mercoledì 18 febbraio 2026

I compagni catturati verranno fucilati senza alcun processo

San Romolo, Frazione del comune di Sanremo (IM): una vista in direzione di Ceriana

Riguardo ai rastrellamenti di quei giorni riportiamo una memoria (IsrecIm, Archivio, Sezione III, cartella 1, memoria di Vittorio Alesini) nella quale il garibaldino Vittorio Alesini, del VII Distaccamento (III Battaglione, V Brigata), descrive la sua avventura e come l'ha vissuta:
"Tutto il mio Distaccamento e Battaglione" - dice l'Alesini, riferendosi ai giorni 13, 14 febbraio 1945 - "era dislocato sul versante che si affaccia nella valle di Ceriana. Il rastrellamento è stato molto pesante e grave per le conseguenze subite, durante il quale sono stati catturati o sono caduti diversi compagni combattenti. Il tempo era abbastanza buono, si sentiva già il sapore della primavera.
Nella prima mattinata, quasi all'alba, fummo assaliti di sorpresa alle spalle da gruppi della Brigata Nera. Non mi fu possibile constatare se vi fossero anche dei Tedeschi. L'assalto del nemico fu violento, i compagni partigiani cercarono di correre ai ripari. Tutti fummo convinti che vi fosse stata una soffiata da parte di qualche delatore di base, che pare ve ne erano diversi.
Con "Ubaldo" presi la via tra rovi e balzi nella boscaglia mediterranea, preceduti da un intrepido e giovane garibaldino, che fu poi sfortunatamente catturato e successivamente fucilato al Castello Devachan, situato in [n.d.r.: attuale nome; all'epoca era Corso Impero] Corso degli Inglesi a Sanremo, luogo di tortura per i partigiani.
Noi due, che in quel momento posso dire fortunati, ci mettemmo al riparo in un balzo di terra e siepi, accovacciati immobili, vedendo e udendo a pochi passi alcuni componenti della Brigata Nera, che si allontanavano da noi con alcuni compagni catturati, e con mitra spianati, con piglio minaccioso e furente. I compagni catturati verranno fucilati senza alcun processo. Nel momento della fuga, per essere più libero, mi sbarazzai dello zaino con gli indumenti personali, per cui perdetti anche il diario che avevo iniziato a scrivere dal giorno in cui ero salito in montagna. Nel diario avevo annotato alcune caratteristiche particolari di compagni garibaldini, facenti parte del mio distaccamento, ovviamente con il nome di battaglia, quali: "Terribile", "Saetta", "Vento", "Cibelin" e così via. Fu un vero peccato la perdita di quegli appunti, perché in seguito mi sarebbero serviti per sviluppare con più precisione alcuni episodi e fatti della vera lotta partigiana.
Con "Ubaldo" rimasi fermo sulla terra bagnata fino a tarda sera, fin quando eravamo certi che il pericolo era passato e che le belve naziste erano finalmente partite e ritiratesi dalla zona sottoposta a rastrellamento.
Ambedue stremati dal freddo e dalla fame, prendemmo orientativamente la via che porta alle spalle di Monte Bignone, perché attraverso San Romolo avremmo raggiunto il retroterra di Sanremo. 
La nostra intenzione era di metterci in contatto con il CLN della città. Naturalmente non eravamo a conoscenza dello sbandamento subito dal nostro III Battaglione e, di conseguenza, quanto fosse realmente accaduto. Nel rialzarmi per riprendere il cammino, non riuscivo più a muovermi, e con enorme fatica giunsi con "Ubaldo" nelle vicinanze del torrente che scorre lungo la valle del Comune di Ceriana. 
Un forte dolore mi impediva di camminare, mi tolsi le scarpe, se scarpe si potevano ancora chiamare, immersi i piedi completamente nudi nella fredda acqua del torrente che, d'inverno scorre in abbondanza. Dopo circa venti minuti mi rialzai ed il dolore era quasi scomsparso, più probabilmente la  corrente dell'acqua aveva messo in regolare circolazione il sangue. 
Appoggiato a "Ubaldo", ci mettemmo nuovamente in cammino. Giungemmo alle spalle di San Romolo (Sanremo) il giorno successivo al rastrellamento. 
Con molta cautela, in quanto vigeva il coprifuoco, mi separai da "Ubaldo" ed ognuno prese momentaneamente la sua strada. Bussai alla porta della mia futura moglie, che da mesi non aveva mie notizie. Rimasi per qualche giorno nascosto. Presi contatto segretamente con Mario Mascia, esponente di rilievo del CLN di Sanremo. 
Dopo qualche giorno risalii in montagna, presi contatto con il Battaglione  che, nel frattempo, si era parzialmente ricostituito con molta difficoltà, anche grazie al mio amico Nino Lanteri. Venni a conoscenza che i partigiani catturati nel corso del rastrellamento o arrestati nelle proprie abitazioni a Taggia, furono diciassette, tutti fucilati, compreso anche un ragazzo del mio gruppo di 16 o 17 anni, di cui i fascisti si erano avvalsi ignobilmente per la cattura di nostri collaboratori, prima della sua fucilazione". 
[...] Una parte dei fascisti del presidio di Molini di Triora lascia il paese diretto a Ceva per partecipare a forti attacchi sferrati contro le formazioni di Mauri nel Cuneese. A Molini rimangono una dozzina di fascisti, uno dei quali viene trovato morto per la strada. Nei giorni successivi, come vedremo nel prossimo capitolo, questi subiranno gravi perdite in uno scontro con i partigiani della V Brigata. 
Francesco Biga, (con la collaborazione di Osvaldo Contestabile), Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria). Da Gennaio 1945 alla Liberazione - Vol. IV, ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, 2005, pp. 174-175 

