sabato 4 febbraio 2023

Gli squadristi denunciano il federale

Imperia: sede della Croce Rossa

Ghirlando Vincenzo: nato a Camporeale (TP) il 9 aprile 1924, agente di Polizia in servizio presso la Questura di Imperia. Ex partigiano.
Interrogatorio del 15.9.1945: Nel 1940, all’atto del richiamo feci domanda di arruolarmi come guardia di PS. Nel 1942 mi trovavo in Grecia e fui chiamato per fare un corso a Caserta. Terminato il corso fui inviato a Torino, destinato al Battaglione Mobile di Polizia [...] Giunto ad Imperia nel mese di aprile del 1944 fui messo a fare il piantone alla porta rimanendo in tale posto fino al 24 luglio. A tale data essendo comandato di servizio assieme alla GNR mi allontanai e giunto a Dolcedo venni arruolato nella brigata Garibaldi, comandata da Tito [Rinaldo Risso] del distaccamento Pelletta. Rimasi con i partigiani fino al 24 dicembre 1944, giorno in cui, sceso ad Imperia per ritirare i miei effetti di vestiario, venni a sapere che erano stati ritirati dai fascisti. Uscito in strada incontrai gli agenti di PS Rizzo Luigi e Nobbio i quali mi chiesero dove ero stato e da dove venivo. Io raccontai loro che ero stato prelevato dai partigiani e che ero disceso per presentarmi nuovamente. Il questore mi accettò e mi rimise in servizio in una squadra che faceva servizio ai posti di blocco.
Leonardo Sandri, Processo ai fascisti: una documentazione, Vol. 9 - Liguria: Imperia - Savona - La Spezia, StreetLib, Milano, 2019 
 
106 - SME - Ufficio storico  [1944 feb. 1 - mar. 31]
Diario storico del 12° Comando militare provinciale di Imperia (1° febbraio - 31 marzo 1944) e degli enti dipendenti, a firma, in ordine di tempo, del col. Giuseppe Bosio, del cap. Achille di Iuvalta e del cap. G. Malatesta. (18)
pp. 30
(a cura) di Mariella Mainini, Elenco analitico del Fondo R.S.I., Stato Maggiore dell'Esercito, V Reparto Affari Generali - Ufficio Storico
 
1013 - SME - Uff. operazioni e addestramento - sez. operazioni - 1944 giu. 13 - lug. 1
“I/M” Battaglione Genio italiano n. 1: relazioni sul disarmo del battaglione e di una batteria costiera a San Remo e sul trasferimento del relativo personale in Germania. (21) cc. 9 e pp. 23
All’interno: - carta illustrante le postazioni occupate dal Battaglione Italiano n. 1, allegata al fg. n. 05I/6890 del 210° Comando militare regionale di Alessandria in data 11 luglio 1944.
(a cura) di Mariella Mainini, Elenco analitico del Fondo R.S.I., Stato Maggiore dell'Esercito, V Reparto Affari Generali - Ufficio Storico 
 
1017 - SME - Uff. operazioni e addestramento - sez. operazioni - 1944 giu. 15 - lug. 7
Relazioni di enti dello SME sugli avvenimenti verificatisi in Liguria contro le FF.AA. germaniche, coinvolgenti il I Battaglione italiano genio e le batterie del presidio di Imperia. (20)
cc. 5 e pp. 34
(a cura) di Mariella Mainini, Elenco analitico del Fondo R.S.I., Stato Maggiore dell'Esercito, V Reparto Affari Generali - Ufficio Storico

Brigate Nere, Guardia nazionale repubblicana, SS italiane, Legione Muti, Bande Kock, Carità, Pollastrini, Bardi, Chiurco, Finizio Panfi, Maestri, la Sichereits italiana, i distaccamenti Op, l’ispettorato speciale polizia antipartigiana, la 1 divisione d’assalto Tagliamento, il Battaglione indiano, le ausiliare comandate dalla contessa Fondelli Gatteschi capaci di crudeltà inaudite, Corpo volontari della Morte, corpi speciali di varia denominazione e infine la X Mas. Formazioni utilizzate  in quella che il feldmaresciallo Kesserling chiamava “lotta al banditismo”. Queste formazioni si fecero notare per crudeltà ed efferatezza contro i loro connazionali. Spesso, a metà trada tra formazioni irregolari e combriccole di tagliagole, come le ha definite lo storico Franzinelli.
Vindice Legis, Dietro la bandiera di Salò l’Italia della vergogna e del disonore, Fuori Pagina, 5 settembre 2018
 
Ferraris Giovanni: nato ad Alessandria il 23 dicembre 1929, squadrista della Brigata Nera "Padoan"
Interrogatorio del 26.5.45:
Appartenevo alla brigata nera di Imperia dopo essere stato prima adibito come fattorino presso la locale federazione del P.F.R. Con la costituzione delle brigate nere venni inquadrato in queste formazioni sempre con il compito di fattorino per il comando della brigata. Ricordo che il comando della brigata nera di Imperia era formato dalle seguenti persone: comandante il Federale Massina Mario, capo di stato maggiore Col. Baralis, Capitano Musso Roberto, amministratore, Ten. Cocchi, addetto al magazzino, Maggiore Densa. Sottufficiali erano il Maresciallo Del Re Antonio, Maresciallo Lorenzi, Maresciallo Nardino, Sergente Berretta Ernesto [...]
Moro Pietro: nato a Pigna il 15 gennaio 1916, squadrista della Brigata nera "Padoan"
Interrogatorio del 13.7.45:
Il giorno 28 o 29 settembre 1944 mi recai con il Federale Massina a Dolcedo in unione allo squadrista Giancamillo ed un altro di cui non ricordo il nome. Quivi, fummo oggetto, mentre intraprendevamo la strada del ritorno, di scariche di mitraglia ed in tale occasione fui ferito alla gamba sinistra. Sconosco il motivo per cui il Federale Massina si recò a Dolcedo, lo vidi recarsi in un locale dove fuori campeggiava l’insegna "Telefono" [...]
Leonardo SandriOp. cit. 
 
II DIVISIONE GARIBALDI "F.Cascione"
COMANDO IV BRIGATA D'ASSALTO "E. Guarrini"
Prot. 39 Zona, li 28/9/44
SEZIONE S.I.M.
                    AL COMANDO II° BATTAGLIONE
Pare che fascisti appartenenti al Comando di CHIUSAVECCHIA vogliano fuggire e arrendersi ai partigiani.
State molto attenti e appena qualcuno di questi individui si presenterà ai vostri distaccamenti, fateli accompagnare a questo comando con una relativa rapportina.
In questi giorni squadre di "Muti" vestiti da Partigiani sono stati visti lungo la carrozzabile CHIUSAVECCHIA-CESIO.
Per IL RESPONSABILE DEL S.I.M.
Il Vice Commissario
(Uliano)
documento IsrecIm in Francesco Biga, Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria), Vol. III. La Resistenza nella provincia di Imperia da settembre a fine anno 1944, a cura dell'Amministrazione Provinciale di Imperia e con il patrocinio dell'Istituto Storico della Resistenza di Imperia, Milanostampa Editore, Farigliano, 1977

Fra le brigate territoriali si andava dalla brigata nera di Milano che pur contando due soli battaglioni allineò una ventina di compagnie alla brigata nera di Asti che allineò una sola compagnia e alcuni presidi minori o come le brigate nere di Savona e Imperia che affiancarono a una compagnia mobile alcuni distaccamenti.
[...] I fascisti nizzardi, pur non costituendo una propria brigata nera, confluirono nella brigata nera di Parma dove costituirono un proprio reparto, conosciuto anche se non ufficialmente come Brigata Nera “Nizza”.
Leonardo Sandri, autore di Processo ai fascisti: una documentazione... op. cit.
 
Imperia: Via Croce di Malta

Mi risulta che in Imperia risiede, nella via di fronte a Via Croce di Malta del Corso Garibaldi in cima alla salita, tale Mele Peppino, figlio dell'assistente del Genio Civile, il quale faceva parte da lungo tempo alle brigate nere e mi risulta che ha partecipato a diversi rastrellamenti.
Antonio Barresi, Verbale di interrogatorio presso l'Ufficio Politico del Comando di Polizia di Imperia, 7 maggio 1945. Documento in Archivio di Stato di Genova, ricerca di Paolo Bianchi di Sanremo (IM)
 
Una delle ultime diagnosi sulle condizioni della RSI è redatta da Giorgio Pini. Il 20 ottobre 1944, il direttore del “Resto del Carlino” viene nominato Sottosegretario al Ministero dell'Interno. In questa veste, riceve da Mussolini l'incarico di ispezionare le province della Repubblica sociale
[...] Non mancano le annotazioni di “costume”, come quella relativa al Capo della provincia di Imperia che ha moglie e cinque figlie ma “trascura l'ufficio e i contatti col pubblico a causa di una donna… sarebbe bene sostituirlo” <643.
643 Giorgio Pini, Itinerario tragico (1943-1945), Omnia, Milano 1950, p. 337.
Antonio Gioia, Guerra, Fascismo, Resistenza. Avvenimenti e dibattito storiografico nei manuali di storia, Tesi di Dottorato, Università degli Studi di Salerno, Anno Accademico 2010-2011 
 
Il Sottosegretario lanciò dunque un appello per la costituzione di una Legione italiani all’estero, sulla falsariga della 221^ di pariniana memoria. Il reparto fu successivamente «depauperato» dai Comandi della Guardia nazionale, distaccando molti dei volontari in Liguria. Secondo il promemoria «questi elementi furono adibiti a vari servizi di scarsissima importanza, provocando nei volontari molto malcontento, perché anelavano di partecipare tutti riuniti al combattimento […] e ad essere riuniti in un reparto organico […] per dimostrare col loro spirito di corpo di saper dare alla patria prova tangibile dei loro elevati sentimenti». La necessità di riunire in un unico corpo i volontari rappresentava oltretutto un fattore morale non trascurabile: «si pensi che da ben cinque anni, i più, sono tutti lontani dalle loro famiglie ed hanno molto sofferto affrontando disagi economici non indifferenti». I volontari sarebbero accorsi «senza nulla chiedere e sacrificando il più delle volte il frutto di lunghi anni di lavoro e di conquiste, non avendo in patria alcuna risorsa economica per sovvenire alle loro famiglie» <14. Basile auspicava «un’assistenza speciale» per facilitare l’opera dei Fasci all’estero, un miglioramento degli equipaggiamenti e l’incorporazione nella legione del battaglione ‘Nizza’, che raccoglieva oriundi provenienti prevalentemente da Germania e Francia, avvenuta poi nell’ottobre 1944 <15. Il progetto «copia sbiadita» della Legione Parini non venne mai portato a compimento, anche se pare fossero stati reclutati e pronti all’addestramento ad Imperia almeno 500 volontari e che questi avrebbero operato sotto la denominazione di battaglione ‘Borg Pisani’, in memoria del ‘martire maltese del fascismo’. Come notato acutamente da Mimmo Franzinelli, gli sforzi in campo militare puntarono «essenzialmente a dare una parvenza di legittimità e verosimiglianza a una repubblica con fondamenta deboli e pericolanti» <16. 
[NOTE]
14 AUSSME, NI/1, b.43, Appunto sulla legione Guardia nazionale repubblicana ‘Italiani all’estero’.
15 Diverso da quello operante in Slovenia denominato ‘Squadristi Nizza’ e formato da irredentisti nizzardi, il Battaglione Nizza fu creato come forza di supporto all’esercito tedesche la difesa di Nizza, e operò nel territorio dal febbraio all’agosto 1944, raccogliendo gli elogi del capo di Stato maggiore Archimede Mischi e del Comando della Guardia nazionale repubblicana, ivi, Relazione sull’attività del Battaglione ‘Nizza’ della Guardia nazionale repubblicana.
16 Franzinelli, Storia della Repubblica sociale, cit. p. 315.

