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martedì 3 marzo 2026

I partigiani si incamminarono verso Piaggia

Piaggia, frazione del comune di Briga Alta (CN). Foto: Fabrizio Benedetto. Fonte: mapio.net.

Stetti in quella botola fino a mezzogiorno circa quando venne Manolla a portarmi da mangiare. 
Le chiesi se i sammarchini erano andati via, alla sua affermazione risalii nella mia stanzetta.
Finii di vestirmi, mangiai qualche frittella, la ringraziai di tutto, la baciai con affetto, la salutai, la ringraziai e salutai anche la Sisina e tutta la famiglia Canale, quindi mi incamminai guardingo per la strada di Pizzo d'Evigno. 
Ma qualcuno mi disse che i partigiani si erano spostati verso San Bernardo di Conio e verso quella località mi diressi. 
Dormii a Colle San Bartolomeo e, in mattinata, giunsi a San Bernardo di Conio. 
Fui accolto calorosamente da tutti, in particolare da coloro insieme ai quali stavo da mesi (“Mancen”, “Jolli”, “Raspin”, “Grillo” ed altri). 
Qualcuno aveva creduto ch'io fossi morto. Feci delle lunghe corna. 
Alla sera cenammo e andammo subito a dormire perchè pareva che al mattino si dovesse scendere ad Oneglia, prima del sopraggiungere dei francesi e degli inglesi che, in relazione a certe notizie, stavano avanzando da Ventimiglia verso Bordighera e oltre. 
Erano le quattro del mattino del 5 di settembre 1944. 
Mentre ci preparavamo a partire, sentimmo delle raffiche di Mayerling tedesco proveniente dal passo della Fenaira, dove era in postazione il distaccamento di “Germano”. 
Invece di essere di essere noi a scendere a Oneglia, erano i tedeschi che, saliti sui monti in forze, venivano per rastrellarci con la speranza di annientarci.
Sandro Badellino, Mia memoria partigiana. Esperienze di vita e vicende di lotta per la libertà di un garibaldino imperiese (1944-1945), edizioni Amadeo, Imperia, 1998 

In conseguenza dello sbarco alleato in Provenza e della mancata invasione della Liguria occidentale, per non rimanere intrappolati nelle spire della strategia militare tedesca, le tre brigate della II divisione «F. Cascione» iniziano gli spostamenti previsti. La I brigata «S. Belgrano» ritorna ad attestarsi nella zona del Tanarello. Si schiera richiamando tutti i suoi effettivi. 
Lo schieramento è inteso a sbarrare il lato sud della zona, lungo la periferia della strada militare Nava-Cima Marta, nell'ambito del piano strategico elaborato in accordo con le altre due brigate [n.d.r.: IV brigata "Guarrini" e V^ brigata "Nuvoloni"]. 
Ad ovest lo schieramento avviene lungo la periferia della strada militare che da San Bernardo di Mendatica porta alle Navette, diramandosi per Briga Marittima; ad est avviene lungo la gola del Tanarello e per la confluenza col fiume Negrone, fino nelle vicinanze di Ponte di Nava.
Avvertito l'agente del S.I.M. «S 22» perché sospenda l'invio delle informazioni, il 19 di settembre inizia la ritirata su Piaggia [n.d.r.: frazione del comune di Briga Alta (CN)]. In mattinata parte l'Intendenza per preparare il rancio agli uomini che sarebbero giunti nella nuova località di destinazione. 
Nel pomeriggio si avviano alcuni distaccamenti, il Comando ed i mortaisti, mentre il materiale più pesante viene caricato sui muli. Si prospettano almeno sei ore di marcia continua, alla mercé di un tempo nebbioso e piovigginoso. 
Eppure bisogna marciare perché settemila Tedeschi, abbondantemente equipaggiati per la stagione invernale, si preparano all'attacco. 
Per distrarre l'attenzione delle spie e del nemico, rimangono nel bosco di Rezzo solamente il distaccamento d'assalto «G. Garbagnati» e qualche altra squadra per continuare la guerriglia. Iniziato il rastrellamento, avrebbero potuto occultarsi in rifugi predisposti e successivamente raggiungere la brigata. Il 20 il nemico esplora il bosco ed uccide il garibaldino Umberto Bertoli (Umberto).
Francesco Biga, Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria), Vol. III. La Resistenza nella provincia di Imperia da settembre a fine anno 1944IsrecIm - Milanostampa Editore, Farigliano, 1977, p. 72

