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domenica 28 settembre 2025

Mentone è sottoposta al bombardamento delle artiglierie tedesche

Mentone

8/9/1944
Scendiamo [Giorgio Lavagna ed il suo piccolo gruppo di partigiani imperiesi, ormai aggregati agli alleati] per la seconda volta in città [Mentone]; "Nettu" è fermato dalle autorità francesi e trattenuto per alcuni giorni in seguito alla denuncia fatta dalla famiglia di Castellar, contro la quale eravamo intervenuti.
"Alberto" assume il comando della nostra banda e, nel giorno stesso, si uniscono a noi alcuni giovani italiani, con i quali formiamo un gruppo di diciotto uomini.
Avevamo deciso con fermezza di combattere a fianco degli Americani e, senza indugiare, ci rechiamo al Comando militare alleato, mentre la città è sottoposta al bombardamento delle artiglierie tedesche.
sotto una grande tenda, completamente aperta, alcuni ufficiali seduti vicino ad un tavolo stanno consultando delle cartine geografiche; ci fermiamo a pochi metri da loro e "Alberto", che conosceva bene l'inglese, si fa avanti: osserviamo il nostro capobanda mentre saluta quel gruppo di ufficiali, uno di loro alzandosi gli porge la mano. Non potevamo capire le parole di "Alberto", ma potevamo immaginare il suo discorso e, con ansia, ne attendevamo l'esito. Un ufficiale, che sta seduto con i piedi appoggiati su una sedia, con un sorriso guarda i suoi colleghi e contemporaneamente guarda noi; spingendo con una mano una scatola di sigari sul tavolo e facendola scivolare verso il nostro capobanda, parla a fatica un italiano con accento fortemente meridionale; gli fa capire che è figlio di Italiani emigrati da molto tempo in Canadà, e si sente orgoglioso di avere incontrato uomini come noi.
Ci invita a ritornare il mattino seguente e ci fa accompagnare da un soldato al deposito militare per rifornirci di tutto il necessario.
Eravamo sicuri di essere riusciti nel nostro intento, perché presto avremmo combattuto al fianco di quell'esercito che, in quei giorni, potevamo ritenere il più forte dei nostri tempi.
Nei dintorni della città, nascosti dalle piante, mimetizzati con reti di corda, grossi pezzi di artiglieria erano già pronti ad entrare in azione, mentre numerosi automezzi militari continuavano a scaricare enormi quantità di materiale  bellico.
Con l'apertura di molti negozi, la città sembrava riprendersi dopo l'ondata bellica da cui era stata travolta.
"Alberto" era riuscito a procurarsi un grosso pezzo di stoffa rossa con la quale ci eravamo fatti vistosi fazzoletti da mettere al collo. Colti dall'entusiasmo che l'arrivo degli Americani aveva suscitato nel nostro piccolo gruppo, l'entusiasmo garibaldino, nella nostra spensierata giovinezza ci eravamo dimenticati il pericolo e la paura. Nel contempo eravamo presi dall'ansia di conoscere le intenzioni dei nostri amici canadesi, con i quali speravamo di partecipare ad un'azione di guerra contro quel nemico che, per tanti giorni, aveva rappresentato per noi un'incubo.
Erano ripresi i duelli di artiglieria e, mentre i Tedeschi sparavano svariati colpi con lunghi intervalli di silenzio, gli Americani martellavano senza respiro tutta la zona del fronte e l'entroterra di Ventimiglia.
Annidato sulle rocce del confine, il nemico poteva ancora mettere a segno i colpi sul territorio francese sottostante che controllava. Nessuno immaginava che gli Americani ci avrebbero fatto partecipare al primo furioso assalto, su quelle rocce che dividono il confine al di sopra del ponte San Luigi.
9/9/19
È tornata l'alba, un fuoco infernale di artiglieria si abbatte sulla zona più violento che mai. Sibili e ululati di proiettili si confondono nello spazio sopra di noi, seguiti da assordanti fragori.
La guerra, che due giorni prima con l'arrivo degli America sembrava finita, era ripresa con tutta la sua spaventosa violenza.
Ritorniamo a Mentone dopo una notte trascorsa sotto i tiri incrociati delle due artiglierie; camminiamo rasentando i muri delle case, con l'impressione di essere più riparati dalle schegge.
Nella città, tornata quasi deserta, si vedono circolare solo jeep e automezzi militari, mentre i cittadini abbandonano in fretta le proprie abitazioni per rifugiarsi in aperta campagna.
Vaghiamo per le strade nell'attesa che "Alberto" torni dal Comando alleato e, incuriositi, osserviamo i pezzi di artiglieria che sparano senza sosta verso l'Italia. 
Mentre ci avviciniamo a un gruppo di soldati per ottenere qualcosa da mangiare, giunge "Alberto" in compagnia di un ufficiale canadese; dall'espressione del suo volto intuiamo che ha notizie importanti da comunicarci e, mentre l'ufficiale ci guarda con un leggero sorriso, lui ci chiede chi di noi sia disposto a partecipare ad un attacco con i soldati canadesi.
In quell'istante rimaniamo senza parola, ci guardiamo meravigliati. Eravamo certi che non ci avrebbero rifiutati per qualche missione di guerra, ma farci partecipare ad un attacco al loro fianco era molto di più di quanto avessimo sperato, e non potevamo capire come ci avrebbero impiegati in una missione cosi importante, poiché non avevamo istruzione militare alcuna.
Sembra assurdo dire che quella notizia ci aveva fatto piacere. Certo un invito ad un ballo sarebbe stato più gradito, ma la guerra non era ancora finita e il nazismo, se pur agonizzante, agiva ancora più spietato che mai.
Potersi battere contro quei soldati, con l'appoggio di un esercito con cui eravamo sicuri di vincere, era per noi il sollievo più grande emerso da un esasperato avvilimento, sopportato per mesi senza possibilità di reagire.
"Alberto", anche lui preso dal nostro entusiasmo, sorridendo, ci fa segno di seguire l'ufficiale, il quale ci accompagna dove un'intera compagnia di soldati si preparava a partire.
Alla presenza di quegli uomini equipaggiati senza economia, rimaniamo meravigliati, e ciò ingigantisce dentro di noi l'entusiasmo per la nuova impresa che ci apprestiamo a compiere.
In quei minuti di stupore, davanti a quell'armamento formidabile, pensavo alla vita disagiata dei compagni rimasti nei boschi a soffrire la fame e che, quasi disarmati, dovevano difendersi da pesanti rastrellamenti, e battersi nella speranza di una conclusione vittoriosa della lotta.
Mi tornavano alla mente i compagni della Mezzaluna, in attesa di quelle armi che non avrebbero mai visto, mentre davanti a noi una montagna di materiale bellico sembrava sprecarsi.
Mi avvicino ad un camion e prelevo da una cassa cinque bombe a mano; alcuni soldati mi guardano e sorridono, rivolgendomi parole che non capisco.
Il capitano che ci avrebbe guidati in quella missione, sapendo di aver a che fare con dei partigiani, tramite "Alberto" ci ammonisce informandoci che se avessimo fatto dei prigionieri dovevamo tener conto delle convenzioni internazionali di guerra, evitando loro crudeli maltrattamenti o, peggio, uccisioni.
Dopo esserci riforniti di tutto il necessario per quella impresa, siamo pronti a partire.
Ci disponiamo in fila indiana alternati ai soldati; ci fa da guida l'unico ex partigiano francese che in quel momento si trova disponibile.
Un'ora di strada ci separa dalla zona operativa, ci inoltriamo su di una mulattiera mentre due soldati dietro di noi distendono un cavo telefonico, transitiamo da Castellar e "Alberto" si ferma dell'azione, non dovevamo perdere di vista; inginocchiato a terra e con lo sguardo fisso sulle postazioni nemiche, parlava al telefono da campo; erano attimi di attesa che non sapevo a cosa preludessero.
A nostra insaputa una nave da guerra alleata, al largo di Mentone, su ordine preciso del nostro comandante, si preparava ad aprire il fuoco di protezione.
Una giornata calda stava per finire, i raggi del sole illuminavano le rocce bianche davanti a noi emettendo un riverbero quasi fastidioso.
In quel breve tempo di silenzio, che dilungandosi diventava un tormento, nella mia mente prendevano forma i più assurdi pensieri: immaginavo il nemico dietro a quella barriera naturale con le armi puntate che attendeva il nostro attacco, mi tornavano alla mente i miei genitori che forse non avrei più rivisto, ogni cosa cui pensavo mi appariva mostruosa; ma nell'istante in cui lo sgomento sembrava dominare la mia mente, una secca detonazione mi faceva dimenticare ogni cosa.
Dal mare la nave da guerra, che in quei minuti di ansia avevo quasi dimenticato, spara la prima bordata, scuotendo l'intera vallata di Mentone.
Proiettili di grosso calibro, solcando l'aria sopra di noi, vanno ad esplodere sulle trincee dove il nemico pochi istanti prima attendeva in silenzio.
Alla prima detonazione ne seguiva una seconda, pezzi di roccia e schegge infuocate rotolavano fino a noi, per venti minuti un bombardamento senza respiro martellava quelle postazioni che, poco dopo, avremmo dovuto occupare.
Quell'attacco inaspettato di artiglieria mi aveva fatto rabbrividire, ero convinto che, giunto in quelle trincee, avrei trovato solo resti di carne umana e, avvilito da un'immaginario massacro, dentro di me era scomparso l'entusiasmo di una lotta agguerrita; quell'assalto aggressivo, desiderato fino a pochi minuti prima, mi sembrava non avesse più senso.
Distesi a terra guardiamo il capitano con il telefono in mano, che dirige il tiro dell'artiglieria, poi ad un tratto dal mare cessano di sparare. Il primo attacco condotto dall'esercito canadese alla frontiera di Mentone, dove i Tedeschi ripiegando si erano trincerati, poteva dirsi portato a termine con la partecipazione dei garibaldini italiani.
Si era così realizzato quel sogno da molto tempo atteso: in uno scontro diretto la nostra prima vittoria contro un nemico che fino a quel momento non ci aveva dato pace.
Il mattino seguente saprò, dal mio comandante ancora emozionato, che durante l'attacco il capitano, entusiasta del nostro comportamento, aveva annunciato al centralino da campo di Castellar che i garibaldini italiani in quel momento stavano rastrellando la cima del monte.
Durante quella notte ero rimasto nella postazione conquistata in compagnia di due soldati canadesi; sopra di noi si sentivano fischiare i proiettili delle artiglierie dei due eserciti opposti, mentre nel fondo valle si vedevano i bagliori delle esplosioni.
Trascorsa la notte con il timore di essere attaccati dai mortai nemici, col sopraggiungere dell'alba arrivano altri soldati a sostituirci.
Alla base del pendio roccioso mi ritrovo con quei compagni che, come me, avevano trascorso la notte su quella vetta conquistata il giorno prima.
Scendiamo verso Castellar, ognuno di noi racconta ogni minuto di quell'assalto indimenticabile; assalto vittorioso cui avevamo notevolmente contribuito, dimostrando di essere coerenti nel servire la nostra causa.
Giunti in paese, contornati da un affettuoso cameratismo americano, ci lasciava avviliti la fredda accoglienza dei civili francesi; purtroppo per loro noi restavamo ancora Italiani, nonostante tutto, e come tali potevamo meritare solo il loro disprezzo.
Gli Americani avevano capito che potevamo essere per loro un valido aiuto, e il 13 di settembre, a spese del Comando alleato, venivamo alloggiati provvisoriamente alla pensione Mimosa nella città di Mentone.                                                                                                                                              Giorgio Lavagna (Tigre), Dall'Arroscia alla Provenza - Fazzoletti Garibaldini nella Resistenza, Ed. A. Dominici,  Oneglia - Imperia, 1982

Lavagna ed il suo gruppo erano stati arruolati nella FSSF, First Special Service Force (chiamata anche The Devil's Brigade, The Black Devils, The Black Devils' Brigade, Freddie's Freighters), reparto d'elite statunitense-canadese di commando, impiegato anche nella Operazione Dragoon nel sud della Francia, tuttavia sciolto nel dicembre 1944; a quella data, per non farsi internare, questi garibaldini furono costretti ad immatricolarsi nel 21/XV Bataillon Volontaires Etrangérs francese. 
Adriano Maini

