione di un solo partigiano".
31 gennaio 1945 - Dal comando della Divisione "Silvio Bonfante" allegato n° 24 circa le perdite subite nel mese di gennaio 1945: "il giorno 1 perirono Badano Ezio, Menini Lionello e Valduna Giovanni ad Armo; il 2 Emilio Zamboni, nativo di Dernis (Jugoslavia); il 3 Lorenzo Gracco; il 15 Italo Menicucci; il 20, a Bosco, Gino Bellato, William Bertazzini, Gospar, soldato russo, Rolando Martini e perirono in altre località Antonino Amato, Giuseppe Cognein *, Mario Miscioscia, Attilio Obbia, Franco Riccolano *; il 22 a Pogli Giuseppe Caimarini e Settimio Vignola; il 23 Germano Cardoletti (1); il 26 Ettore Talluri, Bruno Cavalli, Walter Del Carpio, Giuseppe Lobba, Oreste Medica, Ugo Moschi, Luciano Mantovani, Fausto Romano, tutti deceduti a Degolla [n.d.r.: in effetti, Renato Luciano Mantovani, Balilla, un sedicenne nato a Treviso, residente a Venezia, risulta - da fonti successive, quindi, non da questo dispaccio scritto in guerra sotto l'incalzare degli eventi - fucilato a Pieve di Teco]; e a Cappella Soprana Renzo Orbotti; il 27 a Ginestro Mario Longhi (Brescia) e Silvio Paloni (Romano)
   * Proposte assegnazione medaglia d'argento alla memoria a Giuseppe Cognein e a Franco Riccolano * morti il 20 gennaio 1945. * Descritti anche da Don Giacomo Negro, arciprete di Bacelega al C.O. I^ Zona.
   (1) 'Redaval' Germano Cardoletti ex San Marco - IV^ Brigata "Domenico Arnera" - ucciso il 23 gennaio 1945 ai Piani di Ubaghetta dai Cacciatori degli Appennnini
2 febbraio 1945 - Dal comando della Divisione "Silvio Bonfante" al Comando Operativo della I^ Zona Liguria - Relazione sui fatti di Ginestro e di Testico del 27 gennaio 1945, quando vennero attaccate 2 squadre del Distaccamento "Garbagnati" e rimasero uccisi "Brescia" [Mario Longhi] e "Romano" [Silvio Paloni].
da documenti IsrecIm in Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell'Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945) - Tomo II - Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Facoltà di Scienze della Formazione, Corso di Laurea in Pedagogia - Anno Accademico 1998 - 1999

Mario Longhi. Fonte: ANPI Savona cit. infra

Mario Longhi, Brescia. Sorpreso a Ginestro durante un rastrellamento, sprezzante del pericolo non ascolta l’invito a ripararsi: una prima raffica gli frantuma l’arma; una seconda lo colpisce al ventre. E’ il 27 gennaio 1945.
A Mario Longhi è intitolato un Distaccamento della Brigata “Arnera” - Divisione d’assalto Garibaldi “Silvio Bonfante”.
Redazione, Arrivano i Partigiani, inserto "2. Le formazioni di montagna della I^ e della VI^ Zona Operativa Ligure che operavano nella provincia di Savona", I RESISTENTI, ANPI Savona, 2011   




Immagini del funerale del partigiano Mario Longhi. Fonte: vedere art. cit. infra

Mario Longhi partigiano della brigata Garibaldi nato a S. Eufemia nel 1924 e ucciso dai tedeschi in provincia di Savona nel gennaio del 1945 (insignito della croce al valor militare alla memoria)
Redazione, Funerale Mario Longhi 13/04/1947, era sant'eufemia della fonte  

