sabato 12 settembre 2020

Lo scontro del 15 aprile 1945 tra partigiani e bersaglieri repubblichini a Pietrabruna (IM)

Pietrabruna (IM) - Fonte: Wikipedia

Lo stesso giorno 15 [aprile 1945] saputa la presenza di forze repubblicane della 6^ Compagnia bersaglieri in Pietrabruna, dove avevano già colpito a morte il garibaldino Antonio Castello, squadre dei Distaccamenti I e II della IV ^ Brigata ["Elsio Guarrini", della II^ Divisione "Felice Cascione"] partono per prendere posizione sulla carrozzabile Pietrabruna - Torre Paponi.
Francesco Biga (con la collaborazione di Osvaldo Contestabile), Storia della Resistenza Imperiese (I Zona Liguria), Vol. IV. Da Gennaio 1945 alla Liberazione, ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, Grafiche Amadeo, 2005, p. 288 
 
La nostra squadra, l'unica in possesso di un mitragliatore, attendeva ai bordi del campo le ultime disposizioni e la via libera per l'attuazione di una missione già discussa la sera precedente con Italo [Maurizio Massabò], ma l'ordine tardava a venire; poco prima era giunta una trafelata staffetta, che si sentiva ancora parlare animatamente nella stanza adibita a comando, da cui uscì qualche minuto dopo in compagnia di Italo. Nella valle era stato avvistato un reparto repubblicano. Venne quindi annullato qualsiasi programma precedentemente disposto. L'informatore assicurava la presenza avversaria [...] l'intero distaccamento si allontanò rapido [...] all'inizio si imboccarono sentieri che vennero abbandonati alla prima biforcazione, nell'intento di produrre la sensazione di un percorso poco chiaro, per confondere eventuali osservatori e questo fino a raggiungere il fondo valle, dove l'itinerario venne modificato assumendo un indirizzo preciso [...] per la prima volta dal lontano autunno il distaccamento si trovava raggruppato al completo per affrontare la verifica d'uno scontro, di armi e di coraggio. Le ore scorrevano lentamente, esasperati dalla mancanza di cognizioni precise, mancanza che faceva prevedere il vuoto di un'inutile attesa. Il battito del tempo, suonato dai campanili della valle [...] il reparto repubblicano con un percorso imprecisato era giunto a Pietrabruna, da cui sarebbe presumibilmente partito verso la fine del giorno; nessun altro reparto, inoltre, operava in congiunzione allo stesso; a completare il quadro della segnalazione seguirono notizie di violenze perpetrate a carico di civili, fra cui l'uccisione del vecchio sagrestano, il quale, fortemente debole di vista, aveva scambiato i fascisti per noi. Dopo un breve conciliabolo, la decisione raccolse l'approvazione di tutti: attaccare il reparto in un diverso luogo che, pur presentando maggiore pericolo, sapeva offrire adeguate possibilità di sorpresa [...] L'agguato prese forma quasi al termine della discesa a una curva della strada che, dal centro del paese, calava con un susseguirsi di tornanti fino al fondo della valle; il breve rettilineo scelto, postofra due curve, venne bloccato quasi interamente dal nostro dispositivo; uno sperone roccioso, simile a un torrione, ricoperto di cesspugli e situato al disopra della curva in basso, raccolse l'appostamento della quasi totalità dei garibaldini, fornendo loro una posizione frontale che permetteva un tiro d'infilata sulla colonna avversaria, riservando nel caso lo scontro avesse assunto un andamento a noi favorevole, la possibilità di un facile disimpegno; alla curva in alto, allo scopo di chiudere alle spalle il reparto, si appostò uno sparuto gruppetto, in una posizione che non offriva alcuna via di scampo. Il comandante Italo e il russo Ivan si posero agli inizi della svolta per controllare i movimenti della colonna; un poco più in basso io e Konrad, armati del mitragliatore; a completare l'operazione una squadra di Veloce [Ermanno Sebastiano Martini, comandante del III° Battaglione "Orazio 'Ugo' Secondo"] di passaggio nella nostra valle bloccò qualche chilomentro a sud la strada del mare, nell'ipotesi di eventuali riforzi. Ed ebbe inizio la nuova attesa [...]
Renato Faggian (Gaston), I Giorni della Primavera. Dai campi di addestramento in Germania alle formazioni della Resistenza Imperiese. Diario partigiano 1944-45, Ed. Cav. A. Dominici, Imperia, 1984, pp. 135-137

Il 15 aprile una staffetta avvisava il I° Distaccamento "Angelo Perrone" del I° Battaglione "Carlo Montagna" della IV^ Brigata "Elsio Guarrini" che "a Pietrabruna si trovavano 17 bersaglieri i quali erano venuti allo scopo di asportare bestie da soma. Il comandante 'Italo' [Maurizio Massabò] chiedeva rinforzo al II° Distaccamento, andando a prendere immediata posizione con 12 uomini sotto Pietrabruna" sulla carrozzabile Pietrabruna-Torre Paponi. Dopo un paio d'ore, i bersaglieri, che appartenevano alla VI^ compagnia di stanza tra Riva Ligure e San Lorenzo al Mare, mentre ritornavano con un bottino di 16 muli, venivano attaccati, subendo l'uccisione di 10 soldati, la cattura di altri 2 e la perdita di materiale bellico, consistente in un mitragliatore Breda, un mitragliatore Saint Etienne, un mitra Beretta, cinque moschetti con relative munizioni, tre pistole e cinque bombe a mano. I bersaglieri, che riuscirono a fuggire, diedero l'allarme. Da un dispaccio garibaldino: "da Imperia partiva prontamente, per portare rinforzo, un automezzo con a bordo una quarantina di Brigate Nere ed un cannoncino da 75 mm. Anche questi venivano attaccati in due riprese e subirono la perdita di 6 uomini".
Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell'Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e della Storia Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945) - Tomo I - Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Facoltà di Scienze della Formazione, Corso di Laurea in Pedagogia - Anno Accademico 1998 - 1999
 
Appena le forze avversarie giungono a tiro sono investite con un fuoco intensissimo. Quindici repubblicani cadono e altri due, fatti prigionieri, sono giustiziati la sera stessa. Prevedendo il sopraggiungere di rinforzi, i garibaldini si appostano un'altra volta: giungono dei camion nemici che sono anch'essi attaccati a distanza ravvicinata. Armi catturate al nemico [...] Ma vediamo come raccontano l'episodio alcuni protagonisti: "... i bersaglieri pensarono allora di agire di prepotenza saccheggiando tutte le case che gli capitavano sottomano, mentre molti abitanti del paese fuggivano ed alcuni di quanto stava accadendo andarono ad avvisare i partigiani che in quei giorni erano numerosi nella zona del Monte Faudo. Correndo affannosamente raggiunsero la località Ravanin dove era accampata la banda di Maurizio Massabò (Italo) ... Il partigiano Vento è appostato dietro un tronco di quercia con il mitragliatore MG 42. Su un ponticello scorre ben visibile la carrozzabile, più in là una curva toglie la visibilità del transito. Giacomo Corradi (Pancio) e Maurizio Massabò (Italo), comandanti dei due Distaccamenti, avevano dato ordine di sparare solo quando tutta la colonna fosse stata vicina, sotto di loro. I fascisti per precauzione avevano portato con loro due civili, Giuseppe Pirero e Silvano Zucarato, come ostaggi, a cavalcioni di due muli ... Quando la colonna viene a trovarsi sotto tiro una lunga scarica violenta di armi automatiche la investe causando in essa paurosi vuoti. In quel momento un bersagliere spara con la pistola nella schiena del civile Giuseppe Pirero, che rimane ucciso, ma si inciampa nei rovi, è obbligato a fermarsi, viene falciato da una raffica ... un bersagliere, benché ferito, riesce ad arrivare a San Lorenzo al Mare per avvertire il suo comando dell'imboscata subita. In quella drammatica confusione il partigiano Vento si sente chiamare per nome da una voce proveniente da sotto il ponte già menzionato: è l'ostaggio Silvano Zucarato, che era riuscito a mettersi al riparo, e con lui sono due soldati che gli si erano arresi ... Transitando per Pietrabruna gli abitanti pretendono che vengano loro consegnati i due prigionieri per linciarli. Invece questi sono portati al coando di Brigata dove, a seguito di processo regolamentare, sono condannati a morte e fucilati ... prima del tramonto giunge al bivio di Boscomare un autocarro con militi della Brigata Nera, i quali sparano alcuni colpi di mortaio sul paese di Pietrabruna, uccidendo una suora, quindi si avviano in ordine sparso ... il partigiano Barba, piazzato il mitragliatore, dà il 'chi va là'. Il capitano nemico, che forse non pensava ad un secondo agguato, risponde dichiarandosi ... Barba, senza esitare, apre il fuoco con il mitragiatore ... dopo un'ora giunge sul posto una autoambulanza con bandiera biana issata sul cofano, con lo scopo di portare via tutti i caduti. I partigiani sospendono ogni iniziativa  e concedono la tregua al nemico..."
Francesco Biga, Op. cit., pp. 288-290
 
Il giorno seguente nella tarda mattinata riposavo ancora in un sonno profondo [...] quando uno scoppio fortissimo mi destò di soprassalto [...] al primo colpo ne erano seguiti altri, indiscutibili cannonate, i cui rimbombi legati dall'eco formavano un ininterrotto fragore che rimbalzava cupo all'interno dei crinali [...] Pietrabruna era diventata bersaglio dei cannoni tedeschi. Nell'aria limpida del mattino nitido giungeva il sibilo delle granate in arrivo, che fortunatamente esplodevano per la maggior parte nelle campagne circostanti; i colpi, sparati da una batteria installata ai confini della valle raggiunsero il solo scopo di terrorizzare gli abitanti del borgo [...]  ritenemmo prudente rimanere in stato d'allerta; preoccupazione che in serata si rivelò fortunatamente inutile, poiché nella valle quel giorno nessuna formazione avversaria si presentò. Il bombardamento, durato circa un'ora, non conseguì risultati significativi: nessun ferito e danni irrilevanti, a parte la croce del campanile [...]
Renato Faggian (Gaston), Op. cit., p. 139