Andammo poi singolarmente a scavare in un terreno dove avevano già tolto le patate, riuscendo a trovarne parecchie, che bollimmo e mangiammo. 
Dunque, il rastrellamento nemico finì due giorni dopo che era iniziato. Perdemmo una decina di partigiani. I tedeschi uccisero alcuni civili. Giorni dopo recuperammo le salme di due carbonai del luogo. Se non avessimo sentito il loro cattivo odore, chissà per quanto tempo sarebbero rimaste insepolte! Le perdite nemiche furono indubbiamente superiori alle nostre, ma non saprei quantificarle. 
Di notevole c'è da dire che, se fossimo stati bene informati, potevamo ritirarci tranquillamente lungo la strada San Bernardo di Conio - Colle San Bartolomeo (una decina di chilometri), poiché la strada non era stata percorsa dal nemico, quindi era rimasta sempre libera.
7 - Verso Piaggia 
Rimanemmo nel bosco di Rezzo ancora una quindicina di giorni. Il 20 settembre, mentre il nemico occupava ancora tutta la zona con presidi e ci minacciava con rapide puntate, ci incamminammo verso Piaggia. Partimmo nel pomeriggio mentre pioveva a dirotto; l'ordine era di andare comunque. Eravamo un gruppo di partigiani tra cui alcuni ex "sanmarchini". Ci portammo al passo di Pian Latte per prendere la strada che da Triora - galleria del Garezzo porta a San Bernardo di Mendatica. Giungemmo sulla strada nuovamente inzuppatti di acqua. Sentivo il liquido scorrere giù per le natiche. Ritornammo indietro per ripararci nella galleria del Garezzo, da cui saremmo ripartiti appena cessata la pioggia. Dopo circa un'ora di cammino, giunti nella galleria, fummo investiti da una corrente d'aria fredda insopportabile: stare in quel luogo voleva dire morire tutti di polmonite. Decidemmo di abbandonare il luogo maledetto e, nuovamente sotto una pioggia a dirotto, ripartimmo per San Bernardo di Mendatica. Insomma, camminammo due ore in più del previsto. Ad un certo momento dovetti caricarmi sulle spalle lo zaino di un “sanmarchino", che non era abituato a portare grossi pesi e a fare marce faticosissime.
A San Bernardo di Mendatica entrammo in una casa disabitata (le case erano tutte disabitate), per passarvi la notte. Trovammo un poco di legna, accendemmo un fuoco, tendemmo una corda su cui mettere ad asciugare i vestiti, cosicché, tra battute e risate, rimanemmo nudi come vermi.
Il giorno 20 compivo vent'anni: un compleanno simile non lo avrei mai augurato a nessuno. Al mattino, di buon'ora, riprendemmo il cammino per Piaggia dove sistemammo il Comando nell'albergo Pastorelli, che era ubicato all'inizio del paese. Ivi venne riorganizzata la nostra brigata - la I^ brigata "Silvano Belgrano" - rimasta abbastanza provata dal rastrellamento. Silvio Bonfante ("Cion") diventava vice comandante della I^ divisione d'assalto Garibaldi "Felice Cascione", con "Curto" comandante; prendeva il comando della I^ brigata Giorgio Olivero ("Giorgio"); "Mancen" assumeva l’incarico di vice comandante, Carlo De Lucis ("Mario") assumeva la carica di commissario di brigata. Su invito di "Mancen”, diventai furiere, mettendomi a scrivere a macchina ordini di servizio, rapporti, relazioni e simili. Intanto continuava la riorganizzazione della brigata, mentre venivano dislocati i vari distaccamenti che la componevano nelle località più adatte a prevenire puntate nemiche.
Sandro Badellino, Mia memoria partigiana. Esperienze di vita e vicende di lotta per la libertà di un garibaldino imperiese (1944-1945), edizioni Amadeo, Imperia, 1998, pp. 57,58