giovedì 16 luglio 2020

Un fallito reclutamento dei partigiani alla caserma di Santa Lucia in Oneglia


[...] con questa azione [incursione a fine giugno 1944 nella caserma Siffredi di Oneglia ad Imperia] guadagnai molta simpatia da parte di quelli che provavano diffidenza nei miei riguardi, essendo stato nella organizzazione tedesca TODT.
Ritornando al racconto di prima, una volta giunti a destinazione con il carico dei fucili, trascorremmo alcuni giorni come sono soliti fare i militari: pulizia alle armi, guardia, corvée in cucina, spaccatura della legna da ardere, qualche riunione di carattere politico e simili.
Ma, dopo qualche giorno, "Merlo" [Nello Bruno caduto il 25 gennaio 1945 da commissario di un Distaccamento della IV^ Brigata "Elsio Guarrini" della II^ Divisione Felice Cascione"] mi chiamò nel suo ufficio io e lui soli, facendomi questo discorso: "Visto che alla Siffredi hai fatto un buon lavoro e siccome sono stato informato che nella caserma di Santa Lucia hanno dislocato un ventina di militari comandati da un sergente maggiore, il quale pare non sia convinto di servire ancora la Repubblica di Salò e si dimostra desideroso di sapere come vanno le cose in montagna, dovresti con grande prudenza prendere contatto in qualche modo con il militare e creare le condizioni per compiere un'azione come alla caserma Siffredi".
Risposi che non avevo nulla in contrario; sarei andato prima a parlare con la persona che avrebbe potuto aiutarmi [...] mi sembra che tale persona sia stata Guerrino Peruzzi, ancora vivo, fidatissimo antifascista (due suoi fratelli, Armando e Luigi, avevano combattuto nelle Brigate Internazionali contro Franco in Spagna durante la guerra civile 1936 - 1939. Armando cadde in combattimento durante l'offensiva fascista nel levante, nel marzo 1938).
Il Peruzzi mi dava la massima garanzia. Perciò decisi di scendere ad Oneglia insieme al partigiano Carlo, detto "Gallo du Bimbu", la cui fidanzata abitava vicino alla caserma di Santa Lucia. Il mattino seguente partimmo per la città scendendo dalla parte delle Cascine.
Inizialmente Carlo raggiunse la sua fidanzata ed io la mia casa destando sorpresa e contentezza in famiglia. Contentezza che si tramutò in preoccupazione quando illustrai ai miei familiari  il motivo della mia venuta in città. Li tranquillizzai dicendo loro che l'azione era già stata concordata con il sergente maggiore. Mangiai e per una notte dormii bene.
Il mattino successivo raggiunsi con Carlo la sua fidanzata mettendola al corrente dell'operazione che intendevamo compiere. Ci disse che probabilmente qualche soldato repubblichino voleva fuggire, compreso il sergente. Infatti, le avevano chiesto se aveva notizie dei partigiani, dove e quanti erano, come erano armati, ecc.
Domande che assumevano duplice interpretazione: conoscere, nel caso fossero fuggiti, dove sarebbero potuti finire, oppure carpire notizie sui partigiani. Erano tempi nei quali bisognava stare attenti: era sempre meglio essere più diffidenti che creduloni.
Chiesi alla fidanzata di Carlo di trovare un modo per avvicinare e parlare con il sergente maggiore, magari invitandolo nel pomeriggio a prendere un caffé (di surrogato). Lei mi rispose che non sarebbe stata cosa difficile dato che lo conosceva bene e sovente parlavano del più e del meno. Le suggerii di non avere fretta, di non dargli l'impressione che fosse una cosa urgente, insomma, di non allarmarlo. [...]
Il sergente, già veterano d'Africa, di Grecia e della Jugoslavia, di età sulla trentina, annuiva. Forse, più stufo di noi, e sposato, sperava che tutto finisse al più presto per tornarsene a casa. A questo punto, con accortezza, gli feci capire che forse i partigiani erano dalla parte giusta e potevano con le loro azioni accelerare la fine dell'inutile guerra. [...] Cercavo di rendere più credibile il discorso, anche con bugie, perché fino a quel momento gli angloamericani non ci avevano rifornito di niente.
Mi parve che il sergente rimanesse positivamente impressionato dalle mie dichiarazioni, tanto che la soluzione di andare in montagna gli sarebbe piaciuta, ma disse che prima avrebbe dovuto convincere i suoi soldati ad andare con lui, senza che si verificassero delle defezioni [...] aggiunsi che io ed il mio amico Carlo ci saremmo aggregati a loro [...]
Ma la mattina del giorno in cui dovevamo compiere l'operazione - erano circa le ore sei - venne correndo a casa mia la mamma di Carlo e concitatamente mi informò che alla caserma di Santa Lucia era giunto un autocarro con soldati tedeschi, i quali avevano disarmato i militari della Repubblica Sociale Italiana ivi accantonati e li stavano caricando sull'autocarro come bestie.
Mi disse che suo figlio, a scanso di pericoli, era già fuggito in montagna e mi consigliava di fare altrettanto, avendo avuto paura che il sergente maggiore avesse raccontato tutto ai tedeschi (cosa inverosimile perché la famiglia della fidanzata di Carlo non ebbe nessun fastidio). Di fronte a questa situazione raccolsi alla svelta i miei indumenti, salutai i miei cari e mi diressi verso la montagna. Quando giunsi al distaccamento raccontai tutto a "Merlo", il quale mi disse che avevo agito bene e che probabilmente il fallimento dell'operazione era dovuto a qualche chiacchiera di troppo di una delle due giovani; l'importante era che l'operazione fosse terminata senza danni per me e per Carlo, sperando che altrettanto avvenisse per quei poveri soldati.

Sandro Badellino *, Mia memoria partigiana. Esperienze di vita e vicende di lotta per la libertà di un garibaldino imperiese (1944-1945), edizioni Amadeo, Imperia, 1998

* Sandro Sandro Badellino. Entrò a far parte della Resistenza il 10 Maggio 1944, nella squadra comandata da Angelo Setti "Mirko", che operava nella zona del Monte Acquarone, tra la Valle Impero e la Val Caramagna. Quasi subito partecipò ad una prima fortunata azione alla Caserma "Siffredi" di Oneglia, che comportò un buon bottino di armi. In seguito passò nella formazione "Volante" di Silvio Bonfante "Cion" che agiva nella Val Steria (Testico, Rossi, Stellanello), e nella "Volantina" del Comandante "Mancen" Massimo Gismondi [in seguito comandante della I^ Brigata d'Assalto Garibaldi "Silvano Belgrano" della Divisione "Silvio Bonfante"]. Ai primi di agosto 1944, durante uno scontro, Badellino subì varie ferite che lo costrinsero convalescente per un mese dopo essere sfuggito alla cattura. Costretto nuovamente alla fuga dal suo rifugio in seguito ad una spiata, raggiunse il Bosco di Rezzo nella circostanza del famoso rastrellamento che si concluderà con la Battaglia di Monte Grande. Sebbene ferito, vi partecipò affiancando la squadra di mortaisti che, colpendo le postazioni tedesche da San Bernardo di Conio [Borgomaro (IM)], ebbe un ruolo determinante nella riuscita dell’operazione. In seguito ricoprì l'incarico di intendente presso il Distaccamento "Comando" di Mancen. Il 25 Aprile 1945 scese ad Andora (SV) in qualità di Commissario di Brigata.
da Vittorio Detassis su Isrecim

venerdì 10 luglio 2020

Lo scontro di Vessalico (IM) è concluso, l'ultimo prima del grande rastrellamento

