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domenica 28 settembre 2025

Mentone è sottoposta al bombardamento delle artiglierie tedesche

Mentone

8/9/1944
Scendiamo [Giorgio Lavagna ed il suo piccolo gruppo di partigiani imperiesi, ormai aggregati agli alleati] per la seconda volta in città [Mentone]; "Nettu" è fermato dalle autorità francesi e trattenuto per alcuni giorni in seguito alla denuncia fatta dalla famiglia di Castellar, contro la quale eravamo intervenuti.
"Alberto" assume il comando della nostra banda e, nel giorno stesso, si uniscono a noi alcuni giovani italiani, con i quali formiamo un gruppo di diciotto uomini.
Avevamo deciso con fermezza di combattere a fianco degli Americani e, senza indugiare, ci rechiamo al Comando militare alleato, mentre la città è sottoposta al bombardamento delle artiglierie tedesche.
sotto una grande tenda, completamente aperta, alcuni ufficiali seduti vicino ad un tavolo stanno consultando delle cartine geografiche; ci fermiamo a pochi metri da loro e "Alberto", che conosceva bene l'inglese, si fa avanti: osserviamo il nostro capobanda mentre saluta quel gruppo di ufficiali, uno di loro alzandosi gli porge la mano. Non potevamo capire le parole di "Alberto", ma potevamo immaginare il suo discorso e, con ansia, ne attendevamo l'esito. Un ufficiale, che sta seduto con i piedi appoggiati su una sedia, con un sorriso guarda i suoi colleghi e contemporaneamente guarda noi; spingendo con una mano una scatola di sigari sul tavolo e facendola scivolare verso il nostro capobanda, parla a fatica un italiano con accento fortemente meridionale; gli fa capire che è figlio di Italiani emigrati da molto tempo in Canadà, e si sente orgoglioso di avere incontrato uomini come noi.
Ci invita a ritornare il mattino seguente e ci fa accompagnare da un soldato al deposito militare per rifornirci di tutto il necessario.
Eravamo sicuri di essere riusciti nel nostro intento, perché presto avremmo combattuto al fianco di quell'esercito che, in quei giorni, potevamo ritenere il più forte dei nostri tempi.
Nei dintorni della città, nascosti dalle piante, mimetizzati con reti di corda, grossi pezzi di artiglieria erano già pronti ad entrare in azione, mentre numerosi automezzi militari continuavano a scaricare enormi quantità di materiale  bellico.
Con l'apertura di molti negozi, la città sembrava riprendersi dopo l'ondata bellica da cui era stata travolta.
"Alberto" era riuscito a procurarsi un grosso pezzo di stoffa rossa con la quale ci eravamo fatti vistosi fazzoletti da mettere al collo. Colti dall'entusiasmo che l'arrivo degli Americani aveva suscitato nel nostro piccolo gruppo, l'entusiasmo garibaldino, nella nostra spensierata giovinezza ci eravamo dimenticati il pericolo e la paura. Nel contempo eravamo presi dall'ansia di conoscere le intenzioni dei nostri amici canadesi, con i quali speravamo di partecipare ad un'azione di guerra contro quel nemico che, per tanti giorni, aveva rappresentato per noi un'incubo.
Erano ripresi i duelli di artiglieria e, mentre i Tedeschi sparavano svariati colpi con lunghi intervalli di silenzio, gli Americani martellavano senza respiro tutta la zona del fronte e l'entroterra di Ventimiglia.
Annidato sulle rocce del confine, il nemico poteva ancora mettere a segno i colpi sul territorio francese sottostante che controllava. Nessuno immaginava che gli Americani ci avrebbero fatto partecipare al primo furioso assalto, su quelle rocce che dividono il confine al di sopra del ponte San Luigi.
9/9/19
È tornata l'alba, un fuoco infernale di artiglieria si abbatte sulla zona più violento che mai. Sibili e ululati di proiettili si confondono nello spazio sopra di noi, seguiti da assordanti fragori.
La guerra, che due giorni prima con l'arrivo degli America sembrava finita, era ripresa con tutta la sua spaventosa violenza.
Ritorniamo a Mentone dopo una notte trascorsa sotto i tiri incrociati delle due artiglierie; camminiamo rasentando i muri delle case, con l'impressione di essere più riparati dalle schegge.
Nella città, tornata quasi deserta, si vedono circolare solo jeep e automezzi militari, mentre i cittadini abbandonano in fretta le proprie abitazioni per rifugiarsi in aperta campagna.
Vaghiamo per le strade nell'attesa che "Alberto" torni dal Comando alleato e, incuriositi, osserviamo i pezzi di artiglieria che sparano senza sosta verso l'Italia. 
Mentre ci avviciniamo a un gruppo di soldati per ottenere qualcosa da mangiare, giunge "Alberto" in compagnia di un ufficiale canadese; dall'espressione del suo volto intuiamo che ha notizie importanti da comunicarci e, mentre l'ufficiale ci guarda con un leggero sorriso, lui ci chiede chi di noi sia disposto a partecipare ad un attacco con i soldati canadesi.
In quell'istante rimaniamo senza parola, ci guardiamo meravigliati. Eravamo certi che non ci avrebbero rifiutati per qualche missione di guerra, ma farci partecipare ad un attacco al loro fianco era molto di più di quanto avessimo sperato, e non potevamo capire come ci avrebbero impiegati in una missione cosi importante, poiché non avevamo istruzione militare alcuna.
Sembra assurdo dire che quella notizia ci aveva fatto piacere. Certo un invito ad un ballo sarebbe stato più gradito, ma la guerra non era ancora finita e il nazismo, se pur agonizzante, agiva ancora più spietato che mai.
Potersi battere contro quei soldati, con l'appoggio di un esercito con cui eravamo sicuri di vincere, era per noi il sollievo più grande emerso da un esasperato avvilimento, sopportato per mesi senza possibilità di reagire.
"Alberto", anche lui preso dal nostro entusiasmo, sorridendo, ci fa segno di seguire l'ufficiale, il quale ci accompagna dove un'intera compagnia di soldati si preparava a partire.
Alla presenza di quegli uomini equipaggiati senza economia, rimaniamo meravigliati, e ciò ingigantisce dentro di noi l'entusiasmo per la nuova impresa che ci apprestiamo a compiere.
In quei minuti di stupore, davanti a quell'armamento formidabile, pensavo alla vita disagiata dei compagni rimasti nei boschi a soffrire la fame e che, quasi disarmati, dovevano difendersi da pesanti rastrellamenti, e battersi nella speranza di una conclusione vittoriosa della lotta.
Mi tornavano alla mente i compagni della Mezzaluna, in attesa di quelle armi che non avrebbero mai visto, mentre davanti a noi una montagna di materiale bellico sembrava sprecarsi.
Mi avvicino ad un camion e prelevo da una cassa cinque bombe a mano; alcuni soldati mi guardano e sorridono, rivolgendomi parole che non capisco.
Il capitano che ci avrebbe guidati in quella missione, sapendo di aver a che fare con dei partigiani, tramite "Alberto" ci ammonisce informandoci che se avessimo fatto dei prigionieri dovevamo tener conto delle convenzioni internazionali di guerra, evitando loro crudeli maltrattamenti o, peggio, uccisioni.
Dopo esserci riforniti di tutto il necessario per quella impresa, siamo pronti a partire.
Ci disponiamo in fila indiana alternati ai soldati; ci fa da guida l'unico ex partigiano francese che in quel momento si trova disponibile.
Un'ora di strada ci separa dalla zona operativa, ci inoltriamo su di una mulattiera mentre due soldati dietro di noi distendono un cavo telefonico, transitiamo da Castellar e "Alberto" si ferma dell'azione, non dovevamo perdere di vista; inginocchiato a terra e con lo sguardo fisso sulle postazioni nemiche, parlava al telefono da campo; erano attimi di attesa che non sapevo a cosa preludessero.
A nostra insaputa una nave da guerra alleata, al largo di Mentone, su ordine preciso del nostro comandante, si preparava ad aprire il fuoco di protezione.