16 aprile 1945 - Dal comando del I° Battaglione "Carlo Montagna" [comandante "Peletta", Giovanni Alessio - commissario politico "Sferra", G.B. Pastorelli] della IV^ Brigata "Elsio Guarrini" della II^ Divisione "Felice Cascione" al comando della IV^ Brigata - Segnalava che il giorno prima il comando del I° Distaccamento "Angelo Perrone" era stato informato che a Pietrabruna si trovavano 17 bersaglieri che stavano requisendo animali da soma; che il comandante "Italo" [Maurizio Massabò], chiesti rinforzi al II° Distaccamento, aveva fatto aprire il fuoco contro i bersaglieri quando transitavano con 18 muli sotto il paese; che i garibaldini avevano ucciso 10 nemici e fatto 2 prigionieri; che "il bottino incamerato" corrispondeva a 2 mitragliatori, 1 mitra, 5 moschetti, 10 bombe a mano; che al termine del citato scontro erano sopraggiunti militi delle bande nere contro i quali vi era stato un altro scontro a fuoco; che questi repubblichini avevano ucciso un civile, che stava tentando la fuga, e 2 muli; che i garibaldini erano riusciti a restituire gli altri 16 muli ai proprietari. 

16 aprile 1945 - Dalla Sezione S.I.M. [Servizio Informazioni Militari] della V^ Brigata "Luigi Nuvoloni" della II^ Divisione "Felice Cascione" [responsabile, "Brunero" Francesco Bianchi], prot. n° 395, al Comando Operativo della I^ Zona Liguria ed al comando della II^ Divisione - Inviava le informazioni sulla situazione di Taggia ricevute dal III° Battaglione "Candido Queirolo" [comandante "Gori", Domenico Simi; vice comandante "Cipriano", Raffaele Alberti] e quelle sullo scontro di Pietrabruna del giorno prima ricevute dal I° Battaglione "Carlo Montagna" [comandante "Peletta", Giovanni Alessio - commissario politico "Sferra", G.B. Pastorelli] della IV^ Brigata "Elsio Guarrini" della II^ Divisione. 

17 aprile 1945 - Dal comando [comandante "Peletta", Giovanni Alessio - commissario politico "Sferra", G.B. Pastorelli] del I° Battaglione "Carlo Montagna" della IV^ Brigata "Elsio Guarrini" della II^ Divisione "Felice Cascione" al comando della IV^ Brigata - Comunicava che la sera del 16 aprile una squadra del I° Distaccamento "Angelo Perrone" aveva tentato di attaccare dei soldati repubblichini a Pietrabruna, e che, non essendo riuscita l'azione, si era portato sulla via Aurelia dove aveva attaccato a tre riprese carriaggi tedeschi diretti a Genova.

da documenti dell'Istituto Storico della Resistenza di Imperia in Rocco Fava, Op. cit., Tomo II


venerdì 4 settembre 2020

Il comandante partigiano Erven racconta...

Il comandante partigiano Erven
Erven, il prof. Bruno Luppi [già incarcerato nel 1935 a Modena per attività clandestina antifascista; iscritto al partito comunista clandestino a Sanremo (IM); ufficiale durante la guerra, partecipò, appena sfuggito alla cattura da parte dei tedeschi, il 10 settembre 1943 ai combattimenti di Porta San Paolo a Roma; riuscì a rientrare in provincia; da comandante del 16° distaccamento della V^ Brigata venne gravemente ferito il 27 giugno 1944 nella battaglia di Sella Carpe (tra Baiardo e Badalucco); mesi dopo, appena guarito, diventò vicecommissario della I^ Zona Operativa Liguria] dice...
È della preparazione del movimento partigiano che voglio parlare, cioé di quello che é stato prima. Il C.L.N. venne costituito solo nel novembre 1943. Vi era il C.L.N. a Taggia (IM) che era formato dal senatore Anfossi, da Aliprandi, da altri che adesso non ricordo e da me. Poi c'era un C.L.N. a Sanremo (IM), nel quale figuravano tra gli altri Maiffret [Lina Meiffret, arrestata con Renato Brunati, deportata in Germania, riuscì a fuggire prima di essere condotta in un lager], Bobba, Farina, Nuvoloni, Ferraroni.
don Ermando Micheletto,  La V^ Brigata d’Assalto Garibaldi “Luigi Nuvoloni” (Dal Diario di Domino nero - Ermando Micheletto), Edizioni Micheletto, Taggia (IM), 1975

Un gruppo, che confluì dopo la guerra nel partito socialista ma che sorse autonomo intorno al 1939 ed ebbe come centro Bordighera, fu quello che fece capo a Guido [Hess] Seborga, un giovane il quale cominciò a osteggiare il fascismo fin dalla guerra d'Abissinia (lo disse ai compagni di scuola e fu "pestato" per tali sentimenti "anti-patriottici"). Attorno a Seborga si raccolsero numerosi giovani: Renato Brunati (poi garibaldino e trucidato dai tedeschi), Lina Mayfrett (deportata in campo di concentramento), Peppe Porcheddu (il quale si suicidò nel '47 per la delusione che l'assetto politico scaturito dalla Resistenza provocò in lui). Questo gruppo lavorava anche in contatto con i torinesi  Alba Galleano, Giorgio Diena, Vincenzo Ciaffi, Domenico Zucàro, Raffaele Vallone, Luigi Spezzapan, Umberto Mastroianni, Carlo Mussa e altri. Il gruppo svolse soprattutto attività di propaganda di collegamento tra le regioni, di diffusione di libri proibiti e, quando giunse il momento della lotta aperta, i suoi principali esponenti, allora "azionisti", militarono nelle formazioni partigiane di "Giustizia e Libertà" e della "Matteotti".
Ruggero Zangrandi, Il lungo viaggio attraverso il fascismo, Garzanti, 1971

Uno scorcio del centro storico di Taggia (IM)

Una vista dalla Via Aurelia, all'altezza di Arma di Taggia, sino alle prime colline

A lui interessava rendermi edotto di quanto era a sua conoscenza prima che salisse sui monti e si arruolasse nelle bande di Vitò ["Ivano", Giuseppe Vittorio Guglielmo, da luglio 1944 comandante della V^ Brigata Garibaldi "Luigi Nuvoloni" e dal 19 Dicembre 1944 comandante della II^ Divisione d'Assalto Garibaldi "Felice Cascione"].
Nell'ottobre 1943 a Taggia c'erano due gruppi di partigiani in formazione, uno in una vallata dietro il cimitero ed un secondo in regione Beusi. Con questi gruppi avevo anch'io dei rapporti. Ricordo che si era associato anche il maresciallo Genova. Erano una ventina, ma non erano organizzati...
E nei suoi ricordi appare Arma di Taggia.
Anche ad Arma di Taggia si formava un C.L.N. con Candido Queirolo, Mario Cichero, Mario Siri, Mario Verzoni. Quest'ultimo andrà poi a Milano e là proseguirà la sua azione partigiana. Candido Queirolo si spingerà sino a Firenze e vi rimarrà per un lungo periodo di tempo.
Erano, come si nota dai ricordi di Erven, tentativi sporadici non ancora organizzati...
Io ero a Taggia. Abbiamo fatto con il mio gruppo una prima azione partigiana. Prelevammo dal forno di Del Pietro una certa quantità di farina e la mandammo ad una banda Brunati [Renato Brunati, arrestato il 6 gennaio 1944, deportato a Genova e fucilato dalle SS il 19 maggio 1944 nella strage del Turchino], che era sopra Baiardo (IM)... Nel mese di novembre 1943, quando Felice Cascione aveva organizzato il primo gruppo operativo, in tutta la zona dell'Imperiese si formarono spontanei gruppi di ufficiali, di soldati e di civili, che operavano separatamente e senza una condizione prestabilita. Si sciolsero però davanti ai primi ostacoli come neve al sole.
Anche Erven ammette l'inconsistenza delle prime organizzazioni partigiane sorte per entusiasmo momentaneo...
Nei gruppi spontanei si facevano solo discussioni... un tentativo di prelevare delle macchine da scrivere sotto il tribunale di Sanremo... in seno al C.L.N. fui delegato dal P.C.I. essendo ufficiale militare. 
don Ermando MichelettoOp. cit.