Vessalico (IM) - Fonte: Wikipedia
 
Per attenuare la cronica penuria di armi e di munizioni nei primi giorni di ottobre 1944 vennero condotte dai partigiani della II^ Divisione "Felice Cascione" diverse azioni contro alcune caserme occupate dal nemico.
Intensificando la battaglia per la distruzione  dei ponti per ostacolare il previsto grande rastrellamento nemico, la notte del 5 ottobre 1944 gli uomini del Distaccamento di Raymond (Ramon) Rosso [il quale diventerà in seguito capo di Stato Maggiore della I^ Brigata "Silvano Belgrano" della  Divisione "Silvio Bonfante"] fecero saltare il ponte di Borgo di Ranzo, nel comune di Ranzo (IM).
Doveva seguire la stessa sorte il ponte di Vessalico (IM), già distrutto il 4 luglio 1944.
I tedeschi, per riattivarlo, avevano dislocato un presidio di sessanta uomini con cinque mitragliatori. Decisi ad attaccarlo, il giorno 8 ottobre 1944 i comandanti “Cion” [Silvio Bonfante], Giorgio, [Giorgio Olivero, comandante della Divisione "Silvio Bonfante"] e Stalin [in seguito Franco Bianchi, comandante del Distaccamento "Giovanni Garbagnati" della I^ Brigata "Silvano Belgrano" della Divisione "Silvio Bonfante"] radunano gli uomini: trenta garibaldini del Distaccamento d'assalto “Giovanni Garbagnati”, che sostavano a Pieve di Teco (IM) dopo l'attacco a Cesio (IM), e quindici uomini del Distaccamento "Giuseppe Maccanò" della III^ Brigata "Ettore Bacigalupo", comandati da Fra Diavolo [anche Garibaldi, Giuseppe Garibaldi, già a capo nell'autunno 1943 di un piccolo gruppo partigiano in Cipressa (IM), verso la fine della guerra comandante della IV^ Brigata "Domenico Arnera" della Divisione "Silvio Bonfante"] ...
Rocco Fava, La Resistenza nell'Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945) - Tomo I - Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Facoltà di Scienze della Formazione, Corso di Laurea in Pedagogia - Anno Accademico 1998 - 1999 

Intanto i cittadini di Vessalico, temendo una rappresaglia, inviano presso il Comando partigiano il civile Giovanni Aicardi con il compito di farlo desistere dall'impresa e con l'offerta di settemila lire.
Ma il comando risponde che non può rinunciare all'impresa, data la drammatica situazione incombente.
L'avvicinamento a Vessalico è compiuto all'indomani alle 6 antimeridiane. 
A Perinetti [Frazione di Vessalico (IM)] i garibaldini si dispongono su tre colonne, ciascuna composta da due squadre, con armamento complessivo di sette mitragliatori, due lanciagranate e alcune armi automatiche di vario genere. Fra i partigiani alcuni sono militi che hanno abbandonato il battaglione “San Marco”: riceveranno per la prima volta il battesimo del fuoco.
Come convenuto, raggiunte le posizioni a loro assegnate a cento metri di distanza e a quaranta metri circa di quota sopra il ponte, alle 7 due squadre garibaldine si appostano per una buona mezz'ora in attesa del colpo di pistola che sarebbe dovuto partire dalla colonna centrale come segnale d'attacco. Però quest'ultima, impossibilitata a seguire la strada troppo scoperta e a portarsi dietro la prima, fa mancare il segnale convenuto.

Accortisi dell'insidia, i tedeschi danno l'allarme abbandonando il ponte in costruzione.

Attuato da Cion un lancio di manifestini invitanti alla resa gli Slavi e gli Austriaci presenti nel presidio - desiderosi di disertare - e inviata la ragazza Domenica Delfino per persuaderli a farlo veramente, viene sferrato un attacco violentissimo.

Totalmente disorganizzato e sprovveduto, il nemico non reagisce immediatamente e si richiude nel frantoio di Giobatta Aicardi.
Raggiunto intanto il fianco sinistro della Valle all'altezza del paese, la terza colonna partecipa all'attacco effettuato dai due lati del fiume che, in piena, ritarda l'azione delle colonne agenti a destra.
Riusciti a penetrare nell'abitato avanzano in piedi sotto le raffiche nemiche e tra la meraviglia e il terrore degli ex “San Marco”.

Guidati da Cion, Stalin e Fra Diavolo, i partigiani a colpi di bombe a mano snidano alcuni nemici: i superstiti si danno prigionieri.

Tra i garibaldini il primo a rimanere ferito è Calogero Madonia (Carlo Siciliano): colpito sotto il ginocchio mentre guada il fiume, riesce con i lacci di una scarpa a legarsi stretta la gamba sinistra e, abbandonatosi alla corrente, è raccolto e salvato dal compagno d'armi Agostino Guglieri (Barba).

E' difficile snidare il nemico che, trinceratosi nelle case, tira dalle finestre.
Ormai le munizioni scarseggiano e, dopo tre ore e mezza di fuoco, lasciato il comando a Giorgio  Olivero, che continua l'azione per un'altra ora, Cion rientra a Pieve di Teco (IM) per accompagnare il ferito e i sette prigionieri.
Anche Giorgio con i suoi uomini si ritira, presupponendo un arrivo di rinforzi da Pogli [Frazione di Ortovero (SV)] e da Cesio (IM), nel quale ultimo paese la guarnigione della brigata nera era stata rinforzata.

Ha luogo una tregua alle ore 11, durante la quale vengono trovati due tedeschi caduti ed il cadavere del civile Giuseppe Gandolini ucciso accidentalmente.
Non ancora soddisfatto dell'azione, liberatosi dei prigionieri e del ferito, fedele al suo temerario impulso, con un mitragliatore e seguito da quattro coraggiosi compagni per continuare la lotta, Cion ritorna verso Vessalico (IM) per catturare ancora altri soldati.

Riordinate le file, il nemico ora è all'erta in attesa del ritorno offensivo dei garibaldini.

Giunti nei pressi di una segheria dei Piana posta nelle vicinanze del paese, i patrioti iniziano l'attraversamento del torrente Arroscia per condurre l'azione di attacco.

Cion è il primo della fila. Poi vengono Alessandro Nuti (Scrivan), Primo Cei (Wan Stiller), Vittorio  Amoretti (Vittore), Franco Bianchi (Stalin).
Dal campanile della chiesa partono delle raffiche di Mayerling.
Cion viene colpito alle gambe, fa un giro su se stesso ed urla "Non lasciatemi qui!
Sotto le raffiche tedesche riescono a trascinarlo al sicuro.

Poi è la volta di Sandro Nuti (Scrivan) di Oneglia, che armato di Saint-Etienne deve attraversare un piccolo fossato, che un tedesco appostato batte dal campanile. Quando un partigiano deve passare, un mitragliatore partigiano in postazione dall'alto lato del fossato tira una raffica sul campanile obbligando il nemico a nascondersi per un istante. Scrivan compie un balzo portandosi dietro ad un cespuglio per raccogliere un caricatore, ma una raffica nemica lo investe e gli sbriciola un gomito in modo grave.  Cade e rimane quasi dissanguato, ma i compagni riescono a trarlo in salvo, coprendolo col fuoco delle loro armi e trascinandolo attraverso l'acqua corrente legato ad un nastro di mitragliatrice.

