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domenica 28 dicembre 2025

Ma ogni volta da Pigna li respingono con la fucileria in postazione finché c'è chiaro

Pigna (IM). Sullo sfondo Castelvittorio

«Vittò» [Giuseppe Vittorio Guglielmo] ed i suoi collaboratori, preso fiato, progettavano la conquista di Pigna, tenuta da circa un centinaio di nazifascisti accampati nella caserma Manfredi. Tale presidio ostacolava i movimenti delle formazioni garibaldine che controllavano larghe zone e paesi in tutte le vallate occidentali della provincia. D’altronde, tale centro rivestiva grande importanza anche per il Comando tedesco, il quale intendeva avere libero transito per le sue truppe in quelle zone di frontiera con la Francia.
I Tedeschi però sono indotti ad abbandonare la zona di Pigna non ritenendosi in grado di approntare sul luogo una linea difensiva consistente. I partigiani che, come visto in precedenza, già avevano progettato l’attacco a Pigna, si trovano il paese nelle mani.
Quando i Tedeschi vengono a conoscenza che la colonna anglo­americana non mostra intenzione alcuna di proseguire l’avanzata verso il territorio italiano, si pentono dell’errore di valutazione commesso e tentano la riconquista di Pigna. Ma, ormai, ci sono i partigiani e si accorgono quanti uomini e mezzi e sforzi necessiteranno per fiaccare la resistenza di «un pugno di disperati», per usare l’espressione del capitano Morton precedentemente citata.
Da quel povero ed eroico paesello, trovato in fiamme da Marco Dino Rossi (Fuoco) dopo la fuga tedesca, si costruirà una forza di resistenza degna d’ogni memoria.
Corre il 29 agosto del 1944. Entrano in Pigna i distaccamenti garibaldini e si incontrano con la popolazione. Nasce, ancora una volta, il binomio indistruttibile, popolo e partigiani e, da esso, la «Libera Repubblica di Pigna».
Liberi amministratori, cariche pubbliche assegnate ai più degni rappresentanti del popolo, deliberazioni democratiche, giustizia sociale, contributo alla difesa di questa grande conquista.
È formata una giunta comunale di civili e di partigiani che, ogni giorno, si riunisce e prende le decisioni: ordine pubblico, controspionaggio, requisizione di viveri o materiale illecitamente asportato dai magazzini del disciolto esercito italiano. Il tutto è distribuito alle famiglie più indigenti del luogo.
Il comandante «Vittò», che dà le disposizioni generali, e Lorenzo Musso (Sumi), inviato dal «Curto» [Nino Siccardi, a quella data comandane della II^ Divisione Garibaldi "Felice Cascione"] a Pigna, sono combattenti abili. Ma, nell’occasione, possiedono un pregio in più: l’esperienza comune della precedente lotta antifranchista consumata in Spagna […]
Carlo Rubaudo, Storia della Resistenza Imperiese (I Zona Liguria) - Vol. II. Da giugno ad agosto 1944, edito a cura dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia, Imperia, Dominici Editore, 1992, p. 373

L'idea dei partigiani è di far credere che il mortaio è nella posizione numero 6, e invece no che non c'è, essendo un trucco. Invece spara dalla posizione numero 5 con le granate ben nascoste di modo che i tedeschi quando rispondono sbagliano il bersaglio. È una idea che viene a Leo [Vittorio Curlo], comandante dei mortaisti di Vittò nella battaglia di Pigna e i tedeschi non lo scoprono il trucco, macchè. A Pigna sotto il Torraggio c'è una forte concentrazione di partigianeria famosa nei dintorni fino in Francia da una cresta all'altra; è da lì che le bande si diramano anche nelle altre valli e al di là del confine, fino al maquis. I tedeschi non lo scoprono il trucco anche se indagano da tutte le parti per sapere com'è che sti contadini barbari li fregano fin qui sul confine italo-francese: eppure non gli sembra vero che dei paesani ignoranti di queste parti così lontane, li prendano in giro in questo modo così poco militare. Ma lo sanno da un pezzo eccome che Pigna la prenderanno soltanto se prima ci spareranno dentro ben bene coi cannoni distruggendola al completo, e se poi ci andranno addosso tutti insieme con tutte le forze concentrate e coi rifornimenti pronti, bruciandola. Altrimenti no. 
A dirlo adesso così e così e di su e di giù, uno non se lo crede com'era a quei tempi sta faccenda di Pigna con la gente tutta d'accordo insieme coi partigiani. 
Era una idea molto precisa sempre la stessa e per tutti sempre eguale che ciascuno se l'era ficcata bene in testa per conto suo, e lì c'era rimasta ben collocata. Il fatto sta che in questo paese guerreggiando così è proprio la gente chissà come grumo contadino tra pietre dure d'arcata e ciottoli di sagrato, a dire di no. "Piuttosto vivere tutti da ribelli, oppure morire tutti insieme in libertà, ma non mollare mai per nessun motivo al mondo" pensano a Pigna. "Chi toca in, toca titi" dicono a denti stretti i paesani compesandosi persin le sillabe; calcandosi il berretto di traverso. 
E dunque soltanto con tutto l'armamentario e la forza concentrata e le cannonate da tutte le parti i tedeschi prenderanno Pigna, altrimenti no. Ma anche se la prenderanno, questa loro idea ficcata dentro ci resterà sempre nella testa della gente da non potersela più togliere. Ci resterà sempre voglio dire anche coi tedeschi in casa a pestarci sopra scarpentandoli. 
Nel frattempo che la gente spara qua e là per la valle [ai primi di ottobre del 1944], gli anziani si mettono d'accordo tra loro e poi decidono di farsi in conto proprio una repubblica. Così fanno come se la sentono d'istinto una libera repubblica riparata a nord dal Torraggio che non lascia passare i venti e la tormenta, ma riparata anche a sud da due postazioni sempre all'erta al di qua e al di là del torrente che non lasciano passare i tedeschi manco a morire. 
I partigiani ne discutono con la gente di questa libera repubblica come l'avevano fatta lì per lì tutti d'accordo e ben precisa; poi gliela approvano quando vedono che funziona proprio sul serio dentro e fuori della valle.
Glielo certificano come qualmente è da riconoscersi a tutti gli effetti contro i nazifascistí in tempo di guerra e in tempo di pace per tutti i dintorni e anche più in là. 
Lo scrivano della V brigata sotto il documento nel registro del Comune ci mette il visto col timbro di Garibaldi bello chiaro; Vittò, che qui lo sanno tutti è il capintesta, lo legge e dice che non ci manca niente: ce ne fossero delle altre così, che va tutto bene altroché. In questo modo si fanno tra loro questa repubblica democratica riconosciuta per tutti gli affari ordinari e straordinari come si presentano di volta in volta. 
Il fascismo prepotente invece si incattivisce di più tutto all'intorno da una volta all'altra con le rappresaglie all'ingrande, e chi se ne frega: così adesso succede che la gente di Pigna e degli altri paesi vicini è gente più importante siccome decide in segreto le faccende che contano a monte e a valle, come si devono fare nell'interesse di tutti. Sono gli uomini al pascolo con le mandrie o nei boschi a far la legna, a decidere; sono le donne a raccogliere castagne o a impastare nella madia farina per il pane; sono tutti insieme con le postazioni dei mortai nei punti giusti, che decidono discutendo per il meglio ma dopo aver cacciato i tedeschi coi fascisti tutti insieme dalla valle, Prima no. Anche gli altri nei paesi vicini fanno lo stesso sotto il Torraggio che li ha sempre riparati dai tempi antichi facendogli barriera, soltanto così e basta. 
In questa repubblica funzionante ogni borgata ci manda il suo uomo al posto giusto di governo con l'incarico per ciascuno conforme al partito d'idea, se ce l'ha; e cioè come se la sente per conto suo; ma quando poi di tanto in tanto devono trattare col Prefetto, ci mandano il Podestà che figura vero per il fascio con tutte le carte in regola e ubbidiente, invece è sempre uno di loro fidatissimo che fa finta soltanto per la burocrazia. Governando come si deve da galantuomini, le delibere le rispettano trascrivendole ad una ad una in calligrafi, per esporle all'albo pretorio. 
Il registro apposito con le firme originali però se lo tengono ben nascosto non si sa mai.
Cosicché il prete che ce l'ha in consegna all'ultimo riesce a salvarlo quando ormai il paese comincia a bruciare e i tedeschi con gli ostaggi ci sono già dentro nei vicoli a rapinare casa per casa; lo seppellisce che nessuno se ne accorge per conservarlo come prova; e dimostrare in questo modo nero su bianco come è fatta veramente questa gente: come è fatta voglio dire coi nomi e coi cognomi dentro nel paese o fuori col mortaio o nascosta nelle tane, la gente di Pigna quando vive in libertà o quando vive in prigionia. 
I distaccamenti partigiani di protezione se li mettono tutti davanti e all'ingiro nei posti buoni; da lì mandano le pattuglie a Gola Gouta e al passo Muratone perché di là c'è sempre pericolo mentre i tedeschi accainati rifanno i ponti verso Isolabona per venirci sotto. 
Ma ogni volta da Pigna li respingono con la fucileria in postazione finché c'è chiaro; poi alla sera si mette a piovere sempre più fitto. Allora i tedeschi idrofobi ci scaraventano sopra l'artiglieria pesante che dura anche tutto il giorno dopo sulle case e tutto intorno; finito il bombardamento le staffette tornano per dire che i tedeschi risalgono la valle, schierati a ventaglio. 
Così quando sta trucchi arrivano proprio a tiro negli orti sotto il paese, sparano ancora tutti gli uomini insieme dalle case ricacciandoli un'altra volta nel torrente in baraonda: ce li ricacciano con le casse di granate che poi di notte se le vanno a prendere per adoperarle quando gli faranno bisogno. 
Durante la tregua, subito dopo le sparatorie, siccome anche i tedeschi sono stanchi, finalmente fanno passare la missione alleata che era lì ad aspettare per sconfinare in Francia. Qui succede perdio che non ci possono piú stare veramente questi ufficiali in divisa sempre in attesa che finiscano chissà come le sparatorie; è pericoloso con la fretta tra i calcinacci e gli spari dentro i vicoli in traffico di uomini, a spingere il mortaio dalla postazione civetta a quella buona, e dunque bisogna andarsene presto; intanto, eccome che adesso col telefono da campo glieli dicono giusti agli inservienti i dati di tiro sui tedeschi. Coi mortai sparano sul monte Vetta in sequenza regolare colpi contati, poi tacciono per lasciare rispondere i tedeschi fuoco lungo e tutto insieme, ma sbagliato. Ricominciano da capo sempre piú precisi finché centrano in pieno la batteria principale: così di quei tedeschi prepotenti là col cannone sempre in funzione adesso non se ne parla piú. 
Osvaldo Contestabile, Scarpe rotte libertà. Storia partigiana, Cappelli editore, 1982, pp. 92-94

