lunedì 23 gennaio 2023

Rastrellamenti nazifascisti a Baiardo

Baiardo (IM)

Alipio Amalberti, nato a Soldano (IM) l’11 febbraio 1901… Già nelle giornate che seguirono l’8 settembre metteva in piedi un’organizzazione per finanziare ed armare i gruppi che si stavano formando in montagna [a Baiardo, borgo in altura, alle spalle di Sanremo] insieme a Renato Brunati [di Bordighera, fucilato dalle SS il 19 maggio 1944 sul Turchino] e Lina Meiffret [n.d.r.: proprietaria di una villa poco fuori Baiardo, punto di riferimento e talora rifugio di quella piccola banda, venne deportata pochi mesi dopo in un campo di concentramento in Germania, da cui tornò fortemente provata, ma salva]. Amalberti fu arrestato il 24 maggio 1944 a Vallecrosia e tenuto come ostaggio, in quanto segnalato più volte come sovversivo. Venne fucilato a Badalucco il 5 giugno 1944 come ritorsione ad un'azione del distaccamento di Artù (Arturo Secondo) compiuta il 31 maggio 1944.
Giorgio Caudano, Gli eroi sono tutti giovani e belli. I caduti della Lotta di Liberazione. I^ Zona Liguria, ed. in pr., 2020

[ n.d.r.: tra le pubblicazioni di Giorgio Caudano: Marco Cassini e Giorgio Caudano, Bordighera al tempo di Bicknell e Monet, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2021; Giorgio Caudano, L'immagine ritrovata. Ventimiglia e dintorni nei dipinti dell'Ottocento e primo Novecento, Alzani Editore, 2021; (a cura di) Paolo Veziano con il contributo di Giorgio Caudano e di Graziano Mamone, La libera Repubblica di Pigna. Parentesi di democrazia (29 agosto 1944-8 ottobre 1944), Comune di Pigna, IsrecIm, Fusta Editore, 2020; Giorgio Caudano, Dal Mare alla Trincea... memorie di uomini, BB Europa, Cuneo, 2019; Silvia Alborno, Gisella Merello, Marco Farotto, Marco Cassini, Giorgio Caudano, Franck Vigliani, curatori della mostra Claude Monet, ritorno in Riviera, catalogo a cura di Aldo Herlaut, Silvana Editoriale, Milano 2019; La Magnifica Invenzione. I pionieri della fotografia in Val Nervia 1865-1925, a cura di Marco Cassini e Giorgio Caudano, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2016; Giorgio Caudano, Pigna. Storia di un paese, ed. in pr., 2016  ]

[Baiardo] visse l’esperienza della guerra di liberazione con diversi scontri tra Tedeschi e partigiani. Il primo avvenne il 14 agosto 1944 quando un gruppo di partigiani attaccò alcuni soldati tedeschi nei pressi dell’Asilo infantile del paese, dove i nazisti uccisero con raffiche di mitra i tre resistenti Gino Amici, Alfredo Blengino e Nino Agnese (Marco), mentre Mario Laura rimase ferito alle gambe.
Il 2 settembre successivo due uomini del 2° distaccamento della V Brigata comandata da Vittorio Guglielmo (Vittò) aprirono il fuoco contro una pattuglia di trenta Tedeschi nelle vicinanze del cimitero del paese uccidendone otto e facendone uno prigioniero. Per fronteggiare l’attesa reazione nazifascista, alle tre del mattino del 5 settembre una squadra composta dai garibaldini Piero Bernocchi, Francesco Sappia e altri si piazzarono con due pesanti mitragliatrici «Fiat» nella parte sud di Baiardo, mentre un altro mitragliatore e uno sputafuoco furono posizionati nei pressi per proteggere la strada proveniente da Apricale e controllare quella proveniente da San Romolo e da Ceriana. Alle 7,30 circa del mattino una colonna di Tedeschi venne investita dal fuoco delle postazioni garibaldine, che uccisero sei nazisti, mentre altri caddero sulla strada di San Romolo e di Ceriana.
Dopo aver appreso che i Tedeschi stavano ormai rientrando a Baiardo attraverso il passo del cimitero al bivio delle strade provenienti da Monte Bignone, Ceriana e Badalucco, i garibaldini che avevano preso parte all’operazione contro la colonna tedesca, smontarono le armi e si ritirarono in ordine nei boschi di Castelvittorio in località Marixe. L’8 settembre la zona di Baiardo venne nuovamente interessata da una perlustrazione di nazifascisti, che, nei pressi dell’abitato fucilarono il garibaldino baiardese Mario Tamagno (Bastone). Pochi giorni dopo il paese fu selvaggiamente saccheggiato da un gruppo di brigatisti neri, i quali catturarono anche una cinquantina di ostaggi, che furono condotti a Sanremo e poi però rilasciati.
All’alba del 25 settembre 1944 una formazione di settanta fascisti marciò verso il cimitero di Baiardo entrando subito dopo nella strada provinciale del paese, mentre altri gruppi di Tedeschi accerchiarono il borgo istituendo posti di blocco a Berzi e in altre località per impedire tentativi di fuga di civili o partigiani verso i boschi circostanti. Nel corso delle ore successive il segretario politico del Fascio di Sanremo Angelo Mangano, imbaldanzito per l’assenza di partigiani in paese, ordinò ai suoi uomini di distruggere la casa che ricoverava i partigiani con una puntata offensiva durante la quale venne ucciso il giovanissimo partigiano di Vallebona detto «Rebaudo». Sempre nel mese di settembre il Comando della V Brigata diffuse presso i contadini di Baiardo un manifesto con cui si esaltava il loro contributo alla causa della Resistenza e li si spronava a continuare la loro lotta contro i nazifascisti in attesa dell’ora della liberazione ormai imminente.
Le drammatiche conseguenze del conflitto si fecero purtroppo sentire anche nei mesi finali della guerra, e in particolare dal 20 dicembre 1944 al 25 aprile 1945, quando un gruppo di bersaglieri fascisti della «9ª Compagnia della Morte» iniziò ad usare violenza, spargere terrore, assassinare e torturare civili inermi, oltre ad irrompere nelle case portando via tutto quello che trovavano, effettuare prelievi notturni, tenere interrogatori forzati e compiere sevizie efferate contro chiunque fosse stato accusato di aver aiutato i partigiani. Un giorno i suddetti fascisti arrestarono i baiardesi Luigi, Silvio, Mauro e Giobatta Laura, che furono fucilati a Sanremo dai nazifascisti il 24 gennaio 1945. Acquartieratisi nell’albergo «Miramonti», i bersaglieri fascisti operarono scassi e furti, rapinarono le scorte alimentari, seviziarono diverse donne e numerosi uomini del paese, mentre il 10 marzo del ’45, dopo aver catturato nel corso di un rastrellamento i garibaldini Gaetano Cervetto e Matteo Perugini, li legarono per due giorni ad un palo sottoponendoli ad ogni sorta di torture e sevizie, e infine li fucilarono nel cimitero di Baiardo. Nel marzo ’45 venne anche ucciso il garibaldino Riccardo Vitali da parte di un milite fascista della 9ª Compagnia, che avrebbe tuttavia pagato caro i suoi crimini con la perdita di oltre un centinaio di bersaglieri fascisti tra morti, prigionieri e disertori [...]
Redazione, Baiardo nel racconto dello storico sanremese Andrea Gandolfo, Riviera24.it, 22 ottobre 2022

Ricordo il mio arrivo a Baiardo nella notte del 13 novembre [1944].
[...] Il ricordo di Baiardo è strettamente legato a lunghissime scarpinate dovute alle operazioni di pattugliamento che eseguivamo ogni giorno a largo raggio e che sapemmo, dopo la guerra, avere messo in profonda agitazione i nostri avversari, che non riuscivano a rendersi conto della nostra presenza per ogni dove.
Si trattava di pattuglie di un paio di squadre, e quindi piuttosto robuste, con un fucile mitragliatore come arma principale. Non avevamo mezzi di comunicazione con il Comando, per cui la pattuglia rimaneva praticamente isolata per tutto il tempo della missione e senza possibilità di ricevere rinforzi o appoggio in caso di cattivi incontri. In questa attività abbiamo percorso non so quante ore di cammino raggiungendo il Monte Bignone, Perinaldo e tante altre località delle alture sopra San Remo.
[...] Piccole pattuglie scendevano a Ceriana per mantenere i rapporti con il Comando di battaglione, portare nostre notizie e recuperare la posta a noi destinata.
La Quinta non fu mai attaccata e il suo soggiorno a Baiardo si svolse tranquillo.
Nell'ultimo giorno della nostra permanenza fui impegnato con altri in una vera sfacchinata. Ricevemmo l'ordine di scendere a Ceriana per ritirare munizioni per il trasferimento al fronte e per consentire il cambio con la compagnia di Buratti, che ci avrebbe dovuto sostituire. A Ceriana dovemmo caricare non ricordo bene quali armamentari che rammento solo pesantissimi, sistemare il tutto sui muli, recuperare Duranti ed altri "imboscati" al Comando di battaglione e poi riprendere la strada per Baiardo. La strada saliva per ampi tornanti in mezzo ai boschi e, secondo le buone regole militari, una avanguardia, una retroguardia e dei fiancheggiatori avrebbero dovuto garantire la sicurezza del trasferimento.
Noi però preferimmo, per accelerare la marcia, tagliare tutti i tornanti in modo da rendere più rapida e meno lunga la passeggiata.
Andò a finire che un gruppetto di noi, fra i quali c'erano, oltre al sottoscritto, Duranti, Cordani ed altri, andò ad imbattersi in partigiani appostati lungo la strada. Ci trovammo gli uni di fronte agli altri improvvisamente e con grande reciproca sorpresa. Ricordo uno di questi, appostato per terra ad una decina di metri da noi, che rimase facile bersaglio prima di Duranti, il cui moschetto si inceppò, e poi di Cordani che pure sparò, ma senza successo ed infine del sottoscritto che non ebbe il tempo di sistemare a terra il suo Skoda in quanto l'avversario si era dileguato a grande velocità.
I colpi sparati misero in allarme la pattuglia: l'episodio si esaurì così con un po' di trambusto e senza danno per nessuno. Intanto muli, bersaglieri, armamentari vari avevano raggiunto Baiardo e ci preparammo a partire per l'agognato fronte.
Il Comando pensò bene di precettare tutti i possessori di muli del paese per il trasporto dei nostri carichi. Si formò così una strana colonna di militari, borghesi, donne e ragazzi e così partimmo per il fronte. Fatte le debite consegne ai bersaglieri della Nona, che ci dovevano sostituire, incominciamnmo a scendere da Baiardo verso Camporosso.
Antonio Ferrario in Umberto Maria Bottino, I nostri giorni cremisi (1943-1995), Attilio Negri srl, Rozzano (MI), 1995