La popolazione sfolla sui monti per timore della rappresaglia nazista.

Rientrati a Pieve di Teco, i garibaldini, dopo aver medicato i feriti, attuano un forte pattugliamento per coprire la ritirata dei feriti, portati a Mendatica (IM) con un camion e da lì a Piaggia [Frazione di Briga Alta (CN)] verso le 2 di notte.
Totalmente sgomberato Vessalico, Raimondo Rosso (Ramon) controlla il movimento nemico tra Pogli e il suddetto paese.

La sera del giorno stesso del combattimento un forte nucleo di tedeschi, guidati da due capitani e da due subalterni, invade il paese, rastrella i pochi civili rimasti e libera i tedeschi ancora nascosti nell'abitato.
Nonostante le minacce non viene compiuta alcuna rappresaglia nel timore che i partigiani possano giustiziare i sette tedeschi in loro mani.

Cinque ostaggi, Francesco Degola, Domenico Aicardi, Domenico Gerini e Giacomo Guido, portati a Bastia d'Albenga (SV), verranno rilasciati il 19 ottobre 1944.

Allontanatisi i tedeschi e giunta la notizia di un croato ferito, il parroco don Angelo Cervetto si reca nel frantoio dell'Aicardi dove si trova questo ferito assistito da un commilitone. Prestate le cure, i due vengono internati all'ospedale di Piaggia (CN).

Accanto al frantoio è rivenuto il cadavere di un altro tedesco, che viene restituito al comando tedesco di Villanova d'Albenga (SV).

I tedeschi, che hanno intanto abbandonato Vessalico (IM), compiono puntate oltre Ormea (CN) e San Bernardo di Conio [nel comune di Borgomaro (IM] con la speranza di rintracciare i partigiani. Nell'azione hanno avuto quindici soldati caduti, dodici feriti, cinque prigionieri, perduti i muli e i cavalli delle salmerie.

Il ponte viene definitivamente distrutto da una squadra del Distaccamento “Giovanni Garbagnati”.

I prigionieri, Slavi, Austriaci, Croati, di cui uno ferito, giungono il giorno seguente al comando Divisione per l'interrogatorio. Seguono il 10 di ottobre altri due Slavi che avevano disertato.

Ricercate dal nemico fuggono a Piaggia  [Frazione di Briga Alta (CN)] anche le famiglie di Massimo Gismondi (Mancen) e di Cion.
Grazie all'attività della staffetta Secondino Rovere (Uliano), che cade in mano nemica, ma poi si libera, da Albenga riesce a portare a Piaggia, col lasciapassare dei tedeschi, il professore Abbo per amputare la gamba di Cion: la gamba, invece, viene salvata con profonde incisioni ed efficaci disinfezioni.

Due brigatisti neri, catturati in borghese con l'aiuto di un contadino presso Casanova Lerrone (SV), sono fucilati.

Lo scontro di Vessalico (IM) è concluso: l'ultimo prima del grande rastrellamento che ormai sta per avere inizio, mentre la pioggia, il nevischio e il freddo continuano ad imperversare.

Francesco Biga, Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria), Vol. III. Da settembre a fine anno 1944, a cura dell'Amministrazione Provinciale di Imperia e con il patrocinio dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, Milanostampa Editore - Farigliano, 1977
 

Fonte: Fondazione Luigi Micheletti

[n.d.r.: quasi a conferma del momento di difficoltà attraversato dai partigiani della Divisione Cascione esiste un promemoria, messo all'attenzione dello stesso Mussolini, indicato quale capo di Stato Maggiore della G.N.R., e relativo ad una copia di una circolare della Brigata "Belgrano", riportante la dislocazione dei distaccamenti garibaldini, trasmesso perlomeno nel bollettino giornaliero della G.N.R., come si evince, per l'appunto, dal Notiziario della Guardia Nazionale Repubblicana del 4 ottobre 1944, pp. 28-29 (Fonte: Fondazione Luigi Micheletti)] 



sabato 4 luglio 2020

Non era un ammiraglio, ma il Curto

Molini di Triora (IM). Fonte: Mapio.net

Intanto Curto [Nino Siccardi], il 28 marzo '44 ha preso definitivamente e direttamente il comando dei gruppi partigiani di montagna derivati dalla banda Cascione.
Qualche giorno dopo, informato della presenza di un gruppo di guerriglieri dalla parte di Ventimiglia, manda in quella zona due suoi partigiani (Angelo Setti o «Mirko» e «Peppù» di Carpasio), perché si informino; a questi, giunti nella zona, si dirà che si tratta del gruppo di Tento e di Vittò [Giuseppe Vittorio Guglielmo]; ed essi torneranno indietro a riferire, affinché i contatti vengano presi dal fondovalle.
In tal senso era già stato dato incarico a Erven *.
Ancora prima del ferimento di Vittò, qualche incontro diretto vi era già stato - per la questione dei rifornimenti - fra Vittò e Mario Cichéro, collaboratore di Erven. Il Cichéro era entrato in relazione con Vittò appunto per incarico avuto dal suo Partito, il PCI, e dal Comitato di Arma di Taggia.
Vittò si era pure incontrato, qualche volta, col farmacista di Molini di Triora.
Infine, in ora notturna, fra una domenica e il lunedì, sulla strada Cetta-Molini, avvenne il predisposto incontro di Erven con Tento e Vittò, durante il quale Erven propose l'adesione all'organizzazione garibaldina, che Curto, per incarico del PCI, cercava di costituire e di potenziare, e che aveva avuto il suo primo nucleo nella banda Cascione.
Tale incontro Erven-Tento-Vittò avvenne dopo il ferimento di Vittò a Gavano; anzi, almeno parecchi giorni dopo; nell'aprile del '44, certamente non prima dell'aprile [...]
Giovanni Strato, Storia della Resistenza Imperiese (I^ zona Liguria) - Vol. I. La Resistenza nella provincia di Imperia dalle origini a metà giugno 1944, Editrice Liguria, Savona, 1976, ristampa del 2005 a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, p. 272  
* Bruno "Erven" Luppi. Nato a Novi di Modena l'8 maggio 1916. Figlio di un antifascista, fin da ragazzo prese parte alla lotta clandestina contro il regime fascista e, nel 1935, venne arrestato e incarcerato a Modena.  Trasferitosi a Taggia (IM), si inserì nell'organizzazione comunista clandestina di Sanremo (IM). L'8 settembre 1943 era ufficiale dell'esercito quando venne catturato dai tedeschi. Riuscì però a fuggire a Roma dove partecipò ai combattimenti di Porta San Paolo. Tornato nuovamente in Liguria, fu tra gli organizzatori della lotta armata ed entrò a far parte del C.L.N. di Sanremo. Per incarico della Federazione Comunista di Imperia il 20 giugno 1944 organizzò, con altri dirigenti del partito, la prima formazione regolare partigiana del ponente ligure, la IX^ Brigata d'Assalto Garibaldi "Felice Cascione", con sede nel bosco di Rezzo (IM), la quale diventò a luglio 1944 la II^ Divisione "Felice Cascione".  Il 27 giugno 1944 da comandante di Distaccamento venne gravemente ferito nella battaglia di Sella Carpe tra Baiardo (IM) e Badalucco (IM). Per mesi riuscì avventurosamente, ancorché costretto alla macchia pur nelle sue tragiche condizioni di salute, a sottrarsi alla cattura da parte del nemico. In seguito, appena guarito, assunse la carica di vice commissario della I^ Zona Operativa Liguria.  Vittorio Detassis
 
