mercoledì 12 agosto 2026

La strage nazista di Grimaldi


Il 7 dicembre 1944 soldati nazisti fucilarono tre gruppi familiari nell'abitato di Grimaldi a Ventimiglia, precedentemente evacuato per ordine tedesco. La motivazione della strage è incerta, ma potrebbe essere legata al mancato rispetto dell'ordine di evacuazione del paese.
Il Tribunale Militare di Torino in data 15 maggio 2000, dopo un processo che vide alla sbarra il maggiore Hans Geiger (nato a Francoforte il 12 giugno 1906) e il tenente Heinrich Goering (nato a Betzdorf il 17 luglio 1923), rispettivamente comandanti del 253. Grenatier Regiment della 34 Infanterie division e della VI compagnia dello stesso reggimento, emise una sentenza di non luogo a procedere per i due ufficiali tedeschi. La sentenza riporta i seguenti fatti:
«Nella mattinata del 7 dicembre 1944, una pattuglia di soldati tedeschi, accompagnata da un noto collaborazionista italiano, tale Egidio Eugeni, irrompeva nell’Hotel “Vittoria” situato sulla Rocca di Grimaldi e, dopo averli radunati all’esterno dell’albergo, uccideva dodici civili: cinque donne, quattro uomini e tre bambini, espressamente indicati nel capo di imputazione. I corpi furono gettati in una fossa e coperti con terra, paglia e rifiuti. Nel giugno 1945 le salme furono riesumate e gli esami necroscopici rivelarono la causa della uccisione confermando che essa era avvenuta tramite fucilazione. Divenne opinione generale l’attribuzione della responsabilità della strage a soldati tedeschi in quanto, in quella fredda mattinata di dicembre, non poche persone ebbero modo di vedere la pattuglia tedesca salire sulla Rocca di Grimaldi, sentire da lontano il rumore degli spari, e, successivamente, vedere la pattuglia tedesca lasciare il villaggio. Cominciarono anche a circolare voci sulle singole responsabilità. Nel gennaio 1945, al Caffè Ligure di Bordighera, un Sergente tedesco in compagnia di altri suoi camerati, raccontò al Sig. Giuseppe Viale, titolare della panetteria di via Cavour in Ventimiglia all’epoca sfollato a Bordighera, e a un certo non meglio identificato Sig. Moro, titolare di un negozio di busti sito in Bordighera, via Vittorio Emanuele, di avere ucciso parecchi “banditi” - così erano definiti i partigiani dai soldati tedeschi - per ordine del loro comandante, il Maggiore Geiger, tra cui vecchi, donne e bambini.
Raccontò in particolare l’uccisione di un bambino bello molto biondo, che nessuno aveva il coraggio di trucidare, ma che fu anch’egli assassinato su reiterato ordine di Geiger (Relazione di Pallanca fogl. 422-423 fasc. PM). Il 10/7/1945 fu sentita la Sign.na Antonietta De Re la quale espose di avere incontrato l’8 dicembre 1944 un soldato tedesco di nome Karl, il quale, dopo avere bevuto molto, era scoppiato in lacrime, descrivendole i fatti di Grimaldi e confessando di avere ucciso «una bambina bionda che sembrava un angelo… per ordine del Maggiore Geiger e del Comandante la sua compagnia Tenente Goering» (copia della dichiarazione De Re fogl. 424 fasc. PM); il soldato tedesco sarebbe poi stato rintracciato e fucilato dai suoi commilitoni senza sapere chi fosse stato (verb. DE RE 6/6/1998 fogl. 145).
Il 25/11/1945 il Dott. Alberto Pallanca, fratello di Vincenzo Pallanca una delle vittime della strage, presentò un accurato esposto al Comando Alleato della Liguria (fogl. 420-423 fasc. PM), in cui ripercorreva le vicende di quei giorni dando ampio risalto alle testimonianze che aveva personalmente raccolto. Nell’esposto riferiva come le fonti tedesche indicassero in ragioni di spionaggio la causa della strage mentre egli personalmente riteneva assai più probabile che l’eccidio fosse stato stimolato da Egidio Eugeni, il quale era notorio nemico di Alberto Lorenzi, rimasto ucciso nella strage, il quale vantava una posizione economica assai invidiabile in quel fosco periodo, avendo riscosso una polizza assicurativa di lire 50.000 (e non come ha erroneamente sostenuto il P.M. nella sua requisitoria una indennità statuale - pag.11 verb. 15/5/2000) per la morte del figlio caduto in combattimento, incassando la somma di lire 50.000 per la vendita di un terreno. Era inoltre proprietario di «Titoli, argenteria, preziosi». Vincenzo Pallanca invece, - racconta sempre il fratello - «possedeva un buon ristorante a Grimaldi ed aveva ricavato da tale esecuzione un forte utile. Risulta inoltre che l’Eugeni e la sua famiglia, composta dalla moglie e da quattro figlie, mentre a Grimaldi vivevano in miseria, da quando l’Eugeni incominciò a praticare i tedeschi e specialmente da dicembre 1944 iniziarono un tenore di vita elevato. La moglie si vantava con i vicini di quanto giornalmente acquistava al mercato nero… in quei tempi l’Eugeni ebbe a dire a certo Giacometti Dario: “ho fatto un colpo che ho guadagnato ottanta mila franchi, ma io vivo all’albergo, la mia famiglia spende molto e se non mi procuro presto un altro colpo, finisco presto i soldi”. 
Il Pallanca continua sottolineando come l’Eugeni fosse a Grimaldi il giorno dell’eccidio e, come ebbe a dire alla Prof.ssa Maddalena Orengo, "io ero a tre metri quando li hanno uccisi e con essi vi è pure il Pittaluga" (altra vittima dell’eccidio). Alberto Pallanca riteneva quindi che la causa della morte del fratello e delle altre persone presenti all’Hotel Vittoria fosse da ricercare non in presunte attività di spionaggio, ma in moventi "di lucro e saccheggio". Alla fine del conflitto Egidio Eugeni fu processato dalla Corte d’Assise di Sanremo, Sezione speciale la quale con sentenza 12/2/1946 lo condannò all’ergastolo. Un mese dopo l’Eugeni morì (19/3/1946)».
Il tribunale non reputò la deposizione della signora De Re convincente e, a causa della morte degli altri due testimoni, Moro e Viale, decise il non luogo a procedere verso i due ufficiali tedeschi.
Giorgio Caudano, I caduti della Lotta di Liberazione. I^ Zona Liguria, ed. in pr., 2020

