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giovedì 6 luglio 2023

Non appena la banda dei partigiani ebbe imboccato l'archivolto sembrò scatenarsi l'inferno

Sanremo (IM): uno scorcio di Via Escoffier (già Via Privata)

A primi di ottobre [1944] informatori del SIM del Comitato di Liberazione di San Martino [a Sanremo], funzionante provvisoriamente in luogo del CLN Comunale, tuttora allo stadio preparatorio, comunicarono che nella caserma di via Privata [n.d.r.: attuale Via Escoffier], già sede della Tenenza dei Carabinieri, erano stati condotti in stato di arresto quasi tutti i principali esponenti dell'antifascismo attivo Sanremese. Le informazioni dicevano che almeno una trentina di personalità cittadine, fra le quali il Dottor Donzella Marco, l'Avvocato Paolo Manuel Gismondi, il prevosto di San Siro don Luigi Boccadoro, il Dottor Ronga, Alfredo Cremieux e il Ragioniere Aldo Zoli, si trovavano rinchiusi nella caserma in attesa di un sommario giudizio e della fucilazione.
Le prime affrettate notizie risultarono grandemente esagerate, ma il C.L.N. diramò immediatamente istruzioni agli organi militari cittadini dipendenti perché si agisse senza indugio, allo scopo di salvare i detenuti, approfittando che la caserma, a differenza di altri luoghi di detenzione normalmente usati dai nazi-fascisti, si prestava ad essere facilmente attaccata di sorpresa, posta,com'era, al margine della città vecchia.
Istruzioni precise furono passate a Giorgio (Giuseppe Ferraroni) che si mise a contatto con Fifo (Adolfo Siffredi), il quale si era, in quel frattempo, trasferito dalla campagna in un luogo nascosto nel centro della città vecchia, perché questi, a sua volta, attraverso Pipì (Giuseppe Carbone) informasse Cichito (Aldo Baggioli) e Riccardo (Adriano Siffredri), rispettivamente Comandante e Commissario della Brigata GAP cittadina «Giacomo Matteotti», del progettato attacco e lo predisponessero nei suoi dettagli.
La risposta fu: «L'attacco è già in via di preparazione».
E, infatti, il Comando della Brigata, appena avuto sentore degli arresti, a mezzo dei suoi organi di collegamento con la città, Pier delle Vigne (Giuseppe Sughi) e Romeo (Archimede Gioffredi), aveva iniziato lo studio di un piano completo che doveva poi pienamente riuscire.
L'operazione, che si presentava difficile e piena di pericoli, veniva messa a punto, con accuratezza veramente geniale, da Cichito e da Riccardo. I due temuti capi del GAP ed alcuni dei loro uomini più audaci si riunirono un'ultima volta in casa del Professor Calvino. Dopo lunghe discussioni venne deciso di compiere l'attacco di sorpresa, con un numero limitato di uomini, tutti bene armati ed equipaggiati, in modo da assicurare la riuscita e permettere, nello stesso tempo, una discesa segreta in città ed una ritirata veloce. Venne pure deciso, ad evitare eventuali indiscrezioni che avrebbero potuto compromettere la riuscita del piano, di avvertire singolarmente gli uomini scelti per compiere l'operazione, senza per altro scoprire loro le ragioni della mobilitazione. Si studiò a lungo la lista dei partecipanti e vennero scelti molti partigiani, provati in combattimenti ed imboscate, giovani decisi a tutto osare e sulla cui fedeltà i capi non avevano alcun dubbio, fra cui: Grassadonna Salvatore, Bonfante Armando e suo fratello, Cazzolino Nando, Carbone Nino, «Negus», «Turiddu», Grignolio Sergio [Ghepeu], Gruttin Dario, «Tom», «Saetta».
Si fissò come luogo di adunata il forno di Ernesto Ivaldi in via S. Stefano, ora del convegno le 21.
Durante tutto il giorno continuò l'opera infaticabile delle staffette in montagna ed in città: nel tardo pomeriggio gli uomini designati erano stati tutti avvertiti di «riunirsi alla spicciolata da Ernesto per comunicazioni di estrema urgenza». Nello stesso tempo «Iolanda», che operava in qualità di staffetta ed informatrice della Brigata, prese contatto con due militi fascisti, soprannominati Totò e Negus, già da tempo collegati con Cichito e Riccardo, i quali si erano dichiarati disposti a facilitare ai nostri uomini il compito dì penetrare nell'edifizio senza dover usare le armi. Ormai le operazioni preliminari erano state portate a termine e si apriva la fase finale, la decisiva.
 