lunedì 19 luglio 2021

Dal sacrificio ultraventennale di Gilardi e di un buon nucleo di antifascisti imperiesi sorgono feconde premesse

Uno scorcio della Calata G.B. Cuneo del porto di Oneglia ad Imperia

Prima dell'entrata in guerra dell'Italia vi erano ad Imperia, come altrove, persone che si incontravano... appartenevano ai partiti politici dichiarati fuori legge dal regime... [molti] erano aderenti al partito comunista, che era il solo che poteva vantare una solida organizzazione clandestina. 
Altri appartenevano alle altre correnti: cattolica, socialista, liberale.
Non mancavano coloro che erano mossi solo dall'avversità al regime fascista.
A partire dai primi anni [del regime] ci furono numerosi arresti e processi ai danni di esponenti dell'opposizione al fascismo...
Nel 1928 vennero arrestati circa 50 giovani tutti appartenenti alla federazione giovanile comunista, capeggiati da Giovanni Giacomelli (Nino)...
... alcuni imperiesi parteciparono alla guerra civile spagnola nelle fila degli oppositori di Franco...
Reduci dalla guerra spagnola ritornarono alcuni combattenti che misero a frutto l'esperienza accumulata...
tra questi... Carlo Farini [con il nome di battaglia di Simon, dalla fine del 1944 Ispettore Generale della I^ Zona Liguria delle formazioni partigiane Garibaldi]... Lorenzo Musso [con il nome di battaglia di Sumi, dalla fine del 1944 Commissario Politico al Comando Operativo della I^ Zona Liguria] di Imperia... Giuseppe Vittorio Guglielmo  [con il nome di battaglia di Vittò, ma anche Vitò o Ivano, dalla fine del 1944 comandante della II^ Divisione d'Assalto Garibaldi "Felice Cascione"]...
Negli anni fino al 1943 i gruppi antifascisti non ebbero una comune organizzazione...
l'organizzazione comunista era già efficiente...
quella del P.d.A. [Partito d'Azione] venne costituita ad Imperia verso la fine del 1942...
Le riunioni per riorganizzare i partiti antifascisti... dopo il 25 luglio 1943 [caduta di Mussolini] nonostante i... divieti del governo Badoglio.
Nell'agosto 1943 venne dato l'incarico al professor Strato di costituire il partito democristiano...
Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell'Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e della Storia Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945) - Tomo I - Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Facoltà di Scienze della Formazione, Corso di Laurea in Pedagogia - Anno Accademico 1998 - 1999
 
