venerdì 8 maggio 2020

I partigiani dell'Imperiese ed il proclama di Alexander



La Brigata S.A.P. di Imperia "Walter Berio" a novembre 1944 disarmò 4 militi repubblichini, recuperò diverse armi leggere, vari equipaggiamenti, 10 bombe  a mano tedesche, arrestò 4 spie, che vennero consegnate ai partigiani in montagna; giustiziò (il 4 novembre) un soldato delle brigate nere vicino ad Oneglia [Imperia]: per rappresaglia il nemico prelevò dalle carceri tre prigionieri partigiani che vennero uccisi in pubblico.

Gli alleati il 9 novembre bombardarono pesantemente Bordighera (IM) con il tiro di cannoni a lunga gittata.

Il 13 novembre 1944 venne diffuso il tristemente noto "proclama di Alexander", con cui il generale inglese, ringraziando i partigiani italiani per l'impegno profuso, li invitava a tornare alle proprie case, abbandonando provvisoriamente la lotta, in attesa che trascorresse il freddo.
Gli organi locali di stampa del fascismo scrivevano con compiacimento che gli alleati intendevano abbandonare i ribelli al loro destino. Sostenevano, ad esempio, che "in simili circostanze il dovere del governo [Bonomi] è di aiutarli. Ma se egli non riesce a procurarsi quei pochi aereoplani che sarebbero necessari per inviare a Berna e a Londra i nuovi ambasciatori italiani, come potrà organizzare un rifornimento per via aerea in favore dei fuorilegge?"

Il proclama di Alexander non considerava che i patrioti nelle loro case erano attesi dai capestri. E non valutava neanche il loro orgoglio.

Nei reparti della I^ Zona Operativa Liguria si sviluppò un acceso dibattito sul proclama. I garibaldini intesero continuare la guerra.
Tutt'al più alcuni di loro andarono ad ingrossare le file delle S.A.P.

Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell'Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945) - Tomo I - Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Facoltà di Scienze della Formazione, Corso di Laurea in Pedagogia - Anno Accademico 1998 - 1999


A quel proclama rispose duramente Carlo Farini [Simon], ispettore della I^ Zona operativa Liguria, a nome del Comando unificato ligure, dicendo al generale Alexander quello che si meritava e incitando i partigiani a serrare le fila e a combattere ancora più duramente contro i nazifascisti, rinfacciando altresì agli alleati la scarsissima consistenza degli aiuti inviati ai garibaldini, sporadicamente, e fino ad allora solo per mare con una minuscola imbarcazione che sbarcava nella zona tra Bordighera e Ventimiglia.

Sandro Badellino, Mia memoria partigiana <Esperienze di vita e vicende di lotta per la libertà di un garibaldino imperiese (1944-1945)>, edizioni Amadeo, Imperia, 1998