domenica 1 febbraio 2026

La liberazione ad Imperia di ventidue ostaggi dei tedeschi

Imperia: uno scorcio dei portici di Oneglia

Intanto, nei giorni del laborioso processo di riorganizzazione dei quadri Comando si verificava per un fortuito caso un episodio che contribuì in modo decisivo a scoprire la spia dei nazifascisti celata nel Comando divisione [n.d.r.: II^ Divisione d'Assalto Garibaldi "Felice Cascione"].
Vistosi scoperto e fuggito da Imperia, il sottotenente tedesco delle SS Otto Trostel (14), informatore dei partigiani, raggiungeva il 24 di ottobre [1944] le formazioni di montagna portando seco la documentazione e il nome del traditore Giuseppe Della Valle detto "Prof", professore in lingue orientali, liberato dalle carceri di Oneglia nell'azione condotta dai garibaldini del 2° battaglione (IV brigata) il 19 luglio 1944 e assurto al grado di presidente del Tribunale della divisione "F. Cascione".
[NOTA]
Il 25 ottobre 1944 venne affisso a Imperia un manifesto con i nominativi di ventidue ostaggi che, per ordine del Comando tedesco di Genova, sarebbero stati fucilati se entro il 28 di ottobre non veniva consegnato un ufficiale tedesco prigioniero dei partigiani. In nome del CLN fu immediatamente recapitata una lettera al Prefetto rendendolo responsabile della fucilazione degli ostaggi. Informatori portarono a conoscenza che il Comando tedesco voleva avere nelle mani l'ufficiale tedesco (Otto Trostel) per fucilarlo, poiché era passato volontariamente nelle formazioni partigiane [...] Gaetano Ughes (Giorgio), presidente del CLN di Imperia, su consiglio di "Leandro", responsabile della zona B (Cervo-Porto Maurizio), messosi a contatto con Carlo Berio, amico di un certo Guido Sancione, interprete italiano al servizio delle SS tedesche, chiese un abboccamento coi Tedeschi come persona anonima, il che venne accettato per il giorno dopo alle ore 10,30, da tenersi nella Casa del Caffè, sotto i portici di Oneglia [...] Informato il Comando tedesco sulle risultanze del colloquio, il 28 di ottobre trascorse senza alcuna esecuzione ed in seguito gli ostaggi furono tutti liberati.
Francesco Biga, Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria), Vol. III. Da settembre a fine anno 1944, IsrecIm, Milanostampa Editore - Farigliano, 1977, p. 214