Dai centri di raccolta di Figueiras e di Albacete se ne arruolarono una dozzina di queste parti coi repubblicani spagnoli, entrando nelle brigate internazionali: quattro caddero subito in combattimento nei primi scontri contro i falangisti. Nel frattempo il professor Parodi spiegava filosofia in còcina ligure e trascurava le riforme di Bottai, - ma va a spigolare -; qualche altro rifiutava il voi dalla cattedra come Giraud galantuomo o la Biglia la Drago e la Giobbia sempre recidive e sempre sorvegliate per antifascismo schietto.
[...] Sempre in quei tempi la folla, che tanto numerosa non si era mai vista in chiesa, straripava dalla collegiata di San Giovanni a Oneglia, quando don Boeri arciprete faceva predicare, bene in vista dalle balaustre, Giorgio La Pira e don Primo Mazzolari. Erano delle occasioni eccezionali, e a sentirli ci andavano anche quelli che a messa non ci andavano mai, neppure alla festa grande.
Più in dentro, nei paesi di queste valli aperte ai venti e alla pioggia, coi sagrati frusti, gli oratori erano più duraturi delle palestre della Gil; tra questa gente povera e tenace, sopravvissero fabbricerie e confraternite, coi registri rilegati in pelle di capra e le loro usanze guai a toccargliele.
Fra Ginepro cappellano della milizia arringava roboante i legionari d'oltremare per la quarta sponda, alé alla conquista; ma loro non ci capivano un tubo infastiditi dal sudore e dalla acidità di stomaco, fumando le milit.
Luigi Gedda faceva il tenente medico a Campochiesa, era di complemento, e nel frattempo collaudava l'azione cattolica pacelliana nella cella campanaria del Sacro Cuore di Albenga incitando jodel jodel ju ..., che era il suo grido va a sapere alla montanara, come lo voleva lui.
Moriva nella sua Casa rossa, tra le essenze salmastre i pini silvestri e i riflessi grigioargentei del Capo Berta, il poeta dei bimbi Angiolo Silvio Novaro, quello del «Cestello», rinomato assaggiatore d'olio e compilatore del testo unico per la quarta elementare, tutti balilla.
Gli fecero un funerale solenne, come a Oneglia non ne avevano mai visto, con feluca e spadino di accademico d'Italia sul cofano. Tutte le scolaresche in divisa della gioventù italiana del littorio venivano dietro bene allineate e coperte; finché il gerarca mandato da Roma in camicia nera, rappresentando il duce al cimitero, fece il discorso e tutti dissero - presente.
Giovanni Strato si ripassava in solitudine i momenti forti della storia locale per riparlarne coi suoi studenti, e allevava antifascisti in cospirazione coi fratelli Calvini, poi coi Serra.
Alla sera di nascosto a poco a poco traduceva Hitler m'a dit e i discorsi di Churchill, che ricopiava a mano, facendone delle copie per distribuirle a suo rischio e pericolo.
Nella tabaccheria di Amoretti a Porto, dietro un paravento, sotto il naso dei poliziotti, si rimontavano tutte le volte che facevano di bisogno i pezzi del ciclostile della cellula.
Poi Castagneto Elettrico smistava le copie de l'Unità sottobanco senza farsene accorgere, e proprio lì a due passi dalla questura fissava gli appuntamenti interpartitici della cospirazione.
I giovani cresciuti in sacrestia con don Gerini don Vìcari e don Montanaro, mostravano ai passanti l'Osservatore Romano con sussiego; magari non lo leggevano neanche perché era difficile, ma lo mostravano dalla tasca della giacca. Lo tenevano con la testata bene in vista sulla crocera per cimentare i fascisti che passeggiando avanti indietro facevano i bulli; erano i tempi che Trucchi e Faravelli ci sguazzavano da marpioni col regime, cuccandosi gli appalti uno sull'altro in Africa Orientale e in Spagna, quando andavano o venivano immanigliati a generali gerarchi ispettori e affaristi, con tutto il bataclan dei maneggioni che gli stavano intorno.
Dicevano perfino di una volta, quando Franco fu alle strette senza soldi per qualche manrovescio marocchino che gli era capitato all'improvviso: allora invece di valuta gli esibì in pagamento un treno blindato con tutto il munizionamento e gli accessori giusti per farlo funzionare, tutto in regola.
Osvaldo Contestabile, Scarpe rotte libertà. Storia partigiana, Cappelli editore, 1982, pp. 11-13
 
Già prima dell'8 settembre 1943, Andrea [Giovanni Gilardi] è in possesso di un curriculum di lotta eccezionale.
Nato ad Oneglia il 24 giugno 1903, da Stefano e da Giuseppina Bonavera, a diciassette anni si trova impegnato nella lotta operaia per l'occupazione delle fabbriche. Nel 1923 passa tra i militanti del PCI. Il fascismo comincia ad imperversare; ma Gilardi non cede. Nel 1927 è inviato in Russia per compiervi degli studi presso una scuola di partito. Rientra nel 1930 per riprendere il suo posto di rischio nella trincea dell'antifascismo. Ma, nel frattempo, la polizia segreta, avendo identificato in lui uno dei più strenui combattenti sovversivi, pericolosi al regime, lo fa sorvegliare durante tutte le tappe del ritorno verso l'Italia attraverso l'Europa. Sicché, dopo alcuni mesi di vita cospirativa dal suo arrivo in Italia, viene arrestato a Treviso e sottoposto al giudizio del Tribunale Speciale Fascista che, con sentenza n. 7 dell'11 marzo 1931 (presidente Tringali, relatore Presti), gli commina la pena di dieci anni di carcere e tre di sorveglianza speciale. Per sopravvenuta amnistia, nel 1934 «Andrea» esce dal carcere di Civitavecchia. È sorvegliato, ma ciò non lo fa desistere dal suo impegno e rientra ad Imperia per riprendere l'attività cospirativa.
Dal sacrificio ultraventennale di Gilardi e di un buon nucleo di antifascisti imperiesi, sorgono feconde premesse anche nella nostra provincia per un'altra forma di lotta, ultima battaglia per chiudere il conto con la dittatura in Italia.
«Negli anni della clandestinità (1927-1943) hanno sempre funzionato delle cellule di fabbrica e di strada; numerosi sono stati gli arrestati, alcuni di essi confinati e condannati dal Tribunale Speciale. Questi precedenti spiegano perché fu possibile dar vita - successivamente - ad un forte movimento partigiano della zona». Sono parole di Gilardi che, come al solito, ricerca per ogni effetto la sua causa.
Giunge l'8 settembre 1943. La polizia va allo stabilimento Italcementi di Oneglia per arrestarlo, ma egli riesce a saltare il muro di recinzione, perché avvertito dai suoi amici operai. Si rifugia con Cascione in località Magaietto e, in un vecchio casone, nasce uno dei nostri primi gruppi partigiani.
Gilardi ha quarant'anni di vita e già ventitré anni di lotta!
Ora, la sua battaglia riprende sotto altre forme perché il popolo può imbracciare un fucile. La Resistenza richiede nuovi impegni e dà inizio a quella metamorfosi per cui cadono, come foglie secche sotto il soffio del vento autunnale, certe effimere impalcature e ne sorgono di più solide e resistenti. Sta morendo l'epoca del passa-foglietto e del tremebondo ed inutile sussurro antifascista.
Sono chiamati a raccolta i combattenti autentici e, tra essi, per primi, quelli dell'antica lotta, affinché consegnino e trasferiscano alle giovani generazioni il bagaglio della loro esperienza e del loro coraggio. Tra i primi organizza i nuclei armati della montagna. È con Felice Cascione, Giacomo Amoretti (Leonida), Nino Siccardi (Curto), Giacomo Castagneto (Elettrico), Giovanni Giuseppe Garibaldi (Biondi) nelle riunioni per la preparazione della lotta armata.  
Il  compito è gravoso, duro oltre ogni dire, rischioso.
A  fine settembre, giunge ad Imperia Giancarlo Pajetta (Nullo), vice comandante delle Brigate d'Assalto Garibaldi in Italia. Dopo una riunione in casa di Giacomo Castagneto, nel corso della quale è affidato a «Curto» il Comando dei GAP, Gilardi accompagna Pajetta in località «Cappelletta» del monte Acquarone dove, in un raduno dei primi esponenti partigiani, prende corpo l'inquadramento delle formazioni armate in distaccamenti dotali di comandanti e di   commissari.
Carlo Rubaudo, Storia della Resistenza Imperiese (I Zona Liguria) - Vol. II. Da giugno ad agosto 1944, edito a cura dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia, Imperia, Dominici Editore, 1992 