Altri lavori di Giorgio Caudano: con Romolo Giordano, Le Stelle del Gusto, Azani Editore, 2026: (con Paolo Veziano), Dietro le linee nemiche. La guerra delle spie al confine italo-francese 1944-1945, Regione Liguria - Consiglio Regionale, IsrecIm, Fusta editore, 2024; con Marco Cassini, Bordighera al tempo di Bicknell e Monet, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2021; L'immagine ritrovata. Ventimiglia e dintorni nei dipinti dell'Ottocento e primo Novecento, Alzani Editore, 2021; contributo a Paolo Veziano, La libera Repubblica di Pigna. Parentesi di democrazia (29 agosto 1944 - 8 ottobre 1944), con il contributo di Graziano Mamone, Comune di Pigna, IsrecIm, Fusta Editore, 2020; Dal Mare alla Trincea... memorie di uomini, BB Europa, Cuneo, 2019; con Silvia Alborno, Gisella Merello, Marco Farotto, Marco Cassini, Franck Vigliani, curatori della mostra Claude Monet, ritorno in Riviera, catalogo a cura di Aldo Herlaut, Silvana Editoriale, Milano 2019; La Magnifica Invenzione. I pionieri della fotografia in Val Nervia 1865-1925, con Marco Cassini, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2016; Pigna. Storia di un paese, ed. in pr., 2016.
Adriano Maini

lunedì 3 agosto 2026

I tedeschi stavano evacuando Ormea, Nava, Piaggia, Pieve di Teco, Cantarana ed altre località di importanza strategica

