martedì 31 maggio 2022

Ventisei ore dopo, con una traversata tremenda, raggiungevamo il porto di Livorno



Nella notte tra il 27 ed il 28 agosto 1944, la motovela San Marco, adibita dai Tedeschi al trasporto di rifornimenti, lascia il porto di Sanremo e, dopo una fuga di ventisei ore in mare aperto, raggiunge il porto di Livorno portando in salvo tre garibaldini scesi dalla montagna. Il colpo è riuscito grazie alla perizia del capitano Stefano Zolezzi e del motorista Armando Odemondo (2).
(2) Cfr. M. Mascia, op. cit., pag. 59 e segg.
Carlo Rubaudo, Storia della Resistenza Imperiese (I Zona Liguria) - Vol. II. Da giugno ad agosto 1944, edito a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, Imperia, Dominici Editore, 1992
 

Nello Cella racconta
:
Dopo lo sbarco degli anglo-americani in Provenza e l'intensificarsi dei bombardamenti alleati sul nostro litorale, le comunicazioni ferroviarie nella Riviera vennero a cessare completamente e quelle stradali si fecero estremamente difficili. Il nemico aveva perciò organizzato un servizio notturno di piccoli convogli composti di chiatte, motobarche e motovele - alcune delle quali sequestrate alla mia ditta - che, scortate da una o due moto vedette, eseguivano i rifornimenti fra Genova e Savona e le linee del fronte.
Avevamo, in quell'epoca, installato sopra Capo Nero un posto di segnalazioni che era in collegamento coi centri della Riviera francese e più di una volta i galleggianti tedeschi dovettero incassare duri colpi da parte dell'azione dei caccia notturni alleati.
Ma noi avevamo progettato qualcosa di più grosso: addirittura la fuga d'una nave con tutto il suo carico. E ci ponemmo all'opera per attuarla.
Dopo aver passato in rivista le imbarcazioni adibite ai rifornimenti, decidemmo di tentare l'attuazione del progetto col San Marco, una mia piccola motovela, di cui conoscevo molto bene l'ottimo stato dei motori e le possibilità di  tenere a lungo il mare, qualità essenziali perché la fuga riuscisse. Inoltre, e quest'era senza dubbio il punto più importante, potevo contare ciecamente sull'equipaggio della nave, il capitano Zolezzi Stefano ed il motorista Odemondo Armando, ambedue antifasciti accaniti ed uomini di mare nel senso completo della parola.
Preparammo i piani accuratamente: negli ultimi giorni il SIM ci informò che tre patrioti, scesi dalla montagna, avrebbero tentato l'avventura col San Marco. Ci ponemmo in contatto con essi ed attendemmo.
Nel pomeriggio del giorno stabilito giunge al nostro ufficio il «Feldgendarme» ad avvertirci che per le 21 tutto l'equipaggio dev'essere a bordo.
Consumammo la cena discutendo ancora il nostro piano in attesa dei tre patrioti. Alle 20 essi giungono e tutti insieme, dopo aver definito gli ultimi dettagli ci avviammo al porto.
La notte era fredda e scura: piovigginava e un vento diaccio spazzava le strade e il molo. Contavamo appunto sull'oscurità e sull'inclemenza del tempo per far passare inosservati i tre fuggitivi. E vi riuscimmo. Pochi minuti prima delle nove eravamo all'entrata del porto; poi, di corsa, tutti noi provvisti del permesso di entrata, ci affolliamo innanzi alla garitta ove stava la guaordia per ripararsi dal vento, mentre i nostri patrioti, approfittando della confusione, scìvolavano attraverso il varco sperdendosi nell'oscurità. Li raggiungemmo qualche minuto più tardi e in breve fummo sul San Marco: essi s'arrampicano a bordo e spariscono nella stiva, attraverso il passaggio lasciato aperto fra il  materiale che ingombra il fondo. La prima parte dell'operazione era riuscita in pieno ed era per noi di buon augurio per il compimento del progetto. Attendemmo una mezz'ora: un sott'ufficiale della Kriegsmarine ci raggiunge con l'ordine «nessuno può più uscire. Preparatevi a partire. Seguite il capo convoglio che vi segnalerà le istruzioni».
Il momento è  giunto. Mi sento commosso: penso ai miei uomini che stanotte si giocheranno la vita, ma conosco a fondo il carattere e la volontà di Zolezzi ed Odemondo e son certo che se la caveranno. Faccio le ultime raccomandazioni e attendo: veggo i razzi segnalatori illuminare il cielo, il porto e le imbarcazioni; sento il rombo dei motori che si mettono in moto: discerno nettamente il caratteristico ritmo delle macchine del San Marco e  mi sforzo di isolarlo dagli altri per poterlo seguire.
Passano cinque, dieci minuti, un quarto d'ora: il convoglio si snoda lentissimo nel mare agitato. Poi non sento più il rombo del motore del San Marco: il piano funziona. Passano ancora dieci minuti; ed il ritmo inconfondibile delle  macchine della mia nave riprende. Vi è qualcosa di diverso, però, è più cupo e distante: capisco che il San Marco ha cambiato rotta e che si è messo controvento, come d'accordo. La fuga si è iniziata, ma potrà svolgersi indisturbata? Mi domando e, malgrado il freddo, sento che la fronte e il palmo delle mani si fanno umide di sudore. Scandisco i minuti. Poi veggo la luce dei riflettori sciabolare il mare: un razzo, due razzi accecanti si alzano verso il cielo: al largo si sgrana il crepitio di una mitragliatrice: poi ancora, uno, due, tre colpi di cannone partono dalla punta del molo.