Il farmacista di Molini di Triora (dott. Alfonso Vallini), antifascista (PSIUP) e membro del Comitato locale di Resistenza, ha segnalato agli antifascisti del Fondovalle (Erven) la presenza del gruppo di Vittò e di Tento; e con questo gruppo prende contatto Mario Cichero, comunista, prima per ordine del suo Partito, e poi anche per incarico del Comitato resistenziale di Arma di Taggia, di cui fa parte insieme ad Erven e con altri.
Giovanni Strato, Storia della Resistenza Imperiese (I^ zona Liguria) - Vol. I. La Resistenza nella provincia di Imperia dalle origini a metà giugno 1944, Editrice Liguria, Savona, 1976, ristampa del 2005 a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia

Purtroppo i primi gruppi si erano sciolti. Solo Vitò e la sua banda nutrivano le speranze, perché costituivano una entità salda e duratura. È da questo momento che tutti gli sguardi si puntano sui monti di  Loreto e Cetta [Frazioni di Triora (IM)]. Lassù si faceva sul serio e nessuno ancora nei C.L.N. pensava a sovvenzionare. Sarà il dott. Neri, veterinario di Taggia, a segnalare il gruppo di Vitò. E il dott. Neri era in contatto con il farmacista di Molini di Triora (IM), dott. Vallini: questo il primo contatto con Vitò...
In merito ai Lantrua, i fratelli che gestivano in proprio le corriere della Valle Argentina non è mai stato detto... favorivano con il loro servizio i nostri trasporti destinati al gruppo di Vitò...
Per opera di Stefano [Leo] Carabalona, che nella Val Nervia e precisamente a Rocchetta Nervina  aveva organizzato una banda si resero più efficienti i C.L.N. di Ventimiglia, di Vallecrosia, di Bordighera. Dopo le tristi peripezie del gruppo di Felice Cascione, si sono radunati nella casa di un certo Pastorelli, situata sulla strada per Carpasio [oggi nel comune di Montalto Carpasio (IM)], i rappresentanti di vari C.L.N. che stabilirono l'organizzazione ufficiale della IX^ Brigata Garibaldina, ancora senza nome, e decisero la sovvenzione dei gruppi armati organizzati...
Da questo momento, primavera del 1944, nei mesi di marzo ed aprile, si costituisce un C.L.N. sul piano regionale...
Nasce veramente l'organizzazione partigiana...
I C.L.N. erano l'espressione di tutti i ceti sociali, ormai convinti della fallita politica fascista...
Così ha chiarito Erven...
don Ermando Micheletto *,  Op. cit. 
* ... Don Micheletto per tutta la guerra si adoperò per i partigiani, generalmente in contatto con i gruppi di Vitò, che accompagnò spesso nei loro spostamenti. Esplicherà la sua attività specialmente nell'assistenza e per captare messaggi radio. 
Giovanni Strato, Op. cit. 

[...] in concomitanza con l'aumentata pressione nazifascista, dal 28 marzo 1944 i maggiori gruppi partigiani, originati dalla "banda Cascione", vennero posti sotto il comando di Curto [Nino Siccardi], che [...] riuscì a contattare anche le bande di "Tento", Pietro Tento, e di "Vitò" [Giuseppe Vittorio Guglielmo], le quali agivano nella parte occidentale della provincia di Imperia in Alta Valle Argentina con base alla Goletta di Triora (IM) [...] A fine maggio 1944 il Comando Generale per l'Alta Italia del Corpo Volontari della Libertà mandò disposizioni per la creazione in Liguria di un Comando unificato. Sorse così il primo Comando Militare Unificato Regionale Ligure (CMURL). La Liguria venne suddivisa in 4 zone in ottemperanza alle direttive impartite dal Comando Generale Alta Italia: I^ Zona Operativa, dalla Valle del Roia, estremo ponente della provincia di Imperia, a quella dell'Arroscia [...] Attorno al 13-14 giugno 1944, in considerazione del crescente numero di combattenti che agivano nel territorio, venne riconosciuta alle forze della Resistenza imperiese una nuova unità operativa, la IX^ Brigata d'Assalto Garibaldi "Felice Cascione".
Rocco Fava di Sanremo (IM), L
a Resistenza nell’Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945) - Tomo I - Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Facoltà di Scienze della Formazione, Corso di Laurea in Pedagogia - Anno Accademico 1998 - 1999 

lunedì 31 agosto 2020

Il partigiano Lionello Menini, protagonista della battaglia di Montegrande


La croce di vetta del Monte Grande - Fonte: Monti Liguri

Nei primi giorni di settembre 1944 nella I^ Zona Liguria i comandi partigiani avevano già predisposto tutte le loro formazioni per attaccare i principali centri della costa, come supporto ad un attacco alleato proveniente dalla Francia: questo era dato già per avvenuto da Radio Londra, che il 1 settembre trasmetteva: "truppe alleate sono già a 8 Km oltre frontiera in territorio italiano. Le prime formazioni partigiane hanno preso contatto con gli alleati..." (così in Francesco Biga, Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria), Vol. III. Da settembre a fine anno 1944, ed. Amministrazione Provinciale di Imperia e patrocinio IsrecIm, Milanostampa, 1977).
Purtroppo la notizia si dimostrò falsa e i partigiani dovettero lottare per altri 8 mesi.
Le formazioni tedesche e fasciste, appurata la non veridicità della notizia appena descritta, organizzarono una ennesima operazione di rastrellamento ai danni dell'estremo ponente ligure: l'obiettivo era quello di accerchiare i partigiani attaccando dalla Val Prino e dalla Valle Argentina.
I garibaldini, venuti a conoscenza del piano d'attacco tedesco, appurarono che la forza nemica era enorme: circa 8.000 unità.
L'azione a vasto raggio coinvolse la I^ Brigata d'Assalto Garibaldi "Silvano Belgrano" e la IV^ Brigata "Elsio Guarrini"della II^ Divisione "Felice Cascione", che aveva la propria sede comando nel bosco di Rezzo (IM).
Il giorno 4 settembre [1944] i soldati tedeschi e fascisti, avanzando da varie direttrici, "si spingono su Borgomaro, occupano la zona di Moltedo, raggiungono il paese di Carpasio e dilagano nella vale di Triora. Da Pieve di Teco si spingono su Pornassio e su San Bernardo di Mendatica" (Francesco Biga, Op. cit.).
Alle 5 del mattino del giorno successivo iniziò l'attacco nazifascista. Il passo Teglia fu il teatro dove caddero i primi garibaldini. Conquistato anche il Monte Grande, i tedeschi obbligarono i partigiani a ripiegare.
Il comando della Divisione prese allora una decisione rischiosa ma necessaria: attaccare il Monte Grande [prossimo a San Bernardo di Conio, Frazione del comune di Borgomaro (IM)].
"Mancen" Massimo Gismondi fu prescelto per questa rischiosa azione. Accompagnato da altri 12 garibaldini, riuscì a risalire il ripido pendio e prendere alle spalle i nazisti che, colti di sorpresa, fuggirono lasciando armi e munizioni sul luogo.
L'obiettivo garibaldino era stato centrato. In questo modo si poteva procedere allo sganciamento degli uomini, all'occultamento del materiale bellico e delle salmerie, in ciò anche con l'aiuto di una situazione meteorologica favorevole.
Il giorno successivo gli 8.000 tedeschi non trovarono, pertanto, i garibaldini. Questi si erano nascosti nel territorio che conoscevano bene.
Così terminò il grande rastrellamento, che aveva tuttavia causato la perdita di dieci vite tra civili e partigiani.
Cessata la tempesta, il Comando Divisionale tornò nel bosco di Rezzo a riorganizzare le proprie fila.
Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell'Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945) - Tomo I - Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Facoltà di Scienze della Formazione, Corso di Laurea in Pedagogia - Anno Accademico 1998 - 1999

Il 4 settembre  del  44,  al  mattino  presto era arrivato dalla strada di Andagna un “prete“, cioè un  uomo vestito da prete, ed era stato fermato da tre partigiani della postazione di guardia e  accompagnato al Comando di Distaccamento, a Passo Teglia di Fenaglia, dove il comandante era Germano Belgrano (Giuda) e il Commissario era Bruno Brilla (Padoan), fratello maggiore di  Francesco. Poi  il  prete  veniva  trasferito  ulteriormente  al Comando di  brigata che si trovava a S. Bernardo di Conio sul piazzale. Lì sostavano Nino Siccardi (U Curtu), Carlo Farini (Simon), Silvio Bonfante (Cion) e il “prete” subiva uno stringente interrogatorio. Non essendo emerso nulla di compromettente, era rilasciato e riaccompagnato a Passo Teglia, quindi veniva considerato un vero prete. Nel pomeriggio  costui  essendo  sostato  a  Passo  Teglia, aveva parlato nuovamente con Bruno Brilla e gli altri partigiani di sorveglianza, potendo quindi osservare bene  dove  era  situato il  posto  di guardia del Comando di distaccamento. In realtà il prete era una spia; non scoperto, aveva informato dettagliatamente i tedeschi  della collocazione del posto di blocco a Passo Teglia. Occorre precisare che due giorni prima erano arrivati circa una quarantina di ex Sanmarchini (gruppo Menini) con  i  mortai  a  rimpinguare  il  raggruppamento  ed  una  ulteriore  ventina  di  partigiani  venivano  mandati a posizionarsi in questo distaccamento di Passo Teglia. Bruno Brilla per prudenza non ambiva dormire con i nuovi arrivati nel casone, preferiva  dormire  fuori,  all’aria  aperta  nonostante le incipienti notti fresche, riparato precariamente sotto un carro. Al mattino, alle ore cinque e trenta sentiva con stupore una breve raffica di machine pistole, armi simili non erano assolutamente in  dotazione  ai  partigiani. Infatti era accaduto che una pattuglia di tedeschi, conoscendo il luogo della postazione di guardia  (rivelata  dal  finto  prete)  erano  arrivati in pieno silenzio e avevano eliminato i tre partigiani di guardia. Padoan dava immediatamente l’allarme a tutti i ribelli presenti, che si mobilitavano rapidamente; inoltre mandava subito una staffetta a Conio al Comando Brigata per comunicare che la zona era infestata dai tedeschi. Sede ANPI di Imperia Oneglia, 31 Ottobre 2017, intervista a Francesco Brilla
Marina Siccardi, figlia di Nino Siccardi “U Curtu”, Comandante della I^ Zona partigiana Liguria. in ANPI Resistenti, ANNO XII N° 1 - aprile 2019, di ANPI Savona


