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mercoledì 10 maggio 2023

Bersaglieri fascisti nell'entroterra di Ventimiglia sul finire del secondo conflitto mondiale


San Bernardo - a sinistra - e Seglia, Frazioni di Ventimiglia (IM)

Giungemmo a Seglia [n.d.r.: Frazione di Ventimiglia] da Baiardo la domenica 3 dicembre 1944.
[...] Gli ufficiali, Guarino e gli altri, andarono a riconoscere le postazioni a cui eravamo destinati e noi rimanemmo tutto il giorno a bighellonare nelle vicinanze.
Versa sera ritornarono e ci incamminammo con loro verso la "linea". Giungemmo così alla Magliocca, "Bunker 10", nel più assoluto silenzio. Trovammo una squadra di tedeschi a cui demmo il cambio. Giussani, evidentemente preoccupato, chiese loro se avessero avuto delle perdite ma non ebbe risposta forse per il suo non perfetto tedesco. Avemmo comunque l'impressione che i 'camerati' desiderassero solo lasciare quella postazione il più celermente possibile e così fu.
Noi ci sistemammo nel Bunker, che consisteva in una costruzione di cemento armato dipinto di bianco, con delle finte finestre verdi e sinceramente non ho mai compreso bene questo tipo di mimetizzazione, cherendeva la nostra casamatta molto visibile.
Il giorno dopo constatammo che tutto intorno vi erano numerosi altri bunker abbandonati che avevano fatto parte del "Vallo del Littorio" del 1940.
Con me, oltre a Guarino, erano Dies, Bignardi, Duranti, Albertini, Giussani, Masera, Giannini e altri.
Iniziammo subito i turni di guardia, che dovevano essere svolti all'aperto. Le linee nemiche ben visibili erano parecchio distanti: non sfuggì comunque agli "inglesi" il trambusto del cambio ed il giorno dopo, festa di S. Barbara, ci regalarono una pioggia di cannonate che rappresentò il loro benvenuto. Non fu possibile ricevere il rancio per cui quella sera un paio di noi scesero a Calandri, un gruppetto di case a qualche centinaio di metri dal nostro Bunker, dove trovarono fagioli da semina abbondantemente cosparsi di naftalina e dove dividemmo poi con dei tedeschi, mezzi ubriachi, un buon quantitativo di vino.
Il giorno successivo Masera fu inviato al Comando di compagnia per vedere se poteva ottenere qualche rifornimento.
[...] Fummo ispezionati da Boni e da un altro ufficiale, che si resero conto di quanto la posizione fosse sotto tiro e fosse impossibile non subire perdite.
Il bunker, come detto, era ben visibile e con le porte rivolte, chissà perché, verso il nemico e fu il bersaglio per diversi giorni dell'avversario.
Franco Scarpini in Umberto Maria Bottino, I nostri giorni cremisi. 1943-1995, Attilio Negri srl, Rozzano (MI), 1995

Spesso, leggendo scritti di reduci di milizie della Repubblica Sociale, si apprendono, al di là delle quasi inevitabili considerazioni fatte come nostalgici del fascismo, aspetti di ordine storico singolari, se non inediti, da leggere - va da sé - in modo dialettico in un confronto con testi di storia della Resistenza e resoconti stesi da partigiani. Uno di questi casi si realizza con i libri (il primo - già citato -, che non registra solo memorie dell'autore, è anche una raccolta di spezzoni di diari e/o successive, interessate testimonianze di commilitoni), tra i quali si possono annoverare quelli di Umberto Maria Bottino, già appartenente al XX° battaglione (poi rinominato II° costiero) - bersaglieri - del 3° Reggimento della RSI, reparto in ogni caso inquadrato nella 34^ Divisione tedesca. "Eravamo più di 500 universitari o appena diplomati, quasi tutti volontari, in gran parte milanesi, poi parmigiani, cremonesi, bresciani e friulani. Ci presentammo alle scuole di Porta Nuova di Torino fra la fine d'ottobre e il mese di novembre del 1943... Dopo l'addestramento di Alessandria fummo inviati in Liguria schierati sul fronte occidentale minacciato dallo sbarco degli americani in Provenza. La punta avanzata del battaglione era schierata a Ponte S. Luigi, Valle del Roja e gli altri a Ventimiglia e Imperia". In questa occasione, tuttavia, vengono riferite anche altre fonti.
Adriano Maini 
 
Entrano a far parte della 34^ divisione [tedesca, comandata dal generale Von Lieb e dai subalterni generali Stanger e Muller, con Quartier Generale a Pigna, che si trasferirà in settembre (1944) nella Villa Bianca ad Ormea] pure reparti di bersaglieri autonomi della divisione «Italia».
Sono le compagnie del 2° battaglione (ex 20°), del 3° reggimento bersaglieri, ricostituitosi subito dopo l'8-9-1943 nelle province milanesi, al comando del tenente colonnello Alfredo Tarsia. Per tutto il periodo della Resistenza le compagnie 5^, 6^, 7^, 9^, 11^, e distaccamenti in posizioni anti-sbarco e anti-ribelli, si alterneranno tra il fronte e Ceriana, Baiardo, San Lorenzo, Arma di Taggia, Castellaro, ed altre località rivierasche. L'8^ compagnia presidia Albenga.
Quasi sempre i Comandi hanno la loro sede a Ceriana ed a Baiardo, il Comando del 2° battaglione è ad Imperia, prima agli ordini del maggiore Castelfori Guido, poi del maggiore Mistretta Antonio, ed infine del capitano Borroni Pietro.
In conseguenza dello sbarco alleato in Provenza (Francia meridionale), avvenuto il 15-8-1944, il battaglione si mette in movimento ed il 31 agosto assume il seguente schieramento:
5^ compagnia (La Volontaria): Montepozzo-Grimaldi (com. cap. Pietro Borroni);
8^ compagnia (Fantasma): Grimaldi-Bordighera (com. sot. ten. Cecchini, poi cap. Bologna);
6^ compagnia (La Silenziosa): Santo Stefano-San Lorenzo al Mare (com. cap. Josia);
Comando e comp. Comando: Arma di Taggia (com. cap. Francoletti, poi ten. Salvato);
7^ compagnia (Di Dio): Ceriana (com. cap. Italo Giannelli);
9^ compagnia (d'Assalto): Baiardo (com. cap. Inglese Francesco, caduto a Badalucco, poi ten. Buratti)
La 9^ compagnia, dopo essere stata decimata, viene ricostituita (44).
A metà gennaio 1945 la 6^ compagnia sostituirà la 5^ al fronte occidentale (francese). Contemporaneamente lo schieramento del 2° battaglione verrà modificato nel seguente modo:
6^ compagnia: Montepozzo-Grimaldi
8^ compagnia: Grimaldi-Camporosso
5^ compagnia: Camporosso-Bordighera
7^ compagnia: Bordighera-San Remo
9^ compagnia: Baiardo
Comando e compagnia comando: Ceriana.
Lo schieramento manterrà questa disposizione fino al 25 aprile 1945 (45). Dall'agosto al tardo autunno 1944, questi reparti subiscono perdite nelle azioni antipartigiane. Solo nella battaglia di Badalucco del 25-9-1944, perdono 37 uomini. A dicembre, per alleviare la depressione morale ed il senso della disfatta serpeggianti nelle file, Mussolini, ricevuto il tenente Sergio Bandera al Quartier Generale invierà, suo tramite, il seguente elogio al 2° battaglione: "... Porta ai bersaglieri del 2° battaglione il mio saluto ed il mio augurio, al capitano Borroni, a tutti gli ufficiali ed a tutti i reparti il mio elogio per il loro comportamento e di' loro che considero i bersaglieri del 2° battaglione come antesignani della rinascita dell'Esercito Repubblicano (46)...". Ma ciò non serve a bloccare il definitivo declino dell'efficienza militare dei suddetti reparti, menomata anche dalle continue e massicce diserzioni. L'ex bersagliere Riccardo Vitali (Cardù) diverrà addirittura commissario del 10° distaccamento mortaisti della V^ Brigata Garibaldi "L. Nuvoloni" e cadrà eroicamente nella battaglia di Baiardo il 10 marzo 1945.
[NOTE]
44 Vedi opera citata di G. Pisanò, fascicolo 32.
45 Opera citata come sopra.
46 Da "L'Eco della Riviera", giornale della Federazione Fascista d'Imperia, del 3-12-1944.
                                          Francesco Biga, Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria), Vol. III. Da settembre a fine anno 1944, a cura dell'Amministrazione Provinciale di Imperia e con patrocinio Isrecim, Milanostampa Editore, Farigliano, 1977
 
Fin dai giorni immediatamente successivi all'8 settembre il Ten. Col. Alfredo Tarsia chiamò a raccolta a Milano (tramite radio e stampa), presso la caserma del 3°, i bersaglieri che non intendevano accettare la resa di Badoglio. Ad essi si aggiunsero anche soldati di altre armi e, in gran numero, molti studenti soprattutto lombardi. Il 10 ottobre fu già possibile formare i Btg. LI, XX, XXV, XVIII, inviati in Piemonte, nella zona di Alessandria, per l’addestramento. Il 29 gennaio 1944, in 5000, giurarono fedeltà alla RSI. Il 20 febbraio il reggimento fu però sciolto e i battaglioni divennero autonomi cambiando numero. Nell’ordine I (zona Genova Pietra Ligure), II, III (da Savona a Genova), IV (da Rapallo a La Spezia), della difesa costiera al servizio dell’Armata Liguria. A fine agosto, però, il III Btg fu spostato sul fronte francese. I battaglioni seguirono strade diverse nei giorni della liberazione.
Redazione, 3° Reggimento Bersaglieri, la corsa infinita
 
La centrale elettrica di Bevera, Frazione di Ventimiglia (IM)

Il giorno dopo, 25 maggio '44, al mattino presto, fanno saltare [n.d.r.: adattando un obice recuperato sul momento tra le giacenze abbandonate dal disciolto Regio Esercito in una galleria dei forti di Marta] un traliccio dell'alta tensione che portava la luce da Bevera a San Dalmazzo [n.d.r.: San Dalmazzo di Tenda, oggi Val Roia francese, dipartimento delle Alpi Marittime] e alimentava la ferrovia e altri servizi. Il traliccio era molto più in basso dei forti e per raggiungerlo devono scendere. In seguito a tale azione la corrente viene interrotta.
Saltato il traliccio, Erven e i suoi due compagni risalgono a Cima Marta a prendere gli zaini... partono alla volta de "La Goletta" il giorno stesso (25 maggio 1944). Lungo la strada fra la nebbia ancora vicino a Cima Marta incontrano un capitano iugoslavo, di nome Jasic, liberato da un campo di concentramento, proveniente da Oxilia (provincia di Savona) e diretto in Francia... 
Giovanni Strato, Storia della Resistenza Imperiese (I^ zona Liguria) - Vol. I. La Resistenza nella provincia di Imperia dalle origini a metà giugno 1944, Editrice Liguria, Savona, 1976, ristampa del 2005 a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia 