Gaetano Ughes, il nostro Giorgio del periodo cospirativo, pur col suo inconfondibile accento imperiese ha nelle linee del volto aperto un qualcosa di esotico: la maschera di uno scozzese, ma gli occhi ed il sorriso sono schiettamente italiani [...] Mi pare di rivederlo: la grigia ispida barba che trasformava il suo aspetto di buon padre di famiglia in quello di un terribile bandito; i gesti cauti e misurati dell'uomo che deve vigilare ogni sua mossa; il parlare sommesso di chi sa di essere oggetto di una sorveglianza continua e spietata [...]
"Ti racconterò le mie trattative con un sottufficiale tedesco per la liberazione di ventidue ostaggi destinati ad essere fucilati come rappresaglia per il prelevamento di Otto Trustle [o Trostel?], l'informatore tedesco che tu ricordi. Un'esperienza singolare, infatti: ho conosciuto in quella occasione un militare germanico che si è ribellato all'idea di un'ingiustizia e che ha lottato con noi per evitarla... 
Dunque come sai, nell'ottobre del 1944 fu prelevato Otto Trustle, residente a Sanremo, figura ambigua di informatore, sul quale correvano le voci più disperate. Fu un bel colpo... ma questa è un'altra storia! Il tedesco [il Comando tedesco] reagì come al solito. Arresto di ostaggi - 22 di numero - affissione di un manifesto annunciante alla popolazione che se entro il tal giorno, alle ore tali il Trustle non sarebbe stato rilasciato, ventidue innocenti avrebbero pagato con la vita la sua scomparsa. 
Il fatto era grave, atroce, anzi: ti assicuro che quella notte non domi: il pensiero della morte di uomini e donne ignari mi perseguitava come un incubo. 
Mi metto in moto per fare qualcosa. Parlo con Carlo Berio, che era in contatto con un certo Guido Sancione, interprete italiano al servizio delle SS; discutiamo sul da farsi e si stabilisce di prendere contatto col Sancione allo scopo di intervenire direttamente presso il comando nemico. Mi incontro con Leandro, nostro responsabile di zona, e prendo consiglio con lui. L'unico modo per salvar la situazione è quello di sostenere che il Trustle informatore dei partigiani è passato in formazione sapendosi sospettato - mi dice Leandro. L'affare non mi sembra tanto semplice: sostenere una cosa è un conto, provarla è un'altra. Ad ogni modo Leandro m'autorizza a trattare e s'incarica di ottenere una comunicazione del Trustle, nel senso da lui proposto, da presentare alle autorità nemiche. 
Ritorno da Berio - era molto pericoloso incontrarci, ma l'affare era troppo grave per ricorrere ad eccessive precauzioni - e faccio telefonare al Sancione perchè comunicasse al comando [tedesco] che un cittadino sconosciuto chiedeva di conferire con un incaricato del comando stesso sulla questione Trustle. Le trattative per telefono si potrassero a lungo: studiavo sul volto di Berio lo svolgersi della conversazione, col cuore che mi batteva per l'angoscia. Alla fine vidi l'amico sorridere: la prima parte della partita era stata vinta. Infatti i tedeschi accettavano di sospendere momentaneamente l'esecuzione degli ostaggi e fissavano un appuntamento per il giorno successivo, domenica, alle 10,30 alla Casa del Caffè sotto i portici di Oneglia. 
Faccio una smorfia di perplessità: veramente un colloquio a quattro occhi fra me, segretario del C.L.N., ed un rappresentante dei nostri nemici non era molto promettente: ma occorreva far buon viso e cattivo gioco. Ritorno in sede, rivedo Leandro e stabiliamo il piano d'azione: sarei andato all'appuntamento accompagnato da una squadra di uomini delle nostre SAP, armati. Ne scegliemmo otto, fra i più coraggiosi, al comando di Liprandi e di Ciccione. Diramammo le istruzioni necessarie e me ne andai a letto non molto tranquillo sulla mia sorte futura. 
La mattina appresso prima delle dieci, dopo che i nostri informatori mi ebbero data via libera, ero sul posto. La squadra, che mi seguiva a distanza, si dispose in quattro gruppi occupando i punti strategici. Entro, vado nel retrobottega, mi seggo e attendo. Avevo i nervi tesi fino a spezzarsi; per ogni eventualità mi ero armato e tenevo l'arma nella tasca della giacca, pronto ad usarla: sapevo, peraltro, che ogni via di scampo mi era preclusa e in caso di tradimento tutto sarebbe finito per me. Finalmente alle 10,30 precise, - consultavo l'orologio ad ogni istante - sento dei passi, la porta si apre e il Sancione, che già conoscevo, entra. Balzo in piedi: «Tutto a posto?» - gli dico.  «Tutto a posto» mi risponde. «Sono giunto accompagnato da un maresciallo delle SS. È qui fuori». «Solo?» - domando. «Solo e non pretende nemmeno di conoscere il vostro nome». «Bè - sospiro - venga!»
L'uomo esce: io mi siedo. Ora che tutto è fatto mi sento calmo e tranquillo. Un minuto dopo l'interprete entra accompagnato da un milite germanico: alto, muscoloso, occhi azzurri e freddi; viso duro, tipo teutonico. Mi alzo, ci inchiniamo con formale cortesia; ci squadriamo un attimo, gli occhi negli occhi, sediamo. 
E le trattative cominciano. Ripeto l'affermazione di Leandro, espongo i fatti, mi animo, gesticolo. L'uomo risponde appena: obiezioni monosillabiche che il Sancione non traduce nemmeno tanto son chiare: e durante tutto il tempo egli mi tiene sotto il freddo sguardo dei suoi occhi chiari e duri. È convinto? non è convinto? Mentre parlo il mio cervello lavora e la domanda mi risuona nel cranio sempre più angosciante. Dico: ecco voi avete arrestato 22 persone innocenti: che hanno essi a che fare con Otto Trustle ed i suoi catturatori, anche se ciò che vi dico non è vero? Se la vostra famiglia fosse arrestata e fucilata perchè a cinquanta o cento chilometri dal luogo ove essa abita un uomo è scomparso, che pensereste voi; uomo, non soldato, di un simile atto? 
Egli balza in piedi: sembra trasformarsi: arrossisce e i suoi occhi, sempre freddi e duri, hanno come una luce di angoscia, simile al riflesso di un tormento interiore. Batte un pugno sul tavolo e grida: «Sarebbe un delitto». Siede di schianto e ripete: «un delitto». 
Sento che l'uomo sta per essere vinto; sento che sotto la sua dura, quasi feroce maschera di soldato, batte un cuore. E soggiungo: «Voi state commettendo un delitto!» Il maresciallo mi ascolta, nascondendo gli occhi dietro la mano che sostiene la fronte, quasi a voler celare le sue impressioni. Ma io so di essere riuscito nel mio intento. 
In breve ci mettemmo d'accordo sulle modalità delle trattative ulteriori. Una lettera ci giunse dalla montagna a firma di Otto Trustle. Mi si fece ancora qualche difficoltà sul riconoscimento della scrittura e della firma, ma poi si giunse alla definizione ed i ventidue ostaggi vennero, nei giorni seguenti, posti in libertà a gruppi di due o tre per volta. 
Un grande delitto fu evitato. E fu evitato per opera di un uomo sconosciuto, di un nemico, che sentì, oltre le barriere create dall'odio, il richiamo della giustizia e della pietà. E questo dimostra" - finisce pensieroso il sempre ottimista amico Ughes - "che lo spirito dell'amore è innato nell'uomo e che la fratellanza universale non è un'utopia; ma trionferà nel mondo perchè è fatale che ciò avvenga".
Mario Mascia, L’epopea dell’esercito scalzo, A.L.I.S., 1946, ristampa del 1975 a cura dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia,  pp. 55-58 

