A Piaggia trovammo una staffetta del SIM con un austriaco che veniva a cercare il comando. Unimmo le sue alle nostre notizie ed esaminammo la situazione. Appena saputo che la Val Tanaro era libera erano partiti da Fontane Osvaldo [Osvaldo Contestabile] e Pablo [Ercole Pario]. Il comandante di Brigata [n.d.r.: I^ Brigata d'Assalto Garibaldi "Silvano Belgrano" a quella data ancora incorporata nella II^ Divisione "Felice Cascione"] Mancen [Massimo Gismondi] era passato in Liguria poco dopo con alcune bande portandosi tra la "28" ed il mare. Osvaldo e Pablo avevano preso contatti con le giunte comunali di Mendatica, Pornassio, Cosio, Pieve di Teco con esito vario, indi, uniti ad altri elementi del comando brigata, cuochi, intendenti, armiere e SIM, erano passati per Pieve diretti a Gazzo in Val d'Arroscia per riunirsi con Mancen.
A Pieve era avvvenuto un incidente doloroso: un garibaldino, visto un individuo vestito da partigiano che gli parve sospetto, gli intimò: "Mani in alto!". L'altro, sorpreso, si era voltato di scatto tenendo le mani in tasca ed il nostro aveva sparato. Al colpo accorsero i partigiani: il morto era un partigiano.
L'incidente dimostrava lo stato di eccitazione e di sospetto che si andava creando; dopo l'imboscata di Pieve in cui era caduto Nino Berio, ogni sconosciuto, anche se indossava i nostri abiti ed era armato, poteva essere un nemico.
Il comando sostò a Gazzo pochissimo poiché gli era giunta la notizia di un rastrellamento imminente. Senza prendere contatto con le bande in via di sistemazione né col comandante di brigata Mancen che proprio in quei giorni era giunto a Capraùna con la banda di Stalin, il gruppo di Osvaldo era ripassato nell'alta Val d'Arroscia al di qua della "28", sistemandosi a Pian Soprano presso Pornassio.
Durante la marcia era avvenuto un altro incidente: una bomba a mano greca era esplosa nello zaino di Carlo, l'armaiolo autriaco. Carlo, mortalmente ferito, era spirato poco dopo, e Rinaldo, che lo seguiva nella marcia, aveva il volto crivellato di schegge. Il ferito era stato ricoverato presso una famiglia di Pornassio. La perdita di Carlo era stata sentita da tutti: come armaiolo era insostituibile poichè, oltre ad una profonda conoscenza delle armi tedesche, aveva grande abilità nelle riparazioni con mezzi di fortuna. Si era unito a noi quando Cion [Silvio Bonfante] aveva attaccato le caserme di Diano. Era un ottimo compagno, laborioso, sobrio, intelligente ed allegro. A Vienna la madre lo attendeva. Rinaldo era il vice responsabile SIM.
Carlo aveva portato sulle spalle Simon [Carlo Farini, a quella data responsabile della I^ e della II^ Zona Operativa Liguria] malato durante tutto il periodo che era rimasto circoncondato nel bosco presso Valcona.
In quei giorni i tedeschi, che già occupavano Rezzo, si erano spinti su Pieve. Dopo lo sgombero della "28" effettuato il 4 novembre [1944], il nemico aveva continuato a presidiare il tratto Imperia-Cesio e la rotabile che, staccandosi dal colle di San Bartolomeo, per San Bernardo di Conio si univa alla carrozzabile che univa Triora con Rezzo e Pieve di Teco.
Da San Bernardo di Conio i tedeschi si erano spinti lentamente su Rezzo ricostruendo gradatamente i ponti ed i tratti distrutti di detta carrozzabile.
Ad uno ad uno erano stati presidiati Rezzo, Lavina [frazione del comune di Rezzo], Cenova [frazione del comune di Rezzo], indi il 14 era stato occupato anche Pieve di Teco.
Quali erano le intenzioni nemiche? Probabilmente ricostruire tutti i ponti sulla "28", onde riaprirla al traffico di retrovia.