E' tutto finito? Non so. Resto ancora a lungo e non odo che il brontolio dei motori che si fa sempre più indistinto; poi decido di lasciare il porto per non destar sospetti. Ritorno a casa, affranto, inzuppato e attendo che ritorni il  giorno.
La mattina dopo, in ufficio, un ufficiale della Kriegsmarine mi informò della fuga. Dovetti lottare con le unghie e coi denti per convincerlo della mia innocenza.
E fu solo a liberazione avvenuta che Zolezzi ed Odemondo mi fecero il racconto della loro avventura.
«Lasciammo il porto insieme alla moto-vela Leo - il cui equipaggio doveva assecondare la nostra fuga - e due o tre altri galleggianti. Fuori della diga cominciammo a ballare: il mare era agitato e grossi cavalloni, bianchi di spuma, ribollivano intorno a noi, rompendosi con rumore di tuono sui frangiflutti.
Demmo fondo ed attendemmo che tutto il convoglio fosse fuori: sentivamo, nel frastuono delle onde, il rumore delle motozattere che accostavano. Una rapida imbarcazione si avvicinò a noi, un riflettore, con una rapidissima sciabolata nel  buio, sembrò contarci, poi l'oscurità ricadde, fonda ed ostile.
Il capo convoglio urlò, attraverso il megafono, in cattivo italiano, l'ordine di accodarsi al convoglio. Poi ripartì immediatamente per portarsi in testa. Andammo avanti adagio perché il resto del convoglio potesse allontanarsi sempre più e per accertarci della entità della scorta di retroguardia.
Nel buio intravedevamo il Leo che navigava di conserva con noi e faticava enormemente sotto i colpi di mare.
Non appena fummo in rotta una moto-vedetta sbucò dal buio e impennandosi venne lungo il nostro bordo. Una voce rauca ci ingiunse di far presto poiché il convoglio era già lontano.
Rispondemmo che i motori ci davano delle noie, ma che saremmo presto stati in grado di aumentare la velocità. La moto-vedetta non accennava a lasciarci: pareva avesse intenzione di attenderci: se così fosse stato tutto il nostro progetto sarebbe andato in fumo.
Allora il Leo, per ingannare il nemico, si staccò da noi e riprese la rotta del convoglio.
Gridammo alla moto-vedetta che anche il San Marco era pronto e, con nostro sollievo, la vedemmo accostare sulla sua dritta e partire.
Immediatamente invertimmo la rotta puntando verso l'alto mare, verso la libertà!
Non appena accostammo il mare ci investì in pieno, di prua, con furia tremenda. Ondate dopo ondate si frangevano contro il tagliamare, rompendosi con violenza selvaggia spazzando il ponte. Eravamo nell'acqua, inzuppati sino all'osso, schiaffeggiati dal vento freddo su una nave che sembrava impazzita. Ma si andava! Il motore era in pieno: sembrava non avesse mai girato così vorticosamente come in quella notte. I minuti passavano e tutto proseguiva bene: sembrava che il convoglio non si fosse accorto di nulla. Poi, subitamente, alcuni razzi ruppero il buio e noi scorgemmo segnalazioni ottiche partire da terra. Dal convoglio si rispose: sentivamo che la nostra fuga era stata scoperta e ci attendevamo la reazione.
Infatti, subito dopo il fascio di luce di un riflettore ci inquadrò in pieno. Al di sopra del rumore del vento e del mare udimmo le scariche delle grosse mitragliere. Il cielo sembrava essere fantasticamente illuminato da una festa di fuochi artificiali: ma noi sapevamo di essere fuori tiro e si teneva la nave contro il vento diritti verso la meta. Sapevamo che le moto tedesche non avrebbero potuto, col mare grosso, mantenere la nostra velocità e sapevamo di aver ormai vinto la partita.
Stavamo accostando per rettificare la rotta, quando dal porto tuonò il cannone. I primi colpi passarono su di noi, fischiando; l'ultimo scoppiò al di sopra del ponte crivellandolo di scheggie. Poi la lotta ebbe termine.
Ventisei ore dopo, con una traversata tremenda, raggiungevamo il porto di Livorno: portavamo in salvo i tre patrioti e il nostro carico e ci ponevamo al servizio degli alleati».
Naturalmente i miei due valorosi collaboratori dimenticarono di aggiungere che entrambi furono feriti dallo scoppio dell'ultimo proiettile, e che, malgrado le sofferenze, essi restarono al loro posto ventisei terribili ore, finché la  nave non fu in acque amiche.
La loro impresa fu una delle più audaci di tutta la nostra guerra e merita di essere ricordata ad onorare gli uomini del mare d'Italia i quali non furono secondi ad alcuno nella lotta per il riscatto nazionale.
Mario Mascia, L'Epopea dell'Esercito Scalzo, Edizioni ALIS, Sanremo, 1946, ristampa del 1975 a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia