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domenica 28 dicembre 2025

Ma ogni volta da Pigna li respingono con la fucileria in postazione finché c'è chiaro

Pigna (IM). Sullo sfondo Castelvittorio

«Vittò» [Giuseppe Vittorio Guglielmo] ed i suoi collaboratori, preso fiato, progettavano la conquista di Pigna, tenuta da circa un centinaio di nazifascisti accampati nella caserma Manfredi. Tale presidio ostacolava i movimenti delle formazioni garibaldine che controllavano larghe zone e paesi in tutte le vallate occidentali della provincia. D’altronde, tale centro rivestiva grande importanza anche per il Comando tedesco, il quale intendeva avere libero transito per le sue truppe in quelle zone di frontiera con la Francia.
I Tedeschi però sono indotti ad abbandonare la zona di Pigna non ritenendosi in grado di approntare sul luogo una linea difensiva consistente. I partigiani che, come visto in precedenza, già avevano progettato l’attacco a Pigna, si trovano il paese nelle mani.
Quando i Tedeschi vengono a conoscenza che la colonna anglo­americana non mostra intenzione alcuna di proseguire l’avanzata verso il territorio italiano, si pentono dell’errore di valutazione commesso e tentano la riconquista di Pigna. Ma, ormai, ci sono i partigiani e si accorgono quanti uomini e mezzi e sforzi necessiteranno per fiaccare la resistenza di «un pugno di disperati», per usare l’espressione del capitano Morton precedentemente citata.
Da quel povero ed eroico paesello, trovato in fiamme da Marco Dino Rossi (Fuoco) dopo la fuga tedesca, si costruirà una forza di resistenza degna d’ogni memoria.
Corre il 29 agosto del 1944. Entrano in Pigna i distaccamenti garibaldini e si incontrano con la popolazione. Nasce, ancora una volta, il binomio indistruttibile, popolo e partigiani e, da esso, la «Libera Repubblica di Pigna».
Liberi amministratori, cariche pubbliche assegnate ai più degni rappresentanti del popolo, deliberazioni democratiche, giustizia sociale, contributo alla difesa di questa grande conquista.
È formata una giunta comunale di civili e di partigiani che, ogni giorno, si riunisce e prende le decisioni: ordine pubblico, controspionaggio, requisizione di viveri o materiale illecitamente asportato dai magazzini del disciolto esercito italiano. Il tutto è distribuito alle famiglie più indigenti del luogo.
Il comandante «Vittò», che dà le disposizioni generali, e Lorenzo Musso (Sumi), inviato dal «Curto» [Nino Siccardi, a quella data comandane della II^ Divisione Garibaldi "Felice Cascione"] a Pigna, sono combattenti abili. Ma, nell’occasione, possiedono un pregio in più: l’esperienza comune della precedente lotta antifranchista consumata in Spagna […]
Carlo Rubaudo, Storia della Resistenza Imperiese (I Zona Liguria) - Vol. II. Da giugno ad agosto 1944, edito a cura dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia, Imperia, Dominici Editore, 1992, p. 373

L'idea dei partigiani è di far credere che il mortaio è nella posizione numero 6, e invece no che non c'è, essendo un trucco. Invece spara dalla posizione numero 5 con le granate ben nascoste di modo che i tedeschi quando rispondono sbagliano il bersaglio. È una idea che viene a Leo [Vittorio Curlo], comandante dei mortaisti di Vittò nella battaglia di Pigna e i tedeschi non lo scoprono il trucco, macchè. A Pigna sotto il Torraggio c'è una forte concentrazione di partigianeria famosa nei dintorni fino in Francia da una cresta all'altra; è da lì che le bande si diramano anche nelle altre valli e al di là del confine, fino al maquis. I tedeschi non lo scoprono il trucco anche se indagano da tutte le parti per sapere com'è che sti contadini barbari li fregano fin qui sul confine italo-francese: eppure non gli sembra vero che dei paesani ignoranti di queste parti così lontane, li prendano in giro in questo modo così poco militare. Ma lo sanno da un pezzo eccome che Pigna la prenderanno soltanto se prima ci spareranno dentro ben bene coi cannoni distruggendola al completo, e se poi ci andranno addosso tutti insieme con tutte le forze concentrate e coi rifornimenti pronti, bruciandola. Altrimenti no. 
A dirlo adesso così e così e di su e di giù, uno non se lo crede com'era a quei tempi sta faccenda di Pigna con la gente tutta d'accordo insieme coi partigiani. 
Era una idea molto precisa sempre la stessa e per tutti sempre eguale che ciascuno se l'era ficcata bene in testa per conto suo, e lì c'era rimasta ben collocata. Il fatto sta che in questo paese guerreggiando così è proprio la gente chissà come grumo contadino tra pietre dure d'arcata e ciottoli di sagrato, a dire di no. "Piuttosto vivere tutti da ribelli, oppure morire tutti insieme in libertà, ma non mollare mai per nessun motivo al mondo" pensano a Pigna. "Chi toca in, toca titi" dicono a denti stretti i paesani compesandosi persin le sillabe; calcandosi il berretto di traverso. 
E dunque soltanto con tutto l'armamentario e la forza concentrata e le cannonate da tutte le parti i tedeschi prenderanno Pigna, altrimenti no. Ma anche se la prenderanno, questa loro idea ficcata dentro ci resterà sempre nella testa della gente da non potersela più togliere. Ci resterà sempre voglio dire anche coi tedeschi in casa a pestarci sopra scarpentandoli. 
Nel frattempo che la gente spara qua e là per la valle [ai primi di ottobre del 1944], gli anziani si mettono d'accordo tra loro e poi decidono di farsi in conto proprio una repubblica. Così fanno come se la sentono d'istinto una libera repubblica riparata a nord dal Torraggio che non lascia passare i venti e la tormenta, ma riparata anche a sud da due postazioni sempre all'erta al di qua e al di là del torrente che non lasciano passare i tedeschi manco a morire. 
I partigiani ne discutono con la gente di questa libera repubblica come l'avevano fatta lì per lì tutti d'accordo e ben precisa; poi gliela approvano quando vedono che funziona proprio sul serio dentro e fuori della valle.
Glielo certificano come qualmente è da riconoscersi a tutti gli effetti contro i nazifascistí in tempo di guerra e in tempo di pace per tutti i dintorni e anche più in là. 
Lo scrivano della V brigata sotto il documento nel registro del Comune ci mette il visto col timbro di Garibaldi bello chiaro; Vittò, che qui lo sanno tutti è il capintesta, lo legge e dice che non ci manca niente: ce ne fossero delle altre così, che va tutto bene altroché. In questo modo si fanno tra loro questa repubblica democratica riconosciuta per tutti gli affari ordinari e straordinari come si presentano di volta in volta. 
Il fascismo prepotente invece si incattivisce di più tutto all'intorno da una volta all'altra con le rappresaglie all'ingrande, e chi se ne frega: così adesso succede che la gente di Pigna e degli altri paesi vicini è gente più importante siccome decide in segreto le faccende che contano a monte e a valle, come si devono fare nell'interesse di tutti. Sono gli uomini al pascolo con le mandrie o nei boschi a far la legna, a decidere; sono le donne a raccogliere castagne o a impastare nella madia farina per il pane; sono tutti insieme con le postazioni dei mortai nei punti giusti, che decidono discutendo per il meglio ma dopo aver cacciato i tedeschi coi fascisti tutti insieme dalla valle, Prima no. Anche gli altri nei paesi vicini fanno lo stesso sotto il Torraggio che li ha sempre riparati dai tempi antichi facendogli barriera, soltanto così e basta. 
In questa repubblica funzionante ogni borgata ci manda il suo uomo al posto giusto di governo con l'incarico per ciascuno conforme al partito d'idea, se ce l'ha; e cioè come se la sente per conto suo; ma quando poi di tanto in tanto devono trattare col Prefetto, ci mandano il Podestà che figura vero per il fascio con tutte le carte in regola e ubbidiente, invece è sempre uno di loro fidatissimo che fa finta soltanto per la burocrazia. Governando come si deve da galantuomini, le delibere le rispettano trascrivendole ad una ad una in calligrafi, per esporle all'albo pretorio. 
Il registro apposito con le firme originali però se lo tengono ben nascosto non si sa mai.
Cosicché il prete che ce l'ha in consegna all'ultimo riesce a salvarlo quando ormai il paese comincia a bruciare e i tedeschi con gli ostaggi ci sono già dentro nei vicoli a rapinare casa per casa; lo seppellisce che nessuno se ne accorge per conservarlo come prova; e dimostrare in questo modo nero su bianco come è fatta veramente questa gente: come è fatta voglio dire coi nomi e coi cognomi dentro nel paese o fuori col mortaio o nascosta nelle tane, la gente di Pigna quando vive in libertà o quando vive in prigionia. 
I distaccamenti partigiani di protezione se li mettono tutti davanti e all'ingiro nei posti buoni; da lì mandano le pattuglie a Gola Gouta e al passo Muratone perché di là c'è sempre pericolo mentre i tedeschi accainati rifanno i ponti verso Isolabona per venirci sotto. 
Ma ogni volta da Pigna li respingono con la fucileria in postazione finché c'è chiaro; poi alla sera si mette a piovere sempre più fitto. Allora i tedeschi idrofobi ci scaraventano sopra l'artiglieria pesante che dura anche tutto il giorno dopo sulle case e tutto intorno; finito il bombardamento le staffette tornano per dire che i tedeschi risalgono la valle, schierati a ventaglio. 
Così quando sta trucchi arrivano proprio a tiro negli orti sotto il paese, sparano ancora tutti gli uomini insieme dalle case ricacciandoli un'altra volta nel torrente in baraonda: ce li ricacciano con le casse di granate che poi di notte se le vanno a prendere per adoperarle quando gli faranno bisogno. 
Durante la tregua, subito dopo le sparatorie, siccome anche i tedeschi sono stanchi, finalmente fanno passare la missione alleata che era lì ad aspettare per sconfinare in Francia. Qui succede perdio che non ci possono piú stare veramente questi ufficiali in divisa sempre in attesa che finiscano chissà come le sparatorie; è pericoloso con la fretta tra i calcinacci e gli spari dentro i vicoli in traffico di uomini, a spingere il mortaio dalla postazione civetta a quella buona, e dunque bisogna andarsene presto; intanto, eccome che adesso col telefono da campo glieli dicono giusti agli inservienti i dati di tiro sui tedeschi. Coi mortai sparano sul monte Vetta in sequenza regolare colpi contati, poi tacciono per lasciare rispondere i tedeschi fuoco lungo e tutto insieme, ma sbagliato. Ricominciano da capo sempre piú precisi finché centrano in pieno la batteria principale: così di quei tedeschi prepotenti là col cannone sempre in funzione adesso non se ne parla piú. 
Osvaldo Contestabile, Scarpe rotte libertà. Storia partigiana, Cappelli editore, 1982, pp. 92-94

venerdì 26 maggio 2023

Arrestato il 22 aprile 1944 a Pieve di Teco con un altro dalle SS tedesche

Pigna (IM)

Al posto di sbarco di Voltri arrivava nel febbraio del ’44 [il 1° febbraio] una prima missione capitanata da un certo Siro [Cavallino Italo, tenente del genio guastatori] con un istruttore di sabotaggio portante il nome di Annibale [Bellegrandi Nino, sottotenente di artiglieria] (che fu poi fucilato dalle S.S. [a Cravasco]) e dal R.T. Biagio [Balestri Secondo, sottocapo r.t.]. Siro e il R.T. furono avviati nella zona di Mondovì e messi a disposizione della organizzazioni partigiane del Basso Piemonte alle dipendenze dell’ufficiale di collegamento responsabile di zona Repetto; l’Annibale tenuto a disposizione ed utilizzato in vari settori (anche a Genova città) come istruttore di sabotaggio. La missione era denominata LLL2-CHARTERHOUSE, proveniva da Bastia con un MAS italiano e operò, fino all'arresto di “Siro” avvenuto il 13 marzo 1944, comunicando alla base informazioni per i lanci di rifornimenti alle formazioni operanti in Val Pesio, Val Ellero, Val Corsaglia e Val Casotto. “Biagio” fu arrestato il 22 aprile, fu costretto con le minacce e le torture a trasmettere alla base false notizie date dai tedeschi, ma riuscì a cambiare alcuni gruppi cifrati ed a far capire, in questo modo, di essere in mano delle SS. Riuscì a fuggire il 31 luglio e a riprendere contatto con i partigiani garibaldini operanti nella zona nord della provincia di Imperia. Verso la metà di settembre [nd.r.: in effetti, ai primi di ottobre 1944, previa consultazione con i partigiani della Divisione Cascione, che stavano difendendo la Libera Repubblica di Pigna e che aiutarono quella missione, accompagnata anche da altri partigiani del Cuneese e da piloti ed avieri alleati, sfuggiti ai tedeschi, il cui capo, Lees, preferì per arrivare alle linee amiche procedere a dividerla in tre gruppi, che seguirono tre diversi itinerari], attraversò il confine con la Francia insieme al capitano Michael Lees, comandante della missione FLAP2-BARSTON, e da Avignone, in aereo tornò a Bari il 15 settembre 1944. A Balestri è stata conferita la Medaglia d’argento al valor militare…
Antonio Martino, L’attività di intelligence dell’Organizzazione OTTO nella relazione del prof. Balduzzi, pubblicato su Quaderni savonesi. Studi e ricerche sulla Resistenza e l’età contemporanea dell’
Istituto storico della Resistenza e dell’età contemporanea della Provincia di Savona, n. 24, Savona, 2011
 
Giorgio, Giorgio I, poi Cis, Alpron a dicembre 1943 fu presente ad Alto (CN), in quanto attivo nei collegamenti con Mauri, Enrico Martini, con il servizio Lanci dell'Organizzazione "Otto". Passò, poi, a militare nelle formazioni garibaldine della I^ Zona, nelle quali diventò in seguito capo di Stato maggiore della  I^ Brigata "Silvano Belgrano" della VI^ Divisione "Silvio Bonfante". Giorgio Caudano ha rintracciato presso l'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia due relazioni scritte a suo tempo da Giorgio Alpron, una in particolare molto dettagliata sulla Missione Otto: in quest'ultima emergono soprattutto tracce inedite sulla fine dell'organizzazione Otto: "[...] gli Alleati questi pretesero da 'Amilcare' informazioni militari e ferroviarie ma gli inibirono di interessarsi ai collegamenti Partigiani con nostro mezzo, benché li avessimo fatti avvertire della nuova situazione, dell'arresto di 'Biagio' [Secondo Balestri]". Nella testimonianza di Balestri, che era riuscito a fuggire dall'ultima sua prigionia, a raggiungere i garibaldini della I^ Zona Liguria che avevano in quel periodo liberato Pigna e ad aggregarsi all'esfiltrazione in Francia del gruppo del capitano Lees, si può, invece, leggere: "del tradimento di Pagani, Di Fiori e Cottini [...] mentre Silvia Roggero lasciò Genova con me solo in Agosto [del 1944] quando l'assoluta inutilità di ogni mio tentativo di ulteriori collegamenti con gli Alleati, ormai compiuti da solo perché anche Lodigiani era stato arrestato, mi convinsero a lasciare il lavoro clandestino per riprendere il mio posto fra i Partigiani della 1° zona operativa in Liguria [...]".
Adriano Maini
 