Ventimiglia (IM): uno scorcio della collina di Collasgarba

Il distaccamento bersaglieri di Bertelli venne in seguito inviato a presidiare il caposaldo in Collasgarba, collina in zona Nervia di Ventimiglia (IM).
Per la costruzione colà di una trincea a difesa della postazione dotata di cannone anticarro vennero impiegati operai della Todt, tra i quali i fratelli Biancheri di Bordighera.
Con i fratelli Biancheri il sergente Bertelli esternò cautamente i sentimenti di disapprovazione della condotta della guerra.
I fratelli Biancheri favorirono l’incontro di Bertelli con il dottore Salvatore Turi Salibra/Salvamar Marchesi, membro di rilievo della Resistenza, ispettore circondariale del CLN di Sanremo per la zona Bordighera-Ventimiglia, fratello del prof. Concetto Marchesi, quest’ultimo, come noto, un insigne latinista, a sua volta impegnato nella Resistenza a livello nazionale.
Gli incontri con il dottore Marchesi avvenivano in un albergo sito sulla Via Romana a Bordighera (IM), dove, tra l'altro, Bertelli collaborò alla stesura di alcuni volantini inneggianti alla fine della guerra ed esortanti alla diserzione, che furono clandestinamente lasciati nei locali e nei luoghi frequentati dalle truppe.
Con la collaborazione del sergente Bertelli, quando egli ed i suoi uomini erano di servizio a Vallecrosia, poterono realizzarsi diversi collegamenti clandestini via mare da e per la Francia liberata, effettuati dal Gruppo Sbarchi di Vallecrosia.
Giuseppe Mac Fiorucci, Gruppo Sbarchi Vallecrosia, Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia <Comune di Vallecrosia (IM) - Provincia di Imperia - Associazione Culturale "Il Ponte" di Vallecrosia (IM)>, 2007

La zona di Calandri (case sulla sinistra), Località di Ventimiglia (IM)

Bevera, Frazione di Ventimiglia (IM)

Nel '44 il fronte si fermò lì come nel '40, solo che questa volta la guerra non finiva, e non c'era verso che si spostasse. La gente non voleva fare come nel '40, di caricare quattro stracci e le galline su un carretto, e partire col mulo davanti e la capra dietro. Nel '40 quand'erano tornati avevano trovato tutti i cassetti rovesciati in terra e fèci umane nelle casseruole: perché si sa che gli italiani da soldati quando possono fare dei danni non guardano né amici né nemici. Così rimasero, con le cannonate francesi che arrivavano giorno e notte a piantarsi nelle case e quelle tedesche che fischiavano sopra la testa.
[...] La Val Bévera era piena di gente, contadini e anche sfollati da Ventimiglia, e s'era senza mangiare; scorte di viveri non ce n'era e la farina bisognava andarla a prendere in città. Per andare in città c'era la strada battuta dalle cannonate notte e giorno. Ormai si viveva più nei buchi che nelle case e un giorno gli uomini del paese si riunirono in una tana grande per decidere.
Italo Calvino, La fame a Bévera in Ultimo viene il corvo, Einaudi, 1969

Bevera, Frazione di Ventimiglia (IM)
 
II ponte che attraversa la Bevera e approda al borgo che pur Bevera si chiama, poco a monte del punto in cui le sue acque confluiscono nel Roja è, a valle, l’unico legame tra le due sponde. Non l’ho mai attraversato, perché tutta l’attività della mia squadra si svolse nel triangolo che aveva base la costa, e segnava i suoi lati tra Ventimiglia e Seglia, in Val Roja, da una parte, Latte e Ponte San Luigi, dall’altra: il terzo lato era sguarnito. Ci pensavano altri. Sottoposto a incessanti tiri di artiglieria, dal mare e dai monti, e di mortaio, era di giorno quasi invalicabile: ma quando dovevano attraversarlo, i bersaglieri calzavano ben visibile il fez cremisi...
Per le postazioni oltre il ponte, addetta a tali rifornimenti alimentari era la squadra della Pac. Un bersagliere attraversava veloce, a razzo, il ponte, mentre un altro tratteneva il mulo. Poi, un gran colpo sulle natiche, inferto con una bomba a mano tedesca (di quelle a martello) e il mulo così "bastonato" per scappare correva oltre il ponte. Il bersagliere seguiva poi di corsa, in modo che l’attraversamento del ponte offrisse ben poco spazio ai tiri incessanti dei mortai nemici. Sono, personalmente, in grado di apprezzare questa elementare tecnica mulattiera. In condizioni forse peggiori avevo ingaggiato una vibrata colluttazione con un mulo per costringerlo ad attraversare un ponticello: e sul suo basto pesava un quintale di munizioni in grado di eliminare, se fossero scoppiate, il mulo, me e quanti altri erano nelle vicinanze. In guerra ragazzi, ci vuole esperienza e tecnica! Escluso il vettovagliamento per i reparti agli avamposti (Grimaldi e Mortola) il resto del battaglione trovava le fonti di rifornimento in Bordighera, presso il Comando di battaglione, in quel tempo colà dislocato. Ad un ristorante di Bordighera ricorrevano, per un plus, i più sfacciati (o i più affamati?). La linea alleata correva, dirimpettaia, sul crinale delle Alpi Marittime, cioè sul crinale del gruppo del Grammondo.
Tra le due linee la terra di nessuno, di un centinaio di chilometri quadrati. Il vuoto per dividere gli eserciti e per dar modo di capire cosa succedesse.                                                                                  Umberto Maria Bottino, Sapevamo di perdere, Attilio Negri srl, Rozzano (MI), 1993
 
Il 20 dicembre 1944 i bersaglieri fascisti della “9^ compagnia della Morte” di stanza a Baiardo, comandati da un tenente di nome Franco Buratti, di Corniglio (Parma), incominciano ad usare violenza, a spargere terrore e morte, a torturare e a macchiarsi d'infami delitti. Spalleggiano il tenente nelle azioni criminose aguzzini come i sottufficiali G.C. Medioli e G. Terragni. Hanno la sede nell'albergo Miramonti e nei momenti cruciali della lotta non esitano a farsi scudo con la popolazione civile inerme. Altrimenti irrompono nelle case, asportano ogni cosa, compiono prelievi notturni, interrogatori forzati, sevizie brutali contro persone ritenute favorevoli ai partigiani. Un giorno arrestano i giovani Silvio Laura (Fulmine), Luigi Laura (Gino), Giobatta Laura (Paolo) e Mario Laura (Freccia). Il tenente Buratti ne ordina l'interrogatorio eseguito dai suddetti ufficiali e soldati. Dopo indicibili torture, tradotti a San Remo, dove sono obbligati a scavarsi la fossa, vengono trucidati dalle S.S. Tedesche il 24 gennaio 1945. Oltre che dai Tedeschi, la 9^ compagnia è codiuvata nei rastrellamenti da due o tre spie locali, tra cui l'amante del Buratti, il quale non risparmia mai le persone da lei segnalate e su cui inveisce con crudele malvagità. La compagnia opera scassi e furti, rapina le scorte alimentari della popolazione, saccheggia il negozio di Eugenio Laura, padre di un caduto. Per mesi i bersaglieri tengono forzatamente presso di loro donne e ragazze che seviziano in ogni modo. Anche parecchi uomini subiscono la stessa sorte, rinchiusi nelle carceri dell'albergo trasformato in caserma. Per lungo tempo tengono prigionieri i cittadini: Luigi Laura, Gio. B. Chierico, Sergio Boeri, Giacinto Moriano, Michele Laura, Bartolomeo Novelli, Eugenio Chierico, Antonio Aurigo, G.B. Taggiasco, Antonio Moriano, Eugenio Laura, Nicola Rosafino, Antonio Pannaudo, Marco Taggiasco, ecc. Danversa Giuseppe uscirà dalle carceri col volto irriconoscibile per le sevizie subite.
Francesco Biga, Op. cit.
 
Lodi Silvio "Nello", bersagliere
Nato a Pegognaga (MN) l'11.11.1925.
Contadino, presta servizio militare nei Bersaglieri a Genova dal dicembre 1943 al 1 Agosto 1944 in un battaglione costiero.
Il 25 dello stesso mese entra nelle formazioni partigiane della 2a Divisione "Cascione" e fa parte di un Distaccamento della 5a Brigata "Nuvoloni" comandata da "Vitò" che opera nell'Alta Val Nervia.
Il 29 agosto 1944 è già in azione a Pigna: poi Baiardo ed in tutta la zona operativa.
A partire dall'11 ottobre 1944 partecipa alla ritirata che condurrà il grosso delle forze della resistenza a Fontane in Val Corsaglia, dopo il tragico rastrellamento di Upega.
Il 6 gennaio 1945 partecipa ad una azione contro il presidio repubblichino di Carpenosa ma viene catturato nella zona tra Castelvittorio e Baiardo durante un rastrellamento a fine mese.
Creduto semplicemente un renitente ai bandi di arruolamento della R.S.I. viene imprigionato per alcuni giorni e tenuto in seguito come ostaggio fino al 25 marzo.
Dal 13 aprile 1945 sarà di nuovo presso le formazioni con il settimo e il sesto distaccamento fino alla liberazione ed alla successiva smobilitazione del 25 maggio 1945.
Vittorio Detassis

Mortola, Frazione di Ventimiglia (IM)

Grimaldi, Frazione di Ventimiglia (IM): la strada statale poco prima di Ponte San Luigi

Le formazioni fasciste avevano in provincia di Imperia una composizione eterogenea. Oltre ai soldati della G.N.R., delle Brigate Nere e dei Bersaglieri, operavano reparti delle Divisioni Monte Rosa, Muti, Cacciatori degli Appennini, San Marco, "X^ Flottiglia Mas" e qualche SS italiana.
Agirono anche diversi gruppi di SS tedesche, che avevano come principale compito quello di effettuare rastrellamenti ai danni delle formazioni partigiane [...] Un dispaccio partigiano (documento in Archivio Isrecim) riportava a marzo 1945 che [...] i bersaglieri con una compagnia comando a Bordighera, 3 compagnie dislocate al fronte tra Latte, Frazione di Ventimiglia, ed il Grammondo, 2 compagnie di copertura tra San Lorenzo al Mare e Riva Ligure, ed ogni compagnia disponeva di 5 mortai [...]
Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell’Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945), Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1998-1999   
 
20 giugno 1944
Stamane, all'Umberto I [nota dei curatori del libro: La Ridotta dell’Annunziata, adattata a caserma, aveva per titolo “Umberto I”] vi erano dei soldati di sentinella col fucile e l’elmetto in testa, ma per il resto vestiti in borghese. È la classe del '26 che è stata appena chiamata alle armi. A Ciotti [n.d.r.: località del ponente di Ventimiglia, prossima alla Frazione Latte], due militi della Confinaria sono morti in seguito allo scoppio di mine disseminate dai tedeschi. La scorsa notte, circa 200 uomini, fra richiamati e operai della Todt, hanno preso la via della montagna per raggiungere i ribelli che, oggi, hanno fatto saltare il ponte di Perinaldo.
21 giugno 1944
Anche stanotte, altri giovani sono andati a raggiungere i ribelli. Continuano i bombardamenti, sulla Riviera e ovunque. Torino ha subito la 35^ incursione aerea, anche a Genova le rovine sono immense.
22 giugno 1944
Stanotte, alle due e un quarto, abbiamo avuto un brusco risveglio. L'allarme, seguito poi da un'infinità di apparecchi.
Come al solito, non avevamo idea di alzarci, ma il grande chiarore ci ha fatto andare a curiosare dalla finestra. Che spettacolo, il primo per noi! Che fuochi e poi certo anche spari! Non siamo stati ad indugiare prima di uscire di casa e metterci al sicuro. Se avessimo aspettato ancora un po' saremmo stati tutti belli e finiti. Tre bombe sono cadute sotto la casa di Lanfredi, delle quali due solo esplose. Povera nostra campagna, come è rimasta desolata, quanto danno abbiamo avuto! Però, possiamo dirci fortunati che non hanno avuto nessuna avaria le vasche e la tubazione. I danni della casa, neanche questi sono ingenti. Il danno più grosso è nella vigna perché anche le viti sono rovinate.
La durata dell'allarme è stata di 50 minuti, il bombardamento di 22 minuti, le bombe, lasciate cadere su Ventimiglia e dintorni, un'infinità. Cominciando dalla salita degli Scuri, Rivai, Marina, Piazza Vittorio Emanuele, Gallardi, Siestro, Via Chiappori, Via Roma, Sottoconvento, Via Cavour, Via Mazzini, la Mortola. Queste sono le zone che più delle altre presentano i segni della distruzione causata dalle bombe nemiche.
Caterina Gaggero Viale, Diario di Guerra della Zona Intemelia 1943-45, Edizioni Alzani, Pinerolo, 1988
 
Villatella, Frazione di Ventimiglia (IM)

La popolazione che aveva abitato i villaggi di Villatella, Torri, Calvo, Bevera e altri, era già stata fatta sgomberare, una prima volta, dal Regio Esercito nel giugno 1940. Poi, dopo l’armistizio con la Francia, molti erano tornati, ma quando gli Alleati sbarcarono in Provenza, e il fronte si stabilizzò tra il Grammondo e il Roja, si ripresentò la necessità dello sgombero, questa volta intimato dal Comando tedesco, e per salvaguardare la popolazione locale, ma soprattutto per evitare intelligenze col nemico. Questa volta non tutti sfollarono e alcune famiglie si abbarbicarono nelle loro case, come non avevano fatto nel 1940. Prima del nostro intervento in linea questo territorio era battuto dalle pattuglie inglesi e alleate: dopo il colpo di mano fu territorio prevalentemente percorso da bersaglieri in perlustrazione, di ronda, in azioni di controllo: i bersaglieri della quinta, in dicembre-gennaio, e delle sesta e settima compagnia poi unitamente a modeste pattuglie della Wehrmacht.
Al di qua del crinale, nella valle del Roia era ammessa, ma estremamente rischiosa, la sopravvivenza dei civili. Le olive venivano raccolte dalle ragazze e qualche frantoio oleario lavorava ancora arrangiando compromessi con bersaglieri e tedeschi. A Bevera c’era anche una panetteria col forno in funzione, e poca farina.
Era utile essere pronti ad emettere il regolamentare "Altolà! mani in alto!". Si potevano incontrare strani personaggi. Ne incontrò uno una pattuglia sotto il Longoira. "Altolà! Mani in alto!". "Siamo amici" e mostrò un lasciapassare firmato dal maggiore Geiger, sovraintendente tedesco del settore. Dietro al capo due spaventatissime e titubanti figure. Li porto di là, dice il capo. Voleva far intendere che si trattava di spie, ma, dalla paura che trasudava dai loro volti, potevano anche essere staffette partigiane di collegamento, o, perché no, ladri di preziosi. "Non vi avevo avvertito che avremmo incontrato i bersaglieri?" dice il capo, e rivolto ai due, li rincuorò "Non ve l’avevo detto? Tutto a posto" e si avviò verso le cime, ingoiato dalla notte...
Oltre il ponte vissero la loro avventura molte squadre della quinta, della sesta e settima compagnia. Che allungavano la loro attenzione - in terra di nessuno - fino a Torri, quattro case disabitate e semidistrutte. Da lì principiavano la loro incessante attività le pattuglie dei perlustratori. Di ciò che è avvenuto oltre il ponte ho solo notizie da altri: alcune di allora, fresche di giornata, altre di oggi, col valore delle rimembranze e delle testimonianze... Prima preoccupazione del Comando della 34^ divisione [tedesca] era che la terra di nessuno, il cuscinetto tra i due schieramenti, fosse occupata silenziosamente dal nemico: ma che, nell’eventuale tentativo, scattassero gli opportuni allarmi. Le pattuglie, formate di volta in volta ad hoc con la partecipazione di elementi, molte volte volontari, provenienti da squadre diverse, e gli avamposti di Ponte San Luigi, Mortola, S. Antonio, Villatella e Torri (cui si arrivava anche da Monte Pozzo, ove avevano sede nei mesi di dicembre e gennaio, arretrati e pacifici, gli uomini di Salafia, con il quattrocchi Radice Luigi e Minniti il cuoco, Rovella, Benedusi ed altri) avevano una funzione di campanello d’allarme.
Villatella, un agglomerato di rustici e baite, fu recapito provvisorio per un'altra pattuglia, della quale fecero parte Luigi Radice - che spontaneamente si offriva ogni volta che c’era l’occasione - Aristide d’Alessandro, Paolo Ferrante, orfano di una medaglia d’oro caduta in terra abissina, due tedeschi ed altri bersaglieri. Sette notti a spasso tra i dirupi che salgono dalla Bevera alle cime del gruppo Grammondo. Scopo: catturare pattuglie nemiche, non lasciare tracce, sotterrare i rifiuti. Possibilmente non sparare: combattere all’arma bianca. Ma chi mai ci aveva addestrato a questa evenienza? Per dormire si fermarono in varie case del paesino. Cinque bersaglieri al lato nord, cinque al lato sud e cinque al centro del paese. S. Antonio fu raggiunta da uomini del secondo plotone: il paese era devastato: mobili e masserizie rovesciate per le strade, il sospetto dei fantasmi era evocato da lenzuola mosse dal vento. In questo scenario da day after, in questa atmosfera allucinante, appena giunti al fronte, per curiosità, si inoltrarono, passeggiando, Palieri e Soragna: udirono rumori. Comparvero due militari nemici, anche loro a passeggio. Nessuno dei quattro era in assetto da combattimento: si rivolsero la parola, uno dei due si chiamava John, nipote di siciliani. In un pessimo inglese e cattivo italiano si scambiarono pane bianco e olio. Okay John. A Natale, dall’una e dall’altra parte della Valletta, ci fu uno scambio di auguri. Merry Christmas, Raf. Buon Natale, John...
Umberto Maria Bottino, Sapevamo di perdere, Attilio Negri srl, Rozzano (MI), 1993
 
Torri, Ventimiglia - 14 dicembre 1944
Pattuglie di soldati tedeschi e di bersaglieri della R.S.I. circondano il paese ed iniziarono la ricerca dei civili presenti. Tutti quanti furono catturati e trucidati sul posto ed abbandonati sulla piazza e tra i vicoli del paese.
Giorgio Caudano, Gli eroi sono tutti giovani e belli. I caduti della Lotta di Liberazione. I^ Zona Liguria, ed. in pr., 2020

[ n.d.r.: tra le pubblicazioni di Giorgio Caudano: Marco Cassini e Giorgio Caudano, Bordighera al tempo di Bicknell e Monet, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2021; Giorgio Caudano, L'immagine ritrovata. Ventimiglia e dintorni nei dipinti dell'Ottocento e primo Novecento, Alzani Editore, 2021; (a cura di) Paolo Veziano con il contributo di Giorgio Caudano e di Graziano Mamone, La libera Repubblica di Pigna. Parentesi di democrazia (29 agosto 1944-8 ottobre 1944), Comune di Pigna, IsrecIm, Fusta Editore, 2020; Giorgio Caudano, Dal Mare alla Trincea... memorie di uomini, BB Europa, Cuneo, 2019; Silvia Alborno, Gisella Merello, Marco Farotto, Marco Cassini, Giorgio Caudano, Franck Vigliani, curatori della mostra Claude Monet, ritorno in Riviera, catalogo a cura di Aldo Herlaut, Silvana Editoriale, Milano 2019; La Magnifica Invenzione. I pionieri della fotografia in Val Nervia 1865-1925, a cura di Marco Cassini e Giorgio Caudano, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2016; Giorgio Caudano, Pigna. Storia di un paese, ed. in pr., 2016  ]

Bordighera (IM): in primo piano una vista su Vallecrosia e Ventimiglia, sulla sinistra sulla Costa Azzurra, sulla destra su Mortola

Chiamato anche battaglione universitario [n.d.r.: il II battaglione bersaglieri della difesa costiera ex XX], era comandato dal maggiore Guido Castellara. La prima destinazione come costiero l'ebbe fra Varazze e Savona. Fino allo sbarco americano in Provenza (agosto 1944) il lavoro fu di routine dopo non più. Ridislocato alla Frontiera Francese ebbe la 5a compagnia a Grimaldi, la 6a a S. Lorenzo, 7a a Ceriana e 8a a Bordighera. Comparve anche una 9a nell'entroterra. Così diceva il corrispondente di guerra Guglielmo Haensch: ".... nei sotterranei di un albergo sbrecciato è appostata la squadra del Bersagliere Guarino, sergente fiumano. Dalla feritoia, dinanzi a noi, Mentone. Oggi Guarino è piuttosto assonnato (2 notti di pattuglia) ma l'arrivo degli ospiti lo ravviva. Si mangia, oggi pranzo di gala. Sono tutti ragazzi magnifici. Quando c'è da uscire di pattuglia è una gara per ottenere di far parte delle spedizioni. Così si svolge la vita dei Bersaglieri del II a pochi passi dal nemico". A Settembre gli scontri con americani e partigiani si fanno intensi. La compagnia di Inglese venne annientata a Badalucco. Altri scontri cruenti si ebbero a Ceriana a fine mese. L'inverno fu relativamente tranquillo. All'ordine di ritirata, impartito dai tedeschi della 34a div., tutti i reparti si ritrovarono sulla Aurelia fino ad Imperia. Da qui presero per Ormea, Garessio, Ceva e Mondovì dove sbucarono il 29 aprile 1945. Il 3 maggio raggiunta Ciriè il reparto si sciolse nelle mani del CLN che garantì la prosecuzione fino ad Ivrea degli Ufficiali.
Redazione, Il II battaglione bersaglieri della difesa costiera ex XXla corsa infinita

San Biagio della Cima (IM)

L'11 novembre 1944 i bersaglieri avevano saccheggiato San Biagio della Cima e fucilato a San Remo il sapista Orlandi Osvaldo (Vado), di Giuseppe, nato a Imperia il 3.5.1927.
Francesco Biga, Op. cit.


Mentone

Bruno Guarino nasce a Fiume nel 1922. Appena diciassettenne (1940) si arruola volontario e tale rimane anche dopo l’8 settembre nelle fila della Repubblica Sociale Italiana militando nel II btg costiero dal 3° Reggimento Bersaglieri che combatte sul fronte francese (tra Mentone e Monte Pozzo) dall'Ottobre 1944 all'Aprile 1945. Queste pagine autobiografiche sono una testimonianza del travaglio sofferto dai giovani che, durante il conflitto mondiale, offrirono gioventù e vita alla Patria con lealtà ed amore filiale. "Questo" - scrive Guarino - "fu il vero motivo del volontariato della stragrande maggioranza di noi: un bisogno sincero e prepotente di ridare alla nazione la perduta dignità; senza o con poche sfumature politiche". Il racconto di quei drammatici avvenimenti si snoda con stile semplice e limpido, senza demagogia o retorica, caratterizzato com'è dal sereno, talora ironico, distacco con cui l'Autore descrive la sua odissea poi da prigioniero. Il volontarismo della Repubblica Sociale fu un fenomeno complesso che Guarino coglie nella sua essenza.
Redazione, Bruno Guarino, La guerra continua, Bonanno Editore, Palermo, la corsa infinita
 
Amedeo Anfossi: nato a Sanremo il 27 novembre 1915, milite della GNR in servizio presso il Comando Provinciale della GNR, compagnia di Sanremo
Interrogatorio dell’8.6.1945: "[...] Verso il 20 febbraio 1945 ho preso parte al rastrellamento effettuato nella zona di Baiardo unitamente ad una quindicina di altri militi, un reparto di bersaglieri, brigate nere e soldati tedeschi. Noi della GNR eravamo al diretto comando del Tenente Salerno Giuseppe. Io ero adibito al servizio di conducente di una carretta per il trasporto dei rifornimenti [...]
Leonardo Sandri, Processo ai fascisti: una documentazione, Vol. 9 - Liguria: Imperia - Savona - La Spezia, StreetLib, Milano, 2019 

21 aprile 1945
Ieri sera verso le dieci una granata ha ucciso due bersaglieri, col cavallo che transitavano davanti alla drogheria...
22 aprile 1945
Pochi spari, tutti parlano della fine guerra. I bersaglieri sono silenziosi, non hanno più la baldanza che avevano in questo poco tempo passato, non fanno più tutta quella maffia che facevano con quelle tre ragazzotte tutti i giorni, con quei due sandolini a navigare nel fiume.
Caterina Gaggero Viale, Diario di Guerra della Zona Intemelia 1943-45, Edizioni Alzani, Pinerolo, 1988

venerdì 6 gennaio 2023

Disertori della Wehrmacht tra i partigiani dell'Imperiese

Dolceacqua (IM)

Almeno 170 garibaldini internazionali entrarono a far parte delle due divisioni Garibaldi «F. Cascione» e «S. Bonfante»; parecchi persero la vita sulla nostra terra, per la liberazione dell'Italia, e per contribuire alla liberazione della loro Patria vicina o lontana. Fra questi, più della metà furono sovietici, che raggiunsero le formazioni partigiane imperiesi con vero slancio, con la piena consapevolezza di un dovere da compiere verso la propria Patria, indimenticabile ed indimenticata, per condurre a migliaia di chilometri di distanza una titanica lotta contro il nemico comune.
Quelli con cui si riuscì, con grandi difficoltà, a stabilire il contatto, appena poterono fuggirono senza esitare un solo istante, con decisione e fermezza, mettendo a rischio la vita pur di raggiungere le formazioni. Già nel maggio del 1944 si era sentito parlare di prigionieri sovietici e polacchi nella I Zona Liguria che, inquadrati nella Wehrmacht, erano adibiti alla costruzione di fortificazioni lungo la costa. Mal nutriti, malmessi e bastonati o puniti con la morte, erano inavvicinabili da coloro che, con simpatia, avrebbero voluto dar loro un pezzo di pane.
Francesco Biga, Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria), Vol. III. Da settembre a fine anno 1944, a cura dell'Amministrazione Provinciale di Imperia e con il patrocinio dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, Milanostampa Editore - Farigliano, 1977
 
Il contributo dei disertori della Wehrmacht alla Resistenza, segnatamente a quella della I^ Zona Liguria, è argomento degno di nota. Si trattava di uomini di nazionalità russa, polacca, serba ed austriaca, anche se non mancarono tedeschi che spesso si autodefinirono austriaci. I soldati di origine slava erano presenti in quasi tutti i presidi montani dell'esercito tedesco, soprattutto in Val Roia ed in Val Nervia. Furono numerosi, infatti, a Briga Marittima, San Dalmazzo di Tenda, Pigna, Isolabona, Dolceacqua, Carmo Langan, Perinaldo. I soldati non tedeschi dovevano in genere adempiere a compiti meno bellici, quali accudire i cavalli, numerosi soprattutto nei presidi germanici in Val Nervia, occuparsi della ricostruzione dei ponti distrutti affiancando i civili, condurre, spesso privi di scorta, carriaggi carichi di materiale.
Russi, serbi, polacchi, arruolati nella Wehrmacht, venivano sovente inviati in prima linea e, se accennavano a ritirarsi, divenivano oggetto di colpi di armi da fuoco degli altri soldati tedeschi.
Furono spesso, poi, questi soldati allogeni gli ultimi a lasciare l'imperiese, come nel caso di Apricale, dove di 18 soldati rimasti a presidiare il paese il solo di nazionalità tedesca era il maresciallo che li comandava.
Le diserzioni di soldati dell'Europa orientale, inquadrati nell'esercito tedesco, che si erano verificate già nel 1944, si intensificarono a gennaio e febbraio 1945, allorché diversi contingenti contattarono i garibaldini per trattare il loro passaggio nelle file della Resistenza, ma fu durante gli ultimi giorni di marzo  ed i primi giorni di aprile che si registrò un netto aumento di arrivi tra i partigiani di disertori dell'esercito tedesco.
Fatta eccezione per rari casi, come quello dei due soldati olandesi che indicarono ai tedeschi un nascondiglio di armi dei partigiani o quello dell'infermiere "Antonio", che guidò i suoi (ex) commilitoni nella strage della zona di Testico del 15 aprile 1945, i soldati di nazionalità non tedesca che entrarono nelle formazioni della I^ zona Liguria parteciparono con onore alle azioni di guerriglia. Molti di loro perirono in combattimento e spesso, per le difficoltà di comprensione della lingua, di loro rimase solo una scarsa traccia anagrafica, come per il russo "Gospar" fucilato con altri 3 garibaldini italiani il 19 gennaio 1945 in una frazione di Albenga o dell'altro russo "Androschi", il quale, catturato, fu capace di non rivelare nulla ai tedeschi.
Questi disertori della Wehrmacht erano in maggioranza di nazionalità russa o polacca. I comandi partigiani, per metterli maggiormente a loro agio, li inserirono in genere in formazioni in cui si trovavano già loro connazionali: poteva così accadere, come nel caso del V° Distaccamento "Felice Paglieri" del II° Battaglione "G.B. Rodi" della IV^ Brigata "Elsio Guarrini" della II^ Divisione "Felice Cascione", che su 38 garibaldini 6 fossero dei russi.
Si verificarono anche episodi poco bellici, come nel caso del maturo russo "Miscia", il quale chiese al comando della I^ Brigata di essere trasferito in altro Distaccamento perché mal sopportava gli scherzi dei suoi compagni più giovani.
Al termine della guerra, giunto il momento di rientrare nei rispettivi paesi di origine, molti garibaldini dell'Europa orientale chiesero ai comandi partigiani il rilascio di certificati che attestassero la loro partecipazione alla lotta partigiana in Italia.
Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell’Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945) - Tomo I, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1998-1999

La vallata di Apricale

Nel novembre 1943 una dozzina di ex-prigionieri jugoslavi, capitanati dall’ufficiale Ilija Radović, si aggregò alla Brigata Valcasotto: lavoravano con le squadre di guastatori e logistici e nell’ambiente partigiano vennero presto denominati “legione straniera”. “Sono gentiluomini e godono, come i partigiani, della simpatia della popolazione”, scrisse nelle sue memorie don Emidio Ferraris, parroco di Pamparato. Della “legione straniera” si perdono poi le tracce nella documentazione, probabilmente a seguito dello sbandamento della brigata dopo la tragica battaglia della Valcasotto del marzo 1944. Il gruppo riappare però in scena nove mesi dopo, nel corso di un rastrellamento dei nazisti nella vicina Val Corsaglia.
Ma nelle valli di basso Piemonte e ponente ligure, i nomi di partigiani provenienti da oltre Adriatico e passati per Garessio affiorano un po’ ovunque, spesso a fianco di altri nomi francesi, polacchi, tedeschi, sovietici.
Alfredo Sasso, Lo stesso destino: resistenza internazionale, civile e partigiana tra Val Tanaro e Jugoslavia, OBCT, 24 aprile 2020  

Uno scorcio di Alpi Marittime

Un episodio significativo era stata la ricerca di tre ufficiali jugoslavi prigionieri, evasi dal campo di concentramento di Garessio e rifugiatisi sul Monte Galero, saltuariamente soccorsi da Rina Bianchi di Nasino [in provincia di Savona, Val Pennavaira]. Pippo Arimondo con alcuni albenganesi... coronavano la ricerca, aggregando i tre slavi Milan R. Milutinovic (Mille), Obren L. Savic (Vincenzo) e Mihajlo Kavagenic (Michele o Dabo) al distaccamento ribelle. I tre jugoslavi combatteranno con i partigiani fino alla fine del conflitto. Arimondo (Pippo) nel gennaio 1944 scendeva ad Alassio per organizzare, come detto, il trasporto di armi e di munizioni. Nella sosta di alcuni giorni in Riviera incontrava in una casa privata di via Diaz, assieme a Virgilio Stalla, Angelo Martino e Giovanni Sibelli, il dirigente comunista Giancarlo Pajetta (Nullo o Mare), ispettore militare in viaggio lungo la costa ligure per coordinare le prime squadre partigiane comuniste, le Stelle Rosse. Avuto l'assenso per la disponibilità degli armamenti, Pippo ritornava ad Alto per riferire l'esito della missione. A quel punto Viveri (Umberto) e il comando partigiano rimandavano Pippo ad Alassio... Nel frattempo da Alto arrivava la tragica notizia della morte di Felice Cascione e la conseguente dispersione dei garibaldini verso il Piemonte.
Francesco Biga e Ferruccio Iebole (a cura di Vittorio Detassis), Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria), Vol. V, Ed. Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia, 2016

L'avvicinamento a Vessalico è compiuto all'indomani [8 ottobre 1944] alle 6 antimeridiane [...] Attuato da Cion (Silvio Bonfante) un lancio di manifestini invitanti alla resa gli Slavi e gli Austriaci presenti nel presidio - desiderosi di disertare - e inviata la ragazza Domenica Delfino per persuaderli a farlo veramente, viene sferrato un attacco violentissimo.
Francesco Biga, Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria), Vol. III. Da settembre a fine anno 1944, a cura dell'Amministrazione Provinciale di Imperia e con il patrocinio dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, Milanostampa Editore - Farigliano, 1977

Fontane, Frazione di Frabosa Soprana (CN)