La disillusione di Giorgio Lavagna
Molti degli scritti di memoria partigiana comunista pubblicati in questi anni si chiudono con un alone di ottimismo: vedere le nuove lotte, operaie e studentesche, dà ai vecchi partigiani la speranza che il momento del rinnovamento sia arrivato; non è così per gli ex combattenti non politicizzati.
Il congedo di Giorgio Lavagna si stacca da questo troppo semplicistico ed illusorio ottimismo proponendo una lettura disillusa dei risultati raggiunti dalla democrazia nata con la Resistenza. Egli è stato partigiano garibaldino in Arroscia, e poi, passate le linee in Provenza, si è unito all’esercito regolare francese. Dallo scritto non emerge alcuna appartenenza politica: a spingerlo verso la lotta è l’odio verso i fascisti e il bisogno astratto di libertà. La sua conclusione è amara, poiché si rende conto a distanza di anni che gli obiettivi per cui ha combattuto non sono stati raggiunti:
"A distanza di oltre trentacinque anni, dopo aver appena terminato il racconto di un passato doloroso, nella mia mente frugo tra i ricordi di quei giorni, quando sognavo un paese libero, diretto da uomini non più fascisti, non più servi dei nazisti, ma democratici. […] Mentre mi rivedo nel fondo di quella cava, davanti agli amici che, nel riabbracciarmi, mi ammiravano, penso se era il caso di sentirmi orgoglioso per avere lottato e sofferto per migliorare una Patria nella quale ancora prevalgono incontrastati il sopruso, l’ingiustizia, il crimine. Alla fine di un immane conflitto, forse troppi che, come me, troppo presto avevano creduto al risorgimento della nostra Italia grazie all’azione di uomini nuovi, capaci e responsabili, sono stati delusi. Questo è il vero crimine. Ed è vero crimine pure che i partigiani abbiano da attendere ancora l’attuazione di quei principi per i quali hanno combattuto e, a migliaia, sono caduti". <281
Si vede qui la disillusione del protagonista di fronte ai fatti contemporanei. Egli sente che gli scopi della Resistenza non sono stati raggiunti, ma non incita le nuove generazioni a continuare la lotta in modo che quei principi vengano realizzati in futuro.
[NOTA]
281 Giorgio Lavagna (Tigre), Dall'Arroscia alla Provenza - Fazzoletti Garibaldini nella Resistenza, Ed. A. Dominici, Oneglia - Imperia, 1982, pp. 150-151.

Sara Lorenzetti, Ricordare e raccontare. Memorialistica e Resistenza in Val d’Ossola, Tesi di Laurea, Università degli Studi del Piemonte Orientale “Amedeo Avogadro” - Vercelli, Anno accademico 2008-2009 

domenica 9 giugno 2024

Portare nottetempo agenti segreti tedeschi

Sanremo (IM)

Il "Molch" era dunque un sottomarino monoposto armato con due siluri da 533 millimetri. Il primo prototipo fu sperimentato a Eckernförde, una cittadina dello Schleswig-Holstein in Germania, il 12 giugno 1944 ed in seguito furono realizzati un totale di 363 "Molch" (fino al gennaio 1945). La torretta aveva due finestre ed era coperta da una cupola in plexiglass. Poteva viaggiare a due sole velocità e la retromarcia non era prevista. Scomodo da manovrare, in combattimento risultò un grosso fiasco e fu principalmente utilizzato per addestramento. La prima unità operativa dotata di "Molch" fu la K-Flottille 411. Il dimensionamento della prima flottiglia (sessanta "Molch" e trecentocinquanta uomini) si dimostrò eccessivo: durante gli spostamenti la lunga colonna fu spesso bersaglio degli attacchi della aviazione alleata e dei partigiani. Fu perciò deciso di ridurre le dimensioni delle successive flottiglie. Durante i primi test molti "Molch" affondarono col proprio pilota. Quando dodici "Molch" vennero impiegati per la prima volta contro le pattuglie alleate al largo di Mentone e Nizza; fu un disastro: la flotta alleata non subì alcun danno, mentre soltanto due "Molch" ritornarono solo per essere distrutti successivamente dal bombardamento di San Remo. Le operazioni della KF-411 furono interrotte. Il 20 settembre 1944 il resto della KF-411 fu trasferito a Trieste e dislocata a Sistiana.
Paolo Geri, Scampoli di storia: La base dei sommergibili a Sistiana durante la seconda guerra mondiale (1943-1945), Bora.La, 5 settembre 2010 
 
Verso la fine del 1944 una Germania sull’orlo della sconfitta continuava a riporre tutte le proprie speranze nelle nuove tecnologie, a partire dalle V1 e V2, arrivando alle wunderwaffen, quest’ultime niente più che capolavori di propaganda, pericolose e inefficienti.
I sommergibili Molch rientravano in questa categoria: erano costrutti scomodi e inaffidabili, mini sottomarini comandati da un’unica persona. Dopo aver constatato in mare la sconfitta degli U-Boot, la Kriegsmarine aveva iniziato a sperimentare con le K-flottiglie, ovvero reparti di mini sommergibili sull’esempio italiano della Decima Mas. Incursioni fulminee e notturne, capaci di sorprendere le flotte degli Alleati. I Molch - noti anche come Salamandre o Squali da Posta - presentavano un posto guida con una piccola torretta, dotata di due finestre e una cupola di plexiglass, a sua volta con funzione di portello di entrata. La torretta era anche dotata dell’indispensabile periscopio, mentre nel corpo inferiore della macchina erano situati i due siluri, agganciati con speciali staffe. I piloti assumevano Pervitin per rimanere svegli anche quarantotto ore di fila, fino a raggiungere il bersaglio, colpire e ritornare alla base. Proprio al momento di sganciare il siluro, il Molch palesava l’ennesimo difetto: il sommergibile doveva riemergere in superficie, esponendo così il pilota allo sguardo (e alle armi) delle navi nemiche.
Le prime prove non furono infatti brillanti: i Molch avevano solo due velocità, erano scomodissimi da manovrare e l’unico modo per orientarsi era guardare il cielo stellato dalla cupola. L’impossibilità di usare la retromarcia li rese presto letali più per i piloti che per i nemici, con alcuni, mortali, incidenti persino durante l’addestramento. Eppure, se il Fuhrer lo desiderava, doveva essere fatto.
Fu così che dodici Molch s’inabissarono diretti verso il nemico il 25 e il 26 settembre 1944, al largo di Mentone e Nizza. Le navi che avrebbero dovuto affondare scatenarono tutto il proprio arsenale di bombe di profondità, distruggendo dieci Molch su dodici. I restanti riuscirono a tornare, salvo poi venire distrutti dal bombardamento di Sanremo.
Sistiana iniziò così a interessare non solo l’esercito di terra, ma la stessa marina, perchè divenne, dall’11 novembre 1944, la sede dei rimanenti Molch, all’incirca una trentina.
Zeno Saracino, I Molch di Sistiana. L’eredità sommersa dei mini sottomarini nazisti, Triestenews, 20 luglio 2019

Alla fine del 1944 la disfatta della Germania appariva inevitabile ed i tedeschi stavano disperatamente giocando quelle che ritenevano le loro carte migliori e più ingegnose. Sono di questo periodo le temibili V1 e V2 che pur rappresentavano un ingannevole successo.  Gli Alleati ormai erano superiori sia in terra che in aria. Ma anche in mare i tedeschi non se la passavano bene e gli U-Boot erano ormai fortemente penalizzati dalle tecnologie di localizzazione delle forze alleate. In uno scenario disperato ed ormai senza speranza furono create le K-Flottiglie: reparti per attacchi notturni con mini sommergibili  che si riteneva difficile da localizzare e che replicavano le strategie della Decima Mas Italiana. A poppa vi era il posto di guida sormontato da una piccola torretta che aveva due finestre ed era coperta da una cupola in plexiglass che faceva anche da portello di entrata. Sulla torretta era posizionato un periscopio per l’osservazione in immersione. Sotto, erano agganciati a speciali staffe, due siluri.
In combattimento, peraltro, i molch si rivelarono un fallimento totale. I piloti navigavano pressoché alla cieca e spesso usando come riferimento le sole stelle visibili tramite la cupola in plexiglass sulla torretta. Il lancio dei siluri poteva avvenire solo a pelo d’acqua rendendo sostanzialmente vulnerabile il sottomarino proprio nel momento più cruciale. Il Molch poteva viaggiare a due sole velocità e la retromarcia non era prevista. Scomodo da manovrare, il Molch in combattimento risultò un grosso fiasco e fu principalmente utilizzato per addestramento. Già durante i primi test, molti Molch affondarono con il proprio pilota. Il 25 e 26 settembre 1944, 12 Molch vennero impiegati per la prima volta contro le pattuglie alleate al largo di Mentone e Nizza. Fu un disastro! La flotta alleata non subì alcun danno, mentre soltanto due Molch ritornarono solo per essere distrutti successivamente dal bombardamento di Sanremo. L’11 novembre 1944, i Molch rimanenti furono trasferiti a Trieste e dislocati a Sistiana dove i tedeschi costruirono appositamente una base nella  piccola baia sormontata dal romantico sentiero Rilke. La montagna che arriva fino alla spiaggia era un riparo ideale e fu "scavata" per aprire gallerie e sale a custodire i molch. Ancora oggi si vedono i varchi sulla montagna utlizzati per le  mitragliatrici ed i cannoni. Fu costruito anche un largo scivolo per mettere in mare i mezzi subacquei.
Redazione, I sommergibili tedeschi Molch, Sommozzatori Rari Nantes
 
Colpi di cannone, raffiche di mitragliatrice, motori lanciati alla massima velocità, scafi che sfiorano i campi minati a pelo d’acqua. Le immagini che emergono dall’archivio del Naval History and Heritage Command statunitense raccontano la storia poco conosciuta della battaglia navale di Sanremo, combattuta tra la notte e l’alba del 2 ottobre 1944. Uno scontro che portò le forze Usa impegnate nel Mediterraneo a catturare per la prima volta due barchini esplosivi MTM (acronimo di Motoscafo da Turismo Modificato), vanto delle forze anfibie della Regia Marina prima e della Repubblica di Salò poi, affidate ai marinai della Kriegsmarine che nella città dei fiori erano arrivati un mese prima per sperimentare i mini sottomarini “Molch”, fallimentare arma segreta di Hitler [...]
Dall’archivio Usa, dissequestrato qualche anno fa, emergono anche i documenti relativi all’impiego delle flottiglie naziste nel Ponente Ligure, i verbali di interrogatorio dei prigionieri, l’attività di intelligence e ricognizione. I tedeschi avevano i mini sottomarini “Molch” e “Mader” da testare ma la Kriegsmarine si occupava anche di altro. Come ad esempio portare nottetempo agenti segreti dell’Abwehr reclutati dal maggiore Karl Sessler [n.d.r.: in effetti, Georg Sessler, che non era un operativo dell'Abwehr - vedere infra] tra la comunità internazionale che ancora viveva a Sanremo, a Marsiglia e Nizza per raccogliere informazioni sulle forze alleate sbarcate nella Francia del Sud con l’operazione “Dragoon”. Berlino voleva sapere quali e quante navi da guerra ci fossero e come poterle colpire.
I dettagli di quella notte di combattimenti sono custoditi nei registri di bordo dell’USS Gleaves [...] Nel frattempo un colpo di 88 dalla costa raggiunge il Gleaves provocando lievi danni e una mezza dozzina di feriti lievi. La nave intanto per sfuggire ai barchini ha iniziato a procedere a zig zag e il comandante ha dato piena potenza alle macchine. Dopo alcune salve esplose verso la costa si allontana dal golfo di Sanremo con la copertura delle motosiluranti che intanto hanno intercettato altri due barchini arrivati di rinforzo. La cattura avviene in quel frangente. I marinai americani circondano i due scafi degli MTM (uno, colpito, poco dopo affonderà) e recuperano i piloti tedeschi che si erano lanciati in mare con le tute da sommozzatori. Alle luci dell’alba il Gleaves torna indietro, la preda di guerra viene caricata a bordo e portata in Costa Azzurra. Scattano le indagini per scoprire il funzionamento dei barchini.
Giulio Gavino, 1944, battaglia in mare a Sanremo: barchini esplosivi all’attacco, Il Secolo XIX, 3 marzo 2023
 