1945, Savona, Teatro Chiabrera - Primo Congresso Provinciale del P.C.I. - Al microfono Emilio Sereni, a fianco Giovanni Gilardi - Fonte: Quelli del P.C.I. Savona 1945-1950, Op. cit. infra

Il PCI, dotato di un’organizzazione ramificata in tutti i principali centri della Provincia di Savona, era indubbiamente la forza politica più pronta a suscitare e sostenere un movimento guerrigliero antifascista. Tra l’altro, due suoi esponenti, Amedeo Isolica e Libero Bianchi, avevano combattuto nella guerra di Spagna <50. Così, già in settembre, nuclei di militanti comunisti furono inviati in alcune località montane della provincia a formare le prime unità “ribelli”. Destinati alla montagna furono in particolare coloro che per noti precedenti politici non avrebbero potuto proseguire l’attività in città; tanto più che i fascisti avevano compilato un elenco di 200 “sovversivi pericolosi per l’ordine e la sicurezza dello Stato”, ed attendevano solo l’assenso del Comando tedesco per “impacchettarli” <51.
Incaricato di avviare alle basi di montagna i militanti comunisti era Giovanni Gilardi: egli impartiva loro le prime istruzioni, indicava le località “sicure” dove insediarsi, spiegava come mantenere i contatti. In tal modo una trentina di ex operai, ciascuno con 200 lire fornitegli dal PCI, salirono da soli o a piccoli gruppi verso i monti dell’entroterra <52. Furono quattro i nuclei partigiani a totale o prevalente orientamento comunista che si formarono in settembre nel Savonese <53. [...] Mentre i partigiani di montagna si riorganizzavano, [Savona ] il capoluogo visse pagine di storia fra le più tragiche. Il malcontento degli operai, mai sopito, riesplose nella seconda metà di febbraio 1944 con lo sciopero dei dipendenti della Scarpa & Magnano, indignati per i mancati aumenti salariali che pure l’azienda aveva promesso. Il sindacalista fascista D’Agostino, invece di placare gli animi, si schierò con la dirigenza, il che fece imbestialire gli operai. La vicenda si chiuse con quattro operai arrestati e molti altri minacciati: l’agitazione, prematura e isolata, era stata un fallimento, e la fabbrica non partecipò al grande sciopero del 1° marzo. Questo fu organizzato per tempo, a livello nazionale, in base alle direttive del Comitato Segreto di Agitazione per il Piemonte, la Liguria e la Lombardia, che per l’occasione aveva diffuso un manifesto rivendicativo. Proprio in vista dello sciopero, inteso più che mai come atto di guerra contro il fascismo, il 28 febbraio tornò a Savona Giancarlo Pajetta, il quale, stabilitosi in una casa di via Poggi insieme a Giovanni “Andrea” Gilardi (da dicembre segretario della Federazione savonese del PCI, in sostituzione di Libero Briganti aggregatosi ai partigiani imperiesi), organizzò l’agitazione inviando staffette nelle principali fabbriche cittadine.
[NOTE]
50. Badarello - De Vincenzi, Savona insorge, Savona, Ars Graphica, 1973, p. 54.
51. Ibidem, p. 62.
52. Ibidem, p. 62.
53. Per i gruppi e la loro dislocazione vedi Badarello - De Vincenzi, op. cit., p. 64; cfr. G. Gimelli, Cronache militari della Resistenza in Liguria, Farigliano (CN), Milanostampa, 1965-69, vol. I, p. 84
Stefano d’Adamo, "Savona Bandengebiet - La rivolta di una provincia ligure ('43-'45)", Tesi di Laurea, Università degli Studi di Milano, Anno accademico 1999/2000
 
Dal 1940 al 25 luglio 1943 gli antifascisti si fecero più numerosi, diventarono più attivi, e si formarono dei veri e propri gruppi clandestini tendenti deliberatamente ad abbattere il fascismo.
Lo scrivente, prof. Strato, come esponente dei gruppi da lui creati ed organizzati, già attivi nel 1940, e che comprendevano circa un centinaio di persone in Imperia e fuori di Imperia, venne a contatto con esponenti di altri gruppi e con altri antifascisti. In queste pagine si limiterà a ricordare qualche persona isolata e alcuni fra gli esponenti di gruppi che, durante la guerra o subito dopo, svolsero una certa attività o ebbero qualche mansione, mentre spera di potere essere più completo in un eventuale studio più ampio. Così vengono ricordati specialmente: l'ing. Vincenzo Acquarone, con gli Oddone Ivar e Bruno, con Eliseo Lagorio, con Todros Alberto, con Carlo Carli e con altri: il prof. Bruno Giovanni, con Ugo De Barbieri di Genova, con Gazzano Federico, col sergente Alfredo Rovelli di Sanremo, e con altri; il rag. Giacomo Castagneto; Felice Cascione; Magliano Angelo (residente a Milano); l'avv. Ricci Raimondo; i proff. Giuseppe Maranetto e Letizia Venturini; la prof.ssa Costantino Costanza (residente a Torino): i Calvini (Nilo e Giovanni Battista o «Nanni») di Bussana; Lorenzo Acquarone, di Artallo; Nino Siccardi (poi «Curto») *. Ognuna delle persone sopra ricordate, e altre collegate con esse, che non abbiamo potuto elencare perché nel presente volume è solo possibile accennare brevemente a questo argomento, avevano a loro volta una cerchia più o meno vasta di amici, ad essi uniti per lo stesso fine e con lo stesso ideale. I gruppi, per lo più, si tenevano in contatto per mezzo dei principali esponenti; e persone e gruppi costituivano una fitta rete cospirativa, che svolgeva un'attività particolarmente intensa.
Dei gruppi costituiti e diretti dallo scrivente fecero parte, fra gli altri, Enrico e Nicola Serra e Sergio Sabatini.
* Dietro invito di Magliano Angelo, fatto in una delle molte riunioni clandestine tenute in casa dell'Ing. Vincenzo Acquarone, alcuni di noi, fra cui lo scrivente, avevano prenotato e poi acquistato copia del volume «Presupposti di un ordine internazionale» di Guido Gonella, Edizioni <<Civitas Gentium», Città del Vaticano, 1942.
Giovanni Strato, Storia della Resistenza Imperiese (I^ zona Liguria) - Vol. I. La Resistenza nella provincia di Imperia dalle origini a metà giugno 1944, Editrice Liguria, Savona, 1976, ristampa del 2005 a cura dell’Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, p. 59
 