Il distaccamento Garbagnati con alla testa Massimo Gismondi (Mancen), comandante della I^ Brigata "Silvano Belgrano", lasciò Fontane di Frabosa Soprana (CN) il 13 novembre 1944 per ritornare in Liguria. Giunti a Pornassio, il trasferimento venne funestato dallo scoppio accidentale di una bomba a mano greca custodita nello zaino del vice responsabile del S.I.M. Rinaldo Delbecchi, che uccise Franz Mottl (Carlo), un disertore austriaco che aveva abbandonato nel mese di luglio il suo reparto per raggiungere il distaccamento di Silvio Bonfante (Cion), servendo fedelmente nei mesi che seguirono i suoi nuovi compagni.
[...] Il 24 novembre 1944 tre di questi vennero fucilati in località San Giacomo a Sanremo e gli altri al Poggio di Sanremo. Tra i caduti del Poggio ci fu anche una vittima rimasta ignota: potrebbe trattarsi di Jean Bertrand, disertore alsaziano giunto a Pigna nel settembre 1944 durante l’esperienza della repubblica partigiana insieme alla missione alleata composta, tra gli altri, dai capitani Long e Morton, questi un giornalista canadese, Bertrand abbandonato al proprio destino dagli altri che, attraverso strade diverse, raggiunsero la Francia ormai liberata.
[...] Domenico Arnera (Aldo), a fine ottobre è capo di Stato Maggiore della Brigata “Belgrano” della Divisione Garibaldi “Felice Cascione”, rifugiata a Fontane dopo il grande rastrellamento di ottobre. E' arrestato a Corsaglia il 18 dicembre 1944, a seguito di una involontaria delazione di un abitante del luogo che, vedendolo passare scortato da un tedesco armato, pare abbia commentato: “Hanno preso Aldo,il capo della Stella Rossa”. In realtà Arnera, in compagnia di Fred Sutterline (disertore tedesco ancora in divisa, appena arruolatosi con i partigiani) era in viaggio verso l'ospedale di Mondovì per ricevere cure appropriate e debellare un'infezione. Condotto a Corsaglia, quindi a Mondovì Piazza venne rinchiuso nelle carceri della caserma Galliano e fucilato il 27 dicembre 1944.
[...] Su indicazione di una spia il mattino del 31 dicembre un centinaio di tedeschi proveniente da Pieve di Teco investirono la zona. Alcuni garibaldini sfuggirono al rastrellamento, altri (tra cui tre austiaci disertori) caddero prigionieri. Menini riuscì a far fuggire due suoi uomini, esponendosi all'arresto. Portati al comando di Pieve di Teco vennero riconosciuti come partigiani. Dopo tre giorni di percosse e un processo farsa in cui confessò di essere un partigiano, venne emessa per lui e per altri tre partigiani della II^ Brigata d'Assalto Sambolino della Divisione Garibaldi “Gin Bevilacqua” operante nella II^ Zona Liguria, G.B. Valdora, Ezio Badano e Lorenzo Cracco, la sentenza di morte.
Giorgio Caudano, Gli eroi sono tutti giovani e belli. I caduti della Lotta di Liberazione. I^ Zona Liguria, ed. in pr., 2020

[ n.d.r.: tra le pubblicazioni di Giorgio Caudano: Marco Cassini e Giorgio Caudano, Bordighera al tempo di Bicknell e Monet, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2021; Giorgio Caudano, L'immagine ritrovata. Ventimiglia e dintorni nei dipinti dell'Ottocento e primo Novecento, Alzani Editore, 2021; (a cura di) Paolo Veziano con il contributo di Giorgio Caudano e di Graziano Mamone, La libera Repubblica di Pigna. Parentesi di democrazia (29 agosto 1944-8 ottobre 1944), Comune di Pigna, IsrecIm, Fusta Editore, 2020; Giorgio Caudano, Dal Mare alla Trincea... memorie di uomini, BB Europa, Cuneo, 2019; Silvia Alborno, Gisella Merello, Marco Farotto, Marco Cassini, Giorgio Caudano, Franck Vigliani, curatori della mostra Claude Monet, ritorno in Riviera, catalogo a cura di Aldo Herlaut, Silvana Editoriale, Milano 2019; La Magnifica Invenzione. I pionieri della fotografia in Val Nervia 1865-1925, a cura di Marco Cassini e Giorgio Caudano, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2016; Giorgio Caudano, Pigna. Storia di un paese, ed. in pr., 2016  ]
 
Domenico Arnera, nato a Savona il 25 aprile 1917, aiuto disegnatore, già sottoufficiale di marina. Come molti savonesi di Villapiana, quartiere dove abita, aderisce al movimento della Resistenza. Agli inizi di luglio 1944 è tra gli organizzatori delle formazioni garibaldine liguri in Val Tanaro, comandante del Distaccamento "Bellina", dislocato a Fontane di Frabosa Soprana: è attivissimo nella raccolta di derrate alimentari, coperte ed abiti per i distaccamenti. A fine ottobre è Capo di Stato Maggiore della Brigata "Belgrano" della Divisione Garibaldi "Felice Cascione". È arrestato in Val Corsaglia il 18 dicembre 1944, a seguito di una involontaria delazione di un abitante del luogo che, vedendolo passare scortato da un tedesco armato, pare abbia commentato: "Hanno preso Aldo, il capo della Stella Rossa". In realtà Arnera, in compagnia di Fred Sutterline (disertore tedesco ancora in divisa, appena arruolatosi con i partigiani) è in viaggio verso l'ospedale di Mondovì per ricevere cure appropriate e debellare un'infezione. È condotto a Corsaglia, quindi a Mondovì Piazza e rinchiuso nelle carceri della Caserma Galliano. I tentativi dei comandi partigiani per uno scambio di prigionieri non danno l'esito sperato; Aldo viene fucilato il 27 dicembre 1944.
Decorato alla memoria di medaglia di bronzo al valor militare: "Durante un forte rastrellamento da parte del nemico, incurante del pericolo, sotto l'imperversare di un'intensa azione di fuoco, provvedeva ad occultare un ingente quantitativo di viveri evitando che cadesse in mani nemiche. Sebbene ferito, rimaneva ancora per cinque giorni al suo posto di lotta, finché sfinito di forze, veniva fatto prigioniero; sottoposto a torture e sevizie le sopportava fieramente destando l'ammirazione dello stesso avversario. Affrontava serenamente la morte senza svelare alcuna notizia". Val Corsaglia-Mondovì, 10-27 dicembre '44
Redazione, Arrivano i Partigiani, inserto "2. Le formazioni di montagna della I^ e della VI^ Zona Operativa Ligure che operavano nella provincia di Savona", I RESISTENTI, ANPI Savona, 2011 


Arnera, capo di Stato Maggiore della I^ Brigata "Silvano Belgrano", a quel tempo ancora incorporata nella II^ Divisione, venne arrestato in Val Tanaro il 18 dicembre 1944 a seguito di un'involontaria delazione e fu fucilato a Mondovì (CN) il 27 dicembre 1944. A lui venne intitolata la IV^ Brigata della nuova Divisione "Silvio Bonfante".
Si presero contatti anche con le formazioni autonome di "Mauri".
Rocco Fava, Op. cit.

Sascia (Ada Pilastri) racconta:
«Ultimi di novembre [1944]. La I Brigata è tornata da poco da Fontane [Frazione di Frabosa Soprana in provincia di Cuneo], dove si era spostata durante il rastrellamento di Upega. Il problema dei rifornimenti diventa sempre più difficile: saremo costretti a mandare una parte degli uomini a casa. Tentiamo un ultimo espediente: una spedizione con i muli nella zona di Fontane per poter raccogliere dei viveri [...] C'è già parecchia neve. I muli si ricongiungono con noi a Falcone ove momentaneamente si trova il comando. Prima di entrare nell'abitato incontriamo un distaccamento di russi da Menini, un nostro eroico compagno ucciso in seguito dai nazisti. Tre russi armati vennero con noi. Andiamo avanti di pattuglia avanzata [...]»
Mario Mascia, L'Epopea dell'Esercito Scalzo, Ed. ALIS, 1946, ristampa del 1975 a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia  

Un scorcio di Val Roia

31 gennaio 1945 - Dalla Sezione SIM Fondo Valle della II^ Divisione "Felice Cascione" all'Ufficio informazioni e spionaggio della I^ Zona Operativa Liguria - Segnalava che "[...] il morale delle truppe tedesche è bassissimo: moltissimi quelli che si spacciano per austriaci. Molti i polacchi che piangono, pensando che avendo servito il nemico non potranno più ritornare in patria".
31 gennaio 1945 - Da "Laios" al comando della V^ Brigata "Luigi Nuvoloni" della II^ Divisione Garibaldi "Felice Cascione" - Informava che a Briga [n.d.r.: La Brigue, Alpes-Maritimes, Vallée de la Roya. In tutta la zona di confine, in particolare attraverso la Val Roia, proprio in quel periodo si intensificarono gli sforzi per fare penetrare agenti francesi] si trovavano 30-40 tedeschi, 50 russi ed alcuni militari della RSI e che "Natalin della Gamba" aveva riferito che i russi di Briga gli avevano chiesto l'ubicazione delle forze partigiane, "pregandolo di aiutarli a scappare per raggiungere la zona partigiana".
16 febbraio 1945 - Dal comando del I° Battaglione "Mario Bini" della V^ Brigata, prot. n° 45, al comando della V^ Brigata  e al comando della II^ Divisione - Comunicava...  che a Briga Marittima erano stanziati circa 100 uomini tra tedeschi e russi, oltre a 40 genieri della RSI; che sempre da Briga erano fuggiti una ventina di soldati, in prevalenza russi, ricercati dai tedeschi; che Tenda era stata bombardata da aerei alleati, che avevano causato la morte anche di 2 ufficiali; che Fontan, Saorge, Forte Tirion e San Michele  [Frazione di Olivetta San Michele (IM)] erano occupati da tedeschi, che Breil, Libri, Piena e Olivetta [il borgo principale di Olivetta San Michele] erano terra di nessuno.
17 febbraio 1945 - Dalla Sezione SIM [Servizio Informazioni Militari] della V^ Brigata, prot. n° 289, al comando della I^ Zona Operativa Liguria - Comunicava che "... a Pigna il presidio è composto da 200 uomini, in prevalenza russi, polacchi e sloveni..."
20 febbraio 1945 - Dalla Sezione SIM del II° Battaglione "Marco Dino Rossi", prot. n° 4, al comando della V^ Brigata "Luigi Nuvoloni" della II^ Divisione Garibaldi "Felice Cascione" - Comunicava che "a Briga si trovano 40 tedeschi, 40 soldati repubblichini, 100 militari russi e slavi, i quali ultimi sono disarmati e adibiti alla cura dei cavalli. Da Briga partono alcune pattuglie dirette a Sanson, da dove controllano la linea telefonica Pigna-Briga ora interrotta [...]"
26 febbraio 1945 - Dal comando della Divisione "Silvio Bonfante", prot. n° 138, al comando della I^ Zona Operativa Liguria - [...] segnalava che si avevano speranze di fare passare nelle fila partigiane un contingente di polacchi sin lì al servizio dei nazisti
23 marzo 1945 - Dal comando della II^ Brigata "Nino Berio" [comandante "Gino" Giovanni Fossati] della Divisione "Silvio Bonfante" al comando della Divisione "Silvio Bonfante" - Comunicava che alcuni soldati serbi avrebbero forse abbandonato il servizio prestato ai tedeschi e cercato di salire in montagna per unirsi ai garibaldini. Riferiva che anche soldati repubblichini di stanza nella caserma Crespi di Imperia avrebbero presto potuto raggiungere i partigiani.
24 marzo 1945 - Dalla Sezione SIM della Divisione "Silvio Bonfante", prot. n° 109, al comando della Divisione "Silvio Bonfante" - Riferiva che ad Ortovero (SV) si trovavano un ufficiale, 5 sottufficiali e 54 militari nemici, oltre a 40 cavalli e 15 carri e che da Nava giungevano una volta a settimana a Pontedassio (IM) circa 10 carri che, dopo un pernottamento, ripartivano per il Piemonte con viveri procurati sulla costa, formando una colonna priva di scorta, mentre gli uomini addetti a quel trasporto erano quasi tutti polacchi, serbi, sloveni, russi.
2 aprile 1945 - Da "K. 20" alla Sezione SIM della VI^ Divisione "Silvio Bonfante" - Comunicava che [...] nella casa di capitan "Paella" [il fascista Attilio Calvo] vi erano alcuni soldati slavi con 2 cavalli e 5 muli addetti al trasporto di mortai e munizioni
6 aprile 1945 - Dalla Sezione [responsabile "Brunero" Francesco Bianchi] S.I.M. della V^ Brigata, prot. n° 373, al Comando Operativo della I^ Zona Liguria ed al comando della II^ Divisione "Felice Cascione" - Segnalava che [...] stavano continuando da parte di una ventina di tedeschi e di una decina di polacchi i lavori di ricostruzione dei ponti della Valle Argentina
15 aprile 1945 - Da "Biscio" alla Sezione SIM della VI^ Divisione "Silvio Bonfante" - Comunicava che il traffico sulla strada n° 28 era limitato; che a Pieve di Teco il presidio tedesco era ridotto a 100 giovani soldati dell'aviazione e a circa 80 uomini, in gran parte russi, addetti ai carriaggi [...]
17 aprile 1945 - Dal Distaccamento di "Franco" al comando della II^ Divisione "Felice Cascione" - Comunicava che negli ultimi 2 giorni erano arrivati al Distaccamento come volontari 4 russi e 3 slavi... che sembrava certo che il fronte si fosse spostato verso Fontan, Breil-sur-Roya e zone limitrofe...
18 aprile 1945 - Dall'informatore "Max" [Massimo Porre] al comando della II^ Divisione "Felice Cascione" - Comunicava che da Briga [La Brigue, Val Roia] erano arrivati dai garibaldini 7 prigionieri russi, di cui 4 armati di ta-pum, i quali, con l'aiuto come interprete di "Andrey" avevano riferito che non c'erano più SS nella zona Briga-San Dalmazzo-Tenda e che i tedeschi avevano terrore dei partigiani al punto che avrebbero voluto compiere una resa alle truppe inglesi. Segnalava, poi, [...] che alcuni tedeschi erano saliti a Cima Marta a cercare 8 soldati russi evasi il 17 aprile da Briga [La Brigue, Val Roia]... che alcuni prigionieri serbi sostenevano che sul fronte italiano i tedeschi stavano mandando in prima linea i loro prigionieri russi e slavi facendo fuoco su di loro se recalcitranti o in procinto di darsi prigionieri agli alleati; che 5 militari slavi erano appena giunti tra i partigiani.
24 aprile 1945 - Dal comando [comandante "Fragola Doria" Armando Izzo] della V^ Brigata "Luigi Nuvoloni" della II^ Divisione "Felice Cascione", prot. n° 225, al comando [comandante "Vittò/Ivano" Giuseppe Vittorio Guglielmo] della II^ Divisione - Comunicava che [...] ad Apricale la Wermacht aveva ancora 18 uomini, tutti polacchi e russi, tranne il maresciallo, tedesco
28 aprile 1945 - Dal comando [comandante "Gino", Giovanni Fossati - commissario "Athos", Pellegrino Caregnato - vice commissario "Tino", Agostino Salvo - capo di Stato Maggiore "Sirio", Antonio Di Stefano] della II^ Brigata "Nino Berio" della VI^ Divisione "Silvio Bonfante" al comando della VI^ Divisione - Comunicava che tre partigiani di origine slava, Obren L. Savic (Vincenzo), Milan R. Milutinovic (Mille), Mihail V. Kovacevic (Daba), avevano chiesto il riconoscimento di avere militato, dopo avere disertato dalle file tedesche, nelle formazioni garibaldine, precisando che "possiamo attestare che corrisponde a verità quanto risulta nella copia della dichiarazione".da documenti IsrecIm in Rocco Fava, Op. cit. - Tomo II

