giovedì 27 agosto 2020

I compagni appartenenti all'altra squadra portano a termine un missione sulla spiaggia di Ventimiglia


Mentone

Nel marzo [1943] furono condotti a Mentone ben 54 reduci delle BI [Brigate Internazionali impegnate nel 1936-1939 nella difesa della Repubblica Spagnola]; tra di loro c'erano anche Alessandro Sinigaglia, che sarebbe stato ucciso a Firenze nel febbraio del 1944 dagli uomini della Banda Carità, Dino Saccenti, poi partigiano a Prato, e Silvio Sardi, tra i fondatori della prima banda partigiana dell'empolese [...]
L'Italia, anche per chi era rimasto in Francia, tornò così a essere l'orizzonte principale. Tra i partiti antifascisti era ormai da mesi diffusa la consapevolezza che l'esperienza militare dei reduci di Spagna sarebbe potuta tornare utile a stretto giro anche nel proprio paese. Il legame che, dopo il 25 luglio e durante tutti i 45 giorni, si cominciò a tessere tra Resistenza francese e antifascismo italiano non passò inosservato alle autorità italiane. Durante gli ultimi giorni di agosto il comando supremo del SIM lanciò l'allarme per aver rilevato che si stava cercando di introdurre clandestinamente nel Regno armi e munizioni dalla Francia e per il passaggio clandestino in Italia di gruppi di anarchici e comunisti italiani reduci di Spagna aventi il compito di infiltrarsi nelle masse operaie [...]
Enrico Acciai, Reti di solidarietà transnazionali: dalla guerra civile spagnola alle resistenze europee, Padova, 13-15 settembre 2017
 
Dal luglio all'8 settembre 1943, vennero preparate evasioni e assicurata protezione a soldati italiani da parte di gruppi partigiani francesi di Joseph le Fou (Joseph Manzone) e dalle popolazioni di Nizza, Cannes e Monaco. 
Marinai francesi favorirono imbarchi clandestini verso la costa ligure. 
Dopo l'8 settembre alcune guide alpine francesi presero in consegna gruppi di militari sbandati della disciolta IV Armata italiana, dando loro cibo e vestiario e conducendoli poi nel rifugio Nizza al colle di Tenda. Lì venivano presi in consegna dai resistenti italiani che lavoravano in piena sintonia con i francesi, cercando di convincerli ad aggregarsi a formazioni partigiane alpine o costiere, in previsione di uno sbarco delle truppe alleate. 
Un episodio che favorì le relazioni italo-francesi accadde l'8 settembre 1943 nella stazione di Nizza, importante nodo ferroviario per il transito dei convogli che riportavano in Italia i reparti della IV armata, configurando, altresì, in ordine cronologico - la sera stessa dell'annuncio dell'armistizio - il primo atto ufficiale di lotta armata della Resistenza Italiana.
Adriano Maini 


Nizza

Un piccolo gruppo di soldati e carabinieri italiani, al comando del capitano Carlo Breviglieri e del sottotenente Salvatore Bono, poco prima della mezzanotte fu assalito dai tedeschi che intimarono la resa agli italiani, i quali invece si difesero lasciando sul campo il capitano Breviglieri. Il sottotenente Bono riuscì ad uccidere un ufficiale e un soldato germanico, ma rimase gravemente ferito, mentre impugnata una bomba a mano si preparava a scagliarla contro i militari del secondo attacco, dalla deflagrazione da una granata tedesca che fece scoppiare anche quella che aveva in mano: Bono perse il braccio destro e l'occhio sinistro. "Come un fulmine inaspettato da tutti, il fuoco della mia pistola rompe il gelo e fredda l'irrequieto soldato che mi separa dal capitano tedesco, questi segue il primo: tutti e due cascano finiti ai miei piedi; quasi contemporaneamente i soldati tedeschi, che stavano davanti alla porta freddano con diversi colpi di pistola il mio capitano alla schiena, che vedo cadere senza battere ciglio e proferire parola": così ricordò in seguito Salvatore Bono.  Bono fu ricoverato ed operato presso il nosocomio civile San Rocco di Nizza, ma dopo alcuni giorni i tedeschi lo deportarono in un campo di concentramento. Nel dicembre dello stesso anno, essendo ancora in regime di deportazione, riuscì ad ottenere un permesso per raggiungere Nizza, allo scopo di sottoporsi ad ulteriori cure, ma in quella città restò molti mesi con il pretesto di essere stato nominato addetto culturale presso il Consolato Italiano. Nel 1944, ricercato dalla Gestapo, ritornò in Italia passando per Genova. Bono fu in seguito insignito della medaglia d’oro al valor militare con la seguente motivazione: "Nella difesa del più importante centro logistico di un’armata, morto il suo capitano, assumeva il comando dei pochi superstiti. Aggredito da soverchianti forze nemiche in un ufficio del comando, freddava con colpi di pistola un ufficiale tedesco ed alcuni soldati ponendo in fuga i rimanenti. In una successiva aggressione, trovatosi con la pistola scarica, impegnava una lotta selvaggia con pugni e morsi. Aiutato da un suo sottufficiale, immobilizzava un secondo ufficiale nemico che decedeva poco dopo. Mentre tentava di colpire con bombe a mano altri militari sopraggiunti veniva investito in pieno da schegge di bombe lanciate dal nemico che provocavano lo scoppio della bomba che teneva nella mano destra, già a sicurezza sfilata e pronta per il lancio. Crivellato dalle schegge, cieco, privo della mano destra, veniva ricoverato in ospedale ove con stoicismo, che solo i prodi e gli audaci possiedono, senza un lamento sopportava l’amputazione dell’avambraccio destro, l’enucleazione dell’occhio sinistro ed altri dolorosissimi atti operatori. Magnifico esempio di alte virtù militari e di suprema dedizione alla Patria. Nizza (Francia), 8/9/1943".
Adriano Maini
 
Sembrerebbe che nessuno abbia rilevato che la Resistenza armata italiana ha avuto inizio - da un punto di vista strettamente cronologico - la sera dell’8 settembre alla stazione centrale di Nizza. Il proclama dell’armistizio viene, com’è noto, diffuso dall’EIAR alle 19,42. Tra i militari italiani, la gioia è generale: “La guerra è finita!”, “Tutti a casa!”, ecc. I soldati del “Comando Militare di Stazione” manifestano l’intenzione di partire per l’Italia. Racconta il sottotenente Salvatore Bono, loro comandante in seconda: “Verso le 20,30, dovetti intervenire per convincerli che occorreva continuare a controllare lo snodo vitale nel quale prestavamo servizio ed ordinai l’armamento completo e lo stato d’allarme”. Richiese anche il rinforzo di una compagnia di fanteria.
Già in agosto, dal suo osservatorio privilegiato, Bono aveva intuito che le cose non stavano andando per il verso giusto. Assieme ai reparti della 4a armata che abbandonavano il territorio francese occupato, si lasciavano transitare in direzione di Ventimiglia unità tedesche che penetravano in Italia sulla base di piani ben precisi. Verso le 21, incontra il sottotenente Guido Di Tanna, gli illustra le proprie preoccupazioni: “Stanotte avverrà qualcosa di grave”, afferma, e si lamenta dello scarso senso di responsabilità del Comando di Piazza. Il commilitone commenta “É ammirevole come il giovanissimo ufficiale avesse il senso esatto delle cose e la capacità di comportarsi di conseguenza”.
Un paio d’ore dopo, in effetti, un commando di una sessantina di tedeschi provenienti, a piedi attraverso i binari, dal dipartimento del Var, giocando sull’effetto sorpresa, cerca di impadronirsi della stazione. Gli italiani, comandati dal capitano Breveglieri, tra soldati e carabinieri, non sono più di dieci. I tedeschi intimano la consegna delle armi, il capitano cerca di parlamentare con l’ufficiale comandante; dopo cinque minuti, interrompe la concitata quanto inutile discussione e impartisce ai suoi l’ordine “baionetta in canna!”. È il momento per Bono di passare all’azione, realizzando quanto aveva in mente sin dal 25 luglio [...]
Enzo Barnabà,
L’8 settembre di Salvatore Bono, Patria Indipendente, 1 luglio 2020 
 
I militari italiani sabotarono nel Nizzardo i pezzi d'artiglieria che dovevano essere consegnati ai tedeschi. I militari italiani catturati in Francia dai tedeschi furono oltre la metà della forza e molti che avevano optato per la Todt (in alternativa alla Germania se ne contarono quasi 40.000) riuscirono in seguito a darsi alla macchia. I primi gruppi "Detachment Garibaldiens Italiens" sottoposti a comando superiore francese non riuscirono mai a costituirsi in unità organiche. All'inizio del 1944, e per tutti i mesi invernali, si ebbe una crescente mobilitazione, soprattutto in vista dell'apertura del "secondo fronte in Europa"; in questo quadro i rapporti tra unità francesi e italiane si consolidarono e rafforzarono fino all'epoca degli sbarchi per poi progressivamente raffreddarsi a causa del dell'atteggiamento fortemente ostile nei confronti degli italiani da parte delle autorità di "Francia Libera". Dopo lo sbarco in Normandia e quello in Provenza (agosto) il fronte delle Alpi fu dagli Alleati diviso in due settori: uno francese ed uno americano dal Col de Larche al mare. A nulla valsero le iniziative intraprese dal Comitato Italiano di Liberazione Nazionale costituito a Parigi, affinché le autorità francesi permettessero la formazione di reparti italiani riunendo tutte le forze disperse sul territorio già occupato dalla 4^ Armata. La regola era reparti francesi comandati da Francesi. Tra il novembre 1943 e gennaio '45 grossi quantitativi di materiale bellico del Regio Esercito fu oggetto di scambio tra partigiani e maquisards. 
Adriano Maini

Mentone

Il Comando militare marittimo della Provenza (Mariprovenza, ammiraglio di divisione Pellegrino Matteucci)  [...] Alla dichiarazione d'armistizio, Matteucci ricevette l'ordine di disinteressarsi delle navi francesi (catturate a fine 1942 dopo l’occupazione di Tolone) [...] Scontri avvennero a Villafranca e a Mentone, con perdite fra il personale della Marina. Il 9 settembre [1943] caddero a Mentone il sottocapo infermiere Mario Acquisti e il cannoniere Armando Alvino [...] Nell’ottobre 1943 la base SOE fu spostata dalla Sicilia a Bari (in effetti a Monopoli), mentre il maggiore Andrew Croft lasciò Algeri sul peschereccio britannico F.P.V. 2017 portandosi a Bastia, in Corsica, ove costituì la Base Balaclava, che divenne quella più importante in Tirreno, con La Maddalena come base di sostegno. Da queste basi operarono i MAS italiani della V Flottiglia MAS [...] Il 21 novembre la base delle PT USA si spostò dalla Maddalena a Bastia, così il raggio d’azione delle missioni fu esteso alla Provenza e alla Liguria [...] Il 27 [febbraio 1944] il MAS 541 trasportò un gruppo di informatori in Provenza; il 28 il MAS 543 recuperò un capitano di corvetta, un tenente di vascello e due marinai inglesi sulla costa francese. […]
Giuliano Manzari, La partecipazione della Marina alla guerra di liberazione (1943-1945) in Bollettino d’Archivio dell’Ufficio Storico della Marina Militare, Periodico trimestrale - Anno XXIX - 2015, Editore Ministero della Difesa