[...] Dice Wan Stiller [Primo Cei, già commissario di squadra della I^ Brigata "Silvano Belgrano della VI^ Divisione "Silvio Bonfante"]: "alla prima raffica eravamo rotolati giù, lungo il pendio, ma Cion (Silvio Bonfante) in piedi, aveva individuato sul Monte Grande i tedeschi, quindi aveva iniziato a sparare e li aveva impegnati subito con raffiche continue. Nel frattempo aveva chiamato Lionello Menini (Menini), comandante (1) dei mortaisti (erano degli ex Sanmarchini) che Cion aveva reclutato soltanto due giorni prima a Chiappa e a Molino Nuovo (Andora). Li aveva convinti a passare dalla  nostra  parte, questi ex  marò avevano due  mortai da 81 in dotazione. Cion interpellava il comandante degli ex soldati dicendo: fammi vedere cosa hai imparato durante l’addestramento in Germania! Menini aveva due  squadre, una di tre e una di  quattro militi che utilizzava per piazzare i due mortai nel declivio della collina. Sopra la collina c’era e c’è tutt’ora una chiesetta. I mortai dovevano essere piazzati in  posizione asimmetrica, uno sottostante all’altro, ma non sulla stessa verticale perché le vibrazioni del primo avrebbero disturbato la stabilità del secondo. Il terreno era scosceso, umido e scivoloso, ma Menini, da provetto esperto riusciva a creare con la zappa due  piattaforme piane, rinforzate verso valle con sassi e terra;  il bipiede del mortaio aveva una staffa con l’incastro per bloccare il mortaio quando rinculava. Venivano apprestati due gradini, uno sopra e uno sotto. Quello inferiore più avanti per non far scendere l’arma. I mortai erano privi del telemetro e si avvalevano di due bastoncini alti 1 metro, (le cosi dette paline) dipinti con anelli bianchi e rossi per traguardare l’oggetto  da  colpire. Il proiettile doveva essere sparato in linea retta tra la prima e la seconda palina. Menini per la prima prova aveva messo una carica supplementare per evitare errori e per valutare eventuali modifiche  da  apportare.  Eseguivauna  prova  supplementare  per i due mortai e iniziava a sparare sul nemico contemporaneamente al fuoco di Cion. Quattro partigiani erano dedicati ad un mortaio e quattro all’altro. Menini aveva magistralmente stabilito l’esatta in-clinazione della canna del mortaio,  poi ordinava: Spara!  Spara!  Si  avvertiva  così  uno  sparo  dopo  l’altro, sia del primo che del secondo mortaio in sequenza.  Quindi  nell’aria  potevano  esserci  contemporaneamente anche due o tre proiettili a seconda dell’aumento della carica. I tedeschi sorpresi  dagli scoppi  arretravano subito,  quindi bisognava aumentare potenza e gettata per allungare il tiro. Menini controllava sempre con i binocoli  la  lunghezza  e  le conseguenze del  tiro.  I tedeschi erano sconcertati, sbigottiti perché non immaginavano che  i  partigiani  potessero avere due mortai in dotazione e che fossero così precisi nei colpi sparati. Tutto avveniva in brevissimo tempo, e vista la situazione favorevole Cion pro-nunciava risolutamente la frase: ragazzi bisogna andare lassù... [...] Gli impavidi componenti delle squadre erano: Giobatta Acquarone (Fulmine), Attilio Alquati (Alquati),  Giuseppe Bergamelli (Gnek), Mario Longhi (Brescia), Primo Cei (Wan Stiller), Carlo Cerrina (Cigrè), Felice Ciccione (Felì), Bartolomeo Dulbecco (Cristo), Alfredo Giovagnoli (Alfredo il toscano), Calogero Madonia (Carlo siciliano) e Silvio Paloni Ruman). Non dovevano intralciarsi o rischiare di spararsi addosso pur essendo oggetto di tiro nemico dall’alto: se si saliva troppo velocemente c’era anche il rischio di essere colpiti dalla mitragliatrice e dai  mortai,  che  a  loro  volta  sparavano  sulla  cima. Quindi le due squadre di assalitori potevano in caso di sfortuna essere colpite dal basso (fuoco amico), ma Cion e Menini calcolavano bene e prudentemente il dislivello tra i partigiani in basso e il nemico in alto. Tenevano anche conto dei rapidi spostamenti partigiani che balzavano verso l’alto, inoltre le due squadre di 6 e 7 uomini si alternavano nella corsa anche di traverso. Quindi si incrociavano, anche se in tempi diversi, sulla  stessa  porzione  di monte: avevano perciò un occhio rivolto verso il nemico e contemporaneamente un occhio all’amico. I tedeschi sparavano verso il basso e solo verso i partigiani arrembanti. Conta delle armi dei partigiani nell’episodio: due mortai di Menini, Machine Gaver di Alquati, Machine Gaver di Brescia (che morirà a Ginestro vicino a Testico nel gennaio 1945). Presente alla lotta partigiana in un altro distaccamento, vi era anche il comandante Umberto Bonomini  (Brescia), che non va confuso con questo Brescia, cioè Mario Longhi. La battaglia durava più di due ore, con il risultato positivo di nessun ferito fra i partigiani. Menini con i mortai aveva fatto una sola prova, poi col binocolo vedeva i tedeschi che si allontanavano terrorizzati, allora aumentava la carica supplementare per il prolungamento del tiro. Forse aumentava anche il peso della carica. Tutto avveniva molto velocemente, come arma ulteriore Alfredo il toscano utilizzava un mitragliatore Saint Etienne. I partigiani salivano a zig-zag contro il sole. Gli ufficiali tedeschi venivano dalla scuola militare e  comandavano dei soldati ben addestrati. I partigiani si capivano con gli sguardi; Franco Bianchi (Stalin) e Massimo Gismondi (Mancen) avevano due mitra, fucili semiautomatici catturati ai tedeschi. Silvio Bonfante (Cion) era stato un seminarista ad Albenga, Stalin [Franco Bianchi] infermiere marinaio, Brescia soldato, Alquati soldato, Wan Stiller studente, Mancen camallo ad Oneglia. Anche un partigiano, forse Giuseppe Cortellucci (Carabinè), girava a Ruggiu, al passo della  Mezzaluna vestito da carabiniere; se lo prendevano lo uccidevano subito. La grande vittoria con la fuga dei tedeschi era maturata per la notevole bravura di Menini e dei suoi uomini; altresì grande era stata la fiducia, non gli  ordini  di Cion,  ma complici risolutivi solo gli sguardi. [...]
Questa è stata la testimonianza di Wan Stiller che io ho avuto l’occasione di raccogliere. Diano Marina 30 Ottobre 2017.
Marina Siccardi, figlia di Nino Siccardi “U Curtu”, Comandante della I^ Zona partigiana Liguria, in ANPI i resistenti, ANNO XII N° 1 - aprile 2019, di ANPI Savona
 
3 gennaio 1945 - Dal comando della Divisione "Silvio Bonfante" al Comando Operativo della I^ Zona Liguria - Relazione sul rastrellamento effettuato ad Armo e a Pieve di Teco il 30 dicembre 1944, durante il quale era avvenuto l'arresto di Lionello Menini (1).
3 gennaio 1945 - Tribunale Militare tedesco - Copia della sentenza di condanna a morte (1) per i garibaldini Lionello Menini, Ezio Badano, G.B. Valdora e Lorenzo Gracco.
da documenti Isrecim in Rocco Fava, Op. cit., Tomo II 

(1) Lionello Menini, nato a Chatillon (AO) il 25 ottobre 1922 (nella sentenza di morte del comando tedesco Lionello Menini risulterebbe essere nato a Siena il 25 ottobre 1919), figlio di un capostazione di Torino; è arruolato e mandato in Germania per l’addestramento. Terminato il periodo, è destinato con i suoi commilitoni in Liguria, a Laigueglia. In terra tedesca aveva appreso il vero volto del fascismo; appena rientra in Italia, come molte altre giovani reclute, ipotizza di unirsi alle formazioni partigiane. Ai primi di giugno è avvicinato dai fratelli Scarati, già attivi nella Resistenza, collegati alla “Volante” di Massimo Gismondi “Mancen” e di Silvio Bonfante “Cion”. Intravvista la possibilità di abbandonare le forze fasciste, abbraccia la lotta resistenziale. A luglio 1944 è nella squadra d’assalto del Distaccamento “Viani”, e, dopo aver partecipato a numerose azioni, tra cui la battaglia di Pievetta (CN), viene promosso capo distaccamento.
Il 17 agosto 1944 è protagonista di un conflitto a fuoco ad Ormea contro i blindati tedeschi; il 5 settembre è a Montegrande nel distaccamento “Bacigalupo”, laddove l’azione dei mortaisti di cui è a capo, è determinante per aprire un varco tra le file nazifasciste, da cui defluiscono i partigiani. A fine dicembre Menini, ammalato, è ad Armo, in Alta Valle Arroscia, dove è dislocato un nucleo partigiano dell’Intendenza Divisionale.
Su indicazione di una spia il mattino del 31 dicembre un centinaio di tedeschi provenienti da Pieve di Teco investono la zona. Alcuni garibaldini sfuggono al rastrellamento, altri (tra cui tre austriaci disertori) cadono prigionieri. Menini riesce a far fuggire due suoi uomini, esponendosi all’arresto. Portato al comando di Pieve di Teco è riconosciuto come capo partigiano. Dopo tre giorni di percosse e un processo farsa in cui confessa di essere partigiano, è emessa per lui e per altri tre partigiani della II^ Brigata d’assalto “Sambolino” Divisione Garibaldi “Gin Bevilacqua” operante nella II^ Zona ligure (due savonesi: G.B. Valdora “Ferroviere” e Ezio Badano “Zio”, e un veneto Lorenzo Gracco) la sentenza di morte. Prima di morire riesce ad inviare un biglietto al suo Commissario, Giuseppe Cognein, per informarlo che gli austriaci avevano parlato e che non era dispiaciuto di morire per una causa giusta. L’esecuzione ha luogo il 3 gennaio 1945 al Prato San Giovanni.
Lionello Menini va incontro alla fucilazione cantando la canzone “La guardia rossa”. A lui viene intitolato un Battaglione della Brigata “Nino Berio” - Divisione d’assalto Garibaldi “Silvio Bonfante”.
Proposta alla memoria di Lionello Menini  la medaglia di bronzo con la seguente motivazione: “Fatto prigioniero dai Tedeschi durante un colpo di mano contro l’Intendenza Divisionale, essendosi attardato sino all’ultimo a dare ordini, si comportava sino alla sua ultima ora con la serenità dei forti, non smentendo la sua condotta da partigiano che lo aveva elevato a stima di tutti. Oltraggiato e seviziato, non mancò mai di incoraggiare i suoi compagni di sventura. Portato al luogo dell’estremo supplizio, attraversava la via di Pieve di Teco con la testa fieramente eretta, cantando le nostre canzoni. Avvicinato nella prigionia da elementi fidati, inviava informazioni utilissime. Lo stesso nemico ne elogiò la condotta. Pieve di Teco (Imperia) 30-12-1945"
Redazione, Arrivano i Partigiani. Inserto 2. "Le formazioni di montagna della I^ e della VI^ Zona Operativa Ligure che operavano nella provincia di Savona", I Resistenti, ANPI Savona, numero speciale, 2011

mercoledì 26 agosto 2020

Febbraio 1945 iniziò con la morte di due bambini a causa dello scoppio di una bomba tedesca