La V^ Brigata d'Assalto Garibaldi "Luigi Nuvoloni" della II^ Divisione "Felice Cascione" venne fatta oggetto nei primi giorni di settembre 1944, nella zona di Baiardo (IM), di un mal riuscito tentativo di rastrellamento da parte nazi-fascista. Il 4 settembre 1944 nei pressi del cimitero del paese le sentinelle garibaldine avvistarono un gruppo di nemici che si avvicinavano e, aperto il fuoco, causarono otto morti ed un ferito. "Il caso volle che il prigioniero ferito fosse un polacco, il quale informò i partigiani che il sergente tedesco comandante della pattuglia, roso dall'ira per la sconfitta subita, aveva svelato il piano nemico: l'indomani cinquanta tedeschi sarebbero giunti a Baiardo per sloggiare i banditi" (Francesco Biga, Storia della Resistenza imperiese, Vol. III: Da agosto a dicembre 1944, a cura Amministrazione Provinciale di Imperia e con patrocinio IsrecIm, Milanostampa Editore - Farigliano, 1977). Questa preziosa informazione eliminò il fattore sorpresa a vantaggio degli attaccanti, in quanto i garibaldini poterono organizzare la difesa del paese sotto gli ordini di "Vitò" ["Ivano", Giuseppe Vittorio Guglielmo, da luglio 1944 comandante della V^ Brigata Garibaldi "Luigi Nuvoloni" e dal 19 Dicembre 1944 comandante della II^ Divisione "Felice Cascione"] e di "Gino". Alle 6 del mattino i tedeschi attaccarono da tre direttrici: "la prima proveniente da Badalucco-Ceriana, la seconda da San Romolo-Monte Bignone, la terza da Isolabona-Apricale" (Francesco Biga, Op. cit.). I partigiani con il loro ampio raggio di fuoco impedirono l'avanzata dei tedeschi e successivamente si sganciarono verso Monte Ceppo in modo da essere fuori dalla portata del tiro dei mortai nemici.Contemporaneamente i garibaldini di Pigna (IM) puntarono la loro mitragliatrice pesante in direzione del trivio di accesso a Baiardo e bloccarono in questo modo i nazisti. Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell’Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945), Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1998-1999

Un piccolo gruppo al comando di Marco Bianchi (Beretta), comandante del IX distaccamento della IV brigata, era posizionato lungo la strada che da Badalucco, costeggiando la Madonna della Neve, porta a Ciabaudo in Valle Oxentina. Dopo aver trascorso la notte con l'incarico di proteggere il resto del distaccamento posizionato qualche chilometro più a monte, alle prime luci dell’alba il piccolo gruppo si preparava a ritornare alla base. All’improvviso venivano assaliti da un gruppo della GNR in perlustrazione. Subito l’aria veniva solcata da numerose raffiche sparate da ambedue le parti. Marco Bianchi rimaneva gravemente ferito all’addome. Il suo compagno Enzo Magro se lo caricava sulle spalle e con i suoi compagni riusciva a disimpegnarsi. Bianchi morì circa una settimana dopo, il 14 gennaio 1945, a San Bernardo di Badalucco.
Giorgio Caudano, Op. cit.  

Il 17 gennaio 1945 iniziarono altri rastrellamenti dei nazifascisti contro i partigiani della I^ Zona Operativa Liguria.
Avanzarono per primi contro i patrioti della V^ Brigata d'Assalto Garibaldi "Luigi Nuvoloni" della II^ Divisione "Felice Cascione", attestati nella zona di Vignai, Frazione di Baiardo (IM), e Ciabaudo, Frazione di Badalucco (IM), i granatieri di stanza a Molini di Triora (IM), con una colonna, in direzione delle località San Faustino e Tumena.
I nemici dei presidi di Montalto Ligure [n.d.r.: oggi comune di Montalto Carpasio (IM)] e di Badalucco cercarono di effettuare l'accerchiamento in località Pellera.
Un terza colonna partita da Ceriana (IM) si congiunse a Vignai con i tedeschi del presidio di Baiardo (IM): in parte si diressero verso San Bernardino e Monte Ceppo.
Caddero in combattimento durante questo rastrellamento a Ciabaudo i garibaldini della Brigata "Elsio Guarrini" della II^ Divisione Antonio De Santis (Marco), nato a Napoli il 12 marzo 1921, già tenente del Regio Esercito, ed Emilia Rosso (Irma), nata a Ceriana, il 26 gennaio 1926. Nella zona di San Bernardino vennero uccisi altri 2 garibaldini e  "due signorine che si accompagnavano con loro".
[...]  Il grave momento vissuto dalla IV^ Brigata d'Assalto Garibaldi "Elsio Guarrini" della II^ Divisione "Felice Cascione" risulta evidente nello scritto di Venko del 19 gennaio 1945, indirizzato al Comando Divisionale.
Il Comando Divisionale prese nei giorni successivi la decisione di intitolare il I° Battaglione della IV^ Brigata a Carlo Montagna (Milan) e l'ex Distaccamento "Italia" ad Angelo Perrone (Bancarà).
Il 29 gennaio rese noto il nuovo organico direttivo della stessa Brigata.
Rocco Fava, Op. cit. 

Il 17 gennaio 1945 nella zona di Baiardo Bersaglieri Repubblicani catturano i sapisti Laura Giobatta, Laura Mario, Laura Silvio Antonio, Laura Silvio Luigi e Laura Luigi “Miccia”. I cinque partigiani con il medesimo cognome, facenti parte della banda locale di Baiardo furono incolpati di aver trasportato un carico di farina da Baiardo a Passo Ghimbegna e a Vignai per rifornire i partigiani. Vennero portati a Sanremo nella Villa Negri, situata vicino alla Chiesa Russa, dove c’erano delle piccole celle. Il partigiano Laura Luigi “Miccia” riesce a fuggire durante un allarme aereo e a mettersi in salvo. Gli altri quattro partigiani furono trasferiti in un primo tempo nella Villa Oberg e successivamente in un luogo poco distante Villa Junia, dove dai Bersaglieri furono obbligati a scavarsi la fossa e quindi dagli stessi fucilati il 24 gennaio 1945.
Francesco Biga, (con la collaborazione di Osvaldo Contestabile), Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria), Vol. IV. Da Gennaio 1945 alla Liberazione, 2005,
Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia, 2005

Durante la notte del 9 febbraio 1945 una colonna, formata da soldati tedeschi, bersaglieri repubblichini e militari delle Brigate Nere, "guidati dietro informazioni e con la presenza di un ragazzo quattordicenne precedentemente catturato dai bersaglieri di Bajardo", circondò il paese di Argallo, sorprendendo nel sonno, in casa di una donna di nome Olga, cinque garibaldini 'Martinetto' [Martino Blancardi di Bordighera], 'Chimica', 'Biondo', 'Ba' e 'Lucia'.
Solo il primo, Martinetto, riusciva a salvarsi.
Un altro partigiano, 'Masiero', veniva ucciso mentre si stava allontanando da una casa privata del paese.
Rocco FavaOp. cit.

Nella notte del 9 febbraio 1945 elementi appartenenti a reparti della Brigata Nera, Tedeschi e bersaglieri, circa centosessanta uomini, partiti da Baiardo la sera precedente verso le ore 22, effettuano un rastrellamento nella zona di Vignai-Argallo; rimane ucciso Mario Bini (Cufagna) del II° Battaglione, e quattro altri partigiani vengono catturati: Chimica, Biondo, Bà, e Martinetto [Martino Blancardi di Bordighera] del I° Battaglione, compresa la staffetta Lucia.
Giorgio Caudano, Op. cit.

Amedeo Anfossi: nato a Sanremo il 27 novembre 1915, milite della GNR in servizio presso il Comando Provinciale della GNR, compagnia di Sanremo
Interrogatorio dell’8.6.1945: Mi sono arruolato nella GNR nel mese di febbraio del 1944 e dal Comando provinciale di Sanremo fui destinato in servizio a Sanremo, prima a Villa al Verone e poi all’ex caserma dei carabinieri. [...] Durante il mio servizio ho preso parte ai seguenti rastrellamenti. Verso il 20 febbraio 1945, ho preso parte al rastrellamento effettuato nella zona di Baiardo unitamente ad una quindicina di altri militi, un reparto di bersaglieri, brigate nere e soldati tedeschi. Noi della GNR eravamo al diretto comando del Tenente Salerno Giuseppe. Io ero adibito al servizio di conducente di una carretta per il trasporto dei rifornimenti. Il rastrellamento è durato circa 8 giorni [...]
Leonardo Sandri, Processo ai fascisti: una documentazione, Vol. 9 - Liguria: Imperia - Savona - La Spezia, StreetLib, Milano, 2019 

venerdì 20 gennaio 2023

Stamattina alle ore 10 le forze di Turbine sono state attaccate a Garessio da forze tedesche

Garessio (CN)

