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giovedì 21 maggio 2020

Io scelsi la via della montagna


Una vista sui monti che sovrastano la strada tra Castelvittorio (IM) e Baiardo

Nel gennaio del 1944 fui chiamato alle armi insieme con gli altri ragazzi della classe 1925. Siccome non condividevo gli ideali fascisti ed era chiaro che la guerra era ormai perduta, decisi di non presentarmi.
Tuttavia, quando seppi che a causa della mia renitenza avevano arrestato mio padre, mi recai al distretto militare di Savona e cominciai il servizio di leva; ma lo feci soltanto perché lo rilasciassero.
Fui destinato al II° Reggimento Artiglieria di stanza ad Acqui Terme (erano i primi giorni di marzo) e dopo un mese ci ordinarono di trasferirci in Germania per fare addestramento, così scappammo quasi tutti: dei tremila che eravamo, rimasero soltanto un centinaio di soldati.
Questi andarono poi a formare la Divisione Monte Rosa, che rientrò in Italia nell'autunno dello stesso anno.
Dopo la fuga tornai a Castel Vittorio e grazie ad un conoscente riuscii con altri ragazzi ad ottenere l'esonero dall'esercito e a trovare lavoro nei boschi comunali.
Un giorno, mentre stavamo facendo carbone, arrivò un gruppetto di partigiani comunisti che ci obbligarono a scegliere: O tornate a casa, o vi unite a noi: il carbone per i fascisti non lo dovete fare.
Quegli uomini facevano parte di un distaccamento comandato da Vittorio Guglielmo (Vittò) e da Bruno Luppi (Erven), e il loro quartiere generale era a Langan [nel comune di Castelvittorio (IM)].
 

Io scelsi la via della montagna, sia perché condividevo le loro idee politiche sia perché mi ripugnava l'idea di nascondermi in un momento in cui l'Italia aveva bisogno dello sforzo di tutti per essere liberata.
A Langan i partigiani presero le mie generalità e mi diedero Rodi quale nome di battaglia.
Nei giorni successivi, Bruno Luppi costituì un distaccamento [il V° dell'allora IX^ Brigata d'Assalto Garibaldi "Felice Cascione", formata il 20 giugno 1944 e diventata il 7 luglio 1944 II^ Divisione] di una trentina di uomini con base in un bosco vicino alla frazione Vignai, nel comune di Baiardo: il gruppo aveva lo scopo di isolare la postazione tedesca sul monte Ceppo, che impediva il transito da Baiardo a Langan [n.d.r.: Carmo Langan, località in altura del comune di Castelvittorio (IM)].
Io entrai a far parte del distaccamento in qualità di portaordini e il 26 giugno 1944 ricevetti il battesimo del fuoco.
Le nostre staffette avevano segnalato l'arrivo di una colonna di sei camion tedeschi. Partimmo all'alba e verso le dieci giunsero sulla strada i primi due veicoli.
Lanciammo contro di loro una decina di bombe a mano e li distruggemmo completamente.
Scendemmo allora sulla strada per recuperare le armi dei nemici; ma in quel momento sopraggiunsero gli altri camion, i tedeschi scesero e si posizionarono, disperdoci a colpi di mitragliatore.
Dei nostri Argo fu ucciso e il comandante Luppi gravemente ferito [era la battaglia di Sella Carpe].
Nei giorni successivi cercammo il comandante disperso nella boscaglia e, quando lo trovammo, lo portammo all'ospedale di Triora; poi tornammo al quartier generale di Langan.
Qui ci dissero che la maggior parte dei partigiani era accorsa a Castel Vittorio per dare man forte alla popolazione insorta contro i nazifascisti.
Io e gli altri reduci della battaglia del 26 giugno non facemmo in tempo a raggiungerli: i tedeschi, in fatti, avevano già sfondato le nostre linee e avevano preso posizione sull cime che sovrastano il paese.
Terminato lo scontro, bruciarono quaranta case del villaggio per rappresaglia, poi salirono fino a Langan e anche qui diedero fuoco a tutto.
Noi ovviamente ci sbandammo, ma già alla fine di luglio formammo un nuovo distaccamento agli ordini del comandante Mosconi e tornammo nei boschi intorno a Castel Vittorio.
Stefano Rodi Millo [conosciuto soprattutto come Mario] in Marco Cassioli, Ai confini occidentali della Liguria. Castel Vittorio dal medioevo alla Resistenza, Comune di Castel Vittorio, Grafiche Amadeo, Chiusanico (IM), 2006