Una vista da Cervo su Diano Marina
 
1° febbraio 1945 - Giunge notizia che in Diano Marina per lo scoppio di una bomba tedesca sulla Piazza della Chiesa Parrocchiale sono rimasti uccisi i due figli di Lino Trucco, pievese, ma colà residente, ove esercita commercio di mobilio. Tale sciagura, veramente straziante, è accaduta mentre la truppa tedesca faceva esercitazione di tiro e sarebbe dipesa, pare, da un errore di calcolo - così il Comando tedesco ha cercato di giustificare il tragico episodio. I due bambini vennero trasportati in Pieve [di Teco (IM)] e deposti nella tomba di famiglia.
2 febbraio 1945 - Il tenente Dexeimer tedesco, comandante la Piazza di Pieve, ormai da due mesi e mezzo alloggiato nella villa del defunto Comm. Gandolfo e oggi del genero Rissone, ha lasciato questa residenza. Anche il terribile maresciallo Grot tedesco è partito. Si dice che sia andato in Francia.
Nino Barli, Vicende di guerra partigiana. Diario 1943-1945, Valli Arroscia e Tanaro, ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, tip. Dominici Imperia, 1994
 
Nella notte fummo svegliati dal solito aereo solitario, soprannominato "Pippetto", il quale sganciò una bomba (forse per colpire i tedeschi del "Ciapasso") molto vicino a noi. Ci venne da pensare che non solo avevamo contro i nazifascisti, ma anche gli alleati angloamericani.
Il giorno successivo sentimmo dei colpi di mortaio che i tedeschi sparavano dal "Ciapasso"; un colpo finì davanti alla Chiesa di Diano Marina uccidendo tre bambini e ferendo alcune persone.
Sandro Badellino, Mia memoria partigiana. Esperienze di vita e vicende di lotta per la libertà di un garibaldino imperiese (1944-1945), edizioni Amadeo, Imperia, 1998 
 
A ponente della [strada statale] 28, il giorno 29 [gennaio 1945] il nemico irrompe nella Valle di Diano Marina. Quattrocento tedeschi puntano su Diano Arentino e su Diano Roncagli (Comune di Diano San Pietro) in cerca dei Distaccamenti e del Comando della I Brigata “S. Belgrano” che sapevano dislocati nei dintorni.
I giovani di Diano Arentino tentano di sottrarsi alla cattura fuggendo per la campagna. Tra questi è il ventenne Francesco Camiglia che, trovatosi con la casa circondata, tenta la fuga attraverso i tetti vicini. Ma scorto dai tedeschi e preso di mira, cade in un vicolo colpito alle gambe. Colto dalla disperazione e sopraffatto dal dolore, invoca con voce angosciata la madre. La chiama con voce forte ed essa accorre, ma accorrono anche i Tedeschi che lo cercavano come belve cercano la preda. Decidono di finirlo mediante impiccagione. Trascinatolo presso un albero di pero nei pressi della casa di Silvio Ascheri, gli passano un cappio al collo per impiccarlo. La madre che, con la disperazione nel cuore, aveva seguito la drammatica vicenda, emettendo un urlo acutissimo, assale con disperazione i soldati, li allontana, abbraccia il figlio e gli toglie il cappio dal collo. Di fronte alla pietosa scena, i Tedeschi non provano nessuna compassione. Strappano nuovamente alla madre il corpo del figlio, oramai morente per dissanguamento e lo impiccano definitivamente. Nella valle mai si ebbe un esempio di così feroce esecuzione.
Rastrellando la zona di Roncagli, i soldati scorgono in località Macari il garibaldino Ricordo Garibaldi che tenta di nascondersi, ma non riesce a salvarsi ed è fucilato sul posto. Apparteneva al distaccamento di "Ramon", della II Brigata "Nino Berio". Gli stessi soldati catturano pure Aristide Cavalleri e Giovanni Cavalleri in zona Isole. Conducono i due ostaggi a Diano Arentino e quindi a Diano Marina presso il Comando, ubicato nella villa di Bartolomeo Ardissone, insieme ad altri rastrellati. Dope essere stati redarguiti, verranno rilasciati in serata.
Durante un'altra puntata condotta il giorno successivo i tedeschi impiccano a Diano Arentino il civile Salvatore [Salvatore Manotti], ex soldato sbandatosi l'8 settembre 1943.
Un altro gruppo di Tedeschi ubriachi, di stanza alla batteria di cannoni dislocata al Ciapasso, nei pressi di Diano Marina, privi di ogni considerazione umana, nel pomeriggio del 31 gennaio 1945 sparano un colpo di mortaio; la granata piomba davanti alla chiesa parrocchiale, esplodendo uccide tre bambini che stavano giocando: i fratelli Orlando e Agostino Trucco, di sette e dodici anni, Eugenio Di Sipio, anche lui di dodici anni, morirà due giorni dopo all'ospedale.
Nell'episodio rimane gravemente ferito anche il ragazzo Francesco Ghirardi, ma sopravviverà. Lo sbigottimento e lo sdegno sono enormi. Le Autorità locali inviano al Comando tedesco le rimostranze della popolazione, ma nessuno verrà punito.
Francesco Biga  (con la collaborazione di Osvaldo Contestabile), Storia della Resistenza Imperiese (I Zona Liguria), Vol. IV. Da Gennaio 1945 alla Liberazione, ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, 2005, pp. 52-54

Ai primi di febbraio le Brigate Nere effettuarono un rastrellamento nella zona di Baiardo (IM) che portò all'arresto di alcuni uomini. Solo per l'intervento del tenente del presidio dei bersaglieri del paese le case non subirono danni.
Il comando della II^ Divisione "Felice Cascione" comunicò a quello della I^ Zona l'uccisione di 7 garibaldini avvenuta il 2 febbraio presso Villa Verrone a Sanremo. Di questi, 4 rimasero ignoti, mentre degli altri 3 si fornirono le seguenti notizie: "uno è un toscano ferito ad una gamba, sposato a Pompeiana, di circa 30 anni, con un figlio. Un certo Modena di circa 30 anni che si era presentato alla guardia repubblicana di San Remo. Uno di Pompeiana che aveva perso un braccio per lo scoppio di una bomba a mano".
Sempre il 2 febbraio  gli uomini del presidio nemico di Borgo di Ranzo [comune di Ranzo (IM)] "effettuano un rastrellamento nella zona di Gazzo-Gavenola [Frazioni di Borghetto d'Arroscia (IM)] ed Aquila [Aquila di Arroscia (IM)] per rapinare bestiame e viveri alla popolazione".
Nella notte successiva "Ramon" (Raymond Rosso), capo di Stato Maggiore della Divisione "Silvio Bonfante", accompagnato da un garibaldino attaccò "due carri tedeschi accompagnati da 8 militari. Quattro cavalli uccisi, un soldato ucciso ed alcuni feriti più o meno gravi".
Il giorno 3 il commissario prefettizio di Albenga (SV), su ordine della Feldgendarmerie ordinò ai podestà dei comuni limitrofi di far affluire alla locale Brigata Nera tutti i giovani che già si erano presentati ai comandi tedeschi.
Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell’Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e della Storia Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945) - Tomo I, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1998-1999
 
Il 2 di febbraio un manipolo di fascisti al comando del capitano Borro dopo aver girovagato per la campagna alle ore undici giunge nella borgata Novelli (Tavole) [Tavole è Frazione del comune di Prelà (IM)] [...] Nel pomeriggio i militi prelevano Carlo Oreggia, panettiere, detto "Ristorante". Caricandolo di botte lo portano con loro. Giunti in località "Vigne" presso il cimitero di Valloria [altra Frazione del comune di Prelà (IM)] è freddato con alcune raffiche e gettato nella scarpata sottostante. Gli tolgono le scarpe e il portafoglio. Per fargli un vile scherno gli ficcano la pipa in bocca e gli mettono una pagnottella in mano. Era accusato di fornire pane ai partigiani.
Francesco Biga  (con la collaborazione di Osvaldo Contestabile), Storia della Resistenza Imperiese (I Zona Liguria), Vol. IV. Da Gennaio 1945 alla Liberazione, ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, 2005