Enrico Crepaldi, Guerre fasciste e italiani all'estero. Assistenza, rimpatri, internamento in Gran Bretagna e Francia (1936-1943), Tesi di dottorato, Università degli Studi di Firenze - Università di Siena 1240, 2023
 
Il comando delle S.A.P. con foglio n° 176 P/A in data 25/10/44 ha comunicato quanto segue:
"Comunichiamo che un ufficiale della G.N.R. è partito alla volta di formazioni partigiane con lo scopo di intralciare le operazioni dei Patrioti. Saremo in grado di fornire dati più precisi riguardanti le sue generalità, i suoi connotati, la sua abitazione.
Comunichiamo inoltre che alcuni marinai appartenenti alla Compagnia "Risoluti" sono partiti poi con lo stesso scopo".
Comando 2^ Divisione d'Assalto                                               IL VICE RESPONSABILE S.I.M. DIV.
GARIBALDI LIGURIA F. CASCIONE                                                             (Achille)
da documento IsrecIm in Francesco Biga, Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria), Vol. III. La Resistenza nella provincia di Imperia da settembre a fine anno 1944, a cura dell'Amministrazione Provinciale di Imperia e con il patrocinio dell'Istituto Storico della Resistenza di Imperia, Milanostampa Editore, Farigliano, 1977
 
Colombo Angelo: nato a Milano il 7 aprile 1927, marò dei Mezzi d’Assalto della X^ Flottiglia Mas.
Interrogatorio del 29.5.45: Ho fatto parte della X^ Flottiglia Mas dal 3 febbraio 1944 con residenza in un primo tempo a Spezia e dopo circa un mese venni trasferito a Sesto Calende (Varese) dove mi trattenni fino al 20 agosto. Ho trascorso quindi un breve periodo in Francia (Ville Franche) e dopo feci ritorno a Sanremo, dove sono stato fino al 24 aprile del 1945 con il Reparto Mezzi d’Assalto di Superficie che si sganciò da Sanremo portandosi a Strambino Romano ove si consegnò agli americani. Qui, io ed un mio amico, abbandonammo il reparto per poterci procurare da mangiare però giunti in una cascina di Romano fui fermato da elementi partigiani, perquisito e disarmato e condotto ad un comando partigiano. Non ho mai fatto parte di formazioni adibite a rastrellamenti: il mio reparto aveva unicamente il compito di affondare le navi nemiche. Mi sono iscritto al P.F.R., consigliato da un amico, per non finire nell’Organizzazione Todt a lavorare in Germania. Non ho mai avuto incarichi speciali come spionaggio o altro. Durante il periodo di appartenenza alla X^ Mas, solo quando eravamo in Francia, il mio reparto ha affondato un incrociatore nemico da 10.000 tonnellate.
Leonardo Sandri, Op. cit. 

Concludendo, abbinata all'azione preventiva sotto le direttive del Capo della Provincia e mia personale viene sviluppata la repressione che, affidata a reparti operanti misti di G.N.R., Brigata Nera e Reparto Arditi di Polizia, fa sentire il suo mordente nelle formazioni partigiane operanti nella zona montana, quasi del tutto sbandate ed assottigliate.
Giovanni Sergiacomi, Questore di Imperia, Relazione mensile sulla situazione politica, militare ed economica della Provincia di Imperia, Al capo della Polizia - Sede di campagna -, Imperia, 5 marzo 1945 [timbro di arrivo del Ministero dell'Interno della RSI in data 27 marzo 1945]. Documento <MI DGPS DAGR RSI 1943-45 busta n° 4> dell'Archivio Centrale dello Stato di Roma
 
Gli squadristi denunciano il federale
Ad Imperia la realtà è ben più tragica, e nessuno cerca di mascherarla con la retorica. Il capo dell’Ufficio politico della B.N. manda, il 4 aprile 1945, un rapporto al federale di Parma, Archi (già commissario federale ad Imperia, N.d.R.), che gliel'ha richiesto, avvertendo che "la situazione politica in provincia è andata sempre più aggravandosi e peggiorando... La G.N.R. e la B.N. continuano ad operare arresti e ad eseguire azioni di polizia, contro le disposizioni del Duce, incendiando paesi e detenendo uomini e donne in istato di arresto più del necessario, rimandando interrogatori seri alle calende greche. (Vengono usati) mezzi coercitivi, inumani, per le confessioni... Se qualche elemento, ideologicamente fascista e puro, interviene... è preso di mira e lo si accusa... di connivenza con i partigiani. Date queste condizioni, il P.F.R. ... è sempre più malvisto. Non tutte le esecuzioni capitali... hanno colpito i veri rei di volgari assassinii. Sarebbe necessaria una revisione seria di tutti gli elementi della G.N.R., i cui componenti mantengono con lusso ingiustificato (date le loro condizioni finanziarie) donne più o meno di dubbia moralità".
"Nella B.N. si succedono i rastrellamenti nei quali i militi si limitano a compiere furti, rapine, atti di sopruso, anche contro il tranquillo apolitico cittadino, azioni tutte che acuiscono l’odio verso il P.F.R., che deve rappresentare, invece, ordine, serietà, onestà e giustizia. I colpevoli di tali 'scorrerie' qualche volta identificati (casi Spartaco, Pagni ed altri) non sono puniti esemplarmente, ma invece aiutati ad allontanarsi dalla provincia. Nei comandanti, specie in quelli più elevati, mancano polso e competenza... Nessuna serietà nella scelta di ufficiali e gregari. Si attribuiscono funzioni di comando a chi, forse, ha rivestito nei Corpi armati dello Stato la qualifica di attendente... In caso di ripiegamento i fascisti non sanno se saranno salvati dall’ira nemica e da quella popolare, e come: sanno solo che non esistono carburanti e mezzi di trasporto... Taluni fascisti si sono rivolti, infatti, alla Questura e ad altri enti per essere messi in salvo con le proprie famiglie (caso Fabi). Dal lato amministrativo sarebbe opportuna ed utile un’inchiesta sia in Federazione sia in Brigata Nera. Ufficiali e militi a tutt’oggi (aprile) non hanno avuti pagati gli assegni del mese di marzo. In Federazione non vi è denaro".
Il degradamento è generale. Mentre a Sanremo il comandante tedesco della piazza strappa in faccia al federale, al capo provincia, al capo di S.M. della B.N. le tessere di circolazione e di porto d’armi che dovrebbero essere concesse - con il visto nazista - ai brigatisti, secondo le nuove norme procedurali, ad Imperia un gruppo di fascisti repubblicani si riunisce il 19 aprile nel Gruppo Rionale "Nino Fossati" ed indirizza al commissario federale una lettera di cinque pagine denunciando "il diffuso malcontento e lo sdegno" esistenti nella Brigata Nera. Il gruppo si firma: capitani Vasco Landucci, Roberto Musso, Allione, tenente Basso, squadristi Arcangelo Vitiello, Bruno Arturo, Osvaldo Ragusa e Ugo Giordano, ragionieri Pietro Gerii e Giuseppe Tricotti, dott. Raffaele Densa.
La lettera è un atto d’accusa implacabile. "Constatato che l’opera finora svolta dal Fascio e dalla B.N. della provincia ha approdato ad un risultato opposto a quella che era l’aspirazione del Duce e dei fascisti onesti e retti che ne seguono con dedizione la dottrina, e cioè quello di riconquistare la fiducia e la stima del popolo sano e lavoratore...", viene denunciato il funzionamento del Centro sfollati di Alassio, dove "l'alimentazione fu quasi sempre pessima, scadente, scarsa, i cibi mal conditi e confezionati... I banchetti al Sinodico (la pensione Sinodico di Alassio, N.d.R.) fatti dal capitano Fantini, ecc. e da VOI Federale mentre i poveri sfollati fascisti avevano il trattamento alimentare suddetto dimostrano scarso senso morale, incomprensione del momento, mancanza di spirito di sopportazione da parte di chi li faceva...".
I denuncianti (un'altra denuncia per conto proprio è già stata presentata il 23 febbraio dallo squadrista Massimo Lombardi al sottotenente Pietro Gerii, comandante dell’Ufficio politico investigativo della B.N.) chiedono la documentazione di tutte le spese sostenute in campo alimentare, citano una serie di casi di malversazioni e vogliono che i colpevoli siano puniti.
Poi passano ad esaminare la situazione della Brigata Nera. "Non funziona né organicamente né disciplinarmente né moralmente... Esiste una indisciplina inconcepibile in un organismo militare... Gran parte degli squadristi manca completamente di educazione militare, di educazione civica, di rispetto, di comportamento, di istruzione scolastica e fascista, di rispetto alle cose, di amore all’ordine e alla pulizia, di decoro per la propria persona. Occorre agire... in profondità... Gran parte degli squadristi vanno volentieri ai rastrellamenti con l’unico scopo di razziare... Esempi: da San Lazzaro [una zona di Imperia] la squadra servizi ritornò con denaro e vestiario che poi si divise, da Diano Arentino gli squadristi portarono indumenti e vestiario che poi vendettero a negozianti di Imperia, che erano parenti degli svaligiati. Tedeschi e squadristi della B.N. ritornarono da un’azione con due muli carichi di refurtiva, che a notte alta vennero avviati verso il centro della città e furono venduti con la refurtiva... L’autorizzazione al saccheggio è sempre cosa riprovevole, che sa di compagnia di ventura. Anche quando i Capi ritengono necessità punire un paese per favoreggiamento ai ribelli bruciando le case, cosa che dalla massa dei fascisti non viene approvata poiché si distrugge patrimonio nazionale che lo Stato deve poi pagare, ... quanto dalle case (bruciate) viene asportato dovrebbe essere distribuito ai bisognosi, ai danneggiati dai bombardamenti, ecc.".
Ricordato un banchetto "molto criticato dalla popolazione e criticato dai fascisti di pura fede" tenuto all'Albergo Miramare alcune sere prima ed a cui hanno partecipato il questore, il prefetto, vari squadristi della B.N. e la "banda Alessandrini", il gruppo denuncia una serie di prepotenze e brutalità da parte del maresciallo Antonio Del Re contro i suoi sottoposti, diverse perquisizioni arbitrarie in casa di cittadini senza colpa e la mancanza di armi e munizioni. Poi conclude chiedendo al Federale "di impugnare il timone della barca e di essere a tutti di esempio stroncando l’immoralità, la disonestà, il sopruso, l’arbitrio e la violenza... Noi siamo pronti a darvi tutta la nostra appassionata collaborazione, e vedrete che così agendo tutti Vi seguiranno".
Ma, come dicevamo, è il 19 aprile 1945. La spietata autodenuncia (tra i firmatari vi sono il capo e il sotto capo dell’Ufficio Politico della B.N. il capo del servizio Sanitario della stessa, il capo dell’Ufficio Amministrazione della Federazione fascista e un ufficiale della G.N.R.) non serve più a nulla. Tra sei giorni suoneranno le sirene dell’insurrezione. 
Ricciotti Lazzero, Le Brigate Nere, Rizzoli, 1983
 