Sanremo (IM): un angolo della Pigna

Un po' prima delle 21 Cichito e Riccardo, scendendo per viottoli tortuosi e bui della Pigna, giunsero al forno dove Iolanda attendeva. Nella mezz'ora successiva singolarmente o a piccoli gruppi tutti gli altri erano adunati sul luogo.
 

Sanremo (IM): Palazzo Nota, già sede del Municipio

Le porte sbarrate, le luci velate, nel basso locale, a pochi passi dal Municipio [n.d.r.: all'epoca situato in Piazza Nota], la banda fu informata del progetto. Uno scoppio di entusiasmo fece eco alla proposta. Iolanda riferì che il colpo avrebbe dovuto essere eseguito all'una in punto, ora in cui i due militi amici avrebbero atteso i nostri per aprire loro la porta. Brevi e precise istruzioni furono impartite a tutti. La gioia era al colmo: attaccare una caserma ben munita, liberare i prigionieri, catturare il presidio con tutti i suoi magazzini, preziosi per uomini sempre «affamati» di armi e munizioni, significava eseguire il più bel colpo della storia della brigata, significava portare il terrore nel cuore stesso della città che si riteneva immune da ogni offesa, presiiata, com'era, da imponenti forze nemiche. I cuori tutti battevano, gli occhi brillavano d'entusiasmo. Ed Ernesto volle festeggiare il prossimo successo dell'impresa distribuendo vino e focacce. Si mangiò, si brindò in sordina alla riuscita dell'avventura, poi i giovani si distesero sul pavimento a riposare mentre Cichito e Riccardo rimanevano di guardia. Alle dodici e mezzo fu data la sveglia: vennero controllate le armi e distribuite le munizioni; i giovani si tolsero le scarpe e, ad uno ad uno, si uscì nella notte buia, silenziosa e nemica.
L'aria era immobile e greve. Una fosca nuvolaglia bassa nascondeva le stelle, rendendo più fitta l'oscurità non rotta da alcun lume. Ovunque intorno immobilità ed assoluto silenzio.
Ghepeu e due uomini armati di Sten e Winchester vengono inviati ad appostarsi all'angolo da Via Palazzo e Piazza Colombo, presso la foto Ceresani, allo scopo di poter sorvegliare la casa del fascio e le arterie sboccanti in Piazza Colombo, per una eventuale azione di disturbo nel caso non improbabile che sopravvenissero rinforzi da quella parte o dalla zona orientale della città.
 

Sanremo (IM): l'archivolto, denominato in Mario Mascia, Op. cit. infra, di Piazza Cassini

Gli altri, silenziosi come fantasmi, passano sotto l'archivolto di Piazza Cassini, scendono per via Palazzo e strisciando lungo i muri delle case addormentate, imboccano l'archivolto di via Privata e, in pochi minuti, sono davanti alla Caserma.
 

Sanremo (IM): il passaggio (archivolto) di Palazzo Roverizio tra Via Palazzo e Via Escoffier (già Via Privata)

Tutto procedeva ottimamente: si agiva nel silenzio più assoluto, con matematica precisione: non una parola, non un gesto inutile: soltanto il lieve fruscìo dei piedi nudi indicava la presenza dei giovani in marcia.
 

Sanremo (IM): Via Matteotti (già Via Vittorio), in prossimità di Piazza Colombo

Sanremo (IM): sullo sfondo, Via Palazzo in prossimità di Piazza Colombo

Riccardo e Cichito sussurrano i loro ordini: due uomini vengono inviati in perlustrazione, altri due si piazzano all'angolo di via Vittorio, presso la farmacia Salus, pronti a respingere un attacco eventuale da quella parte.
 