Nell’ottobre 1943 complessivamente il PCI nel circondario savonese ha una settantina di iscritti in città e nelle fabbriche <12, poco meno di quanti erano vent’anni prima quando il Partito era alla vigilia di entrare nella clandestinità, e non si hanno immediati miglioramenti nel reclutamento se nel novembre seguente gli iscritti al PCI a Savona e provincia sono ancora solo una sessantina, compresi fra gli sparsi in provincia quelli già in montagna nei primi gruppi di partigiani, ma nei mesi successivi la situazione migliora [...]
12 Riferisce il nuovo segretario federale Giovanni Gilardi che “… [nell’ottobre 1943] … Il Partito a Savona aveva mantenuto sino ad allora la caratteristica dei «pochi ma buoni», - Si contavano quindi poche decine di iscritti nei vari stabilimenti e in città. …” (GILARDI), ma sembra un po’ ottimistica la constatazione subito dopo che “… Un intenso lavoro di proselitismo aggregò al Partito alcune centinaia di iscritti, organizzati nelle fabbriche e in cellule di strada. …”, mentre “… [nell’ottobre 1943] Contemporaneamente i compagni rimasti in città, … dovevano superare molto spesso, nelle loro stesse file, un pericoloso settarismo che impediva lo svilupparsi dell’organizzazione e contro il quale furono emanate disposizioni …” (Relazione, p. 3), e “… L’attività politica di questo periodo si esplicò principalmente nel combattere il settarismo, …” (Sunto, p. 3); Giovanni Gilardi (Oneglia 24-6-1903 [Imperia], operaio, espatriato nel 1927 in Unione Sovietica da dove nel 1929 raggiunge la Francia per poi rimpatriare nel giugno 1930, “giovane pericoloso ed esaltato delle sue idee” arrestato a Treviso il 26-8-1930 quale corriere del PCI e per  organizzazione comunista, condannato l’11-3-1931 dal TS a 10 anni [condonati 2] di reclusione [a Civitavecchia], liberato il 25-8-1934 per amnistia <Af>; partigiano Andrea dal 1-11-1943) segretario della Federazione comunista savonese da ottobre 1943 (GILARDI, e Sunto, p. 3), sostituendo Libero Briganti, all’inizio di maggio 1944 (inviato al Comando della 6ª Zona ligure a Genova quale commissario e poi ispettore della Delegazione delle Brigate Garibaldi), sostituito da Raffaello Paoletti (SCAPPINI, p. 121) che nello stesso incarico sostituirà poi a metà febbraio 1945 (per essere nuovamente sostituito dallo stesso Paoletti da maggio a fine luglio 1945 quando ancora riassumerà l’incarico di segretario della Federazione savonese del PCI), e da metà aprile 1945 e nei giorni dell’insurrezione commissario della 2ª Zona ligure.
Guido Malandra (scritto nel marzo 2003), L'organizzazione comunista di base a Savona durante la Resistenza in (a cura di) Giancarlo Berruti - Guido Malandra, Quelli del P.C.I. Savona 1945-1950, Federazione D.S. Savona, 2003
 
Io mantenevo i miei contatti con Recagno, ma - se non ricordo male - a gennaio del ’44 prese direttamente contatto con me Andrea Gilardi nuovo segretario della Federazione (dopo lo spostamento ad Imperia di Libero Briganti) che riteneva opportuno un suo collegamento diretto con i giovani.
La nostra sede, che ospitava anche la tipografia che stampava il giornale oltre a molto altro materiale e cioè via De Mari 2/A era il luogo dove Gilardi veniva sovente ad incontrarmi annunciandosi con un particolare suono del campanello.
Un giorno, mi pare verso la metà di febbraio, venne Gilardi con un altro compagno che mi presentò col nome di battaglia (seppi dopo che era Giancarlo Pajetta) il quale mi chiese se poteva dare un’occhiata alla casa.
Guardò le varie stanze e poi mi disse che il P. preparava uno sciopero generale per i primi di marzo e se io ero d’accordo di fornire la base di collegamento, coordinamento e trasmissione notizie per quanto riguardava le fabbriche
nel Savonese. Dissi che avrei parlato con i compagni della segreteria del fronte e che pensavo non ci sarebbe stata difficoltà per una risposta positiva. E così fu.
Gilardi mi disse che Pajetta aveva studiato le vie di accesso (molteplici) per le staffette, giudicato positivamente anche l’ubicazione e la qualità dello stabile (in casa signorile). Si dovevano ospitare staffette eventualmente anche di notte; avere qualcosa da dar loro da mangiare, eventuali cambi d’abito, ecc. Gilardi mi disse che avrebbe provveduto per quanto necessario e, tra l’altro, mi portò 4 tessere del pane con i relativi bollini di prelievo. Sennonché mi accorsi che le tessere erano intestate e, fra le 4 intestazioni, vi era anche Carlo Aschero che io conoscevo da tempo perché, ben prima della guerra, andavamo a sciare assieme (e tra l’altro mi fece piacere apprendere che era dei nostri). Feci sparire le intestazioni (lamentando poi con Gilardi la grave violazione delle regole cospirative) ottenendo egualmente il pane con i soli bollini. Lo sciopero nel savonese andò bene e così anche in Valbormida nel Levante e a Ponente e l’andirivieni delle staffette fu enorme.
Giuseppe Noberasco, Il contatto con il Partito in (a cura di) Giancarlo Berruti - Guido Malandra, Quelli del P.C.I. Savona 1945-1950, Federazione D.S. Savona, 2003
 
Ebbi il mio primo vero contatto con il Partito Comunista all’inizio del 1944 quando incontrai Carlo Aschero che avevo già conosciuto alla “Scarpa e Magnano”. Dopo una lunga discussione sugli ideali del Partito e la lotta di liberazione dal fascismo, mi inserì a tutti gli effetti nell’organizzazione. Allora non vi erano tessere o organismi dirigenti come li conosciamo oggi. Il Partito non si vedeva, ma la sua presenza si sentiva ovunque, nelle fabbriche, come nei quartieri, in ogni comitato ufficiale o spontaneo lì c’era almeno un comunista. Il gruppo dirigente non si conosceva, ognuno di noi faceva capo ad un responsabile per una determinata mansione e aveva contatti solo con alcuni compagni, la rete complessiva era ignota. I dirigenti venivano spostati in altre città, ad esempio Andrea Aglietto fu mandato a Genova, mentre da Imperia venne a Savona Gilardi. Per contattarci avevamo parole d’ordine, si circolava per strada con segnali di riconoscimento, un giornale, una fascetta, un fiore erano la nostra carta di identità [...] E’ durante una perquisizione della milizia nella sede di Via Buscaglia che fui arrestato e portato nelle carceri di S. Agostino. Dopo questa avventura, su indicazione di Carlo Aschero, portai a compimento numerose missioni di varia natura sempre nell’ambito della Resistenza. Il primo contatto con Gilardi, dirigente comunista di Imperia, divenuto poco dopo la Liberazione Segretario della Federazione di Savona, lo ebbi in via S. Lorenzo, nel febbraio del ’45, quando oramai il clima della vittoria era nell’aria. Evidentemente era stato già informato della mia attività clandestina poiché dopo una breve chiacchierata mi disse: “Ernesto, dopo la Liberazione tieniti disponibile perché verrai a lavorare in Federazione”.
Edoardo (Ernesto) Zerbino (Testimonianza del 2 ottobre 2002) in Quelli del P.C.I. Savona 1945-1950, Op. cit.
 