2 febbraio 1945 - Dal comando [comandante "Gori", Domenico Simi] del III° Battaglione "Candido Queirolo" al comando della V^ Brigata "Luigi Nuvoloni" della II^ Divisione "Felice Cascione" - Comunicava che il traffico sulla strada Sanremo-Poggio-Ceriana era limitato al transito dei carriaggi per viveri e della "solita motocicletta" o vettura del presidio nemico di Ceriana (IM).
3 febbraio 1945 - Da "Mercurio" [Bruno Moro?] alla Sezione S.I.M. [Servizio Informazioni Militari] del CLN di Sanremo - Comunicava che era stato visto partire per Genova su di un camion tedesco "Grigua".
3 febbraio 1945 - Da "Nilo" [Quanito De Benedetti] al CLN di Sanremo - Comunicava che a Baiardo erano stati uccisi la moglie ed il figlio di "Bacucco" e che il rastrellamento nemico in corso stava continuando.
3 febbraio 1945 - Da "Amerigo" [Adalgiso Rovelli] al CLN di Sanremo - Comunicava che alle ore 8.30 era stata vista un'automobile delle SS tedesche fermarsi davanti alla casa dell'avvocato Buzzi in Via Lamarmora; che erano scesi l'avvocato e due individui in borghese che una volta entrati dopo 10 minuti erano usciti con una valigia di medie dimensioni.
3 febbraio 1945 - Dalla Sezione SIM del CLN di Sanremo alla Sezione SIM della V^ Brigata - Segnalava che il membro del Comitato di espressione del Partito d'Azione era stato arrestato e che il 2 febbraio erano stati arrestati 10 giovani, forse appartenenti alla banda dell'avvocato Buzzi.
3 febbraio 1945 - Dal commissario prefettizio di Albenga (SV) ai podestà di Ortovero, Villanova d'Albenga, Casanova Lerrone, Vendone, Nasino, Castelbianco, Castelvecchio, Zuccarello, Cisano sul Neva e Garlenda - Trasmetteva l'ordine della Feldgendarmerie di fare rientrare nella Brigata Nera di Albenga le giovani reclute che, appena arrivate all'arruolamento, si erano allontanate dalla caserma, perché passibili di fucilazione come "banditi".
da documenti Isrecim in Rocco Fava, Op. cit. - Tomo II

martedì 18 agosto 2020

L'eccidio di Testico del 15 aprile 1945

Testico (SV) - Fonte: Wikipedia
 
Con l'aiuto di spie i tedeschi, venuti a conoscenza del rientro da San Gregorio a Poggio Bottaro (in valle Andora) [comune di Testico (SV)] del Comando della VI^ Divisione "Silvio Bonfante", il mattino del 15 aprile 1945 tentano di sorprenderlo e catturarlo al completo. Nella notte tra il 14 e il 15 aprile il commissario divisionale Carlo De Lucis (Mario) insieme ad alcuni compagni va a dormire nel rifugio sotterraneo del Comando Divisione, uno dei numerosi scavati nella terra durante l'inverno in base alle istruzioni emanate con la circolare n. 23 del 24 novembre 1944 emessa dal comandante delle Zone 1^ e 2^ Liguria, Carlo Farini (Simon). Gli altri componenti del Comando, invece, confidando nella sorveglianza delle sentinelle dei Distaccamenti dislocati nei dintorni del passo di San Damiano, decidono di dormire nel casone della sede amministrativa del Comando stesso. Solo per fortuito caso ciò non risulta loro fatale.
Francesco Biga  (con la collaborazione di Osvaldo Contestabile), Storia della Resistenza Imperiese (I Zona Liguria), Vol. IV. Da Gennaio 1945 alla Liberazione, ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, Grafiche Amadeo, 2005

15 aprile 1945 - Dal comando della I^ Brigata "Silvano Belgrano" della VI^ Divisione "Silvio Bonfante" al comando della VI^ Divisione - Avvisava che in quella mattinata si erano sentite, provenienti da Testico (SV), alcune raffiche di mitra; che il comandante ["Mancen", Massimo Gismondi] era subito partito con una squadra del Distaccamento "Angiolino Viani" per "portare aiuto in caso di necessità"; che i garibaldini si erano disposti nel seguente modo: una squadra del Distaccamento "Angiolino Viani" sotto il cimitero di San Gregorio per fermare i tedeschi in caso di fuga, il Distaccamento "Franco Piacentini" a difesa del Passo del Merlo e del Passo dei Pali, il Distaccamento "Francesco Agnese" rimaneva a San Damiano; che l'azione dei tedeschi era durata 2 ore.
senza data - Testimonianza sull'eccidio di Ginestro, frazione di Testico (SV) - Relazionava che "i tedeschi, a seguito di una delazione, tentarono di sorprendere nella notte tra il 14 ed il 15 aprile 1945 il comando della VI^ Divisione "Silvio Bonfante". Il commissario 'Mario' [Carlo De Lucis] diede ordine di dormire nel rifugio sotterraneo del comando. Al mattino del 15 i tedeschi da Cesio attaccarono Testico e Poggio Bottaro [Frazione del comune di Testico (SV)], ma il comando della VI^ Divisione riuscì a fuggire nei boschi. I tedeschi per rappresaglia catturarono 10 civili a Ginestro ed altri a Poggio Bottaro. Il medico austriaco Jakob Unkelbach (Antonio), che era entrato nelle fila partigiane il 18-02-45, ritornando al nemico l'11-04-45, guidò i tedeschi presso le case dei contadini che avevano aiutato i partigiani. I nazisti, avendo fretta, presero gli ostaggi a caso. Intervenne 'Mancen' [Massimo Gismondi, comandante della I^ Brigata "Silvano Belgrano" della VI^ Divisione] in aiuto del comando della VI^ Divisione. I tedeschi si fecero scudo con i 30 ostaggi. I tedeschi dissero ai prigionieri di andare via, ma poi li uccisero con scariche di mitra alle spalle". 
da documenti Isrecim  in Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell'Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945) - Tomo II, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1998 - 1999

15 aprile
Un reparto di 200 SS tedesche opera un vasto rastrellamento nella zona di Testico-Ginestro-Poggio Bottaro. Fallito il loro obiettivo di aggiarare e annientare il Comando della Divisione Bonfante, i nazisti catturano 37 civili i quali saranno successivamente trucidati...
Augusto Miroglio, La Liberazione in Liguria, Forni, Bologna, 1970 
 
[...] Poco prima della Liberazione, il 15 aprile 1945, l’eccidio in assoluto più cruento, a Testico, nel quale perdono la vita 27 persone. All'alba di domenica due colonne tedesche giungono a Ginestro, frazione di Testico (SV), per dare inizio a un rastrellamento: i militari catturano una ventina di civili, uomini e donne sorpresi nelle loro case, e li legano con corde. Poi, proseguendo la marcia, uccidono senza apparente ragione un contadino al lavoro. Alle 8.00, arrivati nei pressi della chiesa, irrompono nell'edificio, catturano altre persone e pongono tutti gli ostaggi lungo un muro sotto la sorveglianza di un soldato. Il resto della truppa, in parte, prosegue con il rastrellamento che porterà alla cattura di altri ostaggi; in parte si dirige verso Poggio Bottaro. Intorno alle 9.00 un gruppo di partigiani, dalla vicina frazione di Santa Maria di Stellanello, spara sui tedeschi permettendo a 3 degli ostaggi di fuggire. In risposta, i tedeschi tornano verso la chiesa, si appostano presso l’osteria del paese e catturano altri 3 contadini di Torria. Infine, la colonna riparte con i prigionieri al seguito. Durante la marcia, si arresta presso la frazione Zerbini per catturare altri ostaggi. L’ultima tappa è Costa Binella ove avviene la selezione dei progionieri. Vengono rilasciati 3 giovani di Ginestro, 4 donne e 4 ragazze. Queste ultime verranno poi condotte al carcere di Imperia, sottoposte a interrogatori e paestaggi e rilasciate almeno una dozzina di giorni dopo. Restano in mano ai tedeschi 27 persone: 25 uomini e 2 donne che vengono separate dagli altri prigionieri, seviziate e uccise a colpi di baionetta. I 25 uomini, legati 2 a 2 col fil di ferro, sono falciati a colpi di mitragliatrice. Dopo il massacro, i corpi risultano irriconoscibili [...] 
Andrea Chiovelli, Quando i tedeschi massacravano i savonesi: ecco le 49 stragi che insanguinarono la provincia, IVG.it, 11 aprile 2016

Funesta ironia della sorte volle che il massacro dei prigionieri... fosse favorito da un tale Jacob Unkelbach, un austriaco finto disertore, accolto [dai partigiani] sotto il nome di Antonio e accudito per diversi mesi proprio dalla popolazione di Testico, Poggio Bottaro, Ginestro e dintorni. In realtà, secondo la testimonianza dell'ex sapista Bernardo Augeri (Pio), in banda con Franco Bianchi (Stalin), l'austriaco era stato catturato e interrogato da Ramon [Raimondo Rosso, capo di Stato Maggiore della VI^ Divisione]. L'esito dell'interrogatorio non aveva del tutto convinto il comandante svizzero [Rosso era in effetti nato il 13/03/1913 a Naters nella Confederazione Elvetica e più propriamente di nome faceva Raymond], che parlava correntemente il tedesco. Purtroppo, per una somma di circostanze più o meno casuali all'austriaco era stata risparmiata la vita soprattutto per via della solerzia e della perizia dimostrate nella medicazione di alcuni partigiani feriti, comportamento, forse calcolato, che aveva destato simpatia e comprensione un po' in tutto l'ambiente della banda.  
Francesco Biga e Ferruccio Iebole (a cura di Vittorio Detassis), Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria), vol. V, Ed. Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia, 2016

... il tradimento dell'ex-garibaldino austriaco Jakob Unkelbach * che fu tra le cause dell'eccidio di Testico-Poggio Bottaro del 15 aprile 1945...  
Rocco Fava, Op. cit. - Tomo I
* 18 febbraio 1945 - Dal comando del Distaccamento "Giovanni Garbagnati" al comando della I^ Brigata "Silvano Belgrano" della Divisione "Silvio Bonfante" - Comunicava che era stato inquadrato nel Distaccamento come infermiere il sergente sanitario dell'esercito tedesco Jakob Wonkelbach  (Antonio), che aveva disertato e che era stato accolto tra i partigiani in base alle notizie rassicuranti fornite dalla popolazione di Villa Faraldi (IM).
da documento Isrecim  in Rocco Fava, Op. cit. - Tomo II   

Anche nelle formazioni della provincia di Imperia, alle dipendenze del comando operativo I zona-Liguria, è segnalata la presenza di partigiani stranieri, tra cui anche disertori tedeschi e austriaci, nella brigate sottoposte alla 2ª divisione garibaldina “Felice Cascione” e alla 6ª, “Silvio Bonfante” (468).
Francesco Corniani, "Sarete accolti con il massimo rispetto": disertori dell'esercito tedesco in Italia (1943-1945), Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 2016-2017
(468) Francesco Biga, Storia della Resistenza imperiese (I zona Liguria), edizioni Isrecim, Farigliano, 1978, vol. III, pp. 495-507. A pp. 506-507 l'autore scrive anche che a seguito dell'eccidio di Testico causato sembra dalla delazione di un disertore tedesco che si era aggregato al distaccamento partigiano G. Garbagnati, il comando I^ Zona Liguria aveva dato ordine a tutte le brigate di fucilare i soldati tedeschi presenti nelle formazioni che fossero in qualche modo sospetti.