mercoledì 26 aprile 2023

Era il secondo invito fascista perché la guerra civile avesse termine

Piaggia, Frazione di Briga Alta (CN). Fonte: Wikipedia

A Piaggia [Frazione di Briga Alta (CN)], ed ancor più a Fontane [Frazione di Frabosa Soprana (CN)], i partigiani [n.d.r.: appena sfuggiti al grande rastrellamento nemico di ottobre 1944] parlavano fra loro della famiglia e della vita passata con nostalgia. Per la prima volta nelle loro parole si sentiva il rimpianto.
I giorni passavano sempre uguali, il clima diventava sempre più freddo, le notti più lunghe. A sera eravamo ospitati qualche volta dai contadini, vedevamo quelle famiglie patriarcali, serene, unite ed il pensiero andava alla nostra, lontana ed esposta al nemico ed alle bombe. Anche lì la guerra pesava col suo incubo, già a marzo i tedeschi avevano sparso il terrore. Anche in quei giorni di novembre gli uomini che venivano da Mondovì parlavano di preparativi, di minacce di rastrellamenti. Da un giorno all'altro la bufera poteva abbattersi anche su Fontane e spazzarci via ancora una volta.
A sera qualche volta sentivamo la radio al comando della V Brigata ["Luigi Nuvoloni"]: Radio Monteceneri, Londra, Roma: le eterne notizie, pioggia, maltempo, tregua su tutti i fronti, l'invito del generale Alexander, comandante del fronte alleato in Italia, ai partigiani di cessare la lotta, l'invito del Governo della Repubblica Sociale ai partigiani di arrendersi, piena amnistia per tutti quelli che si fossero presentati alle autorità della Repubblica entro il 4 novembre [1944], anniversario della Vittoria. Era il secondo invito fascista perché la guerra civile avesse termine, questa volta il momento era meglio scelto che non in maggio, la situazione militare e psicologica era cambiata. A me spiacque questo secondo invito, non tanto perché pensassi che avesse influenza sui compagni: anche coloro che avevano deciso di lasciarci avrebbero avuto la prudenza od il pudore di non arrendersi alle autorità repubblicane. Sentivo invece confusamente che la tragica partita che era in gioco fra noi e loro veniva alterata nelle sue regole. Avevamo accettato di pagare con la vita in caso di cattura, avevamo pagato e pagheremo ancora. Eravamo inferiori e sapevamo che lo saremmo stati ancora per molto, però alla fine sarebbe ben venuto il momento nostro, ed allora avrebbero pagato loro e tutto in una sola volta.
Ora i fascisti, nel momento in cui erano più forti, ci offrivano la vita in caso di resa per la seconda volta, non dovremo noi fare altrettanto quando alla fine saremo i più forti? Noi ora non ci attendiamo e quindi non traiamo vantaggio della clemenza nemica, ciò però ci esenterà dall'essere clementi a nostra volta domani? Avrei fatto a meno volentieri anche di questo problema.
Qualche volta alla sera dopo cena ci riuniamo al comando e passiamo assieme qualche ora parlando, cantando, discutendo di politica.
Ricordo le parole di Mario [Carlo De Lucis] in una sera di ottobre: «Ora questa vita dura ci pesa e pensiamo al passato, pure verrà un giorno che ricorderemo questi tempi con orgoglio e forse con nostalgia. Son sicuro che allora molti saranno i garibaldini disposti a tornare sotto i vecchi capi, sotto le vecchie bandiere a rivivere questa vita... ». Quanti di coloro che c'erano quella sera caddero nel lungo inverno? Quanti dei sopravvissuti pensano con orgoglio a quel passato?
Mario era commissario della I Brigata ["Silvano Belgrano"], ma lo rimase ancora per poco: ai primi di novembre vennero formati i nuovi quadri. I resti del comando della Cascione stavano affluendo a Fontane cercando penosamente di ricostruire servizi, uffici, organizzazione, ma ormai, dopo il colpo di Upega era impossibile tornare ad essere quelli di una volta. Oltre al materiale perduto mancavano gli uomini e la volontà. Curto [Nino Siccardi, comandante della Divisione Cascione, e da dicembre, invece, della I^ Zona Operativa Liguria], arrivato dalla Liguria, provvide alle nuove nomine. Il posto di commissario della Cascione, dopo la morte di Giulio [Libero Briganti] passava a Mario. Vicecommissario diventa Miliani [Beniamo Miliani], già capo dell'Ufficio Agitazione e Propaganda della I Brigata. Cion [Silvio Bonfante], vicecomandante della Cascione [n.d.r.: caduto nel corso della tragica ritirata dei partigiani imperiesi dell'ottobre del 1944], viene sostituito da Giorgio [Giorgio  Olivero che nel successivo mese di dicembre 1944 divenne comandante della nuova Divisione partigiana Bonfante]. La Divisione ["Felice Cascione"] ha quindi Curto e Giorgio, Mario e Miliani. Comandante della I Brigata diventa Mancen [Massimo Gismondi], già vicecomandante, la carica vacante passa a Pantera [Luigi Massabò], già capo di Stato Maggiore, il cui posto verrà ricoperto da Pablo [Ercole Pario], già mio superiore nell'Ufficio Operativo che viene soppresso. Commissario della I brigata diventa Osvaldo [Osvaldo Contestabile] che lascia la V Brigata. Vicecommissario sarà Socrate che in ottobre, quando era commissario del distaccamento I. Rainis, aveva effettuato un brillante colpo di mano sulle caserme di Diano Marina. II posto rimase vacante perché Socrate [Francesco Agnese] doveva essere in Val Pennavaira col suo distaccamento, ma purtroppo le nostre speranze erano infondate: Socrate era morto ad Upega.
Contemporaneamente vennero rimaneggiati i servizi: Boris [Gustavo Berio], responsabile S.I.M. della Cascione, è con la IV Brigata ["Elsio Guarrini"]. Achille diventa il viceresponsabile per il Piemonte ed il S.I.M. di brigata passa a Nenno e Rinaldo.
Difficile ed inutile sarebbe seguire tutte le nomine e i cambiamenti che nessuno allora avvertì, tranne gli interessati diretti. Purtroppo la debolezza non era nei capi che si potevano mutare ma nel clima, nel morale, nell'armamento.
Gino Glorio (Magnesia), Alpi Marittime 1943-45. Diario di un partigiano - II parte, Nuova Editrice Genovese, 1980, pp. 18-19