Agostini Annibale: nato a Genova il 13 maggio 1911, agente in servizio presso la Squadra Antiribelli della Questura di Imperia
Interrogatorio del 10.10.1945: [...] Ammetto di aver preso parte al rastrellamento avvenuto a gennaio u.s. in Villatalla ove furono catturati 9 partigiani e due capi banda si suicidarono per non cadere nelle nostre mani. Tale rastrellamento venne effettuato su indicazioni fornite da un partigiano a nome Ferrero il quale ci accompagnò sul posto. I 9 partigiani catturati nella predetta azione erano 7 italiani e due russi. Gli italiani furono consegnati alla Questura e nei verbali vennero indicati come prigionieri dei partigiani da noi liberati, in quanto appartenenti all’esercito repubblicano. Seppi in seguito che cinque dei fermati vennero uccisi dai tedeschi per rappresaglia come da manifesti affissi sui muri della città. Non sapevo che anche i due russi vennero fucilati dai tedeschi. Dall’esame degli atti della questura sarà possibile accertare che cercai di salvare i predetti facendoli figurare come elementi prelevati e tenuti prigionieri dai partigiani.
Leonardo Sandri, Processo ai fascisti: una documentazione, Vol. 9 - Liguria: Imperia - Savona - La Spezia,  StreetLib, Milano, 2019 

Il 31 gennaio 1945 due colonne militari congiunte di tedeschi e italiani (approssimativamente 200 militari) risalirono all'alba le colline, scontrandosi con un gruppo di partigiani posizionato in località “Nicuni”, presso Tavole (frazione di Prelà). Nello scontro morirono sei partigiani: Tommaso Ricci, Manfredo Raviola, Bartolomeo Dulbecco e Ernesto Ascheri (tutti originari di Imperia), Matteo Zanoni (di Brescia), e Ivan Polesciuk (quest'ultimo russo).
Rocco Fava, Op. cit. Tomo I

Era il 5 febbraio 1945. Al sorgere dell'alba ci incamminammo verso Diano San Pietro [...] Invece l'altro rifugio che si trovava nei pressi non venne individuato e gli occupanti (tra cui Peccenen e tre soldati russi), salvatisi, ci raccontarono che i nostri compagni erano stati quasi massacrati di botte [...] che Raspen si era rifiutato di arrendersi sparando dal rifugio un colpo di rivoltella contro il brigatista nero della compagnia Ferraris (tra le bande fasciste, la più sanguinaria), probabilmente ferendolo ad una mano.
Sandro Badellino, Mia memoria partigiana. Esperienze di vita e vicende di lotta per la libertà di un garibaldino imperiese (1944-1945), edizioni Amadeo, Imperia, 1998

4 marzo 1945 - I due olandesi sono stati trasportati ad Ormea, dove è il comando tedesco presidiato da un generale. La truppa tedesca presente in Pieve si può oggi calcolare sui 200 uomini, cioè: 60 giovani ultimi arrivati e gli altri tutti conducenti. Tranne però i graduati, che sono effettivamente tedeschi, la ciurma è tutta composta da prigionieri russi e croati. Nino Barli, Vicende di guerra partigiana. Diario 1943-1945, Valli Arroscia e Tanaro, ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, 1994 