Sanremo (IM): lo sbocco (sotto Palazzo Roverizio) di Via Palazzo in Via Escoffier (già Via Privata)

Il grosso intanto si raduna nello stretto viottolo che da Via Privata conduce all'entrata della Caserma. Riccardo si fa alla porta e bussa tre volte, a brevi intervalli, come era stato convenuto. Gli altri si tengono guardinghi in posizione di sparo. Pochi istanti di angosciosa attesa: poi la porta cigola leggermente, uno spiraglio si apre ed una lama di luce si riflette sulla strada e sparisce. Un breve scambio dì frasi mormorate a fior di labbra. Poi metà degli uomini entra seguendo Totò e Negus, l'altra metà si apposta nel breve cortile esterno, nel viottolo ed all'imboccatura di Via Privata.
I giovani penetrano immediatamente nel magazzino impadronendosi di tutte le armi: due fucili mitragliatori, due mitra, una mitragliatrice pesante a nastro, quindici moschetti, venti rivoltelle, alcuni fucili da caccia e numerose munizioni.
Nella caserma nessuno si sveglia. Sempre scalzi, illuminati ad intervalli dai bagliori dì una lampadina elettrica, i nostri giovani salgono al primo piano. Qui, in due stanze, dormono quattordici militi di guardia. Incuranti della loro inferiorità numerica e fiduciosi nel loro coraggio e nel vantaggio che l'elemento sorpresa offre loro, Cichito e Riccardo, seguiti dagli altri, fanno irruzione in massa nei dormitori, urlando e brandendo minacciosi le armi. I nemici, svegliati improvvisamente, esterrefatti si arrendono: solo qualcuno tenta una debole quanto inutile resistenza: viene in breve sopraffatto e disarmato. Un uomo cerca, almeno così sembra ai nostri, di nascondersi fra le brande per fuggire alla cattura. Viene raggiunto, colpito ed atterrato. Scalcia come un animale preso in trappola, riesce a liberare la strozza da una stretta possente che lo strangolava e tossendo e sputando urla: «ma io non sono mica un milite... sono un prigioniero!» E' Turiddu, che seguì poi la banda in montagna trasportando in spalla la mitragliatrice fino a San Michele, che doveva, più tardi, perdere il senno sotto i colpi feroci dei nazi-fascisti.
Naturalmente il rumore della lotta aveva messo in subbuglio tutta la caserma. I prigionieri si erano destati: escono dalle loro stanze in abiti succinti, assonnati, increduli: sono il Dott. Marco Donzella, il Gen. Ninchi, l'Avvocatessa Ada Barbieri, il vice Parroco di San Giuseppe don Angelo Aprosio, ed alcuni altri sconosciuti, fra i quali un elegantissimo e compitissimo signore dal modi cortesi, ex gerarca fascista, che chiede di essere messo in libertà e viene immediatamente accontentato.    
A lungo si discute con gli ostaggi circa l'opportunità della loro liberazione e si conviene che, in vista della mancanza di prove specifiche a loro carico e quindi di un immediato pericolo e ad evitare rappresaglie contro le loro famiglie, è conveniente che essi non seguano il distaccamento nella sua ritirata e restino in caserma.
L'attacco era ormai pienamente riuscito: gli archivi in nostra mano, un ingente quantitativo di armi e munizioni catturato, tutti i militi, eccetto uno, fatti prigionieri. Quell'uno rimasto in libertà era un sergente delle SS italiane, delinquente pericoloso e brutale, che si aveva l'ordine di giustiziare. L'uomo si era barricato in una stanza armato, a quanto assicuravano i prigionieri, di mitra, pistola e bombe a mano. Malgrado il pericolo di sostenere forti perdite in un attacco frontale, Cichito aveva deciso di forzare l'uscio e di impadronirsi dell'uomo vivo o morto, quando uno dei nostri rimasto fuori giunse per avvertire che la città era ormai messa a rumore, che la nostra presenza era conosciuta e che occorreva affrettarsi se non si voleva che tutta la guarnigione nazi-fascista accorresse sul posto, circondasse il distaccamento e lo annientasse.
Si abbandonò il sergente al suo destino e si presero immediatamente disposizioni per compiere una ritirata rapida e sicura. I militi prigionieri vennero rinchiusi in una stanza, si pregarono gli ostaggi di tenersi al sicuro, le armi e le munizioni catturate furono distribuite agli uomini e l'archivio venne dato alle fiamme. Pochi istanti dopo il distaccamento, senza la perdita di un sol uomo, raggiungeva il gruppo di guardia fuori, conducendo con sé un milite delle SS colpevole di omicidio e spionaggio, il quale veniva più tardi passato per le armi in montagna. Negus, Totò e Turiddu si unirono ai nostri.
Non appena la banda ebbe imboccato l'archivolto sembrò scatenarsi l'inferno. Dalle finestre del pian terreno della caserma si alzavano le fiamme; urla venivano dai caseggiati vicini, colpi di fuoco risuonavano da per tutto e da Piazza Colombo giungeva l'eco di scariche nutrite e degli scoppi laceranti delle bombe a mano.
In verità, come si apprese il giorno dopo, il nemico, sorpreso e spaventato, non aveva tentato che un'azione molto debole che si esaurì in brevissimo tempo. La fucileria era stata aperta dai nostri e venne continuata dalle retroguardie anche quando il grosso aveva già raggiunto la vecchia città e risaliva la costa, contro i vigili del fuoco, alcuni dei quali venivano colpiti, accorrenti per estinguere le fiamme che sembravano dover consumare la caserma, e che erano stati scambiati, nell'oscurità, per nazi-fascisti.
Dieci minuti dopo l'evacuazione della caserma e l'inizio della ritirata anche le pattuglie di retroguardia ripiegavano verso la città vecchia e si riunivano al grosso sotto la Madonna della Costa.
Qui vi fu un breve scambio di fuoco con i soldati tedeschi addetti alle postazioni antiaeree dei Giardini Regina Elena e, alle tre del mattino, il distaccamento al completo col suo prigioniero, le nuove reclute, le armi e le munizioni catturate in parte raggiungeva i sicuri rifugi in collina, in parte rientrava nelle proprie case.
Ebbe così termine un azione temeraria, che costò al nemico non soltanto gravi perdite materiali, ma costituì oltre tutto un durissimo colpo per il prestigio suo e la cui vittoriosa riuscita resta un esempio mirabile di coraggio e di intuizione militare che onora i giovani capi che la diressero ed i valorosi che la eseguirono.
Mario Mascia, L'epopea dell'esercito scalzo, Ed. A.L.I.S., 1946, ristampa del 1975 a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, pp. 265-269  