Il C.L.N. che iniziò un'opera di coordinamento e di aiuto tra le varie formazioni partigiane della provincia di Imperia [...]
Fu il dott. Vallini, il farmacista di Molini di Triora (IM) ad essere l'anello di congiunzione [per il gruppo] di Vitò [Giuseppe Vittorio Guglielmo].
Era impossibile circolare. Bisognava provvedere a liberare certe zone [dai nazifascisti] per poter ricongiungere i vari gruppi di patrioti.
Nelle parole di Vitò: "Il farmacista di Molini di Triora mi avvertì un giorno che mi dovevo incontrare con un ammiraglio. Non sapevo né il come né il perché di questo incontro. Il fatto mi preoccupava. Parlare con un ammiraglio mi confondeva. Sapevo che il re era passato con gli alleati contro i tedeschi e quindi era possibile che un suo alto ufficiale..."
Ci andasti con una scorta?
"Sì. Veramente no. Avevo con me qualche uomo che però rimase estraneo alla vicenda".
Temevi qualche tranello?
"In verità sì. Erano momenti difficili":
Dove [o alla fine di marzo o ai primi di aprile 1944] vi incontraste?
"A Molini di Triora. Il farmacista mi accompagnò in un suo piccolo podere fuori paese. Era già buio ed il timore di un tranello mi rendeva guardingo. Potevo trovarmi davanti ad una spia o anche a un sicario, un killer come si dice oggi. Era in una casetta. Mi avvicinai a lui e gli puntai la pistola in un fianco per avvertirlo delle mie intenzioni".
Come si comportò l'ammiraglio?
"Non era un ammiraglio, ma il Curto [Nino Siccardi], capitano di lungo corso. Mi colpì subito la sua imperturbabilità, la sua audacia, il suo sprezzo del pericolo. Non si impressionò affatto della mia iniziale aggressione e pacatamente con vero sangue freddo mi disse che facevo benissimo a tenerlo sotto tiro, perché la prudenza non è mai troppa".
Il farmacista si interpose e li presentò. Il Curto parlò delle formazioni di Imperia e Vitò espose la consistenza di quelle di Goletta. Poi il Curto ritornò e visitò la Goletta. Si parlò di aiuto reciproco.
Erven [Bruno Luppi, in quel momento comandante di un distaccamento partigiano, in seguito vice commissario della I^ Zona Operativa Liguria] a nome del Comitato di Liberazione portò il primo contributo in danaro di 80.000 lire [...]
I gruppi del bosco di Rezzo (IM) e della Goletta divennero insieme la IX^ Brigata Garibaldi e poi la [II^] Divisione "Felice Cascione", che si divise a sua volta in tre Brigate, I^, IV^, V^.
Solo verso la fine della guerra si formò anche la Divisione "Silvio Bonfante" [in seguito ancora, dal 26 marzo 1945, VI^ Divisione "Silvio Bonfante"].
don Ermando Micheletto, La V^ Brigata d'Assalto Garibaldi "Luigi Nuvoloni" (Dal Diario di Domino nero - Ermando Micheletto), Edizioni Micheletto, Taggia (IM), 1975

Le prime informazioni relative all'esistenza della banda di Tento e Vittò [anche Ivano, Giuseppe Vittorio Guglielmo], operante in valle Argentina, U Curtu [Nino Siccardi] le ebbe all'inizio di aprile del '44 e si attivò immediatamente per allacciare i primi contatti [...] L'adesione da parte di Vittò e Tento ci fu da subito; il primo era già d'accordo, il secondo, in quanto non comunista, accettò anche in relazione ai vantaggi, in termini di aiuti concreti, che tutta la banda ne avrebbe ricavato. L'accordo venne accettato soltanto in seguito a un confronto con gli uomini del gruppo (all'epoca circa 25). I partigiani vennero radunati da Bruno Luppi (Erven) il quale fornì le delucidazioni del caso. Tutti aderirono senza riserve. Successivamente avvenne il primo incontro tra Vittò e U Curtu [...] I bandi di arruolamento tra le fila della Rsi determinarono un notevole afflusso di reclute tra le formazioni partigiane. L'ultimatum dei fascisti scadeva il 25 maggio e il 14 giugno venne diramata la circolare che stabiliva la costituzione della IX Brigata [d'Assalto Garibaldi "Felice Cascione"]. Fu così che Vittò divenne comandante del V Distaccamento.
Romano Lupi, VITTO'. Vita del comandante partigiano Vittorio Guglielmo, Quaderni sanremesi, Sanremo, 2011