9-7-44 - I tedeschi provenienti da Val Neva eseguono una puntata offensiva contro il Distaccamento Matteotti di presidio sul Colle S. Bernardo di Garessio. Avviene uno scontro nel quale il nemico riporta alcuni feriti.
10-7-44 - Una squadra del Distaccamento «Volante» in risposta ad un attacco precedente esegue al tramonto un colpo di mano contro il presidio tedesco di Erli (Savona) dal quale era partita la puntata del 9.
Il furioso fuoco di mitragliamento dei partigiani causa alle forze nemiche, adunate per il rancio serale, diversi morti e feriti.
10-7-44 - Una squadra del Distaccamento «Matteotti» provoca il ribaltamento di una camionetta tedesca lungo la strada Erli-Albenga. I 4 occupanti vengono uccisi. Bottino: 1 M.P., 2 fucili.
12-7-44 - Il Distaccamento «Volante» agli ordini di «Cion» [Silvio Bonfante] asporta dalla Stazione di Andora, da un treno merci tedesco, il seguente materiale: q.li 13 di zucchero, q.li 7 grano, q.li 114 di riso, q.li 1 di avena. Buona pane delle derrate vengono distribuite alla popolazione civile.
13-7-44 - Tre garibaldini della 4^ Brigata del Distaccamento Gar. «Libertas» si recano in frazione Romita a Porto Maurizio per ritirare 1700 colpi di mitra.
15-7-44 - In uno scontro con i tedeschi del presidio di Pogli (Savona) cade il garibaldino Cassiani Domenico.
15-7-44 - A conoscenza che in Via Romita a Porto Maurizio stanziano tre soldati russi armati di fucile «ta-pum» a guardia di sei cavalli, 4 uomini del distaccamento «Libertas» della 4^ Brigata si recano sul posto e, benché sorpresi dall'allarme aereo si impossessano dei «ta-pum» e di altro materiale ritornando alla base con i russi che già avevano espresso il desiderio di fuggire. La stessa pattuglia disarma della pistola un brigadiere di P.S.
20-7-44 - Tre Distaccamenti: «Volante», «ex Volantina», «Pelazza», agli ordini del Comandante Cion [Silvio Bonfante] entrano in Ceva nascosti nel treno della linea Ormea-Ceva. Il debole presidio tedesco si eclissa. La città viene rastrellata. I treni di passaggio in stazione perquisiti. Vengono catturati: 4 spie nazi-fasciste, un tedesco ed un italiano delle SS. Il magazzino militare viene vuotato.
23-7-44 - Dal 1° Distaccamento del Comando 4^ Brigata viene comunicato al Comando di Divisione:
«Diamo il nominativo di due splendide figure di partigiani immolatisi per la libertà dei popoli. Sono stati brutalmente assassinati sulla piazza di Moltedo per mano dei cani fascisti. Sono caduti chiedendo la fucilazione nel petto «perché non siamo dei traditori» e morivano gridando «Viva i partigiani».
Eccovi i nominativi:
GUARRINI ELSIO da Oneglia, classe 1925 - GAZZANO GIOVANNI da Moltedo, classe 1925.
23-7-44 - Una pattuglia di partigiani della 5^ Brigata comandata da «Ivano» viene attaccata da forze tedesche e deve ritirarsi dopo breve lotta. Al rientro alla base si nota la mancanza di due uomini. Da pronte indagini si viene a conoscere che, feriti alle gambe, sono stati fatti prigionieri dai tedeschi, portati a Tenda ed ivi passati per le armi. Ecco i nominativi:
PASTOR LUIGI di Luigi e di Borfiga Caterina, nato a Buggio (Frazione Pigna) il 21-10-1922, ivi residente in Via Carriera Piana n. 55, di professione infermiere, partigiano dal 2-6-44 - APOLLONIO ANGELO, di Pietro e di Baccolo Luigia, nato a Salò (Brescia) il 25-4-1925, ivi residente in Via Francesco Calzani n. 468, di professione pittore, partigiano dal 2-5-44.
23-7-44 - Una pattuglia di partigiani del 5° Distaccamento, durante la notte apre il fuoco di disturbo contro una postazione nemica che mette in allarme tutta la zona.
24-7-44 - Nella notte tra il 23 ed il 24 il 4° Distaccamento della 4^ Brigata in unione al 1° Distaccamento si porta in regione Garbella [di Imperia] nel tentativo di far saltare la galleria della strada ferrata. Colà si incontra col 3° Distaccamento che agisce sul medesimo obbiettivo. Malgrado un precedente accordo con un caporale e un soldato austriaci, l'azione non può essere effettuata: vengono comunque disarmati i 7 soldati di guardia; 4 di essi sono accolti nel 1° Distaccamento e 2 nel 4°. Bottino: due pistole automatiche, 3 canne per mitragliatori, 6 caricatori «Maxim», tre cassette munizioni per mitragliatore tedesco. Nessuna perdita.
25-7-44 - Il Comandante della Brigata Alpina (Capitano Umberto) comunica:
«Stamattina alle ore 10, le forze di «Turbine» sono state attaccate a Garessio da forze tedesche. I primi feriti sono arrivati qui da noi. Invieremo rinforzi».
Il nemico, proveniente da Albenga e Ceva, effettua un violentissimo rastrellamento nell'alta Val Tanaro. Il Distaccamento «Volante» di Garessio si porta sul Colle S. Bernardo di Garessio, in rinforzo al presidio ridotto agli estremi. Arrivati al Colle, gli uomini del Distaccamento sono costretti ad uscire di strada essendo il crinale già occupato dag1i attaccanti.
Operata una diversione, si spostano per un attacco laterale attendendo - per accerchiare il nemico - l'arrivo di rinforzi da Pivetta che, a loro volta attaccati, non giungono. Avvertiti del motivo del ritardo gli uomini della «Volante» attaccano ugualmente sostenendo un combattimento impari, con un avversario munito di armi pesanti ed ormai attescato. Dopo 4 ore di fuoco, centrati dal tiro delle armi pesanti e scarseggiando le munizioni, i partigiani debbono ritirarsi: Garessio è perduta.
Giorgio Gimelli, Cronache militari della Resistenza in Liguria, Istituto Storico della Resistenza in Liguria, 1969, pp. 299-301    

Nei primi giorni di luglio [1944] giunse l'ordine di partire per la Val Tanaro (Ormea, Garessio, Pievetta), in quanto in quella zona erano sorti dei dissidi tra le formazioni badogliane e i garibaldini della zona.
Dissidi che si trasformarono in gravi contrasti a tal punto da provocare in una settimana l'uccisione di alcuni garibaldini da parte dei badogliani stessi.
Tra gli uccisi ricordiamo il garibaldino detto "Dino", comandante di distaccamento.
Data la situazione, era necessario che si andasse a rinforzare le nostre esigue formazioni.
Il distaccamento "Volante" (che aveva per comandante "Cion" e per commissario "Germano") si stabilì a Garessio.
Il distaccamento "Matteotti" con comandante "Turbine" (Pasquale Muccia) a San Bernardo di Garessio, e noi della "Volantina", con comandante "Mancen" [Massimo Gismondi], nel paese di Pievetta.
Giungemmo nella località sopra un autocarro (dopo aver camminato per dodici ore a piedi).
Fu in questa occasione che "Raspin" [Franco Piacentini] mi disse: "In Piemonte va meglio, ci fanno viaggiare bene, speriamo sia sempre così".
Stabilimmo ottimi rapporti con la popolazione e con le ragazze del paese.
Ci accasermammo nelle scuole ed attendemmo nuovi eventi dopo la pacificazione raggiunta tra noi e i badogliani.
Intorno al 15 luglio [1944] si presentò al nostro distaccamento un ex ufficiale del Regio Esercito, giunto da Albenga per inquadrarsi nelle nostre formazioni.
Di nome Giorgio Olivero, ci informò che sia in Normandia che nell'Italia centrale, dopo i primi successi, il fronte si era stabilizzato, per cui le nostre speranze sulla fine del conflitto entro breve tempo si affievolirono, anche se continuammo a sperare.
Il fatto che Giorgio volesse fermarsi con i garibaldini ci sorprese un poco. Nella zona gli ex ufficiali del Regio Esercito erano nelle file dei badogliani di tendenza monaichica. In base a queste considerazioni, per un certo periodo di tempo lo tenemmo sotto controllo e in questo clima non poteva non crearsi un certo costume d'ambiente. Il partigiano "Grillo", osservando i magnifici scarponi che aveva ai piedi, gli faceva allusioni poco benevoli; gli chiedeva che numero avessero, diceva che forse gli andavano bene e che intendeva prenotarli in caso gli fosse successo qualcosa. Fatto sta che il mattino dopo Giorgio era sparito; con grande preoccupazione lo mandammo a cercare. Ma il giorno successivo venimmo a sapere che lui si era recato al nostro Comando a conferire con Nino Siccardi ("Curto"), per chiedere sicurezza e tranquillità. In seguito, grazie ai suoi meriti e alla sua esperienza militare, diventerà il comandante della I^ brigata d'assalto Garibaldi "Silvano Belgrano".
Sandro Badellino, Mia memoria partigiana. Esperienze di vita e vicende di lotta per la libertà di un garibaldino imperiese (1944-1945), edizioni Amadeo, Imperia, 1998  

La zona di Imperia assume nella primavera/estate del '44 un particolare rilievo strategico. Qui si sono concentrati numerosi gruppi partigiani, decisi a ostacolare le forze naziste in prevedibile ritirata attraverso i valichi alpini. Nonostante la complicità di due soldati austriaci nella notte fra il 23 e il 24 luglio '44 a Imperia in regione Garbella fallisce il tentativo di un gruppo di partigiani della II Divisione Garibaldi "F. Cascione" di far saltare un tratto di strada precedentemente minato dai tedeschi. I sette soldati di guardia vengono comunque disarmati e quattro di loro passano con i partigiani.
La reazione tedesca non si fa attendere. Il 25 i nazisti risalgono la Valle del Prino e raggiungono Vasia, un piccolo centro dell'entroterra.
[...] Così nella drammatica testimonianza di un ragazzo dell'epoca la rievocazione dei fatti che hanno portato alla morte di due civili e di cinque partigiani impegnati, pare, a mettere a segno l'assalto alla Questura di Imperia per impossessarsi di armi automatiche.
I partigiani caduti sono Salvatore Filippone, nome di battaglia "Mariella", nato a Palmi (RC) il 24 giugno 1920, Carmine Saffioti, nome di battaglia "Carmé", nato a Palmi il primo aprile 1925, Stefano Danini di Rivarolo (GE), Igino Rainis di Treppo Carnico (UD) e Vincenzo Raho di Ruffano (LE).
Pino Ippolito Armino, Storia della Calabria Partigiana, Pellegrini, 2020 

Interrogatorio di Valfrè Carlo del 7.5.1946:
[...]  Il 2 novembre 1943 entrai a far parte della GNR e assegnato alla Compagnia OP, comandata dal Tenente Ferraris.
[...] nei primi di luglio, unitamente alla compagnia, partimmo per un' azione di rastrellamento nei comuni di Vasia e Montegrazie. Prima di giungere a Vasia il Capitano Ferraris divise la compagnia in varie squadre. Durante il rastrellamento vennero catturati due partigiani (da una delle squadre) che vennero in seguito fucilati per ordine del Ferraris ma non posso precisare da chi in quanto la mia squadra si trovava più avanti.
Leonardo Sandri, Processo ai fascisti: una documentazione, Vol. 9 - Liguria: Imperia - Savona - La Spezia, StreetLib, Milano, 2019