Una giornata calda stava per finire, i raggi del sole illuminavano le rocce bianche davanti a noi emettendo un riverbero quasi fastidioso.
In quel breve tempo di silenzio, che dilungandosi diventava un tormento, nella mia mente prendevano forma i più assurdi pensieri: immaginavo il nemico dietro a quella barriera naturale con le armi puntate che attendeva il nostro attacco, mi tornavano alla mente i miei genitori che forse non avrei più rivisto, ogni cosa cui pensavo mi appariva mostruosa; ma nell'istante in cui lo sgomento sembrava dominare la mia mente, una secca detonazione mi faceva dimenticare ogni cosa.
Dal mare la nave da guerra, che in quei minuti di ansia avevo quasi dimenticato, spara la prima bordata, scuotendo l'intera vallata di Mentone.
Proiettili di grosso calibro, solcando l'aria sopra di noi, vanno ad esplodere sulle trincee dove il nemico pochi istanti prima attendeva in silenzio.
Alla prima detonazione ne seguiva una seconda, pezzi di roccia e schegge infuocate rotolavano fino a noi, per venti minuti un bombardamento senza respiro martellava quelle postazioni che, poco dopo, avremmo dovuto occupare.
Quell'attacco inaspettato di artiglieria mi aveva fatto rabbrividire, ero convinto che, giunto in quelle trincee, avrei trovato solo resti di carne umana e, avvilito da un'immaginario massacro, dentro di me era scomparso l'entusiasmo di una lotta agguerrita; quell'assalto aggressivo, desiderato fino a pochi minuti prima, mi sembrava non avesse più senso.
Distesi a terra guardiamo il capitano con il telefono in mano, che dirige il tiro dell'artiglieria, poi ad un tratto dal mare cessano di sparare. Il primo attacco condotto dall'esercito canadese alla frontiera di Mentone, dove i Tedeschi ripiegando si erano trincerati, poteva dirsi portato a termine con la partecipazione dei garibaldini italiani.
Si era così realizzato quel sogno da molto tempo atteso: in uno scontro diretto la nostra prima vittoria contro un nemico che fino a quel momento non ci aveva dato pace.
Il mattino seguente saprò, dal mio comandante ancora emozionato, che durante l'attacco il capitano, entusiasta del nostro comportamento, aveva annunciato al centralino da campo di Castellar che i garibaldini italiani in quel momento stavano rastrellando la cima del monte.
Durante quella notte ero rimasto nella postazione conquistata in compagnia di due soldati canadesi; sopra di noi si sentivano fischiare i proiettili delle artiglierie dei due eserciti opposti, mentre nel fondo valle si vedevano i bagliori delle esplosioni.
Trascorsa la notte con il timore di essere attaccati dai mortai nemici, col sopraggiungere dell'alba arrivano altri soldati a sostituirci.
Alla base del pendio roccioso mi ritrovo con quei compagni che, come me, avevano trascorso la notte su quella vetta conquistata il giorno prima.
Scendiamo verso Castellar, ognuno di noi racconta ogni minuto di quell'assalto indimenticabile; assalto vittorioso cui avevamo notevolmente contribuito, dimostrando di essere coerenti nel servire la nostra causa.
Giunti in paese, contornati da un affettuoso cameratismo americano, ci lasciava avviliti la fredda accoglienza dei civili francesi; purtroppo per loro noi restavamo ancora Italiani, nonostante tutto, e come tali potevamo meritare solo il loro disprezzo.
Gli Americani avevano capito che potevamo essere per loro un valido aiuto, e il 13 di settembre, a spese del Comando alleato, venivamo alloggiati provvisoriamente alla pensione Mimosa nella città di Mentone.                                                                                                                                              Giorgio Lavagna (Tigre), Dall'Arroscia alla Provenza - Fazzoletti Garibaldini nella Resistenza, Ed. A. Dominici,  Oneglia - Imperia, 1982