Nell’agosto del 1944 Georg Sessler fu inviato a dirigere l'ufficio di Sanremo che si occupava principalmente di intercettare le trasmissioni radio alleate ma venne incaricato dal suo superiore, il Colonello Engelmann, di reclutare agenti da inviare oltre le linee nemiche. A Sanremo assunse il nome di Doctor Steinbacher.
I diretti collaboratori di Sessler erano Leon Jacobs alias Felix, l’operatore radio Wihlelm Schönherr alias William, e il tuttofare Widenmeyer, oltre ad alcuni agenti di nazionalità italiana e francese.
L’ordine ricevuto da Engelmann di occuparsi anche delle infiltrazioni di agenti oltre le linee nemiche mise l’ufficio di Sessler in concorrenza con un’altra struttura presente a Sanremo, retta dallo Sturmannführer Helmut Gohl della Sicherheitspolizei e SD, l’"ufficio VI", la cui attività era dedita al sabotaggio e allo spionaggio diretta contro le forze alleate presenti in Provenza e in Costa Azzurra. La sede sanremese dell’Ufficio VI della S.D. si trovava a Villa Araga, di fronte alla stazione del filobus. Dell’ufficio di Gohl, oltre al suo stretto collaboratore Selm, facevano parte gli Obersturmführer Senner, alias Sommer, e Werner Neissen, e si avvaleva di più di un centinaio di membri del Parti Populaire Français, P.F.F., collaborazionisti durante la stagione del maresciallo Petain, in quel periodo pronti a tornare in Francia per spiare la dislocazione delle forze alleate e compiere azioni di sabotaggio. La missione che coinvolgeva questi esuli fancesi prendeva il nome di operazione Bertram e  operazione Tosca.
A Sanremo un altro ufficio della Sicherheitspolizei e SD, che si occupava principalmente di repressione delle bande partigiane e dei reati di natura politica e di repressione del mercato nero, era retta dall’Oberschführer Josef Reiter, che non mancava di inserirsi a gamba tesa anche nelle attività degli uffici precedentemente descritti. Reiter era alle dirette dipendenze del comando di Genova, retto da Friedrich Wilhelm Konrad Sigfrid Engel (Warnau am der Havel 11/2/1909 - Amburgo 4/2/2006), condannato all’ergastolo in contumacia per le stragi del Turchino, della Benedicta, di Portofino e di Crevasco dove, nel complesso, furono fucilati ben duecentoquarantotto tra partigiani e antifascisti.
Giorgio Caudano, Appunti, 2020
 
[ n.d.r.: alcuni lavori di Giorgio Caudano: Giorgio Caudano (con Paolo Veziano), Dietro le linee nemiche. La guerra delle spie al confine italo-francese 1944-1945, Regione Liguria - Consiglio Regionale, IsrecIm, Fusta editore, 2024; Giorgio Caudano, L'immagine ritrovata. Ventimiglia e dintorni nei dipinti dell'Ottocento e primo Novecento, Alzani Editore, 2021; Marco Cassini e Giorgio Caudano, Bordighera al tempo di Bicknell e Monet, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2021; a cura di Paolo Veziano con il contributo di Giorgio Caudano e di Graziano Mamone, La libera Repubblica di Pigna. Parentesi di democrazia (29 agosto 1944 - 8 ottobre 1944), Comune di Pigna, IsrecIm, Fusta Editore, 2020; Giorgio Caudano, Gli eroi sono tutti giovani e belli. I Caduti della Lotta di Liberazione nella I^ Zona Operativa Liguria, ed. in pr., 2020; Giorgio Caudano, Dal Mare alla Trincea... memorie di uomini, BB Europa, Cuneo, 2019; Silvia Alborno, Gisella Merello, Marco Farotto, Marco Cassini, Giorgio Caudano, Franck Vigliani, curatori della mostra Claude Monet, ritorno in Riviera, catalogo a cura di Aldo Herlaut, Silvana Editoriale, Milano 2019; La Magnifica Invenzione. I pionieri della fotografia in Val Nervia 1865-1925, a cura di Marco Cassini e Giorgio Caudano, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2016; Giorgio Caudano, Pigna. Storia di un paese, ed. in pr., 2016  ]
 
Il 1° ottobre i piloti dell'Army Cub scoprirono i MAS tedeschi nel porto di San Remo. Un bombardamento ben mirato, nonostante il forte fuoco di risposta, provocò la distruzione di almeno tre di queste imbarcazioni e la demolizione delle strutture per la riparazione delle barche e di altre installazioni portuali. L'incrociatore USS Gleaves trovò anche il tempo di distruggere almeno una batteria da 88 mm (3 pollici), che si era rivelata pericolosa durante l'attacco. Il giorno successivo, assistito da aerei della USS Brooklyn, bombardò gli stabilimenti costieri, le postazioni delle batterie e le navi nel porto di Oneglia, facendo gravi danni a due grandi navi mercantili nemiche, distruggendo una batteria di difesa costiera e una batteria antiaerea vicino al porto. Durante quell'azione il Gleaves ricevette alcuni dei pochi colpi della sua carriera quando un proiettile da 88 millimetri perforò il suo scafo con le schegge.
Durante la notte, mentre pattugliava al largo di Sanremo, il radar di Gleaves individuò tre navi nemiche che si muovevano lungo la costa. Senza assistenza, si avvicinò a loro, nonostante sapesse della presenza di campi minati, e riuscì a distruggerne uno, costringendo gli altri due al ritiro. Più tardi, quella notte, i restanti due furono nuovamente individuati mentre cercavano di raggiungere Sanremo. Ancora una volta, Gleaves attaccò e questa volta distrusse una seconda nave del gruppo e riportò la terza a Genova, probabilmente in condizioni danneggiate.
Mentre tornava alla sua posizione iniziale al largo di San Remo, quella notte il Gleaves fu ingaggiato per la terza volta a battaglia poiché divenne oggetto di un attacco da parte di almeno cinque motoscafi esplosivi con equipaggio suicida. L'uso accorto e combinato di colpi di cannone, di bombe di profondità e di forti virate alla massima velocità lo misero in salvo, lasciando quattro imbarcazioni affondate nella sua scia. La mattina seguente, tornanto in zona, l'equipaggio catturò il quinto motoscafo intatto e con ancora a bordo due operatori. Per quanto è noto, quella fu la prima imbarcazione di quel tipo catturata ai tedeschi e fornì preziose informazioni tattiche alle forze alleate nella zona.
Nel dicembre 1944 il Gleaves fu assegnato come nave di supporto antincendio vicino alle posizioni alleate sulla frontiera franco-italiana e svolse questo compito fino alla partenza per gli Stati Uniti nel febbraio 1945.
Redazione, USS Gleaves, Wikipedia
 
Nel mese di ottobre 1944 ci furono numerose missioni esplorative effettuate “dalla Base Ovest di San Remo con l'impiego dei soli M.T.M. Queste missioni non dettero luogo ad episodi di rilievo, ma occorre anche far notare come esse si svolsero in condizioni difficili, sia per lo stato del mare, sia per la lunghezza della navigazione in relazione alla possibilità degli M.T.M. e sia per la presenza continua delle M.T.B. e delle P.T. che pattugliavano le acque davanti alle coste francesi. Tipica fra queste quasi quotidiane missioni fu quella effettuata il 2 ottobre da tre M.T.M. con il G.M. Domenichini, il Serg. A.U. Di Piramo ed il S.C. Baisi. Partiti alle 21.00 con luna piena e mare forza 2, a 16 miglia da Capo Sant'Ampelio [di Bordighera] la Squadriglia avvistò alle 02.00 due cacciatorpediniere. Domenichini ebbe un’avaria al motore e dovette rallentare. Gli altri due si portarono all'attacco, ma per il mare (una forza 2 per gli M.T.M. è già difficoltosa) non poterono lanciarsi in velocità. Avvistati dai caccia, furono investiti da un fitto fuoco di mitragliere. Poi le due Unità nemiche accelerarono l'andatura e si allontanarono e gli M.T.M. rientrarono, unitamente a S.M.A. ed M.T.M. con piloti germanici, usciti in concomitanza con i battelli italiani. Domenichini rientrò all'alba. Fra il 19 ed il 20 ottobre arrivò a San Remo una colonna di autocarri tedeschi con 30 Mezzi d'Assalto simili agli M.T.M., ma costruiti in Germania. Erano un po’ più piccoli ed avevano, al posto della carica da 300 kg, una da 200 kg. Come miglioramento rispetto agli M.T.M., i piloti, una volta tuffatisi in acqua dopo avere lanciato il mezzo contro le navi nemiche, potevano radiocomandarli dal salvagente. Il Comando tedesco dei Mezzi d’Assalto, per mimetizzarli, sistemò l'autocolonna con i 30 barchini «Linse» entro il Mercato dei Fiori di Sanremo all’alba del giorno 20. Alle 11.20 dello stesso giorno, i cacciatorpediniere francesi Le Forbin e Le Malin, arrivati a 10.000 metri dal porto di San Remo, iniziarono un altro bombardamento navale. L'ipotesi più plausibile, visti i risultati, è che i soliti agenti del S.I.C. [n.d.r.: Servizio informazioni clandestino del Regio Esercito del Sud; ma i libri di storia della Resistenza Imperiese non citano mai questa presenza, che potrebbe invece rientrare in una delle ricorrenti esagerazioni, fatte da repubblichini nostalgici, circa i pericoli corsi da nazifascisti] abbiano fornito precise indicazioni al nemico sulla localizzazione dei «Linse». Il Com.te Andreoli, sempre ottimista, non prese in considerazione questa eventualità, non potendo credere che ci fossero altri ufficiali della Marina italiana che lo volessero colpire alle spalle e nel buio, dato che lui stava combattendo contro gli angloamericani e, nel suo rapporto, attribuì al «caso» la catastrofe che ne seguì. Riferì Andreoli che, nel momento in cui i cacciatorpediniere aprivano il fuoco, una Sezione autotrainata di artiglieria da campo dell'Esercito tedesco si trovava a passare sulla strada a monte di San Remo. Visti i due caccia che sparavano, la Sezione mise i pezzi in batteria e rispose al fuoco. I cacciatorpediniere, osservate le vampate sulla collina, diressero il fuoco contro i cannoni tedeschi. Casualmente - è convinto Andreoli - la Sezione, il Mercato dei Fiori ed i caccia si vennero a trovare sullo stesso allineamento ed alle 11.30 una salva «corta» di una delle due Unità cadde sul Mercato dei Fiori. Sia come sia, sta di fatto che questa «salva corta» o «salva precisa» centrò l’autocolonna ed i 30 «Linse » esplosero quasi contemporaneamente con le 6 tonnellate di esplosivo. I caccia francesi notarono l’enorme colonna di fumo e vi concentrarono sopra il tiro dei loro cannoni da 120 mm. Tutta la zona venne sconvolta per un largo raggio. I morti ed i feriti furono parecchi, specialmente fra i tedeschi dell’autocolonna. Fu colpito anche l'albergo Gran Bretagna, sede del Comando della Squadriglia dei M.A.S. «Castagnacci» vicino al Mercato dei Fiori, con la sua quasi totale distruzione ed il leggero ferimento di qualche marò. Il Comando della Squadriglia dovette abbandonare l’Albergo per trasferirsi prima all’Albergo Astoria e poi nella Villa Salvo a Porto Maurizio. Uno S.M.A. e due M.T.M. della «Decima» esplosero entro il porto. 
Sergio Nesi, Decima Flottiglia nostra... I mezzi d'assalto della Marina italiana al sud e al nord dopo l'armistizio, Mursia, 2019  

mercoledì 16 agosto 2023

Da Briga erano fuggiti una ventina di soldati, in prevalenza russi, ricercati dai tedeschi

San Michele, Frazione di Olivetta San Michele (IM)

Briga Marittima, oggi La Brigue, Val Roia francese, Dipartimento delle Alpi Marittime, nei primi mesi del 1945 era controllata da circa 40 genieri della Repubblica di Salò e da un centinaio di soldati della Wehrmacht, dei quali metà erano tedeschi e metà slavi. Questi ultimi sul finire di gennaio cercarono di contattare i garibaldini della I^ Zona Operativa Liguria. Verso metà febbraio una ventina di loro riuscirono a fuggire dal presidio di Briga. San Dalmazzo di Tenda e Tenda erano presidiate da militari della Divisione “Muti”, da altri 40 soldati repubblichini e solo da alcuni tedeschi. Libri, Breglio (Breil-sur-Roya), Piena, Olivetta San Michele a metà febbraio apparivano ormai sgombre di presenze nazifasciste. Lo stesso accadde per Saorge nei primi dieci giorni di marzo.
Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell'Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e della Storia Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945), Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1998-1999
 