Il nostro Comando, visto che la prima incursione nella città di Ceva era andata bene, volle ritentare l'operazione dopo alcuni giorni. Ma questa volta andò diversamente. Giunti sul piazzale della stazione, fummo accolti da un nutrito fuoco nemico (per fortuna di armi leggere) proveniente dall'interno dell'edificio. Constatata la difficile situazione nella quale ci trovammo coinvolti, decidemmo di ritornare alla base di partenza. Comunque il fatto che noi fossimo padroni di una parte della strada statale 28 (Imperia-Ceva ) metteva i tedeschi in crisi, sia per il traffico stradale, sia per il prestigio. Allora con una poderosa azione decisero di farci sloggiare.
Il 25 luglio 1944 iniziarono un rastrellamento in grande stile; avanzarono con autoblinde da Ceva e dal Colle di San Bernardo di Garessio. Venendo da Ceva, prima di Pievetta vi sono le Rocche di Santa Giuditta, (o Prancisa, o Recisa) costituite da due "spontoni" posti uno sopra la statale a sinistra e l'altro sopra il Tanaro a destra.
Il primo occupato dai nostri uomini, tra cui Tino Moi, capo squadra, e "Mancinotto", fratello di "Mancen" [Massimo Gismondi], con il compito di bloccare con una mitragliatrice pesante i tedeschi provenienti da Ceva, che mantenevano in avanscoperta due  autoblinde.
Il secondo occupato dai badogliani.
Quando i tedeschi giunsero a tiro, sia i nostri che i badogliani aprirono il fuoco di sbarramento, che costrinse il nemico a ritirarsi dietro una curva della strada, dando l'impressione di desistere. Ma non fu così perché, dopo una decina di minuti, iniziò a picchiare forte sulle due postazioni partigiane con i mortai da 81 millimetri. I nostri furono più fortunati perché non vennero colpiti, a differenza dei badogliani centrati al primo colpo, per cui la loro postazione fu messa a tacere.
Constatata la situazione veramente pericolosa, e visto cosa era successo ai badogliani, il comandante "Mancen" diede immediatamente l'ordine del ripiegamento.
Mentre ciò avveniva, i nostri furono individuati da una delle due autoblinde che stavano avanzando, la quale iniziò un fuoco infernale.
Fu in quel momento che Tino Moi venne colpito al petto in modo grave. "Mancen" e i compagni presenti cercarono di portare fuori tiro il ferito.
L'autoblinda continuava a sparare loro addosso in modo rabbioso.
Non rimase altra possibilità che mettere il ferito al riparo di una roccia, e quindi ritirarsi verso Pievetta, dove io e una seconda squadra eravamo appostati con un'altra mitragliatrice pesante sulla piazzetta della chiesa, in modo da prendere di infilata, se fosse stato necessario, il rettilineo che ci si presentava davanti e, al tempo stesso, tenere sotto tiro anche il letto del Tanaro.
Col cuore trepidante, attendevamo che comparissero i tedeschi. Dopo alcuni minuti scorgemmo dei tedeschi avanzare nel letto del fiume; iniziammo a sparare contro di loro, costrigendoli a eclissarsi nella vegetazione.
Intanto venne avanti l'autoblinda sparando raffiche a casaccio in tutte le direzioni. Il fuoco continuò ancora per qualche minuto, poi l'autoblinda si fermò, smettendo di sparare.
Noi non riuscivamo a spiegarci il perché.
Ben presto, però, capimmo la mossa del nemico, quando in alto a mezza costa "Mancen" iniziò a gridare di ritirarci in collina perché i tedeschi stavano giungendo, sopra di noi, nella nostra stessa direzione, mentre noi li attendevamo sulla strada o nel letto del fiume. Ci ritirammo con fatica e appena in tempo, per non rimanere circondati, portandoci dietro la mitragliatrice pesante.
Il grido di "Mancen" ci aveva salvato dall'annientamento.
Capimmo che l'autoblinda si era fermata ed aveva cessato il fuoco per non colpire i suoi e con la speranza di prenderci alle spalle.
Ci ritirammo a circa duecento metri sopra Pievetta e piazzammo la mitragliatrice, azionandola contro i soldati che stavano giungendo sulla piazzetta della chiesa. Erano convinti di catturarci, invece si trovarono sotto il nostro fuoco; si ripararono dietro la chiesa e nei vicoli vicini.
Però noi, consapevoli della precarietà della nostra posizione (sì che avevamo una mitragliatrice, ma essa era senza una idonea protezione), pensammo che era meglio ritirarci più in alto ancora, e facemmo bene perché, fatta una cinquantina di metri, arrivò un colpo di mortaio proprio nel punto dove eravamo stati piazzati, seguito da alcuni altri.
Raggiungemmo la cima della collina dove si era già ritirato il grosso del nostro distaccamento.
Nel frattempo giunse anche "Mancen", insieme agli altri.
Prendemmo posizione disponendoci in una lunga fila per essere meno esposti, scavando delle fosse ove piazzare meglio le nostre armi pesanti.
I tedeschi giunsero ad un centinaio di metri dalla nostra posizione; ma dopo un breve scambio di raffiche si ritirarono nel paese e lì si concentrarono.
Subito lo smacco, presi dalla solita ira sanguinaria, iniziarono a compiere i soliti eccidi di cittadini inermi. Passarono per le armi una ventina di civili locali e alcuni partigiani che avevano catturato dalle parti di Priola. La loro rappresaglia ci fece supporre che avessero avuto delle perdite durante gli scontri.
Dopo una breve consultazione decidemmo di spostarci sulle colline di Garessio o di Ormea per cercare notizie sulla "Volante" di "Cion". Ci dirigemmo verso la località Croce di Nascio e, sul far della notte, giungemmo sul Bricco Mindino (1879 metri sul livello del mare).
Sandro BadellinoOp. cit.  

Il rastrellamento della valle Tanaro tra il 25 e il 29 luglio 1944 fece 8 caduti civili e 24 partigiani nei comuni di Bagnasco, Garessio, Priola, ma tra i 24 riconosciuti partigiani si celano molti civili, di oltre 60 anni, il cui riconoscimento è dovuto soltanto a motivi pensionistici.
(a cura di) Aa.Vv., Il Piemonte nella guerra e nella Resistenza: la società civile (1942-1945), Consiglio Regionale del Piemonte, 2015 

domenica 15 gennaio 2023

Torre Paponi brucia

La vallata del torrente San Lorenzo con al centro Torre Paponi ed in alto a sinistra Pietrabruna

E’ stato uno dei peggiori eccidi di cui si macchiarono le truppe d'occupazione naziste durante la Guerra di Liberazione che divise l'Italia nel tragico triennio 1943-1945. E' l'eccidio di Torre Paponi il cui orrore, senza nulla togliere alle stragi di Marzabotto o Sant'Anna di Stazzema, ha colpito nei decenni dell'Italia repubblicana l'immaginario collettivo dei tanti studiosi che si sono applicati allo studio della Resistenza in Italia.
I fatti accaddero esattamente settant'anni fa, il sedici dicembre del 1944. Inverno duro e tragico quello che precedette la Primavera di Liberazione, soprattutto nell'estremo Ponente ligure. Già era caduto in quel di Alto, combattendo, il "mitico" capo partigiano Felice Cascione ma nell'Imperiese, la cui Provincia non a caso si fregia della Medaglia d'oro al valore militare, le bande partigiane davano parecchio filo da torcere ai nazi-fascisti per i quali l'entroterra rappresentava una vera e propria incognita. Fu così che i comandi tedeschi escogitarono la rappresaglia contro i molti contadini che nei paesi abbarbicati alle pendici delle Alpi liguri solidarizzavano con i combattenti per la libertà, di qualsiasi credo politico fossero.
La mattina del sedici, credendo di trovare a Torre Paponi, oggi frazione del Comune di Pietrabruna, gruppi partigiani, i tedeschi risalirono armati sino ai denti la stretta valle alle spalle di San Lorenzo al Mare. Molti civili, vedendoli salire determinati, si diedero alla macchia nei boschi quasi presagendo quella che sarebbe stata la tragica fine di molti loro compaesani. I nazisti occuparono in una manciata di minuti il borgo, poi radunarono gli abitanti rimasti (molti erano donne e bambini) nella barocca chiesa parrocchiale. Qui condussero anche, orribilmente torturato, il curato Don Vittorio De Andreis che ritenevano un fiancheggiatore delle bande partigiane.
A questi affiancarono il parroco, Don Pietro De Carli, reggiano di Guastalla. Incendiarono poi gran parte di Torre Paponi distruggendola. Non paghi di tanto orrore diedero fuoco pure ai due sacerdoti che morirono tra sofferenze atroci. Parimenti furono uccise altre ventisei persone del paese. Le uccisioni proseguirono, pure, il dì appresso [...]
Sergio Bagnoli, Settant’anni fa Torre Paponi, una delle peggiori stragi naziste del secondo conflitto mondiale, Agora Vox Italia, 15 dicembre 2014