A settembre 1944 da Ventimiglia era già partita a bordo di una barca a remi una ennesima squadra diretta in Francia e composta dai patrioti Adelmo Rossi, Emanuele Zucchetto, Domenico Grillo, Ottorino Palmero, Emilio Calcopietro, ecc., che combatterono a fianco delle truppe francesi… Il 29 settembre partiva pure Secondo Balestri (Biagio), unico salvatosi di una missione alleata denominata Charterhouse LLL 2, destinata alla Riviera Ligure di ponente ed al basso Cuneese che, partita il 15 gennaio 1944 da Brindisi, sbarcata sulla costa con mezzi navali, composta dai militari Italo Cavallino (Siro), Nino Bellegrandi (Annibale) e dal suddetto, dopo varie peripezie, venne annientata. Biagio, arrestato il 22 aprile 1944 a Pieve di Teco con un altro dalle SS tedesche per delazione di un certo Santacroce, e torturato, fu costretto a trasmettere alla sua base messaggi preparati da un ufficiale tedesco di nome Reiter. Poi il 31 luglio riuscì a fuggire e a rifugiarsi presso il comando della V^ Brigata [“Luigi Nuvoloni” della II^ Divisione “Felice Cascione“] a Pigna, dove rimase fino al 29 di settembre)…
Francesco Biga, Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria), Vol. III., ed. Amministrazione Provinciale di Imperia, 1977

19/9/1944
[...] Ogni settimana al comando degli Americani, eravamo destinati ad eseguire missioni sempre più pericolose. DIVISI IN DUE GRUPPI, UNO AGIVA IN MONTAGNA PER INDIVIDUARE LE POSIZIONI TEDESCHE, L'ALTRO, VIA MARE, STABILIVA COLLEGAMENTI CON I PARTIGIANI DI VENTIMIGLIA. DURANTE I GIORNI DI RIPOSO, IL COMANDO ALLEATO PREPARAVA PER NOI LE MISSIONI DA COMPIERE [...]
26/9/1944
[...] Siamo a fine settembre. Per alcuni giorni rimaniamo dispensati dai nostri rischiosi compiti, mentre i compagni appartenenti all'altra squadra portano a termine un missione sulla spiaggia di Ventimiglia [...] giunti alla frontiera italo-francese, forse per ragioni tattiche che non sono mai state troppo chiare, invece di avanzare verso la Liguria e l'Italia settentrionale, gli alleati si acquartieravano [...] Le missioni eseguite con tanto rischio interessavano ogni giorno sempre meno gli alleati, mentre i Francesi attendevano il momento opportuno per metterci in campo di concentramento.
Giorgio Lavagna (Tigre) (1), Dall’Arroscia alla Provenza. Fazzoletti Garibaldini nella ResistenzaIsrecim, ed. Cav. A. Dominici, Oneglia Imperia, 1982
(1) [Ai primi di settembre 1944 Lavagna ed il suo gruppo, dopo aver lasciato, con l'autorizzazione in data 25 agosto del comandante Libero "Giulio" Briganti, commissario della Divisione "Felice Cascione", la formazione garibaldina imperiese in cui militavano, avere attraversato le linee di confine presidiate dai tedeschi ed avere raggiunto, infine, gli alleati, erano stati arruolati nella FSSF, First Special Service Force (chiamata anche The Devil’s Brigade, The Black Devils, The Black Devils' Brigade, Freddie's Freighters), reparto d'elite statunitense-canadese di commando, già impiegato anche nella Operazione Dragoon nel sud della Francia, tuttavia sciolto nel dicembre 1944; a quest'ultima data, per non farsi internare, questi garibaldini furono costretti ad immatricolarsi nel 21/XV Bataillon Volontaires Etrangérs francese. Lo composero circa mille italiani; i sottufficiali e gli ufficiali conservarono i gradi che avevano nelle armate italiane. Il Battaglione fu inviato nella valle della Tinea, ed a dicembre fu trasferito a Mentone. Alla fine del febbraio del 1945 il Battaglione fu fatto tornare in Val Tinea, dove il 4 aprile cominciò le missioni esplorative, in concomitanza con l'inizio delle operazioni alleate sulla Linea Gotica in Italia (5 aprile). Gli attacchi principali puntarono su Briga e Tenda e sul Moncenisio, ma si subirono gravissime perdite. Il Battaglione italiano, con un'operazione, che fu detta "CANARD", iniziata il 10 aprile, prese la Caserma fortino di Barbacane e il 25 aprile penetrò in Valle Stura, scendendo a Borgo San Dalmazzo di Cuneo il 29 aprile 1945]

Nel febbraio del 1945 un agente telegrafista di una radio rice-trasmittente clandestina che operava nella nostra zona venne scoperto e catturato. La scoperta del telegrafista bloccò il flusso di informazioni militari tra i partigiani e gli alleati. Viste le mie qualifiche militari di "operatore radio", il CLN  dispose il mio trasferimento nella vicina Francia liberata [...] 
Angelo Athos Mariani in Giuseppe Mac Fiorucci, Gruppo Sbarchi Vallecrosia, ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia <Comune di Vallecrosia (IM) - Provincia di Imperia - Associazione Culturale "Il Ponte" di Vallecrosia (IM) >, 2007

10 marzo 1945 - Dal CLN di Sanremo, prot. n° 410, al CLN di Bordighera - ... Segnalava che il Comando Operativo della I^ Zona Liguria desiderava inviare alcuni documenti in Francia... Comunicava che 6 uomini dovevano varcare il confine.
7 aprile 1945 - Dal Comando della I^ Zona Operativa Liguria a Orsini [Agostino Bramè, commissario politico della V^ Brigata d'Assalto Garibaldi "Luigi Nuvoloni" della II^ Divisione "Felice Cascione"] - Venivano chiesti, dietro protesta del capitano Roberta [Robert Bentley, del SOE britannico, ufficiale alleato di collegamento con i partigiani della I^ Zona Liguria], chiarimenti circa la distribuzione di armi arrivate in tre differenti sbarchi, circostanze sulle quali non erano state fatte le dovute relazioni.
9 aprile 1945 - Dal comando della V^ Brigata  al Comando Operativo della I^ Zona Liguria - Riferiva che "... sono giunti 2 garibaldini dalla Francia che hanno colà seguito un periodo di istruzione e che hanno preannunciato un prossimo arrivo di materiale bellico..."
14 aprile 1945  - Dal Comando della I^ Zona Operativa Liguria al comando della VI^ Divisione "Silvio Bonfante" - Veniva comunicato che "Bartali" [Giovanni Bortoluzzi, già a capo a settembre 1943 di una prima banda di partigiani in Località Vadino di Albenga (IM), poi dirigente sapista in quella zona, capo missione della Divisione “Silvio Bonfante” presso gli Alleati, vicecapo della Missione Alleata nella I^ Zona nei giorni della Liberazione], sbarcato il giorno 11, stava proseguendo verso la zona della VI^ Divisione “Silvio Bonfante” per incontrare R.C.B. [capitano Bentley] e che il 20 avrebbe avuto luogo una riunione tra le formazioni garibaldine, R.C.B. [capitano Bentley] e i CLN interessati.
da documenti IsrecIm in Rocco Fava, La Resistenza nell’Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945) - Tomo II - Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1998-1999
 

mercoledì 26 agosto 2020

Febbraio 1945 iniziò con la morte di due bambini a causa dello scoppio di una bomba tedesca

Una vista da Cervo su Diano Marina
 
1° febbraio 1945 - Giunge notizia che in Diano Marina per lo scoppio di una bomba tedesca sulla Piazza della Chiesa Parrocchiale sono rimasti uccisi i due figli di Lino Trucco, pievese, ma colà residente, ove esercita commercio di mobilio. Tale sciagura, veramente straziante, è accaduta mentre la truppa tedesca faceva esercitazione di tiro e sarebbe dipesa, pare, da un errore di calcolo - così il Comando tedesco ha cercato di giustificare il tragico episodio. I due bambini vennero trasportati in Pieve [di Teco (IM)] e deposti nella tomba di famiglia.
2 febbraio 1945 - Il tenente Dexeimer tedesco, comandante la Piazza di Pieve, ormai da due mesi e mezzo alloggiato nella villa del defunto Comm. Gandolfo e oggi del genero Rissone, ha lasciato questa residenza. Anche il terribile maresciallo Grot tedesco è partito. Si dice che sia andato in Francia.
Nino Barli, Vicende di guerra partigiana. Diario 1943-1945, Valli Arroscia e Tanaro, ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, tip. Dominici Imperia, 1994
 
Nella notte fummo svegliati dal solito aereo solitario, soprannominato "Pippetto", il quale sganciò una bomba (forse per colpire i tedeschi del "Ciapasso") molto vicino a noi. Ci venne da pensare che non solo avevamo contro i nazifascisti, ma anche gli alleati angloamericani.
Il giorno successivo sentimmo dei colpi di mortaio che i tedeschi sparavano dal "Ciapasso"; un colpo finì davanti alla Chiesa di Diano Marina uccidendo tre bambini e ferendo alcune persone.
Sandro Badellino, Mia memoria partigiana. Esperienze di vita e vicende di lotta per la libertà di un garibaldino imperiese (1944-1945), edizioni Amadeo, Imperia, 1998 
 
A ponente della [strada statale] 28, il giorno 29 [gennaio 1945] il nemico irrompe nella Valle di Diano Marina. Quattrocento tedeschi puntano su Diano Arentino e su Diano Roncagli (Comune di Diano San Pietro) in cerca dei Distaccamenti e del Comando della I Brigata “S. Belgrano” che sapevano dislocati nei dintorni.
I giovani di Diano Arentino tentano di sottrarsi alla cattura fuggendo per la campagna. Tra questi è il ventenne Francesco Camiglia che, trovatosi con la casa circondata, tenta la fuga attraverso i tetti vicini. Ma scorto dai tedeschi e preso di mira, cade in un vicolo colpito alle gambe. Colto dalla disperazione e sopraffatto dal dolore, invoca con voce angosciata la madre. La chiama con voce forte ed essa accorre, ma accorrono anche i Tedeschi che lo cercavano come belve cercano la preda. Decidono di finirlo mediante impiccagione. Trascinatolo presso un albero di pero nei pressi della casa di Silvio Ascheri, gli passano un cappio al collo per impiccarlo. La madre che, con la disperazione nel cuore, aveva seguito la drammatica vicenda, emettendo un urlo acutissimo, assale con disperazione i soldati, li allontana, abbraccia il figlio e gli toglie il cappio dal collo. Di fronte alla pietosa scena, i Tedeschi non provano nessuna compassione. Strappano nuovamente alla madre il corpo del figlio, oramai morente per dissanguamento e lo impiccano definitivamente. Nella valle mai si ebbe un esempio di così feroce esecuzione.
Rastrellando la zona di Roncagli, i soldati scorgono in località Macari il garibaldino Ricordo Garibaldi che tenta di nascondersi, ma non riesce a salvarsi ed è fucilato sul posto. Apparteneva al distaccamento di "Ramon", della II Brigata "Nino Berio". Gli stessi soldati catturano pure Aristide Cavalleri e Giovanni Cavalleri in zona Isole. Conducono i due ostaggi a Diano Arentino e quindi a Diano Marina presso il Comando, ubicato nella villa di Bartolomeo Ardissone, insieme ad altri rastrellati. Dope essere stati redarguiti, verranno rilasciati in serata.
Durante un'altra puntata condotta il giorno successivo i tedeschi impiccano a Diano Arentino il civile Salvatore [Salvatore Manotti], ex soldato sbandatosi l'8 settembre 1943.
Un altro gruppo di Tedeschi ubriachi, di stanza alla batteria di cannoni dislocata al Ciapasso, nei pressi di Diano Marina, privi di ogni considerazione umana, nel pomeriggio del 31 gennaio 1945 sparano un colpo di mortaio; la granata piomba davanti alla chiesa parrocchiale, esplodendo uccide tre bambini che stavano giocando: i fratelli Orlando e Agostino Trucco, di sette e dodici anni, Eugenio Di Sipio, anche lui di dodici anni, morirà due giorni dopo all'ospedale.
Nell'episodio rimane gravemente ferito anche il ragazzo Francesco Ghirardi, ma sopravviverà. Lo sbigottimento e lo sdegno sono enormi. Le Autorità locali inviano al Comando tedesco le rimostranze della popolazione, ma nessuno verrà punito.
Francesco Biga  (con la collaborazione di Osvaldo Contestabile), Storia della Resistenza Imperiese (I Zona Liguria), Vol. IV. Da Gennaio 1945 alla Liberazione, ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, 2005, pp. 52-54