Nella borgata di Né Murie, proprio nei giorni precedenti lo sciopero del 1° marzo ’44, aveva preso a funzionare una “stamperia” in una vecchia casa disabitata. La dirigevano due giovani, Carletto e Vincenzo Parodi. Gli attrezzi di lavoro, una macchina da scrivere, un vecchio ciclostile e materiale occorrente per le copiature erano tenute nascoste da una botola intagliata all’interno della casa. Si trattava dunque di un piccolo laboratorio, che per tutto il periodo della lotta partigiana passò inosservato. Le notizie qui arrivavano e da qui uscivano come copie, in abbondanza per poterle diffondere nelle fabbriche, nelle città e molte volte anche fatte recapitare ai partigiani in montagna <122.
Iniziava così un nuovo modo di reagire silenzioso, compatto, coinvolgente giovani, donne, famiglie intere. Il problema del momento era però anche quello di muovere le masse. Contro l’organizzazione militare fin troppo efficiente dei tedeschi e la brutalità dei loro fiancheggiatori fascisti c’era bisogno di una grande mobilitazione operaia e contadina.
L’organizzazione clandestina dell’intera provincia di Savona si era dedicata molto attivamente alla preparazione di un nuovo sciopero: collegamenti con altre province liguri, piemontesi e lombarde vennero anche faticosamente attivati e furono pure organizzate delle staffette tra le diverse fabbriche della provincia <123.
Tutti i partiti furono coinvolti; per il partito comunista ritornò a Savona il 28 febbraio del ’44 Giancarlo Pajetta che con Andrea Gilardi da poco segretario della Federazione provinciale diressero l’agitazione dall’abitazione di Via Poggi <124.
A Vado Ligure i preparativi per lo sciopero erano da tempo avviati: i Comitati di Agitazione di molte fabbriche, il Comitato di zona del PCI <125 e lo stesso C.L.N. di Vado 126 fin dai primi mesi del ’44 stavano mobilitando con ogni mezzo i lavoratori per metterli al corrente della situazione, per far loro conoscere i piani di intervento, e per spingerli alla lotta dall’interno delle fabbriche. Così in ogni centro industriale il 1° marzo del ’44 a livello nazionale ebbe inizio uno dei più imponenti scioperi generali.
Si trattava di un vero e proprio evento in Europa; nei “domini nazisti” non si era mai vista una prova di forza del genere e per Vado operaia si trattava di una dimostrazione politica di straordinaria efficacia.
Purtroppo l’organizzazione militare clandestina savonese non fu in grado di appoggiare l’agitazione dall’esterno, come invece era stato previsto. Savona scontava ancora le perdite per gli arresti subiti nei mesi di gennaio e di febbraio ’44 dei suoi uomini migliori <127 per cui non riuscì a creare i necessari diversivi per le forze nemiche. La reazione delle truppe fasciste e germaniche si trovò il fronte savonese spianato e poté quindi impiegare tutte le forze nei punti caldi delle agitazioni. Quasi tutte le fabbriche, quelle di Vado in particolare, subirono quasi nello stesso giorno rappresaglie durissime. Complessivamente gli arresti furono più di 40.
A Vado la ferocia nemica colpì subito i membri delle varie commissioni di fabbrica e molti lavoratori scioperanti.
[NOTE]
122 G. Saccone, La valle rossa, op. cit., p. 79
123 Testimonianza di A. Tessitore in arch. Badarello.
124 Testimonianza di A. Siccardi.
125 Testimonianza di P. Borra.
126 Testimonianza di P. Borra.
127 Cfr. Appunti di G. Amasio relativi ai primi mesi del ’44.
Almerino Lunardon, La Resistenza vadese, Comune di Vado Ligure, Istituto Storico della Resistenza e dell’età Contemporanea della provincia di Savona, 2005
 
«Menicco» [Giacomo Amoretti] è di quei combattenti che paiono scolpiti nella roccia, tanto duri da affrontare ogni tempesta. Ma il suo cuore è tanto tenero e sensibile verso la sofferenza e la giustizia da offrire argomento per la più sentimentale e commovente delle descrizioni.
Egli nasce a Oneglia da modesta famiglia di lavoratori (suo padre era il ben conosciuto calzolaio Lazzaro) il 9 giugno 1898. Studia e consegue il diploma di licenza tecnica. Giovinetto, entra nel movimento giovanile socialista, seguendo le idee del padre, iscritto alla sezione di Oneglia di quel partito fin dalla sua fondazione in seguito al Congresso di Genova del 1892. Dopo la scissione di Livorno, avvenuta com'è noto nel 1921, Giacomo Amoretti aderisce alla frazione terzinternazionalista finché, con l'avvento del fascismo e la promulgazione delle leggi eccezionali del 1927, aderisce al PCI.
Per tutto il periodo della dittatura, «Menicco» fa parte del Comitato direttivo del partito e tiene i contatti con i compagni comunisti della provincia di Genova, incontrandosi con Raffaele Pieragostini, e con quelli di Savona, soprattutto con Giuseppe Rebagliati (Pippo).
Nel periodo della guerra civile spagnola, egli è responsabile di un centro di smistamento dei volontari che si recano in Spagna per combattere a fianco del governo repubblicano. L'incarico presuppone non solo grandi pericoli, ma anche il possesso di notevoli doti di abilità cospirativa, ed il consenso di tutta l'organizzazione clandestina.
Giunge l'8 settembre 1943, e la lotta diventa oltremodo drammatica. La parola alle armi. Amoretti è uno degli animatori instancabili e porta un contributo inestimabile, sia per l'opera pratica, sia per la fiducia che la sua  calma sa ispirare.
È con Gilardi, Castagneto, Cascione: tutti insieme e con altri combattenti adattano l'organizzazione clandestina ai nuovi compiti, presupposto indispensabile per l'esistenza dei primi nuclei di patrioti armati sulla montagna. Nasce il primo gruppo; poi gli altri, tra mille fatiche, ma con progressione inarrestabile.
Carlo Rubaudo, Op. cit.
 

domenica 8 settembre 2019

La caduta della Repubblica Partigiana di Pigna

Pigna (IM) vista da Castelvittorio

Ecco una sua intervista [n.d.r.: di Lorenzo Musso, "Sumi", che, poco dopo gli avvenimenti qui narrati, divenne Commissario Politico al Comando Operativo della I^ Zona Operativa Liguria ]: «Ero al comando della Divisione Cascione, ero il Vice Commissario Politico. Il Curto [Nino Siccardi] mi disse: "Bisogna che andiamo a Pigna. È stata occupata dai nostri e bisogna andare a vedere come vanno le cose". Siamo partiti col Curto e giungemmo a Pigna e trovammo per primo Zoroddu con Carabalona [Stefano "Leo" Carabalona] e con Pagasempre [Arnolfo Ravetti] e lì sono venute le presentazioni. Anzi, devo rettificare. Pagasempre l'ho incontrato dopo. Dopo il primo contatto sono rimasto con l'incarico di organizzare una amministrazione politica comunale [...] In Pigna ho trovato forte collaborazione da parte di Carabalona, che aveva in quel tempo il comando locale. Ho cercato di organizzare, anche politicamente, una piccola repubblica. Memore del mio lavoro fatto nella Repubblica Catalana, in Spagna, mi impegnai subito [...] Abbiamo infatti avuto il caso di un processo a carico di marito e moglie, che facevano la spia ai tedeschi [...]». [...] I tedeschi, come vedemmo, si pentirono presto di aver abbandonato Pigna. I partigiani avevano occupato il luogo.
don Ermando Micheletto *, La V^ Brigata d’Assalto Garibaldi “Luigi Nuvoloni” (Dal Diario di “Domino nero” - Ermando Micheletto), Edizioni Micheletto, Taggia (IM), 1975
* ... Don Micheletto per tutta la guerra si adoperò per i partigiani, generalmente in contatto con i gruppi di Vitò, che accompagnò spesso nei loro spostamenti. Esplicherà la sua attività specialmente nell'assistenza e per captare messaggi radio. Giovanni Strato, Storia della Resistenza Imperiese (I^ zona Liguria) - Vol. I: La Resistenza nella provincia di Imperia dalle origini a metà giugno 1944, Sabatelli Editore, Savona, 1976
 