mercoledì 21 novembre 2018

La difesa partigiana di Rocchetta Nervina

Uno scorcio di Rocchetta Nervina (IM)
 
Ricavo le notizie da un'intervista con Vitò ["Ivano", Giuseppe Vittorio Guglielmo]: «Stefano Carabalona, tenente nell'esercito nelle forze G.A.F., dopo l'8 settembre iniziò la sua propaganda per la formazione di gruppi partigiani. Radunò i ragazzi della bassa Val Nervia e soprattutto quelli di Rocchetta Nervina, sulle cui alture aveva stabilito la sede del distaccamento. I giovani che raccolse erano numerosi e furono anche ben organizzati  [...] Quando ebbi sentore della presenza di una banda partigiana in Val Nervia mi recai a visitarla e a stabilire un contatto con quel gruppo ed il nostro della Goletta. Accettarono.»
don Ermando MichelettoLa V^ Brigata d’Assalto Garibaldi “Luigi Nuvoloni” (Dal Diario di “Domino nero” - Ermando Micheletto), Edizioni Micheletto, Taggia (IM), 1975
 
Dopo l'8 settembre 1943, giorno dell'armistizio, rimasero sul posto [Rocchetta Nervina (IM)] pochi dei nostri militari, appartenenti alla Guardia di Finanza... Nel giugno 1944 una trentina di giovani formarono un Distaccamento che poi fu inquadrato nella V^ Brigata... In risposta alla crescente attività partigiana della zona, Rocchetta Nervina subì bombardamenti da batterie di terra, repubblichine,  piazzate a Camporosso [nei pressi del cimitero] e di marina, tedesche.
Francesco Biga e Ferruccio Iebole (a cura di Vittorio Detassis), Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria), vol. V, Ed. Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia, 2016
 