mercoledì 14 gennaio 2026

Partigiani imperiesi e partigiani di Mauri in Val Corsaglia a novembre 1944

Copia della lettera inviata il 6 novembre 1944 dal comandante della brigata autonoma "Val Corsaglia" a Nino Siccardi "Curto", comandante della Divisione Garibaldi "Felice Cascione".  Fonte: Gino Glorio, Op. cit. infra


Intanto giunse a Fontane, Frazione di Frabosa Soprana (CN), Val Corsaglia [n.d.r.: dove era confluita la maggior parte dei partigiani della I^ Zona Liguria - dove operava la Divisione Garibaldi "Felice Cascione" - per sfuggire al rastrellamento nemico di metà ottobre 1944, per l'appunto, durante il quale, tragedia nella tragedia, il 17 persero la vita i valorosi comandanti partigiani Libero Briganti (Giulio) e Silvio Bonfante (Cion)] l'ex sottotenente tedesco Otto Trostel, da tempo collaboratore dei garibaldini, che portò con sé le prove del tradimento di Giuseppe Della Valle (Prof), il quale da presidente del tribunale della Divisione "Felice Cascione" aveva provocato la morte di diversi giovani patrioti il 9 agosto 1944 a nord di Pieve di Teco, il 5 settembre a San Bernardo di Conio, il 19 settembre nel bosco di Rezzo, ancora il 17 ottobre ad Upega. Della Valle, riconosciuto colpevole dal tribunale militare partigiano, venne fucilato il 4 novembre 1944 a Fontane. Il 24 ottobre analoga sorte era già stata riservata alla moglie del "Prof", che aveva fatto da tramite tra il marito ed i nazisti.
Rocco Fava, La Resistenza nell’Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945) - Tomo I, Tesi di laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1998-1999