domenica 20 marzo 2022

La tragedia di Upega è costata alla Resistenza quasi una ventina di caduti

Briga Alta (CN) - Fonte: Mapio.net
 
Ai primi di settembre del 1944 sembrò per qualche tempo che la liberazione potesse essere vicina. Gli Alleati erano sbarcati in Provenza il 15 agosto, provocando un rapido crollo delle posizioni tedesche in tutta la Francia meridionale. Sembrava ora ragionevole attendersi un’offensiva generale degli americani attraverso i passi alpini, approfittando della stagione ancora clemente e dell’appoggio delle forti formazioni partigiane piemontesi e liguri, che certo non sarebbe mancato. Ma gli strateghi angloamericani avevano altri progetti: ritenendo prioritario l’attacco allo schieramento nemico tra i Vosgi e i Paesi Bassi, fermarono le loro truppe su una linea che lasciava il confine franco - italiano e l’intera valle del Roia saldamente in mani tedesche. Siffatta scelta, forse opportuna dal punto di vista militare, condannò tutto il Nord Italia ad un nuovo inverno di occupazione, ma, probabilmente, gli evitò le immani distruzioni causate dai combattimenti nel resto del Paese. Nel clima di fibrillazione di quei giorni, alimentato ad arte dalla trionfalistica propaganda di Radio Londra, i partigiani imperiesi della Prima Zona ligure, credendo fosse giunta l’”ora x”, abbozzarono una calata insurrezionale sui centri della costa che venne stroncata sul nascere da un vasto rastrellamento tedesco talmente tempista da risultare sospetto <1.
I savonesi, meno numerosi ed organizzati oltre che più distanti dal fronte, continuarono la loro attività di guerriglia con il consueto vigore, ma senza esporsi in arrischiate azioni su grande scala. Dopotutto, lo stesso Comando Generale delle Brigate Garibaldi avrebbe rammentato pochi giorni dopo che “L’ora x è già suonata” <2 e che pertanto l’obiettivo principale dei partigiani non doveva consistere solo nel prepararsi ad una futura insurrezione, bensì nell’attaccare giorno per giorno il nemico senza mai concedergli tregua <3. A Savona come altrove, questa direttiva giunse a conforto di una linea d’azione ormai perseguita da mesi.
[NOTE]
1 Per questa vicenda, tuttora piena di lati oscuri, vedi G. Gimelli, Cronache militari della Resistenza in Liguria, Genova, Cassa di Risparmio di Genova e Imperia - La Stampa, 1985 (3 voll.), vol. II, pp. 10 - 22.
2 AA. VV., Le brigate Garibaldi nella Resistenza, Milano, INSMLI - Istituto Gramsci - Feltrinelli, 1979 (3 voll.), vol. II, p. 334.
3 Ibidem, vol. II, p. 334.
Stefano d’Adamo, “Savona Bandengebiet. La rivolta di una provincia ligure (’43-’45)”, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Milano, Anno accademico 1999/2000
 
Finalmente anche il 6 di settembre [1944] finisce: il nemico riunisce i reparti rastrellatori, riforma le colonne, si concentra a fondo valle.
Il pugno di ferro si era stretto: che aveva preso?
Nulla, quasi nulla. Su più di un migliaio di partigiani, solo una decina erano caduti nella rete.
Alle ultime luci del tramonto, i tedeschi lasciano il bosco, le macerie fumanti di S. Bernardo di Conio, di Case Rosse, di Case dell’Erba, delle cascine e dei fienili distrutti, indicano che anche lì, come a Triora, a Molini, a Pornassio, a Villa Talla, erano passate le truppe di Hitler. Non note le perdite nemiche: la popolazione aveva visto scendere per la rotabile di Rezzo alcuni carri chiusi e sanguinanti.
Terminato il rastrellamento, il Comando Divisionale, su consiglio di Curto [Nino Siccardi], nuovamente dispone la sua dislocazione nel bosco di Rezzo, riuscendo a riorganizzare in brevissimo tempo tutta la Divisione, dai comandi ai distaccamenti, per prepararla alle previste battaglie autunnali.
In conformità alla critica storica, non si chiarì mai lo scopo degli annunci radio alleati della loro offensiva sulla costa ligure, poi mancata, con la conseguenza di determinare per alcuni giorni una situazione gravissima per le formazioni partigiane.
Il paese di Upega è posto a fondovalle.
Sotto il paese scorre il torrente Negrone, a monte un ripido pendio dirupato, di fronte è il Bosco Nero.
Il nemico che giunge dal bosco può piazzarsi senza essere visto, di fronte al paese, e di là battere col fuoco delle mitragliatrici, precludendo ogni via di scampo.
Il nemico era stato informato sul movimento partigiano: come prima sapeva che il Comando Partigiano era a Piaggia ed in quella direzione aveva puntato tutte le sue forze, presto venne a conoscenza che tale Comando si era trasferito a Upega, contro cui preparò un’azione condotta da un commando formato da circa duecento soldati SS e alpini austriaci.
La spia nel comando della Cascione aveva funzionato con efficacia.
L’attacco a Upega giunse dal Tanarello, da Limone o da Briga, e la sorpresa fu completa.
[17 ottobre 1944]
Il nemico si avvicina silenzioso, coperto dalla fitta boscaglia.
Al limite del paese, verso le Fascette, in una casa a destra, è il Comando divisionale.
A sinistra, in un altro locale, giacciono i feriti, tra cui Cion [Silvio Bonfante], che sonnecchia e a cui il Curto ha preso il mitragliatore per andare a compiere un giro di ispezione.
I tedeschi riescono ad eliminare i posti di guardia partigiani e giungono alla periferia del paese senza essere segnalati.
Sono udite alcune raffiche, cadono alcuni partigiani di Porto Maurizio. Con il nemico a due passi e con gli spari che rimbombano vicinissimi, molti rimangono confusi e cercano di allontanarsi.
Chi conserva la calma è Curto: impassibile come sempre, cerca di raggiungere chi si allontana, di ispirare loro fiducia, ma invano.
Fallito il tentativo di raggruppare i partigiani a scopo difensivo e strappare al nemico il tempo necessario per trasportare i feriti nella cappella del cimitero del paese o nel Bosco Nero, come era stato precedentemente convenuto, Curto raggiunge al Comando il commissario Giulio [Libero Briganti], ed i due attuano il disperato tentativo di arrestare da soli l’avanzata del drappello tedesco. Sanno che è impossibile in due fermare la valanga, ma forse guadagneranno i pochi minuti necessari per mettere in salvo i feriti, per poi morire.
Giunti fuori dal paese scorgono, in alto a sinistra, i tedeschi che avanzano su due colonne distanziate. Giulio e Curto salgono rapidamente una mulattiera e, portatisi in cima algo, all’altezza dei tedeschi, si appostano dietro una casa. Da lì possono sparare a trecento metri con il mitragliatore contro il nemico quando sarà giunto a tiro.