L'8° distaccamento giunge a Rocchetta Nervina verso il 20 giugno [1944]. È comandato da Alfredo Blengino (Spartaco) che il giorno 23 dello stesso mese, lancia un proclama alla popolazione del paese ringraziandola per la solita buona accoglienza fatta ai partigiani ed invitandola ad appoggiare, nella maggior misura possibile, l'azione di chi combatte per la libertà
Proclama:
Il Comando e gli uomini di questo distaccamento della IX Brigata Garibaldi ringraziano la popolazione tutta per l'accoglienza fatta nonché per le prestazioni fornite. Le necessità impellenti di carattere militare hanno costretto questo comando a prendere misure cautelative; queste azioni non devono essere interpretate in malo modo, ma come necessità di guerra. Comunque si assicura la popolazione nel modo più categorico che nulla deve temere dalla presenza di qualche truppa. Tutto sarà fatto e tentato per alleviare la difficoltà che si incontreranno. La popolazione si mantenga calma, collabori, come ha già fatto, con noi, e noi faremo del nostro meglio per venirle incontro.
Aiutate gli uomini che affrontano la morte per il risorgimento di una nuova Italia.
Rocchetta Nervina  23-6-1944                                                     Il comandante  Spartaco *
* (la copia originale del proclama è in possesso del Parroco di Rocchetta Nervina)
Gli uomini della formazione ammontano ad una ventina, ma, in pochi giorni, il numero degli effettivi è pressocchè raddoppiato mentre viene notevolmente migliorata l'organizzazione del distaccamento. L'armamento consiste in fucili e moschetti. L'8° distaccamento opera nella Val Roja, procurando notevoli difficoltà al traffico delle truppe nazi-fasciste. Nei giorni successivi la formazione passa al comando di Stefano Carabalona (Leo) che si trova subito impegnato in un durissimo combattimento.
Carlo Rubaudo, Storia della Resistenza Imperiese (I Zona Liguria) - Vol. II. Da giugno ad agosto 1944, edito a cura dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia, 1992, p. 154


L'area di confine
Nell'area di confine italo-francese avvengono ripetutamente scontri tra forze tedesche e partigiani italiani. Tra il 2 ed il 6 luglio un battaglione della 148a divisione, nelle fonti tedesche Bataillon Schmitz, partecipa insieme al reparto esplorante della 42. Jager-Division ed ai due battaglioni di Hochgebirgsjager al rastrellamento della valle Argentina a nord di Taggia e del massiccio di Carmo Langan. Rocchetta Nervina, attaccata il 4 luglio, viene data alle fiamme. Nel villaggio, secondo la relazione tedesca, vengono uccisi «25 banditi e 25 elementi sospetti»; i tedeschi hanno invece solamente un ferito leggero. Le operazioni continuano nelle giornate seguenti e portano alla distruzione di altri villaggi, tra i quali Molini di Triora, dove dei civili muoiono sotto le macerie delle case incendiate.
Carlo Gentile, Le forze tedesche di occupazione e il fronte delle Alpi occidentali, "Il presente e la storia", n. 46, 1994, p. 57-123. 
 
[...] il mese di luglio... si aprì con un rastrellamento tedesco a largo raggio, essenzialmente rivolto verso Rocchetta Nervina (IM), Castelvittorio, Molini di Triora e Langan.
La difesa di Rocchetta Nervina, che si protrasse dal 1° al 4 luglio 1944, ebbe luogo soprattutto ad opera dell'8° Distaccamento della IX^ Brigata d'Assalto Garibaldi "Felice Cascione", che da circa una settimana era attestato nel paese.
I tedeschi, venuti a conoscenza di ciò, attaccarono, come ricordava Stefano Carabalona (Leo) [n.d.r.: comandante di quel Distaccamento, poi comandante di un Distaccamento della V^ Brigata "Luigi Nuvoloni", infine comandante della Missione Militare (dei Partigiani Garibaldini) presso il Comando Alleato a Nizza].
Alle ore 8 del medesimo giorno i tedeschi avanzarono verso l'abitato, ma vennero assaliti dai partigiani che li fecero momentaneamente sbandare; tuttavia, il comando tedesco riuscì in poco tempo a riordinare le proprie fila e la battaglia riprese.
Per alcune ore il combattimento si protrasse con alterne vicende ed alle 12 i nazifascisti si ritirarono, accusando la perdita di un centinaio di uomini.
La difesa del paese venne fiaccata il giorno successivo, 4 luglio 1944, ad opera di 800 uomini di truppa che, occupato il paese, lo saccheggiarono. Alla sera rimase sul selciato un ingente numero di vittime.
Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell'Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945) - Tomo I, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1998-1999 
 