In arrivo - LLL 2 N. 26 - Da comando valle Pesio alt Avevamo chiesto che Biagio [Secondo Balestri] rimanesse con noi per evitare che con l'eventuale ritorno di Siro fosse trasferito in altro luogo alt Il posto più sicuro per lui et radio est qui in alta montagna inaccessibile ed ben protetto dalle nostre forze ormai ben armate et munizionate in seguito vostri preziosi lanci alt Sarebbe grave imprudenza viaggio di Biagio at Genova così pure sarebbe assai pericoloso in questo momento eseguire trasmissioni da altro luogo alt. Vi facciamo presente che pur essendo in alta montagna et per mezzo del nostro servizio informazioni potrà ancora rendervi prezioso servizio alt Dateci conferma se autorizzate sua permanenza qui alt Comando Valle Pesio alt. Ricevuto il 29 marzo 1944. NOTA del Capo-sezione: Consigliamo aderire - Preghiamo sempre che banda garantisca incolumità stazione non impegnando combattimento.
In arrivo - LLL 2 N. 28 - Da Comando Valle Pesio alt. Siamo ancora bloccati ma il nemico non osa attaccarci alt Continuiamo la preparazione difensiva alt Abbiamo avuto due scontri di pattuglie quattordici feriti al nemico alt Patrioti... un ferito alt Ricevuto lancio ringraziamo sentitamente abbiamo recuperato trentasette casse di viveri alt Vi preghiamo mandarci gallette scatolette carne duecento gavette inglesi cento zaini da montagna due mortai munizioni per mitragliatrice Bren razzi rossi et verdi cinque radio Wirelesse n. trentotto MK due et venti pile ricambio alt Banda Valle Grana chiede lancio urgente alt messaggi positivo "La terra est gelida" alt Negativo "La stufa fa fumo" alt Biagio. Ricevuto il 31 marzo 1944. NOTA del Capo-sezione: Bravo questo ragazzo ["Biagio", Secondo Balestri]
trascrizione di messaggi cifrati della missione CHARTERHOUSE (LLL 2) in Claudia Nasini, Una guerra di spie. Intelligence anglo-americana, Resistenza e badogliani nella sesta Zona operativa ligure partigiana (1943-1945), Tangram Edizioni Scientifiche, Trento, 2012
 
Nella ritirata raggiungemmo Upega, Salse, Valcona, Piaggia e Mendatica, dove tentai inutilmente di collegarmi con la base, posta la radio in una casa del paese. Il capitano Cosa divise il resto della banda in varie squadre e le inviò verso le Langhe dove operava il maggiore Mauri.
Dopo aver nascosto la radio ed i cifrari, il capitano Cosa, un suo uomo di fidcia, certo Gabriele ed io decidemmo di raggiungere Genova per rintracciare qualcuno dell'Organizzazione Otto ed Annibale.
In corso Buenos Ayres incontranmmo un certo "Giorgio [n.d.r.: verisimilmente il già citato Giorgio Alpron], scampato alla cattura, il quale ci consigliò di ritornare a recuperare la radio e continuare la trasmissione in luogo sicuro di sua conoscenza.
Il 20 aprile 1944 partii con Gabriele per Mendatica, da dove avrei dovuto trasmettere un messaggio scritto da Giorgio stesso.
In una casa ai "Ponti" di Pornassio (Imperia) tentai il collegamento senza riuscire a captare nulla. Pazienza! Ripartimmo a piedi, sempre io e Gabriele, per Albenga, dove il martedì mattina in stazione ci doveva atttendere Giorgio per condurci nel luogo sicuro cui aveva accennato.
Arrivammo a Pieve di Teco che imbruniva e prendemmo alloggio all'albergo "La Pace". Un delatore ci tradì e, mentre ci stavano appisolando in camere diverse, sentimmo aprire la porta e l'intimazione di "mani in alto". Era il maresciallo dei carabinieri, accompagnato dalla spia e da quattro carabinieri, tutti armati.
Secondo "Biagio" Balestri, La missione in valle Pesio 

"Biagio", arrestato il 22 aprile 1944, fu costretto con minacce e torture a trasmettere alla base false notizie date dai tedeschi, ma riuscì a cambiare alcuni gruppi cifrati e far capire, così, di essere in mano alle SS. Riuscì a fuggire il 31 luglio 1944 e a riprendere contatto con patrioti garibaldini operanti nella zona nord della provincia di Imperia. Verso la metà di settembre attraversò il confine con la Francia insieme ad un ufficiale inglese e da Avignone, in aereo, tornò a Bari il 15 settembre 1944 [n.d.r.: sulla data del rientro di Balestri vedere nostra precedente nota].
Claudia Nasini, Op. cit.

Il 29 settembre [1944] partiva pure Secondo Balestri (Biagio), unico salvatosi di una missione alleata denominata Charterhouse LLL 2, destinata alla Riviera Ligure di ponente ed al basso Cuneese che, partita il 15 gennaio 1944 da Brindisi, sbarcata sulla costa con mezzi navali, composta dai militari Italo Cavallino (Siro), Nino Bellegrandi (Annibale) e dal suddetto Balestri, dopo varie peripezie venne annientata. Biagio, arrestato il 22 aprile 1944 a Pieve di Teco con un altro dalle SS tedesche per delazione di un certo Santacroce, e torturato, fu costretto a trasmettere alla sua base messaggi preparati da un ufficiale tedesco di nome Reiter. Poi il 31 luglio riuscì a fuggire e a rifugiarsi presso il comando della V^ Brigata [“Luigi Nuvoloni” della II^ Divisione “Felice Cascione“] a Pigna, dove rimase fino al 29 di settembre). Francesco Biga, Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria), Vol. III., ed. Amministrazione Provinciale di Imperia, 1977

Il maresciallo Reiter apparteneva al comando SD di Sanremo (IM), dove faceva da autista, dalla metà di marzo 1944 sino al termine della guerra, un certo Fioravante Martinoia, nato il 24 febbraio 1915 a Vallecrosia, il cui verbale di interrogatorio, in italiano, come persona in custodia alla Corte d'Assise Straordinaria di Sanremo, confluì in un documento, con data 2 giugno 1947, dell'OSS statunitense, antenato della CIA. Faceva da interprete in quella sede di Sanremo, più o meno dalla fine del 1944, anche un certo Ernest  Schiffereger, un italiano altoatesino, che aveva optato nel 1939 per la nazionalità tedesca ed era poi entrato nelle SS. Sia lo Schifferegger che il Martinoia, entrambi alla data del rapporto OSS ancora in custodia alla Corte d'Assise Straordinaria di Sanremo, resero tragiche ammissioni su diversi misfatti nazifascisti, compiuti in provincia di Imperia.
Adriano Maini

Reiter Giuseppe. Maresciallo delle SS; Comandante dell'ufficio di Sanremo [...] Ferrari, ex ufficiale dell'esercito, informatore di Josef Reiter a Sanremo. In seguito per falsa denuncia fu arrestato dalle SS. Età anni 40, alto 1,64, corporatura snella, capelli: completamente calvo.
Considerazioni dei curatori nel documento OSS già citato

Circa l'attività di Reiter e compagni ben poco posso dire in quanto il mio compito era strettamente quello di autista e non mi era permesso di entrare nell'ufficio se non per il tempo necessario a ritirare i fogli di marcia per la macchina [...] Per quanto riguarda le sevizie e torture che i tedeschi solevano fare nei riguardi degli arrestati, in coscienza debbo affermare che non ho mai assistito a scene del genere. Sentivo dire che alle volte quando gli arrestati non parlavano venivano menati. Io però non ho mai visto dei detenuti seviziati o che portassero i segni di percosse [...]
Fioravante Martinoia (ex autista delle SS di Sanremo), dichiarazioni in un verbale di interrogatorio, ripreso dal documento OSS citato

giovedì 13 agosto 2020

Attacco partigiano a Baiardo con l'intervento dell'aviazione alleata

Baiardo (IM) visto da Perinaldo
 
Il 10 marzo 1945, programmata già un mese prima, avvenne l'unica azione combinata tra aerei alleati e forze garibaldine. Il luogo prescelto fu il presidio nemico di Baiardo. Il segnale di inizio, annunciato da Radio Londra, era "la neve cade sui monti".
Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell'Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945) - Tomo I - Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Facoltà di Scienze della Formazione, Corso di Laurea in Pedagogia - Anno Accademico 1998 - 1999

Bajardo era un caposaldo fascista. In paese, infatti, si trovavano i bersaglieri, comandati dal tenente Franco Buratti, che costituivano un pericolo costante per le formazioni partigiane operanti nella zona [...] Vittò [anche "Ivano", Giuseppe Vittorio Guglielmo, comandante della II^ Divisione "Felice Cascione"] ritenne opportuno non far partecipare i suoi uomini alla battaglia di Bajardo; troppi rischi di perdere vite in proporzione alla difficoltà di riuscire a conquistare il caposaldo nemico [...] non era convinto del piano prospettatogli dal capitano inglese della missione alleata, Robert Bentley. In base a quanto dichiarato da quest'ultimo per conquistare Bajardo sarebbe dovuta intervenire l'aviazione inglese mediante l'impiego di quattro aerei, che si sarebbero limitati a iniziare la battaglia con un mitragliamento e poi se ne sarebbero andati, lasciando ai partigiani il compito di entrare in paese e assalire la fortezza dei bersaglieri.
Romano Lupi, VITTO'. Vita del comandante partigiano Vittorio Guglielmo, Quaderni sanremesi, Sanremo, 2011 

Ecco ciò che dice "Gino" (Gino Napolitano) [vice comandante della V^ Brigata "Luigi Nuvoloni" della II^ Divisione]: "Dopo i tremendi rastrellamenti subiti in gennaio e febbraio le nostre brigate si riformavano. [...] La stazione trasmittente sotto il controllo del capitano Robert Bentley aveva riallacciato i collegamenti con la Francia.  Venne pertanto stabilito dal comando operativo di zona un primo attacco combinato fra le nostre forze e l'aviazione nemica contro un caposaldo avversario quale esperimento. Venne fissata la segnalazione da Radio Londra per la coordinazione dell'attacco: 'la neve cade sui monti', stabilito il luogo, Baiardo, il giorno, 17 marzo [invece, l'attacco partigiano ebbe luogo il 10 marzo 1945], e l'ora, le 7 del mattino.  [...] Baiardo appollaiata sulla cima del monte a 900 metri di altezza, era difesa da oltre 150 tedeschi e bersaglieri, armati di cannoni e mortai. I nostri partirono dalla base di Ciabaudo: circa 120 uomini al comando di Gino Napolitano (Gino). Con essi erano Curto [Nino Siccardi, comandante della I^ Zona Operativa Liguria], Sumi (Lorenzo Musso) [Commissario Politico al Comando Operativo della I^ Zona Operativa Liguria]  ed il capitano Bentley, che avrebbero presenziato all'azione".
Mario Mascia, L'epopea dell'esercito scalzo, Ed. ALIS, 1946, ristampa del 1975 a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia

Non era dello stesso parere il Curto che vedeva nell'azione una mirabile rivincita su quel distaccamento nazifascista che aveva sempre resistito agli attacchi partigiani. Gino era del parere del Curto ed anche altri comandanti di distaccamenti. Forse pensavano certa l'azione degli aerei, repressiva e sicura la paura dei bersaglieri. Continua Vitò: "Il Comandante di Zona Curto invece voleva attaccare. Prese il comando dei miei distaccamenti e partì con essi. Io non ci sono andato. Avevo il presentimento di un attacco inutile e dannoso per noi. Quella presenza degli aerei con mitragliamento impediva a noi la sorpresa dell'attacco ed avvisava i nemici di mettersi in difesa..."
don Ermando Micheletto *, La V^ Brigata d’Assalto Garibaldi “Luigi Nuvoloni” (Dal Diario di Domino nero Ermando Micheletto), Edizioni Micheletto, Taggia (IM), 1975
* ... Don Micheletto per tutta la guerra si adoperò per i partigiani, generalmente in contatto con i gruppi di Vitò, che accompagnò spesso nei loro spostamenti. Esplicherà la sua attività specialmente nell'assistenza e per captare messaggi radio. Giovanni Strato, Storia della Resistenza Imperiese (I^ zona Liguria) - Vol. I. La Resistenza nella provincia di Imperia dalle origini a metà giugno 1944, Editrice Liguria, Savona, 1976, ristampa del 2005 a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia

"Alle 4 del mattino la marcia veloce e silenziosa ebbe inizio. I nostri erano discretamente armati, grazie specialmente ai rifornimenti giunti nelle ultime settimane in montagna via mare. Si marciava in fila indiana sotto il cielo che impallidiva, esilarati dalla sottile aria di montana che già odorava di primavera. Alle 6 il distaccamento giunse nei pressi del paese: i nostri si distesero a catena, si scalzarono perché il rumore delle scarpe ferrate non allarmasse il nemico e salirono lentamente, Gino in testa, fino al cimitero del paese. [...] Al di sopra dei nostri, a forse duemila metri di altezza, sei aeroplani volavano dritti sul paese. Immediatamente alcune pattuglie di arditi vengono staccate in direzione dell'abitato mentre tutti gli altri, sempre al coperto, si spostano sino a 200 metri dalle prime case. Alle 7,10 gli apparecchi sono sull'obiettivo. Si vedono ruotare, abbassarsi, risollevarsi. Il paese è in subbuglio: si ode la gente correre. Improvvisamente gli aeroplani si allontanano ed un lungo getto di vapore bianco si disegna dietro uno degli apparecchi. È il segnale? Ma i nostri non hanno udito alcun rumore di esplosioni, soltanto sembra loro di aver percepito, fra tanti suoni confusi, il ticchettio di un mitragliamento. [...] Si decise allora di tentare senza indugio un'azione subitanea sperando di cogliere il presidio di sorpresa. Alle 7,20 scattammo all'attacco da tutte le parti, in piccoli gruppi. La popolazione era asserragliata nelle case, ma il nemico, evidentemente avvertito, era pronto.  Le strade erano battute da un fuoco incessante che veniva dalle finestre e dai tetti e che le spazzava da un capo all'altro. I nostri avanzavano lungo i muri verso il cuore del paese: avevano però soltanto armi automatiche leggere perché si attendevano di essere appoggiate dal bombardamento aereo, e contro le mitragliatrici pesanti, protette dalle case trasformate in fortezze, l'attacco si mostrava impotente. Gino con una quindicina di uomini raggiunse il centro del paese e vi rimase per oltre mezzora fulminando le finestre degli edifici da cui partiva l'incessante fuoco nemico. I bersaglieri ed i tedeschi, il cui grosso era sulla piazza, escono improvvisamente al contrattacco, tentando di infiltrarsi tra i nostri gruppi. I nostri convergono su di essi da tutti i lati, li prendono d'infilata e li respingono costringendoli a ritirarsi precipitosamente nelle loro tane, lasciando sul terreno morti e feriti. Alle 9 le munizioni dei nostri uomini erano quasi esaurite, mentre il nemico sembrava ne possedesse una riserva inesauribile. I garibaldini erano stanchi e prolungare l'azione sarebbe stata una follia. Curto impartisce l'ordine di ritirata. Gli uomini escono lentamente dal paese sempre combattendo, mentre Gino protegge la retroguardia con un tiro continuo di sbarramento. Alle 9,30 il distaccamento in perfetta formazione marciava sulla strada del ritorno verso la base. L'azione, sebbene non avesse ottenuto il successo completo, era stata brillantissima e per la sua concezione e per i risultati ottenuti: i nostri avevano violato uno dei più forti baluardi nemici infliggendogli perdite gravissime. Da parte nostra due morti in combattimento, Vitale e Lazzari, e alcuni feriti. Il garibaldino Nino, ferito e catturato dal nemico, venne passato per le armi sul posto. Ma l'iniziativa passava nelle nostre mani e non doveva più sfuggirci".
Mario Mascia, Op. cit.