I russi erano scappati da Briga dove i tedeschi li tenevano a lavorare nelle fortificazioni, e per un po’ avevano girato nei paraggi, spaventando le donne sole in casa la notte che non li capivano e li credevano tedeschi. Poi erano riusciti a raggiungerci, e, insieme a qualche alsaziano o lorenese che aveva disertato dall’esercito tedesco, costituivano la Squadra Internazionale e avevano in dotazione l’arma più bella del battaglione, il Mayerling sputafuoco. Subito, come succede, si creò intorno alla Squadra Internazionale la leggenda che fosse la squadra più affiatata, più sfegatata, più disciplinata del battaglione. Non che in effetti non fosse così, ma c’era in quella ammirazione per loro, in quel portar loro ad esempio da parte dei comandanti, un qualcosa di leggendario, di dato per irraggiungibile. Noi ci sentivamo gli italiani, gente che non si lava, non si spidocchia, che va stracciata, che litiga tra sé, che urla e spara per nulla, che non sa bene perché è da questa parte e non dall’altra pure si batte a morte, carica di furore; loro i russi, un mondo sereno, che ha già deciso tutto, e ora sa di far la guerra, e continua a farla, con entusiasmo e odio e metodo, ma senz’abbandonarcisi, tenendo le armi pulite come specchi, non barando sui turni di guardia, non litigandosi sull’andare a legna, come continuassero una naja per conto loro, senz’ufficiali né consegne.
Italo Calvino, Romanzi e racconti, Mondadori, 1994, p. 846
 
31 gennaio 1945 - Da "Laios" al comando della V^ Brigata d'Assalto Garibaldi "Luigi Nuvoloni" della II^ Divisione "Felice Cascione" - Informava che a Briga [La Brigue, Alpes-Maritimes, Vallée de la Roya. In tutta la zona di confine, in particolare attraverso la Val Roia, proprio in quel periodo si intensificarono gli sforzi per fare penetrare agenti francesi] si trovavano 30-40 tedeschi, 50 russi ed alcuni militari della RSI e che "Natalin della Gamba" aveva riferito che i russi di Briga gli avevano chiesto l'ubicazione delle forze partigiane, "pregandolo di aiutarli a scappare per raggiungere la zona partigiana".
16 febbraio 1945 - Dal comando del I° Battaglione "Mario Bini", prot. n° 45, al comando della V^ Brigata e al comando della II^ Divisione "Felice Cascione" - Comunicava...  che a Briga Marittima erano stanziati circa 100 uomini tra tedeschi e russi, oltre a 40 genieri della RSI; che sempre da Briga erano fuggiti una ventina di soldati, in prevalenza russi, ricercati dai tedeschi; che Tenda era stata bombardata da aerei alleati, che avevano causato la morte anche di 2 ufficiali; che Fontan, Saorge, Forte Tirion e San Michele [n.d.r.: Frazione di Olivetta San Michele (IM)] erano occupati da tedeschi, che Breil, Libri, Piena e Olivetta [n.d.r.: il borgo principale di Olivetta San Michele] erano terra di nessuno.
17 marzo 1945 - Da "Carmelita" a "Fuoco" [partigiani della I^ Zona Operativa Liguria] - Inviava l'elenco degli appartenenti alle bande fasciste ed alla G.N.R. (Guardia Nazionale Repubblicana) che furono in territorio francese, in particolare la serie di nominativi della G.N.R. di Mentone, 30 uomini, Antibes 4, Beausoleil 2, Nizza e zone limitrofe 35.
10 aprile 1945 - Dalla Sezione SIM [Servizio Informazioni Militari] della V^ Brigata "Luigi Nuvoloni" della II^ Divisione "Felice Cascione", prot. n° 381, al Comando Operativo della I^ Zona Liguria ed al comando della II^ Divisione - Comunicava... Sosteneva che l'esercito francese aveva conquistato importanti punti strategici.
11 aprile 1945 - Dal Comando della I^ Zona Operativa Liguria al comando della II^ Divisione "Felice Cascione" - Veniva comunicato l’imminente sbarco [n.d.r.: sbarco clandestino, a Vallecrosia (IM)] del capitano Bartali [n.d.r.: Giovanni Bortoluzzi, già a capo a settembre 1943 di una prima banda di partigiani in Località Vadino di Albenga (IM), poi dirigente sapista in quella zona, capo missione della Divisione “Silvio Bonfante” presso gli Alleati, vicecapo della Missione Alleata nella I^ Zona nei giorni della Liberazione] e veniva ordinato di tenere a disposizione dello scrivente comando eventuale materiale arrivato nel frattempo via mare.
13 aprile 1945 - Dal Comando della I^ Zona Operativa Liguria a Orsini [Agostino Bramè, commissario politico della V^ Brigata] - Si sollecitava maggiore attenzione nell'individuare per tempo e nell'avvertire dei movimenti del nemico rispetto alla tematica sbarchi [n.d.r.: sempre effettuati a Vallecrosia], in quanto il motoscafo di Renzo [Renzo Stienca Rossi], ricevuta una segnalazione sospetta dalla costa, era appena tornato indietro.
19 aprile 1945 - Da "Tina" [n.d.r.: probabilmente Battistina Mucignat, nata a Rezzo (IM) il 29/10/1916, patriota della IV^ Brigata "Elsio Guarrini" della II^ Divisione "Felice Cascione"] al comandante [della II^ Divisione "Felice Cascione"] "Vittò" [Giuseppe Vittorio Guglielmo] - Segnalava che "Briga è campo libero, nella notte partiranno tutte le truppe, nella giornata in corso non opereranno alcuna sortita, regolarsi di conseguenza".
da documenti IsrecIm in Rocco Fava, Op. cit.
 
L’operazione «Canard»: 11-17 aprile 1945
Sul massiccio dell’Authion, la linea di difesa era presidiata dai due battaglioni del 107° reggimento della 34a divisione, sostenuti da un potente schieramento di artiglieria. L’azione principale si svolse il 10 e l’11 aprile, e la sera del 12 l’Authion cadde in mani francesi, mentre i forti a sudest e quelli della Baisse de Saint-Véran e della Tête de la Secca resistevano. Il 14 l’attacco progredì tra il passo di Barbacane e la cima di Sespoul; il giorno dopo fu occupato il paese di Bréil, mentre un reparto scese nel vallone del Caïros, minacciando Saorge. Il 16 le batterie tedesche intervennero pesantemente, fermando ogni tentativo di avanzare lungo la Val Roya, mentre sulle vie di comunicazione venivano compiute distruzioni. L’operazione  verso il col  di  Tenda  fu  sospesa  per  attaccare  invece  in  direzione  della  Valle  Stura  di  Demonte,  al  fine  di  coordinare l’azione  della 1a D.F.L. con quella prevista contro il colle della Maddalena, l’operazione «Laure». Le perdite subite dai francesi furono molto alte: 195 caduti e 714 feriti. Gli italo-tedeschi ebbero 272 prigionieri, subendo perdite pesanti in morti e feriti, ma riuscirono a tamponare l’attacco e a mantenere il possesso del col di Tenda. L’operazione «Canard» bloccò comunque una delle vie di ritirata, tagliando la Val Roya […]
A Ventimiglia, il 25 [aprile 1945], un gruppo di civili italiani raggiunse la Francia per avvertire che i tedeschi se n’erano andati e il 26 i primi militari francesi entrarono nella città, subendo perdite a causa delle numerose mine disseminate dappertutto. Nel corso della giornata i francesi risalirono la Val Roya, raggiungendo Tenda e Briga, trovando difficoltà ad avanzare, viste le imponenti distruzioni e l’estensione dei campi minati. Il 29 reparti francesi raggiunsero Borgo San Dalmazzo, congiungendosi con i reparti provenienti dal colle di Tenda e con quelli arrivati dalla Valle Stura.
Alberto Turinetti di Priero, Il «fronte alpino»: 1944-1945, Alpi in Guerra (progetto Interreg)
 
Molti dei Ventimigliesi incorporati nelle unità alleate unita­mente a numerosi partigiani  parteciparono a fine marzo 1945 con le truppe alleate alla sanguinosa battaglia dell’Aution, che terminava con la cacciata delle truppe tedesche dal Bacino del Roia…
Redazione, Martirio e Resistenza della Città di Ventimiglia nel corso della 2^ Guerra Mondiale, Relazione per il conferimento di una Medaglia d’Oro al Valor Militare, Comune di Ventimiglia (IM), 10  aprile 1971 
 
25 aprile [1945], mercoledì
Sono scrosciate cannonate per tutta la notte. Ma allora è proprio noi che vogliono ammazzare? Ada [n.d.r. la figlia di Caterina Gaggero ved. Viale] è partita per andare a casa, ma dicono che i tedeschi, prima allontanarsi, abbiano minato dappertutto.
Di qui dalla Marina San Giuseppe è partito un battello con sopra Bottiero, Rocca e Dardano: vanno a Mentone a chiamare i francesi e a dire loro che ormai tedeschi a Ventimiglia non ve ne sono più.
Ada, nell’andare a casa, ha incontrato Lorenzo Vacca che le ha proposto di andare ad avvisare i francesi. Così sono andati fino a Mentone dove sono arrivati prima della barca. Sono tornati al pomeriggio, sani e salvi dalle mine, conducendo con sé i liberatori. Poco prima, un piccolo aereo militare, a causa di un’avaria al motore, era atterrato qui davanti a noi su un isolotto del letto del Roia e tutta la gente attraversava il fiume per avvicinarvisi il più possibile.
Ci sarebbe stato proprio da girare una pellicola! E dire che stamane sono ancora passati gli aeroplani e, subito dopo aver pranzato, abbiamo dovuto rifugiarci in galleria perché c’è stato un mitragliamento su per la vallata di Camporosso e hanno sganciato diverse bombe dalle parti di Vallecrosia.
I tedeschi che avevano fatto saltare il ponte sono stati uccisi dai patrioti a Vallecrosia. Altri tedeschi in ritirata hanno trovato la morte fra Ospedaletti e San Remo. Del ponte, soltanto due arcate sono andate distrutte e ci si può benissimo passare sopra con un carretto a mano. Il cavalcavia di Nervia è, invece, impraticabile. Nelle vicinanze della proprietà del signor Garzo, a causa delle mine, un soldato francese è morto, tre sono rimasti feriti. Pure ferita una suora e Benedé.
La bandiera bianca sventola sulla Torre Littoria. Le campane suonano a festa, per lo meno quelle poche che vi sono ancora. Quella che si trovava alla Madonna delle Virtù giace abbandonata davanti alla sede dell’U.n.p.a. [difesa antiaerea]. La gente, quasi incredula, esce dalla galleria, dai rifugi e dalle cantine dove ha trascorso lunghi mesi in condizioni di vita terribili.
26 aprile
Stamane sono passati Pippo e Adriano che andavano da Bataglia [n.d.r.: Caterina Gaggero ved. Viale gestiva, con l’aiuto della figlia Ada, l’osteria-trattoria Bataglia, sita tra la zona Ville e Latte, Frazione di Ventimiglia]. Ho deciso di andarci anch’io e di dormirci. Ada trasporta a casa la roba che abbiamo qui a Ventimiglia; porta su anche le galline ed io ho intenzione di trasferirmi nella nostra casa. Ora vedrò fin dove arriva il mio coraggio.
Continuano a passare truppe francesi, molti soldati sono negri. Sia i militari che i civili passano per la strada Romana.
Un mulo è stato ucciso da una mina nei pressi del signor Orazio.
Caterina Gaggero vedova Viale, Diario di Guerra della Zona Intemelia 1943-45, Edizioni Alzani, Pinerolo, 1988