Sabato 1° luglio 1944: Rocchetta Nervina è bombardata da una batteria terrestre tedesca da 100/17, piazzata a nord del cimitero di Camporosso, e da batterie costiere. Sono le ore 23. Alcuni abitanti sono colpiti. Poi, cessa il bombardamento. La domenica trascorre nella calma più assoluta. I Tedeschi credono i garibaldini spaventati dal fuoco precedente, ma questi si preparono alla difesa, certi di un imminente attacco. Lunedì 3 luglio: all'alba, i cannoni tedeschi ritentano l'attacco che dura circa due ore. Una tempesta di ferro e fuoco s'abbatte sul paese e nei dintorni, sulle alture e nelle campagne; numerose case sono distrutte, così il cimitero; la chiesa stessa subisce gravi danni. Intanto i nazisti danno l'assalto con l'intento di entrare nell'abitato; verso le otto sono a tiro del fuoco dei partigiani che li lasciano avanzare ed attendono nel massimo silenzio. I Tedeschi credono che siano fuggiti spaventati dal fuoco precedente e si  rinfrancano maggiormente, avanzando più allo scoperto. Sono ora a circa cento metri dai garibaldini che, all'improvviso, aprono il fuoco nutrito. Tra i nazisti, presi di sorpresa, nasce lo scompiglio; alcuni sono a terra, morti e feriti, altri si trascinano urlando e gemendo. Gli ufficiali quasi minacciano i soldati per riordinare le fila. Poi riprendono l'attacco, ma la resistenza garibaldina è decisa. Alle 12 il nemico si ritira in disordine per la seconda volta, e stavolta definitivamente, dopo avere abbandonato non poche armi e munizioni. I camion s'allontanano sotto il fuoco partigiano. [...] È  inevitabile, naturalmente, il ritorno in forze dei Tedeschi. Questi, il 4 luglio, riprendono il bombardamento che dura circa due ore, ancora più intenso del precedente. Sul povero eroico paese, rovina e incendi. I tedeschi iniziano l'attacco a Rocchetta da tre direzioni. Lo scontro è questa volta veramente ineguale: da una parte ottocento uomini armatissimi; dall'altra i partigiani con armamento leggero e scarse munizioni. Da parte garibaldina s'è decisa la difesa del paese: sparare sull'invasore anche l'ultima cartuccia. La lotta s'ingaggia feroce e spietata. Verso le undici, l'assalto tedesco pare contenuto  e fiaccato dalla strenua resistenza dei partigiani. Ma, dopo pochi minuti di calma, i nazisti iniziano un nuovo assalto: avanzano da ogni parte urlando e sparando, protetti dal fuoco intensissimo dei cannoni e dei mortai. Si apre una falla sul fianco sinistro dello schieramento partigiano, costretto a ritirare una mitragliatrice pesante per evitare l'accerchiamento. Nel varco aperto s'avventano colonne tedesche che fanno pressione finché riescono a penetrare nel paese. Per un'ora la lotta continua lungo le strade, tra le case, nei cespugli. Infine, ogni resistenza diventa impossibile ed i garibaldini, privi di munizioni e duramente provati, iniziano a ritirarsi sfiniti. Rocchetta Nervina è in balia del nemico, della cui furia è inutile ormai parlare. Tutto saccheggiato, 53 case vengono incendiate. Nella zona lago Morgi ed in regione Passerina i Tedeschi fucilano i partigiani Domenico Basso di anni 57, Giuseppe Basso di anni 14, Giuliano Brigasco di anni 21 ed il civile Agostino Basso di anni 37. In precedenza per loscoppio di una mina era rimasto ucciso il civile Antonio Carabalona fu Antonio [...] Tra i garibaldini che più si distinsero nel durissimo scontro sono da citare il vecchio “Notu” che, ferito due volte, continuò la lotta fino all'esaurimento delle munizioni, e poi “Longu”, “Falce”, Colombo”, “Filatro”**, il giovanissimo “Arturo” e il valoroso Fulvio Vicari (Lilli) *** che, in seguito immolerà la sua giovane esistenza nella lotta per la Libertà.
Carlo Rubaudo, Op. cit., pp. 155,156 