[...] in concomitanza con l'aumentata pressione nazifascista, dal 28 marzo 1944 i maggiori gruppi partigiani, originati dalla "banda Cascione", vennero posti sotto il comando di Curto, che [...] riuscì a contattare anche le bande di "Tento", Pietro Tento, e di "Vitò" [Giuseppe Vittorio Guglielmo], le quali agivano nella parte occidentale della provincia di Imperia in Alta Valle Argentina con base alla Goletta di Triora (IM) [...] A fine maggio 1944 il Comando Generale per l'Alta Italia del Corpo Volontari della Libertà mandò disposizioni per la creazione in Liguria di un Comando unificato. Sorse così il primo Comando Militare Unificato Regionale Ligure (CMURL). La Liguria venne suddivisa in 4 zone in ottemperanza alle direttive impartite dal Comando Generale Alta Italia: I^ Zona Operativa, dalla Valle del Roia, estremo ponente della provincia di Imperia, a quella dell'Arroscia [...] Attorno al 13-14 giugno 1944, in considerazione del crescente numero di combattenti che agivano nel territorio, venne riconosciuta alle forze della Resistenza imperiese una nuova unità operativa, la IX^ Brigata d'Assalto Garibaldi "Felice Cascione".
Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell’Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945) - Tomo I - Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1998 - 1999

domenica 28 giugno 2020

I tedeschi hanno sì intenzione di diminuire i presidii, ma non di evacuare la zona


Ceva (CN) - Fonte: Wikipedia
A febbraio 1945 la situazione della guerra, disastrosa per la Germania, era ben nota alla popolazione del ponente ligure e, logicamente, anche ai partigiani: la speranza di tutti era che la pace fosse prossima.
Ci fu un incremento dei bombardamenti aereo-navali degli Alleati, principalmente indirizzati verso le città costiere, Imperia, Sanremo, Bordighera, verso i centri del confine italo-francese e verso alcuni paesi dell'entroterra, soprattutto della Valle Argentina. 
Queste azioni, tuttavia, raggiunsero solo in parte l'obiettivo di colpire i punti militari nevralgici, causando, di contro, non pochi danni e non poche vittime tra la popolazione civile. Alcuni reparti tedeschi dovettero in ogni caso, proprio per sfuggire ai bombardamenti, essere trasferiti.
Quella parte di popolazione dell'estremo ponente ligure, che sino a quel momento non si era schierata né contro né a favore della Repubblica Sociale e dell'occupazione tedesca, divenne, anche a fronte dell'incredibile incremento del caro vita (ad esempio, il prezzo della farina a 150 lire al chilogrammo), decisamente contraria ai nazifascisti.
La situazione bellica internazionale, la pressione militare alleata, il malcontento della popolazione e, non ultima, l'accresciuta efficienza delle operazioni dei partigiani, furono le principali cause che spinsero i comandi tedeschi alla decisione di abbandonare progressivamente il ponente ligure.

Dall'inizio di febbraio, infatti, i Servizi Informativi Militari (S.I.M.) della II^ Divisione "Felice Cascione" e della Divisione "Silvio Bonfante" segnalarono un continuo esodo di militari tedeschi. 
Lo sganciamento non avvenne in modo massiccio, ma per piccoli contingenti che partivano, massime durante le ore notturne, con carriaggi, camion o treni. Le strade seguite per raggiungere i grandi centri del Piemonte e Genova erano la Via Aurelia e la Statale 28 Imperia-Ormea (Colle di Nava), la prima utilizzata soprattutto per il trasporto di materiale.
La statale del Colle di Nava, ritenuta vitale per la fuga, venne fatta costantemente oggetto di rastrellamenti per averne un forte controllo: su detta arteria transitavano i soldati tedeschi diretti agli allora importanti centri ferroviari di Ceva (CN) ed Ormea (CN).

Gli effettivi tedeschi nei mesi a seguire, pertanto, diminuirono in provincia di Imperia con questi spostamenti di truppe destinate ai fronti di guerra.

I soldati repubblichini, in particolare quelli della Divisione Monte Rosa e i Cacciatori degli Appennini, anche in vista di un ipotizzato, ma mai compiuto per intero, abbandono da parte tedesca del ponente ligure, furono designati a rimpiazzare i vuoti così creati. E non pochi tra di loro cercarono di passare nelle fila partigiane, dove non sempre furono accolti.

Verso la fine di febbraio si diffuse con insistenza la notizia che i tedeschi avrebbero imposto un coprifuoco di 72 ore in funzione di copertura di un loro totale ripiegamento: il che non avvenne, forse a causa dell'ormai certo esito del conflitto.

A fine febbraio 1945 i comandi tedeschi, accantonata l'ipotesi di uno sganciamento totale delle loro forze dalla provincia, cercarono tramite gli uomini della Repubblica di Salò un elenco completo della popolazione per poter procedere ad una chiamata generale alle armi.


Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell'Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945) - Tomo I - Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Facoltà di Scienze della Formazione, Corso di Laurea in Pedagogia - Anno Accademico 1998 - 1999