Lavagna ed il suo gruppo erano stati arruolati nella FSSF, First Special Service Force (chiamata anche The Devil's Brigade, The Black Devils, The Black Devils' Brigade, Freddie's Freighters), reparto d'elite statunitense-canadese di commando, impiegato anche nella Operazione Dragoon nel sud della Francia, tuttavia sciolto nel dicembre 1944; a quella data, per non farsi internare, questi garibaldini furono costretti ad immatricolarsi nel 21/XV Bataillon Volontaires Etrangérs francese. 
Adriano Maini

La disillusione di Giorgio Lavagna
Molti degli scritti di memoria partigiana comunista pubblicati in questi anni si chiudono con un alone di ottimismo: vedere le nuove lotte, operaie e studentesche, dà ai vecchi partigiani la speranza che il momento del rinnovamento sia arrivato; non è così per gli ex combattenti non politicizzati.
Il congedo di Giorgio Lavagna si stacca da questo troppo semplicistico ed illusorio ottimismo proponendo una lettura disillusa dei risultati raggiunti dalla democrazia nata con la Resistenza. Egli è stato partigiano garibaldino in Arroscia, e poi, passate le linee in Provenza, si è unito all’esercito regolare francese. Dallo scritto non emerge alcuna appartenenza politica: a spingerlo verso la lotta è l’odio verso i fascisti e il bisogno astratto di libertà. La sua conclusione è amara, poiché si rende conto a distanza di anni che gli obiettivi per cui ha combattuto non sono stati raggiunti:
"A distanza di oltre trentacinque anni, dopo aver appena terminato il racconto di un passato doloroso, nella mia mente frugo tra i ricordi di quei giorni, quando sognavo un paese libero, diretto da uomini non più fascisti, non più servi dei nazisti, ma democratici. […] Mentre mi rivedo nel fondo di quella cava, davanti agli amici che, nel riabbracciarmi, mi ammiravano, penso se era il caso di sentirmi orgoglioso per avere lottato e sofferto per migliorare una Patria nella quale ancora prevalgono incontrastati il sopruso, l’ingiustizia, il crimine. Alla fine di un immane conflitto, forse troppi che, come me, troppo presto avevano creduto al risorgimento della nostra Italia grazie all’azione di uomini nuovi, capaci e responsabili, sono stati delusi. Questo è il vero crimine. Ed è vero crimine pure che i partigiani abbiano da attendere ancora l’attuazione di quei principi per i quali hanno combattuto e, a migliaia, sono caduti". <281
Si vede qui la disillusione del protagonista di fronte ai fatti contemporanei. Egli sente che gli scopi della Resistenza non sono stati raggiunti, ma non incita le nuove generazioni a continuare la lotta in modo che quei principi vengano realizzati in futuro.
[NOTA]
281 Giorgio Lavagna (Tigre), Dall'Arroscia alla Provenza - Fazzoletti Garibaldini nella Resistenza, Ed. A. Dominici, Oneglia - Imperia, 1982, pp. 150-151.

Sara Lorenzetti, Ricordare e raccontare. Memorialistica e Resistenza in Val d’Ossola, Tesi di Laurea, Università degli Studi del Piemonte Orientale “Amedeo Avogadro” - Vercelli, Anno accademico 2008-2009 

venerdì 16 febbraio 2024

La Resistenza narrata dall'imperiese Osvaldo Contestabile

Illustrazione di Marisa Contestabile. Fonte: Osvaldo Contestabile, Scarpe Rotte Libertà, op. cit. infra