giovedì 27 gennaio 2022

Circa i beni sequestrati dal regime fascista a Mentone

Mentone

1. Territori francesi occupati (1936 - 1956)
108 unità
Fascicoli nominativi, fascicoli di contabilità particolare e elenchi descrittivi di beni riguardanti la gestione di beni nemici sequestrati presso territori francesi occupati (TFO) ai sensi del Bando di Mussolini del 31 agosto 1941 e all’ordinanza di Mussolini del 7 gennaio 1942.
Fascicoli nominativi (1936 - 1956)
66 unità
Fascicoli nominativi relativi alle pratiche di gestione dei beni sequestrati presso territori francesi occupati contenenti corrispondenza, verbali di sequestro e di restituzione e documentazione varia. I fascicoli sono stati riordinati in ordine alfabetico di nominativo ma riportano la segnatura originale composta da una sigla alfanumerica che probabilmente dettava l’originale criterio di conservazione (cfr. Indice dei nomi)
5669 - Alderson Edmondo. "Villa Marie Joseph" con giardino sita in viale Garavano n. 129, Mentone (1941 - 1944)
5670 - Allis Edward Phelps. "Palazzo Carnoles" sito in viale Maresciallo Pétain n. 24, Mentone; fabbricato ad uso albergo "Principe di Galles" con giardino sito in viale Maresciallo Pétain n. 49, Mentone (1940 - 1944)
5671 - Associazione Ortodossa Russa di Sant'Anastasia. "Casa Russa" con terreno sita in Regione Carnolét, Mentone; "Villa Innominata" con terreno sita in via Paolo Morillot n. 12, Mentone; casa della Chiesa Russa sita in via Paolo Morillot n. 16, Mentone; (1941 - 1944)
5672 - Beckett Godfrey Ernest. Villa "Mignonette" sita in salita Riviera n. 43, Mentone (1942 - 1943)
5673 - Boberge Elisabetta vedova Cooke Charles Edmond. Edificio e terreni siti in località Sorgio di Castellaro (la località era sita al confine del territorio occupato e faceva parte, prima della guerra, del comune di Castellaro) (1941 - 1943)
5674 - Boriè Adolfo. Villa "Fortuna" sita in viale Garavano, Mentone nn. 59-61-63-65; villa "Bluette" sita in viale Garavano, Mentone; appezzamenti di terreno, Mentone (1941 - 1943)
5675 - Brender Adelaide vedova Hedderly. Fabbricato rurale e appezzamenti di terreno siti in Regione Montegrosso, Mentone (1943 - 1944)
5676 - Broadbent George. "Casa di Loreto" sita in frazione Garavano, via Aurelia n. 73, Mentone (1941 - 1943)
5677 - Brown Arturo. "Villa Ausonia" con giardino sita in regione Garavano, viale Aristide Briand, Mentone (1942 - 1943)
5678 - Cameron Victoria. "Villa l'Etoile" e "Villa la Radieuse" site in via Rigaudis n. 17 e via Ciappe di Castellaro n. 15, Mentone (1942 - 1944)
5679 - Campbell Margareth. Casa in parte civile in parte rurale con terreni sita in regione Valle di Gorbio, strada di Gorbio n. 188, Mentone (1941 - 1943)
5680 - Campbell William. Villa "Rossa" con appezzamento di terreno, sita in via San Giacomo n. 1, Mentone (1941 - 1943)
5681 - Caroll of Carollton Susanna. Villa "Himalaya" sita in via Garavano n. 174, Mentone; villa "Avis" sita in via Garavano n. 176, Mentone (1942 - 1943)
5682 - Churchmann Elisabeth. L'ordinanza di sequestro dei beni è stata revocata essendo i beni sequestrati di proprietà degli eredi di Servetto Giacomo, e mai di Churchmann Elisabeth (1943)
5683 - Churchmann James. Appartamento sito in piazza San Giuliano n. 10, Mentone (1942 - 1943)
5684 - De Bourbell Raoul. "Villa West Bay" sita in strada Carnot n. 35, Mentone (1942 - 1943)
5685 - Dufly Gavan Philippe nata Custed Hariette. Villa "Montebello" con giardino, sita in località San Vincenzo, viale Garavano n. 43, Mentone (1941 - 1943)
5686 - Duncan John. Villa "San Giorgio" sita in via Pietro Micca n. 6, Mentone (1942 - 1943)
5687 - Edgelow George William. Villa "Primavera", sita in salita Riviera n. 35-37, Mentone (1942 - 1943)
5688 - Eyles Edward. Appartamento all'"Hotel National", sito in via des Terres Chaudes n. 5, Mentone; beni mobili presenti nella villa "Clous du Romangris", viale Garavano n. 91, Mentone (1942 - 1943)
5689 - Firbank Ethel. Villa "Les Ceries" con appezzamento di terreno, sita in strada Serre della Madonna, Mentone (1941 - 1943)
5690 - Godfrey Alicia. "Villa Lesley" sita in Valle del Carei, Collina dell'Annunziata, Mentone (1942 - 1943)
5691 - Greenwood Kerner. "Villa Olivette" con giardino sita in viale Garavano n. 153, Mentone (1942 - 1943)
5692 - Guimaraens Giorgio. Villa "San Giuseppe" sita nella Collina dell'Annunziata, quartiere Pioggero dei Carei, Mentone (1941 - 1943)
5693 - Haig Olivier. Villa "Ramornie" con dipendenza e giardino, sita in passeggiata Regina Astrid n. 11-13, Mentone (1941 - 1943)
5694 - Hambro Harold. Villa "Scott" sita in viale Garavano n. 47, Mentone (1941 - 1943)
5695 - Hankins Florence vedova Carson Kennet. "Villa El Patio" con terreno sita in Regione Vallata del Borigo, strada dell'Annunziata, Mentone (1936 - 1943)
5696 - Henderson Tait Mina vedova Scott Thomas. "Villa La Chaumière" sita in strada di Belvesasses n. 79, Mentone (1941 - 1943)
5697 - Hodson Glengariff Franco. "Villa Douglas" sita in via Maresciallo Pétain nn. 35, 37, Mentone (1942 - 1943)
5698 - Johnston Lawrence. "Villa Serra della Madonna" sita in strada Valle di Gorbio n. 220, Mentone (1941 - 1946)
5699 - Kenny Giuseppe. "Villa Les Maronniers" sita in via Riviera n. 47, Mentone (1942 - 1943)
5700 - Laughton Violette. "Villa Sunny Side" sita in strada Rigaudi n. 58, Mentone (1942 - 1943)
5701 - Lavroff Boris. Casa con terreno sita in Regione Valdanaud, Mentone (1942 - 1944)
5702 - Lethbrige, barone. "Villa Camberra" sita in collina dell'Annunziata, Mentone (1941 - 1946)
5703 - Lidderdale Lionel Atherton. Fabbricati rurali e appezzamenti di terreno siti in località Paraisa, Mentone (1941 - 1943)
5704 - Linton Caroline Anny. "Villa Ideale" con giardino sita in via Terre Calde n. 16, Mentone (1942 - 1943)
5705 - Lomako Gregorio, arciprete dell'Associazione Ortodossa Russa di Sant'Anastasia, abitante nella "Villa Innominata" con relativa dipendenza della Casa della Targa Latina (oggetto di sequestro), via Paolo Morillot n. 12, Mentone (1942 - 1944)
5706 - Malcolm Mac Pherson Alexander. Fabbricato con terreni siti in località Monte Grosso, Valle del Carei, Mentone (1941 - 1943)
5707 - Matthews Vittorio. "Villa Les Milles Feuilles" sita in via Cabrolles n. 94, Mentone (1942 - 1943)
5708 - Michell Walter. "VillaLes Rigaudis" sita in chemin des Rigaudis n. 15, Mentone (1943 - 1944)
5709 - Mills Herbert William. "Villa Japés" sita in viale Garavano nn. 118, 120, Mentone (1942 - 1943)
5710 - Moore Faith. "Villa Bellocchio" sita in viale Garavano n. 173, Mentone (1941 - 1943)
5711 - Moreton Wheatley Mabel Edith vedova Richard Francis Johnson, Hubbard Doroty nata Johnson. "Villa Sant'Anna" sita in via Cabrolles nn. 33, 35, Mentone (1942 - 1943)
5712 - Morgan Browne Beatrice vedova Fendall Carlo. "Villa Baousset" sita in strada di Castellaro, Mentone (1941 - 1943)
5713 - Neville Sidney Oswald. Alloggio sito in via Terre Calde n. 5, Mentone (1942 - 1943)
5714 - Potter Normand. "Villa Lou Mas" sita in via Vallaya n. 10, Mentone; "Villa Louise" sita in via Isola n. 5, Mentone (1942 - 1956)
5715 - Prance Carlo Herbert. "Villa Le Calme", fabbricato rustico e terreno siti in strada Val di Mentone n. 10 e Vieu Chemin de la Colle n. 12, Mentone (1942 - 1943)
5716 - Regan Catherine vedova Conway Howard. Casa con terreno sita in strada Ciappe di Castellero, Mentone (1943 - 1944)
5717 - Rendall Stanley. "Villa Stella Mare" sita in promenade du Midi n. 34, Mentone (1942 - 1944)
5718 - Renwick Edith Ellen. Appartamento sito in Regione Rigaudis, via Terre Calde n. 5, Mentone (1942 - 1943)
5719 - Ross Arturo. "Villa Mireille" sita in passeggiata Regina Astrid n. 15, Mentone (1941 - 1943)
5720 - Rudisch Wigglessorth Florence. "Chateau Bellevue" sito in via Riviera n. 48, Mentone (1942 - 1943)
5721 - Rumbold Giorgio. "Padiglione Marise" con autorimessa sito in viale Maresciallo Pétain n. 33, Mentone (1942 - 1943)
5722 - Samuel Robertson Honey nata Artless Frances Hunter. Villa "Isolabella" con appezzamenti di terreno, sita in frazione Garavano, strada Chemin Fleuri n. 1, Mentone (1941 - 1943)
5723 - Società della Chiesa Coloniale e Continentale di Londra. "Villa Christ Church"con appezzamento di terreno sita in Regione San Vincenzo, strada Sant'Anna, Mentone (1942 - 1943)
5724 - Società inglese per la propagazione del Vangelo, Hankey pastore evangelico. "Villa San John Parsonage" sita in via Pietro Micca n. 8, Mentone (1942 - 1943)
5725 - Sultherland Ress Filippo. "Villa San Luigi" sita in via Pietro Micca n. 4, Mentone (1942 - 1944)
5726 - Thompson e Lanyon. "Villa Casa Greca" via Riviera n. 50, Mentone (1942 - 1943)
5727 - Trench Frederich. "Villa Isam" sita in via Florette n. 15, Mentone (1942 - 1943)
5728 - Wallis John. "Villa Clos du Romangris" sita in viale Garavano n. 91, Mentone (1941 - 1943)
5729 - Walter William. "Villa Sud Pres" con terreno sita in frazione Garavano, via Aristide Briand n. 54, Mentone (1941 - 1943)
5730 - Watterfield Frederic. "Villa Clos du Peyronnet" sita in Mentone (1941 - 1943)
5731 - Wengeroff Wladimir. "Villa Butterfly" sita in Regione Rigaudis, strada dell'Albergo Nazionale n. 15, Mentone; "Villa Mascotte" Regione Rigaudis, strada dell'Albergo Nazionale n. 19, Mentone (1942 - 1944)
5732 - Weston Webb Bary. Villa con annessi fabbricati rurali siti in località La Tour de Baousset, Mentone (1941 - 1943)
5733 - Wills Ernest. "Villa Oiseau bleu" sita in via Marilot n. 4, Mentone (1941 - 1944)
5734 - Wrixon John, Dyce Murphy Ethel May in Wrixon. Casa "Miramonti" sita in via Riviera n. 74, Mentone (1942 - 1943)
Contabilità particolare (1942 - 1947)
39 unità
Fascicoli nominativi contenenti la contabilità particolare (mandati di pagamento, ordini di cassa, contabilità minuta) relativa a ciascuna pratica di gestione dei beni sequestrati presso territori francesi occupati. I fascicoli sono stati riordinati in ordine alfabetico di nominativo ma riportano la segnatura originale composta da una sigla alfanumerica che probabilmente dettava l’originale criterio di conservazione (cfr. Indice dei nomi)
5735 - Associazione Ortodossa Russa di Sant'Anastasia. Inventario iniziale al 16 giugno 1943, copia delle operazioni di giornale, conteggio interessi, riepiloghi, ordini di cassa e di pagamento, contabilità minuta, corrispondenza (1943 - 1944)