Avrebbe rinunciato il nemico a riattivare il tratto diretto Colle San Bartolomeo-Pieve di Teco e avrebbe continuato a dirottare per San Bernardo di Conio-Rezzo? Era probabile perché le distruzioni fatte da noi erano state radicali.
Era possibile ai partigiani impedire o ritardare la rioccupazione della "28"?
Purtroppo no. Il nemico intuiva la nostra presenza. Il piano di ricostruire gradatamente le opere d'arte procedendo contemporaneamente alla occupazione indicava chiaramente che i tedeschi temevano una sorpresa analoga a quella subita a Vessalico in ottobre. Erano così costretti a impiegare forze cospicue: con un forte presidio difendevano i lavori in corso mentre la rotabile ricostruita e pattugliata alle spalle garantiva l'arrivo rapido del materiale e dei rinforzi motorizzati.
Come ci venne riferito in seguito, i tedeschi sapevano che nuclei partigiani avevano rivalicato il Mongioie portandosi in Liguria; convinti però di averci annientato in ottobre credevano trattarsi di formazioni dipendenti da Mauri.
Il 16 i tedeschi da Pieve spingono una colonna su Ponti di Pornassio. Contrariamente al solito il nemico piomba in paese alle prime ore della notte: aveva uno scopo preciso. Il paese è ormai buio, le strade deserte. I tedeschi bussano alla prima casa del paese, entrano, perquisiscono: nulla! Proseguono allora fino all'ultima casa lungo lo stradone; entrano: lì è Rinaldo, il garibaldino ferito. Fatto prigioniero Rinaldo, verrà caricato su un carro, portato a Pieve e ucciso.
Mentre un gruppo di tedeschi cerca il ferito, il grosso della colonna, notando una luce che filtra da una finestra, circonda la casa. Forzata la porta, catturano Alfonso, un nostro caposquadra che Osvaldo aveva lasciato con una squadra partigiana vicino a Pornassio con l'ordine di avvertire il comando in caso di incursione nemica. Alfonso, che era chiaramente individuabile come partigiano dagli indumenti che indossava, era andato in paese a trovare la fidanzata. Il nemico però cerca una preda più importante: ad Alfonso viene intimato di guidare la colonna al Comando Brigata.
La situazione è grave: se il prigioniero tradisce, il Comando non ha possibilità di difesa perché le armi erano state consegnate ai distaccamenti prima del rientro in Liguria; l'attacco sarà in notturna perché Pian Soprano dista da Pornassio due ore di marcia ed i partigiani non sospettano un attacco a quell'ora ed in quelle circostanze.
Alfonso resiste alle intimazioni tedesche; il nemico tenta allora di piegarlo con percosse e torture: infine ne indebolisce la resistenza ubriacandolo di grappa: Alfonso cede e guida i tedeschi a Pian Soprano.
Fortunatamente se nella vallata, malgrado le ripetute fucilazioni, c'erano ancora spie fasciste - e la cattura di Rinaldo lo dimostrava chiaramente - c'era anche chi lavorava per noi. Una ragazza, una nostra informatrice, intuì la situazione. Era la stessa fidanzata di Alfonso o venne da lei in qualche modo avvertita? Fu Alfonso al momento della cattura ad inviarla a Pian Soprano? Non lo so, ma la ragazza riuscì a superare la colonna nemica raggiungendo nel buio il Comando Brigata. Quando alle quattro i tedeschi, avvolti i piedi in stracci, piombarono in silenzio sul casone, i partigiani erano già scomparsi. Fallita la sorpresa Alfonso venne fucilato.
Pensai più volte al dramma di quella marcia notturna. Quali furono i pensieri, le speranze di Alfonso? Avrà sperato, tentato la fuga approfittando del buio? Avrà contato sull'aiuto dei compagni che aveva fatto in modo di avvertire? Sapeva che se l'imboscata falliva l'ira del nemico sarebbe ricaduta su di lui? Pensava che sarebbe bastato che la ragazza che correva nel buio in salita cadesse o perdesse la strada perché il Comando partigiano venisse sorpreso ed il nome di Alfonso bollato di tradimento?
Forse nella confusione dell'attacco Alfonso sarebbe potuto fuggire, forse i tedeschi gli avrebbero salvata la vita in cambio della guida: pure il tempo impiegato da Pornassio a Pian Soprano indica chiaramente che il prigioniero rinunciò deliberatamente a barattare la propria vita con quella dei compagni, condusse il nemico fuori strada, lo guidò lentamente, impiegò un tempo più che doppio, ridusse volontariamente le proprie possibilità di salvezza per aumentare quelle dei compagni.
Dopo la fuga da Pian Soprano il gruppo del comando di Osvaldo e Pablo era scomparso. Tale era la situazione in quei giorni.
Non era la prima volta che una banda scompariva per qualche tempo o andava dispersa. Era però la prima volta che un Comando Brigata si scindeva in quattro gruppi e che il gruppo principale spariva.
Gino Glorio (Magnesia), Alpi Marittime 1943-45. Diario di un partigiano - II parte, Nuova Editrice Genovese, 1980, pp. 41,42,43
A Pieve era avvvenuto un incidente doloroso: un garibaldino, visto un individuo vestito da partigiano che gli parve sospetto, gli intimò: "Mani in alto!". L'altro, sorpreso, si era voltato di scatto tenendo le mani in tasca ed il nostro aveva sparato. Al colpo accorsero i partigiani: il morto era un partigiano.
L'incidente dimostrava lo stato di eccitazione e di sospetto che si andava creando; dopo l'imboscata di Pieve in cui era caduto Nino Berio, ogni sconosciuto, anche se indossava i nostri abiti ed era armato, poteva essere un nemico.
Il comando sostò a Gazzo pochissimo poiché gli era giunta la notizia di un rastrellamento imminente. Senza prendere contatto con le bande in via di sistemazione né col comandante di brigata Mancen che proprio in quei giorni era giunto a Capraùna con la banda di Stalin, il gruppo di Osvaldo era ripassato nell'alta Val d'Arroscia al di qua della "28", sistemandosi a Pian Soprano presso Pornassio.
Durante la marcia era avvenuto un altro incidente: una bomba a mano greca era esplosa nello zaino di Carlo, l'armaiolo autriaco. Carlo, mortalmente ferito, era spirato poco dopo, e Rinaldo, che lo seguiva nella marcia, aveva il volto crivellato di schegge. Il ferito era stato ricoverato presso una famiglia di Pornassio. La perdita di Carlo era stata sentita da tutti: come armaiolo era insostituibile poichè, oltre ad una profonda conoscenza delle armi tedesche, aveva grande abilità nelle riparazioni con mezzi di fortuna. Si era unito a noi quando Cion [Silvio Bonfante] aveva attaccato le caserme di Diano. Era un ottimo compagno, laborioso, sobrio, intelligente ed allegro. A Vienna la madre lo attendeva. Rinaldo era il vice responsabile SIM.
Carlo aveva portato sulle spalle Simon [Carlo Farini, a quella data responsabile della I^ e della II^ Zona Operativa Liguria] malato durante tutto il periodo che era rimasto circoncondato nel bosco presso Valcona.
In quei giorni i tedeschi, che già occupavano Rezzo, si erano spinti su Pieve. Dopo lo sgombero della "28" effettuato il 4 novembre [1944], il nemico aveva continuato a presidiare il tratto Imperia-Cesio e la rotabile che, staccandosi dal colle di San Bartolomeo, per San Bernardo di Conio si univa alla carrozzabile che univa Triora con Rezzo e Pieve di Teco.
Da San Bernardo di Conio i tedeschi si erano spinti lentamente su Rezzo ricostruendo gradatamente i ponti ed i tratti distrutti di detta carrozzabile.
Ad uno ad uno erano stati presidiati Rezzo, Lavina [frazione del comune di Rezzo], Cenova [frazione del comune di Rezzo], indi il 14 era stato occupato anche Pieve di Teco.
Quali erano le intenzioni nemiche? Probabilmente ricostruire tutti i ponti sulla "28", onde riaprirla al traffico di retrovia.
Avrebbe rinunciato il nemico a riattivare il tratto diretto Colle San Bartolomeo-Pieve di Teco e avrebbe continuato a dirottare per San Bernardo di Conio-Rezzo? Era probabile perché le distruzioni fatte da noi erano state radicali.