Dopo circa tre ore di attesa, e precisamente alle ore 7,55, si avvistava una squadriglia di sei apparecchi da caccia che, dopo aver descritto un ampio cerchio tra Monte Bignone e Monte Ceppo, subito dopo iniziavano un'azione di mitragliamento, senza però sganciare alcuna bomba. Dopo dieci o quindici minuti il mitragliamento cessava e la squadriglia si allontanava. Dopo un’iniziale esitazione, dovuta al mancato lancio di fumogeni da parte degli aerei, come era convenuto, sotto la direzione del vice comandante della V^ Brigata e del comandante del I° Battaglione Vincenzo Orengo (Figaro), ebbe inizio l'assalto al paese. I garibaldini raggiunsero la piazza del paese, a circa quindici metri dalla caserma dei Bersaglieri, i quali, asserragliati, rispondevano al fuoco dalle finestre. Il sopraggiungere di rinforzi provenienti da Ceriana e da Sanremo obbligò i partigiani a desistere e ritirarsi nei boschi. Nell'attacco cadevano il commissario Riccardo Vitale (Cardù), Gaetano Cervetto (Nino) e Vitaliano Lazzari (Lazzari).
Giorgio Caudano
 
Si mise disteso sulla paglia trita; sì, che se la sentì pungere dappertutto come le altre volte rivoltandosi di qua e di là, ma adesso con la stanchezza addosso a quel modo, gli pareva di essere più al sicuro.
Col vento che soffiava dovunque, però, non ci riuscì per niente a dormire; si sentiva maggiormente le gambe rotte, e tutti quei ricordi se li sentiva sempre di più a premergli nella testa da fargli male.
Il partigiano anziano adesso gli era venuto vicino continuando il suo discorso e lo guardava fisso come per farsi sentire meglio nel parlare; ma lui macché, non ce la faceva più a seguire quel discorso, seguitando invece a pensare per conto suo.
Così, quando il partigiano anziano finì di parlare, e uscì per guardare fuori al di là del casone, manco se ne accorse: difatti, era già da un pezzo che gli era venuto in mente di quella volta a Baiardo, quando attaccarono i bersaglieri.
Fu quella volta della sparatoria contro i bersaglieri, quando col distaccamento al completo, ci andarono proprio sotto di sorpresa: ci andarono fin sono le finestre, dentro il paese, dove erano accampati i fascisti con le sentinelle da tutte le parti da picchiarci dentro; ed eccolì, quella volta perdio, anche lui aveva visto Cardù da morto.
Ma l'aveva visto soltanto dopo il gran fracasso della sparatoria, che l'aveva ancora forte nelle orecchie: Cardù era lì sulla strada rovesciato per terra, tutto sfracellato come quelli sulla neve al di là del forte Centrale, che aveva detto il partigiano anziano.
Fu quella volta famosa dell'attacco di Baiardo, quando ci andarono tutti spensierati, e lui non se lo scordava più come successe a quel modo così in fretta: eppure, nemmeno adesso gli pareva ancora vero che quella volta se lo fosse trovato morto, proprio lì davanti, il suo compagno Cardù; dopo tutti i discorsi insieme che avevano fatto prima.
Voglio dire a quel modo comese proprio, quasi quasi, stessero ancora per finire il discorso appena incominciato; difatti, lì per terra tutto sporco di polvere e di sangue, pareva che gli fosse rimasta ancora la bocca aperta, come per parlare. Ma poi, lui gli era andato vicino a Cardù; e chissà perché, gli era venuta subito quella paura fredda della morte, vedendolo così rigido e fracassato; ecco com'è: è la paura di quando lo capisci bene che se uno è diventato rigido nella morte, è diventato un altro; ma è diventato tanto un altro, che ti mette perfino soggezione; non puoi manco più toccarlo, siccome te lo senti distante e assolutamente estraneo; così ti succede che uno, anche se ti è stato compagno, eccome, non te lo senti più propriamente compagno come prima quando ci parlavi insieme da vivo; te lo senti soltanto come un estraneo: e dentro ci senti una gran pietà un gran dolore e una gran rabbia per lui per te e per tutti quanti; mentre è così che vorresti metterti a gridare forte forte, stringendo i pugni. 
Osvaldo Contestabile, Scarpe rotte libertà. Storia partigiana, Cappelli editore, 1982, p. 180
 