Sintomi di un ritorno offensivo tedesco non mancavano e il nostro SIM riceveva continuamente segnalazioni di spostamenti nemici intesi a preparare un vasto movimento contro di noi.
A fine settembre i presidi tedeschi di Isolabona e di Dolceacqua furono notevolmente rafforzati.
Vitò [Giuseppe Vittorio Guglielmo, già combattente nelle Brigate Internazionali a difesa della Repubblica Spagnola, organizzatore di una delle prime bande partigiane in provincia di Imperia, poi comandante di un Distaccamento della IX^ Brigata "Felice Cascione", dal 7 luglio 1944 comandante della V^ Brigata "Luigi Nuvoloni" della II^ Divisione "Felice Cascione", dal 19 Dicembre 1944 comandante della II^ Divisione] allo scopo di prevenire il nemico che sentivamo avrebbe presto scatenato un attacco in forze contro le nostre posizioni per tentare di ricacciarci verso l'alta montagna e disperderci, studiò un piano di operazioni che avrebbe dovuto sorprendere il tedesco nella fase preparatoria e ne avrebbe minacciato tutto lo schieramento sul fronte francese.
Venne dato ordine di rafforzare la zona. 
Mario Mascia, L'epopea dell'esercito scalzo, Ed. Alis, 1946, ristampa del 1975 a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia
 
Pilota
Carabalona Stefano ["Leo"], comandante in Pigna, memore dell'attacco per l'avviso di Pagasempre [Arnolfo Ravetti], aveva dislocato un distaccamento a presidio di Passo Muratone e lo aveva collegato a Pigna con una linea telefonica. Abile prudenza perché Pigna non fosse attaccata di sorpresa. A comandante commissario del gruppo aveva mandato un ex sottufficiale di aviazione, che per questo aveva assunto come nome di battaglia Pilota. Il gruppo, purtroppo, cederà alla pressione tedesca e provocherà l'inizio della perdita di Pigna.
Myria
La novella repubblica abbisognava di un intendente agli approvvigionamenti. Fu designato il maggiore Zoroddu, col nome di battaglia Myria. Già in diretto contatto con il C.L.N. della Riviera si dimostrò l'uomo più capace di provvedere tutto il necessario per le truppe e la popolazione. Lo troveremo più avanti e ne narreremo l'avventura.
Il Colonnello Marziano
Il comando di Pigna si arricchì anche di un consulente militare nella persona del Colonnello Marziano, senza incarichi precisi. Fu, veramente, un personaggio più decorativo che di attività. Celebrava le sue nozze in Pigna durante un attacco tedesco. Durante il rastrellamento finale sparì e non fu più visto tra le formazioni partigiane.
don Ermando Micheletto, Op. cit.

Nei primi giorni di ottobre del 1944 i tedeschi, puntando ad annientare la I^ Brigata d'Assalto Garibaldi "Silvano Belgrano" (più avanti questa Brigata venne accorpata nella Divisione "Silvio Bonfante") e la V^ Brigata "Luigi Nuvoloni", entrambe della II^ Divisione "Felice Cascione", comandata da Nino Curto Siccardi, profusero uno dei maggiori, per numero di uomini e vastità di azione, rastrellamenti nei territori dell'estremo ponente ligure, che prese il nome di "Pigna-Piaggia-Upega" dai nomi delle località interessate.
L'attacco aveva come principale obiettivo Pigna, che dal 18 settembre, grazie all'iniziale vittoria delle formazioni partigiane conseguita in seguito ad azioni che avevano avuto il loro culmine in data 29 agosto, si reggeva come Libera Repubblica Democratica.
I tedeschi provenivano in gran parte da Isolabona (IM). Erano fronteggiati dalle scarse armi pesanti a disposizione dei patrioti. Gli attaccanti intrapresero presto un intenso bombardamento. Dalle ore 17 del 5 alle ore 13 del 6 ottobre 1944 due batterie tedesche da 105/17, piazzate ad Isolabona, vomitarono nella zona oltre 500 proiettili... Nei due giorni successivi il bombardamento continuò.
Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell'Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945) - Tomo I, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1998-1999


Doria [Fragola Doria, Armando Izzo, capo di Stato Maggiore della V^ Brigata, da dicembre 1944 comandante della V^ Brigata] venne inviato a Pigna con la squadra di mortai da 81 e da 45, comandata da Leo il mortaista [Vittorio Curlo, comandante del IX° Distaccamento della V^ Brigata, in seguito capo di Stato Maggiore della II^ Divisione], in modo che il centro della nostra linea formasse un baluardo formidabile e desse la possibilità alle ali di agire senza la preoccupazione di essere tagliati in due tronconi.
Rinforzata così la difesa di Pigna, iniziammo le nostre azioni offensive condotte contro la media e bassa Valle del Nervia e contro la Valle del Roia, che, con la grande rotabile che l'attraversa, rappresentava l'unica via di rifornimento per le truppe tedesche attestate nel versante della valle stessa...
Durante tutto il 7 ottobre [1944] la calma regnò assoluta...
Durante la stessa notte il nemico si pose in movimento.
Una massa imponente di nazifascisti veniva scagliata contro le nostre posizioni con l'evidente  intenzione di disperderci e annientarci con un vasto e ben congegnato movimento concentrico su Pigna.
Gli informatori giungevano uno dopo l'altro in rapida successione con notizie sempre più gravi. Il nemico muoveva le sue colonne da tutte le direzioni. Da Rio Bonda, da Isolabona, da Monte Olivastro, da Monte Altomoro, da Saorge salivano i soldati di Hitler, ebbri di stragi, avidi di bottino.
Ben presto  le armi entrarono in azione. Mortai,  mitragliatrici,  mitragliatori, ta-pum, era  un  coro infernale  di gniaulii, sibili, scoppi.
Pigna sembrava essere diventata una bolgia infernale. Gli abitanti terrorizzati cercavano rifugio nelle cantine o fuggivano fra i boschi. La morte era ovunque: su di noi, intorno a noi.
Si resisteva. Al fuoco rispondemmo col fuoco, alle urla degli assalitori facevano eco le nostre libere, entusiasmanti canzoni.
A mezzogiorno una colonna nemica superando una nostra posizione avanzata s'infiltrava fra le nostre linee principali tentando di spezzarle, isolarle e infrangerle.
Si combatteva da ore con disperato furore; mancava il cibo, l'acqua  scarseggiava, le munizioni erano quasi esaurite.
I comandanti, cupi in volto, passano di postazione in postazione per rincuorare gli uomini sotto il grandinare dei proiettili.
Ma era evidente, ormai, che la posizione si rendeva insostenibile.
Poco dopo le dodici si iniziò il lento ripiega mento sulla  linea Carmo Langan - Grai - Cima Marta.
A Pigna restava ancora il centro dello schieramento che continuava a combattere con incrollabile fermezza trattenendo il nemico, in modo da permettere al grosso lo sganciamento.
Verso le 15 il distaccamento Doria con dodici uomini scarica un'ultima volta le armi contro il nemico ormai irrompente e lascia il paese ritirandosi lungo la mulattiera che da Croce di Campo Agostino conduce a Prealba ed a Breggio.
Il grosso dei nostri era ormai in salvo, mentre i tedeschi avevano occupato Monte Vetta, San Sebastiano, Gola di Gouta e Passo Muratone.
Il comandante Doria col suo distaccamento giunse a Croce di Campo Agosti­no mentre la sera, una triste, cupa sera, scendeva. Piovigginava. Strati di nebbia velavano a tratti la china dei monti avvolgendo i nostri uomini. Il silenzio, dopo il fragore della battaglia, sembrava più profondo e v'era in esso qualcosa di terribile e pauroso...
Mario Mascia, Op. cit.