Era possibile ai partigiani impedire o ritardare la rioccupazione della "28"?
Purtroppo no. Il nemico intuiva la nostra presenza. Il piano di ricostruire gradatamente le opere d'arte procedendo contemporaneamente alla occupazione indicava chiaramente che i tedeschi temevano una sorpresa analoga a quella subita a Vessalico in ottobre. Erano così costretti a impiegare forze cospicue: con un forte presidio difendevano i lavori in corso mentre la rotabile ricostruita e pattugliata alle spalle garantiva l'arrivo rapido del materiale e dei rinforzi motorizzati.
Come ci venne riferito in seguito, i tedeschi sapevano che nuclei partigiani avevano rivalicato il Mongioie portandosi in Liguria; convinti però di averci annientato in ottobre credevano trattarsi di formazioni dipendenti da Mauri.
Il 16 i tedeschi da Pieve spingono una colonna su Ponti di Pornassio. Contrariamente al solito il nemico piomba in paese alle prime ore della notte: aveva uno scopo preciso. Il paese è ormai buio, le strade deserte. I tedeschi bussano alla prima casa del paese, entrano, perquisiscono: nulla! Proseguono allora fino all'ultima casa lungo lo stradone; entrano: lì è Rinaldo, il garibaldino ferito. Fatto prigioniero Rinaldo, verrà caricato su un carro, portato a Pieve e ucciso.
Mentre un gruppo di tedeschi cerca il ferito, il grosso della colonna, notando una luce che filtra da una finestra, circonda la casa. Forzata la porta, catturano Alfonso, un nostro caposquadra che Osvaldo aveva lasciato con una squadra partigiana vicino a Pornassio con l'ordine di avvertire il comando in caso di incursione nemica. Alfonso, che era chiaramente individuabile come partigiano dagli indumenti che indossava, era andato in paese a trovare la fidanzata. Il nemico però cerca una preda più importante: ad Alfonso viene intimato di guidare la colonna al Comando Brigata.
La situazione è grave: se il prigioniero tradisce, il Comando non ha possibilità di difesa perché le armi erano state consegnate ai distaccamenti prima del rientro in Liguria; l'attacco sarà in notturna perché Pian Soprano dista da Pornassio due ore di marcia ed i partigiani non sospettano un attacco a quell'ora ed in quelle circostanze.
Alfonso resiste alle intimazioni tedesche; il nemico tenta allora di piegarlo con percosse e torture: infine ne indebolisce la resistenza ubriacandolo di grappa: Alfonso cede e guida i tedeschi a Pian Soprano.
Fortunatamente se nella vallata, malgrado le ripetute fucilazioni, c'erano ancora spie fasciste - e la cattura di Rinaldo lo dimostrava chiaramente - c'era anche chi lavorava per noi. Una ragazza, una nostra informatrice, intuì la situazione. Era la stessa fidanzata di Alfonso o venne da lei in qualche modo avvertita? Fu Alfonso al momento della cattura ad inviarla a Pian Soprano? Non lo so, ma la ragazza riuscì a superare la colonna nemica raggiungendo nel buio il Comando Brigata. Quando alle quattro i tedeschi, avvolti i piedi in stracci, piombarono in silenzio sul casone, i partigiani erano già scomparsi. Fallita la sorpresa Alfonso venne fucilato.
Pensai più volte al dramma di quella marcia notturna. Quali furono i pensieri, le speranze di Alfonso? Avrà sperato, tentato la fuga approfittando del buio? Avrà contato sull'aiuto dei compagni che aveva fatto in modo di avvertire? Sapeva che se l'imboscata falliva l'ira del nemico sarebbe ricaduta su di lui? Pensava che sarebbe bastato che la ragazza che correva nel buio in salita cadesse o perdesse la strada perché il Comando partigiano venisse sorpreso ed il nome di Alfonso bollato di tradimento?