Ai primi di febbraio le Brigate Nere effettuarono un rastrellamento nella zona di Baiardo (IM) che portò all'arresto di alcuni uomini. Solo per l'intervento del tenente del presidio dei bersaglieri del paese le case non subirono danni.
Il comando della II^ Divisione "Felice Cascione" comunicò a quello della I^ Zona l'uccisione di 7 garibaldini avvenuta il 2 febbraio presso Villa Verrone a Sanremo. Di questi, 4 rimasero ignoti, mentre degli altri 3 si fornirono le seguenti notizie: "uno è un toscano ferito ad una gamba, sposato a Pompeiana, di circa 30 anni, con un figlio. Un certo Modena di circa 30 anni che si era presentato alla guardia repubblicana di San Remo. Uno di Pompeiana che aveva perso un braccio per lo scoppio di una bomba a mano".
Sempre il 2 febbraio  gli uomini del presidio nemico di Borgo di Ranzo [comune di Ranzo (IM)] "effettuano un rastrellamento nella zona di Gazzo-Gavenola [Frazioni di Borghetto d'Arroscia (IM)] ed Aquila [Aquila di Arroscia (IM)] per rapinare bestiame e viveri alla popolazione".
Nella notte successiva "Ramon" (Raymond Rosso), capo di Stato Maggiore della Divisione "Silvio Bonfante", accompagnato da un garibaldino attaccò "due carri tedeschi accompagnati da 8 militari. Quattro cavalli uccisi, un soldato ucciso ed alcuni feriti più o meno gravi".
Il giorno 3 il commissario prefettizio di Albenga (SV), su ordine della Feldgendarmerie ordinò ai podestà dei comuni limitrofi di far affluire alla locale Brigata Nera tutti i giovani che già si erano presentati ai comandi tedeschi.
Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell’Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e della Storia Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945) - Tomo I, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1998-1999
 
Il 2 di febbraio un manipolo di fascisti al comando del capitano Borro dopo aver girovagato per la campagna alle ore undici giunge nella borgata Novelli (Tavole) [Tavole è Frazione del comune di Prelà (IM)] [...] Nel pomeriggio i militi prelevano Carlo Oreggia, panettiere, detto "Ristorante". Caricandolo di botte lo portano con loro. Giunti in località "Vigne" presso il cimitero di Valloria [altra Frazione del comune di Prelà (IM)] è freddato con alcune raffiche e gettato nella scarpata sottostante. Gli tolgono le scarpe e il portafoglio. Per fargli un vile scherno gli ficcano la pipa in bocca e gli mettono una pagnottella in mano. Era accusato di fornire pane ai partigiani.
Francesco Biga  (con la collaborazione di Osvaldo Contestabile), Storia della Resistenza Imperiese (I Zona Liguria), Vol. IV. Da Gennaio 1945 alla Liberazione, ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, 2005

2 febbraio 1945 - Dal comando [comandante "Gori", Domenico Simi] del III° Battaglione "Candido Queirolo" al comando della V^ Brigata "Luigi Nuvoloni" della II^ Divisione "Felice Cascione" - Comunicava che il traffico sulla strada Sanremo-Poggio-Ceriana era limitato al transito dei carriaggi per viveri e della "solita motocicletta" o vettura del presidio nemico di Ceriana (IM).
3 febbraio 1945 - Da "Mercurio" [Bruno Moro?] alla Sezione S.I.M. [Servizio Informazioni Militari] del CLN di Sanremo - Comunicava che era stato visto partire per Genova su di un camion tedesco "Grigua".
3 febbraio 1945 - Da "Nilo" [Quanito De Benedetti] al CLN di Sanremo - Comunicava che a Baiardo erano stati uccisi la moglie ed il figlio di "Bacucco" e che il rastrellamento nemico in corso stava continuando.
3 febbraio 1945 - Da "Amerigo" [Adalgiso Rovelli] al CLN di Sanremo - Comunicava che alle ore 8.30 era stata vista un'automobile delle SS tedesche fermarsi davanti alla casa dell'avvocato Buzzi in Via Lamarmora; che erano scesi l'avvocato e due individui in borghese che una volta entrati dopo 10 minuti erano usciti con una valigia di medie dimensioni.
3 febbraio 1945 - Dalla Sezione SIM del CLN di Sanremo alla Sezione SIM della V^ Brigata - Segnalava che il membro del Comitato di espressione del Partito d'Azione era stato arrestato e che il 2 febbraio erano stati arrestati 10 giovani, forse appartenenti alla banda dell'avvocato Buzzi.
3 febbraio 1945 - Dal commissario prefettizio di Albenga (SV) ai podestà di Ortovero, Villanova d'Albenga, Casanova Lerrone, Vendone, Nasino, Castelbianco, Castelvecchio, Zuccarello, Cisano sul Neva e Garlenda - Trasmetteva l'ordine della Feldgendarmerie di fare rientrare nella Brigata Nera di Albenga le giovani reclute che, appena arrivate all'arruolamento, si erano allontanate dalla caserma, perché passibili di fucilazione come "banditi".
da documenti Isrecim in Rocco Fava, Op. cit. - Tomo II

martedì 18 agosto 2020

L'eccidio di Testico del 15 aprile 1945

Testico (SV) - Fonte: Wikipedia
 
Con l'aiuto di spie i tedeschi, venuti a conoscenza del rientro da San Gregorio a Poggio Bottaro (in valle Andora) [comune di Testico (SV)] del Comando della VI^ Divisione "Silvio Bonfante", il mattino del 15 aprile 1945 tentano di sorprenderlo e catturarlo al completo. Nella notte tra il 14 e il 15 aprile il commissario divisionale Carlo De Lucis (Mario) insieme ad alcuni compagni va a dormire nel rifugio sotterraneo del Comando Divisione, uno dei numerosi scavati nella terra durante l'inverno in base alle istruzioni emanate con la circolare n. 23 del 24 novembre 1944 emessa dal comandante delle Zone 1^ e 2^ Liguria, Carlo Farini (Simon). Gli altri componenti del Comando, invece, confidando nella sorveglianza delle sentinelle dei Distaccamenti dislocati nei dintorni del passo di San Damiano, decidono di dormire nel casone della sede amministrativa del Comando stesso. Solo per fortuito caso ciò non risulta loro fatale.
Francesco Biga  (con la collaborazione di Osvaldo Contestabile), Storia della Resistenza Imperiese (I Zona Liguria), Vol. IV. Da Gennaio 1945 alla Liberazione, ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, Grafiche Amadeo, 2005

15 aprile 1945 - Dal comando della I^ Brigata "Silvano Belgrano" della VI^ Divisione "Silvio Bonfante" al comando della VI^ Divisione - Avvisava che in quella mattinata si erano sentite, provenienti da Testico (SV), alcune raffiche di mitra; che il comandante ["Mancen", Massimo Gismondi] era subito partito con una squadra del Distaccamento "Angiolino Viani" per "portare aiuto in caso di necessità"; che i garibaldini si erano disposti nel seguente modo: una squadra del Distaccamento "Angiolino Viani" sotto il cimitero di San Gregorio per fermare i tedeschi in caso di fuga, il Distaccamento "Franco Piacentini" a difesa del Passo del Merlo e del Passo dei Pali, il Distaccamento "Francesco Agnese" rimaneva a San Damiano; che l'azione dei tedeschi era durata 2 ore.
senza data - Testimonianza sull'eccidio di Ginestro, frazione di Testico (SV) - Relazionava che "i tedeschi, a seguito di una delazione, tentarono di sorprendere nella notte tra il 14 ed il 15 aprile 1945 il comando della VI^ Divisione "Silvio Bonfante". Il commissario 'Mario' [Carlo De Lucis] diede ordine di dormire nel rifugio sotterraneo del comando. Al mattino del 15 i tedeschi da Cesio attaccarono Testico e Poggio Bottaro [Frazione del comune di Testico (SV)], ma il comando della VI^ Divisione riuscì a fuggire nei boschi. I tedeschi per rappresaglia catturarono 10 civili a Ginestro ed altri a Poggio Bottaro. Il medico austriaco Jakob Unkelbach (Antonio), che era entrato nelle fila partigiane il 18-02-45, ritornando al nemico l'11-04-45, guidò i tedeschi presso le case dei contadini che avevano aiutato i partigiani. I nazisti, avendo fretta, presero gli ostaggi a caso. Intervenne 'Mancen' [Massimo Gismondi, comandante della I^ Brigata "Silvano Belgrano" della VI^ Divisione] in aiuto del comando della VI^ Divisione. I tedeschi si fecero scudo con i 30 ostaggi. I tedeschi dissero ai prigionieri di andare via, ma poi li uccisero con scariche di mitra alle spalle". 
da documenti Isrecim  in Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell'Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945) - Tomo II, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1998 - 1999

15 aprile
Un reparto di 200 SS tedesche opera un vasto rastrellamento nella zona di Testico-Ginestro-Poggio Bottaro. Fallito il loro obiettivo di aggiarare e annientare il Comando della Divisione Bonfante, i nazisti catturano 37 civili i quali saranno successivamente trucidati...
Augusto Miroglio, La Liberazione in Liguria, Forni, Bologna, 1970 
 
[...] Poco prima della Liberazione, il 15 aprile 1945, l’eccidio in assoluto più cruento, a Testico, nel quale perdono la vita 27 persone. All'alba di domenica due colonne tedesche giungono a Ginestro, frazione di Testico (SV), per dare inizio a un rastrellamento: i militari catturano una ventina di civili, uomini e donne sorpresi nelle loro case, e li legano con corde. Poi, proseguendo la marcia, uccidono senza apparente ragione un contadino al lavoro. Alle 8.00, arrivati nei pressi della chiesa, irrompono nell'edificio, catturano altre persone e pongono tutti gli ostaggi lungo un muro sotto la sorveglianza di un soldato. Il resto della truppa, in parte, prosegue con il rastrellamento che porterà alla cattura di altri ostaggi; in parte si dirige verso Poggio Bottaro. Intorno alle 9.00 un gruppo di partigiani, dalla vicina frazione di Santa Maria di Stellanello, spara sui tedeschi permettendo a 3 degli ostaggi di fuggire. In risposta, i tedeschi tornano verso la chiesa, si appostano presso l’osteria del paese e catturano altri 3 contadini di Torria. Infine, la colonna riparte con i prigionieri al seguito. Durante la marcia, si arresta presso la frazione Zerbini per catturare altri ostaggi. L’ultima tappa è Costa Binella ove avviene la selezione dei progionieri. Vengono rilasciati 3 giovani di Ginestro, 4 donne e 4 ragazze. Queste ultime verranno poi condotte al carcere di Imperia, sottoposte a interrogatori e paestaggi e rilasciate almeno una dozzina di giorni dopo. Restano in mano ai tedeschi 27 persone: 25 uomini e 2 donne che vengono separate dagli altri prigionieri, seviziate e uccise a colpi di baionetta. I 25 uomini, legati 2 a 2 col fil di ferro, sono falciati a colpi di mitragliatrice. Dopo il massacro, i corpi risultano irriconoscibili [...] 
Andrea Chiovelli, Quando i tedeschi massacravano i savonesi: ecco le 49 stragi che insanguinarono la provincia, IVG.it, 11 aprile 2016