3 marzo 1945 - Dal CLN di Sanremo, prot. n° 358, alla Sezione SIM della V^ Brigata "Luigi Nuvoloni" della II^ Divisione "Felice Cascione", all'Ispettorato della I^ Zona Operativa Liguria ed al "Capitano Roberta" [ufficiale di collegamento degli alleati con la I^ Zona Operativa, capitano Robert Bentley] - Comunicava che [...] che nella notte militari delle Brigate Nere avevano rastrellato la zona Taggia-Ceriana, causando la morte di 4 patrioti e l'arresto di altri 4, portati a Villa Magnolie.
17 marzo 1945 - Dalla Sezione SIM della V^ Brigata "Luigi Nuvoloni", prot. n° 344, al comando della I^ Zona Operativa Liguria ed al comando della II^ Divisione "Felice Cascione" [comandante Giuseppe Vittorio 'Vittò/Ivano' Guglielmo] - Riferiva che "[...] A Badalucco fascisti in borghese, con fazzoletti rossi addosso, hanno chiesto dove potevano nascondersi dai tedeschi, ma la popolazione non c'è cascata [...]".
17 marzo 1945 - Da "Carmelita" a "Fuoco" - Inviava l'elenco degli appartenenti alle bande fasciste ed alla G.N.R. (Guardia Nazionale Repubblicana) che erano stati in territorio francese, in particolare la serie di nominativi della G.N.R. di Mentone, 30 uomini, Antibes 4, Beausoleil 2, Nizza e zone limitrofe 35.
da documenti IsrecIm in Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell'Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945), Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1998-1999

martedì 31 gennaio 2023

Nello stesso giorno furono uccisi dalla banda Ferraris il partigiano Silvano Belgrano, il giovanissimo Matteo Canale ed il parroco di Stellanello don Pietro Enrico

 

Dintorni di Stellanello (SV). Foto: Eleonora Maini

Silvano Belgrano fu uno dei primi partigiani che aderirono alla lotta in montagna. Amico e componente della banda del Cion (Silvio Bonfante) e di Mancen (Massimo Gismondi), fu proprio a fianco di Cion che cadde, forse colpito a freddo da un infiltrato che approfittò dell’infuriare della battaglia per eliminare una delle figure più carismatiche della Resistenza imperiese della prima ora. Sicuramente a conoscenza delle posizioni tenute dal distaccamento Volante di Silvio Bonfante (Cion) e del distaccamento Volantina di Massimo Gismondi (Mancen), il comando provinciale della GNR di Imperia pianificò un’azione tesa a separare i due distaccamenti. Il distaccamento di Cion si trovava sul Monte Ceresa, quello di Mancen in zona Fussai, sopra Evigno, <1 pronti a darsi manforte reciproca in caso di attacco nemico. La GNR, il 19 giugno 1944, mise in campo, tra le altre, la compagnia operativa del capitano Ferraris, sostenuta da un plotone tedesco di cacciatori della 42a Jäger-Division appena giunta in Liguria dalla Garfagnana. Ferraris, ricco dell’esperienza fatta nei Balcani contro i titini, pianificò l’operazione incuneandosi tra le due formazioni partigiane per evitare che potessero operare in sinergia. Una colonna, per lo più composta da tedeschi salì dalla rotabile Alassio-Testico, mentre un’altra proveniente da Cesio, superò il Passo San Giacomo. L’attacco venne diretto contro gli uomini di Cion, che in evidente inferiorità numerica riuscirono a tener testa ai nemici per parecchio ore per poi sbandarsi quando la pressione avversaria divenne insostenibile. Nonostante la notevole inferiorità numerica, il distaccamento “Volante” dovette piangere un solo compagno, Silvano Belgrano, e contare poco meno di una decina di feriti più o meno gravi. Nello stesso giorno furono uccisi dalla banda Ferraris il giovanissimo Matteo Canale (Stellanello 2/3/28) falciato sull’uscio di casa nella zona di San Lorenzo di Stellanello (SV) ed il parroco di Stellanello don Pietro Enrico che, accusato di fiancheggiare i partigiani, fu portato in località Molino del Fico [n.d.r.: oggi nel comune di San Bartolomeo al Mare (IM)] e fucilato.
(1) Il Pizzo d'Évigno (988 m), detto anche Monte Torre o Torre d'Évigno, è montagna erbosa a forma di piramide, che sorge alle spalle di Imperia. È la vetta più elevata di un sottogruppo montuoso abbastanza vasto, che si estende tra la Valle Impero, la Valle Arroscia. Costituisce un importante punto nodale: verso sud dirama il contrafforte che separa la Valle Impero dalla valletta di Diano, mentre verso est dirama il costolone che delimita sul lato destro idrografico la valle del Torrente Merula, e che forma l'adiacente Monte Ceresa.
Giorgio Caudano, Gli eroi sono tutti giovani e belli. I caduti della Lotta di Liberazione. I^ Zona Liguria, ed. in pr., 2020  

[ n.d.r.: tra le pubblicazioni di Giorgio Caudano: Marco Cassini e Giorgio Caudano, Bordighera al tempo di Bicknell e Monet, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2021; Giorgio Caudano, L'immagine ritrovata. Ventimiglia e dintorni nei dipinti dell'Ottocento e primo Novecento, Alzani Editore, 2021; (a cura di) Paolo Veziano con il contributo di Giorgio Caudano e di Graziano Mamone, La libera Repubblica di Pigna. Parentesi di democrazia (29 agosto 1944-8 ottobre 1944), Comune di Pigna, IsrecIm, Fusta Editore, 2020; Giorgio Caudano, Dal Mare alla Trincea... memorie di uomini, BB Europa, Cuneo, 2019; Silvia Alborno, Gisella Merello, Marco Farotto, Marco Cassini, Giorgio Caudano, Franck Vigliani, curatori della mostra Claude Monet, ritorno in Riviera, catalogo a cura di Aldo Herlaut, Silvana Editoriale, Milano 2019; La Magnifica Invenzione. I pionieri della fotografia in Val Nervia 1865-1925, a cura di Marco Cassini e Giorgio Caudano, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2016; Giorgio Caudano, Pigna. Storia di un paese, ed. in pr., 2016  ]
 
Silvano Belgrano
Nato ad Imperia il 5 agosto 1924, appartenente al Distaccamento “ Volante”.
All’alba del 19 giugno 1944 il distaccamento di Silvio Bonfante “Cion”, di stanza ad Evigno (nota 1), viene attaccato da forze nemiche, numericamente di gran lunga superiori, che ne tentano l’accerchiamento. I partigiani si portano sulle alture e combattono strenuamente a lungo: i tedeschi non passano che a sera. I garibaldini, protetti dai loro compagni, si mettono in salvo; tutti ad eccezione di Silvano Belgrano. In seguito si appurerà che a causarne la morte era stata una spia infiltratasi tra le fila dei garibaldini.
A Silvano Belgrano è intitolata la I^ Brigata della Divisione d’assalto Garibaldi “Silvio Bonfante”.
(nota 1) Nella zona di Evigno avevano la loro base due distaccamenti garibaldini: quello comandato da Silvio Bonfante “Cion” è a Cian Bellotto e controlla tutto il pendio nord del Pizzo d’Evigno; quello di Massimo Gismondi “Mancen” era lungo i fianchi rivolti a sud, in località Fussai. Questa zona il 19 giugno 1944 fu teatro di una delle battaglie più accanite tra le truppe nazifasciste e i garibaldini del solo Distaccamento di “Cion”. “Mancen”, con vari uomini, si era recato a Diano Gorleri per disarmare un presidio della Guardia di Finanza e, compiuta l’azione, di ritorno all’accampamento trovò tutti i percorsi sbarrati dal rastrellamento nazifascista. “Cion” e i sui uomini dal Pizzo della Penna mitragliarono con continuità; “Fiume”, l’aiutante mitragliere che orientava la direzione dell’arma a seconda degli spostamenti nemici, si trovò le braccia ustionate dalla canna arroventata dell’arma! I Tedeschi non passarono che a sera, dopo aver pagato a caro prezzo la padronanza del campo di battaglia e tutti i partigiani, protetti dai compagni più valorosi, primo fra tutti il comandante, si misero in salvo. Unico caduto fu Silvano Belgrano.
Dal rapporto del comandante “Cion”:
"Giorno 19 giugno. Ore 6,45 il distaccamento viene messo in allarme dalle sentinelle che sentono alcuni colpi di fucile e movimenti di camion sulla strada Alassio - Testico. Ore 7, disposizione delle squadre per il combattimento. Il distaccamento viene attaccato da sinistra e di fronte da forze nazifasciste di gran lunga superiori alle nostre (numero finora accertato degli attaccanti: 1200). Noi attacchiamo senza esitare le forze nemiche che tentano l’accerchiamento di fronte al Distaccamento per poterle fare ripiegare verso sinistra dove si trovano già altre loro forze: il tentativo riesce. Portatici sulle immediate alture, cerchiamo il tutto e per tutto per far allontanare sempre di più le forze tedesche dal Distaccamento… Rientro in serata al distaccamento, ancora intatto… Da segnalare il comportamento esemplare di 4 compagni: Federico, Germano, Carlo II, Aldo, Fiume… Accertamento dei morti nemici, da fonte competente n. 62…"
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Redazione, Arrivano i Partigiani. Inserto 2. "Le formazioni di montagna della I^ e della VI^ Zona Operativa Ligure che operavano nella provincia di Savona", I Resistenti, ANPI Savona, numero speciale, 2011
 
 
Matteo Canale. Fonte: Giorgio Caudano, op. cit.