Forse nella confusione dell'attacco Alfonso sarebbe potuto fuggire, forse i tedeschi gli avrebbero salvata la vita in cambio della guida: pure il tempo impiegato da Pornassio a Pian Soprano indica chiaramente che il prigioniero rinunciò deliberatamente a barattare la propria vita con quella dei compagni, condusse il nemico fuori strada, lo guidò lentamente, impiegò un tempo più che doppio, ridusse volontariamente le proprie possibilità di salvezza per aumentare quelle dei compagni.
Dopo la fuga da Pian Soprano il gruppo del comando di Osvaldo e Pablo era scomparso. Tale era la situazione in quei giorni.
Non era la prima volta che una banda scompariva per qualche tempo o andava dispersa. Era però la prima volta che un Comando Brigata si scindeva in quattro gruppi e che il gruppo principale spariva.
Gino Glorio (Magnesia), Alpi Marittime 1943-45. Diario di un partigiano - II parte, Nuova Editrice Genovese, 1980, pp. 41,42,43
I rastrellamenti tedeschi citati da Glorio era diretti soprattutto verso la provincia di Cuneo: vennero colpite duramente - come ha scritto Francesco Biga nel III° volume (cit. infra) della Storia della Resistenza Imperiese, Rastrellamento di Fontane, pp. 328-335 - le formazioni partigiane autonome guidate dal maggiore Enrico Martini (Mauri). Ma anche partigiani imperiesi era rimasti indietro, oltre il Colle di Nava, dati gli scaglionamenti con i quali gli uomini della Divisione "Cascione" rientrarono in Liguria, dopo avere sostato giorni proprio a Fontane come conseguenza della ritirata strategica operata in seguito allo scontro di Upega del 17 ottobre.
Adriano Maini
Adriano Maini
Gli sbandati dell'Intendenza giunti in Liguria portano la notizia che Domenico Arnera (Aldo), rimasto per ultimo a Fontane, era stato catturato e fucilato dal nemico.
Francesco Biga, Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria), Vol. III. La Resistenza nella provincia di Imperia da settembre a fine anno 1944, IsrecIm - Milanostampa Editore, Farigliano, 1977, p. 334
Processi di reclutamento e inquadramento si verificano non solo nelle Langhe, ma caratterizzano tutta l'area di confine tra il Piemonte e la Liguria, territorio interessato, a partire dal novembre [1944], da intensivi rastrellamenti tedeschi che quasi contemporaneamente chiudono in una tenaglia il basso Piemonte partendo, a est, da Genova, Alessandria e Acqui e, a ovest, dal Ponente ligure e da Cuneo. Le operazioni tedesche costringono diversi gruppi a spostarsi in altre zone o province confinanti, contribuendo a generare caos tra le formazioni già in parte sbandate [...] Nel mese di novembre, “Mauri” e i suoi sono costretti a rifugiarsi nella zona della VI divisione Garibaldi, non ancora colpita direttamente dai rastrellamenti.
Giampaolo De Luca, Partigiani delle Langhe. Culture di banda e rapporti tra formazioni nella VI zona operativa piemontese, Tesi di laurea, Università degli Studi di Pisa, Anno Accademico 2012-2013
Francesco Biga, Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria), Vol. III. La Resistenza nella provincia di Imperia da settembre a fine anno 1944, IsrecIm - Milanostampa Editore, Farigliano, 1977, p. 334
Processi di reclutamento e inquadramento si verificano non solo nelle Langhe, ma caratterizzano tutta l'area di confine tra il Piemonte e la Liguria, territorio interessato, a partire dal novembre [1944], da intensivi rastrellamenti tedeschi che quasi contemporaneamente chiudono in una tenaglia il basso Piemonte partendo, a est, da Genova, Alessandria e Acqui e, a ovest, dal Ponente ligure e da Cuneo. Le operazioni tedesche costringono diversi gruppi a spostarsi in altre zone o province confinanti, contribuendo a generare caos tra le formazioni già in parte sbandate [...] Nel mese di novembre, “Mauri” e i suoi sono costretti a rifugiarsi nella zona della VI divisione Garibaldi, non ancora colpita direttamente dai rastrellamenti.
Giampaolo De Luca, Partigiani delle Langhe. Culture di banda e rapporti tra formazioni nella VI zona operativa piemontese, Tesi di laurea, Università degli Studi di Pisa, Anno Accademico 2012-2013