Mentre Curto prepara la propria arma semi inceppata, Giulio scorge i tedeschi, si sposta fuori dal muro che lo ripara e li raffica.
Poi, rivolgendosi a Curto, col viso pallido e lo sguardo stupito, mormora: “sono ferito”.
Compie qualche passo indietro, a ridosso della casa, e consegna l’arma al compagno al quale si appoggia.
Arretrano entrambi qualche centinaio di metri, non visti dai tedeschi che tardano ad avanzare.
Le forze di Giulio gradatamente cedono, non riesce più a camminare mentre Curto lo aiuta in tutti i modi ad andare avanti per raggiungere almeno una località sicura, tra le rocce, sopra il passo delle Fascette.
Dal basso giungono gli urli laceranti della mitraglia, l’eroico destino di Cion e dei suoi compagni sta compiendosi.
Giulio si trascina ancora avanti: non desidera riposare in un grande cespuglio, ma alle rocce delle Fascette, da cui più in là non si può andare.
Un luogo nascosto ripara i due uomini: il ferito, disteso sul dorso e con il respiro ansante, ogni tanto a stento alza la testa per osservare i movimenti dei nemici sottostanti.
Preparate vicino a sé le armi automatiche per un’estrema difesa, e aperta la camicia piena di sangue, Curto scruta la gravità della ferita del compagno: una pallottola, entrata a sinistra, è uscita alla destra del ventre, e anche i visceri sporgono fuori.
Capisce che per Giulio è la fine, ma non gli dice niente e decide di attendere lì, a fianco, la sua morte.
Non gli rivolge domande su cosa dire ai parenti, affinché il morente non si accorga della sua fine.
Poi, il ferito entra in coma, respira affannosamente, chiede disperatamente acqua che Curto non gli può dare: ha una gran sete, l’emorragia interna sussulto, Giulio rimane esanime.
Coperto pietosamente il corpo con la giacca, raccolte le armi e incamminatosi oltre il passo delle Fascette, alle otto di sera Curto giunge a Carnino, ove reca la dolorosa notizia.
Anche Cion (che è nipote di Curto), ai primi spari, viene portato fuori dal ricovero, adagiato sulla barella dai partigiani e dai congiunti che si trovavano con lui: per non cadere vivo in mano ai tedeschi si uccide con un colpo di pistola, sul sentiero che porta al cimitero.
La tragedia si conclude, il comandante della Volante muore da partigiano.
I tedeschi domandano chi era il ribelle suicidatosi, e viene loro riferito che si trattava di Cion.
Non avevano potuto averlo vivo, ma la radio tedesca in Italia diede la notizia della morte di Cion come un successo delle sue armi.
Questo fu certamente l’omaggio più grande alla sua memoria ed il riconoscimento di quanto egli valesse e di quanto avesse perduto la Resistenza con la sua morte.
I tedeschi, occupato il paese, bruciano armi, documenti, zaini e tutto quello che di partigiano viene trovato.
Rinchiudono gli uomini del paese nella canonica.
Fanno scavare una fossa comune dagli abitanti locali e vi gettano alla rinfusa i cadaveri dei caduti.
Battono il bosco, uccidendo altri partigiani.
La tragedia di Upega è costata alla Resistenza quasi una ventina di caduti.
Nei boschi, dispersi, sono nuclei di partigiani, sono intere bande.
C’è Simon [Carlo Farini] su una barella.
Ci troviamo a Piaggia di Briga Marittima”, scrive il cappellano partigiano Don Nino Martini nella prima metà del mese di ottobre, “Simon ha una temperatura variabile tra i 39 e i 40 gradi di febbre. Intanto le notizie che giungono sono sconcertanti. Gli Alleati, fissandosi sulla frontiera italo-francese secondo i piani prestabiliti, danno libertà e agibilità alla ferocia di qualche migliaio di nazifascisti e delle SS tedesche contro i partigiani. Noi, riuscendo a uscire fuori dal rastrellamento, troviamo rifugio e salvezza in Valle Scura, dove Simon riuscirà a guarire”.
Francesco Biga, U Curtu - Vita e battaglie del partigiano Mario Baldo Nino Siccardi, Comandante della I^ Zona Operativa Liguria, Dominici editore, Imperia, 2001