 
In settembre partimmo poi per Cima di Marta, con l'incarico di stare di vedetta per controllare che non arrivassero tedeschi dalla Val Roia.
Là rimasi fino al rastrellamento dell'8 ottobre, quando Langan fu di nuovo occupata e noi dovemmo ritirarci a Piaggia, poi alle falde del Mongioie, in Piemonte.
Alla fine di ottobre attraversammo il Mongioie con tre metri di neve e raggiungemmo Fontane di Frabosa [Soprana (CN)], dove restammo per circa un mese; poi il 22 novembre il distaccamento si sciolse e il comandante Mosconi ci disse di tornare a casa: eravamo poche decine di combattenti, l'inverno era alle porte, faticavamo a trovare da mangiare e non saremmo stati in grado di sostenere uno scontro con truppe regolari.
Giunto a Castel Vittorio mi rifugiai in regione Argante, in un casone di mia proprietà. Le castagne erano abbondanti, il cibo non mancava. Con me c'erano l'amico Gino Asplanato (Marconi) e un calabrese che diceva di essere un ex bersagliere, ma che in realtà, come scoprii in seguito a mie spese, era una spia dei fascisti.

Una vista su Baiardo (IM) da Località San Sebastiano di Castelvittorio
 
Verso il 28 di novembre, con la scusa di andare a prendere del pane e delle coperte, questi si recò a Baiardo per segnalare ai nemici la posizione del nostro rifugio. Così il 1° dicembre, alle due del mattino, i bersaglieri ci sorpresero nel sonno, ci arrestarono e bruciarono il casone. A Baiardo, Gino ed io fummo interrogati, picchiati, torturati: a me ruppero la spalla destra con un pugno ed oggi che sono vecchio non riesco più a dormire su quel fianco, tanto mi fa male; a Gino, invece, strinsero un cordino intorno alla testa, fino a farlo sanguinare; ma né io né lui parlammo.
Dopo la tortura ci dissero che ci avrebbero fucilato; il giorno prima di essere uccisi, però, giunse notizia che Mussolini avrebbe graziato tutti coloro che erano in prigione, purché aderissero all'esercito repubblicano.
Dopo aver promesso di arruolarci, tornammo a casa, e qui passammo l'inverno. Il 2 febbraio del '45, siccome non avevo mantenuto quell'impegno, i fascisti cominciarono a cercarmi.
Nel rastrellamento di febbraio o marzo arrestarono tutti i castellesi che riuscirono a trovare in paese e li costrinsero a scendere a Pigna, per interrogarli e farsi dire dove erano nascosti i partigiani.
Scambiarono un Giovanni Millo per mio padre (erano omonimi) e cercarono di fargli confessare dove mi trovavo.
Io, fortunatamente, ero in campagna, in regione Poggio Rosso, con tutta la mia famiglia, così sfuggii al rastrellamento.
Alla fine di marzo raggiunsi di nuovo i partigiani. Dapprima tornammo in Piemonte, ai piedi del Mongioie, dove l'aviazione inglese ci fece avere armi e munizioni; poi rientrammo in Liguria per condurre l'offensiva finale contro i nazifascisti.
Qualche giorno prima della Liberazione, venimmo a sapere da una staffetta che gli abitanti di Isolabona (IM) avevano catturato dei tedeschi, così partimmo per andare a prenderli.
Con me c'erano l'Acidu [Giuseppe Verrando], uno dei più combattivi antifascisti del paese, Giacomo Rebaudo di Castel Vittorio ed altri due o tre partigiani, fra cui uno di La Spezia, il cui nome di battaglia era Diritto [Giuseppe Malatesta].
Quando fummo al ponte di Bonda ci accorgemmo che marciavamo parallelamente ad una pattuglia di tedeschi, loro sulla carrozzabile, noi sul sentiero che corre a fianco del fiume.
All'improvviso l'Acidu si mise a sparare con il suo moschetto e loro ci risposero, così li bloccammo, impedendo loro di raggiungere Isolabona e liberare i loro camerati [...]
Stefano Rodi Millo in Marco Cassioli, Op. cit.