Coloro invece, che avevano voluto l'attacco, asserivano che fu proprio l'attacco inatteso a decidere i tedeschi alla ritirata dalla zona. La conclusione la si può derivare dai fatti come si sono svolti, dalle vittime, che ci sono state, e dalla impossibilità di conquistare Baiardo. Si era in guerra e nessuna azione, secondo alcuni, si doveva tralasciare per combattere i tedeschi. Concludeva Vitò: "Il mio parere negativo sulla battaglia di Baiardo era motivato dalla mia conoscenza diretta e sperimentata dell'armamento dei bersaglieri. Era ancora vivo nella mia mente l'esperimento fatto in altra battaglia precedente".
don Ermando Micheletto, Op. cit.

12 marzo 1945 - Dal comando della II^ Divisione "Felice Cascione" al comando della I^ Zona Operativa Liguria - Inviava il resoconto del comando della V^ Brigata "Luigi Nuvoloni" sull'attacco partigiano effettuato a Baiardo (IM) nella notte tra il 9 ed il 10 marzo, resoconto in cui si riportava che, dopo aver predisposto gli uomini per l'attacco al presidio fascista in previsione dell'intervento di aerei alleati, tutte le vie d'accesso, anche con la collaborazione di reparti della IV^ Brigata "Elsio Guarrini" della II^ Divisione "Felice Cascione", erano state bloccate; che verso le 8 del 10 marzo erano passati 6 caccia alleati, che avevano effettuato parecchie raffiche di mitra senza colpire, tuttavia, nessuno dei 45 bersaglieri repubblichini; che, al segnale, tutti i garibaldini erano usciti dal bosco attaccando i fascisti; che questi ultimi rispondevano al fuoco; che il combattimento era durato per circa 30 minuti, in quanto, arrivati rinforzi nemici da Ceriana e terminate le munizioni, i partigiani si ritiravano, dopo aver lasciato sul terreno 2 uomini caduti in combattimento ed avere perso un altro garibaldino, catturato dal nemico e subito fucilato; che si poteva giudicare che l'azione alleata era stata inefficace, perché non era stato effettuato nessun bombardamento e che, per giunta, dagli aerei non era giunto il segnale concordato, cosicché i partigiani non erano potuti intervenire in modo simultaneo agli apparecchi.
14 marzo 1945 - Dalla Sezione SIM della V^ Brigata al comando della I^ Zona Operativa Liguria, al comando della II^ Divisione, alla Sezione SIM della II^ Divisione ed al comando della V^ Brigata - Informazioni militari: "...  Il presidio di Baiardo dopo l'attacco effettuato il 10 c.m., è stato rinforzato da forze naziste. Durante detta azione rimanevano feriti 4 bersaglieri e l'ufficiale comandante il presidio. Quest'ultimo è stato ricoverato all'ospedale di S.Remo...."
da documenti  Isrecim in Rocco Fava, Op. cit., Tomo II
 
A seguito dell'attacco a Baiardo (9-10  marzo  1945) da  parte  di  Distaccamenti  della  V^  Brigata  si scatena furiosa la reazione nemica. Vittò, Curto, Armando Fragola Doria Izzo, il capitano inglese Robert Bentley, il suo radiotelegrafista Mc Dougall, Guido Arnaldi, Felice Miroglio, Alfredo Maiano  Lupo, ed  altri  partigiani  quali  staffette o addetti al deposito Intendenza sito nelle case della borgata Gerbonte (Triora), si mettono in marcia verso una grotta pensandovi di trovare rifugio sicuro. Intanto nella notte  tra  il 10 e l'11 giungono da Sanremo truppe  tedesche  appartenenti  ai  RAP  (Raggruppamento Anti Partigiani), che riescono a prendere di sorpresa la borgata senza che fosse  dato alcun allarme. Però la tattica partigiana era quella di non rimanere molto tempo nei luoghi abitati. Questa tattica salva il gruppo di uomini menzionati. Infatti all'alba lasciano Gerbonte per raggiungere la grande grotta, che si  apre nei pressi di Loreto. Giunti alla grotta il capitano Bentley si accorge di aver dimenticato l'antenna della radio nella casa di Gerbonte. Viene incaricato del recupero la staffetta partigiana Lupo, che è preso in  rastrellamento dai  nazifascisti nella zona di Gerbonte e successivamente condotto nei  pressi di Molini di Triora ed ivi fucilato (11.03.1945). Il ritardo del ritorno di Lupo fa  insospettire il gruppo, per cui parte in missione il  garibaldino Felice Miroglio, che cade ucciso da un colpo di Mauser nei pressi di Gerbonte. Lo stesso giorno, 11 marzo  1945, nei pressi di Bregalla [Frazione di Triora (IM)] viene ucciso in combattimento dai tedeschi il partigiano Paolo Bruno Oddo.
Mons. Cav. Ferdinando Novella, Il martirio di Molini Triora (3.07.44 - 25.4.1945), edito dal Comune di Molini di Triora, 2004