Altro più interessante esempio dei nuovi modi per narrare la Resistenza è lo scritto di Osvaldo Contestabile. Questa volta, si resta nell’ambito della memorialistica. Contestabile ha partecipato alla guerra di Liberazione sulle montagne liguri piemontesi: è stato commissario politico della IV Brigata Garibaldi “D. Arnera”. Laureato in lettere, dopo la Liberazione è stato professore di istituto tecnico, preside di un liceo linguistico, segretario dell’Istituto storico della Resistenza di Imperia e assessore al comune; ha poi collaborato con numerosi quotidiani locali. La realizzazione narrativa della Resistenza fatta da Contestabile diventa interessante se messa in relazione con il suo status di laureato, professore di italiano e giornalista. Tutte queste qualifiche indicano nell’autore una cultura medio-alta, e quindi la padronanza dell’italiano e della scrittura narrativa. Il testo, al contrario, cozza con questa preparazione letteraria di partenza, sin dalle prime pagine.
Si veda come Contestabile descrive il 25 luglio, e l’arrivo del fascismo nelle sue zone: "Il crollo del regime sopraggiunse implacabile quando la cagnara del 25 luglio colse la gente all’improvviso, con coprifuoco di Badoglio che soffocò sul nascere gli entusiasmi. Ma tutto precipitò ancora più presto nella baraonda quarantacinque giorni dopo, coi generali latitanti i fascisti impauriti i tedeschi occupanti e i treni piombati per i lager. Anche inizialmente però l’origine del fascismo qui da noi era stata così, una ventata grigia senza vicende straordinarie, proprio all’usanza locale. Poco prima della marcia qualche giardiniere pigro nella siesta, aveva visto De Bono e De Vecchi quadrumviri tutti pieni di patacche, che in privato rendevano omaggio alla regina madre ormai vecchiotta e un po’ svanita. Era un pomeriggio mite tra le palme e le strelizie di Bordighera dalle parti di Sant’Ampelio dove frange la risacca. Poi, col solito fracasso come dappertutto, eccoti prepotenze voci grosse olio di ricino e manganellate […]. Ma propriamente alla Marcia su Roma - giovinezza giovinezza - i fascisti nostrani col fez e le giberne non c’erano tutti per bene allineati in colonna come quelli della valpadana. Loro se ne rimasero in emergenza in retrovia prendendosela col prefetto poveraccio confinato nel suo appartamento: se ne stesse lì buono buono agli ordini del fascio, guai a reagire". <289
Si nota qui uno stile che salta continuamente dalla retorica spicciola, rubata al bagaglio espressivo della poesia («dove frange la risacca»), all’espressione popolare («la cagnara», «se ne stesse lì buono buono»).
Contestabile usa un linguaggio espressamente basso. Quando vuole essere magniloquente - per esempio, nelle descrizioni di paesaggi e ambienti - sceglie espressioni appositamente stonate. Egli adotta questa tecnica poiché vuole mostrare come parlerebbe un uomo del popolo degli anni ’40, digiuno di cultura.
Se si volesse esprimere in un italiano “corretto” egli ricalcherebbe la vetusta retorica risorgimentale, riproposta come lingua di cultura dal regime fascista, che cozza con l’italiano basso della quotidianità, predominante nel resto del racconto.
Contestabile mantiene uno stile popolare anche al di fuori di queste parti volutamente pesanti poiché il punto di vista e il linguaggio con cui racconta la Resistenza è quello delle persone comuni. Egli interpreta i pensieri della gente di fronte ai primi partigiani: "Eccola lì dunque sta buriana maledetta che adesso è arrivata tutta intera fin nei paesi delle montagne, e ancora più in su. È arrivata fin nelle gole con pietrame pulito dal vento, dove prima si sentivano soltanto i versi dei corvi i tocchi dei campanacci e il belare degli armenti. Adesso in queste vallate lo sanno tutti grandi e piccini che una buriana così non se la schiva più nessuno, perché è una fatalità: nemmeno più i furbastri facendo i ruffiani come al solito coi loro giochi di prestigio riescono a scansarla, perché anch’essi ci sono per la pelle e devono scegliere per forza. O sei di qua o sei di là, non ci puoi stare più in nessun modo in mezzo facendo finta da imboscato; ma in genere, con tutto che c’è sta maledizione in tutti i posti dove vai, la gente si mette subito di qua al posto giusto, e ci resta. Di là si mettono soltanto gli altri che sono diversi, ma non contano niente perché gli altri non sono la gente. Loro sono diversi perché sono contro la gente e tutti lo sanno come sono, punto e basta". <290