Torre Paponi

Torre Paponi [Frazione di Pietrabruna (IM)] è un piccolo paese nell'immediato retroterra imperiese, sulla strada che da San Lorenzo al Mare conduce a Pietrabruna, nella vallata del torrente San Lorenzo, a 210 metri di altitudine. La popolazione (n. 150 abitanti) è composta, in stragrande maggioranza, di contadini olivicoltori piccoli proprietari e di qualche artigiano.
Durante l'occupazione nazifascista, senza essere un centro di reclutamento o base partigiana, è stato tuttavia un paese benemerito nella lotta di liberazione per i molti aiuti in denaro e viveri concessi ai partigiani di “Curto” [Nino Siccardi, comandante della I^ Zona Liguria], al distaccamento di “Mancen” [Massimo Gismondi], “Peletta” [Giovanni Alessio], “Artù” [Arturo Secondo], “Danko” [Giovanni Gatti], al distaccamento “Fenice” e ad altri più piccoli. Anche muli e bestiame vario furono imprestati o venduti o donati ai partigiani nel periodo novembre 1943 a dicembre 1944 (1).
Proprio nel dicembre del 1944 Torre Paponi viene a trovarsi al centro di una vasta zona partigiana.
Il nemico è a conoscenza di grossi concentramenti di garibaldini della IV brigata [d'Assalto Garibaldi "Elsio Guarrini"] sulle alture comprese tre la valle Argentina e la val Prino. Per l'ennesima volta tenta di distruggerli mettendo in esecuzione i piani prestabiliti.
Dal mattino del 13 al pomeriggio del 18 di dicembre i Comandi tedeschi di Taggia, di villa Cepollina e di Sanremo, rimangono quasi completamente privi di truppa inviata in rastrellamento nelle suddette zone.
L'azione dovrebbe iniziare con un fulmineo attacco al paese di Badalucco per mezzo di artiglieria e di reparti di guastatori con l'incarico di distruggere completamente il paese, reo di accogliere e rifornire giornalmente i garibaldini. Ma l'azione, per cause imprecisate, viene alquanto ridotta. (2)
Il primo contatto tra i garibaldini e tedeschi in fase di rastrellamento avviene alle ore 22 del 13, quando il garibaldino “Baffino” del 2° Distaccamento “Italo” (1° Battaglione, IV^ brigata), addetto alle spese viveri, scaglia una lanterna contro due Tedeschi sbucati tra le case inferiori del paese di Pietrabruna. Raggiunto l'accampamento verso l'una dopo mezzanotte e dato l'allarme, gli uomini nascondono tutto il materiale pesante del distaccamento.
Presa la decisione di imboscare il nemico, 25 garibaldini guidati dal comandante “Curto”, che occasionalmente aveva pernottato presso il distaccamento, con passo celere raggiungono la strada ad un chilometro da Pietrabruna e attendono in agguato tutta la notte invano.
Ormai è iniziata la giornata del 14, il sole s'innalza, ma il nemico non transita. Quattro borghesi, incontrati nei pressi del luogo dell'agguato, affermano che in Pietrabruna non vi sono Tedeschi, però, ripresa la via del ritorno, i garibaldini vengono investiti da raffiche di “Mayerling” partite dalle prime case del paese.
La reazione è pronta ed efficace, ma rimane ucciso sul posto Giuseppe Sciandra (Matteo) fu Matteo, nato a Pamparato (Cuneo) il 12-09-1907, garibaldino della IV^ brigata, mentre il garibaldino “Lolli”, colpito in modo grave alla schiena, non può più camminare, però alcuni animosi riescono a porlo in salvo. (3)
Sganciatosi, il gruppo di “Curto” insiste nell'agguato presso il paese di Torre Paponi fino a tarda sera, ma invano, il nemico è transitato altrove. Già nelle prime ore del mattino altri piccoli gruppi di partigiani passano per Torre Paponi, senza tuttavia fermarsi, perché avevano preso la direzione di San Salvatore.
Inspiegabilmente qualche ora dopo giungono i Tedeschi. Un piccolo gruppo di rastrellatori, forse di passaggio per caso o forse anche inviati sul luogo su segnalazione di qualche spia locale.
Intimorite dalla ostentata grinta dei nazisti, alcune donne del paese accennano o confermano (non è stato possibile accertare con precisione quale delle due versioni sia l'esatta) il passaggio dei gruppi partigiani. I tedeschi non fanno commenti e si avviano in direzione del paese di Lingueglietta.
Giunti sulla collina che separa i due paesi, ecco che compiono la prima rappresaglia su alcuni ostaggi che si portavano dietro da chissà dove. Fucilano i civili Francesco Guasco fu Domenico, Carolina Guasco fu Domenico, Agostino Ballestra di Ventimiglia e il pastore Pietro Lanteri nato a Realdo nel 1884, che col suo gregge svernava in Pietrabruna.
Costui portava a tracolla un sacco con del pane nero; gli sgherri ne prendono un pezzo e glielo infilano in bocca, quindi proibiscono di toccare il cadavere e ingiungono di lasciarlo per la strada a tempo indeterminato. Però dopo poco tempo il comandante “Curto”, di passaggio, ordina il recupero della salma ed il parroco la fa seppellire.
Alle ore 14.30 del giorno stesso i nazisti ritornano in forze su una quindicina di autocarri e circondano il paese.
Dopo un'intensa sparatoria eseguita con armi automatiche, restringono la morsa; ad un certo momento entrano nel paese e sparano a zero su un gruppo di giovani colti di sorpresa. Maurizio Papone, Pasquale Malafronte, Andrea Ascheri, Paolo Papone, Antonio Barla e quattro militari di stanza alle vicine polveriere, riescono a stento a mettersi in salvo. Rimane ucciso un giovinetto di quindici anni che stava rientrando in paese portando sulle spalle una fascina, non del paese ma profugo da Ventimiglia, in quei giorni battuta dai bombardamenti navali alleati.
Anche due donne, madre e figlia, colpevoli solo di aver chiamato ad alta voce il rispettivo figlio e fratello, bimbo di pochi anni, sembrando forse ai Tedeschi che esse cercassero di mettere sull'avviso ipotetici partigiani, vengono abbattute a raffiche di mitra.
Successivamente il paese subisce un iniziale incendio, prologo a quello ben più terribile appiccato due giorni dopo; vengono arse due case ed alcuni fienili.
A tarda sera, allorché i rastrellatori ritornano al loro Comando di Arma di Taggia con gli ostaggi Luigi, Stefano, Egidio, tutti di cognome Papone, e due profughi ventimigliesi, la popolazione riesce a circoscrivere l'incendio.
Però non tutti i Tedeschi lasciano la zona; alcuni piccoli gruppi si occultano, si pongono in osservazione e rimangono in contatto con eliografisti che, dalla località Castelletti, trasmettono segnali verso San Salvatore, davano disposizioni relative allo sviluppo che doveva assumere il rastrellamento nei giorni successivi.
All'alba del 15 altri fascisti e tedeschi rastrellano nuovamente le zone Circostanti Torre Paponi, Pietrabruna, Lingueglietta e rinforzano una loro batteria piazzata a Pian del Drago. Per rifarsi dei magri risultati ottenuti nella caccia ai partigiani, razziano tutto il bestiame che trovano.
L'esasperazione è al colmo ed una squadra di garibaldini del primo battaglione, messa al corrente della situazione dai contadini, per liberare il bestiame attacca senza indugio il nemico che, sorpreso, si ritira in direzione San Lorenzo al Mare per chiedere rinforzi al Comando locale. (4)
Il distaccamento “Italo” rientra in stato d'allarme, il nemico è scorto in lontananza.
Nonostante le lievi perdite subite, il comando tedesco ordina immediatamente di condurre una rappresaglia su Torre Papponi il giorno seguente con l'impiego di formazioni S.S. altoatesine e di brigatisti neri.
Gli ostaggi portati ad Arma di Taggia vengono rilasciati con la pura e semplice raccomandazione di non offrire più ospitalità ai partigiani e di rimanere tranquilli nelle loro case.
Ciò risulterà una menzogna ignobile a cui viene prestato credito per la sprovvedutezza del momento dettata dalla paura.
Con questo stratagemma i nazifascisti riescono a dissipare momentaneamente le apprensioni e ad affievolire la diffidenza degli abitanti di Torre Paponi, per poter mettere in esecuzione il loro insidioso piano, in particolare, per poter catturare più uomini possibile al momento opportuno, quando non guarderanno più di stare all'erta, premunirsi o nascondersi nei rifugi che si erano scavati per la campagna.
Anche l'accusa, che si sentirà ripetere poi dai fascisti con insistenza per giustificare la strage, che Torre Paponi ere un centro di banditi, sarà ben lungi da essere provata poiché il paese non è mai stato tale e tanto meno un centro di comando.
Nella notte colonne tedesche di rinforzo partono da Castellaro e salgono in direzione del monte Faudo e del passo Vena, rastrellano passo Follia e San Salvatore, si scontrano con pattuglie del distaccamento di “Italo” sotto il monte Faudo e sparano nell'oscurità, alla cieca, con mitraglie a canne da 20 mm. (5)
All'alba del 16 le S.S., accompagnate da una spia in borghese, investono il distaccamento “Nino Stella”, distruggono i casoni dell'accampamento, qualche arma e vari equipaggiamenti (una cassetta di munizioni per “Mayerling” con circa 200 colpi, cinque moschetti, otto coperte, la macchina da scrivere e un fagotto di Farina). I partigiani si ritirano presso il distaccamento di “Pancio” che non viene investito;però in giornata cade il garibaldino della IV brigata Antonio Novella “Novella” fu Giovanni, nato ad Arma di Taggia il 12-02-1923.
Altre forze nemiche occupano la valle di Dolcedo; sei autocarri carichi di truppa raggiungono il paese, poi il borgo di Bellissimi e Santa Brigida, quindi lanciano razzi bianchi; è il segnale dell'attacco. Rastrellano la valle sotto Santa Brigida, le zone a monte, Lecchiore e San Bernardo; lunghe raffiche di mitragliatrice e colpi di mortaio si ripercuoteranno per la vallate fino alle ore 19.00 (6)
Contemporaneamente a Lingueglietta, dove sostano per poco, le S.S. altoatesine arrestano il parroco del paese don Vittorio De Andreis, ritenuto colpevole di aver avvertito i partigiani con i rintocchi del mattino della presenza nemica. Dopo aver incendiato molte case di campagna e prelevano ventotto ostaggi (che tradurranno alle carceri di Oneglia e quattro saranno inviati in Germania di cui uno non tornerà più), proseguono il cammino e raggiungono Torre Paponi che si sveglia al crepitio delle armi automatiche.
Oltre 800 uomini tra Tedeschi e fascisti stringono in un cerchio di ferro e fuoco il paese impegnandosi in una delle più sanguinose imprese che la storia della Resistenza in Liguria ricordi.
Investono l'abitato con una valanga di proiettili, sparano con artiglierie pesanti e leggere, con razzi e proiettili traccianti, mettono in azione lanciafiamme e mortai che iniziano la loro opera di demolizione.
Sospeso il fuoco dopo circa mezz'ora, con mitra alla mano si lanciano nel paese. La prima vittima dello sterminio è Antonio Fossati di anni 43, ucciso a bruciapelo sulla soglia di casa. Il Fossati non è un partigiano o un particolare amico dei partigiani. Nessuno di quelli che saranno le innocenti vittime dell'infamia nazifascista potrà mai essere incolpata, a parziale discolpa per legge di guerra, di aver direttamente appartenuto al movimento di liberazione nazionale.
Colpito da una raffica di mitra al ventre, il sedicenne Giacomo Papone riesce a trascinarsi per una ventina di metri invocando disperatamente la madre, finché una seconda raffica sparata da un Italiano in divisa tedesca e che gli grida “te la diamo noi ora la mamma”, non lo inchioda definitivamente al suolo.
Matteo Temesio, decoratore di 41 anni, catturato presso la sua casa e condotto un po' fuori del paese, è ucciso con un colpo di rivoltella alla nuca.
Ernesto Pagani, Valentino Gonella, Luigi Papone (uno degli ostaggi rilasciato il giorno precedente), Bartolomeo Papone e Francesco Barla, vengono trucidati in gruppo in mezzo alle vie del paese. Si proibisce alla popolazione di rimuovere i loro corpi abbandonati sul posto, spostarli o pietosamente coprirli con un lenzuolo.
Sorte analoga subisce un altro Bartolomeo Papone, padre di famiglia numerosa, selvaggiamente ucciso ed abbandonato per la scala della propria abitazione.
Stefano Papone quindicenne (secondo ostaggio rilasciato), è ucciso poco distante, nella piazza ove era solito giocare a bocce.
Pure colpito Cosimo Papone, ma con scarso successo perché, con mossa prontamente eseguita, riesce ad offrire un bersaglio soltanto parziale ai mitra delle S.S. Per cui, ferito di striscio, se la caverà con un braccio amputato.
Dalla chiesa, dove erano stati sospinti ed ammassati dopo la cattura avvenuta nelle loro abitazioni, vengono prelevati Egidio Papone (terzo ostaggio rilasciato), don Pietro Carli parroco del paese, don Vittorio De Andreis canonico-vicario di Lingueglietta, Andrea Ascheri, due profughi di Ventimiglia di cui uno dodicenne, ed Antonio Geranio; i civili sono immediatamente Trucidati lungo la rampa che immette alla mulattiera per Boscomare, invece i due religiosi, condotti in un fienile e uccisi, vengono cosparsi di benzina e bruciati.
Solo l'Ascheri, a cui si parla in francese e lo si invita a discolparsi, dopo aver subito una specie di processo farsa e dopo essere stato posto davanti al plotone di esecuzione per un po' di tempo, è rilasciato incolume, con minacce e l'ingiunzione di non muoversi dalla chiesa fino a nuovo ordine.
Compiuta la strage, gli assasini pongono mano al fuoco per cui ben poche case del paese rimangono indenni. Volutamente risparmiano la chiesa, la canonica, l'oratorio dei SS Cosma e Damiano ed alcune case site alla perifferia, invece incendiano tutte le altre case, la scuola e l'asilo, i fienili ele stalle.
Una densa nube di fumo si leva in aria e ben presto ricopre l'intero paese. Le case crollano con grande schianto in una scena apocalittica di desolazione e di morte. I superstiti, ancora ammassati in chiesa, vengono ammoniti a non uscire per le vie, pena la morte. I Tedeschi ed i fascisti, accampati in Torre Paponi, lasceranno l'abitato soltanto il giorno dopo, alle ore 11.30 circa (7)
La suora Giovanna Simondini, rimasta ferita durante il bombardamento di Pietrabruna, morirà ad Imperia nei giorni successivi. Ballestra Francesco, Maccario Domenico e Maccario Mario sono gli altri ventimigliesi della frazione Torri, uccisi nell'incursione di Torre Paponi.
[NOTE]
(1) (Gran parte dei tragici episodi di Torre Paponi narrati in questo capitolo sono stati tratti dalla testimonianza di Andrea Ascheri, nativo del luogo, menzionato nella narrazione come protagonista, miracolosamente scampato alla strage).
(2) (Da una relazione del responsabile S.I.M. del 3° Battaglione “Artù” al comando della IV^ brigata, del 17-12-1944, prot.n. 86/E/5).
(3) (Da una relazione di Maurizio Massabò “Italo” comandante del 2° distaccamento [I° Battaglione "Carlo Montagna"] al Comando della IV brigata, del 16-12-1944. Il garibaldino Luigi Rovatti “Lolli” sarà trasportato nell'ospedale partigiano di Tavole ove rimarrà fino al 28 gennaio 1945 e poi in quello di Arzene (Carpasio) ove guarirà).
(4) ( Da una relazione di “Gianni”, responsabile S.I.M., al comando della V brigata [d'Assalto Garibaldi "Luigi Nuvoloni"], del 18-12-1944).
(5) (Da una relazione di Francesco Bianchi “Brunero”, responsabile S.I.M. al Comando della V brigata, del 19-12.1944 n. 217).
(6) (Da una relazione di Italo Bernardi “Montanara”, responsabile S.I.M., al Comando della IV brigata, del 16-12-1944, prot. n. 360/N/12).
(7) Col titolo “Fremete”, riportiamo dal giornale provinciale “Fronte della Gioventù d'Imperia” anno I n. 5 (1944) la narrazione dei tragici fatti di Torre Paponi: "... Ancora non sono dimenticati (e quando mai potranno obliarsi) gli insani terrorismi effettuati dai Tedeschi a Lingueglietta, Poggio, Stellanello, ed ecco nuovi e sempre più barbari eccidi ai danni delle nostre innocenti e pacifiche popolazioni contadine. A Torre Paponi, paese che conta 150 abitanti, incredibile a dirsi, i nazisti piazzarono la mitraglia antiaerea contro la popolazione e ne fecero strage orrenda: ventiquattro sono per ora le vittime accertate. Ci è stato descritto lo spettacolo: appena entrati nel paese i militi dell'UNPA videro corpi orribilmente maciullati, uomini, donne, giovinetti. E non solo, ma l'ira dei teutoni si riversò pure su due sacerdoti che sono stati buttati in una casa in fiamme e quindi carbonizzati. La popolazione è in preda al panico più atroce. Appena gli uomini dell'UNPA comparvero davanti ad essa, tutta raccolta in chiesa, furono scambiati per Tedeschi, videro tutta la gente terrorizzata alzare le mani; però quando, con buone maniere, fecero loro comprendere che erano amici, gli infelici contadini li abbracciarono invocando soccorso. Contemporaneamente Pietrabruna veniva bombardata dai folli, barbari Tedeschi, che uccisero tre persone, finché una loro concittadina residente nel paese riuscì a farli desistere dal massacro. E Villa-Talla? Pure incendiata dai massacratori di Hitler. Questi gli atti continui, tristi e feroci, degni soltanto di belve, compiuti nei nostri paesi.  Imperiesi, Italiani, meditate! Le ombre delle povere vittime implorano ven detta! Il loro sangue innocente, i Tedeschi lo devono mordere nella polvere. Giustizia sarà!...".
Francesco Biga,
Storia della Resistenza Imperiese (I Zona Liguria), Vol. III. Da settembre a fine anno 1944, a cura dell'Amministrazione Provinciale di Imperia e con il patrocinio dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, Milanostampa Editore, Farigliano, 1977