Francesco Agnese. Nato a Diano Marina il 29 luglio 1923. Il 25 marzo 1944 di ritorno da Genova viene arrestato alla stazione di Diano Marina da un reparto di fascisti della famigerata compagnia O.P. del capitano Ferraris; prima dell’arresto riesce a consegnare al fratello Mario un rotolo di volantini “Stella Rossa”. Trascinato al comando fascista di Diano Marina, quindi alla caserma Muti di Porto Maurizio, infine intorno al 4 aprile è rinchiuso nelle carceri di Oneglia subendo numerosi interrogatori e bastonature. Avendo lui ed altri prigionieri la possibilità di evadere, grazie all’azione di un tenente fascista (in contatto con i partigiani), non approfitta dell’occasione, per timore di rappresaglie nei confronti dei parenti. Uscirà dal carcere a fine maggio. Nel luglio 1944 prende contatto con Giuseppe Saguato “Bill” e concorre a formare uno dei primi distaccamenti garibaldini nella vallata di Diano Marina che, raggiunto il numero di ottanta unità, andrà a costituire la “Volantina” di “Mancen”. “Socrate” è molto intraprendente: con Saguato disarma due carabinieri e partecipa agli assalti alle caserme per il recupero di armi; con il suo distaccamento partecipa alle battaglie di Cesio (mettendo in fuga i tedeschi); di Rezzo, combattendo per sei ore e conquistando Monte Alto. E’ in missione a Diano Marina, liberando la città dalla presenza del brigatista nero Enrico Papone. Rientrato al comando è promosso Commissario di battaglione e passa con Germano Tronville “Germano” presso Upega, in Val Tanaro. Il 17 ottobre è tra coloro che tentano di sottrarre “Cion”, (immobilizzato perché ferito a Vessalico l’8 ottobre) al fuoco tedesco, trasportandolo in barella. E’ colpito da una raffica, cade, e muore dissanguato nel bosco.
A Francesco Agnese è intitolato un Distaccamento della Brigata “Silvano Belgrano” - Divisione d’assalto Garibaldi “Silvio Bonfante”.
Redazione, Arrivano i Partigiani - inserto - "2. Le formazioni di montagna della I^ e della VI^ Zona Operativa Ligure che operavano nella provincia di Savona", I RESISTENTI, ANPI Savona, 2011  