Alle formazioni partigiane si unirono anche disertori delle forze armate tedesche, come emergerà più dettagliatamente nel quinto capitolo.
[...] Benjamin Ziemann <51 in particolare ha offerto una sintesi puntuale circa gli aspetti di maggiore importanza relativi al tema della diserzione nella seconda guerra mondiale. L'autore, oltre ad affermare che totalmente sconosciuta, ma probabilmente notevole, è la cifra di quanti, in Francia e in Italia, passarono nelle fila degli alleati, così come le motivazioni per cui venne compiuta questa scelta, rileva la mancanza di un'analisi che prenda in considerazione e offra un'interpretazione complessiva dei diversi aspetti del fenomeno: il contributo dato dalla popolazione civile, le motivazioni politiche e personali dei disertori, i loro aspetti biografici quali l'età e la professione. Sulla scorta degli studi particolari, Ziemann afferma inoltre che le convinzioni politiche, l'opposizione cioè alla politica nazista, rappresentarono solamente nella minoranza dei casi il motivo che spinse i soldati a disertare. Più frequentemente giocavano invece in tal senso un ruolo importante motivazioni legate alla nostalgia per la famiglia, alla passione per una donna, alla “stanchezza nei confronti della guerra” (Kriegsmüdigkeit) e alle preoccupazioni circa il suo sviluppo (soprattutto a partire dall'estate 1943), al timore di essere impiegati sul fronte orientale, alla discriminazione subita da quanti, di origine non germanica, servivano nella Wehrmacht.
A loro si affiancava un'altra categoria di persone, quantificabile nel 15-20 % del totale, che era rappresentata da soldati nei confronti dei quali erano stati presi provvedimenti disciplinari per reati minori, come allontanamento non autorizzato, infrazioni al turno di guardia, ritardo nel rientro dalla licenza; per sfuggire alla giustizia militare sceglievano la via della diserzione. Allo stesso modo anche Dieter Knippschild individuava alcuni gruppi di persone maggiormente rappresentate all'interno di quanti disertarono e invitava anche a valutare quanti si sottrassero al servizio militare tramite il suicidio <52.
Ziemann concludeva anche considerando come, tutte le ipotesi di quantificazione e gli studi condotti, portassero a ritenere che il fenomeno della diserzione, i casi di quanti si rifiutarono di eseguire gli ordini e di quanti si rifiutarono di prestare il proprio servizio militare, fu decisamente minoritario se rapportato ai 20 milioni di uomini circa che prestarono servizio nella Wehrmacht.
[...] La consistenza dell'esercito tedesco andò aumentando nel corso dei mesi: se nell'estate del 1943 i soldati della Wehrmacht in Italia erano 195000, divennero 412000 nel maggio del 1944; nell'autunno del '44 fu raggiunto il massimo della presenza militare della Wehrmacht, con tre armate, otto corpi d'armata e 32 divisioni. Ad inizio aprile del 1945 nelle tre armate tedesche (10ª Armata, 14ª Armata, Gruppo d'armate Liguria) militavano complessivamente 439334 soldati della Wehrmacht e 160180 soldati italiani delle formazioni della Rsi <88. A tale crescita quantitativa non era però corrisposto un aumento delle capacità belliche. I reparti erano infatti stati indeboliti negli armamenti e negli equipaggiamenti e si era anche abbassata la qualità della truppa: molti militari erano di età avanzata e numerose unità erano di etnia straniera, composte da soldati Volksdeutsche o della Deutsche Volksliste III arruolati spesso forzatamente <89; complessivamente, alla data dell'1 settembre 1943 gli appartenenti alla Deutsche Volksliste III inseriti nell'esercito tedesco, erano circa 56.000 <90. Nel corso del 1944 i soldati che, reclutati nei territori occupati dall'esercito, prestavano servizio nella Wehrmacht erano in tutto 763000 (circa l'8 % della forza complessiva) <91. Se si aggiungono a questa cifra i 370.000 “Hiwi” (ausiliari volontari) italiani e russi e 122.000 militari appartenenti a formazioni straniere, a metà 1944 la percentuale dei soldati non tedeschi nella Wehrmacht saliva almeno al 12 % <92.
[...] Karlo Hlana, caporalmaggiore, motivò invece diversamente la sua decisione di disertare. Arruolato il 28 ottobre del 1942, aveva combattuto due anni in Francia e si trovava da circa cinque mesi in Italia. Era stato prima a Ventimiglia e poi sul fronte della Garfagnana. Fuggito da Barga (Lucca), portando con se anche il fucile Mauser e 30 colpi, era stato trovato dalle formazioni S.A.P di Sillano
[...] Anche nelle formazioni della provincia di Imperia, alle dipendenze del comando operativo I zona-Liguria, è segnalata la presenza di partigiani stranieri, tra cui anche disertori tedeschi e austriaci, nella brigate sottoposte alla 2ª divisione garibaldina “Felice Cascione” e alla 6ª, “Silvio Bonfante” <468.
[...] A margine del documento stilato in occasione del suo interrogatorio i partigiani scrivevano: “risultano le seguenti informazioni di carattere generale sull'esercito tedesco: la 34ª divisione […] é un organismo militare dislocato nella Liguria e di esse fanno parte delle più svariate nazionalità in proporzione del 20/100 di Tedeschi e tutto il resto ossia l'80/100 di polacchi, russi, francesi, cecoslovacchi ecc. Riguardo al resto nessuna informazione si è potuta sapere data la loro condizione speciale che li faceva considerare da parte dei tedeschi quasi come prigionieri di guerra senza possibilità di venire a contatto con la popolazione civile e di essere al corrente della situazione politica e militare dell'Europa” <488.
[NOTE]
51 Benjamin Ziemann, Fluchten aus dem Konsens, cit. Dello stesso autore anche Gewalt im Ersten Weltkrieg. TötenÜberleben-Verweigern, Klartext, Essen, 2013 all'interno del quale un paragrafo è dedicato alla diserzione dei soldati dell'esercito tedesco durante la prima guerra mondiale (Fahnenflucht im deutschen Heer 1914-1918, pp. 91-119.)
52 Dieter Knippschild, »Für mich ist der Krieg aus«. Deserteure in der Deutschen Wehrmacht, in Norbert Haase - Gerhard Paul (Hrsg.), Die anderen Soldaten, cit., pp. 123-138.
88 Wolfgang Schumann e Olaf Groehler, Deutschland im zweiten Weltkrig.-Band VI-Die Zerschlagung des Hitlerfaschismus und die Befreiung des deutschen Volkes (Juni 1944 bis zum 8.Mai 1945), Akademie Verlag, Berlin, 1988, p. 152.
89 Andreas S. Kunz, Wehrmacht und Niederlage. Die bewaffnete Macht in der Endphase der nationalsozialistischen Herrschaft 1944 bis 1945, Herausgegeben vom Militärgeschichtlichen Forschungsamt, R. Oldenbourg Verlag, München, 2005, pp. 151-239.
90 Bernhard R. Kroener, Menschenbewirtschaftung, Bevölkerungverteilung und personelle Rüstung in der zweiten Kriegshälfte (1942-1944), in Das Deutsche Reich und der Zweite Weltkrieg, Herausgegeben vom Militärgeschichtlichen Forschungsamt, Deutsche Verlags-Anstalt, Stuggart, 1999, Band 5/2, pp. 982-983.
91 Andreas Kunz, Wehrmacht und Niederlage, cit., p. 267. Riguardo la presenza di combattenti stranieri arruolatisi volontariamente nell'esercito tedesco si veda anche Rolf-Dieter Müller, An der Seite der Wehrmacht. Hitlers auslandisches Helfer beim kreuzzug gegen den Bolschewismus« 1941-1945, Ch.Links Verlag, Berlin, 2007, o ancora per un esempio di formazione Waffen-SS formata da soldati provenienti dall'Albania: Franziska A. Zaugg, Albanische Muslime in der Waffen-SS.Von Großalbanien zur Division Skanderbeg, Ferdinand Schöning, Paderborn, 2016. Inoltre sulla composizione delle formazioni anche Carlo Gentile, I crimini di guerra, cit., pp. 282-307 per quanto riguarda le Waffen-SS e pp. 390-413 per quanto riguarda invece le formazioni dell'esercito regolare. Le differenze tra soldati tedeschi e austriaci in termini di mentalità e convinzione nella guerra sono trattate anche in Hans Burtscher, Die politisch Unzuverlässigen. Dokumentarische Tagebuchaufzeichnungen 1933-1946, Voralberger Verlagsanstalt, Bludenz, 1985.
92 Bernhard R. Kroener, 'Menschenbewirtschaftung', cit., pp. 983-984.
468 Francesco Biga, Storia della Resistenza imperiese (I zona Liguria), edizioni Isrecim, Farigliano, 1978, vol. III, pp. 495-507. A pp. 506-507 l'autore scrive anche che a seguito dell'eccidio di Testico causato sembra dalla delazione di un disertore tedesco che si era aggregato al distaccamento partigiano G. Garbagnati, il comando Iª zona Liguria aveva dato ordine a tutte le brigate di fucilare i soldati tedeschi presenti nelle formazioni che fossero in qualche modo sospetti.
488 Verbale dell'interrogatorio fatto il sabato 28 ottobre 1944 a due prigionieri catturati a Beinette, ivi.

Francesco Corniani, "Sarete accolti con il massimo rispetto": disertori dell'esercito tedesco in Italia (1943-1945), Tesi di Dottorato, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 2016-2017

mercoledì 10 marzo 2021

Roia che, visto dalla nostra posizione, appariva come un torrentello da oltrepassare con un salto

[...]
28/8/44 - Ripartiamo diretti alla Mezzaluna, durante la giornata raggiungiamo i freddi casoni della banda di "Giulio" [Libero Remo Briganti]; rivedo i miei compagni ancora in attesa dei lanci, mi soffermo alcuni minuti con loro […] 25/8/44 […] Siamo di fronte uno all’altro, ci guardiamo meravigliati, poi scoppiamo dal ridere; mi racconta che è reduce da un imponente rastrellamento subìto sulle pendici del monte Grammondo. Ora cerca [Netu/Nettu/Nettù, Ernesto Corradi, in quel momento ancora comandante di un distaccamento, Grammondo, della V^ Brigata d’Assalto Garibaldi Luigi Nuvoloni della II^ Divisione Felice Cascione] il Comando di divisione per fare il suo rapporto. Mi propone di seguirlo, dicendomi che sarebbe sceso a Torrazza [Frazione di Imperia] e ritornato, poi, in Francia. Il desiderio di rivedere i miei genitori era immenso e l’idea di avvicinarmi agli alleati mi allettava molto. Illuso di poter entrare a Porto Maurizio sopra un carro armato americano, accetto la proposta e decido di seguirlo. Convinto dall’entusiasmo del mio compagno, abbandonavo la vita partigiana nelle montagne imperiesi, mentre una nuova spericolata avventura mi avrebbe condotto oltre confine, dove pensavo di arruolarmi in un esercito regolare per combattere, con maggiori probabilità di riuscita, quel nemico da cui non volevo più fuggire e che volevo vincere. Saluto i compagni, dispiaciuti per la mia decisione, che rimangono là in attesa di quelle armi che non arriveranno mai, e mi avvio con “Nettu” verso il Comando di divisione. Terminato il suo rapporto sulla sconfitta subìta sul monte Grammondo, “Nettu” ottiene da “Giulio”, commissario di divisione [Libero Remo Briganti], il permesso di partire per la Francia, ed io con lui.
29/8/44 - Con una lunga camminata, prima di sera raggiungiamo Triora […]
30/8/44 - Prima di partire per la Francia, “Nettu” mi fa capire che vuole attuare un colpo di mano nei pressi di San Lorenzo al Mare […]
2/9/1944 - […] Alcuni miei compagni sono già pronti a partire [da Pigna (IM)], ma "Nettu", che ci osserva poco più in là, ci fa segno di attendere.
In quel mattino di settembre il sole caldo ci spinge all'ombra esterna di una baita vicina, mentre attorno a noi i partigiani di "Vittò" [Ivano, Giuseppe Vittorio Guglielmo] sono in vivace movimento.
Appoggiati a quel muro di paglia, rivolti al confine francese, discutiamo del nostro imminente viaggio guardando da lontano quelle cime rocciose velate dalla foschia, che si innalzano verso il cielo come un muro invalicabile, eretto sul nostro cammino.
Quelle cime, forse sorvegliate dal nemico, potevano essere la fine del nostro viaggio.
L'imprevedibilità del nostro destino lasciava libero spazio alla nostra fantasia e nelle nostre menti prendevano forma i più irrealizzabili progetti, mentre davanti a noi si preparavano giorni difficili.
Durante le pause dei nostri discorsi mi assaliva il pensiero dei miei genitori che, inconsapevoli della mia decisione, sfidando il pericolo dei rastrellamenti continuavano a cercarmi in quei posti da cui mi ero già allontanato, mentre io, incurante del pericolo cui andavo incontro, sentivo un gran desiderio di raggiungere il confine ad ogni costo.
Passano le ore e nell'attesa vaghiamo per l'accampamento, confondendoci con i partigiani di "Vittò" […]
Prima di mezzanotte un partigiano mandato da "Nettu" bussa violentemente alla porta svegliandoci di soprassalto.
Mi alzo dal tavolaccio stordito dal sonno, con le ossa che mi fanno male scendo con i compagni in piazza dove "Nettu" e "Alberto" ci attendono con tre civili e un camion, pronti a partire verso il posto convenuto.
[...] Verso l'una, nel pieno della notte, ci fermiamo in un punto in cui la strada, allargandosi, forma uno spiazzo circondato da grossi abeti oltre i quali il buio ci impedisce di vedere.
Scendiamo a terra caricandoci gli zaini sulle spelle; con poche parole i nostri accompagnatori ci suggeriscono il percorso da seguire e, augurandoci buona fortuna, risalgono sull'automezzo allontanandosi per la strada da cui eravamo arrivati.
[3 settembre 1944]
[...] Con fare nervoso "Nettu" si guarda attorno, poi, con gesto sbrigativo, ci indica la direzione da prendere.
Ci inoltriamo su una strada carrozzabile che nel buio sembra sconnessa e abbandonata. Dietro al nostro capo camminiamo in fila indiana senza capire con esattezza la giusta direzione. Dopo alcune ore di strada ci fermiamo sfiniti e, appena seduti a terra, ci addormentiamo; trascorsi pochi minuti la mano del nostro capo, scrollandoci una spalla, ci sveglia.
Nuovamente in marcia, per farci acquistare fiducia durante il faticoso cammino, come punto di riferimento ci indica il monte Abellio che sta davanti a noi.
Il monte appariva come una massa oscura che si delineava nel cielo stellato, ad intervalli illuminato dai pallidi bagliori delle granate che esplodevano oltre confine.
La notte è fonda e la meta ancora lontana; camminiamo quasi barcollando dietro al nostro instancabile capobanda che, durante quella marcia forzata, stanco di sentirci inveire, ci concede qualche sosta di pochi minuti.
Con i primi chiarori dell'alba abbandoniamo per prudenza la vecchia strada e, percorrendo un sentiero di campagna, appena giorno ci troviamo nella valle Roia.
Ci muoviamo con prudenza sotto gli alberi di ulivo e, lentamente, scendiamo verso il paese di Airole; ci fermiamo a un centinaio di metri da esso e in due ci avviciniamo con cautela all'abitato; giunti a pochi metri dalle case scorgiamo sulla strada alcuni autocarri dell'esercito italiano occupati dai militi della brigata nera.