Elenco delle vittime decedute
Amoretti Giovanni, civile.
Balestra (o Ballestra) Giovanni Battista, civile anni 55, deceduto il 16.12.1944 a Torre Paponi fraz. di Pietrabruna.
Ballestra Agostino, civile, anni 17, deceduto il 14.12.1944 a Torre Paponi fraz. di Pietrabruna.
Ballestra Francesco, civile, anni 44, deceduto il 16.12.1944 a Torre Paponi fraz. di Pietrabruna.
Barla Francesco, civile, deceduto il 14.12.1944 a Torre Paponi fraz. di Pietrabruna.
De Andreis Don Vittorio, canonico vicario di Lingueglietta fraz. di Cipressa, anni 72, ucciso e bruciato il 16.12.1944 a Torre Paponi fraz. di Pietrabruna.
De Carli Don Pietro. Parroco di Torre Paponi, anni 68, ucciso e bruciato il 16.12.1944 a Torre Paponi fraz. di Pietrabruna.
Fossati Antonio, civile, anni 43, deceduto il 16.12.1944 a Torre Paponi fraz Pietrabruna.
Geranio Antonio, civile, anni 40, deceduto il 16.12.1944 a Torre Paponi fraz. di Pietrabruna.
Gonella Valentino, civile, anni 34, deceduto il 16.12.1944 a Torre Paponi fraz. di Pietrabruna.
Guasco Carolina, civile, anni 45, deceduto il 14.12.1944 a Torre Paponi fraz. di Pietrabruna.
Guasco Francesco Giocondo, civile, infermo di mente deceduto il 14.12.1944 probabilmente presso il Cimitero di Costarainera.
Lanteri Pietro, civile, deceduto il 14.12.1944 a Pietrabruna.
Maccario Domenico, proveniente da Ventimiglia (fraz. Torri) sfollato a Pietrabruna, civile, anni 29, deceduto il 16.12.1944 a Torre Paponi fraz Pietrabruna.
Maccario Mario, proveniente da Ventimiglia (fraz. Torri) sfollato a Pietrabruna, civile, anni 17, deceduto il 16.12.1944 a Torre Paponi fraz Pietrabruna.
Novella Antonio (nome di battaglia “Novella”) di Giovanni, nato a Arma di Taggia il 12.02.1913, anni 21, contadino, partigiano (II Divis. iV Brig.) dal 14.05.1944 al 16.12.1944, n° dichiaraz. Integrativa 10511, deceduto il 16.12.1944 a Pietrabruna.
Pagani Valente (o Ernesto), civile, deceduto il 16.12.1944 a Torre Paponi fraz Pietrabruna.
Papone Bartolomeo di Giacomo, civile, anni 37, deceduto il 16.12.1944 a Torre Paponi fraz Pietrabruna.
Papone Bartolomeo di Maurizio, civile, anni 52, deceduto il 16.12.1944 a Torre Paponi fraz Pietrabruna.
Papone Egidio, civile, anni 40, deceduto il 16.12.1944 a Torre Paponi fraz Pietrabruna.
Papone Giacomo, civile, anni 16, deceduto il 16.12.1944 a Torre Paponi fraz Pietrabruna.
Papone Ida (figlia di Guasco Carolina), civile, anni 20, ferita il 14.12.1944 a Torre Paponi fraz Pietrabruna, deceduta ad Imperia il 16.12.1944.
Papone Luigi, civile, deceduto il 16.12.1944 a Torre Paponi fraz Pietrabruna.
Papone Stefano, civile, anni 17, deceduto il 16.12.1944 a Torre Paponi fraz Pietrabruna.
Ranise Gio Battista, civile, deceduto il 16.12.1944 a Torre Paponi fraz Pietrabruna.
Sciandra Giuseppe (nome di battaglia “Matteo”) di Matteo, nato a Pamparato il 12.10.1907, anni 37, partigiano (II Divis. IV Brig.) dal 11.08.1944 al 14.12.1944, n° dichiaraz. Integrativa 3068, fucilato il 14.12.1944 a Pietrabruna (da documento partigiano), deceduto presso cimitero di Costarainera (da opuscolo ”L'eccidio di Torre Paponi”), deceduto il 17.12.1944 a Cipressa (da certificato di morte rilasciato dal Comune di Imperia del 3.08.1945).
Simondini Suor Giovanna, ferita il 16.12.1944 a Pietrabruna, morirà a Imperia il 17.12.1944 per le ferite riportate.
Temesio Matteo, civile , anni 41, deceduto il 16.12.1944 a Torre Paponi fraz Pietrabruna.
Altre
Papone Cosimo, civile, rimane ferito ma si salva, (braccio amputato).
Sabina Giribaldi, Episodio di Torre Paponi, Pietrabruna, 14-16.02.1944, Atlante delle Stragi Naziste e Fasciste in Italia
 