Don Enrico e il ricordo di Lorenzo Stalla che fu catturato in Chiesa, patì la violenza dei Repubblichini e rimase prigioniero destinato ad un Lager. Riuscì a sopravvivere ed alla fine della guerra poté tornare a casa sfinito e morì dopo poco. L’altro ricordo riguarda l’uccisione di Matteo Canale, detto Malin, un ragazzo di 16 anni falciato da una raffica perché era stato visto correre verso casa sua gridando ‘I picca u prève!
Malin compagno di giochi sveglio e simpatico. In suo ricordo é stato posto un cippo davanti alla casa di famiglia, poco oltre la chiesa di San Lorenzo.
Don Enrico era austero: viveva solo nella Sua solitaria canonica, assistito da una vecchia perpetua (forse una parente), brava cuoca che ammanniva pranzi luculliani per le feste solenni a beneficio degli altri numerosi Parroci della valle e delle persone che riteneva di riguardo. A quei convivî partecipava sempre anche il vegliardo Don Laureri, di San Damiano - allora Vicario foraneo del Vescovo d’Albenga - che intratteneva i commensali improvvisando versi d’occasione.
La puntuale testimonianza sulla fucilazione di Don Enrico dev’essere di persona che si trovò ad assistervi, tanto é accurata. La vile ed inutile strage di Stellanello fu il movente del rastrellamento: chi semina vento raccoglie tempesta. Successivamente - ai primi d’agosto - vi fu il bombardamento di Andora ed allora c’è chi si trasferì a Torino (dove i bombardamenti erano ancora più frequenti e devastanti) [...]  Matteo Canale detto Malin. Nato a Stellanello il 2-3-1928. Assassinato il 19 Giugno 1944. Il comando fascista imperiese il 19 giugno 1944 coordinava un’azione di forte contrasto nelle vallate, inviando squadroni di militi con esperienza nei rastrellamento. Molti erano fuoriusciti dalla Francia, oriundi imbevuti di nazionalismo, avanzi di galera con alle spalle omicidi e violenze. Un gruppo di tedeschi seguiva le azioni repressive. Barbetta, il noto fascista Vittorio Ottavi di Stellanello, si era aggregato alle squadracce come guida pratica del posto, rimarcando così il suo odio per i resistenti. Appena giunti a Stellanello questi mercenari uccidevano un ragazzino sedicenne, Matteo Canale, uscito sulla soglia di casa al passaggio della soldataglia che aveva appena arrestato il prete don Pietro Enrico, accusato di avvisare i partigiani mediante scampanelli. Il ragazzo, impressionato dalle percosse affibbiate al povero chierico, aveva richiamato a gran voce la madre affaccendata in cucina. Ciò era bastato perché lo sventurato ragazzino si prendesse a bruciapelo una fucilata da quella ciurma di criminali. Un ulteriore colpo alla nuca ribadiva le intenzioni dei fascisti per la giornata, che si concluderà con l’assassinio del prete a Molino del Fico, vicino a dove erano già stati torturati orrendamente e poi fucilati qualche giorno prima i martiri partigiani Marco Agnese (Marco), Alessandro Carminati (Sandro), Carlo Lombardi (Giuseppe) e Celestino Rossignoli (Celestino).
Redazione, Stellanello: ricordi di don Enrico e di Malin ucciso a 16 anni. Quella vile e inutile strage. I convivi in canonica e i versi di don Laureri, Trucioli, 9 luglio 2020   
 
 
Don Pietro Enrico. Fonte: Giorgio Caudano, op. cit.

Una volta vennero sul serio da San Damiano, Testico, Stellanello, Chiusavecchia e Pairola [n.d.r.: Frazione del comune di San Bartolomeo al Mare (IM)], un finimondo che ci pareva il poligono dei tiri in funzione sul mandamento; epperciò tutto intorno, da  ogni parte, non si sentivano manco più a parlare tra loro negli spari così forti.
Con le pesanti in postazione, sì che i partigiani c'erano ai passi sempre di guardia; e anche le pattuglie avanti indietro si davano il cambio; sì che attorno ai casoni le sentinelle stavano ferme anche col freddo a sentire i rumori: ma quando li senti così vicini ormai è tardi, altro che balle.
Quando arrivano così da tutte le direzioni, che non sai come, non ti serve più, niente di niente, perché sai che tanto è inutile, sicché ce la metti tutta soltanto per schivarti se ti riesce.
Tu allora spari finché spari per fermarli e va bene, ma mica puoi gridargli alto là fermi tutti, di qui non si passa; come fai a fermarli se sono una valanga, e hanno già preso anche il Pizzo d'Evigno?
Come fai, se ce n'è pieno sulle creste e il pendìo del Ceresa è pelato come in mano, che di lì proprio non ci puoi passare sempre sotto tiro?
Adesso invece porca la miseria, in più tieniti anche sti colpi di mortaio sempre più secchi, spiaccicato lì sull'erba.
Sempre lì fermo con tutta la paura addosso che hai, intanto loro aggiustano il tiro coi binocoli; e tu rimani lì ad aspettare il colpo giusto se arriva sì o no a schiantarti; ti raggricci di più, sempre di più, con la pancia a terra da volerci sprofondare come un verme nell'erba fitta, e sparire.
Eccoti dunque che li impari a conoscere sul serio sti bastardi di mortai, col tempo che ci vuole per sentirteli proprio addosso; col tempo che ci vuole voglio dire per indovinare il colpo quando parte e lo squarcio quando arriva nello schianto, sempre di più vicino a te.
Questo modo che impari, è proprio come quello di starsene all'avventura; tanto o prima o poi lo schianto arriva preciso anche per te: è inutile pensare all'altromodo, se il tuo destino è così; ma è lo stesso anche se ti raggricci ancora di più, perché ciononostante gli squarci ti si aprono da tutte le parti coi sibili e il fracasso.
Poi sti tedeschi li senti che vengono avanti con le bardature e l'armamentario, scendono dalle creste passo passo frugando in tutti i buchi, che non gli scappa niente.
Ecco che così adesso, senti veramente di essere soltanto un verme molle da schiacciare come vogliono loro o prima o poi, siccome devi stare sempre fermo ad aspettare, guai a muoverti.
Devi starci spiaccicato pancia a terra in questo inferno, con gli squarci da tutte le parti, e loro che vengono sempre avanti a scovarti senza smetterla e sparando in presa diretta, sempre così; il fatto sta che loro sanno tutto della situazione com'è, scendendo dalle creste e mettendosi a frugare.
Lo sanno che in questa valle presidiata, da non poterne più uscire, ci sono quelli del Cion già famosi dappertutto; e che perciò adesso bisogna batterla ben bene coi mortai, per farli saltar fuori proprio tutti al completo.
Eppoi sanno che bisogna andarci dentro con le pattuglie passo passo in rastrellamento metodico per non dargli scampo; epperciò, con tutte le bardature elmetti armi automatiche munizionamento a bizzeffe e i mortai che li sparano giusti con tutti i colpi che ci vogliono e anche di più, adesso vengono avanti; vengono avanti sempre sul sicuro frugando dappertutto, così ce la faranno eccome a schiacciarti proprio come un verme molle.
Successe invece che quella impresa i nazifascisti la finirono da arrabbiati senza concludere, senza minimamente riuscire a scovarli dai nascondigli.
Dopo quel traffico della malora dalle creste e quegli spari coi mortai nel rastrellamento, ben sapendo che c'erano eccome i partigiani, o di qua o di là nella valle, ma non li trovarono chissà, si incattivirono di più, bestemmiando forte.
Difatti i partigiani erano pratici e ce la fecero anche stavolta, perché bastava un rovo una crepa una fessura o un po' di fieno, sempre lì rintanati; poi sapevano strisciare adagio un poco più in là mentre loro, proprio da crucchi, andavano passo passo frugando un poco più in qua; e così gli sgusciavano di sotto.
Per la strada invece presero don Enrico, parroco di Stellanello - lui va bene porcomondo, perché è prete; non può negare - dicevano andando; se lo misero davanti legato a colpi nella schiena, sempre più secchi: perdio se dovrà parlare altroché.
- Su, svelto, facci vedere questi nascondigli; ma fa presto che tu lo sai, spicciati.
Lo portarono di qui di là, nel folto dei canneti, ai lati del torrente e sotto negli orti, avanti fin quasi sulle creste e dentro i paesi con la gente chiusi, che parevano cimiteri.
Per le strade dei campi e fuori strada, fin nelle pietraie, dappertutto lo fecero girare legato quel prete catturato nella sua valle, picchiandolo; andando tra le botte, lui diceva di curare le anime, non ste faccende degli uomini che si sparano tra loro in questi tempi da lupi.
Diceva così: che non è lecito di andarsene in mezzo alla sua gente nelle sparatorie accanite soltanto per sparare, di andarsene senza pietà voleva dire; ma che bisognava starci da prete come si deve; non come le bestie, santo cielo, a pregare per tutti.
Loro invece no, avanti botte sempre di più a sfigurarlo - tu lo sai, tu sei d'accordo prete sovversivo; e ce lo devi dire. Per la miseria se ce lo devi dire, perché noi del fascio ti faremo cantare: hai capito che ce lo devi dire?
Lo spingevano sempre di più con le botte a fracassarlo; tanto che ormai, manco volendolo, ce la faceva più a stare dritto in mezzo a quei manigoldi.
Andando, chinava il capo rassegnato come poteva; tra le case della sua gente tutte chiuse sigillate, andava a quel modo che alla gente faceva pietà; si vedeva che andando pregava, e che sapeva come finiva la sua storia.
Lui sapeva della morte inevitabile e dei nascondigli dei partigiani, perché sapeva tutto della sua gente in quella valle da una parte all'altra; ma i fascisti perdio li fece girare a vuoto per tutto quel giorno, sotto le botte, avanti indietro nella sua valle sempre uguale; sicché alla fine non si riconosceva più massacrato a quel modo com'era, dalla testa ai piedi.
Poi loro se ne accorsero che era proprio inutile, siccome lo capirono alla fine del giorno, che non ci si vedeva più.
Lo capirono che li aveva presi ben bene in giro, non volendo tradire la sua gente né di giorno né di notte, mai.
Lo finirono, sparandogli a bruciapelo quando era già scuro, e lui non ce la faceva più a reggersi in piedi.
Lo trascinavano di peso per la strada nella polvere spessa: erano arrivati in fondo alla valle, vicino al Molino del Fico, e lì si fermarono; la gente chiusa nelle case col terrore e i ribelli nei nascondigli ad aspettare da un momento all'altro, alla fine sentirono l'ultima raffica al Molino del Fico, e loro che imprecavano bestemmiando tutti sporchi di polvere sgomberando la valle.
Allora, tutti insieme, la gente e i partigiani capirono che se un prete è un prete, deve essere un prete così come questo qui ministro di Dio e dei suoi fratelli, con la sua gente fino al patibolo; e non se lo scordarono mai più.
Osvaldo
Contestabile, Scarpe rotte libertà. Storia partigiana, Cappelli editore, 1982,  pp. 45-47    

giovedì 26 gennaio 2023

In una trentina (di partigiani) ci recammo alla stazione ferroviaria di Andora

Andora (SV): ex stazione ferroviaria. Foto: Giorgio Stagni su Wikimedia Commons

Il 12 luglio 1944, con una magnifica azione, il Distaccamento “Volante” asporta quintali di derrate alimentari da un treno merci tedesco.
In particolare: il comandante Cion [Silvio Bonfante], informato dal capostazione di Andora della presenza in linea di un treno tedesco, fermo nella stazione perché impossibilitato a muoversi a causa della ferrovia interrotta da bombardamenti aerei, decide di impossessarsi delle derrate stivate nei vagoni.
Su consiglio del comandante [n.d.r.: della II^ Divisione d'Assalto Garibaldi "Felice Cascione"]“Nino Siccardi” (Curto) si decide un sopralluogo per coordinare l’azione: Cion, Mancen e Germano, con alcuni uomini, circondano la stazione ferroviaria e sequestrato il personale ed il capostazione, i partigiani si vestono da ferrovieri.
Alle ore ventidue giunge un treno passeggeri, dalla parte della linea non interrotta, da cui scendono repubblichini, Tedeschi e molta gente.
Tutto si svolge regolarmente e ritornata la calma, vengono fatti affluire alla stazione alcuni carri per asportare le derrate.
Una parte di esse è trasferita a Stellanello e poi in Cian di Bellotto; l'altra è messa a disposizione della popolazione che se ne impossessa ed in poco tempo la fa sparire.
Il giorno successivo, il comando tedesco fa prelevare il Podestà di Andora...
                 