Il fiume Roia poco a monte dell'abitato di Airole (IM)

Ritorniamo subito indietro informando i compagni di quella pericolosa situazione. Davanti a noi rimaneva la preoccupante traversata del Roia che, visto dalla nostra posizione, appariva come un torrentello da oltrepassare con un salto.
Sull'altra sponda, a circa trenta metri di altitudine sul livello del fiume, scorreva la strada nazionale che dovevamo attraversare; purtroppo la strada era percorsa da numerosi automezzi militari e il guado si presentava davvero poco agevole; c'era il rischio di restare a lungo un bersaglio facile e scoperto per il nemico.
Quella barriera liquida rappresentava per noi un'ostacolo alquanto pericoloso, mettendoci in seria difficoltà.
A causa della vicinanza del nemico non possiamo permetterci di discutere a lungo su come raggiungere l'altra sponda. Calcolata ogni possibilità optiamo, con unanime consenso, per la soluzione che inizialmente appariva più rischiosa.
Sotto di noi il ponte della ferrovia che unisce Airole a San Michele, apparentemente abbandonato ma completamente scoperto davanti alla strada nazionale, rimaneva per noi il mezzo più rapido attraverso il quale proseguire verso la meta che volevamo raggiungere.
Fermi e decisi, aggrappandoci ai cespugli, scivoliamo giù in mezzo alla roccia e raggiungiamo il piede del viadotto sulla sponda sinistra del fiume.
Dallo stato in cui si trovavano i binari si poteva facilmente capire che l'abbandono di quella linea ferrata era totale. Per alcuni minuti restiamo nei pressi del ponte nascosti dietro ad un muro.
Per attraversare il viadotto avremmo impiegato all'incirca un minuto, dovevamo approfittare quindi dei rari momenti in cui il traffico, sulla strada di fronte a noi, si arrestava.
Ascoltiamo nervosi il rumore delle macchine, nell'attesa di un momento di silenzio.
Trascorrono alcuni minuti interminabili, ci sentiamo stritolati da un'ansia che ci toglie il respiro, poi ad un tratto il frastuono dei motori si affievolisce allontanandosi.
"Nettu", che fino a quel momento si era mantenuto nascosto, esce allo scoperto con il corpo proteso in avanti, guarda ancora per un istante il viadotto sospeso nel vuoto sul Roia, poi, deciso, parte correndo e, in pochi secondi, raggiunge l'altra sponda; per alcuni istanti rimaniamo indecisi, ma, mentre sulla strada persiste ancora il silenzio, anche noi partiamo saltando di corsa sulle traversine dei binari e riusciamo tutti a raggiungere il nostro capobanda.
Un tratto di galleria che copre quella strada percorsa dal nemico facilita il nostro passaggio, infatti proprio mentre ci troviamo sulla sua sommità, sotto di noi transita un'autoambulanza scortata da un camion tedesco.
Ci allontaniamo in fretta per raggiungere la cima di una collina, intanto sulla strada il traffico degli automezzi militari continua inarrestabile.
Superato il grande ostacolo del Roia, ci dirigiamo verso il paese di Collabassa [Frazione di Airole IM)]; sul sentiero, fra alberi di pino, incontriamo un giovane di Olivetta San Michele e lo convinciamo a seguirci; il suo nome di battaglia sarà "Pineta", proprio a ricordo del luogo in cui l'abbiamo incontrato.
 

Uno scorcio di Val Roia, visto da Collabassa

Oltrepassato l'abitato di Collabassa proseguiamo verso il torrente Bevera e, prima di sera, giungiamo nel paese di Torri [Frazione di Ventimiglia (IM)]; ci fermiamo pochi minuti, il tempo utile per informarci sul movimento dei Tedeschi, dopo di che ci allontaniamo verso Villatella [altra Frazione di Ventimiglia (IM)].
Sopraggiunta la notte ci fermiamo in una casa abbandonata di campagna. Ormai il confine tanto sognato era vicino, e ognuno di noi sperava di trovare oltre quello la libertà desiderata ormai da troppo tempo.
Il mattino seguente ci rimettiamo in marcia su quell'ultimo tratto di strada che ci separa dalla nostra meta, le granate delle artiglierie americane sembrano esplodere a pochi passi da noi, camminiamo fuori strada, muovendoci fra i cespugli, temendo di incontrare pattuglie nemiche. L'entusiasmo di giungere sul suolo francese ci faceva dimenticare il pericolo che poteva nascondersi sul nostro cammino.
Diretti verso quelle cime rocciose che delimitavano il confine, ci sembrava già di aver concluso la nostra avventura.
Durante l'ascesa verso quel valico mi sentivo sopraffatto dall'emozione, mentre pensavo ai compagni lasciati a combattere una guerra di cui non potevo più essere partecipe.
Avvicinandomi alla vetta, con le spalle tristemente rivolte al mio paese, giuravo a me stesso che sarei tornato dalla mia gente, combattendo quel nemico che oggi, costretto dalle circostanze, fuggivo.
Giunti ormai a breve distanza dal nostro traguardo, ci fermiamo per prudenza dove la vegetazione può ancora nasconderci.
Davanti a noi un prato verde, quasi pianeggiante, terminava sulla sommità della montagna oltre la quale c'era la Francia.
Per alcuni istanti rimaniano ad osservare quel tratto di valico il quale potrebbe nasconderci un agguato mortale.
Mimetizzati nella macchia di arbusti, scrutavamo quelle rocce sulle quali una leggera brezza di ponente muoveva cespugli di erba fiorita, nata fra le crepe.
Prima di uscire allo scoperto, controlliamo attentamente l'ultimo tratto del percorso. Alcuni corvi, appollaiati su quella vetta, ci facevano supporre in modo quasi certo che quella postazione di confine fosse abbandonata.
Usciamo allo scoperto con le armi in pugno, disponendoci a ventaglio, circondati da un silenzio impressionante; con lo sguardo fisso su quelle rocce aride, avanziamo verso quel valico che per noi rappresenta una conquista; giunti sulla linea di demarcazione, quel posto ci appare abbandonato e deserto. Davanti a noi un terreno quasi nudo di vegetazione dava inizio a quella vallata che in basso, coprendosi di verde, terminava ai bordi della città di Mentone.
[4 settembre 1944]
Sono le ore sedici meno venti del giorno 4 settembre 1944, inginocchiati, il busto eretto, le mani strette sul fucile, guardiamo delusi il forte di Monte Agel, bombardato dalle artiglierie degli Americani, i quali credevamo fossero già giunti al confine da molti giorni.
Stentavamo a credere che gli alleati fossero ancora oltre quella montagna, ma purtroppo dovevamo rassegnarci ad attenderli su un territorio ancora occupato dal nostro nemico.
Completamente isolati dai nostri Comandi, con gli zaini vuoti, ci preparavamo ad affrontare giorni difficili.
Alle nostre spalle rimaneva l'Italia, con i nostri ricordi e le nostre famiglie, soggiogate da un nemico che, prima di essere vinto, era ancora pronto ad uccidere, a bruciare, a saccheggiare ogni cosa; con i nostri compagni che, lottando sui monti, attendevano l'arrivo degli alleati.
Credendo di riconoscermi tra i partigiani uccisi, qualcuno aveva sparso la notizia della mia morte, mentre i miei genitori ignari attendevano fiduciosi il mio ritorno.
Per alcuni minuti ci soffermiamo a meditare su quella sconvolgente verità, che ci avrebbe lasciato sperare solo per i giorni successivi, poi, ripresi dalla nostra amarezza, decidiamo di scendere in territorio francese.
Prima di lasciare quel valico, mi volgo ancora una volta verso la mia terra, sulla quale non so quando sarei tornato.
Rimango alcuni istanti ad osservare il panorama che mi circonda, mentre i miei compagni si avviano sul sentiero in discesa dietro al comandante; rassegnato al mio destino mi unisco a quel gruppo che va verso l'ignoto.
Dopo aver espresso i sentimenti che ho provato nell'attraversare il confine italo-francese, tralascio un momento di descrivere il proseguimento della mia avventura per illustrare le figure dei miei compagni con i quali avevo accomunato il mio destino.
"Nettu", ultra quarantenne, l'amico con il quale avevo lasciato il mio paese; era dotato di un grande spirito d'avventura; benché amante più della forma che della sostanza delle cose, attendeva la fine della guerra per aver modo di saldare i conti personali rimasti in sospeso con chi aveva contrastato il suo modo di vivere e contestato le sue idee.
"Alberto", anche lui non più giovane, da sempre convinto antifascista, si era ovunque esposto in prima persona nella lotta, cominciata per lui molti anni prima che per noi.
"Pineta", già combattente nei battaglioni d'assalto a Tobruch, aveva sofferto la guerra e il suo unico desiderio era di vederla finita.
I rimanenti sei, di cui io facevo parte, erano tutti ragazzi sotto i vent'anni, nati e cresciuti in epoca fascista; non avevano mai conosciuto la vera libertà.
"Bellagamba", un ragazzo veneto molto coraggioso, rientrerà in Italia attraversando le linee tedesche prima che finisca la guerra. "Lupo", con molti problemi familiari alle spalle, morirà per un crudele e banale incidente, dovuto alla troppa leggerezza di un nostro compagno di banda, e verrà sepolto nel cimitero di Roquebrune.
"Bolide", romagnolo, comunista per tradizione, era fuggito dalla Todt per raggiungere le file partigiane sulle montagne di Ventimiglia.
"Fracassa", emigrato siciliano, non ho mai saputo come fosse arrivato fra noi.
"Torri", ragazzo sedicenne, come nome di battaglia aveva scelto quello del suo paese; appartenente ad una famiglia numerosa, era finito nei partigiani trascinato dall'esempio di altri compagni.
Riprendendo la descrizione delle nostre avventure, dopo aver varcato la frontiera cui accennavo prima, scendiamo lentamente con cautela verso Castellar, un piccolo paese sopra Mentone [...]
Giorgio Lavagna (Tigre), Dall'Arroscia alla Provenza. Fazzoletti Garibaldini nella Resistenza,  IsrecIm, ed. Cav. A. Dominici, Oneglia Imperia, 1982
 

Castellar

Arrivati in Francia Lavagna ed il suo gruppo vennero arruolati nella FSSF, First Special Service Force (chiamata anche The Devil’s Brigade, The Black Devils, The Black Devils’ Brigade, Freddie’s Freighters), reparto d’elite statunitense-canadese di commando, impiegato anche nella Operazione Dragoon nel sud della Francia, tuttavia sciolto nel dicembre 1944; a questa data, per non farsi internare, questi garibaldini furono costretti ad immatricolarsi nel 21/XV Bataillon Volontaires Etrangérs francese, nel quale prestarono servizio sino alla fine della guerra, come, del resto, Lavagna scrisse nel suo libro. Sulla controversa figura di Ernesto Corradi si possono, invece, leggere alcuni significativi passi nel recente La libera Repubblica di Pigna. Parentesi di democrazia (29 agosto 1944 - 8 ottobre 1944) (a cura di) Paolo Veziano (con il contributo di) Giorgio Caudano e di Graziano Mamone, Comune di Pigna, IsrecIm, Fusta Editore, 2020, passi che in larga misura fanno riferimento al memoriale, oggi documento depositato nell'Archivio dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, memoriale del qui menzionato "Alberto", al secolo Giacomo Alberti, "Dritto", ma da Lavagna, come si è potuto vedere, ricordato, invece, come "Alberto".  
Adriano Maini