Funesta ironia della sorte volle che il massacro dei prigionieri... fosse favorito da un tale Jacob Unkelbach, un austriaco finto disertore, accolto [dai partigiani] sotto il nome di Antonio e accudito per diversi mesi proprio dalla popolazione di Testico, Poggio Bottaro, Ginestro e dintorni. In realtà, secondo la testimonianza dell'ex sapista Bernardo Augeri (Pio), in banda con Franco Bianchi (Stalin), l'austriaco era stato catturato e interrogato da Ramon [Raimondo Rosso, capo di Stato Maggiore della VI^ Divisione]. L'esito dell'interrogatorio non aveva del tutto convinto il comandante svizzero [Rosso era in effetti nato il 13/03/1913 a Naters nella Confederazione Elvetica e più propriamente di nome faceva Raymond], che parlava correntemente il tedesco. Purtroppo, per una somma di circostanze più o meno casuali all'austriaco era stata risparmiata la vita soprattutto per via della solerzia e della perizia dimostrate nella medicazione di alcuni partigiani feriti, comportamento, forse calcolato, che aveva destato simpatia e comprensione un po' in tutto l'ambiente della banda.  
Francesco Biga e Ferruccio Iebole (a cura di Vittorio Detassis), Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria), vol. V, Ed. Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia, 2016

... il tradimento dell'ex-garibaldino austriaco Jakob Unkelbach * che fu tra le cause dell'eccidio di Testico-Poggio Bottaro del 15 aprile 1945...  
Rocco Fava, Op. cit. - Tomo I
* 18 febbraio 1945 - Dal comando del Distaccamento "Giovanni Garbagnati" al comando della I^ Brigata "Silvano Belgrano" della Divisione "Silvio Bonfante" - Comunicava che era stato inquadrato nel Distaccamento come infermiere il sergente sanitario dell'esercito tedesco Jakob Wonkelbach  (Antonio), che aveva disertato e che era stato accolto tra i partigiani in base alle notizie rassicuranti fornite dalla popolazione di Villa Faraldi (IM).
da documento Isrecim  in Rocco Fava, Op. cit. - Tomo II   

Anche nelle formazioni della provincia di Imperia, alle dipendenze del comando operativo I zona-Liguria, è segnalata la presenza di partigiani stranieri, tra cui anche disertori tedeschi e austriaci, nella brigate sottoposte alla 2ª divisione garibaldina “Felice Cascione” e alla 6ª, “Silvio Bonfante” (468).
Francesco Corniani, "Sarete accolti con il massimo rispetto": disertori dell'esercito tedesco in Italia (1943-1945), Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 2016-2017
(468) Francesco Biga, Storia della Resistenza imperiese (I zona Liguria), edizioni Isrecim, Farigliano, 1978, vol. III, pp. 495-507. A pp. 506-507 l'autore scrive anche che a seguito dell'eccidio di Testico causato sembra dalla delazione di un disertore tedesco che si era aggregato al distaccamento partigiano G. Garbagnati, il comando I^ Zona Liguria aveva dato ordine a tutte le brigate di fucilare i soldati tedeschi presenti nelle formazioni che fossero in qualche modo sospetti.

Altra tragica ironia della sorte, Luigi Pantera Massabò, vicecomandante della Divisione "Silvio Bonfante" - autore di Cronistoria militare della VI^ Divisione “Silvio Bonfante” (diario inedito nel 1999, conservato presso l’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia, studiato anche da Rocco Fava per Op. cit.)- aveva disposto misure preventive, quali "Per le 4 <del 15 aprile 1945> il Distaccamento "Garbagnati" si trovi a Testico in posizione favorevole con la mitragliatrice pesante e controlli il movimento a Cesio e Casanova... Al fine di non causare disgrazie, ogni movimento fatto di propria iniziativa e contrario agli ordini impartiti, sarà punito severamente, ritenendone direttamente responsabile il comandante di Distaccamento che l’eseguirà..." 
Adriano Maini

18 aprile 1945 - Dall'ispettorato [ispettore "Giulio", anche "Mario", Carlo Paoletti] del Comando Operativo della I^ Zona Liguria alla Delegazione Regionale Ligure delle Brigate d'Assalto Garibaldi - Comunicava che... l'ultimo atto barbarico compiuto dai tedeschi era avvenuto a Ginestro-Testico-Poggio Bottaro con l'uccisione di 37 civili prelevati nelle case e in chiesa...
da documento Isrecim  in Rocco Fava, Op. cit. - Tomo II 
 
Il giorno della strage, avvenuta il 15 aprile del 1945, si annuncia come una domenica particolarmente tranquilla. Nei giorni precedenti non si è infatti dato alcun episodio allarmante, né la presenza di tedeschi o fascisti ha inquietato i paesani: segni, questi, di un lento ma inesorabile processo di esaurimento delle forze degli occupanti e del regime repubblicano.
Tuttavia, fin dalle sei del mattino, due colonne di soldati tedeschi muovono da Cesio e Vellego, località che distano rispettivamente poco più di 4 e di 7 km da Ginestro, la frazione di Testico presso cui, alle sette, si arrestano per dare inizio a un rastrellamento.
Catturano circa una ventina fra uomini e donne, i più sorpresi nel sonno, legandoli con corde.
Poi proseguono la marcia. Un giovane contadino (Costante Vairo) intravede la colonna e corre verso la
chiesa per avvertire del pericolo i compaesani riuniti per la messa. La sua azione risulta però inefficace.
Alle otto i tedeschi, dopo aver ucciso senza apparente motivo un anziano contadino che sta innestando un castagno, circondano la chiesa e alcuni vi fanno irruzione catturando diversi fedeli. Il parroco, don Mantello, seguito da qualche chierichetto, si mette in salvo salendo sul campanile e dando ordine al sacrestano, non appena i tedeschi si sono allontanati, di chiudere a chiave la porta della chiesa. Gli ostaggi sono allineati lungo il muro che circonda la piazza e posti sotto la sorveglianza di un soldato armato di mitra, mentre il resto della colonna in parte prosegue nell’azione di rastrellamento presso le abitazioni vicine, in parte si dirige verso Poggio Bottaro. Poco prima delle nove un gruppo di partigiani spara alcuni colpi di fucile dalla frazione di Santa Maria di Stellanello dov’è stanziato, permettendo a tre ostaggi (fra cui il Vairo) di fuggire. I tedeschi ritornano verso la chiesa e, secondo una testimonianza, per rispondere ai colpi dei partigiani improvvisano una postazione dall’osteria del paese. Quando la sparatoria ha termine, catturano tre contadini di Torria e tornano a vigilare sugli ostaggi. Ma uno di loro entra nuovamente nel locale per farsi dare del cibo. L’oste glielo porge e poi fugge via spaventato. Il tedesco non reagisce e lo lascia scappare. Analoga sorte tocca a Giobatta Vairo.
Costui, nascostosi nella cantina, uscendo si trova di fronte al soldato tedesco e teme per la sua vita.
Questi però si limita a indicargli un sentiero e a incitarlo a correre via il più velocemente possibile. Pronuncia quindi un’espressione-chiave, specie alla luce di quanto sta per accadere: “Stasera, kaputt!” La colonna, diretta verso Ginestro (o forse Cesio), si arresta nella frazione Zerbini per imprigionare altre persone.
Si accende un’improvvisa discussione fra i tedeschi, che i testimoni presumono riguardi la sorte da riservare agli ostaggi. L’ultima tappa è Costa Binella, raggiunta tramite una mulattiera. Qui la colonna si ferma e avviene la selezione dei prigionieri. In un primo momento vengono liberati tre giovani di Ginestro, che si allontanano rapidamente; poi è la volta di quattro donne e, infine, di quattro ragazze, in
seguito condotte al carcere di Imperia e sottoposte a interrogatori e pestaggi per essere da ultimo liberate dopo una dozzina di giorni. Restano 26 persone: 24 uomini e 2 donne, che sono legati a due a due, schiena contro schiena, con del fil di ferro. Le donne, appartate sul lato sinistro della mulattiera, subiscono violenze e sevizie e vengono poi uccise con le baionette.
Gli uomini, posizionati sul lato destro, sono trucidati a colpi di mitraglia. Dopo il massacro, i corpi degli ostaggi sono così sfigurati da risultare irriconoscibili.
Nel pomeriggio della domenica e il lunedì seguente, quando i compaesani raggiungono Costa Binella, per identificare le vittime dovranno fare appello a particolari legati al loro abbigliamento. Armando Zerbone e Leonardo Arduino ricorderanno infatti di aver riconosciuto i loro padri “solo dalle scarpe”. Lunedì 16 aprile i corpi delle vittime sono caricati su carri trainati da buoi e, su suggerimento di don Mantello, portati nell’oratorio, dove vengono adagiati sulla paglia e coperti per essere poi, in parte, seppelliti in una fossa comune, in parte, posizionati entro bare improvvisate e condotti così presso le famiglie d’origine.
La strage di Testico, ricostruita tramite la memoria dei sopravvissuti, lascia a tuttora parecchi punti oscuri: fra questi, il principale è senz’altro il fine per il quale avvenne. Viene allora da chiedersi chi fosse realmente Jacob Unkelbach e se e quali informazioni su di lui siano state raccolte. Certo, la strage di Testico per anni è stata circondata da uno strano silenzio. Ma, poiché questo punto merita particolare attenzione, per chiarirlo è opportuno ricorrere alla memoria scritta, ossia alla ricostruzione che è possibile effettuare tramite il ricco materiale documentario sulle azioni dei partigiani della I zona Liguria conservato presso l’IsrecIm.
Dagli archivi sulla Resistenza risulta che nei giorni immediatamente precedenti la strage 15, e in particolare sabato 14, nell’area compresa fra Pogli, Garlenda e Albenga i Distaccamenti della zona mettono in atto numerosi attacchi alle postazioni nazifasciste causando fughe, danni ai materiali e alcuni morti. In risposta, gli occupanti effettuano rastrellamenti lungo la statale tra Imperia e Garessio per impedire che i partigiani creino difficoltà ai reparti che, prevedendo la ritirata strategica, si stanno muovendo verso nord. Luigi Massabò, detto “Pantera”, vicecomandante della Divisione d’assalto Garibaldi intitolata a “Silvio Bonfante”, nel diario militare riporta che: “Dato l’arrivo improvviso di truppe nazifasciste al ponte del Molino Nuovo di Andora, si prevede un attacco domattina all’alba, per cui i Distaccamenti devono così disporsi”. Seguono puntuali indicazioni e, nello specifico, che: “Per le 4 il Distaccamento ‘G. Garbagnati’ si trovi a Testico in posizione favorevole con la mitragliatrice pesante e controlli il movimento a Cesio e Casanova”. Conclude il comunicato sottolineando che: “Al fine di non causare disgrazie, ogni movimento fatto di propria iniziativa e contrario agli ordini impartiti, sarà punito severamente, ritenendone direttamente responsabile il comandante di Distaccamento che l’eseguirà”.
Così, come previsto, all’alba del 15 aprile duecento SS tedesche danno inizio a un impegnativo rastrellamento fra Testico, Ginestro e Poggio Bottaro. Tramite l’ausilio di spie, gli occupanti hanno infatti notizia che il Comando della Divisione “Bonfante” è rientrato da San Gregorio a Poggio Bottaro; per questo, muovendosi da Cesio prima dell’alba, puntano sui partigiani con ampio dispiego di mezzi per sorprenderli e catturarli. Ma il Comando della “Bonfante”, pur con difficoltà, si sottrae all’accerchiamento e si pone in salvo fra gli ulivi. I tedeschi allora ripiegano su Ginestro e poi Testico trattendo diversi ostaggi.
Il Distaccamento “Garbagnati” e Massimo Gismondi, detto “Mancen”, comandante della I Brigata “Silvano Belgrano”, in posizione logistica vantaggiosa, attaccano i tedeschi che, non riuscendo a rispondere ai colpi dei partigiani e non avendone catturato alcuno, si accaniscono allora contro i civili. Ne imprigionano almeno 10 a Ginestro, altri a Testico, sulla piazza della chiesa, altri ancora a Poggio Bottaro.
Il rastrellamento prosegue, casa per casa, soprattutto grazie all’intervento di un medico tedesco, Jacob Unkelbach, soprannominato “Antonio”. Costui si era rifugiato presso il Distaccamento “Garbagnati” dichiarando di aver disertato dalla Wehrmacht dove lavorava in qualità di sergente sanitario. Nella relazione del 18 febbraio del ’45 sull’incorporazione di Unkelbach al Distaccamento, il comandante Franco Bianchi (“Stalin”) riporta che Jacob aveva disertato “per non servire un padrone che lotta per una causa ingiusta” e che su di lui le informazioni fornite dagli abitanti di Tovo e di Villa Faraldi erano buone. I tedeschi in realtà cercano “Mancen” che, per mantenere la promessa fatta al comandante della “Bonfante” d’intervenire in caso di attacco nemico, entra in Testico con i compagni. I tedeschi riescono però a sfuggire proteggendosi la ritirata grazie agli ostaggi che fungono loro da scudo. Così “Mancen” e i suoi, per non colpire i civili, sospendono il fuoco. Allora i tedeschi, che hanno raggiunto il loro scopo, una volta arrivati al valico di Ginestro, non traendo più vantaggio dai prigionieri catturati, se ne liberano massacrandoli.
Dalle relazioni dei partigiani risulta che le vittime siano una quarantina e non 26 come viene riportato sulla lapide del passo del Ginestro, né 27 come si evince dall’elenco dei caduti. Confrontando i nomi delle vittime riportati sulla lapide con i nomi citati da Francesco Biga, si dà corrispondenza nel caso delle vittime di Ginestro (in tutto 10), di Testico (11), di Alassio (1), di Torria/Chiusanico (3) e di Cesio (1).
Dall’elenco di Biga risultano altri 18 nominativi su cui occorerebbe raccogliere altre informazioni.
Secondo la testimonianza di “Stalin”, in seguito a questo spaventoso massacro, il Comando operativo della I Zona emanò l’ordine di fucilare, all’interno delle formazioni che ne avessero accolto anche uno soltanto nelle lora fila, tutti i tedeschi disertori come Jacob (“Antonio”). Ciò avvenne in quasi tutti i casi: si salvò soltanto un tedesco da molti mesi in montagna come gregario nella V Brigata “L. Nuvoloni” che aveva dato prova di sincera fedeltà.
Ci troviamo dunque di fronte a due ricostruzioni della strage: l’una, quella orale, è affidata alla testimonianza dei sopravvissuti; l’altra, scritta, riguarda le vicende narrate attraverso le relazioni dei partigiani.
Dal confronto, i fatti nella sostanza si confermano; ciò che cambia è piuttosto il punto di vista che configura le due memorie. In primo luogo i sopravvissuti, che non hanno conoscenza della strategia bellica dei partigiani e degli occupanti, ricordano i giorni che hanno preceduto la strage come “particolarmente tranquilli”, senza che attacchi di ribelli o repressioni nazifasciste si siano abbattuti sulla comunità.
Esaminando i documenti dei partigiani, invece, si prende atto che proprio in quei giorni l’attività di lotta è frenetica e che gli scontri fra le parti si intensificano a misura che il “vento della Liberazione” si fa più prossimo. Evidentemente, quasi al termine del conflitto, sono in gioco due prospettive opposte: i paesani interpretano la strage più alla luce dell’imminente liberazione, quindi con la “memoria del poi”, dei giorni successivi al 25 aprile e del ritorno alla normalità, che in relazione al loro presente storico.
I partigiani, al contrario, guardano esattamente al momento in cui l’evento accade. Il loro è lo sguardo di chi combatte attivamente ed è perciò preparato a ogni evenienza. Per questo il termine che ricorre più
spesso nello scarno lessico delle realzioni è “prevedere”. In questo senso, i giorni che precedono la strage si intrecciano strettamente alle imprese già compiute e a quelle ancora da venire, in rimandi che sembrano tutt’altro che casuali. Chi combatte la guerra rispetto a chi, come i civili, è costretto a subirla, trova la sua forza tanto nell’uso delle armi quanto nell’attenzione al presente, alle concatenazioni di fatti da cui esso proviene e verso cui, nella ratio militare, tende a dirigersi. Così, da un lato le formazioni partigiane (ma questo vale anche per i tedeschi) anticipano con precisione l’accadere; dall’altro i civili fanno i conti con l’imprevedibile, con la fatalità che la strage rende assoluta e inspiegabile. In secondo luogo, nel racconto dei sopravvissuti i partigiani, benché presenti in carne e ossa nell’azione scenica, appaiono tuttavia “lontani”, quasi sfuggenti. Si muovono sulle alture, compaiono fugacemente fra gli ulivi, si fanno sentire per via dei colpi di fucile sparati ma, di fatto, risultano quasi sempre altrove, come fossero “invisibili” e “disincarnati”, e le loro operazioni non sono discernibili. Al contrario i tedeschi, sia per l’estraneità delle loro figure (la divisa, i corpi slanciati, il portamento altero, i tratti somatici segnati dall’algida durezza) sia per la brutalità che si associa alle loro azioni e sia pure anche per certi incomprensibili gesti di pietà a cui può capitare che diano luogo, sono invece visibilissimi e carnali. C’è infine un punto in cui le due versioni si incontrano: penso alla figura di Jacob/Antonio. Il disertore che ha vissuto tanto fra i tedeschi, nelle vesti del sergente sanitario Unkelbach, quanto fra i partigiani, che lo ricordano come “u megu”, forse inviso ormai a entrambe le parti, costituisce tuttavia il trait d’union fra le due memorie.