Ma il tedesco pagò ben caro il suo successo, perché non meno di 180 uomini furono messi fuori combattimento... Fra  coloro che maggiomente si distinsero sono da ricordare il vecchio
"Notu" che, benché fosse rimasto ferito due volte, continuò a lottare fino all'esaurimento delle sue munizioni, Longo [Antonio Rossi], Falce [G.B. Basso], Colombo, Filatro ***, il giovanissimo Arturo [Arturo Borfiga] ed il prode Lilli *** [Fulvio Vicàri], che doveva più tardi immolare la sua giovane esistenza per la causa della liberazione.
Stefano Carabalona (Leo) in Mario Mascia, L’epopea dell’esercito scalzo, ed. A.L.I.S., 1946, ristampa del 1975 a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia


Luigi mi ha raccontato l'avventura di Nikolaj, prigioniero guerra russo. Appaiono all'immaginazione i soldati italiani in rotta dopo l'otto settembre 1943. Venivano dal fronte francese e cercavano un primo rifugio a Rocchetta. «Buttavano armi e zaini sotto il ponte, poi la gente ci dava qualcosa: chi i pantaloni, una giacca, camicia, per mettersi in borghese, per tagliare la corda, perché tanti volevano tornare a casa. Giustamente [...] Poi sono arrivati i tedeschi a occupare Rocchetta. Sono stati attaccati dai partigiani, tre giorni di fila, e ci hanno lasciato dei morti, e poi il quarto giorno con le spie fasciste, con le camicie nere, sono arrivati in paese a incendiare. Hanno incontrato tre persone, fra loro c'era il padre che portava a spalle il figlio con la gamba ingessata. Lui aveva quattordici anni, ma era già grandino, pensavano fosse un partigiano: hanno ammazzato padre, figlio e un signore che era lì con loro. Non c'era più nessuno in paese, quelli erano rimasti perché c'era il ragazzo ferito. Credevano fosse un partigiano ferito. In paese i tedeschi dicevano di comportarsi bene che loro avrebbero fatto altrettanto. C'erano dei prigionieri russi, i tedeschi se li portavano dietro. [...] Dopo un periodo ero sul sentiero per Gouta a far della legna e ho incontrato uno di quei russi scappati quella notte. Lo conoscevo perché andavo da lui tutti  i giorni: voleva che gli spiegassi un po' come si chiamavano le cose in italiano. Ho visto un uomo lontano trecento metri, aveva un fucile sulle spalle, e mi sono detto: “Mi sembra Nikolaj”. Come lo incontro mi dice: “Ciao Luigi, ciao, adesso hai capito che era vero: sono fra  i partigiani”, parlava un po' italiano. Poi in un'imboscata i tedeschi lo hanno fatto fuori. Ventidue anni aveva». L'incendio dei nazisti, i ribelli sulle montagne, la repubblica partigiana di Pigna: i ricordi sembrano ombre cinesi turbinose, un tramestio di voci appena udibili su un palco in penombra. Desidero assistere allo spettacolo del ricordo nell'attimo che precede l'intervento dell'intelligenza storica, ordinatrice. La figura del russo, morto da settant'anni, è pallida ma viva: mi chiedo se qualcun altro - altrove, lontano - conservi ancora l'immagine di Nikolaj. In piazza non ho interrotto Luigi, ora ascolto dal registratore la voce che procede: «Al 21 aprile, mi sembra, i tedeschi se ne sono andati via di qua, sono andati giù e hanno fatto saltare il ponte di comunicazione fra Dolceacqua e Rocchetta. Allora sono arrivati i senegalesi, dalla Francia, dall'Abelio, tutto lungo il confine. Degli stangoni questi senegalesi!». Le truppe nere delle colonie francesi erano passate oltre Roja.
Francesco Migliaccio, Ombre e passaggi fra Nervia e Roja, Testo prodotto nell’ambito del progetto "Sulle tracce di Francesco Biamonti: percorsi creativi tra San Biagio della Cima e le cinque valli del Ponente Ligure", realizzato a cura del Centro di Cooperazione Culturale, in collaborazione con l'Unione Culturale Franco Antonicelli, la Fondazione Dravelli, e gli Amici di Francesco Biamonti, con il sostegno della Compagnia di San Paolo - nell'ambito del "Bando Polo del '900" destinato ad azioni che promuovono il dialogo tra '900 e contemporaneità usando la partecipazione culturale come leva di innovazione civica - e della Fondazione Carige
 