Il protagonista predominante in questa parte iniziale del testo è il popolo, che affronta gli eventi del 25 luglio. L’autore ha scelto espressamente questo stile perché è la veste narrativa che permette alla componente popolare della Resistenza di emergere. Contestabile descrive una Resistenza che è stata soprattutto grande movimento di popolo, a cui tutti hanno partecipato, anche se con modi e tempi diversi. Lo afferma proprio in questa pagina: prima o poi tutta la «gente» ha saputo attivarsi e scegliere la parte giusta, cioè lo schieramento partigiano. Chi ha preferito la Rsi è un diverso, uno «contro la gente», «punto e basta». È questa grande coesione popolare che deve colpire il lettore.
Nella prima parte del racconto, la figura di Contestabile non emerge. Solo in alcune parti si coglie tra le righe la presenza del narratore quale protagonista attivo del racconto. Questo avviene quando l’autore si rivolge ad un destinatario imprecisato con un «tu» diretto. In quei passaggi egli non sta interpellando il lettore, come può sembrare: con quel pronome Contestabile parla al se stesso di quegli anni. Nello stralcio precedente si ha un esempio di questa tecnica narrativa: quel «non puoi più stare in nessun modo in mezzo facendo finta da imboscato» non è riferito ad un qualsiasi giovane degli anni ’40. Nonostante il protagonista del suo scritto sia principalmente il popolo, egli racconta la propria esperienza personale adottando una tecnica che gli permette di parlare di sé evitando l’intromissione diretta nella narrazione. Ecco un altro esempio: "Piantala di spiare dalle fessure come un vagabondo la brace nella cenere dei focolari; vattene finché puoi per la campagna pestando la neve; lo sai che tanto non hai più tempo per fermarti da nessuna parte, neve o non neve; ma sta tranquillo che quando non ne puoi proprio più, te lo trovi ancora un posto da buttartici dentro, e ti ci slargherai tra l’erica e i rovi con la coperta; forse di lì non ci passeranno. Adesso la notte è calma e va bene; ma è inutile che te la prendi se verso Ginestro si fatica a camminare con la ramaglia spessa fino al ginocchio; tu devi guardarti davanti se finalmente trovi del pulito per fermarti e fartici un posto da accucciarti con la coperta, ma fermo, sennò guai; devi vedere se tra gli sterpi puoi fartici un posto per riposarti un po’, il resto non conta". <291
Ovviamente, le parti riconducibili alla figura e alle riflessioni del narratore aumentano sempre più man mano che ci si addentra nella dimensione della guerriglia, e si fanno più radi i contatti con la realtà quotidiana e popolare del paese. Anche le riflessioni più personali e profonde - riguardanti la maturazione del protagonista attraverso gli eventi - mantengono la finzione del dialogomonologo tra l’Osvaldo giovane e quello maturo: "Adesso succede che ti guardi intorno e non sai più cosa dire, nemmeno se ti sforzi […]; ma poi ti accorgi chissà perché, come se fosse la prima volta in questa stagione così diversa con le sparatorie ormai inutili, che tu sei cambiato da quello che eri prima di cominciare. Però, adesso non metterti lì a pensare mentre ste cose succedono una sull’altra, tanto è lo stesso: se proprio lo vuoi sapere, te lo dico io cosa t’è successo col passare dei giorni, e tu non te ne sei accorto. È il crescere che ti è capitato