Così, durante il mese di novembre, uno a uno, i distaccamenti della II^ Divisione garibaldina "F. Cascione" rivalicarono lunghe teorie di monti, di passi e di boschi, tra bufere di neve, nel gelo e nei pericoli delle valanghe, e rientrarono ai loro casoni ben sapendo che qui li attendeva l'inverno ed un avversario dappertutto vigile e implacabile.
C'era, però, in loro anche la fiducia che la pressione dei tedeschi sarebbe stata fra non molto alleggerita, perché gli alleati angloamericani avrebbero dato avvio all'offensiva contro la Linea Gotica costringendo i tedeschi a ritirare soldati e mezzi dal fronte antiguerriglia.
Senonché, inatteso, una di quelle grigie sere di novembre, toccò anche ai partigiani della I^ Zona Liguria di dover ascoltare un proclama rivolto a tutti i partigiani d'Italia, che diceva:
"Patrioti, la campagna estiva è finita e ha inizio la campagna invernale. Il sopravvento della pioggia e del fango inevitabilmente significa un rallentamento del ritmo della battaglia. Quindi le istruzioni sono come segue:
1) cesserete per il momento operazioni organizzate su vasta scala;
2) conserverete le vostre munizioni e vi terrete pronti per i nuovi ordini;
3) ascolterete il più possibile il programma 'Italia combatte' trasmesso da questo Quartier generale in modo da essere al corrente di nuovi ordini e cambiamenti di situazioni...
".
Si trattava del proclama del comandante delle truppe alleate in Italia, generale Alexander; un proclama col quale si invitavano i partigiani italiani a deporre le armi, a non guerreggiare più; in altre parole a tornarsene a casa, come se ai tedeschi e ai fascisti essi avessero potuto dire:  "Per adesso non facciamo più alla guerra, stiamocene in pace per qualche mese, riprenderemo ad ammazzarci più avanti, quando gli angloamericani daranno l'ordine".
"Un assurdo, un tradimento, una sporca manovra politica per smantellare il movimento partigiano e vietare al nostro popolo di conquistarsi col proprio decisivo contributo la libertà e l'indipendenza", ecco, questa fu l'immediata amara interpretazione che la stragrande maggioranza dei partigiani diede al proclama.
E dignitosa fu la risposta che anche i partigiani dell'estremo Ponente ligure diedero all'ordine del generale Alexander: "Non lasceremo la botta; non nasconderemo le armi; non attenderemo ordini di smobilitazione dallo straniero, ma solo dai nostri comandanti, che sono con noi nel pericolo e nel sacrificio".
Fu una risposta tanto dignitosa quanto drammatiche si prospettavano le condizioni di lotta in quella vigilia di un inverno rigido e in un territorio impervio, povero di risorse alimentari e, soprattutto, intensamente presidiato dal nemico che, per effetto del proclama del generale Alexander, poteva intensificare le azioni dì rastrellamento, più abbondantemente disponendo di uomini e di mezzi distolti dal fronte di guerra, appunto dalla cosiddetta "Linea Gotica".
Ebbe così inizio un altro capitolo della Resistenza dell'Estremo Ponente ligure; le squadre, i distaccamenti, i battaglioni e le brigate, più saldamente organizzandosi in due divisioni, anziché deporre le armi, ne tirarono fuori altre, e, in luogo di cessare le "operazioni organizzate", moltiplicarono le azioni di guerriglia in imboscate, in colpi di mano, in attentati, in sabotaggi, in distruzioni di ponti, in attacchi a mezzi di comunicazione tedeschi, in caccia a spie e a collaborazionisti.
Per risposta, tedeschi e fascisti reagirono con più ferocia investendo le basi partigiane, moltiplicando i rastrellamenti, le razzie, le fucilazioni indiscriminate e le persecuzioni contro i civili rastrellati per i casolari e nei poveri villaggi della montagna.

Bruno Erven Luppi, Saltapasti, La Pietra, Milano, 1979


Il 15 novembre 1944 i tedeschi, accompagnati da un delatore del posto, rastrellarono la zona di San Romolo, Frazione di Sanremo (IM), ed uccisero in varie azioni, alcune particolarmente efferate, 5 patrioti, tra cui Aldo Baggioli (Cichito), comandante della Brigata S.A.P. "Giacomo Matteotti". Delle centinaia di persone fermate in quell'operazione, quasi tutte rilasciate, 7 o 8, a seconda delle fonti, vennero fucilate al Forte di Santa Tecla nei pressi del porto di Sanremo [Mario Mascia <L'epopea dell'esercito scalzo, Ed. Alis, 1946, ristampa del 1975> raccolse e pubblicò su quel rastrellamento la drammatica testimonianza del sapista Dario Lori Rovella, che ci si ripromette di riferire con maggiori dettagli in una prossima occasione, attingendo anche a parte del verbale di interrogatorio, da parte, finita la guerra, di un tribunale italiano, di Ernest Schifferegger, SS, ed interprete, già di stanza in Sanremo].

Molti altri episodi di guerriglia e di rastrellamenti si susseguirono nella seconda metà di novembre 1944.

Per colpa di alcune spie vennero uccisi 2 partigiani a Pieve di Teco (IM).

Il 17 novembre al termine di un  rastrellamento condotto nel centro storico della Pigna e in Frazione Poggio, sempre di Sanremo, venivano fucilati 3 civili. A Poggio vennero anche bruciate alcune case.