... motivazione della Medaglia d'argento alla memoria di Libero Giulio Briganti: "Dopo l'armistizio, entrato fra i primi a far parte del movimento di Liberazione, emergeva per attività, iniziativa, capacità di organizzatore, raggiungendo incarichi di responsabilità. In combattimento dava belle prove di valore e particolarmente si distingueva nel luglio del 1944 a Rocchetta Nervina, tenendo in scacco per tre giorni forze tedesche dotate di artiglieria che tentavano di occupare il paese, e durante il duro rastrellamento dell'alta Val Tanaro. In questa occasione combatteva superbamente e generosamente si sacrificava, nel tentativo di trattenere il nemico per dare tempo ai Partigiani di porre in salvo feriti barellati." 
Redazione, Giulio Briganti, ANPI

** Gennaro Luisito Filatro, nato il 24 giugno 1917 a Civita (CS), già sergente maggiore del Regio Esercito, ufficiale addetto alle operazioni di distaccamento, passò poi in Francia al seguito di Carabalona


Relazione del comandante della II^ Divisione "Felice Cascione" Nino Siccardi (Curto) al comando della I^ e della II^ Zona Liguria, in data 11 luglio 1944, concernente anche la battaglia di Rocchetta Nervina. Fonte: Fondazione Gramsci

*** Il partigiano Fulvio "Lilli" Vicàri di Ventimiglia (IM) morì a difesa della polveriera, presa in possesso dai patrioti, di Gavano, località di Molini di Triora (IM), in Valle Argentina.
Questa la motivazione della medaglia d'argento (Decreto presidenziale 11 luglio 1972 in Gazzetta Ufficiale n. 319 del 9 dicembre 1972) concessa alla memoria per attività partigiana: Durante due giorni di cruenti combattimenti, sotto l'intenso fuoco dell'artiglieria e dei mortai avversari, infondeva nei commilitoni, con il suo sereno comportamento, coraggio e determinazione a resistere. Accortosi che una mitragliatrice pesante stava per essere catturata dal nemico, si lanciava alla testa di pochi ardimentosi al contrassalto, riuscendo a frenare l'impeto avversario ed a salvare l'arma. In una successiva azione contro una colonna nemica, colpito a morte, cadeva per la libertà della Patria. - Rocchetta Nervina (Imperia), 3 giugno 1944 -  Val Gaviano di Triora (Imperia), 15 marzo 1945

1 febbraio 1945 - Dal comando della V^ Brigata al comandante "Lilli" - Veniva comunicato al garibaldino "Lilli" il suo nuovo incarico al comando di Brigata "pur continuando a rimanere in Val Galvano ad estrarre tritolo dai proiettili d'artiglieria".  
da documento Isrecim in Rocco Fava, Op. cit. - Tomo II

Il partigiano Giovanni Rebaudo Jeannot/Janot/Janò/Monaco ricordava (documento Isrecim) nel seguente modo il garibaldino Fulvio Vicàri: "Dopo aver camminato in salita per circa mezz'ora, siamo arrivati su un costone in vista della polveriera di Gavano, che si intravvedeva nel vallone sottostante. Era nostra intenzione passare di lì a fare una visita a Fulvio Vicari (Lilli) che sapevamo trovare insieme ai suoi artificieri. Purtroppo appena arrivati dovevamo apprendere una tragica notizia... “Lilli” era diventato un esperto artificiere nel fabbricare mine e preparare le cariche. Nel periodo di attività da guastatore e artificiere, oltre al pezzo di strada fatta saltare la notte di capodanno, “Lilli” aveva diretto parecchie altre azioni nella battaglia dei ponti. La polveriera di Val Gavano era rifornitissima di granate e di proiettili di artiglieria di grosso calibro. Era una polveriera che riforniva tutto il settore della G.A.F. (Guardia alla frontiera) sul fronte occidentale nel periodo della guerra contro la Francia... di stanza nella caserma di Arma di Taggia negli anni dal 1941 al 1943 sovente ero già andato proprio in quella polveriera a fare rifornimenti di proiettili per le esercitazioni [...]". A Fulvio Vicàri venne in seguito intitolato il VI° Distaccamento del II° Battaglione "Marco Dino Rossi" della V^ Brigata. Adriano Maini