tutt’assieme diventando grande da un giorno all’altro, quando subito ti parve un gioco o invece fu incoscienza; o ti ci trovasti impegolato: va a sapere com’è stato in questo modo veloce, con le sparatorie che non finivano mai. Crescendo in tutta la confusione che ti sei trovato, in questo scapolartela che ti pareva impossibile, tu sei diventato grande tutt’assieme, passando dai giorni spensierati ai giorni della guerra; tu sei cresciuto alla svelta andandotene da una parte all’altra, sbattuto di qua e di là, nei boschi o fuori dei boschi, dentro i paesi o fuori dei paesi; peggio delle bestie". <292
Lo scarto tra il protagonista, giovane e incosciente, e l’Osvaldo maturo, che ha avuto la possibilità di riflettere sulle vicende resistenziali alla luce dei risvolti contemporanei, si coglie soprattutto nel finale del testo. Il narratore invita, ironicamente, il giovane ribelle a smettere i panni del partigiano per lasciare la gestione della situazione ad altri. Con questo suggerimento fittizio, Contestabile tocca tutti i temi caldi del dibattito sulla Resistenza, sempre con l’ironia e il taglio colloquiale che contraddistinguono tutto il testo: "Devi sapere, partigiano, che questa è la liberazione nazionale di tutta quanta la gente oppressa, che costa fatica; bisogna farla precisa, senza distrazioni, con la sacrosanta cèrnita e punizione dei responsabili, altro che balle; eppoi, ci sono tutte le altre cose che ci vogliono subito per la gente sinistrata: amlire amnistie booge wooge off limits, e scatolette in distribuzione gratuita. Adesso, partigiano, non complicare le cose con le tue faccende personali, e vattene a casa; quando in seguito avremo più tempo, faremo qualcosa anche per te […]. D’ora in poi, però, tu personalmente tieniti per te nella memoria, soltanto questa parola resistenza, che ti hanno regalato; epperciò adoperala come vuoi, dove ti capita, anche parlando. Non vedi che ogni tanto la usano in commozione anche quelli che non dovrebbero, nei loro discorsi […]? Ma tu, ci mancherebbe altro, non offenderti: ormai sei cresciuto. Questa parola resistenza devi sapere che adesso la mettono anche nei libri di storia; ma non ci riescono a spiegarla bene, come sarebbe giusto, per raccontarla precisa, com’è successa in pratica […]. Ma cosa vuoi ancora di più, o partigiano, dopo tutte ste celebrazioni e le parole e le baldorie del 25 aprile? Tanto è assolutamente inutile, perché tu lo sai che quando rimani da solo, è diverso, e ti succede sempre così; ti succede di ripensarci sempre con la tristezza, altro che i festeggiamenti le fanfare e il fracasso del porco mondo, che se lo porti via". <293
Per concludere l’analisi, questo testo è l’esempio di come a distanza di anni e in un momento di relativa tranquillità riguardo al dibattito sulle tematiche resistenziali i memorialisti cerchino nuovi modi per raccontare la guerra partigiana vissuta e metterne in luce caratteristiche ancora non affrontate. Il taglio semplice, colloquiale che Contestabile dà al suo stile gli permette di mostrare che della Resistenza tanto si è detto e scritto che si è perso il contatto diretto con essa, e con la sua matrice popolare. Si è trattato fondamentalmente di una lotta di popolo, improvvisata con i mezzi a disposizione. I partigiani stessi non erano eroi, ma semplicemente i figli di quelle masse popolari obbligate dagli eventi ad entrare nel gioco, a scrivere un pezzo di storia. Forse, ne avrebbero fatto volentieri a meno, sembra dire Contestabile.
[NOTE]
289 OSVALDO CONTESTABILE, Scarpe rotte libertà: storia partigiana, presentazione di Sandro Pertini, Bologna, Cappelli, 1982, p. 9.
290 Ivi, pp. 22-23.
291 Ivi, p. 152.
292 Ivi, pp. 235-236.
Sara Lorenzetti, Ricordare e raccontare. Memorialistica e Resistenza in Val d’Ossola, Tesi di Laurea, Università degli Studi del Piemonte Orientale "Amedeo Avogadro" - Vercelli, Anno accademico 2008-2009