A Upega durante la ritirata si erano radunate gran parte delle forze partigiane contro cui era iniziato il rastrellamento di oltre 5000 militari tedeschi. I patrioti avevano portato lì anche i feriti. Pensavano di essere al sicuro avendo il Mongioie alle spalle. Era il 17 ottobre del 1944. I partigiani che erano arrivati a Upega dopo giorni di cammino, col freddo e la fame, erano stremati. Non sapevano che la spia, che avevano tra loro aveva già segnalato la loro posizione, ai nazisti i quali poterono così sorprenderli, uccidendo le sentinelle che non poterono dare l’allarme. Due comandanti partigiani cercarono di contrastare il più possibile l’avanzata, soprattutto per permettere ai feriti di mettersi in salvo. Caddero in questo impari compito il comandante Silvio Cion Bonfante ed il comandante Libero Giulio Briganti. Cadde anche il medico De Marchi. I garibaldini nel complesso subirono ingenti perdite. I tedeschi devastarono le case e rastrellarono la zona. Alcuni dei patrioti allo sbando furono catturati da militari tedeschi tra il 17 ed il 18 ottobre sul territorio di Briga Marittima e furono trascinati nella vicina Saorge. Torturati per più giorni, vennero fucilati in zona Pont d'Ambo, dominante il letto del fiume Roia, al limite con il comune di Fontan. Saorge era sede del tribunale militare della 34^ Divisione di fanteria tedesca, che occupava il territorio da Imperia al Col di Tenda. Subito dopo la tragica farsa del tribunale, avvenuta il 24 ottobre 1944, lo stesso giorno i garibaldini, legati l'uno all'altro, furono trascinati attraverso il villaggio davanti agli abitanti atterriti fino al luogo dell'esecuzione, dove furono costretti a scavare le loro fosse.  I partigiani fucilati a Saorge il 24 ottobre 1944 furono Lorenzo Alberti “Renzo”, catturato sul territorio di La Brigue il 18 ottobre, Michele  Bentivoglio “Miché”, Francesco Caselli “Pancho” o “Guido”, catturato sul territorio di La Brigue il 17 ottobre, Giovanni Giribaldi “Gianni”, Domenico Moriani “Pastissu”, comandante di Squadra, Carlo Pagliari “Parma”, catturato sul territorio di La Brigue il 17 ottobre [...]  Igor Pizzirusso, Saorge..., Ultime lettere di condannati a morte e di deportati della Resistenza italiana

Pagina 15 del Notiziario GNR cit. infra - Fonte: Fondazione Luigi Micheletti

Da informazioni giunte risulta che nel corso delle recenti azioni di rastrellamento, eseguite dalla G.N.R. e da militari tedeschi, sono rimasti uccisi certi Francesco Castagno, padre del commissario della banda "stella rossa"; Silvio Bonfante, detto "Cion" vice comandante della 2^ divisione d'assalto, "Felice Cascione"; Simone [n.d.r.: probabile riferimento - storpiato - a "Simon", nome di copertura di Carlo Farini, a quella data responsabile sia della I^ che della II^ Zona Liguria, poi ispettore della I^, in seguito ancora assurto a responsabilità regionali in seno alla Resistenza], noto capo banda della stessa divisione e certo Lupi, capo banda nella zona di Savona.
E' rimasto gravemente ferito certo Vittorio Acquarone, comandante della divisione medesima, nonché la madre del commissario Castagna.
Notiziario della Guardia Nazionale Repubblicana del giorno 8 novembre 1944, p. 15, Fondazione Luigi Micheletti