Il 24 novembre i nazifascisti uccisero in Sanremo altre 10 persone su 24 prelevate in alcuni paesi.
Da Pigna vennero condotti a Poggio di Sanremo per essere fucilati i partigiani Giuseppe Castiglione, Pietro Famiano, Michele Ferrara, Giobatta Littardi, Angiolino Bianconi Selmi.
Da Rocchetta Nervina a San Giacomo di Sanremo, dove vennero trucidati, Domenico Basso, Filippo Basso, Stefano Boero e Marco Carabalona.
Sempre in Sanremo venne fucilato quel giorno il sapista Giovanni Dino Ceriolo.

Il 18 novembre 1944 aerei alleati colpirono Briga e Pieve di Teco (IM).
Il 20 navi inglesi bombardarono Sanremo (IM), causando danni nella parte occidentale della città.
Il 29 venne colpita dal mare - ci furono numerose vittime - Ventimiglia (IM).

I partigiani, molti dei quali erano diventati molto abili nell'uso del tritolo, attuarono un numero considerevole di attentati, utilizzando anche mine anticarro e mine antiuomo: tra le vie di comunicazione rese inagibili figurano quella di Triora-Montalto e quelle di Montalto-Carpasio.

Si intensificarono da parte nazista i ricorsi ai delatori. Le informazioni erano pagate fino a 25 mila lire. Era una strategia non più basata su vasti rastrellamenti, che si erano dimostrati macchinosi e scarsi di risultati, ma su attacchi veloci, di preferenza notturni, su obiettivi sicuri indicati da spie.

In un quadro di questo genere andò a delinearsi a breve la trista figura della "donna velata".

I comandi tedeschi e fascisti, inoltre, per cercare di tagliare gli approvvigionamenti ai garibaldini, decisero di presidiare più centri abitati con stanziamenti militari fissi.

Rocco Fava, Op. cit.

... la costituzione del Centro Addestramento Reparti Speciali (CARS), voluto da Rodolfo Graziani nel marzo 1944 nel tentativo di debellare la presenza partigiana in zone strategicamente decisive per il controllo del territorio, come il Piemonte... Il centro era formato da tre reggimenti di cacciatori degli Appennini, il cui personale era fornito dalle forze armate di Graziani, dalla GNR e dalle federazioni fasciste; il CARS era connesso alla Wehrmacht da un ufficio di collegamento (Deutsche Verbindungs Kommando, DVK). Posti sotto il comando del generale Amilcare Farina fino alla fine di agosto e fissata la sede di comando a Torino, i reparti del CARS si erano distinti per la partecipazione alle maggiori operazioni antiguerriglia nell’area compresa tra Basso Piemonte e Liguria occidentale dal luglio al dicembre 1944 e nei primi due mesi dell’anno successivo. Il CARS operava alle dirette dipendenze del Co.Gu o comando controguerriglia, sorto per decisione dello Stato Maggiore Italiano nell’estate 1944 in una zona, il Piemonte, ritenuta ad alta concentrazione di «bande» con il compito specifico di combattere i «ribelli» e di organizzare i reparti presenti, quali appunto il CARS, la X Mas e diversi altri. L’azione del comando del Co.Gu era coordinata a quella di Tensfeld e del LXXV corpo d’armata della Wehrmacht. Nel luglio 1944 scendevano poi in Italia, dopo i mesi di addestramento in Germania, la divisione di marina San Marco (così ridenominata nell’aprile precedente; si trattava in realtà di una grande unità granatieri appartenente all’esercito), e la divisione da montagna Monte Rosa... Vaste azioni erano state poi condotte lungo le fondamentali direttrici di Cuneo-Imperia-Savona...  Di qui la decisione di Kesselring di indire due «settimane di lotta alle bande», sotto il comando di Willy Tensfeld e con il coinvolgimento delle truppe inquadrate nell’Armata Liguria, formalmente sotto il comando di Rodolfo Graziani, costituita dai reparti tedeschi che in precedenza avevano fatto parte prima del LXXXVII corpo d’armata e poi dell'Armeeabteilung von Zangen a cui si erano aggiunte le divisioni salodiane San Marco e Monterosa...

Fiammetta Balestracci, RASTRELLAMENTI E DEPORTAZIONE IN KL NELL'ITALIA OCCUPATA 1943-1945 in Il libro dei deportati, Vol. 4: L'Europa sotto il tallone di ferro. Dalle biografie ai quadri generali, Ugo Mursia Editore, 2015