Andora (SV)

Redazione
, La Resistenza, Andora nel tempo
 
Trascorsero alcuni giorni senza nulla di nuovo.
Ma in me, anche se il comportamento degli altri partigiani nei miei confronti era migliorato (come ho già accennato), aumentava il desiderio di trasferirmi nella vallata di Stellanello dove si trovavano i miei amici d'infanzia.
Ne parlai con "Merlo" [Bruno Nello] che dichiarò di capirmi, anche se si dimostrava dispiaciuto, perché pensava di perdere un bravo ragazzo ed un buon partigiano.
Mi autorizzò a partire insieme a "Tenni", cosa che feci il giorno dopo.
Ci incamminammo verso Lucinasco e, attraversato il torrente Impero, raggiungemmo Torria dove facemmo sosta grazie ad una signora che mi conosceva, mangiammo qualche cosa che lei ci offrì, quindi trovammo la possibilità di riposarci in una stalla.
Il mattino seguente ci mettemmo in marcia verso il Pizzo d'Evigno, dove incontrammo una pattuglia di partigiani di guardia.
Tra questi c'era l'amico "Norsa" che ci fece festa.
La pattuglia ci indicò il luogo dove era dislocato il distaccamento detto "Volantina", che era comandato da "Mancen".
Trovammo il distaccamento accampato a monte di Evigno, in località Fussai.
Ricevemmo una calorosa accoglienza da tanti amici, non perché io ero l'autore dell'azione alla caserma Siffredi (forse non ne sapevano ancora niente), ma perché ero Sandro, il loro amico fraterno di tante avventure, magari stupide, infantili, amorose o illusorie.
Quella notte dormii saporitamente tanta era la contentezza: mi sembrava di essere a casa mia. 
Alcuni giorni dopo, agli ordini di Silvio Bonfante ("Cion"), in una trentina ci recammo alla stazione ferroviaria di Andora dove, su segnalazione, venimmo a sapere che da alcuni giorni vi era un treno in sosta, con vagoni carichi di grano, avena, pasta, zucchero e generi vari.
Dopo aver preso le opportune precauzioni e poste le pattuglie di guardia, ci trasformammo in scaricatori: asportammo quintali dei generi suaccennati, li caricammo su carri e partimmo prendendo la via del ritorno, dopo averne lasciato una certa quantità alla popolazione locale.  
Un particolare: invitai i miei compagni a recuperare le tendine dei finestrini di due vetture per viaggiatori in sosta.
Di primo acchito la cosa sembrò ridicola, ma non lo fu; con le tendine facemmo confezionare dei pantaloncini corti, resistenti simili, che però sulle natiche avevano impresso le lettere maiuscole FF.SS. (Ferrovie dello Stato): così non potevamo negare di avere rubato la stoffa alle ferrovie.                
Sandro Badellino, Mia memoria partigiana. Esperienze di vita e vicende di lotta per la libertà di un garibaldino imperiese (1944-1945), edizioni Amadeo, Imperia, 1998 
 
"Sbrigatevi. Prendete tutto  quello che serve, il resto lasciatelo perdere". Su quel treno eravamo almeno in dieci. Il convoglio era fermo ormai da giorni e i vagoni, tutti in fila, erano sul binario lato mare, quello che dava sulla pensilina della costruzione solitamente usata per le merci. "Ragazzi, bisogna rifornirci anche di coperte... guardate nei vagoni di prima classe, là forse". Era il caos. Su quel treno c'eravamo saliti già da mezz'ora e per la maggior parte sembrava un gioco, un semplice, anche se rischioso gioco. La stazione di Andora era deserta. Eravamo scesi da Stellanello per far man bassa di chissà cosa; eravamo convinti che su quel treno fermo potessimo trovare generi di lusso. Invece... "Prendete le tendine, quelle servono". Sandro Badellino (Biundu), più dinamico e meno fracassone, cercava di accelerare. "Prendete le tendine... ho detto le tendine". Qualcuno non aveva ancora capito a cosa potevano servire quelle tende di color marrone con quella "FF.SS." stampigliata in più parte, quelle tende polverose che servivano a riparare i finestrini dal sole. Ci prendemmo due botte di "cretini" e non replicammo. In pochi minuti mettemmo insieme un gran numero di tendine e ripartimmo, con sacchi recuperati nella stazione merci, verso Stellanello. Qualcuno scherzava cercando di evitare che il comandante "Mancen", al secolo Massimo Gismondi, il più alto in grado del distaccamento, potesse accorgersene. "Ma cosa vogliono fare con queste tendine?". La domanda ottenne risposta soltanto la mattina dopo quando io e gli altri due compagni fummo incaricati da "Mancen" di portare tutte quelle tende in una casa verso Testico. Consegnammo le tende ad una donnina, una certa Luigina, che ci assicurò "tornate tra una settimana. I pantaloni saranno pronti, almeno spero. Dite ai capi che vi farò anche delle braghe corte". E così, almeno per noi, si svelò il mistero delle tendine. Dopo una settimana tornammo e la donna ci consegnò i pantaloni, confezionati alla perfezione.
un ex partigiano
Daniele La Corte, Storie di uomini e di donne. Gli anni difficili della Resistenza, Calvo Editore, 1995

[...] i partigiani Lino Viale e Nino Agnese (Marco) e il presidente del C.L.N. Dottor Renato Negri (Renato II) erano venuti a conoscenza di un treno fermo alla stazione di Andora con un carico di viveri e generi diversi, destinato ai tedeschi in Francia.
La sosta era dovuta all'interruzione della linea conseguente al bombardamento del ponte ferroviario di Cervo. Un sopralluogo era effettuato da Massimo Gismondi (Mancen), insieme a Silvio Bonfante (Cion) - allora a Cian de Bellottu con Nino Siccardi (Curto) - e al podestà Giuseppe Vattarone, che, sebbene segretario del Fascio locale non disdegnava di dare sottomano aiuto ai partigiani e agli andoresi in genere, duramente provati dalla fame e dalla penuria imperante. Dopo alcuni giorni Cion, Mancen, Germano, Marco, Sandro ed altri, affluiti con alcuni carri per trasportare il vettovagliamento, presidiavano le vicinanze mentre un commando occupava la stazione. L'ora, circa le otto di sera, di per sé era propizia, perché l'ultimo treno arrivava alle sette e mezza, ma quella sera purtroppo il convoglio aveva due ore di ritardo. Annullare l'operazione era comunque improponibile per la mobilitazione effettuata, sicchè si procedeva all'occupazione della stazione: atrio, biglietteria e stanza del manovratore e del controllore. I ribelli, indossate divise da ferrovieri, si sostituivano al capo stazione Rendone e agli altri addetti, attendendo l'arrivo del treno. Nessuno dei passeggeri scesi dai vagoni, tra cui si trovavano sia tedeschi che fascisti, dava segno di accorgersi della presenza partigiana. Allontanatisi tutti i viaggiatori, i partigiani svuotavano diversi vagoni del treno merci in sosta forzata. Per quanto rimaneva sugli altri vagoni, provvedeva il podestà ad avvisare la gente in paese, che avrebbe terminato l'opera nottetempo. L'indomani i tedeschi, accortisi del clamoroso scacco, arrestavano il podestà Vattarone e intimavano agli andoresi la restituzione della refurtiva, ma essendo il maltolto già ben lontano o ben nascosto la richiesta rimaneva inevasa e tutto finì lì.
Francesco Biga in Francesco Biga e Ferruccio Iebole (a cura di Vittorio Detassis), Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria) - vol. V, Ed. Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia, 2016

lunedì 23 gennaio 2023

Rastrellamenti nazifascisti a Baiardo

Baiardo (IM)

Alipio Amalberti, nato a Soldano (IM) l’11 febbraio 1901… Già nelle giornate che seguirono l’8 settembre metteva in piedi un’organizzazione per finanziare ed armare i gruppi che si stavano formando in montagna [a Baiardo, borgo in altura, alle spalle di Sanremo] insieme a Renato Brunati [di Bordighera, fucilato dalle SS il 19 maggio 1944 sul Turchino] e Lina Meiffret [n.d.r.: proprietaria di una villa poco fuori Baiardo, punto di riferimento e talora rifugio di quella piccola banda, venne deportata pochi mesi dopo in un campo di concentramento in Germania, da cui tornò fortemente provata, ma salva]. Amalberti fu arrestato il 24 maggio 1944 a Vallecrosia e tenuto come ostaggio, in quanto segnalato più volte come sovversivo. Venne fucilato a Badalucco il 5 giugno 1944 come ritorsione ad un'azione del distaccamento di Artù (Arturo Secondo) compiuta il 31 maggio 1944.
Giorgio Caudano, Gli eroi sono tutti giovani e belli. I caduti della Lotta di Liberazione. I^ Zona Liguria, ed. in pr., 2020

[ n.d.r.: tra le pubblicazioni di Giorgio Caudano: Marco Cassini e Giorgio Caudano, Bordighera al tempo di Bicknell e Monet, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2021; Giorgio Caudano, L'immagine ritrovata. Ventimiglia e dintorni nei dipinti dell'Ottocento e primo Novecento, Alzani Editore, 2021; (a cura di) Paolo Veziano con il contributo di Giorgio Caudano e di Graziano Mamone, La libera Repubblica di Pigna. Parentesi di democrazia (29 agosto 1944-8 ottobre 1944), Comune di Pigna, IsrecIm, Fusta Editore, 2020; Giorgio Caudano, Dal Mare alla Trincea... memorie di uomini, BB Europa, Cuneo, 2019; Silvia Alborno, Gisella Merello, Marco Farotto, Marco Cassini, Giorgio Caudano, Franck Vigliani, curatori della mostra Claude Monet, ritorno in Riviera, catalogo a cura di Aldo Herlaut, Silvana Editoriale, Milano 2019; La Magnifica Invenzione. I pionieri della fotografia in Val Nervia 1865-1925, a cura di Marco Cassini e Giorgio Caudano, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2016; Giorgio Caudano, Pigna. Storia di un paese, ed. in pr., 2016  ]