Sono stato a Torre Paponi in questi giorni per ricostruire, nella sua dure e tragica realtà: le giornate di terrorismo vissute da quella onesta e laboriosa popolazione, che fu certamente la più martoriata di tutta la provincia; ne faccio ora una breve relazione, mettendo in rilievo soprattutto la figura dei due venerandi vecchi Sacerdoti, che in quella circostanza vennero bruciati vivi dagli sgherri sacrileghi di Hitler e Mussolini. Gli abitanti del paese rievocano le gesta di quei barbari con le lacrime agli occhi e sotto l'impressione di un diabolico terrore, che ancor oggi sembra li riempa di spavento. Pare incredibile che degli uomini abbiano potuto compiere atti selvaggi e crudeli! Quello che hanno fatto a Torre Paponi è una conferma sicura di tutto quello che i sicari di Satana hanno perpetrato nei campi di concentramento e nelle camere della morte in Italia, in Germania e nella Polonia. Qui mi fermo a descrivere le gesta sanguinarie di Torre Paponi, e lo faccio rapidamente, ma con precisione e chiarezza. Le giornate del terrore si aprono per quella gente pacifica e buona il 14 dicembre 1944. Al mattino per tempo passano nel paese nazisti e fascisti, che salgono sui monti in cerca di patrioti. La sera, al ritorno, entrano a Torre Paponi sparando all'impazzata e assassinano due donne e un uomo. Il 16 sabato ritornano fin dal mattino con diversi camion, provenienti da San Lorenzo, mentre altri scendevano dalla montagna, passando da Lingueglietta e da Boscomare. Erano senza dubbio insieme nazisti e fascisti, perché parlavano correntemente l'italiano e anche il nostro dialetto ligure! Iniziano la giornata con una sparatoria indiavolata, mettendo tutte le loro armi in azione: rivoltelle, moschetti, mitra, mortai e cannoni. La valle di San Lorenzo sembrava una bolgia infernale. Le donne, i vecchi e i fanciulli vengono chiusi nella Chiesa Parrocchiale dei Santi Cosma e Damiano. Intanto fuori i predoni e gli assassini compiono brutalmente i loro misfatti, svuotano le case di tutto ciò che potevano avare qualche valore, compreso mucche, capre, muli; e poi appiccarono il fuoco ai fienili, alle stalle, alle legnaie e uccidono tutti gli uomini e giovani che trovano in paese, sottoponendoli a orribili e strazianti torture. La piccola frazione di Torre Paponi viene così trasformata in un teatro di guerra, lasciando tutte le contrade seminate di morti. Di fatti ne uccidono 22 sopra 40 uomini, quanti ne poteva contare allora il piccolo paesetto. Solo uno Papone Marco, è riuscito a salvarsi dalla morte, perché quelle belve lo credevano morto. Gli hanno tagliato un braccio, gli hanno strappato i capelli e lo Hanno lasciato sulla strada! Do qui i nomi delle vittime, che saluto con l'anima commossa e piena di indignazione contro quelle tigri e quelle iene che godevano come demoni nell'orgia sanguinaria. Scriviamo questi nomi nei nostri cuori e custodiamoli come una cosa sacra, in modo indelebile, come i nomi dei caduti sull'altare della Patria e per la conquista di una vita civile e libera. Il loro sangue, è il sangue di tutti i nostri morti, valga a cementare l'unione e la fraternità del popolo italiano, che è riuscito a prezzo di tanto sacrificio, a spezzare le catene, che, per oltre un ventennio, lo tennero legato alla più obbrobriosa schiavitù.
Don Vittorio De Andreis, Parroco e Vicario Foraneo di Lingueglietta;
Don Pietro Carli, Parroco di Torre Paponi
Papone Ida
Guasco Carolina Papone
Amoretti Giovanni
Gonella Martino
Barla Francesco
Papone Bartolomeo fu Maurizio
Papone Bartolomeo di Giovanni
Papone Stefano
Papone Giacomo
Papone Luigi
Fossati Antonio
Papone Egidio
Temesio Matteo
Valencia Gonelli
Geranio Antonio
Pagani Valente
Macario Luigi
Macario Mario
Balestra Agostino
Balestra Francesco
Ma soprattutto è contro i due venerandi Sacerdoti che quei sacrileghi banditi usarono tutta la loro ferocia di barbari, indegni del nome di uomini. Il povero Don Pietro Carli, parroco di Torre Paponi, un bravo sacerdote milanese, sempre buono e affabile con tutti, fu sorpreso all'altare, mentre stava preparando per la celebrazione della Messa. Erano le 6.30. Lo strapparono all'altare, Obbligandolo a sedersi nei banchi della Chiesa con la popolazione, che nel frattempo entrava terrorizzata e piangente. Il bravo e pio sacerdote Incominciò a pregare insieme ai suoi parrocchiani recitando il Santo Rosario. Passò appena mezz'ora ed ecco gli sbirri che vengono a prenderlo. A pugni e calci lo spingono fuori della Chiesa. poi lo prendono per le gambe e per le braccia e lo portano di peso, percuotendolo brutalmente, fino alla porta del fienile di un certo Ascheri Matteo, dove giunti si fermano, lo percuotono ancora con pugni, calci e bastonate, lo gettano in mezzo alle fiamme, che divampano e crepitano come da una bolgia infernale. I resti, consistenti in poche ossa, vennero ritrovati soltanto dopo un mese dalla macabra giornata tra le ceneri dell'immenso braciere. L'altro venerando e santo sacerdote, conosciuto ed apprezzato in tutta la diocesi per le sue preclare virtù di santità e scienza , vecchio di 72 anni, il Rev. Don De Andreis, Parroco e Vicario Foraneo di Lingueglietta, arrivò a Torre Paponi verso le 8. Lo presero i banditi nazi-fascisti nella sua Chiesa Parrocchiale mentre suonava le campane per la Messa. A pugni e calci, apostrofandolo con ogni sorta d'improperii, lo spinsero attraverso aspri sentieri, fino a Torre Paponi, accompagnandolo in chiesa, dove giunse sfinito, senza poter pronunciare una parola. Cadde a terra e poi si riebbe, mettendosi a sedere sui banchi; la corona del Rosario in mano pregava, recitando il S. Rosario. Dopo una mezz'ora, ecco nuovamente gli sgherri che entrarono in Chiesa e prelevano il Santo Sacerdote. Alzatosi, giunge le mani verso l'altare, poi getta uno sguardo sul popolo come per salutare tutti l'ultima volta, e viene spinto fuori, nelle vie del paese, a calci e pugni, giù giù dalla parte di Pietrabruna, sulla strada carrozzabile, dove stava il comando di quei maledetti. Laggiù non si sa come venne trattato; ma possiamo immaginarlo benissimo, perché fu riportato quasi subito in paese, sempre a calci e pugni, fino alle prime case, che ardevano da enorme incendio.
Qui una donna, esterrefatta dalla paura, che stava sulla strada accanto al marito, vecchio e paralitico, certa Maddalena Re mi racconta come ha potuto assistere all'ultima scena dell'orribile esecrando sacrilego delitto. Giunti alla porta della stalla di Papone Domenico, trasformata in fienile e legnaia, si fermarono, intimando alla donna di allontanarsi e andare in Chiesa. Ma la povera donna fece notare che aveva il marito infermo, in condizioni pietose, sulla strada, e non si sentiva di lasciarlo. Allora il pio Sacerdote a supplicare quelle tigri che avessero compassione di questa povera donna, perché in verità il marito si trovava da tempo in quello stato pietoso. Uno di quei sgherri afferra la donna per un braccio e le dice: “vieni con me”. Essa rispose: “ma io ho paura a venire con voi, perché voi mi uccidete”. Nelle strade, dappertutto, c'era già pieno di morti! “”No risponde il manigoldo, non è per uccidervi, ma perché non vediate ciò che faremo al prete”. Proprio in quel momento essa guardava e vedeva il sacerdote, le mani giunte gli occhi verso il cielo, e i sacrileghi assassini che lo prendono a forza e lo gettano nella fornace, spingendolo con lunghi bastoni, mentre cercava istintivamente di uscire da quel fuoco d'inferno. In seguito la popolazione andò ad intingere pannolini e fazzoletti nel sangue del martire per conservare la reliquia di un santo come i primi cristiani. Non posso dimenticare un povero padre, che mi raccontava piangendo come gli trucidarono il figlio Papone Stefano dinanzi ai suoi occhi e presente la mamma e la sorellina di 12 anni. Un altro giovane 15 anni quasi morente, il ventre squarciato (e gli uscivano le budella) invocava piangendo la mamma, e quelle belve vestite da uomini gli spararono un colpo alla testa, dicendogli beffardamente: “Te la diamo noi la mamma. Prendi”. Alle 10 tutto era finito. I camion, carichi della refurtiva, compreso mucche, capre e muli si allontanarono verso San Lorenzo, mentre un gruppo saliva a Pietrabruna a seminare altri lutti ed altre rovine. La popolazione rimase così esterrefatta e sbalordita che non seppe più uscire di Chiesa, dove sostò spaventata dal terrore per diversi giorni. Questa la tragica storia delle terroristiche giornate di Torre Paponi.
Tratto dalla relazione del teologo Mons. G.B. Revelli
Redazione, La strage di Torre Paponi, Pietrabruna me amù
 

giovedì 12 gennaio 2023

Al rumore degli aerei molta gente scappa verso la campagna

 

Ventimiglia (IM): uno scorcio del ponte ferroviario sul fiume Roia e della zona Gianchette
 
Ventimiglia (IM): a sinistra in basso la collina dei Frati Maristi; di fronte la Frazione Roverino

Ventimiglia e la seconda guerra europea. (Appunti Storici dei Fratelli Maristi in Italia - Libro in edizione)
(1943)
[...]
Cominciando da dicembre in poi, anche Ventimiglia fu bombardata spaventosamente. La prima incursione aerea, il 10 dicembre, sorprese la popolazione nelle case, sull'ora di mezzogiorno: le vittime, nella regione tra il camposanto e il ponte ferroviario, e poi nella regione di Vallecrosia [n.d.r.: zona Nervia di Ventimiglia, invero], salirono quasi al centinaio. Un gruppo di Fratelli della comunità accorse per portare i primi soccorsi ai colpiti. Due giorni dopo, tutte le sezioni della casa parteciparono, fungendo da cantoria, al funerale celebrato dal Vescovo in presenza dell'imponente montagna di feretri, alcuni ancora socchiusi in attesa di identificazione, accatastati proprio sul luogo da noi scelto di recente per la nostra tomba di famiglia. I presunti obbiettivi del bombardamento, i due ponti ferroviari, ai due estremi della città, risultarono completamente incolumi.
Pochi giorni dopo, il 13 dicembre, nuova incursione. Gli studenti che si recavano presso l'apiario per la ricreazione, scorsero presto la formazione dei 18 bombardieri venire dal lato del mare e dopo un attimo trovarsi quasi sulle loro teste senza avere, credevano, sganciato nulla. Mentre alcuni cominciavano a darsela a gambe, ecco sulla costa del mare alzarsi colonne d'acqua, pietre, fumo, sempre più vicino, in direzione precisamente della casa nostra. Allora fu una fuga terrorizzata verso qualunque riparo. Per fortuna nessun proiettile venne sganciato a meno di 500 metri da casa! Spavento ancora maggiore toccò ai novizi già avviati per la passeggiata verso la città. Erano vicini alla caserma Gallardi quando furono sorpresi dai primi scoppi di bombe sul sovrastante forte San Paolo. C'era da aspettarsi un macello; mentre, grazie certamente a una protezione speciale del cielo, solo poche zolle di terra li raggiunsero accovacciati contro il muro superiore della strada. Anche questa volta il Fr. Direttore permise ad alcuni Fratelli di accorrere in soccorso dei feriti. Le vittime per fortuna non furono numerose, ma lo spavento fu grandissimo tra la nostra gioventù. Anche ai più maturi la nostra casa, così appartata, non sembrò più offrire tutte le garanzie di sicurezza. Tra i più giovani poi, del noviziato e dello scolasticato, un certo numero, di complessione nervosa meno resistente, cominciarono a non aver più riposo...
Aa.Vv., Pennellate storiche sulle Comunità mariste d’Italia e Destinazione annuale dei Fratelli, 1887-2003. Volume 3º, Provincia Marista Mediterránea, Guardamar del Segura - España, 2018

Ventimiglia (IM): uno scorcio dell'ex Casa dei Frati Maristi

Ventimiglia (IM): un tratto della strada di accesso all'ex Casa dei Frati Maristi in Località Santo Stefano

Ventimiglia (IM): il Convento dei Frati Maristi. Fonte: Aa.Vv., Pennellate storiche... op. cit.