Giosiana Carrara, Stragi nazifasciste di civili nella provincia di Savona in Savona in guerra. Militari e vittime della provincia di Savona caduti durante il secondo conflitto mondiale (1940-'43/1943-'45), ISREC Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea della provincia di Savona, 21 gennaio 2013 

Tornando sui loro passi i Tedeschi si fermano davanti alla chiesa di Ginestro. Qui, minacciano di fucilare tutti e probabilmente qui doveva avvenire l’esecuzione. Nasce però una discussione tra gli stessi soldati Tedeschi che degenera in una lite (non sappiamo esattamente tra chi) ma alla fine l’esecuzione viene rimandata. Questa discussione era probabilmente tra chi voleva liberarsi dei contadini e compiere subito il massacro e chi, non sentendosi ancora sicuro, voleva tenerli come scudo e garanzia contro eventuali attacchi. La colonna dunque, riprende il cammino verso Cesio, ma al poggio di Costa Binella i prigionieri vengono fermati e fatti sedere. Qualcosa succede e i Tedeschi prendono le loro decisioni. Tre giovani di Ginestro vengono liberati e fatti allontanare; con loro anche quattro donne e altre quattro ragazze vengono mandate al carcere di Imperia per essere interrogate. Gli altri vengono legati a due a due con il filo di ferro schiena contro schiena. Difficile comprendere il motivo di queste scelte, a meno che le indicazioni su chi interrogare, chi liberare e chi uccidere non venissero da quel “megu” che ormai ben conosceva uomini e cose di quel territorio. E così vengono uccisi tutti quelli rimasti a Costa Binella. Gli uomini con raffiche di mitra da distanza ravvicinata sul lato destro del sentiero (oggi poco distante dalla provinciale). Sul lato sinistro le donne vengono seviziate e poi uccise a colpi di baionetta. La strage è dunque compiuta e i Tedeschi tornano a Cesio mentre gli abitanti del paese rimangono alcune ore nell’incertezza e nella speranza finché qualcuno prende coraggio e decide di andare a cercare i compaesani. Fatta la terribile scoperta, arrivano altri dal paese. Molti dei fucilati sono talmente massacrati che i paesani hanno difficoltà a riconoscere i loro cari. E’ per alcuni una altalena di speranza e dolore. Arrivano poi i carri tirati da buoi e i corpi sono caricati e trasportati in paese. Qui vengono sistemati nell’oratorio, distesi su della paglia e sommariamente coperti. Una parte dei caduti verrà provvisoriamente interrata in una fossa comune. Sono state trucidate ventinove persone in tutto. Venticinque di Testico e delle sue frazioni, tre di Chiusanico, frazione di Torria, e una di Alassio, in un paese che conta poco più di trecento abitanti. Tutto ciò conferisce all’azione il chiaro carattere di una rappresaglia in tutto tristemente simile alle centinaia di massacri di civili compiuti dai nazifascisti negli ultimi mesi di guerra. Quasi ogni famiglia è colpita dal lutto: la follia di quelle poche ore ha distrutto e ha gettato nel dolore un intero paese per molti anni. La storia dell’eccidio è stata ricostruita facendo parlare alcuni testimoni diretti, altri che hanno partecipato all’evento e parenti e conoscenti delle vittime. Questa forma ha il pregio di essere diretta e di rendere la terribile esperienza umana di quelle persone. Per chiudere mi pare che la più chiara descrizione del senso tragico dell’evento sia riassunto nelle parole di Armando Zerbone: “Quando sono andato il giorno dopo sul posto ho potuto riconoscere mio padre solo dalle scarpe, lo avevano massacrato.”
Riccardo Aicardi, 15 aprile 1945: l'eccidio di Testico in “Storia e Memoria”, anno XVII, n. 2, 2008, Istituto Ligure per la Storia della Resistenza e dell′Età Contemporanea

giovedì 13 agosto 2020

Attacco partigiano a Baiardo con l'intervento dell'aviazione alleata

Baiardo (IM) visto da Perinaldo
 
Il 10 marzo 1945, programmata già un mese prima, avvenne l'unica azione combinata tra aerei alleati e forze garibaldine. Il luogo prescelto fu il presidio nemico di Baiardo. Il segnale di inizio, annunciato da Radio Londra, era "la neve cade sui monti".
Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell'Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945) - Tomo I - Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Facoltà di Scienze della Formazione, Corso di Laurea in Pedagogia - Anno Accademico 1998 - 1999

Bajardo era un caposaldo fascista. In paese, infatti, si trovavano i bersaglieri, comandati dal tenente Franco Buratti, che costituivano un pericolo costante per le formazioni partigiane operanti nella zona [...] Vittò [anche "Ivano", Giuseppe Vittorio Guglielmo, comandante della II^ Divisione "Felice Cascione"] ritenne opportuno non far partecipare i suoi uomini alla battaglia di Bajardo; troppi rischi di perdere vite in proporzione alla difficoltà di riuscire a conquistare il caposaldo nemico [...] non era convinto del piano prospettatogli dal capitano inglese della missione alleata, Robert Bentley. In base a quanto dichiarato da quest'ultimo per conquistare Bajardo sarebbe dovuta intervenire l'aviazione inglese mediante l'impiego di quattro aerei, che si sarebbero limitati a iniziare la battaglia con un mitragliamento e poi se ne sarebbero andati, lasciando ai partigiani il compito di entrare in paese e assalire la fortezza dei bersaglieri.
Romano Lupi, VITTO'. Vita del comandante partigiano Vittorio Guglielmo, Quaderni sanremesi, Sanremo, 2011 

Ecco ciò che dice "Gino" (Gino Napolitano) [vice comandante della V^ Brigata "Luigi Nuvoloni" della II^ Divisione]: "Dopo i tremendi rastrellamenti subiti in gennaio e febbraio le nostre brigate si riformavano. [...] La stazione trasmittente sotto il controllo del capitano Robert Bentley aveva riallacciato i collegamenti con la Francia.  Venne pertanto stabilito dal comando operativo di zona un primo attacco combinato fra le nostre forze e l'aviazione nemica contro un caposaldo avversario quale esperimento. Venne fissata la segnalazione da Radio Londra per la coordinazione dell'attacco: 'la neve cade sui monti', stabilito il luogo, Baiardo, il giorno, 17 marzo [invece, l'attacco partigiano ebbe luogo il 10 marzo 1945], e l'ora, le 7 del mattino.  [...] Baiardo appollaiata sulla cima del monte a 900 metri di altezza, era difesa da oltre 150 tedeschi e bersaglieri, armati di cannoni e mortai. I nostri partirono dalla base di Ciabaudo: circa 120 uomini al comando di Gino Napolitano (Gino). Con essi erano Curto [Nino Siccardi, comandante della I^ Zona Operativa Liguria], Sumi (Lorenzo Musso) [Commissario Politico al Comando Operativo della I^ Zona Operativa Liguria]  ed il capitano Bentley, che avrebbero presenziato all'azione".
Mario Mascia, L'epopea dell'esercito scalzo, Ed. ALIS, 1946, ristampa del 1975 a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia

Non era dello stesso parere il Curto che vedeva nell'azione una mirabile rivincita su quel distaccamento nazifascista che aveva sempre resistito agli attacchi partigiani. Gino era del parere del Curto ed anche altri comandanti di distaccamenti. Forse pensavano certa l'azione degli aerei, repressiva e sicura la paura dei bersaglieri. Continua Vitò: "Il Comandante di Zona Curto invece voleva attaccare. Prese il comando dei miei distaccamenti e partì con essi. Io non ci sono andato. Avevo il presentimento di un attacco inutile e dannoso per noi. Quella presenza degli aerei con mitragliamento impediva a noi la sorpresa dell'attacco ed avvisava i nemici di mettersi in difesa..."
don Ermando Micheletto *, La V^ Brigata d’Assalto Garibaldi “Luigi Nuvoloni” (Dal Diario di Domino nero Ermando Micheletto), Edizioni Micheletto, Taggia (IM), 1975
* ... Don Micheletto per tutta la guerra si adoperò per i partigiani, generalmente in contatto con i gruppi di Vitò, che accompagnò spesso nei loro spostamenti. Esplicherà la sua attività specialmente nell'assistenza e per captare messaggi radio. Giovanni Strato, Storia della Resistenza Imperiese (I^ zona Liguria) - Vol. I. La Resistenza nella provincia di Imperia dalle origini a metà giugno 1944, Editrice Liguria, Savona, 1976, ristampa del 2005 a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia

"Alle 4 del mattino la marcia veloce e silenziosa ebbe inizio. I nostri erano discretamente armati, grazie specialmente ai rifornimenti giunti nelle ultime settimane in montagna via mare. Si marciava in fila indiana sotto il cielo che impallidiva, esilarati dalla sottile aria di montana che già odorava di primavera. Alle 6 il distaccamento giunse nei pressi del paese: i nostri si distesero a catena, si scalzarono perché il rumore delle scarpe ferrate non allarmasse il nemico e salirono lentamente, Gino in testa, fino al cimitero del paese. [...] Al di sopra dei nostri, a forse duemila metri di altezza, sei aeroplani volavano dritti sul paese. Immediatamente alcune pattuglie di arditi vengono staccate in direzione dell'abitato mentre tutti gli altri, sempre al coperto, si spostano sino a 200 metri dalle prime case. Alle 7,10 gli apparecchi sono sull'obiettivo. Si vedono ruotare, abbassarsi, risollevarsi. Il paese è in subbuglio: si ode la gente correre. Improvvisamente gli aeroplani si allontanano ed un lungo getto di vapore bianco si disegna dietro uno degli apparecchi. È il segnale? Ma i nostri non hanno udito alcun rumore di esplosioni, soltanto sembra loro di aver percepito, fra tanti suoni confusi, il ticchettio di un mitragliamento. [...] Si decise allora di tentare senza indugio un'azione subitanea sperando di cogliere il presidio di sorpresa. Alle 7,20 scattammo all'attacco da tutte le parti, in piccoli gruppi. La popolazione era asserragliata nelle case, ma il nemico, evidentemente avvertito, era pronto.  Le strade erano battute da un fuoco incessante che veniva dalle finestre e dai tetti e che le spazzava da un capo all'altro. I nostri avanzavano lungo i muri verso il cuore del paese: avevano però soltanto armi automatiche leggere perché si attendevano di essere appoggiate dal bombardamento aereo, e contro le mitragliatrici pesanti, protette dalle case trasformate in fortezze, l'attacco si mostrava impotente. Gino con una quindicina di uomini raggiunse il centro del paese e vi rimase per oltre mezzora fulminando le finestre degli edifici da cui partiva l'incessante fuoco nemico. I bersaglieri ed i tedeschi, il cui grosso era sulla piazza, escono improvvisamente al contrattacco, tentando di infiltrarsi tra i nostri gruppi. I nostri convergono su di essi da tutti i lati, li prendono d'infilata e li respingono costringendoli a ritirarsi precipitosamente nelle loro tane, lasciando sul terreno morti e feriti. Alle 9 le munizioni dei nostri uomini erano quasi esaurite, mentre il nemico sembrava ne possedesse una riserva inesauribile. I garibaldini erano stanchi e prolungare l'azione sarebbe stata una follia. Curto impartisce l'ordine di ritirata. Gli uomini escono lentamente dal paese sempre combattendo, mentre Gino protegge la retroguardia con un tiro continuo di sbarramento. Alle 9,30 il distaccamento in perfetta formazione marciava sulla strada del ritorno verso la base. L'azione, sebbene non avesse ottenuto il successo completo, era stata brillantissima e per la sua concezione e per i risultati ottenuti: i nostri avevano violato uno dei più forti baluardi nemici infliggendogli perdite gravissime. Da parte nostra due morti in combattimento, Vitale e Lazzari, e alcuni feriti. Il garibaldino Nino, ferito e catturato dal nemico, venne passato per le armi sul posto. Ma l'iniziativa passava nelle nostre mani e non doveva più sfuggirci".
Mario Mascia, Op. cit.

Dopo circa tre ore di attesa, e precisamente alle ore 7,55, si avvistava una squadriglia di sei apparecchi da caccia che, dopo aver descritto un ampio cerchio tra Monte Bignone e Monte Ceppo, subito dopo iniziavano un'azione di mitragliamento, senza però sganciare alcuna bomba. Dopo dieci o quindici minuti il mitragliamento cessava e la squadriglia si allontanava. Dopo un’iniziale esitazione, dovuta al mancato lancio di fumogeni da parte degli aerei, come era convenuto, sotto la direzione del vice comandante della V^ Brigata e del comandante del I° Battaglione Vincenzo Orengo (Figaro), ebbe inizio l'assalto al paese. I garibaldini raggiunsero la piazza del paese, a circa quindici metri dalla caserma dei Bersaglieri, i quali, asserragliati, rispondevano al fuoco dalle finestre. Il sopraggiungere di rinforzi provenienti da Ceriana e da Sanremo obbligò i partigiani a desistere e ritirarsi nei boschi. Nell'attacco cadevano il commissario Riccardo Vitale (Cardù), Gaetano Cervetto (Nino) e Vitaliano Lazzari (Lazzari).
Giorgio Caudano
 
Si mise disteso sulla paglia trita; sì, che se la sentì pungere dappertutto come le altre volte rivoltandosi di qua e di là, ma adesso con la stanchezza addosso a quel modo, gli pareva di essere più al sicuro.
Col vento che soffiava dovunque, però, non ci riuscì per niente a dormire; si sentiva maggiormente le gambe rotte, e tutti quei ricordi se li sentiva sempre di più a premergli nella testa da fargli male.
Il partigiano anziano adesso gli era venuto vicino continuando il suo discorso e lo guardava fisso come per farsi sentire meglio nel parlare; ma lui macché, non ce la faceva più a seguire quel discorso, seguitando invece a pensare per conto suo.
Così, quando il partigiano anziano finì di parlare, e uscì per guardare fuori al di là del casone, manco se ne accorse: difatti, era già da un pezzo che gli era venuto in mente di quella volta a Baiardo, quando attaccarono i bersaglieri.
Fu quella volta della sparatoria contro i bersaglieri, quando col distaccamento al completo, ci andarono proprio sotto di sorpresa: ci andarono fin sono le finestre, dentro il paese, dove erano accampati i fascisti con le sentinelle da tutte le parti da picchiarci dentro; ed eccolì, quella volta perdio, anche lui aveva visto Cardù da morto.
Ma l'aveva visto soltanto dopo il gran fracasso della sparatoria, che l'aveva ancora forte nelle orecchie: Cardù era lì sulla strada rovesciato per terra, tutto sfracellato come quelli sulla neve al di là del forte Centrale, che aveva detto il partigiano anziano.
Fu quella volta famosa dell'attacco di Baiardo, quando ci andarono tutti spensierati, e lui non se lo scordava più come successe a quel modo così in fretta: eppure, nemmeno adesso gli pareva ancora vero che quella volta se lo fosse trovato morto, proprio lì davanti, il suo compagno Cardù; dopo tutti i discorsi insieme che avevano fatto prima.
Voglio dire a quel modo comese proprio, quasi quasi, stessero ancora per finire il discorso appena incominciato; difatti, lì per terra tutto sporco di polvere e di sangue, pareva che gli fosse rimasta ancora la bocca aperta, come per parlare. Ma poi, lui gli era andato vicino a Cardù; e chissà perché, gli era venuta subito quella paura fredda della morte, vedendolo così rigido e fracassato; ecco com'è: è la paura di quando lo capisci bene che se uno è diventato rigido nella morte, è diventato un altro; ma è diventato tanto un altro, che ti mette perfino soggezione; non puoi manco più toccarlo, siccome te lo senti distante e assolutamente estraneo; così ti succede che uno, anche se ti è stato compagno, eccome, non te lo senti più propriamente compagno come prima quando ci parlavi insieme da vivo; te lo senti soltanto come un estraneo: e dentro ci senti una gran pietà un gran dolore e una gran rabbia per lui per te e per tutti quanti; mentre è così che vorresti metterti a gridare forte forte, stringendo i pugni. 
Osvaldo Contestabile, Scarpe rotte libertà. Storia partigiana, Cappelli editore, 1982, p. 180
 
Coloro invece, che avevano voluto l'attacco, asserivano che fu proprio l'attacco inatteso a decidere i tedeschi alla ritirata dalla zona. La conclusione la si può derivare dai fatti come si sono svolti, dalle vittime, che ci sono state, e dalla impossibilità di conquistare Baiardo. Si era in guerra e nessuna azione, secondo alcuni, si doveva tralasciare per combattere i tedeschi. Concludeva Vitò: "Il mio parere negativo sulla battaglia di Baiardo era motivato dalla mia conoscenza diretta e sperimentata dell'armamento dei bersaglieri. Era ancora vivo nella mia mente l'esperimento fatto in altra battaglia precedente".
don Ermando Micheletto, Op. cit.