Altra tragica ironia della sorte, Luigi Pantera Massabò, vicecomandante della Divisione "Silvio Bonfante" - autore di Cronistoria militare della VI^ Divisione “Silvio Bonfante” (diario inedito nel 1999, conservato presso l’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia, studiato anche da Rocco Fava per Op. cit.)- aveva disposto misure preventive, quali "Per le 4 <del 15 aprile 1945> il Distaccamento "Garbagnati" si trovi a Testico in posizione favorevole con la mitragliatrice pesante e controlli il movimento a Cesio e Casanova... Al fine di non causare disgrazie, ogni movimento fatto di propria iniziativa e contrario agli ordini impartiti, sarà punito severamente, ritenendone direttamente responsabile il comandante di Distaccamento che l’eseguirà..." 
Adriano Maini

18 aprile 1945 - Dall'ispettorato [ispettore "Giulio", anche "Mario", Carlo Paoletti] del Comando Operativo della I^ Zona Liguria alla Delegazione Regionale Ligure delle Brigate d'Assalto Garibaldi - Comunicava che... l'ultimo atto barbarico compiuto dai tedeschi era avvenuto a Ginestro-Testico-Poggio Bottaro con l'uccisione di 37 civili prelevati nelle case e in chiesa...
da documento Isrecim  in Rocco Fava, Op. cit. - Tomo II 
 
Il giorno della strage, avvenuta il 15 aprile del 1945, si annuncia come una domenica particolarmente tranquilla. Nei giorni precedenti non si è infatti dato alcun episodio allarmante, né la presenza di tedeschi o fascisti ha inquietato i paesani: segni, questi, di un lento ma inesorabile processo di esaurimento delle forze degli occupanti e del regime repubblicano.
Tuttavia, fin dalle sei del mattino, due colonne di soldati tedeschi muovono da Cesio e Vellego, località che distano rispettivamente poco più di 4 e di 7 km da Ginestro, la frazione di Testico presso cui, alle sette, si arrestano per dare inizio a un rastrellamento.
Catturano circa una ventina fra uomini e donne, i più sorpresi nel sonno, legandoli con corde.
Poi proseguono la marcia. Un giovane contadino (Costante Vairo) intravede la colonna e corre verso la
chiesa per avvertire del pericolo i compaesani riuniti per la messa. La sua azione risulta però inefficace.
Alle otto i tedeschi, dopo aver ucciso senza apparente motivo un anziano contadino che sta innestando un castagno, circondano la chiesa e alcuni vi fanno irruzione catturando diversi fedeli. Il parroco, don Mantello, seguito da qualche chierichetto, si mette in salvo salendo sul campanile e dando ordine al sacrestano, non appena i tedeschi si sono allontanati, di chiudere a chiave la porta della chiesa. Gli ostaggi sono allineati lungo il muro che circonda la piazza e posti sotto la sorveglianza di un soldato armato di mitra, mentre il resto della colonna in parte prosegue nell’azione di rastrellamento presso le abitazioni vicine, in parte si dirige verso Poggio Bottaro. Poco prima delle nove un gruppo di partigiani spara alcuni colpi di fucile dalla frazione di Santa Maria di Stellanello dov’è stanziato, permettendo a tre ostaggi (fra cui il Vairo) di fuggire. I tedeschi ritornano verso la chiesa e, secondo una testimonianza, per rispondere ai colpi dei partigiani improvvisano una postazione dall’osteria del paese. Quando la sparatoria ha termine, catturano tre contadini di Torria e tornano a vigilare sugli ostaggi. Ma uno di loro entra nuovamente nel locale per farsi dare del cibo. L’oste glielo porge e poi fugge via spaventato. Il tedesco non reagisce e lo lascia scappare. Analoga sorte tocca a Giobatta Vairo.
Costui, nascostosi nella cantina, uscendo si trova di fronte al soldato tedesco e teme per la sua vita.
Questi però si limita a indicargli un sentiero e a incitarlo a correre via il più velocemente possibile. Pronuncia quindi un’espressione-chiave, specie alla luce di quanto sta per accadere: “Stasera, kaputt!” La colonna, diretta verso Ginestro (o forse Cesio), si arresta nella frazione Zerbini per imprigionare altre persone.
Si accende un’improvvisa discussione fra i tedeschi, che i testimoni presumono riguardi la sorte da riservare agli ostaggi. L’ultima tappa è Costa Binella, raggiunta tramite una mulattiera. Qui la colonna si ferma e avviene la selezione dei prigionieri. In un primo momento vengono liberati tre giovani di Ginestro, che si allontanano rapidamente; poi è la volta di quattro donne e, infine, di quattro ragazze, in
seguito condotte al carcere di Imperia e sottoposte a interrogatori e pestaggi per essere da ultimo liberate dopo una dozzina di giorni. Restano 26 persone: 24 uomini e 2 donne, che sono legati a due a due, schiena contro schiena, con del fil di ferro. Le donne, appartate sul lato sinistro della mulattiera, subiscono violenze e sevizie e vengono poi uccise con le baionette.
Gli uomini, posizionati sul lato destro, sono trucidati a colpi di mitraglia. Dopo il massacro, i corpi degli ostaggi sono così sfigurati da risultare irriconoscibili.
Nel pomeriggio della domenica e il lunedì seguente, quando i compaesani raggiungono Costa Binella, per identificare le vittime dovranno fare appello a particolari legati al loro abbigliamento. Armando Zerbone e Leonardo Arduino ricorderanno infatti di aver riconosciuto i loro padri “solo dalle scarpe”. Lunedì 16 aprile i corpi delle vittime sono caricati su carri trainati da buoi e, su suggerimento di don Mantello, portati nell’oratorio, dove vengono adagiati sulla paglia e coperti per essere poi, in parte, seppelliti in una fossa comune, in parte, posizionati entro bare improvvisate e condotti così presso le famiglie d’origine.
La strage di Testico, ricostruita tramite la memoria dei sopravvissuti, lascia a tuttora parecchi punti oscuri: fra questi, il principale è senz’altro il fine per il quale avvenne. Viene allora da chiedersi chi fosse realmente Jacob Unkelbach e se e quali informazioni su di lui siano state raccolte. Certo, la strage di Testico per anni è stata circondata da uno strano silenzio. Ma, poiché questo punto merita particolare attenzione, per chiarirlo è opportuno ricorrere alla memoria scritta, ossia alla ricostruzione che è possibile effettuare tramite il ricco materiale documentario sulle azioni dei partigiani della I zona Liguria conservato presso l’IsrecIm.
Dagli archivi sulla Resistenza risulta che nei giorni immediatamente precedenti la strage 15, e in particolare sabato 14, nell’area compresa fra Pogli, Garlenda e Albenga i Distaccamenti della zona mettono in atto numerosi attacchi alle postazioni nazifasciste causando fughe, danni ai materiali e alcuni morti. In risposta, gli occupanti effettuano rastrellamenti lungo la statale tra Imperia e Garessio per impedire che i partigiani creino difficoltà ai reparti che, prevedendo la ritirata strategica, si stanno muovendo verso nord. Luigi Massabò, detto “Pantera”, vicecomandante della Divisione d’assalto Garibaldi intitolata a “Silvio Bonfante”, nel diario militare riporta che: “Dato l’arrivo improvviso di truppe nazifasciste al ponte del Molino Nuovo di Andora, si prevede un attacco domattina all’alba, per cui i Distaccamenti devono così disporsi”. Seguono puntuali indicazioni e, nello specifico, che: “Per le 4 il Distaccamento ‘G. Garbagnati’ si trovi a Testico in posizione favorevole con la mitragliatrice pesante e controlli il movimento a Cesio e Casanova”. Conclude il comunicato sottolineando che: “Al fine di non causare disgrazie, ogni movimento fatto di propria iniziativa e contrario agli ordini impartiti, sarà punito severamente, ritenendone direttamente responsabile il comandante di Distaccamento che l’eseguirà”.
Così, come previsto, all’alba del 15 aprile duecento SS tedesche danno inizio a un impegnativo rastrellamento fra Testico, Ginestro e Poggio Bottaro. Tramite l’ausilio di spie, gli occupanti hanno infatti notizia che il Comando della Divisione “Bonfante” è rientrato da San Gregorio a Poggio Bottaro; per questo, muovendosi da Cesio prima dell’alba, puntano sui partigiani con ampio dispiego di mezzi per sorprenderli e catturarli. Ma il Comando della “Bonfante”, pur con difficoltà, si sottrae all’accerchiamento e si pone in salvo fra gli ulivi. I tedeschi allora ripiegano su Ginestro e poi Testico trattendo diversi ostaggi.
Il Distaccamento “Garbagnati” e Massimo Gismondi, detto “Mancen”, comandante della I Brigata “Silvano Belgrano”, in posizione logistica vantaggiosa, attaccano i tedeschi che, non riuscendo a rispondere ai colpi dei partigiani e non avendone catturato alcuno, si accaniscono allora contro i civili. Ne imprigionano almeno 10 a Ginestro, altri a Testico, sulla piazza della chiesa, altri ancora a Poggio Bottaro.
Il rastrellamento prosegue, casa per casa, soprattutto grazie all’intervento di un medico tedesco, Jacob Unkelbach, soprannominato “Antonio”. Costui si era rifugiato presso il Distaccamento “Garbagnati” dichiarando di aver disertato dalla Wehrmacht dove lavorava in qualità di sergente sanitario. Nella relazione del 18 febbraio del ’45 sull’incorporazione di Unkelbach al Distaccamento, il comandante Franco Bianchi (“Stalin”) riporta che Jacob aveva disertato “per non servire un padrone che lotta per una causa ingiusta” e che su di lui le informazioni fornite dagli abitanti di Tovo e di Villa Faraldi erano buone. I tedeschi in realtà cercano “Mancen” che, per mantenere la promessa fatta al comandante della “Bonfante” d’intervenire in caso di attacco nemico, entra in Testico con i compagni. I tedeschi riescono però a sfuggire proteggendosi la ritirata grazie agli ostaggi che fungono loro da scudo. Così “Mancen” e i suoi, per non colpire i civili, sospendono il fuoco. Allora i tedeschi, che hanno raggiunto il loro scopo, una volta arrivati al valico di Ginestro, non traendo più vantaggio dai prigionieri catturati, se ne liberano massacrandoli.
Dalle relazioni dei partigiani risulta che le vittime siano una quarantina e non 26 come viene riportato sulla lapide del passo del Ginestro, né 27 come si evince dall’elenco dei caduti. Confrontando i nomi delle vittime riportati sulla lapide con i nomi citati da Francesco Biga, si dà corrispondenza nel caso delle vittime di Ginestro (in tutto 10), di Testico (11), di Alassio (1), di Torria/Chiusanico (3) e di Cesio (1).
Dall’elenco di Biga risultano altri 18 nominativi su cui occorerebbe raccogliere altre informazioni.
Secondo la testimonianza di “Stalin”, in seguito a questo spaventoso massacro, il Comando operativo della I Zona emanò l’ordine di fucilare, all’interno delle formazioni che ne avessero accolto anche uno soltanto nelle lora fila, tutti i tedeschi disertori come Jacob (“Antonio”). Ciò avvenne in quasi tutti i casi: si salvò soltanto un tedesco da molti mesi in montagna come gregario nella V Brigata “L. Nuvoloni” che aveva dato prova di sincera fedeltà.
Ci troviamo dunque di fronte a due ricostruzioni della strage: l’una, quella orale, è affidata alla testimonianza dei sopravvissuti; l’altra, scritta, riguarda le vicende narrate attraverso le relazioni dei partigiani.
Dal confronto, i fatti nella sostanza si confermano; ciò che cambia è piuttosto il punto di vista che configura le due memorie. In primo luogo i sopravvissuti, che non hanno conoscenza della strategia bellica dei partigiani e degli occupanti, ricordano i giorni che hanno preceduto la strage come “particolarmente tranquilli”, senza che attacchi di ribelli o repressioni nazifasciste si siano abbattuti sulla comunità.
Esaminando i documenti dei partigiani, invece, si prende atto che proprio in quei giorni l’attività di lotta è frenetica e che gli scontri fra le parti si intensificano a misura che il “vento della Liberazione” si fa più prossimo. Evidentemente, quasi al termine del conflitto, sono in gioco due prospettive opposte: i paesani interpretano la strage più alla luce dell’imminente liberazione, quindi con la “memoria del poi”, dei giorni successivi al 25 aprile e del ritorno alla normalità, che in relazione al loro presente storico.
I partigiani, al contrario, guardano esattamente al momento in cui l’evento accade. Il loro è lo sguardo di chi combatte attivamente ed è perciò preparato a ogni evenienza. Per questo il termine che ricorre più
spesso nello scarno lessico delle realzioni è “prevedere”. In questo senso, i giorni che precedono la strage si intrecciano strettamente alle imprese già compiute e a quelle ancora da venire, in rimandi che sembrano tutt’altro che casuali. Chi combatte la guerra rispetto a chi, come i civili, è costretto a subirla, trova la sua forza tanto nell’uso delle armi quanto nell’attenzione al presente, alle concatenazioni di fatti da cui esso proviene e verso cui, nella ratio militare, tende a dirigersi. Così, da un lato le formazioni partigiane (ma questo vale anche per i tedeschi) anticipano con precisione l’accadere; dall’altro i civili fanno i conti con l’imprevedibile, con la fatalità che la strage rende assoluta e inspiegabile. In secondo luogo, nel racconto dei sopravvissuti i partigiani, benché presenti in carne e ossa nell’azione scenica, appaiono tuttavia “lontani”, quasi sfuggenti. Si muovono sulle alture, compaiono fugacemente fra gli ulivi, si fanno sentire per via dei colpi di fucile sparati ma, di fatto, risultano quasi sempre altrove, come fossero “invisibili” e “disincarnati”, e le loro operazioni non sono discernibili. Al contrario i tedeschi, sia per l’estraneità delle loro figure (la divisa, i corpi slanciati, il portamento altero, i tratti somatici segnati dall’algida durezza) sia per la brutalità che si associa alle loro azioni e sia pure anche per certi incomprensibili gesti di pietà a cui può capitare che diano luogo, sono invece visibilissimi e carnali. C’è infine un punto in cui le due versioni si incontrano: penso alla figura di Jacob/Antonio. Il disertore che ha vissuto tanto fra i tedeschi, nelle vesti del sergente sanitario Unkelbach, quanto fra i partigiani, che lo ricordano come “u megu”, forse inviso ormai a entrambe le parti, costituisce tuttavia il trait d’union fra le due memorie.