5 febbraio 1945 - Da "Citrato" [Angelo Ghiron del SIM, Servizio Informazioni Militari, della Divisione "Silvio Bonfante"] al responsabile SIM [Livio, Ugo Vitali] della Divisione "Silvio Bonfante" - missiva scritta a mano - Testo: "Sono partiti dalla vallata di Cervo i duecento tedeschi che vi si trovavano. Essi avevano già in antecedenza spediti via i loro bagagli. Questi si sono fermati due giorni ad Albenga, e sono poi proseguiti per Garessio - Ceva. Gli ultimi tedeschi sono partiti stamane. Anche da Andora e vallata è partito il comando del Battaglione e parte delle truppe. Sembra sia rimasta una sola compagnia. Notevole è sempre il numero di truppe di stanza nella zona di Diano Marina e Capo Berta, truppe che effettuano quasi giornalmente puntate verso l'interno della vallata. (circa 300 uomini) Secondo informazioni da Imperia anche da quella zona vengono segnalati spostamenti di truppe. È soprattutto notevole il numero di carri trasportanti equipaggiamento, viveri e materiale verso Savona, e tornanti vuoti in direzione opposta. Il fatto che anche viveri vengano trasportati sembrerebbe indicare non corrispondenti a verità le voci secondo cui si tratterebbe di un sempice cambio di truppe [...] Tedeschi e repubblicani si reputano ormai sicuri in questa zona dal pericolo di partigiani. Soprattutto i fascisti stanno esasperando la popolazione con il loro comportamento. Spero di avere sabato prossimo da Marco [probabilmente Nino Agnese] l'indirizzo che ho richiesto di S. 22. ["S. 22"/"Dino", G.B. Barla, in seguito responsabile SIM "Fondo Valle" della Divisione "Silvio Bonfante"], per mettermi in contatto con lui. Ad ogni modo ho ora trovato informatori a Diano ed Oneglia [...] Saluti. Citrato.
P.S. so ora che nella notte tra il 7 e l'8 sono transitati, diretti a Ventimiglia due treni carichi di munizioni. È quindi confermato che i tedeschi hanno sì intenzione di diminuire i presidii, ma non di evacuare la zona [...]
".

25 febbraio 1945 - Da "Corrado" al comando della Divisione "Silvio Bonfante" - Informava che "... Entro il 5 p.v. la RSI [Repubblica Sociale (di Salò)] dovrà consegnare ai tedeschi un elenco di tutti i cittadini italiani, forse per una mobilitazione generale...".

25 febbraio 1945 - Dalla Sezione SIM [Servizio Informazioni Militari] "Fondo Valle" della Divisione "Silvio Bonfante" al comando della I^ Zona Operativa Liguria ed al comando della Divisione "Silvio Bonfante" - Comunicava che "sembra che in Piemonte sia stato imposto un coprifuoco di 72 ore, durante il quale i tedeschi hanno fatto saltare i campi minati. Molti gerarchi hanno le automobili pronte per scappare e i militari della Muti cercano di conquistarsi la fiducia dei partigiani prigionieri. Gli ufficiali della RSI congedati sono stati sostituiti con altri di provata fede fascista provenienti da Alessandria... ".

26 marzo 1945 - Dal Comando Operativo [comandante "Curto", Nino Siccardi] della I^ Zona Liguria al comando [comandante "Giorgio", Giorgio Olivero] della Divisione "Silvio  Bonfante" - Comunicava che per ordine del Comando Militare Unificato Regionale [CMURL] la Divisione veniva rinominata "VI^ Divisione d'assalto Garibaldi Silvio Bonfante" e chiedeva notizie sull'imminente riunione tra CLN e garibaldini.

29 marzo 1945 - Da "Nemo" [Aldo Galvagno] alla Sezione SIM [Servizio Informazioni Militari] della VI^ Divisione "Silvio Bonfante" - Comunicava che era crescente la tensione nei tedeschi dovuta alle notizie provenienti dalla Germania; che continuavano piccoli spostamenti dei tedeschi verso il Piemonte; che, dopo le ultime partenze, a Pontedassio vi erano 100 tedeschi dell'artiglieria e della fanteria; che i soldati tedeschi che abbandonavano la zona diretti in Piemonte usavano mezzi contrassegnati dalla croce rossa, mezzi utilizzati anche per trasportare munizioni.

da documenti Isrecim in Rocco Fava, Op. cit., Tomo II

mercoledì 24 giugno 2020

Un partigiano "bridge blower"



Dintorni di Ceriana (IM)
Ghepeu, al secolo Sergio Grignolio, scuote l'indice verso di me e ride di un riso franco da buon ragazzone quale egli è. Adesso esageri... dice. Protesta allegramente perchè l'ho presentato al Governatore, capitano inglese Garigue, e ad altri ufficiali come il “bridge blower”, cioè l'uomo che fa “saltare i ponti”. Protesta e ride, ma si vede che ne è compiaciuto. In verità Ghepeu è il tipico partigiano. Alto, di membra possenti, ha una bellissima testa ricciuta ed un volto da buon ragazzo, illuminato da due magnifici occhi castani. Si tiene ritto innanzi al generale Graham, venuto a Sanremo in occasione della rivista della vittoria e della pace e si dondola un po' su una gamba ed un po' sull'altra, impacciato e rosso in volto. Nessuno immaginerebbe che egli è stato, durante tutta la guerra di liberazione uno dei nostri patrioti più valorosi. Ha preso parte a combattimenti, agguati, sorprese, è stato in “galera”, ha sposato la morte decine di volte, ha subito la tortura. Ed ha soltanto diciannove anni.
 
Raccontaci come hai fatto a distruggere il ponte della Madonna della Villa.
 
Non qui... fuori mi risponde e vedo che è veramente sulle spine. E l'intervista col generale Graham ed il capitano Garigue finisce. Ghepeu ritorna al suo risotto...ahimé troppo esiguo per il suo appetito... ma finito il pranzo mantiene la promessa.
Ritto innanzi a me parla ed agisce illustrando con potenza drammatica il suo semplice racconto che ha la forza di un'epopea. Quando avvenne l'impresa? Interrogo. Ai primi di settembre 1944. Mi trovavo nuovamente fra i miei compagni, in montagna. Ritornavi in città? Ritornavo dalla prigione... ma questa è un'altra storia. Accennala, può essere interessante.
 
In poche parole, l'affare andò cosi. Dopo aver fatto saltare i Tre Ponti fui denunciato da un pseudo amico come informatore dei ribelli e costruttore di radio clandestine.
Agenti dell'U.P.I. in pieno mezzogiorno fanno irruzione in casa mia, immobilizzano i miei sotto la minaccia delle pistole e mi prelevano. Mi trasportano all'ufficio di Piazza del Mercato. Con me c'era Ciccio Corrado, che fu poi fucilato a San Martino il 12 settembre
[1944]. Breve: mi ammanettano, mi denudano il dorso e mi fanno sedere. E comincia l'interrogatorio. Per quattro ore andarono avanti a forza di schiaffi, pugni e calci. Alla fine della seconda ora mi si bruciò della polvere da sparo sulla schiena. Ed io zitto. Mi si fece stendere supino, mi si pose sullo stomaco un asse di mitragliatrice sul quale i miei torturatori sedevano a turno. Ed io zitto. Alla fine mi strapparono i capelli - e si tocca la chioma - con un coltello sdentato. Ma io non ho parlato. 