5736 - Boberge Elisabetta vedova Cooke Charles Edmond. Inventario iniziale al 17 febbraio 1943, inventario al 31 dicembre 1943, copia delle operazioni di giornale, conteggio interessi, riepiloghi, ordini di cassa e di pagamento, contabilità minuta, corrispondenza (1942 - 1945)
5737 - Brender Adelaide vedova Hedderly. Inventario iniziale al 13 luglio 1943, inventario al 31 dicembre 1943, copia delle operazioni di giornale, conteggio interessi, riepiloghi, ordini di cassa e di pagamento, contabilità minuta, corrispondenza (1943 - 1944)
5738 - Churchmann James. Inventario iniziale al 18 luglio 1942, inventario al 31 dicembre 1942, copia delle operazioni di giornale, conteggio interessi, riepiloghi, ordini di cassa e di pagamento, contabilità minuta, corrispondenza (1942 - 1947)
5739 - De Bourbell Raoul. Inventario iniziale al 13 agosto 1942, inventario al 31 dicembre 1942 e 1943, copia delle operazioni di giornale, conteggio interessi, riepiloghi, ordini di cassa e di pagamento, contabilità minuta, corrispondenza (1942 - 1945)
5740 - Godfrey Alicia. Inventario iniziale al 20 gennaio 1943, inventario al 31 dicembre 1943, copia delle operazioni di giornale, conteggio interessi, riepiloghi, ordini di cassa e di pagamento, contabilità minuta, corrispondenza (1943 - 1945)
5741 - Henderson Tait Mina vedova Scott Thomas. Inventario iniziale al 21 ottobre 1942, inventario al 31 dicembre 1943, copia delle operazioni di giornale, conteggio interessi, riepiloghi, ordini di cassa e di pagamento, contabilità minuta, corrispondenza (1942 - 1945)
5742 - Hodson Glengariff Franco. Inventario iniziale al 27 luglio 1942, inventario al 31 dicembre 1942 e 1943, copia delle operazioni di giornale, conteggio interessi, riepiloghi, ordini di cassa e di pagamento, contabilità minuta, corrispondenza (1942 - 1945)
5743 - Holwood Clair. Corrispondenza (s.d.)
5744 - Laughton Violette. Inventario iniziale al 22 agosto 1942 e suppletivo, inventario al 31 dicembre 1942, copia delle operazioni di giornale, situazione dei locatari debitori, conteggio interessi, riepiloghi, ordini di cassa e di pagamento, contabilità minuta, corrispondenza (1942 - 1945)
5745 - Lavroff Boris. Inventario iniziale al 9 giugno 1943, copia delle operazioni di giornale, conteggio interessi, riepiloghi, ordini di cassa e di pagamento, contabilità minuta, corrispondenza (1943 - 1944)
5746 - Lethbrige, barone. Inventario suppletivo al 5 maggio 1943, copia delle operazioni di giornale, situazione dei locatari debitori, conteggio interessi, riepiloghi, ordini di cassa e di pagamento, contabilità minuta, corrispondenza (1942 - 1945)
5747 - Linton Caroline Anny. Inventario iniziale al 12 novembre 1942 e suppletivo, inventario al 31 dicembre 1943, copia delle operazioni di giornale, conteggio interessi, riepiloghi, ordini di cassa e di pagamento, situazione dei locatari debitori, contabilità minuta, corrispondenza (1942 - 1945)
5748 - Lomako Gregorio. Inventario iniziale al 17 giugno 1943, copia delle operazioni di giornale, situazione dei locatari debitori, conteggio interessi, riepiloghi, ordini di cassa e di pagamento, contabilità minuta, corrispondenza (1943 - 1944)
5749 - Malcolm Mac Pherson Alexander. Copia delle operazioni di giornale, conteggio interessi, riepiloghi, ordini di cassa e di pagamento, contabilità minuta, corrispondenza (1942 - 1945)
5750 - Matthews Vittorio. Inventario iniziale al 19 agosto 1942, inventari al 31 dicembre 1942 e 1943, copia delle operazioni di giornale, situazione dei locatari debitori, conteggio interessi, riepiloghi, ordini di cassa e di pagamento, contabilità minuta, corrispondenza (1942 - 1945)
5751 - Michell Walter. Inventario iniziale all'8 luglio 1943, copia delle operazioni di giornale, conteggio interessi, riepiloghi, ordini di cassa e di pagamento, contabilità minuta, corrispondenza (1943 - 1944)
5752 - Mills Herbert William. Inventario iniziale al 2 marzo 1943, copia delle operazioni di giornale, conteggio interessi, riepiloghi, ordini di cassa e di pagamento, contabilità minuta, corrispondenza (1943 - 1945)
5753 - Moore Faith. Inventario al 31 dicembre 1943, copia delle operazioni di giornale, conteggio interessi, riepiloghi, ordini di cassa e di pagamento, contabilità minuta, corrispondenza (1943 - 1945)
5754 - Moreton Wheatley Mabel Edith vedova Richard Francis Johnson, Hubbard Doroty nata Johnson. Inventario iniziale al 11 gennaio 1943, inventario al 31 dicembre 1943, copia delle operazioni di giornale, conteggio interessi, riepiloghi, ordini di cassa e di pagamento, contabilità minuta, corrispondenza (1943 - 1945)
5755 - Morgan Browne Beatrice vedova Fendall Carlo. Inventario iniziale al 2 aprile 1943, inventario al 31 dicembre 1943, copia delle operazioni di giornale, conteggio interessi, riepiloghi, ordini di cassa e di pagamento, contabilità minuta, corrispondenza (1943 - 1945)
5756 - Neville Sidney Oswald. Inventario al 31 dicembre 1943, copia delle operazioni di giornale, conteggio interessi, riepiloghi, ordini di cassa e di pagamento, contabilità minuta, corrispondenza (1943 - 1945)
5757 - Potter Normand. Inventario al 31 dicembre 1942 e 1943, copia delle operazioni di giornale, conteggio interessi, riepiloghi, ordini di cassa e di pagamento, contabilità minuta, corrispondenza (1942 - 1947)
5758 - Prance Carlo Herbert. Inventario suppletivo 23 febbraio 1943, copia delle operazioni di giornale, conteggio interessi, riepiloghi, ordini di cassa e di pagamento, contabilità minuta, corrispondenza (1942 - 1945)
5759 - Regan Catherine vedova Conway Howard. Inventario iniziale al 9 luglio 1943, inventario al 31 dicembre 1943, copia delle operazioni di giornale, conteggio interessi, riepiloghi, ordini di cassa e di pagamento, contabilità minuta, corrispondenza (1943 - 1945)
5760 - Rendall Stanley. Inventario iniziale al 10 novembre 1942, inventario al 31 dicembre 1943, copia delle operazioni di giornale, conteggio interessi, riepiloghi, ordini di cassa e di pagamento, contabilità minuta, corrispondenza (1942 - 1943)
5761 - Renwick Edith Ellen. Inventario iniziale al 29 ottobre 1942, inventari al 31 dicembre 1942 e 1943, copia delle operazioni di giornale, situazione dei locatari debitori, conteggio interessi, riepiloghi, ordini di cassa e di pagamento, contabilità minuta, corrispondenza (1942 - 1945)
5762 - Ross Arturo. Inventario suppletivo 23 febbraio 1943, copia delle operazioni di giornale, conteggio interessi, riepiloghi, ordini di cassa e di pagamento, contabilità minuta, corrispondenza (1942 - 1947)
5763 - Società della Chiesa Coloniale e Continentale di Londra. Inventario iniziale al 14 giugno 1943, copia delle operazioni di giornale, conteggio interessi, riepiloghi, ordini di cassa e di pagamento, contabilità minuta, corrispondenza (1943 - 1944)
5764 - Società inglese per la propagazione del Vangelo, Hankey pastore evangelico. Inventario iniziale al 9 settembre 1942, inventario al 31 dicembre 1942 e 1943, copia delle operazioni di giornale, conteggio interessi, riepiloghi, ordini di cassa e di pagamento, contabilità
minuta, corrispondenza (1942 - 1945)
5765 - Sultherland Ress Filippo. Inventario iniziale al 9 luglio 1942 e suppletivo, inventario al 31 dicembre 1942 e 1943, copia delle operazioni di giornale, conteggio interessi, riepiloghi, ordini di cassa e di pagamento, contabilità minuta, corrispondenza (1942 - 1945)
5766 - Thompson e Lanyon. Inventario iniziale al 16 settembre 1942 e suppletivo, inventario al 31 dicembre 1942, copia delle operazioni di giornale, conteggio interessi, riepiloghi, ordini di cassa e di pagamento, contabilità minuta, corrispondenza (1942 - 1945)
5767 - Trench Frederich. Inventario suppletivo al 9 febbraio 1943, copia delle operazioni di giornale, conteggio interessi, riepiloghi, ordini di cassa e di pagamento, contabilità minuta, corrispondenza (1942 - 1945)
5768 - Wallis John. Inventario iniziale al 7 settembre 1942 e suppletivo, inventario al 31 dicembre 1942, copia delle operazioni di giornale, conteggio interessi, riepiloghi, situazione dei locatari debitori, ordini di cassa e di pagamento, contabilità minuta, corrispondenza (1942 - 1945)
5769 - Walter William. Inventario iniziale al 27 febbraio 1943, copia delle operazioni di giornale, conteggio interessi, riepiloghi, situazione dei locatari debitori, ordini di cassa e di pagamento, contabilità minuta, corrispondenza (1942 - 1945)
5770 - Watterfield Frederic. Inventario iniziale al 5 aprile 1943, copia delle operazioni di giornale, conteggio interessi, riepiloghi, ordini di cassa e di pagamento, contabilità minuta, corrispondenza (1943 - 1944)
5771 - Wengeroff Wladimir. Inventario iniziale al 11 giugno 1943, copia delle operazioni di giornale, conteggio interessi, riepiloghi, ordini di cassa e di pagamento, contabilità minuta, corrispondenza (1943 - 1945)
5772 - Weston Webb Bary. Copia delle operazioni di giornale, conteggio interessi, riepiloghi, ordini di cassa e di pagamento, contabilità minuta, corrispondenza (1942 - 1945)
5773 - Wills Ernest. Inventario suppletivo al 13 febbraio 1943, inventari al 31 dicembre 1942 e 1943, copia delle operazioni di giornale, conteggio interessi, riepiloghi, ordini di cassa e di pagamento, contabilità minuta, corrispondenza (1942 - 1945)
Elenchi di beni (1942 - 1943)
3 unità
Elenchi descrittivi di beni, corredati da corrispondenza relativa, inerenti i beni nemici in gestione presso territori francesi occupati 5774 - Fogli manoscritti ( s.d. )
Fogli manoscritti relativi alle pratiche di sequestro del TFO in Mentone
5775 - Schede riassuntive delle pratiche TFO ( 1942 - 1943 )
Schede riassuntive ("schedine rosa") delle pratiche TFO riguardanti i beni nemici in gestione nel comune di Mentone in ordine numerico di pratica dalla 1 alla 174 (con lacune all'interno) recanti nome e nazionalità dell'intestatario della pratica, autorità che dispose il sequestro, numero e data del decreto, ente sequestratario e istituto delegato alla gestione, località di residenza dei beni sequestrati, descrizione sommaria e valore dei beni sequestrati, data dell'inventario di prima impostazione e stato della conduzione o utilizzazione dei beni
5776 - Gestione beni nemici sequestrati in Mentone - Elenchi descrittivi (1942 - 1943)
Copie degli elenchi descrittivi dei beni e corrispondenza inerente le riparazioni eseguite a seguito di danni bellici. Le pratiche, in ordine di numero di sequestro, sono rilegate singolarmente per ciascun bene TFO gestito e riportano il nominativo, il numero di pratica TFO e il numero di sequestro.