12 marzo 1945 - Dal comando della II^ Divisione "Felice Cascione" al comando della I^ Zona Operativa Liguria - Inviava il resoconto del comando della V^ Brigata "Luigi Nuvoloni" sull'attacco partigiano effettuato a Baiardo (IM) nella notte tra il 9 ed il 10 marzo, resoconto in cui si riportava che, dopo aver predisposto gli uomini per l'attacco al presidio fascista in previsione dell'intervento di aerei alleati, tutte le vie d'accesso, anche con la collaborazione di reparti della IV^ Brigata "Elsio Guarrini" della II^ Divisione "Felice Cascione", erano state bloccate; che verso le 8 del 10 marzo erano passati 6 caccia alleati, che avevano effettuato parecchie raffiche di mitra senza colpire, tuttavia, nessuno dei 45 bersaglieri repubblichini; che, al segnale, tutti i garibaldini erano usciti dal bosco attaccando i fascisti; che questi ultimi rispondevano al fuoco; che il combattimento era durato per circa 30 minuti, in quanto, arrivati rinforzi nemici da Ceriana e terminate le munizioni, i partigiani si ritiravano, dopo aver lasciato sul terreno 2 uomini caduti in combattimento ed avere perso un altro garibaldino, catturato dal nemico e subito fucilato; che si poteva giudicare che l'azione alleata era stata inefficace, perché non era stato effettuato nessun bombardamento e che, per giunta, dagli aerei non era giunto il segnale concordato, cosicché i partigiani non erano potuti intervenire in modo simultaneo agli apparecchi.
14 marzo 1945 - Dalla Sezione SIM della V^ Brigata al comando della I^ Zona Operativa Liguria, al comando della II^ Divisione, alla Sezione SIM della II^ Divisione ed al comando della V^ Brigata - Informazioni militari: "...  Il presidio di Baiardo dopo l'attacco effettuato il 10 c.m., è stato rinforzato da forze naziste. Durante detta azione rimanevano feriti 4 bersaglieri e l'ufficiale comandante il presidio. Quest'ultimo è stato ricoverato all'ospedale di S.Remo...."
da documenti  Isrecim in Rocco Fava, Op. cit., Tomo II
 
A seguito dell'attacco a Baiardo (9-10  marzo  1945) da  parte  di  Distaccamenti  della  V^  Brigata  si scatena furiosa la reazione nemica. Vittò, Curto, Armando Fragola Doria Izzo, il capitano inglese Robert Bentley, il suo radiotelegrafista Mc Dougall, Guido Arnaldi, Felice Miroglio, Alfredo Maiano  Lupo, ed  altri  partigiani  quali  staffette o addetti al deposito Intendenza sito nelle case della borgata Gerbonte (Triora), si mettono in marcia verso una grotta pensandovi di trovare rifugio sicuro. Intanto nella notte  tra  il 10 e l'11 giungono da Sanremo truppe  tedesche  appartenenti  ai  RAP  (Raggruppamento Anti Partigiani), che riescono a prendere di sorpresa la borgata senza che fosse  dato alcun allarme. Però la tattica partigiana era quella di non rimanere molto tempo nei luoghi abitati. Questa tattica salva il gruppo di uomini menzionati. Infatti all'alba lasciano Gerbonte per raggiungere la grande grotta, che si  apre nei pressi di Loreto. Giunti alla grotta il capitano Bentley si accorge di aver dimenticato l'antenna della radio nella casa di Gerbonte. Viene incaricato del recupero la staffetta partigiana Lupo, che è preso in  rastrellamento dai  nazifascisti nella zona di Gerbonte e successivamente condotto nei  pressi di Molini di Triora ed ivi fucilato (11.03.1945). Il ritardo del ritorno di Lupo fa  insospettire il gruppo, per cui parte in missione il  garibaldino Felice Miroglio, che cade ucciso da un colpo di Mauser nei pressi di Gerbonte. Lo stesso giorno, 11 marzo  1945, nei pressi di Bregalla [Frazione di Triora (IM)] viene ucciso in combattimento dai tedeschi il partigiano Paolo Bruno Oddo.
Mons. Cav. Ferdinando Novella, Il martirio di Molini Triora (3.07.44 - 25.4.1945), edito dal Comune di Molini di Triora, 2004 

lunedì 10 agosto 2020

Sui partigiani imperiesi in Val Roia nel 1945


Uno scorcio di Val Roia, visto da Fanghetto, Frazione di Olivetta San Michele (IM)
 
La situazione al fronte si trovava in una fase di stallo; da metà novembre le alte vette che costituiscono lo spartiacque dei due schieramenti si coprirono di neve; gli alleati non avevano la forza e l'interesse di sfondare un fronte che sarebbe costato un numero di perdite non compatibile con i vantaggi che si sarebbero ottenuti; il territorio francese era completamente liberato ad esclusione di piccoli villaggi di Breil, Fontan e Saorge. Il fronte del Roia era presidiato da parte alleata dal First Special Service Force, unità mista americana e canadese che fu sciolta a fine novembre '44, sostituita dalla 44° Brigata D.C.A composta da quattro battaglioni di fanteria, il 19°, il 68°, l'899° e dal 442° reggimento, quest'ultimo formato da americani di origine giapponese provenienti dal Texas e dalle Hawaii; il comando della brigata era affidato al brigadiere generale Tobin <346.
Per tutto l'inverno i due schieramenti si fronteggiarono conservando le rispettive consegne, che erano di mantenere un atteggiamento difensivo. Scambi di artiglieria e scontri tra pattuglie causarono solamente, considerando le carneficine subite in altri fronti, il sacrificio di 43 morti e 135 feriti da parte americana e 8 morti e 32 feriti da quella francese, le perdite italo-tedesche furono verosimilmente equivalenti <347.
Nei giorni precedenti l'arrivo della primavera venne dispiegata, lungo la frontiera italo-francese, la 1^ Divisione della Francia Libera del generale Pierre Garbay, forte di 16.613 uomini, proveniente dal fronte alsaziano e trasferiti per dare una spallata a questo sonnacchioso scenario di guerra. La fine dell'inverno fu caratterizzata da rastrellamenti decisi dal comando tedesco per eliminare all'origine qualsiasi eventuale problema, che avrebbe potuto presentarsi, nel momento dell'eventuale ritirata, a causa di una recrudescenza delle azioni partigiane in procinto di riorganizzarsi con l'avvento della buona stagione.
[NOTE]
346 A questi si aggiunsero, allo scopo di colmare il divario di forze favorevole ai nemici italo-tedeschi, una serie eterogenea di unità francesi costituite da ex membri del F.F.L e da volontari di origine o nazionalità italiana.
347 Pierre-Emmanuel Klingbeil, op. cit. infra, pag 233.

Giorgio Caudano, Pigna. Storia di un paese, ed. in pr., 2016
 
[ n.d.r.: tra le pubblicazioni di Giorgio Caudano: Marco Cassini e Giorgio Caudano, Bordighera al tempo di Bicknell e Monet, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2021; Giorgio Caudano, L'immagine ritrovata. Ventimiglia e dintorni nei dipinti dell'Ottocento e primo Novecento, Alzani Editore, 2021; (a cura di) Paolo Veziano con il contributo di Giorgio Caudano e di Graziano Mamone, La libera Repubblica di Pigna. Parentesi di democrazia (29 agosto 1944-8 ottobre 1944), Comune di Pigna, IsrecIm, Fusta Editore, 2020; Giorgio Caudano, Gli eroi sono tutti giovani e belli. I Caduti della Lotta di Liberazione nella I^ Zona Operativa Liguria, Edito dall'Autore, 2020; Giorgio Caudano, Dal Mare alla Trincea... memorie di uomini, BB Europa, Cuneo, 2019; Silvia Alborno, Gisella Merello, Marco Farotto, Marco Cassini, Giorgio Caudano, Franck Vigliani, curatori della mostra Claude Monet, ritorno in Riviera, catalogo a cura di Aldo Herlaut, Silvana Editoriale, Milano 2019; La Magnifica Invenzione. I pionieri della fotografia in Val Nervia 1865-1925, a cura di Marco Cassini e Giorgio Caudano, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2016  ]
 
30 gennaio 1945 - Dalla delegazione ligure delle Brigate d'Assalto Garibaldi al comando della I^ Zona Operativa Liguria - Avvisava circa un imminente rastrellamento nella zona compresa tra Ventimiglia (IM) ed una parte della provincia di Cuneo.
31 gennaio 1945 - Da "Laios" al comando della V^ Brigata "Luigi Nuvoloni" della II^ Divisione "Felice Cascione" - Informava che a Briga [La Brigue, Alpes-Maritimes, Vallée de la Roya. In tutta la zona di confine, in particolare attraverso la Val Roia, proprio in quel periodo si intensificarono gli sforzi per fare penetrare agenti francesi] si trovavano 30-40 tedeschi, 50 russi ed alcuni militari della RSI e che "Natalin della Gamba" aveva riferito che i russi di Briga gli avevano chiesto l'ubicazione delle forze partigiane, "pregandolo di aiutarli a scappare per raggiungere la zona partigiana".
16 febbraio 1945 - Dal comando del I° Battaglione "Mario Bini" della V^ Brigata "Luigi Nuvoloni" della II^ Divisione "Felice Cascione", prot. n° 45, al comando della V^ Brigata  e al comando della II^ Divisione - Comunicava...  che a Briga Marittima erano stanziati circa 100 uomini tra tedeschi e russi, oltre a 40 genieri della RSI; che sempre da Briga erano fuggiti una ventina di soldati, in prevalenza russi, ricercati dai tedeschi; che Tenda era stata bombardata da aerei alleati, che avevano causato la morte anche di 2 ufficiali; che Fontan, Saorge, Forte Tirion e San Michele  [Frazione di Olivetta San Michele (IM)] erano occupati da tedeschi, che Breil, Libri, Piena e Olivetta [il borgo principale di Olivetta San Michele] erano terra di nessuno.
18 febbraio 1945 - Dal comando della V^ Brigata al comando della II^ Divisione - Comunicava che partigiani del II° distaccamento erano riusciti ad interrompere dal 9 al 12 del mese le linee di comunicazioni nemiche per un tratto di 3 chilometri con il fronte francese.
9 marzo 1945 - Dalla Sezione SIM [Servizio Informazioni Militari] del II° Battaglione "Marco Dino Rossi" della V^ Brigata, prot. n° 12, al comando della V^ Brigata - Segnalava che ... ogni giorno da Briga Marittima salivano pattuglie fino a Sanson, Breil [Breil-sur-Roya] e Saorge; che a San Dalmazzo di Tenda [Alta Val Roia oggi francese] continuava il "martellamento" da parte degli aerei alleati, i quali in un'occasione avevano centrato la stazione ferroviaria.
13 marzo 1945 - Dal comando del II° Battaglione "Marco Dino Rossi", prot. n° 13, al comando della V^ Brigata - Segnalava che... a Briga Marittima e a San Dalmazzo di Tenda continuavano i bombardamenti alleati.
15 marzo 1945 - Dal comando della V^ Brigata, prot. n° 342, al Comando Operativo della I^ Zona Liguria ed al comando della II^ Divisione - Comunicava che ... i nazisti avevano abbandonato Breil e Saorge.
15 marzo 1945 - Dal comando della V^ Brigata, prot. n° 342, al Comando Operativo della I^ Zona Liguria ed al comando della II^ Divisione - Comunicava che… "il paese di Trucco [Frazione di Ventimiglia (IM) in Val Roia] sul confine italo-francese è presidiato da 30 tedeschi con una batteria antiaerea da 20 mm"
22 marzo 1945 - Dalla Sezione SIM della V^ Brigata, prot. n° 352, alla Sezione SIM della II^ Divisione - Comunicava che... le zone Sanremo-Bordighera e Briga [Marittima]-San Dalmazzo [di Tenda] erano quelle privilegiate per i bombardamenti alleati. 
30 marzo 1945 - Dal Comando Operativo della I^ Zona Liguria al comando della II^ Divisione "Felice Cascione" ed al comando della VI^ Divisione "Silvio Bonfante" - Direttiva di stilare piani adeguati per impedire tentativi nemici di sabotaggio degli impianti elettrici di San Dalmazzo di Tenda, Airole, Oneglia e Bevera [Frazione di Ventimiglia (IM) in Val Roia]. "Occorre disarmare con urgenza le guardie nemiche prima che accada l'irreparabile".
da documenti IsrecIm in Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell'Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945), Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1998-1999
 
Il 10 aprile i francesi della 1° D.L.F. diedero l'assalto all"Authion; dopo pesanti combattimenti supportati da aviazione e artiglieria, l'11 aprile venne conquistato il forte de Mille Fourches seguito da quello de la Forca e del Plan Caval. Il giorno successivo a cadere fu la ridotta della cime dei Trois Communes, venne quindi definitivamente conquistato il saliente dell'Authion, che già aveva bloccato gli eserciti francesi negli anni della guerra di secessione austriaca e della Rivoluzione. Complessivamente la battaglia dell'Authion costò alle due parti 273 morti e 644 feriti. Le difese tedesche iniziavano a sgretolarsi, anche se gli uomini resistettero tenacemente per più di una settimana in posizione di inferiorità, dopo aver perso le vette più elevate.
Giorgio Caudano,  Op. cit.
 