Piaggia, Frazione del comune di Briga Alta (CN). Foto: Mauro Marchiani

A Fontane [n.d.r.: Frazione del comune di Frabosa Soprana (CN)], dopo varie ricerche, il Comando della V brigata ["Luigi Nuvoloni"] riesce a reperire una radio per ascoltare le notizie sull'andamento della guerra, specialmente quelle sui fronti italiani che non erano molto incoraggianti. Solleva un po' il morale l'arrivo di un ingente quantitativo di vestiario il 3 di novembre [1944]. I garibaldini più bisognosi riescono così a rinnovare in qualche modo il loro equipaggiamento e ad affrontare più tranquillamente il freddo e i parassiti. Solo il tempo imperversa cattivo: pioggia e nevischio trasformano il terreno in fanghiglia. Intanto giungono ad un posto di blocco, situato tra Fontane di Frabosa e Corsaglia, alcune donne di Pigna stanche morte e raccontano la loro odissea. Avevano percorso la strada della V brigata nella ritirata ed erano orientate verso Mondovì in cerca di propri famigliari presi dai Tedeschi come ostaggi durante il grande rastrellamento ed in procinto di essere deportati in Germania (Testimonianza di «Monaco» [Giovanni Rebaudo]). 
L'anniversario del 4 novembre (la vittoria di Vittorio Veneto del 1918), viene ricordato con una messa per i caduti di tutte le guerre alla quale partecipano molti garibaldini; il sole rende mite la giornata. Una certa disponibilità di denaro può permettere l'acquisto di vitelli e mucche a L. 25-35 al chilogrammo per procurare carne agli uomini dopo tanti pasti a base di castagne. Coi depositi del Genio Civile di Bossea i contadini del luogo possono alimentare le loro scorte di legna bruciate dai garibaldini. Non lieve è la fatica di Gino Glorio (Magnesia), nuovo amministratore della I brigata ["Silvano Belgrano"], per risolvere tutti questi problemi. 
Intanto sul versante ligure la situazione da una quindicina di giorni è pesante. Sembra preclusa la possibilità del rientro in zona della I e della V brigata; è impressione generale che i Tedeschi, dopo il grande rastrellamento di ottobre, intendano presidiare in permanenza tutto il territorio tra le strade statali della valle Impero e della valle Argentina. 
Sintomo grave l'occupazione nemica di Piaggia, Pieve di Teco, Rezzo, Molini di Triora, Pigna e altre località d'importanza strategica, la costruzione di fortificazioni al Tanarello: fatti che prospettano la costruzione di una linea difensiva dal colle di Tenda al Marguareis, al monte Bertrand, al Saccarello e, giù giù, lungo la valle Argentina fino al mare. 
Se ciò si realizzasse tutta la zona a ovest della strada statale 28 (valle Impero) diventerebbe retrovia del fronte francese e la I e la V brigata non potrebbero rientrare nelle loro zone di operazione; anzi, anche la IV ["Elsio Guarrini"] dovrebbe abbandonare il suo territorio per non rimanere annientata da potenti forze nemiche che hanno disponibili tutte le carrozzabili e sono in grado di controllare ogni rifornimento. Però questa gravissima incognita svanisce quando, inaspettatamente, la sera del 5 giunge a Fontane la notizia che i Tedeschi stavano evacuando Ormea, Nava, Piaggia, Pieve di Teco, Cantarana ed altre località di importanza strategica. In linea di massima la statale n. 28 poteva considerarsi nuovamente transitabile per le forze garibaldine. 
Il periodo di riorganizzazione a Fontane dura una ventina di giorni; il 6 di novembre il Comando divisionale [n.d.r.: a quella data i partigiani imperiesi erano ancora inquadrati in un'unica Divisione, la "Felice Cascione", comandata da Nino Siccardi (Curto)], informato del ripiegamento del nemico, che non aveva osato inseguire i garibaldini in una zona molto impervia, praticamente priva di vie di comunicazione, dà l'ordine del rientro a scaglioni alle forze delle due brigate con l'obiettivo di raggiungere le rispettive zone sul versante ligure e di riprendere accanita la lotta. In novembre la presenza dei nazifascisti in Molini di Triora si fa quasi ininterrotta. Essi si insediano nelle poche case disponibili, obbligando i cittadini a sloggiare, si impadroniscono di letti, di materassi, di stoviglie e di viveri. Tolgono quel poco di grano e quelle scarse castagne che si erano potute raccogliere per darle in pasto ai cavalli. 