(a cura di) Ilaria Bibollet, Iris Bozzi, Anna Cantaluppi, Erika Salassa, Gestioni Egeli - Ente di Gestione e Liquidazione Immobiliare, III Inventario, Istituto San Paolo di Torino, Archivio Storico della Compagnia di San Paolo, Torino, 2014 

Mentone - Villa Maria Serena

2.3 L’Egeli e la sua struttura
A ulteriore riprova della centralità dell’aspetto economico vi fu il fatto che il decreto di novembre preannunciava anche l’emanazione di altre disposizioni per regolare con più precisione l’attuazione di quanto previsto dall’articolo 10 sopracitato. Infatti pochi mesi dopo fu emanata una legge di attuazione, quella del 9 febbraio 1939, Norme di attuazione ed integrazione delle disposizioni di cui all’art. 10 del R decreto legge 17 novembre 1938-XVII, n. 1728, relative ai limiti di proprietà immobiliare e di attività industriale e commerciale per i cittadini italiani di razza ebraica. Il testo si componeva di 80 articoli suddivisi in una prima parte dedicata ai beni immobili dei perseguitati e in una seconda riguardante i beni industriali e commerciali, e venivano stabiliti limiti precisi che regolavano gli ambiti patrimoniali dei cittadini ebrei, determinati e regolati dallo Stato nei minimi dettagli.
[...] Nella seconda parte del decreto, invece, veniva istituito ufficialmente l’ente che avrebbe dovuto occuparsi dei beni sottratti: l’Ente di gestione e liquidazione immobiliare (Egeli), che ne avrebbe curato la gestione e la vendita per conto dello Stato, con sede a Roma, e dotato di un proprio statuto, al cui primo articolo si leggeva:
“È costituito, con sede in Roma, un ente denominato "Ente di Gestione e Liquidazione Immobiliare" (E.G.E.L.I.) col compito di provvedere all'acquisto, alla gestione ed alla vendita dei beni immobili eccedenti, a norma dei Regi decreti-legge 17 novembre 1938-XVII, n. 1728, e 9 febbraio 1939-XVII, n. 126, i limiti di patrimonio consentito ai cittadini italiani di razza ebraica. L'Ente ha personalità giuridica. Esso ha un fondo di dotazione di venti milioni, da stanziare, con provvedimenti del Ministro per le finanze, sul bilancio del Ministero stesso.” <337
Di fatto l’Egeli divenne il braccio operativo del fascismo nell’ambito economico e finanziario della campagna antisemita, con l’obiettivo di estromettere gli imprenditori di razza ebraica dall’economia italiana. Il consiglio d’amministrazione dell’Ente <338 era composto da figure di primo piano della politica e dell’economia di quegli anni, a ulteriore dimostrazione dello stretto legame tra la volontà politica e la prospettiva economica su cui nasceva e operava questa struttura.
In sei anni di attività sotto il fascismo l’Egeli ebbe tre presidenti e un commissario: dapprima vi fu Demetrio Asinari, che ebbe modo di seguire i lavori dell’ente per pochi mesi, a causa della sua scomparsa avvenuta poco dopo la nomina. A succedergli fu Cesare Giovara, senatore ed avvocato torinese, nominato nel 1939 e in carica fino al 1943, a cui avrebbe dovuto succedere il senatore Pietro Lissia, che tuttavia non si insediò mai, probabilmente per il precipitare degli eventi nell’autunno di quell’anno. A guidare l’Egeli nella sua seconda fase, quella della Repubblica sociale italiana, fu un commissario, Leopoldo Pazzagli, che ne diresse i lavori fino al termine del conflitto e alla Liberazione. <339
Dal punto di vista procedurale il decreto n. 126 stabiliva l’attuazione di un iter burocratico lungo e complesso, il quale prevedeva che i singoli cittadini dichiarati di razza ebraica sporgessero denuncia all’Ufficio Distrettuale delle Imposte presso il proprio comune di residenza. <340 A quest’ultimo spettavano tutti gli accertamenti del caso, e la successiva trasmissione della denuncia all’Ufficio Tecnico Erariale competente: le proprietà immobiliari degli ebrei, sia terreni sia fabbricati, con un imponibile superiore ai limiti fissati dal decreto del 17 novembre dovevano essere suddivisi in «quota consentita», che rimaneva in possesso dei legittimi proprietari, e in «quota eccedente», che veniva trasferita all’Egeli.
Lo statuto dell’Egeli prevedeva che ci fosse un indennizzo a favore degli ebrei espropriati: a fronte del trasferimento degli immobili all’Ente quest’ultimo doveva rilasciare speciali certificati triennali, con un interesse annuo del 4%; si trattava di titoli nominativi e trasferibili solo a persone di razza ebraica. I beni trasferiti all’Ente dovevano essere predisposti alla vendita “secondo un piano graduale di realizzo e in base a progetti annuali da approvarsi dal Ministro per le Finanze”, <341 e il ricavato, al netto delle spese, doveva essere versato alla Tesoreria centrale e investito nel debito pubblico.
[...]
5.3 L’Egeli nel dopoguerra
Con le nuove disposizioni l’Egeli continuò ad avere un ruolo centrale e, mentre nei territori della Repubblica sociale continuavano le confische, nella zona liberata, e in particolare con la liberazione di Roma, si fece pressante il tema delle restituzioni. Tuttavia la documentazione principale era stata trasferita a S. Pellegrino Terme e gli uffici romani non poterono far altro che svolgere un lavoro piuttosto limitato e circoscritto. Solo con la cessazione delle attività al nord, nel maggio 1945, l’attività dell’Egeli poté essere unificata sotto la guida del commissario straordinario Enrico De Martino, e la sede centrale fu riportata a Roma. Questa nuova fase prevedeva che l’ente si occupasse sia delle sottrazioni avvenute sulla base della normativa del 1938-1939, sia delle confische predisposte dalla Repubblica sociale italiana tra il 1943 e la Liberazione.
[...] chiusura dell’Egeli, che rimase in attività fino al 1957, quando fu commissariata per decreto ministeriale a cui fece seguito il decreto del 13 novembre 1958 con cui il Ministero del Tesoro era incaricato di liquidare l’ente attraverso l’Ufficio Liquidazione della Ragioneria Generale dello Stato.
Oltre ai beni, ai crediti e ai compendi vi erano ancora titoli e depositi presso le banche: molti dei beni bancari tra titoli di stato e titoli industriali, depositi di denaro e azioni erano ancora presso gli istituti che li avevano presi in gestione, poiché non erano mai stati rivendicati. Secondo i calcoli dell’epoca ammontavano a 4.000.000 lire tra depositi e titoli di Stato e 6.650 azioni industriali per i quali stava per andare in prescrizione la possibilità di chiederne la restituzione.
In merito ai beni non rivendicati anche l’Avvocatura dello Stato, con parere espresso nel 1960, ritenne che lo Stato avesse diritto alla proprietà dei beni espropriati “col decorso dei 10 anni dal 5 giugno 1946, data di entrata in vigore del decreto legislativo luogotenenziale n. 393 per la rivendicazione dei beni confiscati sequestrati o comunque tolti ai perseguitati per motivi razziali sotto l’impero del sedicente governo della Repubblica Sociale, rimanendo così liberato dall’obbligo di restituire il prezzo ricavato dalla vendita”. <857
[NOTE]
337 Lo Statuto fu approvato il 27 marzo 1939 e pubblicato sulla ‹‹Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia›› il 10 maggio successivo.
338 Nel primo consiglio d’amministrazione sedevano: il senatore Demetrio Asinari, in qualità di presidente; Ugo Sirovich, presidente di sezione della Corte dei Conti; il consigliere di Stato e senatore Giuseppe Mormino; il consigliere nazionale Michele Pascolato; Michele Delle Donne, primo presidente della Corte d’Appello di Roma; Raffaele Festa Campanile, ispettore superiore del Ministero dell’Agricoltura; il direttore generale del Commercio Erasmo Carnevale; Alessandro Baccaglini, direttore generale dell’Ispettorato per la difesa del risparmio e per l’esercizio del credito; il consigliere nazionale e presidente della Federazione fascista proprietari e affittuari coltivatori diretti, Ettore Usai; il consulente per gli affari legali e finanziari della Confederazione fascista degli industriali, avv. Luigi Biamonti. Cfr. A. Scalpelli, L’Ente di gestione e liquidazione immobiliare: note sulle conseguenze economiche della persecuzione razziale, in Gli ebrei in Italia durante il fascismo, vol. 2, cit., 1961, p. 95.
339 Ivi, p. 96.
340 Secondo gli articoli 13 e 15 del decreto n. 126 la denuncia doveva essere presentata entro novanta giorni dalla sua emanazione.
341 Statuto dell'Ente di gestione e liquidazione immobiliare, artt. 13-14.
857 Parere dell’Avvocatura dello Stato del 23 marzo 1960 riportato ivi, pp. 293-294. Il parere dell’Avvocatura dello Stato riguardava anche le proprietà acquisite da terzi, i quali avevano facoltà di acquisire definitivamente la proprietà del bene di cui si erano impossessati illegittimamente, fatta salva la buona fede, dopo appena tre anni di possesso. Non è possibile sapere con quali modalità questi beni furono venduti e quanto il fu il ricavato.
Giulia Dodi, La spoliazione dei beni ebraici e l'attività dell'Egeli a Bologna e Ferrara, Tesi di dottorato, Alma Mater Studiorum Università di Bologna, 2021

mercoledì 10 marzo 2021

Roia che, visto dalla nostra posizione, appariva come un torrentello da oltrepassare con un salto

[...]
28/8/44 - Ripartiamo diretti alla Mezzaluna, durante la giornata raggiungiamo i freddi casoni della banda di "Giulio" [Libero Remo Briganti]; rivedo i miei compagni ancora in attesa dei lanci, mi soffermo alcuni minuti con loro […] 25/8/44 […] Siamo di fronte uno all’altro, ci guardiamo meravigliati, poi scoppiamo dal ridere; mi racconta che è reduce da un imponente rastrellamento subìto sulle pendici del monte Grammondo. Ora cerca [Netu/Nettu/Nettù, Ernesto Corradi, in quel momento ancora comandante di un distaccamento, Grammondo, della V^ Brigata d’Assalto Garibaldi Luigi Nuvoloni della II^ Divisione Felice Cascione] il Comando di divisione per fare il suo rapporto. Mi propone di seguirlo, dicendomi che sarebbe sceso a Torrazza [Frazione di Imperia] e ritornato, poi, in Francia. Il desiderio di rivedere i miei genitori era immenso e l’idea di avvicinarmi agli alleati mi allettava molto. Illuso di poter entrare a Porto Maurizio sopra un carro armato americano, accetto la proposta e decido di seguirlo. Convinto dall’entusiasmo del mio compagno, abbandonavo la vita partigiana nelle montagne imperiesi, mentre una nuova spericolata avventura mi avrebbe condotto oltre confine, dove pensavo di arruolarmi in un esercito regolare per combattere, con maggiori probabilità di riuscita, quel nemico da cui non volevo più fuggire e che volevo vincere. Saluto i compagni, dispiaciuti per la mia decisione, che rimangono là in attesa di quelle armi che non arriveranno mai, e mi avvio con “Nettu” verso il Comando di divisione. Terminato il suo rapporto sulla sconfitta subìta sul monte Grammondo, “Nettu” ottiene da “Giulio”, commissario di divisione [Libero Remo Briganti], il permesso di partire per la Francia, ed io con lui.
29/8/44 - Con una lunga camminata, prima di sera raggiungiamo Triora […]
30/8/44 - Prima di partire per la Francia, “Nettu” mi fa capire che vuole attuare un colpo di mano nei pressi di San Lorenzo al Mare […]
2/9/1944 - […] Alcuni miei compagni sono già pronti a partire [da Pigna (IM)], ma "Nettu", che ci osserva poco più in là, ci fa segno di attendere.
In quel mattino di settembre il sole caldo ci spinge all'ombra esterna di una baita vicina, mentre attorno a noi i partigiani di "Vittò" [Ivano, Giuseppe Vittorio Guglielmo] sono in vivace movimento.
Appoggiati a quel muro di paglia, rivolti al confine francese, discutiamo del nostro imminente viaggio guardando da lontano quelle cime rocciose velate dalla foschia, che si innalzano verso il cielo come un muro invalicabile, eretto sul nostro cammino.
Quelle cime, forse sorvegliate dal nemico, potevano essere la fine del nostro viaggio.
L'imprevedibilità del nostro destino lasciava libero spazio alla nostra fantasia e nelle nostre menti prendevano forma i più irrealizzabili progetti, mentre davanti a noi si preparavano giorni difficili.
Durante le pause dei nostri discorsi mi assaliva il pensiero dei miei genitori che, inconsapevoli della mia decisione, sfidando il pericolo dei rastrellamenti continuavano a cercarmi in quei posti da cui mi ero già allontanato, mentre io, incurante del pericolo cui andavo incontro, sentivo un gran desiderio di raggiungere il confine ad ogni costo.
Passano le ore e nell'attesa vaghiamo per l'accampamento, confondendoci con i partigiani di "Vittò" […]
Prima di mezzanotte un partigiano mandato da "Nettu" bussa violentemente alla porta svegliandoci di soprassalto.
Mi alzo dal tavolaccio stordito dal sonno, con le ossa che mi fanno male scendo con i compagni in piazza dove "Nettu" e "Alberto" ci attendono con tre civili e un camion, pronti a partire verso il posto convenuto.
[...] Verso l'una, nel pieno della notte, ci fermiamo in un punto in cui la strada, allargandosi, forma uno spiazzo circondato da grossi abeti oltre i quali il buio ci impedisce di vedere.
Scendiamo a terra caricandoci gli zaini sulle spelle; con poche parole i nostri accompagnatori ci suggeriscono il percorso da seguire e, augurandoci buona fortuna, risalgono sull'automezzo allontanandosi per la strada da cui eravamo arrivati.
[3 settembre 1944]
[...] Con fare nervoso "Nettu" si guarda attorno, poi, con gesto sbrigativo, ci indica la direzione da prendere.
Ci inoltriamo su una strada carrozzabile che nel buio sembra sconnessa e abbandonata. Dietro al nostro capo camminiamo in fila indiana senza capire con esattezza la giusta direzione. Dopo alcune ore di strada ci fermiamo sfiniti e, appena seduti a terra, ci addormentiamo; trascorsi pochi minuti la mano del nostro capo, scrollandoci una spalla, ci sveglia.
Nuovamente in marcia, per farci acquistare fiducia durante il faticoso cammino, come punto di riferimento ci indica il monte Abellio che sta davanti a noi.
Il monte appariva come una massa oscura che si delineava nel cielo stellato, ad intervalli illuminato dai pallidi bagliori delle granate che esplodevano oltre confine.
La notte è fonda e la meta ancora lontana; camminiamo quasi barcollando dietro al nostro instancabile capobanda che, durante quella marcia forzata, stanco di sentirci inveire, ci concede qualche sosta di pochi minuti.
Con i primi chiarori dell'alba abbandoniamo per prudenza la vecchia strada e, percorrendo un sentiero di campagna, appena giorno ci troviamo nella valle Roia.
Ci muoviamo con prudenza sotto gli alberi di ulivo e, lentamente, scendiamo verso il paese di Airole; ci fermiamo a un centinaio di metri da esso e in due ci avviciniamo con cautela all'abitato; giunti a pochi metri dalle case scorgiamo sulla strada alcuni autocarri dell'esercito italiano occupati dai militi della brigata nera.