4 aprile 1945 - Dal comando della II^ Divisione al comando della IV^  Brigata - Ordine di...  sorvegliare l'eventuale arrivo di truppe nemiche provenienti dalla zona di Tenda.
10 aprile 1945 - Dalla Sezione [responsabile, "Brunero" Francesco Bianchi] S.I.M. [Servizio Informazioni Militari] della V^ Brigata "Luigi Nuvoloni" della II^ Divisione "Felice Cascione", prot. n° 381, al Comando Operativo della I^ Zona Liguria ed al comando della II^ Divisione - Comunicava che... Sosteneva che l'esercito francese aveva conquistato importanti punti strategici.
17 aprile 1945 - Dal Distaccamento di "Franco" al comando della II^ Divisione "Felice Cascione" - Comunicava che negli ultimi 2 giorni erano arrivati al Distaccamento come volontari 4 russi e 3 slavi... che sembrava certo che il fronte si fosse spostato verso Fontan, Breil-sur-Roya e zone limitrofe; che l'artigliera francese con ogni probabilità stava già battendo la zona di San Dalmazzo [di Tenda].
17 aprile 1945 - Dal comando del Distaccamento "Silvio Torcello" della III^ Brigata d'Assalto Garibaldi "Libero Briganti" della I^ Divisione "Gin Bevilacqua" [II^ Zona Operativa Liguria] al comando della II^ Divisione "Felice Cascione" - Segnalava che il fotografo Aristide Piccioni, abitante con il fratello sarto a Briga [La Brigue, Alpi Marittime], "esplica servizi di spionaggio a favore delle forze della RSI".
18 aprile 1945 - Dall'informatore "Max" [Massimo Porre] al comando della II^ Divisione "Felice Cascione" - Comunicava che da Briga [La Brigue, Val Roia] erano arrivati dai garibaldini 7 prigionieri russi, di cui 4 armati di ta-pum, i quali, con l'aiuto come interprete di "Andrey" avevano riferito che non c'erano più SS nella zona Briga-San Dalmazzo-Tenda e che i tedeschi avevano terrore dei partigiani al punto che avrebbero voluto compiere una resa alle truppe inglesi. Segnalava, poi, che i francesi avevano conquistato con l'uso dei lanciafiamme il forte di Outillon, giungendo a soli 3 km. da Fontan; che Breglio [Breil-sur-Roya] era stata occupata dai degollisti; che i tedeschi avevano fermato 40 civili a Briga e 120 a Tenda per costruire fortificazioni o per trasferirli a Vernante (al di là del Colle di Tenda in provincia di Cuneo]; ... che alcuni tedeschi erano saliti a Cima Marta a cercare 8 soldati russi evasi il 17 aprile da Briga [La Brigue, Val Roia]; che i tedeschi in ogni caso sarebbero stati in procinto di abbandonare quest'ultima zona; ... 
18 aprile 1945 - Dal comando della V^ Brigata "Luigi Nuvoloni" della II^ Divisione "Felice Cascione" al comando della II^ Divisione - Scriveva, dato che il capo di Stato Maggiore [Leo il mortaista, Vittorio Curlo] della Divisione aveva informato lo scrivente comando della decisione del comando di Divisione di formare un nuovo Distaccamento a Pigna (IM) al comando di "Franco", che "questo ci meraviglia per varie ragioni", aggiungendo che se a Briga [La Brigue, Val Roia] vi erano dei nuovi volontari questi dovevano essere inquadrati nella V^ Brigata e distribuiti nei vari Distaccamenti già esistenti...
19 aprile 1945 - Da "Tina" [probabilmente Battistina Mucignat, nata a Rezzo (IM) il 29/10/1916, patriota della IV^ Brigata "Elsio Guarrini"] al comandante [della II^ Divizione "Felice Cascione"] "Vittò" ["Ivano", Giuseppe Vittorio Guglielmo] - Segnalava che "Briga è campo libero, nella notte partiranno tutte le truppe, nella giornata in corso non opereranno alcuna sortita, regolarsi di conseguenza".
22 aprile 1945 - Da Kimi [Ivar Oddone, commissario politico della II^ Divisione] al comando della II^ Divisione - Segnalava che una fonte attendibile riferiva che la radio francese aveva annunciato la notizia dell'occupazione di Briga Marittima [La Brigue, Val Roia francese, dipartimento delle Alpi Marittime] da parte delle truppe degaulliste e la penetrazione delle stesse in territorio italiano.
22 aprile 1945 - Dal comando della II^ Divisione al Comando Operativo della I^ Zona Liguria - Si chiedevano con urgenza precise disposizioni nei confronti delle truppe liberatrici, che con ogni probabilità saranno Degolliste; le competenze nei confronti del CLN e delle SAP secondo gli accordi intervenuti tra voi e dette organizzazioni… se bisogna portare gradi, in caso positivo quali
23 aprile 1945 - Dal comando della II^ Divisione "Felice Cascione", prot. n° 79, a "Max" [Massimo Porre] - Indicava "... se possibile creare un CLN a Briga con le modalità indicate da 'Kimi' [Ivar Oddone, commissario politico della II^ Divisione]..."
24 aprile 1945 - Dal C.L.N. di Perinaldo (IM) al comando della II^ Divisione - Comunicava che una nostra staffetta ha preso oggi contatto con un piccolo nucleo di degollisti dentro Ventimiglia. Tutta questa zona è tranquilla
da documenti IsrecIm in Rocco FavaOp. cit.
 
Breil sur Roya


 
Un documento OSS del 30 gennaio 1945 relativo anche alla Val Roia

Nella notte tra il 23 e il 24 aprile reparti tedeschi valicarono il colle di Tenda contemporaneamente e per confondere i francesi sulle reali intenzioni del comando germanico venne ordinato un attacco diversivo al punto di osservazione del Grammondo. Intanto fecero fatte brillare le cariche che distrussero i ponti stradali e ferroviari della val Roia e diverse gallerie. Nella mattina del 24 Breil, Saorge e Fontan vennero completamente evacuate dalle forze tedesche. La notte tra il 24 e il 25 aprile si udì a Pigna e nelle campagne circostanti, il rumore continuo dei carriaggi che discendevano la strada carrozzabile di Gouta; erano i tedeschi, i quali, per proteggere la loro ritirata fecero saltare le rocce di Argeleo, in prossimità della seconda curva a gomito della strada per Gouta, il ponte dei Ponti e quello di Lago Pigo.
Giorgio Caudano,  Op. cit.
 
La Valle Roia, dove si trovavano i comuni di Briga e Tenda, fu liberata dai partigiani della V Brigata “Garibaldi” Nuvoloni, ma il 26-27 aprile del 1945 il comando militare francese inviò un centinaio di soldati ausiliari algerini ad occupare Briga e Tenda. Al contempo ordinò ai partigiani italiani di consegnare le loro armi, di rimuovere tutte le bandire italiane dagli edifici pubblici e dai monumenti, nonché di abbandonare entro sei ore tutto il territorio che avevano liberato dai nazi-fascisti. Il 28 il comando francese trasportò da Nizza numerose famiglie francesi, alle quali furono consegnati pacchi alimentari, foto del generale De Gaulle e tricolori francesi da esporre da balconi e finestre. L’indomani gli abitanti di Briga e Tenda videro i loro paesi tappezzati di manifesti in francese inneggianti alla Francia, e gli veniva reso noto che le amministrazioni comunali italiane dei due paesi erano decadute.  Il 29 Aprile il comando francese fece svolgere un plebiscito-farsa per formalizzare l’annessione dei due comuni italiani.
Gli abitanti potevano votare solamente per l’annessione alla Francia o per l’astensione, senza possibilità di esprimere la volontà di restare con l’Italia. Inoltre a chi si rifiutava di recarsi al voto veniva confiscata la carta annonaria necessaria per ricevere alimenti. La lingua italiana fu proibita nelle scuole, il parroco di Tenda che si era rifiutato di celebrare la Messa in francese fu espulso immediatamente dal paese. Il 6 maggio fu imposta l’amministrazione francese, che inoltre procedette all’occupazione delle centrali elettriche di San Dalmazzo, Paganin e Piena, quest’ultima distrutta dai soldati tedeschi in ritirata nel Maggio 1945. Praticamente le maggiori centrali idroelettriche della Val Roia, che dal 1914 fornivano energia elettrica a quasi tutto il sistema ferroviario ligure, nonché a gran parte delle industrie dell’Italia nord occidentale, tra cui i complessi siderurgici di Genova e Saronno, i cantieri navali di La Spezia, fino agli stabilimenti chimici di Montecatini, furono sequestrate e fatte proprie dai francesi.
Solo dopo un complesso negoziato internazionale sulla regolamentazione delle acque del fiume Roia l’Italia riuscì a mantenere le centrali più piccole di Airole e Bevera, con una produzione di energia elettrica piuttosto modesta, che fino ad oggi non copre neppure il fabbisogno totale della provincia di Imperia.
Antonio Cataldi, Le annessioni territoriali francesi ai danni dell’Italia imposte dal “Trattato di Pace” del 10 Febbraio 1947, What's up!, 29 gennaio 2021

Mentre gli abitanti della Valle Roia furono liberati dai partigiani italiani della V Brigata Garibaldi “Nuvoloni”, dopo la ritirata tedesca e fascista, un centinaio di soldati del 29° Régiment Tirailleurs Algériens occupò Tenda e Briga il 26 e 27 aprile 1945.
Lo stesso giorno il comando francese ordinò il disarmo dei partigiani, che ebbero solo sei ore di tempo per lasciare la zona e togliere le bandiere italiane dagli edifici pubblici e dai monumenti. Il 28 aprile arrivarono da Nizza numerose famiglie francesi con camion militari e a esse furono date riserve alimentari, bandiere francesi, foto di De Gaulle. L’indomani gli abitanti di Tenda e Briga videro i muri dei loro paesi tappezzati di scritte e di manifesti francesi, mentre il Comité de Rattachement dichiarava decadute le amministrazioni italiane.
Il 29 aprile 1945, i francesi tennero un plebiscito farsa per formalizzare l’annessione. Al referendum si poteva votare solamente per l’annessione o per l’astensione, senza l’opzione di rimanere con Roma. A Briga si contarono 976 voti per la Francia e 39 schede bianche; a Tenda 893 favorevoli e 37 schede bianche. Il solo modo di opporsi era non votare, ma chi avesse deciso in questo senso si sarebbe visto ritirare la carta annonaria.
Il Comité de Rattachement, impedì l’uso della lingua italiana a scuola, furono cambiati i nomi delle vie e il parroco di Tenda, don Ginata, il quale si era rifiutato di celebrare la Santa Messa in francese (si era sempre celebrata nel vetus ordo in latino), fu obbligato a lasciare subito il paese.
Il 6 maggio venne imposta a Tenda e Briga l’amministrazione francese dal prefetto delle Alpi Marittime, e i francesi occuparono le centrali dell’acqua: la sola risorsa economica d’una valle già molto povera.
A San Dalmazzo, l’ingegnere Alessandro Bosis, che aveva fatto la Resistenza, fu arrestato: si era opposto alla confisca della centrale italiana di cui era direttore; i francesi avevano dirottato l’acqua verso la loro riviera.
Su richiesta del governo italiano, gli americani cercarono di entrare nella valle per favorire una pace tra francesi e italiani che non avrebbe contemplato cessione di territori, ma il comando francese si oppose e gli Alleati s’insediarono simbolicamente nella zona, senza tuttavia esercitare alcun potere.
La Francia occuperà l’entroterra con il Régiment Tirailleurs Sénégalais e arriverà fino a Imperia.
Roberto Saletta, L’annessione alla Francia di Briga e Tenda nel 1947, etnie, 4 settembre 2017