sabato 31 ottobre 2026

Ed i partigiani attaccarono la sede della Brigata Nera di Sanremo

Apricale (IM)

Per l'assenza dei garibaldini in paese, il 20 di settembre [1944] brigatisti neri della formazione di A. Mangano puntano su Baiardo dove saccheggiano case, stalle e catturano una cinquantina di ostaggi che, condotti a San Remo, verranno in seguito rilasciati. 
Il giorno stesso dell'attacco a Badalucco, altre formazioni nazifasciste compiono rastrellamenti nuovamente a Baiardo e a Pigna. Nel pomeriggio del 24 agenti armati in borghese avevano cercato di individuare le posizioni partigiane e istituito punti di segnalazione con bandiere colorate presso un'interruzione sulla strada di Perinaldo e su quella di Apricale, un chilometro da San Martino e sotto la strada mulattiera di San Romolo (fontana del Masco ad Aresaggio). 
All'alba del 25 una formazione di una sessantina di Tedeschi, partita da Perinaldo, inizia l'azione. Lasciati una quindicina di uomini di retroguardia presso l'interruzione, si dirige nel bosco raggiungendo la fontana del Masco. Una seconda formazione di circa settanta fascisti, lasciato San Romolo e istituito un piccolo presidio presso la galleria, marcia verso il cimitero di Baiardo, mentre una terza, di quaranta uomini, per varie mulattiere da Apricale giunge presso la chiesa di San Vincenzo tra Berzi e Aresaggio. 
Tre colpi di pistola, sparati alle sette circa dal nucleo nemico fermo presso la predetta interruzione, segnano l'inizio dell'azione su Baiardo. La formazione ferma al cimitero si muove ed entra nella strada provinciale del paese mentre le altre, sulle mosse della prima, accerchiano Baiardo, istituendo posti di blocco a Berzi e in altre località per impedire tentativi di fuga di civili o di partigiani verso i boschi circostanti.
Il garibaldino Blancardi Martino rimase ferito ad una gamba. 
I partigiani, che erano stati avvisati dell'imminente azione nemica, avevano già abbandonato la località. Il camerata Mangano, segretario politico del Fascio di San Remo, che già ben sapeva dell'assenza dei partigiani, con la certezza che non si sarebbero accesi combattimenti conduce l'azione con tracotanza e stile fascista (1). Ordina ai suoi uomini, occupati in azioni stupide e odiose, di distruggere la casa che ricoverava i partigiani. Muore un partigiano sedicenne nativo di Vallebona, probabilmente di nome Loi, detto «Rebaudo». 
Nel pomeriggio, lasciando il paese sotto il fuoco di una pattuglia garibaldina, scrivono sui muri di una casa: «Siamo fascisti di San Remo. Partigiani, se avete del coraggio veniteci a trovare!». Pochi giorni dopo questa frase costerà a loro molto cara. 
Il mattino del 25 altri nazifascisti tentano di assalire il presidio di Pigna tenuto dal 4° distaccamento della V brigata per impadronirsi del paese.
Dopo le prime avvisaglie sul ponte rotto, la principale delle due colonne nemiche, che presumibilmente aveva avuto l'incarico di investire frontalmente il presidio, assume formazione di combattimento sotto il fuoco garibaldino. Protetta dalla natura del terreno riesce a raggiungere le Casermette a un chilometro dall'abitato ove è costretta a sostare combattendo. 
La seconda colonna, col compito di aggirare Pigna, costeggiando il monte Vetta all'altezza del torrente Nervia, riesce a raggiungere la zona del lago Pico all'estremità del paese. Sorpresa dal tiro sbagliato dei propri mortai, si dà a precipitosa fuga lasciando sul terreno armi e munizioni. Nella ritirata cade sotto il fuoco del distaccamento partigiano di Castelvittorio che causa ad essa la perdita di alcuni uomini (due uccisi e cinque feriti). Così, nel primo pomeriggio desiste dall'attacco e ritorna alla base conducendo via un partigiano sorpreso in un casolare. 
Un gruppo di garibaldini del 4° distaccamento interrompe la strada militare proveniente da Rocchetta Nervina e Camporosso per un tratto di diciotto metri. 
[NOTA]
(1) In settembre il Comando della V brigata, per esaltare il loro contributo dato alla Resistenza e spronarli alla lotta sempre più dura, lanciava agli eroici contadini di Baiardo sottoposti a frequenti puntate offensive e razzie nemiche il seguente manifesto
"Concittadini di Baiardo, 
Ormai l'idra fascista ha perduto le zampe. 
Fatevi coraggio, da noi non sarete più abbandonati.
Qualunque vessazione vi verrà fatta dai vermi fascisti, senz'altro sarà punita severamente. 
Pace agli oppressi e morte agli oppressori.
Noi non abbiamo paura della sbirraglia fascista e, soprattutto dei famosi Tedeschi invincibili. Ad essi abbiamo già dato qualche esemplare lezione.
Contadini! Oggi voi avete dimostrato di essere all'avanguardia del movimento di liberazione nazionale, che si è imposto in tutta l'Italia ancora invasa dai Tedeschi e infestata dai fascisti. Per l'ottanta per cento i distaccamenti partigiani sono costituiti dai vostri figli. E' la vostra anima semplice e pura che ha saputo scegliere la via dell'onore e della redenzione della Patria. E per questa via i vostri figli hanno affrontato e affrontano gli indescrivibili sacrifici della lotta partigiana.
Dunque a voi contadini è riconosciuto l'alto onore di avere iniziato e sostenuto con tanto valore la lotta partigiana in Italia.
Continuate su questa strada e aiutate i partigiani!
Non portate prodotti agli avversari, sabotate i traditori fascisti e gli invasori Tedeschi. Non pagate tasse alla disonorata amministrazione fascista. Aiutateci a liquidare le spie vili.
L'ora della liberazione è ormai vicina. Siate uniti e solidali nella nostra lotta. 
Viva l'Italia libera. Viva i contadini italiani..." 
Francesco Biga, Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria). Da settembre a fine anno 1944. Vol. III, a cura Amministrazione Provinciale di Imperia e patrocinio IsrecIm, Milanostampa Editore - Farigliano, 1977, pp. 94-96