Soppresso "Prof", formati i nuovi quadri, prendemmo contatti e accordi con le formazioni badogliane [n.d.r.: partigiani autonomi comandati da Enrico Martini "Mauri"] che avevano stabilito posti di blocco su tutte le carrozzabili che portavano nella nostra zona. Notammo subito una diversità di stile fra i nostri capi ed i loro. Forse anche i badogliani usavano pseudonimi, in tal caso però erano meno strani e coloriti dei nostri. Al nome nelle lettere e nelle presentazioni usavano premettere il grado: tenente, capitano, maggiore invece che l'incarico: commissario, comandante, vicecomandante. Immediatamente Mancen, Pantera, Giorgio [n.d.r.: Giorgio Olivero, da lì a breve comandante della nuova Divisione "Silvio Bonfante]  fecero uso dei gradi creati a Piaggia diventando maggiori e colonnelli. Qualche volta un sorriso ironico spuntava sulle labbra dei badogliani vedendo quei gradi, ai quali non corrispondeva qualche volta l'educazione e la cultura, precedere nomi di battaglia strani e grotteschi; pure i nostri, anche avvertendo la stonatura, sentivano di meritare quei gradi per il loro passato di lotte e di ardimento. La differenza tra noi e loro era ben più profonda. Il movimento garibaldino era giovanile e come tale rivoluzionario e selvaggio. Dei giovani aveva i pregi e i difetti: ne aveva l'entusiasmo, l'ardimento, la ferocia, il gusto dell'avventura e della sfida, ma anche la goffaggine e l'indisciplina. Il movimento badogliano era l'erede del Regio Esercito e come tale aveva tradizioni e pregiudizi. Gli ufficiali, gente d'esperienza, d'educazione e spesso d'età, davano al movimento un carattere militare, gerarchico, disciplinato. Evitavano accuratamente il termine «bande» che noi usavamo ancora comunemente, respingevano sdegnosamente l'accusa di ribelli, banditi, che a noi non spiaceva del tutto perché effettivamente ci sentivamo più dei fuorilegge che non i rappresentanti legittimi del Re e del Governo del Sud. Il problema principale trattato nei frequenti contatti fu quello dello scambio di partigiani: fu deciso che il passaggio di combattenti da una formazione all'altra doveva avvenire con l'approvazione dei rispettivi comandi. In mancanza di un consenso scritto o verbale il partigiano doveva esser considerato disertore e riconsegnato alla formazione d'origine. L'accordo era più a vantaggio nostro che loro poiché era più probabile che le formazioni badogliane diventassero centro d'attrattiva per i nostri elementi più stanchi ed originari della Val Padana che non viceversa. Qualche garibaldino si presentò al comando, chiese ed ottenne di passare alle formazioni vicine meglio armate ed equipaggiate. Prima del trasferimento il partigiano venne privato delle anni e dell'equipaggiamento. Qualche altro riuscì a passare di nascosto superando i nostri posti di blocco, alcuni di costoro vennero respinti dai badogliani, altri sparirono senza lasciare traccia, o arruolati malgrado l'accordo, o passati a formazioni più lontane o tornati a vita borghese. Furono però casi sporadici, i più ormai si erano affezionati ai compagni, all'ambiente, ai metodi. Un graduato badogliano, passò alle nostre formazioni. Pare fosse comunista e come tale incontrasse ostilità presso i compagni. Rimase col Garbagnati per qualche tempo, poi il Curto [Nino Siccardi, comandante della Divisione d'Assalto Garibaldi "Felice Cascione"] lo rimandò alle sue formazioni. Venne processato per diserzione e condannato, poi, fu detto, graziato. Qualche garibaldino chiese in quei giorni di abbandonare definitivamente le formazioni per tentare di tornare a casa. Ai primi venne concesso, ad alcuni veneti diedi anche un po' di denaro per il lungo viaggio (*), poi cambiammo idea ed affiggemmo un manifesto dichiarando disertori tutti i partigiani che avessero lasciato le bande: gli effettivi durante il periodo di Fontane non dovevano diminuire a nessun costo: il comando voleva evitare il disgregamento delle Brigate almeno fin quando non si fosse deciso se restare o cambiare