Il fiume Roia poco a monte dell'abitato di Airole (IM)

Ritorniamo subito indietro informando i compagni di quella pericolosa situazione. Davanti a noi rimaneva la preoccupante traversata del Roia che, visto dalla nostra posizione, appariva come un torrentello da oltrepassare con un salto.
Sull'altra sponda, a circa trenta metri di altitudine sul livello del fiume, scorreva la strada nazionale che dovevamo attraversare; purtroppo la strada era percorsa da numerosi automezzi militari e il guado si presentava davvero poco agevole; c'era il rischio di restare a lungo un bersaglio facile e scoperto per il nemico.
Quella barriera liquida rappresentava per noi un'ostacolo alquanto pericoloso, mettendoci in seria difficoltà.
A causa della vicinanza del nemico non possiamo permetterci di discutere a lungo su come raggiungere l'altra sponda. Calcolata ogni possibilità optiamo, con unanime consenso, per la soluzione che inizialmente appariva più rischiosa.
Sotto di noi il ponte della ferrovia che unisce Airole a San Michele, apparentemente abbandonato ma completamente scoperto davanti alla strada nazionale, rimaneva per noi il mezzo più rapido attraverso il quale proseguire verso la meta che volevamo raggiungere.
Fermi e decisi, aggrappandoci ai cespugli, scivoliamo giù in mezzo alla roccia e raggiungiamo il piede del viadotto sulla sponda sinistra del fiume.
Dallo stato in cui si trovavano i binari si poteva facilmente capire che l'abbandono di quella linea ferrata era totale. Per alcuni minuti restiamo nei pressi del ponte nascosti dietro ad un muro.
Per attraversare il viadotto avremmo impiegato all'incirca un minuto, dovevamo approfittare quindi dei rari momenti in cui il traffico, sulla strada di fronte a noi, si arrestava.
Ascoltiamo nervosi il rumore delle macchine, nell'attesa di un momento di silenzio.
Trascorrono alcuni minuti interminabili, ci sentiamo stritolati da un'ansia che ci toglie il respiro, poi ad un tratto il frastuono dei motori si affievolisce allontanandosi.
"Nettu", che fino a quel momento si era mantenuto nascosto, esce allo scoperto con il corpo proteso in avanti, guarda ancora per un istante il viadotto sospeso nel vuoto sul Roia, poi, deciso, parte correndo e, in pochi secondi, raggiunge l'altra sponda; per alcuni istanti rimaniamo indecisi, ma, mentre sulla strada persiste ancora il silenzio, anche noi partiamo saltando di corsa sulle traversine dei binari e riusciamo tutti a raggiungere il nostro capobanda.
Un tratto di galleria che copre quella strada percorsa dal nemico facilita il nostro passaggio, infatti proprio mentre ci troviamo sulla sua sommità, sotto di noi transita un'autoambulanza scortata da un camion tedesco.
Ci allontaniamo in fretta per raggiungere la cima di una collina, intanto sulla strada il traffico degli automezzi militari continua inarrestabile.
Superato il grande ostacolo del Roia, ci dirigiamo verso il paese di Collabassa [Frazione di Airole IM)]; sul sentiero, fra alberi di pino, incontriamo un giovane di Olivetta San Michele e lo convinciamo a seguirci; il suo nome di battaglia sarà "Pineta", proprio a ricordo del luogo in cui l'abbiamo incontrato.
 

Uno scorcio di Val Roia, visto da Collabassa

Oltrepassato l'abitato di Collabassa proseguiamo verso il torrente Bevera e, prima di sera, giungiamo nel paese di Torri [Frazione di Ventimiglia (IM)]; ci fermiamo pochi minuti, il tempo utile per informarci sul movimento dei Tedeschi, dopo di che ci allontaniamo verso Villatella [altra Frazione di Ventimiglia (IM)].
Sopraggiunta la notte ci fermiamo in una casa abbandonata di campagna. Ormai il confine tanto sognato era vicino, e ognuno di noi sperava di trovare oltre quello la libertà desiderata ormai da troppo tempo.
Il mattino seguente ci rimettiamo in marcia su quell'ultimo tratto di strada che ci separa dalla nostra meta, le granate delle artiglierie americane sembrano esplodere a pochi passi da noi, camminiamo fuori strada, muovendoci fra i cespugli, temendo di incontrare pattuglie nemiche. L'entusiasmo di giungere sul suolo francese ci faceva dimenticare il pericolo che poteva nascondersi sul nostro cammino.
Diretti verso quelle cime rocciose che delimitavano il confine, ci sembrava già di aver concluso la nostra avventura.
Durante l'ascesa verso quel valico mi sentivo sopraffatto dall'emozione, mentre pensavo ai compagni lasciati a combattere una guerra di cui non potevo più essere partecipe.
Avvicinandomi alla vetta, con le spalle tristemente rivolte al mio paese, giuravo a me stesso che sarei tornato dalla mia gente, combattendo quel nemico che oggi, costretto dalle circostanze, fuggivo.
Giunti ormai a breve distanza dal nostro traguardo, ci fermiamo per prudenza dove la vegetazione può ancora nasconderci.
Davanti a noi un prato verde, quasi pianeggiante, terminava sulla sommità della montagna oltre la quale c'era la Francia.
Per alcuni istanti rimaniano ad osservare quel tratto di valico il quale potrebbe nasconderci un agguato mortale.
Mimetizzati nella macchia di arbusti, scrutavamo quelle rocce sulle quali una leggera brezza di ponente muoveva cespugli di erba fiorita, nata fra le crepe.
Prima di uscire allo scoperto, controlliamo attentamente l'ultimo tratto del percorso. Alcuni corvi, appollaiati su quella vetta, ci facevano supporre in modo quasi certo che quella postazione di confine fosse abbandonata.
Usciamo allo scoperto con le armi in pugno, disponendoci a ventaglio, circondati da un silenzio impressionante; con lo sguardo fisso su quelle rocce aride, avanziamo verso quel valico che per noi rappresenta una conquista; giunti sulla linea di demarcazione, quel posto ci appare abbandonato e deserto. Davanti a noi un terreno quasi nudo di vegetazione dava inizio a quella vallata che in basso, coprendosi di verde, terminava ai bordi della città di Mentone.
[4 settembre 1944]
Sono le ore sedici meno venti del giorno 4 settembre 1944, inginocchiati, il busto eretto, le mani strette sul fucile, guardiamo delusi il forte di Monte Agel, bombardato dalle artiglierie degli Americani, i quali credevamo fossero già giunti al confine da molti giorni.
Stentavamo a credere che gli alleati fossero ancora oltre quella montagna, ma purtroppo dovevamo rassegnarci ad attenderli su un territorio ancora occupato dal nostro nemico.
Completamente isolati dai nostri Comandi, con gli zaini vuoti, ci preparavamo ad affrontare giorni difficili.
Alle nostre spalle rimaneva l'Italia, con i nostri ricordi e le nostre famiglie, soggiogate da un nemico che, prima di essere vinto, era ancora pronto ad uccidere, a bruciare, a saccheggiare ogni cosa; con i nostri compagni che, lottando sui monti, attendevano l'arrivo degli alleati.
Credendo di riconoscermi tra i partigiani uccisi, qualcuno aveva sparso la notizia della mia morte, mentre i miei genitori ignari attendevano fiduciosi il mio ritorno.
Per alcuni minuti ci soffermiamo a meditare su quella sconvolgente verità, che ci avrebbe lasciato sperare solo per i giorni successivi, poi, ripresi dalla nostra amarezza, decidiamo di scendere in territorio francese.
Prima di lasciare quel valico, mi volgo ancora una volta verso la mia terra, sulla quale non so quando sarei tornato.
Rimango alcuni istanti ad osservare il panorama che mi circonda, mentre i miei compagni si avviano sul sentiero in discesa dietro al comandante; rassegnato al mio destino mi unisco a quel gruppo che va verso l'ignoto.
Dopo aver espresso i sentimenti che ho provato nell'attraversare il confine italo-francese, tralascio un momento di descrivere il proseguimento della mia avventura per illustrare le figure dei miei compagni con i quali avevo accomunato il mio destino.
"Nettu", ultra quarantenne, l'amico con il quale avevo lasciato il mio paese; era dotato di un grande spirito d'avventura; benché amante più della forma che della sostanza delle cose, attendeva la fine della guerra per aver modo di saldare i conti personali rimasti in sospeso con chi aveva contrastato il suo modo di vivere e contestato le sue idee.
"Alberto", anche lui non più giovane, da sempre convinto antifascista, si era ovunque esposto in prima persona nella lotta, cominciata per lui molti anni prima che per noi.
"Pineta", già combattente nei battaglioni d'assalto a Tobruch, aveva sofferto la guerra e il suo unico desiderio era di vederla finita.
I rimanenti sei, di cui io facevo parte, erano tutti ragazzi sotto i vent'anni, nati e cresciuti in epoca fascista; non avevano mai conosciuto la vera libertà.
"Bellagamba", un ragazzo veneto molto coraggioso, rientrerà in Italia attraversando le linee tedesche prima che finisca la guerra. "Lupo", con molti problemi familiari alle spalle, morirà per un crudele e banale incidente, dovuto alla troppa leggerezza di un nostro compagno di banda, e verrà sepolto nel cimitero di Roquebrune.
"Bolide", romagnolo, comunista per tradizione, era fuggito dalla Todt per raggiungere le file partigiane sulle montagne di Ventimiglia.
"Fracassa", emigrato siciliano, non ho mai saputo come fosse arrivato fra noi.
"Torri", ragazzo sedicenne, come nome di battaglia aveva scelto quello del suo paese; appartenente ad una famiglia numerosa, era finito nei partigiani trascinato dall'esempio di altri compagni.
Riprendendo la descrizione delle nostre avventure, dopo aver varcato la frontiera cui accennavo prima, scendiamo lentamente con cautela verso Castellar, un piccolo paese sopra Mentone [...]
Giorgio Lavagna (Tigre), Dall'Arroscia alla Provenza. Fazzoletti Garibaldini nella Resistenza,  IsrecIm, ed. Cav. A. Dominici, Oneglia Imperia, 1982
 

Castellar

Arrivati in Francia Lavagna ed il suo gruppo vennero arruolati nella FSSF, First Special Service Force (chiamata anche The Devil’s Brigade, The Black Devils, The Black Devils’ Brigade, Freddie’s Freighters), reparto d’elite statunitense-canadese di commando, impiegato anche nella Operazione Dragoon nel sud della Francia, tuttavia sciolto nel dicembre 1944; a questa data, per non farsi internare, questi garibaldini furono costretti ad immatricolarsi nel 21/XV Bataillon Volontaires Etrangérs francese, nel quale prestarono servizio sino alla fine della guerra, come, del resto, Lavagna scrisse nel suo libro. Sulla controversa figura di Ernesto Corradi si possono, invece, leggere alcuni significativi passi nel recente La libera Repubblica di Pigna. Parentesi di democrazia (29 agosto 1944 - 8 ottobre 1944) (a cura di) Paolo Veziano (con il contributo di) Giorgio Caudano e di Graziano Mamone, Comune di Pigna, IsrecIm, Fusta Editore, 2020, passi che in larga misura fanno riferimento al memoriale, oggi documento depositato nell'Archivio dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, memoriale del qui menzionato "Alberto", al secolo Giacomo Alberti, "Dritto", ma da Lavagna, come si è potuto vedere, ricordato, invece, come "Alberto".  
Adriano Maini