10 dicembre 1943, venerdì
Prima incursione aerea su Ventimiglia, alle ore 13,30 circa. Prima è stato sorvolato e bombardato il ponte sul Nervia, verso Vallecrosia. Il ponte è rimasto intatto, ma sono state mietute molte vittime. Pochi minuti dopo, altro stormo di aeroplani, circa 26, che ha colpito le Gianchette, in via Tenda. Le vittime, fra un posto e l’altro, oltrepassano il centinaio. Il frantoio, la casa Palmero e tutte le case vicine sono state rase al suolo.
22 dicembre
Morte del nonno, ore 10.
23 dicembre
Alle ore due del pomeriggio si deve fare il funerale. Poco prima dell’ora stabilita, seconda incursione su Ventimiglia. Bombe sganciate, qualcuna in mare e le altre in via Saonese, vico Colletta e viuzze vicine [n.d.r.: strade di Ventimiglia Alta]. Meneghin Palmero u Descaussu e qualche altro non sono stati più trovati. Un posto che è stato proprio centrato in pieno è dove abita Giuanin de Lüchin. Ben cinque sono state le bombe sganciate in quel sito che hanno spianato tutto schiantando le piante d’olivo e rovinando ogni cosa. Maria era sola in casa e si è salvata miracolosamente. Giuanin è venuto al funerale del nonno e questa è stata forse la sua salvezza. Se fosse stato in casa o in campagna chissà se ora sarebbe ancora vivo. Funerale davvero da ricordare; la gente che era venuta per l’accompagnamento spaventata, parecchi sono corsi via. Perfino il curato ha detto di sospendere il funerale, che poi è stato fatto circa mezz’ora dopo, appena saputo che il ponte e la strada erano intatti. Lo spavento è stato indescrivibile per tutti, si vedevano due grandi nubi di fumo salire, su dietro Peidaigo. Giuanin è corso via perché temeva che fosse successo qualche cosa nel luogo dove abitava e così fu infatti: è stato un posto molto colpito. Lo zio Andrea è stato ferito, si trovava al Campassu [zona specializzata delle ferrovie verso Nervia], è stato colpito da schegge ad una coscia ed ha un braccio rotto. L’hanno portato a Sanremo, assieme agli altri feriti. Il funerale del nonno è finito con solamente pochissimi parenti, ossia quelli di casa.
24 dicembre
Giuanin, dopo aver passato la notte scorsa di vedetta alla sua casa rovinata, stasera è venuto a prendere alloggio nella nostra casa, che certo a noi non disturba e siamo contenti di offrire quel che possiamo. Anche la zia Antonia è qui.
25 dicembre. Natale
Moltissimo lavoro * abbiamo perché la gente è tutta in giro per le campagne. Per paura dei bombardamenti, nessuno vuole più stare a Ventimiglia. * Come si è detto, l’Autrice del Diario, Caterina Gaggero ved. Viale, gestiva, con l’aiuto della figlia Ada, l’osteria-trattoria da Bataglia, sita nel territorio della frazione Ville, ma nelle vicinanze di Latte (nota di Renzo Villa).
26 dicembre
Anche oggi moltissima gente in giro, causa gli allarmi. Per fortuna che fanno bellissime giornate, sembriamo essere al mese di maggio.
Caterina Gaggero Viale, Diario di Guerra della Zona Intemelia 1943-45, Edizioni Alzani, Pinerolo, 1988 
 
I ponti - stradale e della ferrovia - sul torrente Nervia, tra la zona Nervia di Ventimiglia e Camporosso



«Sono 24; no, sono 26» discutono tre ragazze che da Vallecrosia - dove frequentano le scuole di Maria Ausiliatrice al Torrione - pedalano verso casa a Ventimiglia.
Ma la discussione viene interrotta da argomenti assai convincenti: le bombe che piovono dagli aerei americani.
È la prima volta che la zona viene bombardata.
Le ragazze quasi per istinto si gettano a terra ed assistono alla distruzione di Nervia, che nel 1943 non era certo come oggi. Nessuno degli attuali palazzi; case anche abbastanza isolate attorno alla Piazza d’armi, quello stesso spiazzo che esiste ancora oggi in parte ed utilizzato per giochi dei bambini.
Poi l’orrore: chi descrive oggi quel giorni, lo fa ancora con le lacrime agli occhi, lacrime che capiscono coloro che oggi hanno passato i cinquanta, ma meno i più giovani, che difficilmente sanno immaginare cosa si possa provare al trovarsi accanto la amica morta e straziata.
Ma c’è anche la solidarietà. Alle ragazze sole la proposta di amici, anche loro nelle stesse condizioni, di aiutarle a guadare il Nervia: ma siamo al 10 dicembre e l’acqua è gelida. E i genitori che a Ventimiglia hanno tutto sentito ma nulla sanno dei loro figli? Subito avvisare la scuola, come punto di riferimento, perché il telefono non era diffuso. Poi c’è chi finalmente vede il padre; due trovano uno sconosciuto ferito ad una gamba. Non ci sono ambulanze, perché la strada non esiste più: e allora lo si carica sulla canna della bicicletta e a mano lo si porta dove possa essere medicato.
Poi si raggiunge Ventimiglia: ma come?  Passando - bicicletta in spalla - per Collasgarba, dalla quale però si sente, più che vedere, ciò che stava succedendo sul ponte del Roia
[...]  Era una giornata splendida e sia lungo il mare che in città erano molti anche i forestieri che passeggiavano al sole. Al rumore degli aerei molta gente scappa verso la campagna, in particolare verso le Gianchette, dove c’erano alcune case semplici e dove ancora pascolavano le mucche.
Ma proprio lì, per un errore di calcolo, picchiano le bombe.
«Noi scappavamo da Ventimiglia - racconta una signora - verso le Gianchette, praticamente in campagna, dove ci avevano offerto rifugio il marmista e una sua vicina; alcuni che erano con noi si sono fermati, e sono morti. Mia mamma per fortuna ci portò di corsa nella galleria (una sorta di casamatta) allora esistente all’interno del cimitero: qui trovammo rifugio e salvezza. Ciò che si presentò ai nostri occhi quando uscimmo non lo so; mia mamma mi impedì di vedere a me, bambina, tanto era lo strazio».
Tutto distrutto alle Gianchette.  Sotto le macerie quanti vi si erano rifugiati.
«Io mi sono salvato - racconta un altro - perché al sentire gli aerei mi sono gettato a terra assieme a due persone che erano con me. Due nostre amiche che camminavano poco più avanti e che non si gettarono a terra, furono prese in piedi e in pieno. Una fu poi riconosciuta tramite un suo anello, tanto poco era rimasto di lei; un’altra, ferita all’addome, una volta ricomposta in faccia era bella come una madonna. Orribili a vedersi i cadaveri, denudati e anneriti dalle esplosioni».
«Ma lo strazio del 10 dicembre 1943 - prosegue un’altro, che in quel giorno perse mamma e parenti ed ebbe la moglie ferita - va ricercato nel fatto che da tempo gli aerei passavano su Ventimiglia per andare a bombardare Torino e Grenoble: quindi non ci facevamo gran caso, e fummo presi di sorpresa».
Chi ha vissuto questi giorni, chi li ricorda sulla propria pelle o chi ha perso parenti ed amici; quando ne parla non può non commuoversi: sono cose che incidono in perpetuo la vita di una persona.
Marisa De Vincenti, C'ero anch'io, La Voce Intemelia, anno XLVIII n. 12 - dicembre 1993, articolo qui ripreso da Cumpagnia di Ventemigliusi
 
Comune di Ventimiglia. Incursione del 10 dicembre 1943
“... in mezzo al pericolo, al dolore, alla morte, i Vigili del Fuoco risposero encomiabilmente a tutte le necessità e a tutte le richieste ricuperando salme, traendo a salvamento feriti. ... I Vigili del Distaccamento ebbero a ricuperare e trasportare al cimitero 78 salme, trassero a salvamento dalle rovine 52 feriti tre dei quali con difficili manovre a mezzo scala in parti elevate di fabbricato rimaste pericolosamente in equilibrio. ...
Merita particolare segnalazione l’opera del Vigile PICCONE Bernardino indirizzata con particolare sentimento al recupero di numerosissime salme”.
ing. Mario TRUCCHI
Redazione, 1835-2015. Guardie del Fuoco, Pompieri, Vigili del Fuoco Caduti nell’adempimento del dovere, Ministero dell'Interno. Dipartimento dei Vigili del Fuoco Soccorso Pubblico e Difesa Civile. Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco, 2015
 
6 gennaio 1944. Epifania
Anche oggi molta gente qui nella nostra osteria [n.d.r.: la "Battaglia", tra Strada Ville e Frazione Latte, in Ventimiglia (IM)], come del resto quasi tutti i giorni; abbiamo avuto un allarme solo alle undici.
7 gennaio 1944
Stamane, Antonia e Manin si sono alzate alle 5 e mezzo per andare a San Remo a trovare lo zio Andrea e sono state molto in dubbio nel partire dato che si sentiva un violento bombardamento. Sebbene fosse lontano tremavano i vetri.
Sono partite, ma anche a San Remo non se la sono passata tanto bene, si sono rifugiate verso Bignone.
8 gennaio 1944
Oggi tre allarmi, anche stamane verso Nizza (dicono Saint-Raphael) violento bombardamento. Anche a San Remo sono state gettate alcune «pillole», sul porto e in città, ma nulla è capitato allo zio Andrea.
La città più devastata nella nostra Riviera è Imperia-Oneglia; quasi tutti i giorni vi fanno visita gli aeroplani inglesi.
9 gennaio 1944
Anche oggi due allarmi e abbiamo sentito il violento bombardamento in Francia. Qui da noi molta gente, come del resto tutti i giorni e noi siamo arcistufe essendo stanche di fare una vita così. Sebbene ci sia ancora il guadagno, preferiremmo il lavoro della campagna.
Caterina Gaggero VialeOp. cit.