zona. Il nuovo commissario della I Brigata Osvaldo [Osvaldo Contestabile] chiarì le direttive del comando in una riunione di commissari convocata poco dopo la sua nomina. Dopo aver premesso un breve commento alla situazione, dopo aver abbozzato con brevi ed efficaci parole le caratteristiche, i compiti dei commissari per i mesi invernali, entrò in argomento. Era necessario evitare a qualunque costo che gli uomini si sbandassero; se fossimo stati in Liguria avremmo potuto contare nella prossima primavera di riaverli con noi, in Piemonte invece sarebbero andati dispersi o attratti da altre formazioni. Nell'ipotesi di un ritorno in Liguria sarebbe stata probabile una modifica dell'attuale inquadramento, avremmo dovuto organizzarci in modo diverso, più elastico, più autonomo: il che, avrebbe dato alle bande più libertà, ma avrebbe anche accresciuto le responsabilità dei comandanti perché avremmo vissuto quasi a contatto col nemico. Maggiori sarebbero stati anche i compiti dei commissari perché il morale degli uomini, obbligati a vivere in continuo allarme, sarebbe stato affidato esclusivamente ai commissari di distaccamento non più coadiuvati strettamente dalla organizzazione e dai servizi dei comandi brigata. Athos, commissario del Garbagnati, chiese se ci fosse di vero nelle voci che affermavano esser intenzione del comando, una volta passati in Liguria, di sciogliere le formazioni garibaldine. Erano autorizzati a smentire? Era difficile dare una risposta decisa perché tale eventualità non poteva esser completamente scartata. Sapevamo che molti, non sperando più in una prossima fine della guerra, attendevano quasi un congedo ufficiale del comando che consentisse loro di tornare a casa onoratamente, consci che di più non si poteva fare. Escludere tale possibilità sarebbe stato togliere loro una speranza che aveva il suo peso morale e che poteva aiutarli a superare le presenti difficoltà. Sosteneva spesso più la speranza di una meta onesta vicina che la certezza di un successo lontano. Osvaldo rispose che si poteva smentire che il comando avesse attualmente intenzione di sciogliere le formazioni. Invitò a considerare il valore di quel "attualmente". Se le condizioni alimentari o militari lo avessero richiesto, avremmo potuto ridurre temporaneamente gli effettivi o sospendere la tattica di lotta ad oltranza. Respinta la proposta del commissario Gigi di inquadrare i partigiani nelle formazioni S.A.P., Osvaldo precisò che tutti avrebbero potuto sempre contare sui capi, sul comando che fino in fondo avrebbe sostenuto e guidato i partigiani che avessero voluto continuare la lotta. Anche per gli altri avremmo trovato una sistemazione onorevole che non li escludesse dal combattimento: era necessario che sui monti rimanesse accesa la fiaccola della libertà per potere in primavera far divampare il grande incendio dell'insurrezione. 
(*) Il viaggio non fu lungo: i tre veneziani Walther, Carlo e Antonio finirono nelle Langhe di Mauri poi tornarono verso Mondovì. Quando cercarono dl scendere in pianura, il 20 novembre 1944, vennero presi dai Cacciatori degli Appennini mentre passavano un ponte. Carlo e Antonio avevano ancora completa la divisa da S. Marco mentre a quella di Walther mancavano i pantaloni che aveva barattato in ottobre con quelli di Simon [n.d.r.: Carlo Farini, ispettore della I^ Zona Liguria]. Tutti e tre erano quindi facilmente individuabili. Essendo disarmati ed in divisa sostennero di esser stati catturati dai partigiani e di esser fuggiti per rientrare al reparto. Processati ad Altare nel marzo 1945 vennero assolti per insufficienza di prove ed assegnati ad una compagnia di disciplina fino alla Liberazione. Ebbi così la gioia di ritrovare dopo molti anni a Venezia Walther Zecchini e di sentire da lui la conclusione delle vicende del gruppetto veneziano iniziata a Molino Nuovo il 15 settembre [1944].
Gino Glorio (Magnesia), Alpi Marittime 1943-45. Diario di un partigiano - II parte, Nuova Editrice Genovese, 1980, pp. 22-26