Sanremo (IM): Via Marsaglia

Una notte dell'ottobre 1944 la città di Sanremo fu messa a subbuglio da un infernale fuoco di fucileria e dallo scoppio di bombe a mano. Per buona parte della notte l'eco delle fucilate giunse ad intermittenza nei ricoveri antiaerei e nelle gallerie, dove la gente trascorreva ormai parte dei giorni e delle notti, sotto la minaccia dei continui bombardamenti aerei e navali. Quella notte si parlò di un attacco di paracadutisti alleati combinato con la discesa delle formazioni partigiane dalla montagna, e molti onesti cittadini si aspettavano, al levar del sole, di vedere sventolare dalle finestre l'Union Jach o la bandiera stellata. Il giorno appresso la propaganda fascista menò gran vanto dell'impresa notturna: i baldi eroi delle brigate nere, l'ineffabile Mangano ed il torvo Ravina blaterarono di un attacco in forze di tre o quattrocento «ribelli» respinto da un esiguo numero di «valorosi» fascisti, i quali, malgrado fossero stati, in un primo tempo, quasi sopraffatti dalla potenza nemica, erano, alla fine, riusciti, dopo una resistenza veramente sovrumana, a battere le orde dei «banditi» ed a volgerle in fuga. E, nelle notti successive, il sig. Mangano, ad ogni buon conto, cambiò domicilio; il livido Ravina si rifugiò in galleria; le pattuglie vennero raddoppiate e la sede del Fascio fu trasferita. Il terrore che la Brigata Cittadina incuteva divenne quasi spasmodico. La guerra era discesa, decisamente, nelle strade della città. 
E pure non si trattò che di una beffa: una beffa ben riuscita, ma niente altro. Autore dell'impresa - veramente disperata, se si pensa che la città era saldamente occupata da centinaia di nazifascisti, senza contare un esercito di spie ed informatori al loro servizio - fu il nostro Ghepeu [Sergio Grignolio] con due suoi compagni. Ghepeu che quasi ogni notte calava in città per qualche fruttuosa «battuta» - come egli la chiamava - aveva divisato di far saltare - egli si era specializzato, ormai, nel maneggiare gli esplosivi - addirittura la casa del Fascio in Piazza Colombo ed i capi della banda, i gregari, gli archivi e tutto il resto. 
Senza badare al pericolo di una delazione, si mise a contatto con un milite che avrebbe dovuto facilitargli il compito, aprendogli la porta della casa del Fascio, in modo da permettergli di entrare di sorpresa, disarmare gli occupanti e fare il resto. 
A notte avanzata egli scende già da via Marsaglia con due compagni armati di mitra e si apposta all'angolo di Piazza Colombo in modo da tenerli sotto mano in caso di bisogno. Arma la pistola, tiene pronta una bomba a mano ed attraversa rapido la strada buia. Non un'ombra, né un rumore, ovunque. Egli è scalzo ed avanza come un gatto. Giunge alla porta e bussa tre volte, come d'accordo. Nessuna risposta, ma sente, attraverso il legno, una voce che sussurra qualcosa. 
Intuisce che le cose non vanno come erano state previste. Capisce d'essere stato tradito e, con pochi balzi, si ritrae all'ombra del palazzo di fronte, accosciandosi con una bomba a mano pronta ad essere lanciata. E' appena giunto sulla nuova posizione che la porta del Fascio viene spalancata di colpo ed una massa di ombre nere ne scaturisce sparando all'impazzata. Si sente assordare dai rumori degli scoppi, ma resta immobile in attesa. Dopo due o tre minuti che gli parvero interminabili, ode le secche scariche di mitra dei suoi nomini giungere da via Marsaglia. I fascisti si distendono lungo il muro della sede del fascio e continuano a sparare all'impazzata, urlando come indemoniati. 
Ghepeu scorge un gruppo di «neri» sullo scalone d'ingresso punteggiato dai lampi delle revolverate. Alza la bomba e la lancia. Un lampo accecante investe il gruppo che si sbanda, mentre due ombre cadono. E immediatamente dopo tutti i fascisti abbandonano la piazza, e, come un branco di montoni impazziti dal terrore, fuggono verso la loro tana. I due caduti vengono trascinati dentro, la porta socchiusa, e dallo spiraglio e dalle finestre si ricomincia a sparare all'impazzata. 
E Ghepeu, placido come sempre, lancia un'altra bomba, a guisa di ultimo saluto. Poi, strisciando lungo i muri, raggiunge i compagni e con essi riprende la strada dei monti.  
Mario Mascia, L'epopea dell'esercito scalzo, Ed. ALIS, 1946, ristampa del 1975 a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, pp. 283,284