[...] [Baiardo] visse l’esperienza della guerra di liberazione con diversi scontri tra Tedeschi e partigiani. Il primo avvenne il 14 agosto 1944 quando un gruppo di partigiani attaccò alcuni soldati tedeschi nei pressi dell’Asilo infantile del paese, dove i nazisti uccisero con raffiche di mitra i tre resistenti Gino Amici, Alfredo Blengino e Nino Agnese (Marco), mentre Mario Laura rimase ferito alle gambe.
Il 2 settembre successivo due uomini del 2° distaccamento della V Brigata comandata da Vittorio Guglielmo (Vittò) aprirono il fuoco contro una pattuglia di trenta Tedeschi nelle vicinanze del cimitero del paese uccidendone otto e facendone uno prigioniero. Per fronteggiare l’attesa reazione nazifascista, alle tre del mattino del 5 settembre una squadra composta dai garibaldini Piero Bernocchi, Francesco Sappia e altri si piazzarono con due pesanti mitragliatrici «Fiat» nella parte sud di Baiardo, mentre un altro mitragliatore e uno sputafuoco furono posizionati nei pressi per proteggere la strada proveniente da Apricale e controllare quella proveniente da San Romolo e da Ceriana. Alle 7,30 circa del mattino una colonna di Tedeschi venne investita dal fuoco delle postazioni garibaldine, che uccisero sei nazisti, mentre altri caddero sulla strada di San Romolo e di Ceriana.
Dopo aver appreso che i Tedeschi stavano ormai rientrando a Baiardo attraverso il passo del cimitero al bivio delle strade provenienti da Monte Bignone, Ceriana e Badalucco, i garibaldini che avevano preso parte all’operazione contro la colonna tedesca, smontarono le armi e si ritirarono in ordine nei boschi di Castelvittorio in località Marixe. L’8 settembre la zona di Baiardo venne nuovamente interessata da una perlustrazione di nazifascisti, che, nei pressi dell’abitato fucilarono il garibaldino baiardese Mario Tamagno (Bastone). Pochi giorni dopo il paese fu selvaggiamente saccheggiato da un gruppo di brigatisti neri, i quali catturarono anche una cinquantina di ostaggi, che furono condotti a Sanremo e poi però rilasciati.
All’alba del 25 settembre 1944 una formazione di settanta fascisti marciò verso il cimitero di Baiardo entrando subito dopo nella strada provinciale del paese, mentre altri gruppi di Tedeschi accerchiarono il borgo istituendo posti di blocco a Berzi e in altre località per impedire tentativi di fuga di civili o partigiani verso i boschi circostanti. Nel corso delle ore successive il segretario politico del Fascio di Sanremo Angelo Mangano, imbaldanzito per l’assenza di partigiani in paese, ordinò ai suoi uomini di distruggere la casa che ricoverava i partigiani con una puntata offensiva durante la quale venne ucciso il giovanissimo partigiano di Vallebona detto «Rebaudo». Sempre nel mese di settembre il Comando della V Brigata diffuse presso i contadini di Baiardo un manifesto con cui si esaltava il loro contributo alla causa della Resistenza e li si spronava a continuare la loro lotta contro i nazifascisti in attesa dell’ora della liberazione ormai imminente.
Le drammatiche conseguenze del conflitto si fecero purtroppo sentire anche nei mesi finali della guerra, e in particolare dal 20 dicembre 1944 al 25 aprile 1945, quando un gruppo di bersaglieri fascisti della «9ª Compagnia della Morte» iniziò ad usare violenza, spargere terrore, assassinare e torturare civili inermi, oltre ad irrompere nelle case portando via tutto quello che trovavano, effettuare prelievi notturni, tenere interrogatori forzati e compiere sevizie efferate contro chiunque fosse stato accusato di aver aiutato i partigiani. Un giorno i suddetti fascisti arrestarono i baiardesi Luigi, Silvio, Mauro e Giobatta Laura, che furono fucilati a Sanremo dai nazifascisti il 24 gennaio 1945. Acquartieratisi nell’albergo «Miramonti», i bersaglieri fascisti operarono scassi e furti, rapinarono le scorte alimentari, seviziarono diverse donne e numerosi uomini del paese, mentre il 10 marzo del ’45, dopo aver catturato nel corso di un rastrellamento i garibaldini Gaetano Cervetto e Matteo Perugini, li legarono per due giorni ad un palo sottoponendoli ad ogni sorta di torture e sevizie, e infine li fucilarono nel cimitero di Baiardo. Nel marzo ’45 venne anche ucciso il garibaldino Riccardo Vitali da parte di un milite fascista della 9ª Compagnia, che avrebbe tuttavia pagato caro i suoi crimini con la perdita di oltre un centinaio di bersaglieri fascisti tra morti, prigionieri e disertori [...]
Redazione, Baiardo nel racconto dello storico sanremese Andrea Gandolfo, Riviera24.it, 22 ottobre 2022

Ricordo il mio arrivo a Baiardo nella notte del 13 novembre [1944].
[...] Il ricordo di Baiardo è strettamente legato a lunghissime scarpinate dovute alle operazioni di pattugliamento che eseguivamo ogni giorno a largo raggio e che sapemmo, dopo la guerra, avere messo in profonda agitazione i nostri avversari, che non riuscivano a rendersi conto della nostra presenza per ogni dove.
Si trattava di pattuglie di un paio di squadre, e quindi piuttosto robuste, con un fucile mitragliatore come arma principale. Non avevamo mezzi di comunicazione con il Comando, per cui la pattuglia rimaneva praticamente isolata per tutto il tempo della missione e senza possibilità di ricevere rinforzi o appoggio in caso di cattivi incontri. In questa attività abbiamo percorso non so quante ore di cammino raggiungendo il Monte Bignone, Perinaldo e tante altre località delle alture sopra San Remo.
[...] Piccole pattuglie scendevano a Ceriana per mantenere i rapporti con il Comando di battaglione, portare nostre notizie e recuperare la posta a noi destinata.
La Quinta non fu mai attaccata e il suo soggiorno a Baiardo si svolse tranquillo.
Nell'ultimo giorno della nostra permanenza fui impegnato con altri in una vera sfacchinata. Ricevemmo l'ordine di scendere a Ceriana per ritirare munizioni per il trasferimento al fronte e per consentire il cambio con la compagnia di Buratti, che ci avrebbe dovuto sostituire. A Ceriana dovemmo caricare non ricordo bene quali armamentari che rammento solo pesantissimi, sistemare il tutto sui muli, recuperare Duranti ed altri "imboscati" al Comando di battaglione e poi riprendere la strada per Baiardo. La strada saliva per ampi tornanti in mezzo ai boschi e, secondo le buone regole militari, una avanguardia, una retroguardia e dei fiancheggiatori avrebbero dovuto garantire la sicurezza del trasferimento.
Noi però preferimmo, per accelerare la marcia, tagliare tutti i tornanti in modo da rendere più rapida e meno lunga la passeggiata.
Andò a finire che un gruppetto di noi, fra i quali c'erano, oltre al sottoscritto, Duranti, Cordani ed altri, andò ad imbattersi in partigiani appostati lungo la strada. Ci trovammo gli uni di fronte agli altri improvvisamente e con grande reciproca sorpresa. Ricordo uno di questi, appostato per terra ad una decina di metri da noi, che rimase facile bersaglio prima di Duranti, il cui moschetto si inceppò, e poi di Cordani che pure sparò, ma senza successo ed infine del sottoscritto che non ebbe il tempo di sistemare a terra il suo Skoda in quanto l'avversario si era dileguato a grande velocità.
I colpi sparati misero in allarme la pattuglia: l'episodio si esaurì così con un po' di trambusto e senza danno per nessuno. Intanto muli, bersaglieri, armamentari vari avevano raggiunto Baiardo e ci preparammo a partire per l'agognato fronte.
Il Comando pensò bene di precettare tutti i possessori di muli del paese per il trasporto dei nostri carichi. Si formò così una strana colonna di militari, borghesi, donne e ragazzi e così partimmo per il fronte. Fatte le debite consegne ai bersaglieri della Nona, che ci dovevano sostituire, incominciamnmo a scendere da Baiardo verso Camporosso.
Antonio Ferrario in Umberto Maria Bottino, I nostri giorni cremisi (1943-1995), Attilio Negri srl, Rozzano (MI), 1995

La V^ Brigata d'Assalto Garibaldi "Luigi Nuvoloni" della II^ Divisione "Felice Cascione" venne fatta oggetto nei primi giorni di settembre 1944, nella zona di Baiardo (IM), di un mal riuscito tentativo di rastrellamento da parte nazi-fascista. Il 4 settembre 1944 nei pressi del cimitero del paese le sentinelle garibaldine avvistarono un gruppo di nemici che si avvicinavano e, aperto il fuoco, causarono otto morti ed un ferito. "Il caso volle che il prigioniero ferito fosse un polacco, il quale informò i partigiani che il sergente tedesco comandante della pattuglia, roso dall'ira per la sconfitta subita, aveva svelato il piano nemico: l'indomani cinquanta tedeschi sarebbero giunti a Baiardo per sloggiare i banditi" (Francesco Biga, Storia della Resistenza imperiese, Vol. III: Da agosto a dicembre 1944, a cura Amministrazione Provinciale di Imperia e con patrocinio IsrecIm, Milanostampa Editore - Farigliano, 1977). Questa preziosa informazione eliminò il fattore sorpresa a vantaggio degli attaccanti, in quanto i garibaldini poterono organizzare la difesa del paese sotto gli ordini di "Vitò" ["Ivano", Giuseppe Vittorio Guglielmo, da luglio 1944 comandante della V^ Brigata Garibaldi "Luigi Nuvoloni" e dal 19 Dicembre 1944 comandante della II^ Divisione "Felice Cascione"] e di "Gino". Alle 6 del mattino i tedeschi attaccarono da tre direttrici: "la prima proveniente da Badalucco-Ceriana, la seconda da San Romolo-Monte Bignone, la terza da Isolabona-Apricale" (Francesco Biga, Op. cit.). I partigiani con il loro ampio raggio di fuoco impedirono l'avanzata dei tedeschi e successivamente si sganciarono verso Monte Ceppo in modo da essere fuori dalla portata del tiro dei mortai nemici.Contemporaneamente i garibaldini di Pigna (IM) puntarono la loro mitragliatrice pesante in direzione del trivio di accesso a Baiardo e bloccarono in questo modo i nazisti. Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell’Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945), Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1998-1999

Un piccolo gruppo al comando di Marco Bianchi (Beretta), comandante del IX distaccamento della IV brigata, era posizionato lungo la strada che da Badalucco, costeggiando la Madonna della Neve, porta a Ciabaudo in Valle Oxentina. Dopo aver trascorso la notte con l'incarico di proteggere il resto del distaccamento posizionato qualche chilometro più a monte, alle prime luci dell’alba il piccolo gruppo si preparava a ritornare alla base. All’improvviso venivano assaliti da un gruppo della GNR in perlustrazione. Subito l’aria veniva solcata da numerose raffiche sparate da ambedue le parti. Marco Bianchi rimaneva gravemente ferito all’addome. Il suo compagno Enzo Magro se lo caricava sulle spalle e con i suoi compagni riusciva a disimpegnarsi. Bianchi morì circa una settimana dopo, il 14 gennaio 1945, a San Bernardo di Badalucco.
Giorgio Caudano, Op. cit.  

Il 17 gennaio 1945 iniziarono altri rastrellamenti dei nazifascisti contro i partigiani della I^ Zona Operativa Liguria.
Avanzarono per primi contro i patrioti della V^ Brigata d'Assalto Garibaldi "Luigi Nuvoloni" della II^ Divisione "Felice Cascione", attestati nella zona di Vignai, Frazione di Baiardo (IM), e Ciabaudo, Frazione di Badalucco (IM), i granatieri di stanza a Molini di Triora (IM), con una colonna, in direzione delle località San Faustino e Tumena.
I nemici dei presidi di Montalto Ligure [n.d.r.: oggi comune di Montalto Carpasio (IM)] e di Badalucco cercarono di effettuare l'accerchiamento in località Pellera.
Un terza colonna partita da Ceriana (IM) si congiunse a Vignai con i tedeschi del presidio di Baiardo (IM): in parte si diressero verso San Bernardino e Monte Ceppo.
Caddero in combattimento durante questo rastrellamento a Ciabaudo i garibaldini della Brigata "Elsio Guarrini" della II^ Divisione Antonio De Santis (Marco), nato a Napoli il 12 marzo 1921, già tenente del Regio Esercito, ed Emilia Rosso (Irma), nata a Ceriana, il 26 gennaio 1926. Nella zona di San Bernardino vennero uccisi altri 2 garibaldini e  "due signorine che si accompagnavano con loro".
[...]  Il grave momento vissuto dalla IV^ Brigata d'Assalto Garibaldi "Elsio Guarrini" della II^ Divisione "Felice Cascione" risulta evidente nello scritto di Venko del 19 gennaio 1945, indirizzato al Comando Divisionale.
Il Comando Divisionale prese nei giorni successivi la decisione di intitolare il I° Battaglione della IV^ Brigata a Carlo Montagna (Milan) e l'ex Distaccamento "Italia" ad Angelo Perrone (Bancarà).
Il 29 gennaio rese noto il nuovo organico direttivo della stessa Brigata.
Rocco Fava, Op. cit. 