Dopo l'arrivo di ulteriori forze nemiche dalla Francia, i garibaldini si sganciarono verso Carmo Langan [località di Castelvittorio (IM)] e Cima Marta.
Fino al 18 ottobre si protrasse il rastrellamento, che costrinse gli uomini della I^ e della V^ Brigata a riparare in Piemonte.


I partigiani riuscirono, non senza subire pesanti perdite, a sganciarsi attraverso il Passo del Bocchin d'Aseo, oltrepassando il Mongioie, trasferendosi a Fontane, Frazione di Frabosa Soprana (CN), in Piemonte.
Pigna venne così persa dai partigiani. I tedeschi procedettero all'ormai consueto e tristo rito di incendiare e razziare.
I tedeschi, ritenendo fondata l'ipotesi di un imminente sfondamento anglo-americano sulla frontiera italo-francese, intrapresero anche la costruzione di una seconda linea difensiva, per realizzare la quale fu reclutata parte della popolazione, che malvolentieri assolse a questo onere, al punto che "i tedeschi decisero di inviare 300 persone a Verona con l'intento di internarli in Germania".
Rocco Fava, Op. cit.

[...] Cima di Marta, con l'incarico di stare di vedetta per controllare che non arrivassero tedeschi dalla Val Roia. Là rimasi fino al rastrellamento dell'8 ottobre [1944], quando Langan fu di nuovo occupata e noi dovemmo ritirarci a Piaggia (CN), poi alle falde del Mongioie, in Piemonte. Alla fine di ottobre attraversammo il Mongioie con tre metri di neve e raggiungemmo Fontane di Frabosa [Soprana (CN)], dove restammo per circa un mese; poi il 22 novembre il distaccamento si sciolse e il comandante Mosconi [Basilio Moscone Mosconi, comandante del II° Battaglione "Marco Dino Rossi" della V^ Brigata] ci disse di tornare a casa: eravamo poche decine di combattenti, l'inverno era alle porte, faticavamo a trovare da mangiare e non saremmo stati in grado di sostenere uno scontro con truppe regolari...
Stefano Rodi Millo [più conosciuto come Mario] in Marco Cassioli, Ai confini occidentali della Liguria. Castel Vittorio dal medioevo alla Resistenza, Comune di Castel Vittorio, Grafiche Amadeo, Chiusanico (IM), 2006

Mi rivedo sotto U baussu de Paulin in folto gruppo di fuggitivi... c'è il vecchio Parroco, là in un angolo, che prega col suo breviario in mano... vedo mia madre che, con un filo di voce misto a pianto, mi raccomanda: Per nessun motivo non venire a casa; i tedeschi ti cercano; anche se gli altri tornano, tu non venire finché non vengo io a chiamarti - sei stato notato sulla piazza di Pigna in un gruppo di partigiani. Dettandomi questo messaggio, si era portata la mano alla bocca come nei momenti solenni di giuramento... Attorno le orde nazifasciste stanno portando ancora fame e morte... Voci confuse e contradditorie ci parlano di sbarchi vicini, di fuga e di liberazione... La voce di Radio Londra, sentita ormai a pieno volume, ci conferma che siamo liberi... Con la seduta del 6 maggio 1945 praticamente cessava il Consiglio della Repubblica di Pigna anche se a pochi giorni di distanza abbiamo dovuto ribadire che la nostra libertà si chiama Italia...
Don Guido Pastor in Osvaldo Contestabile, La Libera Repubblica di Pigna, ed. Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia, 1985

Luigi mi ha raccontato l'avventura di Nikolaj, prigioniero guerra russo [...] «[...] Poi sono arrivati i tedeschi a occupare Rocchetta.[...] Non c'era più nessuno in paese, quelli erano rimasti perché c'era il ragazzo ferito. Credevano fosse un partigiano ferito. In paese i tedeschi dicevano di comportarsi bene che loro avrebbero fatto altrettanto. C'erano dei prigionieri russi, i tedeschi se li portavano dietro. Loro avevano sempre intenzione di andare in montagna con i partigiani. Noi eravamo un po' titubanti a credergli, perché non sapevamo se lo dicevano per scoprire qualche spia; poi invece ho capito che erano veramente decisi di andare via. E difatti una sera vado lì, perché erano in casa mia, in una camera lì di mio padre, e m'han dato un po' di sigarette e han detto: “Stanotte noi partire con i partigiani”. E difatti il mattino erano partiti. Ce n'era una dozzina di prigionieri russi. Erano andati per il sentiero dopo la chiesa di San Bernardo e lì alla chiesa i tedeschi ne hanno ucciso uno. Alla chiesa c'era una sentinella dei tedeschi; uno dei russi è morto, ma gli altri ce l'han fatta. Sono andati su e si sono incontrati a Pigna con i partigiani, perché allora i tedeschi non c'erano a Pigna. Poi i tedeschi sono tornati con i rinforzi e hanno cacciato i partigiani da Pigna [...] C'era anche la canzone: “Addio Pigna bella / mia dolce cara e pia / i partigiani scacciati dai tedeschi / i partigiani van via”, ma la canzone diceva che i partigiani sarebbero tornati ancora. Dopo un periodo ero sul sentiero per Gouta a far della legna e ho incontrato uno di quei russi scappati quella notte. Lo conoscevo perché andavo da lui tutti  i giorni: voleva che gli spiegassi un po' come si chiamavano le cose in italiano. Ho visto un uomo lontano trecento metri, aveva un fucile sulle spalle, e mi sono detto: “Mi sembra Nikolaj”. Come lo incontro mi dice: “Ciao Luigi, ciao, adesso hai capito che era vero: sono fra  i partigiani”, parlava un po' italiano. Poi in un'imboscata i tedeschi lo hanno fatto fuori. Ventidue anni aveva». L'incendio dei nazisti, i ribelli sulle montagne, la repubblica partigiana di Pigna: i ricordi sembrano ombre cinesi turbinose, un tramestio di voci appena udibili su un palco in penombra. Desidero assistere allo spettacolo del ricordo nell'attimo che precede l'intervento dell'intelligenza storica, ordinatrice. La figura del russo, morto da settant'anni, è pallida ma viva: mi chiedo se qualcun altro - altrove, lontano - conservi ancora l'immagine di Nikolaj.
Francesco Migliaccio, Ombre e passaggi fra Nervia e Roja (Prodotto nell'ambito del progetto "Sulle tracce di Francesco Biamonti: percorsi creativi tra San Biagio della Cima e le cinque valli del Ponente Ligure". A cura del Centro di Cooperazione Culturale. In collaborazione con l'Unione Culturale Franco Antonicelli, la Fondazione Dravelli, e gli Amici di Francesco Biamonti. Con il contributo di Compagnia di San Paolo e Fondazione Carige) in L'Indice dei Libri del Mese