Bravo! Interrompo.

Ho fatto semplicemente il mio dovere - continua Ghepeu. Mi si porta a Villa Giulia in attesa della fucilazione. Vi resto due giorni e due notti. Il terzo giorno studio un piano di evasione, scardino le inferriate del gabinetto, mi butto nel giardino e... sono di nuovo libero. E questo è tutto.
 
Ritorniamo al ponte della Madonna della Villa.

Dunque mi trovavo nuovamente in montagna. Vi ero da pochi giorni quando Gino [Luigi Napolitano di Sanremo (IM)] con i suoi uomini attaccò il presidio di Baiardo. Ero nei boschi con due miei compagni, Angelo Massa e Nino Vigo, in perlustrazione quando udimmo in distanza il rumore del combattimento incorso. Decidemmo di portarci sulla strada per sorprendere eventuali distaccamenti tedeschi inviati a Baiardo di rinforzo e così facemmo.

Dove vi imboscaste?   
Fra un gruppo di alberi a pochi chilometri a valle di Baiardo, ad una cinquantina di metri dalla strada che conduce al Piazzale della Madonna della Villa.
Un paio d'ore di attesa che ci parvero interminabili, poi vedemmo sbucare in distanza la testa di una colonna tedesca che veniva su di rinforzo in bicicletta. Erano circa settanta uomini quasi tutti in possesso di armi automatiche. Noi si era in tre, armati di moschetto, decidemmo di rimanere sul posto ed attaccare. Non appena il grosso del nemico giunse nei pressi del piazzale, aprimmo un fuoco accelerato. Il nemico si sbandò immediatamente. Qualche colpo fu tirato a casaccio: poi credendo certamente di aver di fronte un forte distaccamento, abbandonò il campo e si ritirò disordinatamente su Ceriana, portando con sé qualche ferito. Il tiro era riuscito in pieno!

Sergio Grignolio (Ghepeú). Fonte: Annalisa Piubello, op. cit. infra

La probabilità che il nemico, specialmente dopo l'ultimo scacco subito, inviasse altri rinforzi era certa. A qualunque costo bisognava interrompere la strada. Mi offersi di far saltare il ponte della Madonna della Villa, operazione che avrebbe, se fosse riuscita, interrotto completamente il traffico tra Ceriana e Baiardo. Mi posi in contatto con altri nostri compagni della zona e, la stessa notte del combattimento, sotto una pioggia dirotta, un piccolo gruppo capitanato da me, da Edmondo e da Mario si portò sul ponte. Vi scavammo tre buche, le riempimmo di esplosivo, facemmo allontanare i compagni e io e Mario demmo fuoco alle micce. Soltanto due mine saltarono: il ponte, per quanto danneggiato, rimaneva servibile. Ritornammo sul posto, preparammo una terza carica, accendemmo e stavamo per ritirarci quando la mina scoppiò improvvisamente. Fummo avvolti in una nube di fuoco e di fumo, mentre una pioggia di pietre ci investiva in pieno. Ma evidentemente qualche santo ci proteggeva, perchè ce la cavammo senza una scalfitura.


La mattina dopo, io, Mario e Gianni Pigati ritornando verso Baiardo incontrammo un gruppo di 5 tedeschi in perlustrazione. Li attaccammo immediatamente e, dopo un breve scambio di fuoco, tre di essi restano sul terreno e gli altri due fuggirono abbandonando le armi. 

Insomma una giornata magnifica!

Certo, certo finisce Ghepeu sorridendo tristemente. L'unico disappunto fu che quando ritornammo in banda trovammo che gli amici avevano dato fondo alle provvigioni e dovemmo accontentarci di un pugno di castagne secche.

Mario Mascia, L’epopea dell’esercito scalzo, Ed. Alis, 1946, ristampa del 1975  a cura di IsrecIm
 
Il secondo racconto del trittico, "Attesa della morte in un albergo", costituisce a sua volta il secondo tempo della vicenda storica sintetizzata da Ferrua.
Il protagonista, un giovane partigiano di nome Diego, insieme al compagno Michele viene catturato dai tedeschi in una operazione di rastrellamento e portato in un albergo per essere o fucilato o lasciato libero. In queste ore di attesa si viene apparentemente a sapere che Michele sarà giustiziato, mentre invece più tardi entrambi i compagni saranno trasferiti a Marassi, il carcere di Genova.
Le poche ore di «attesa della morte in un albergo» danno occasione a Diego per una serie di riflessioni e fantasie.
Il riscontro storico-biografico lo troviamo ancora una volta in Ferrua:
[...] una spiata dirige i nazifascisti a San Giovanni nel corso di un rastrellamento in tutta la vallata che continua fino a San Romolo il 25 novembre 1944. Riescono a fuggire Pier delle Vigne e Flori, mentre vengono arrestati Santiago <60, Leone e Ghepeú [...] Italo Calvino trascorre circa tre notti fra Villa Giulia o Villa Auberg e il carcere di Santa Tecla paventando una fucilazione che lo risparmierà ma mieterà altre vittime. Durante questa breve detenzione si imbatte in Sergio Grignolio [...], in Flavio Gioffredi, e in Fulvio Goya, il quale rievoca l’angoscia di una notte insonne e di un appello all’alba di fronte al plotone di esecuzione. (FERRUA, cit.: 94)
60 «Pier delle Vigne» è Pietro Sughi, «Flori» è il diminutivo di Floriano Calvino, il fratello, all’epoca
sedicenne, di Italo, mentre, come già detto, «Santiago » è il nome di battaglia scelto dallo scrittore.

Annalisa Piubello, Calvino racconta Calvino: l'autobiografismo nella narrativa realistica del primo periodo, Tesi di dottorato, Universidad Complutense de Madrid, 2016