Il 17 gennaio 1945 nella zona di Baiardo Bersaglieri Repubblicani catturano i sapisti Laura Giobatta, Laura Mario, Laura Silvio Antonio, Laura Silvio Luigi e Laura Luigi “Miccia”. I cinque partigiani con il medesimo cognome, facenti parte della banda locale di Baiardo furono incolpati di aver trasportato un carico di farina da Baiardo a Passo Ghimbegna e a Vignai per rifornire i partigiani. Vennero portati a Sanremo nella Villa Negri, situata vicino alla Chiesa Russa, dove c’erano delle piccole celle. Il partigiano Laura Luigi “Miccia” riesce a fuggire durante un allarme aereo e a mettersi in salvo. Gli altri quattro partigiani furono trasferiti in un primo tempo nella Villa Oberg e successivamente in un luogo poco distante Villa Junia, dove dai Bersaglieri furono obbligati a scavarsi la fossa e quindi dagli stessi fucilati il 24 gennaio 1945.
Francesco Biga, (con la collaborazione di Osvaldo Contestabile), Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria), Vol. IV. Da Gennaio 1945 alla Liberazione, 2005,
Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia, 2005

Durante la notte del 9 febbraio 1945 una colonna, formata da soldati tedeschi, bersaglieri repubblichini e militari delle Brigate Nere, "guidati dietro informazioni e con la presenza di un ragazzo quattordicenne precedentemente catturato dai bersaglieri di Bajardo", circondò il paese di Argallo, sorprendendo nel sonno, in casa di una donna di nome Olga, cinque garibaldini 'Martinetto' [Martino Blancardi di Bordighera], 'Chimica', 'Biondo', 'Ba' e 'Lucia'.
Solo il primo, Martinetto, riusciva a salvarsi.
Un altro partigiano, 'Masiero', veniva ucciso mentre si stava allontanando da una casa privata del paese.
Rocco FavaOp. cit.

Nella notte del 9 febbraio 1945 elementi appartenenti a reparti della Brigata Nera, Tedeschi e bersaglieri, circa centosessanta uomini, partiti da Baiardo la sera precedente verso le ore 22, effettuano un rastrellamento nella zona di Vignai-Argallo; rimane ucciso Mario Bini (Cufagna) del II° Battaglione, e quattro altri partigiani vengono catturati: Chimica, Biondo, Bà, e Martinetto [Martino Blancardi di Bordighera] del I° Battaglione, compresa la staffetta Lucia.
Giorgio Caudano, Op. cit.

Amedeo Anfossi: nato a Sanremo il 27 novembre 1915, milite della GNR in servizio presso il Comando Provinciale della GNR, compagnia di Sanremo
Interrogatorio dell’8.6.1945: Mi sono arruolato nella GNR nel mese di febbraio del 1944 e dal Comando provinciale di Sanremo fui destinato in servizio a Sanremo, prima a Villa al Verone e poi all’ex caserma dei carabinieri. [...] Durante il mio servizio ho preso parte ai seguenti rastrellamenti. Verso il 20 febbraio 1945, ho preso parte al rastrellamento effettuato nella zona di Baiardo unitamente ad una quindicina di altri militi, un reparto di bersaglieri, brigate nere e soldati tedeschi. Noi della GNR eravamo al diretto comando del Tenente Salerno Giuseppe. Io ero adibito al servizio di conducente di una carretta per il trasporto dei rifornimenti. Il rastrellamento è durato circa 8 giorni [...]
Leonardo Sandri, Processo ai fascisti: una documentazione, Vol. 9 - Liguria: Imperia - Savona - La Spezia, StreetLib, Milano, 2019 

venerdì 20 gennaio 2023

Stamattina alle ore 10 le forze di Turbine sono state attaccate a Garessio da forze tedesche

Garessio (CN)

9-7-44 - I tedeschi provenienti da Val Neva eseguono una puntata offensiva contro il Distaccamento Matteotti di presidio sul Colle S. Bernardo di Garessio. Avviene uno scontro nel quale il nemico riporta alcuni feriti.
10-7-44 - Una squadra del Distaccamento «Volante» in risposta ad un attacco precedente esegue al tramonto un colpo di mano contro il presidio tedesco di Erli (Savona) dal quale era partita la puntata del 9.
Il furioso fuoco di mitragliamento dei partigiani causa alle forze nemiche, adunate per il rancio serale, diversi morti e feriti.
10-7-44 - Una squadra del Distaccamento «Matteotti» provoca il ribaltamento di una camionetta tedesca lungo la strada Erli-Albenga. I 4 occupanti vengono uccisi. Bottino: 1 M.P., 2 fucili.
12-7-44 - Il Distaccamento «Volante» agli ordini di «Cion» [Silvio Bonfante] asporta dalla Stazione di Andora, da un treno merci tedesco, il seguente materiale: q.li 13 di zucchero, q.li 7 grano, q.li 114 di riso, q.li 1 di avena. Buona pane delle derrate vengono distribuite alla popolazione civile.
13-7-44 - Tre garibaldini della 4^ Brigata del Distaccamento Gar. «Libertas» si recano in frazione Romita a Porto Maurizio per ritirare 1700 colpi di mitra.
15-7-44 - In uno scontro con i tedeschi del presidio di Pogli (Savona) cade il garibaldino Cassiani Domenico.
15-7-44 - A conoscenza che in Via Romita a Porto Maurizio stanziano tre soldati russi armati di fucile «ta-pum» a guardia di sei cavalli, 4 uomini del distaccamento «Libertas» della 4^ Brigata si recano sul posto e, benché sorpresi dall'allarme aereo si impossessano dei «ta-pum» e di altro materiale ritornando alla base con i russi che già avevano espresso il desiderio di fuggire. La stessa pattuglia disarma della pistola un brigadiere di P.S.
20-7-44 - Tre Distaccamenti: «Volante», «ex Volantina», «Pelazza», agli ordini del Comandante Cion [Silvio Bonfante] entrano in Ceva nascosti nel treno della linea Ormea-Ceva. Il debole presidio tedesco si eclissa. La città viene rastrellata. I treni di passaggio in stazione perquisiti. Vengono catturati: 4 spie nazi-fasciste, un tedesco ed un italiano delle SS. Il magazzino militare viene vuotato.
23-7-44 - Dal 1° Distaccamento del Comando 4^ Brigata viene comunicato al Comando di Divisione:
«Diamo il nominativo di due splendide figure di partigiani immolatisi per la libertà dei popoli. Sono stati brutalmente assassinati sulla piazza di Moltedo per mano dei cani fascisti. Sono caduti chiedendo la fucilazione nel petto «perché non siamo dei traditori» e morivano gridando «Viva i partigiani».
Eccovi i nominativi:
GUARRINI ELSIO da Oneglia, classe 1925 - GAZZANO GIOVANNI da Moltedo, classe 1925.
23-7-44 - Una pattuglia di partigiani della 5^ Brigata comandata da «Ivano» viene attaccata da forze tedesche e deve ritirarsi dopo breve lotta. Al rientro alla base si nota la mancanza di due uomini. Da pronte indagini si viene a conoscere che, feriti alle gambe, sono stati fatti prigionieri dai tedeschi, portati a Tenda ed ivi passati per le armi. Ecco i nominativi:
PASTOR LUIGI di Luigi e di Borfiga Caterina, nato a Buggio (Frazione Pigna) il 21-10-1922, ivi residente in Via Carriera Piana n. 55, di professione infermiere, partigiano dal 2-6-44 - APOLLONIO ANGELO, di Pietro e di Baccolo Luigia, nato a Salò (Brescia) il 25-4-1925, ivi residente in Via Francesco Calzani n. 468, di professione pittore, partigiano dal 2-5-44.
23-7-44 - Una pattuglia di partigiani del 5° Distaccamento, durante la notte apre il fuoco di disturbo contro una postazione nemica che mette in allarme tutta la zona.
24-7-44 - Nella notte tra il 23 ed il 24 il 4° Distaccamento della 4^ Brigata in unione al 1° Distaccamento si porta in regione Garbella [di Imperia] nel tentativo di far saltare la galleria della strada ferrata. Colà si incontra col 3° Distaccamento che agisce sul medesimo obbiettivo. Malgrado un precedente accordo con un caporale e un soldato austriaci, l'azione non può essere effettuata: vengono comunque disarmati i 7 soldati di guardia; 4 di essi sono accolti nel 1° Distaccamento e 2 nel 4°. Bottino: due pistole automatiche, 3 canne per mitragliatori, 6 caricatori «Maxim», tre cassette munizioni per mitragliatore tedesco. Nessuna perdita.
25-7-44 - Il Comandante della Brigata Alpina (Capitano Umberto) comunica:
«Stamattina alle ore 10, le forze di «Turbine» sono state attaccate a Garessio da forze tedesche. I primi feriti sono arrivati qui da noi. Invieremo rinforzi».
Il nemico, proveniente da Albenga e Ceva, effettua un violentissimo rastrellamento nell'alta Val Tanaro. Il Distaccamento «Volante» di Garessio si porta sul Colle S. Bernardo di Garessio, in rinforzo al presidio ridotto agli estremi. Arrivati al Colle, gli uomini del Distaccamento sono costretti ad uscire di strada essendo il crinale già occupato dag1i attaccanti.
Operata una diversione, si spostano per un attacco laterale attendendo - per accerchiare il nemico - l'arrivo di rinforzi da Pivetta che, a loro volta attaccati, non giungono. Avvertiti del motivo del ritardo gli uomini della «Volante» attaccano ugualmente sostenendo un combattimento impari, con un avversario munito di armi pesanti ed ormai attescato. Dopo 4 ore di fuoco, centrati dal tiro delle armi pesanti e scarseggiando le munizioni, i partigiani debbono ritirarsi: Garessio è perduta.
Giorgio Gimelli, Cronache militari della Resistenza in Liguria, Istituto Storico della Resistenza in Liguria, 1969, pp. 299-301    