Giosiana Carrara, Stragi nazifasciste di civili nella provincia di Savona in Savona in guerra. Militari e vittime della provincia di Savona caduti durante il secondo conflitto mondiale (1940-'43/1943-'45), ISREC Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea della provincia di Savona, 21 gennaio 2013 

Tornando sui loro passi i Tedeschi si fermano davanti alla chiesa di Ginestro. Qui, minacciano di fucilare tutti e probabilmente qui doveva avvenire l’esecuzione. Nasce però una discussione tra gli stessi soldati Tedeschi che degenera in una lite (non sappiamo esattamente tra chi) ma alla fine l’esecuzione viene rimandata. Questa discussione era probabilmente tra chi voleva liberarsi dei contadini e compiere subito il massacro e chi, non sentendosi ancora sicuro, voleva tenerli come scudo e garanzia contro eventuali attacchi. La colonna dunque, riprende il cammino verso Cesio, ma al poggio di Costa Binella i prigionieri vengono fermati e fatti sedere. Qualcosa succede e i Tedeschi prendono le loro decisioni. Tre giovani di Ginestro vengono liberati e fatti allontanare; con loro anche quattro donne e altre quattro ragazze vengono mandate al carcere di Imperia per essere interrogate. Gli altri vengono legati a due a due con il filo di ferro schiena contro schiena. Difficile comprendere il motivo di queste scelte, a meno che le indicazioni su chi interrogare, chi liberare e chi uccidere non venissero da quel “megu” che ormai ben conosceva uomini e cose di quel territorio. E così vengono uccisi tutti quelli rimasti a Costa Binella. Gli uomini con raffiche di mitra da distanza ravvicinata sul lato destro del sentiero (oggi poco distante dalla provinciale). Sul lato sinistro le donne vengono seviziate e poi uccise a colpi di baionetta. La strage è dunque compiuta e i Tedeschi tornano a Cesio mentre gli abitanti del paese rimangono alcune ore nell’incertezza e nella speranza finché qualcuno prende coraggio e decide di andare a cercare i compaesani. Fatta la terribile scoperta, arrivano altri dal paese. Molti dei fucilati sono talmente massacrati che i paesani hanno difficoltà a riconoscere i loro cari. E’ per alcuni una altalena di speranza e dolore. Arrivano poi i carri tirati da buoi e i corpi sono caricati e trasportati in paese. Qui vengono sistemati nell’oratorio, distesi su della paglia e sommariamente coperti. Una parte dei caduti verrà provvisoriamente interrata in una fossa comune. Sono state trucidate ventinove persone in tutto. Venticinque di Testico e delle sue frazioni, tre di Chiusanico, frazione di Torria, e una di Alassio, in un paese che conta poco più di trecento abitanti. Tutto ciò conferisce all’azione il chiaro carattere di una rappresaglia in tutto tristemente simile alle centinaia di massacri di civili compiuti dai nazifascisti negli ultimi mesi di guerra. Quasi ogni famiglia è colpita dal lutto: la follia di quelle poche ore ha distrutto e ha gettato nel dolore un intero paese per molti anni. La storia dell’eccidio è stata ricostruita facendo parlare alcuni testimoni diretti, altri che hanno partecipato all’evento e parenti e conoscenti delle vittime. Questa forma ha il pregio di essere diretta e di rendere la terribile esperienza umana di quelle persone. Per chiudere mi pare che la più chiara descrizione del senso tragico dell’evento sia riassunto nelle parole di Armando Zerbone: “Quando sono andato il giorno dopo sul posto ho potuto riconoscere mio padre solo dalle scarpe, lo avevano massacrato.”
Riccardo Aicardi, 15 aprile 1945: l'eccidio di Testico in “Storia e Memoria”, anno XVII, n. 2, 2008, Istituto Ligure per la Storia della Resistenza e dell′Età Contemporanea