domenica 15 maggio 2022

E dovette essere triste morire in un mattino d'aprile, mentre nell'aria era un presagio della prossima vittoria

22 aprile 1945 - Da un partigiano dell'Intendenza a "Venko" [Angelo Balegno, amministratore presso il Comando Operativo della I^ Zona Liguria] - Comunicava che durante un rastrellamento nemico era caduto un patriota, che a Ciabaudo, Frazione di Badalucco (IM), erano stati fucilati il 20 aprile 2 civili, i fratelli Antonio e Giovanni Pastorelli, che era stato arrestato il garibaldino "Tenore" [n.d.r.: Gualtiero Zanderighi *, fucilato a Poggio, Frazione di Sanremo (IM), il 22 aprile 1945, immortalato da Italo Calvino nel suo articolo "Ricordo dei Partigiani vivi e morti"]
da documento IsrecIm in Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell’Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945) - Tomo II - Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1998 - 1999

Il 20 [aprile 1945] reparti nazifascisti compiono un'incursione nella zona del I° Battaglione [n.d.r.: "Mario Bini" della V^ Brigata "Luigi Nuvoloni" della II^ Divisione "Felice Cascione"]. Partendo da Baiardo e da Ceriana le forze nemiche agiscono su due colonne: una sulla strada carrozzabile, l'altra sulle pendici del Monte Ceppo. All'alba una pattuglia del I° Distaccamento, mentre si reca al posto di guardia, scorge sulla strada la coda della colonna nemica, la quale spara una raffica dopo la località Zerni e ciò mette in allarme il suddetto Distaccamento. Frattanto il grosso delle truppe nemiche (circa centotrenta uomini) scende dalle pendici del Monte Ceppo e si dirige verso la località Gavanelle, dove è accampato il III° Distaccamento. Una pattuglia di questo si scontra con il nemico ed è soggetto ad un fuoco violentissimo: colpito da una raffica cade il partigiano Grossi Bianchi Andrea; l'altro uomo della pattuglia riesce a raggiungere l'accampamento già in allarme. Nonostante la vicinanza del nemico il Distaccamento prende le precauzioni necessarie per mettere in salvo tutto l'equipaggiamento.
Il partigiano Gualtiero Zanderighi *, commissario, mentre rientra al Comando del I° Battaglione, è catturato dal nemico nei pressi di Ciabaudo: sarà fucilato a Poggio di Sanremo due giorni dopo.
Francesco Biga (con la collaborazione di Osvaldo Contestabile), Storia della Resistenza Imperiese (I Zona Liguria), Vol. IV. La Resistenza nella provincia di Imperia dal Primo Gennaio 1945 alla Liberazione, ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, 2005

* Ancora una volta i partigiani prendono la via del Piemonte, per armarsi, vestirsi, rinforzarsi questa volta: poi scenderanno e allora sarà un succedersi d'imboscate, di colpi, di sparatorie in tutte le valli e su tutte le strade contro i nazi-fascisti scoraggiati e disorientati. Ma gli eventi precipitano, siamo vicini alla meta. Fu proprio quando mancavano pochi giorni al traguardo, che ti presero e ti uccisero, ultimo dei caduti nostri, Tenore. E dovette essere triste morire in un mattino d'aprile, mentre nell'aria era un presagio della prossima vittoria.
Italo Calvino, Ricordo dei Partigiani vivi e morti, articolo apparso sul numero 13 de "La voce della democrazia", Sanremo, martedì 1° maggio 1945 


Gualtiero Zanderighi, Tenore

Anche Augusta Molinari, studiando la memorialistica del partigianato ligure, arriva a conclusioni molto simili a quelle appena esposte a proposito della duplice funzione che la scrittura diaristica può assumere. Ella analizza il testo inedito scritto da Gualtiero Zanderighi, un partigiano semplice [n.d.r.: in effetti Zanderighi era un commissario politico] attivo in Liguria, studente universitario già avvezzo allo strumento della scrittura. A proposito del suo diario, la Molinari nota: "Il diario presenta un doppio registro di scrittura: è al contempo una cronaca dei fatti, sull’esempio dei diari di brigata, e una scrittura di tipo privato, quasi un diario intimo. L’evento e la percezione individuale dell’evento coesistono e la scrittura assume una duplice funzione. Da un lato quella di fissare nello spazio e nel tempo un percorso autobiografico, dall’altro di salvaguardare una sfera privata dall’incalzare degli eventi". <79
Secondo la Molinari, il diario è utile non solo per prendere nota degli eventi vissuti: esso aiuta lo scrivente a «fissare delle coordinate spazio-temporali» <80 salde in cui può collocare la proprio persona. In particolare, i partigiani sentono questo bisogno poiché le dinamiche della guerriglia li obbligano a vivere in un contesto sempre collettivo e provvisorio, in cui si perdono i punti di riferimento spazio-temporali e affettivi. In una situazione così precaria, la scrittura diaristica serve a prendere nota degli eventi bellici, ma dà anche la possibilità di mettere la guerra “in pausa”, e recuperare il contatto con il proprio io, in uno spazio che è solo individuale.
[NOTE]
79 Augusta Molinari, La Resistenza in Liguria tra evento e racconto. Storie e memorie inedite del partigianato ligure, cit., in “Storia e memoria”, 1997, n. 1, p. 43.
80 Ibid.

Sara Lorenzetti, Ricordare e raccontare. Memorialistica e Resistenza in Val d’Ossola, Tesi di Laurea, Università degli Studi del Piemonte Orientale Amedeo Avogadro, Facoltà di Lettere e Filosofia, Corso di laurea specialistica in Lingua e Cultura Italiana, Anno accademico 2008-2009

[ n.d.r.: da considerare anche la fatica di Augusta Molinari, Una storia partigiana. Il diario di Gualtiero Zanderighi, Ventesimo Secolo, Centro Ligure di Storia Sociale, Genova, n° 13, gennaio-aprile 1994, pagg. 159-188 ]