Nei primi giorni di luglio [1944] giunse l'ordine di partire per la Val Tanaro (Ormea, Garessio, Pievetta), in quanto in quella zona erano sorti dei dissidi tra le formazioni badogliane e i garibaldini della zona.
Dissidi che si trasformarono in gravi contrasti a tal punto da provocare in una settimana l'uccisione di alcuni garibaldini da parte dei badogliani stessi.
Tra gli uccisi ricordiamo il garibaldino detto "Dino", comandante di distaccamento.
Data la situazione, era necessario che si andasse a rinforzare le nostre esigue formazioni.
Il distaccamento "Volante" (che aveva per comandante "Cion" e per commissario "Germano") si stabilì a Garessio.
Il distaccamento "Matteotti" con comandante "Turbine" (Pasquale Muccia) a San Bernardo di Garessio, e noi della "Volantina", con comandante "Mancen" [Massimo Gismondi], nel paese di Pievetta.
Giungemmo nella località sopra un autocarro (dopo aver camminato per dodici ore a piedi).
Fu in questa occasione che "Raspin" [Franco Piacentini] mi disse: "In Piemonte va meglio, ci fanno viaggiare bene, speriamo sia sempre così".
Stabilimmo ottimi rapporti con la popolazione e con le ragazze del paese.
Ci accasermammo nelle scuole ed attendemmo nuovi eventi dopo la pacificazione raggiunta tra noi e i badogliani.
Intorno al 15 luglio [1944] si presentò al nostro distaccamento un ex ufficiale del Regio Esercito, giunto da Albenga per inquadrarsi nelle nostre formazioni.
Di nome Giorgio Olivero, ci informò che sia in Normandia che nell'Italia centrale, dopo i primi successi, il fronte si era stabilizzato, per cui le nostre speranze sulla fine del conflitto entro breve tempo si affievolirono, anche se continuammo a sperare.
Il fatto che Giorgio volesse fermarsi con i garibaldini ci sorprese un poco. Nella zona gli ex ufficiali del Regio Esercito erano nelle file dei badogliani di tendenza monaichica. In base a queste considerazioni, per un certo periodo di tempo lo tenemmo sotto controllo e in questo clima non poteva non crearsi un certo costume d'ambiente. Il partigiano "Grillo", osservando i magnifici scarponi che aveva ai piedi, gli faceva allusioni poco benevoli; gli chiedeva che numero avessero, diceva che forse gli andavano bene e che intendeva prenotarli in caso gli fosse successo qualcosa. Fatto sta che il mattino dopo Giorgio era sparito; con grande preoccupazione lo mandammo a cercare. Ma il giorno successivo venimmo a sapere che lui si era recato al nostro Comando a conferire con Nino Siccardi ("Curto"), per chiedere sicurezza e tranquillità. In seguito, grazie ai suoi meriti e alla sua esperienza militare, diventerà il comandante della I^ brigata d'assalto Garibaldi "Silvano Belgrano".
Sandro Badellino, Mia memoria partigiana. Esperienze di vita e vicende di lotta per la libertà di un garibaldino imperiese (1944-1945), edizioni Amadeo, Imperia, 1998  

La zona di Imperia assume nella primavera/estate del '44 un particolare rilievo strategico. Qui si sono concentrati numerosi gruppi partigiani, decisi a ostacolare le forze naziste in prevedibile ritirata attraverso i valichi alpini. Nonostante la complicità di due soldati austriaci nella notte fra il 23 e il 24 luglio '44 a Imperia in regione Garbella fallisce il tentativo di un gruppo di partigiani della II Divisione Garibaldi "F. Cascione" di far saltare un tratto di strada precedentemente minato dai tedeschi. I sette soldati di guardia vengono comunque disarmati e quattro di loro passano con i partigiani.
La reazione tedesca non si fa attendere. Il 25 i nazisti risalgono la Valle del Prino e raggiungono Vasia, un piccolo centro dell'entroterra.
[...] Così nella drammatica testimonianza di un ragazzo dell'epoca la rievocazione dei fatti che hanno portato alla morte di due civili e di cinque partigiani impegnati, pare, a mettere a segno l'assalto alla Questura di Imperia per impossessarsi di armi automatiche.
I partigiani caduti sono Salvatore Filippone, nome di battaglia "Mariella", nato a Palmi (RC) il 24 giugno 1920, Carmine Saffioti, nome di battaglia "Carmé", nato a Palmi il primo aprile 1925, Stefano Danini di Rivarolo (GE), Igino Rainis di Treppo Carnico (UD) e Vincenzo Raho di Ruffano (LE).
Pino Ippolito Armino, Storia della Calabria Partigiana, Pellegrini, 2020 

Interrogatorio di Valfrè Carlo del 7.5.1946:
[...]  Il 2 novembre 1943 entrai a far parte della GNR e assegnato alla Compagnia OP, comandata dal Tenente Ferraris.
[...] nei primi di luglio, unitamente alla compagnia, partimmo per un' azione di rastrellamento nei comuni di Vasia e Montegrazie. Prima di giungere a Vasia il Capitano Ferraris divise la compagnia in varie squadre. Durante il rastrellamento vennero catturati due partigiani (da una delle squadre) che vennero in seguito fucilati per ordine del Ferraris ma non posso precisare da chi in quanto la mia squadra si trovava più avanti.
Leonardo Sandri, Processo ai fascisti: una documentazione, Vol. 9 - Liguria: Imperia - Savona - La Spezia, StreetLib, Milano, 2019

Il nostro Comando, visto che la prima incursione nella città di Ceva era andata bene, volle ritentare l'operazione dopo alcuni giorni. Ma questa volta andò diversamente. Giunti sul piazzale della stazione, fummo accolti da un nutrito fuoco nemico (per fortuna di armi leggere) proveniente dall'interno dell'edificio. Constatata la difficile situazione nella quale ci trovammo coinvolti, decidemmo di ritornare alla base di partenza. Comunque il fatto che noi fossimo padroni di una parte della strada statale 28 (Imperia-Ceva ) metteva i tedeschi in crisi, sia per il traffico stradale, sia per il prestigio. Allora con una poderosa azione decisero di farci sloggiare.
Il 25 luglio 1944 iniziarono un rastrellamento in grande stile; avanzarono con autoblinde da Ceva e dal Colle di San Bernardo di Garessio. Venendo da Ceva, prima di Pievetta vi sono le Rocche di Santa Giuditta, (o Prancisa, o Recisa) costituite da due "spontoni" posti uno sopra la statale a sinistra e l'altro sopra il Tanaro a destra.
Il primo occupato dai nostri uomini, tra cui Tino Moi, capo squadra, e "Mancinotto", fratello di "Mancen" [Massimo Gismondi], con il compito di bloccare con una mitragliatrice pesante i tedeschi provenienti da Ceva, che mantenevano in avanscoperta due  autoblinde.
Il secondo occupato dai badogliani.
Quando i tedeschi giunsero a tiro, sia i nostri che i badogliani aprirono il fuoco di sbarramento, che costrinse il nemico a ritirarsi dietro una curva della strada, dando l'impressione di desistere. Ma non fu così perché, dopo una decina di minuti, iniziò a picchiare forte sulle due postazioni partigiane con i mortai da 81 millimetri. I nostri furono più fortunati perché non vennero colpiti, a differenza dei badogliani centrati al primo colpo, per cui la loro postazione fu messa a tacere.
Constatata la situazione veramente pericolosa, e visto cosa era successo ai badogliani, il comandante "Mancen" diede immediatamente l'ordine del ripiegamento.
Mentre ciò avveniva, i nostri furono individuati da una delle due autoblinde che stavano avanzando, la quale iniziò un fuoco infernale.
Fu in quel momento che Tino Moi venne colpito al petto in modo grave. "Mancen" e i compagni presenti cercarono di portare fuori tiro il ferito.
L'autoblinda continuava a sparare loro addosso in modo rabbioso.
Non rimase altra possibilità che mettere il ferito al riparo di una roccia, e quindi ritirarsi verso Pievetta, dove io e una seconda squadra eravamo appostati con un'altra mitragliatrice pesante sulla piazzetta della chiesa, in modo da prendere di infilata, se fosse stato necessario, il rettilineo che ci si presentava davanti e, al tempo stesso, tenere sotto tiro anche il letto del Tanaro.
Col cuore trepidante, attendevamo che comparissero i tedeschi. Dopo alcuni minuti scorgemmo dei tedeschi avanzare nel letto del fiume; iniziammo a sparare contro di loro, costrigendoli a eclissarsi nella vegetazione.
Intanto venne avanti l'autoblinda sparando raffiche a casaccio in tutte le direzioni. Il fuoco continuò ancora per qualche minuto, poi l'autoblinda si fermò, smettendo di sparare.
Noi non riuscivamo a spiegarci il perché.
Ben presto, però, capimmo la mossa del nemico, quando in alto a mezza costa "Mancen" iniziò a gridare di ritirarci in collina perché i tedeschi stavano giungendo, sopra di noi, nella nostra stessa direzione, mentre noi li attendevamo sulla strada o nel letto del fiume. Ci ritirammo con fatica e appena in tempo, per non rimanere circondati, portandoci dietro la mitragliatrice pesante.
Il grido di "Mancen" ci aveva salvato dall'annientamento.
Capimmo che l'autoblinda si era fermata ed aveva cessato il fuoco per non colpire i suoi e con la speranza di prenderci alle spalle.
Ci ritirammo a circa duecento metri sopra Pievetta e piazzammo la mitragliatrice, azionandola contro i soldati che stavano giungendo sulla piazzetta della chiesa. Erano convinti di catturarci, invece si trovarono sotto il nostro fuoco; si ripararono dietro la chiesa e nei vicoli vicini.
Però noi, consapevoli della precarietà della nostra posizione (sì che avevamo una mitragliatrice, ma essa era senza una idonea protezione), pensammo che era meglio ritirarci più in alto ancora, e facemmo bene perché, fatta una cinquantina di metri, arrivò un colpo di mortaio proprio nel punto dove eravamo stati piazzati, seguito da alcuni altri.
Raggiungemmo la cima della collina dove si era già ritirato il grosso del nostro distaccamento.
Nel frattempo giunse anche "Mancen", insieme agli altri.
Prendemmo posizione disponendoci in una lunga fila per essere meno esposti, scavando delle fosse ove piazzare meglio le nostre armi pesanti.
I tedeschi giunsero ad un centinaio di metri dalla nostra posizione; ma dopo un breve scambio di raffiche si ritirarono nel paese e lì si concentrarono.
Subito lo smacco, presi dalla solita ira sanguinaria, iniziarono a compiere i soliti eccidi di cittadini inermi. Passarono per le armi una ventina di civili locali e alcuni partigiani che avevano catturato dalle parti di Priola. La loro rappresaglia ci fece supporre che avessero avuto delle perdite durante gli scontri.
Dopo una breve consultazione decidemmo di spostarci sulle colline di Garessio o di Ormea per cercare notizie sulla "Volante" di "Cion". Ci dirigemmo verso la località Croce di Nascio e, sul far della notte, giungemmo sul Bricco Mindino (1879 metri sul livello del mare).
Sandro BadellinoOp. cit.  

Il rastrellamento della valle Tanaro tra il 25 e il 29 luglio 1944 fece 8 caduti civili e 24 partigiani nei comuni di Bagnasco, Garessio, Priola, ma tra i 24 riconosciuti partigiani si celano molti civili, di oltre 60 anni, il cui riconoscimento è dovuto soltanto a motivi pensionistici.
(a cura di) Aa.Vv., Il Piemonte nella guerra e nella Resistenza: la società civile (1942-1945), Consiglio Regionale del Piemonte, 2015