Presi dal sospetto che, per le loro continue ruberie, gli abitanti avessero occultato la merce, i nazifascisti fanno scavare negli orti e nei fondi per scovare supposti depositi. Ordinano la consegna dei carri, dei muli e del bestiame in genere.
Obbligano gli uomini a lavori pesanti e, ogni tanto, ne prelevano una trentina per portarli fino a Rezzo dove riparare il ponte dei «Passi». Tengono tre persone in ostaggio per tre giorni consecutivi, a rotazione. Come se tutto ciò fosse una cosa piacevole, organizzano balli obbligando a mano armata le fanciulle del paese ad intervenire. Nei giorni dei morti organizzano una vera orgia con schiamazzi, sperpero di cibi, ubriacature e beffano gli abitanti del luogo terrorizzati ed affamati. 
L'inverno è alle porte col suo triste carico di desolazione, di freddo e di fame; i rifornimenti pressoché impediti dal controllo nemico che sta dislocando presidi ovunque per impedire il riassettamento e il consolidamente dei distaccamenti nella I Zona Liguria [diretta da Carlo Farini (Simon)]. La neve che blocca i paesi annuncia un inverno precoce, l'indigenza dei luoghi è endemica.
Nonostante ciò i garibaldini riprendono le azioni contro l'oppressore; veramente alla garibaldina affrontano una situazione intollerabile. I nazifascisti conoscono le difficoltà in cui versano e seguono, col progredire della cattiva stagione, il loro terribile crescendo di difficoltà nella riorganizzazione delle formazioni, con l'intenzione di cogliere il momento culminante della loro crisi per condurre un'ennesima offensiva sterminatrice. 
Dal canto loro i comandanti della II divisione «Felice Cascione» studiano un piano per sveltire l'organizzazione bellica ed adeguarla alle esigenze del moìnento. Munizioni, armi e viveri diventano sempre più scarsi mentre la battaglia invernale sta entrando nella fase più acuta. 
Ma le gloriose bandiere partigiane non verranno ammainate e sventoleranno più che mai sulle montagne incappucciate di neve, simboli di lotta e di libertà.
La partenza delle due brigate è concordata il 4 novembre durante una riunione dei comandanti e dei commissari convocati nella sede del Comando divisionale.
Decisa la dislocazione della I brigata nelle valli Arroscia, Pennavaira, Lerrone, Andora, Steria e nel Dianese, a levante del torrente Impero, partono nella mattinata del 5 per la Liguria l'ufficiale alle operazioni Pario Ercole (Pablo) e il commissario «Osvaldo» [Osvaldo Contestabile], onde studiare i luoghi di destinazione dei distaccamenti. 
Il giorno successivo iniziano il trasferimento verso Piaggia i distaccamenti «A. Viani» (che lascia la val Corsaglia nelle prime ore del mattino), «G. Maccanò», «F. Airaldi» e il servizio SIM [Servizio Informazioni Militare] con una parte del Comando I brigata. 
I movimenti sono facilitati dalle informazioni del SIM, il quale accerta che, oltre la statale n. 28 e la val Tanaro, i Tedeschi avevano sgomberato l'alta valle Arroscia tra San Bernardo di Mendatica e Pogli (presso Albenga). 
Questa situazione favorevole risolve definitivamente i problema dello spostamento degli altri distaccamenti ormai riorganizzati e perciò il «Bacigalupo E.» dei mortaisti, partito la mattina del 7 per la zona di Mendatica, raggiunge Montegrosso il 9; così tutti gli altri, che giungono a destinazione senza alcun incidente. 
I componenti del Comando I brigata, giunti a Lovegno, vi si stabiliscono e provvedono subito a riorganizzare i collegamenti col fondo-valle e colle altre brigate della divisione. 
Il commissario «Osvaldo», che durante il rientro aveva avuto colloqui con le Giunte Comunali di Mendatica, Pornassio e Pieve di Teco per discutere il modo di aiutare le formazioni in arrivo, a Gazzo incontra il comandante «Ramon» [Raymond Rosso] rimasto in Liguria, che lo mette al corrente della situazione e dei movimenti del nemico intento a preparare un rastrellamento nella zona; inoltre incarica il comandante Ghirardo Firminio di recuperare il materiale precedentemente nascosto.
Francesco Biga, Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria), Vol. III. La Resistenza nella provincia di Imperia da settembre a fine anno 1944, a cura dell'Amministrazione Provinciale di Imperia e con il patrocinio di IsrecIm - Milanostampa Editore, Farigliano, 1977,  pp. 313-316