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sabato 27 luglio 2024

I due partigiani calabresi (uno abitò a Vallecrosia) trucidati nell'eccidio nazista di Sospel

Targa franco-italiana collocata nei pressi dell’Albarea. Fonte: Giovanni Quaranta, art. cit. infra

Grande, e troppo spesso dimenticato, fu il contributo dei meridionali alla lotta di Liberazione contro il fascismo ed il nazismo. Tantissimi giovani e meno giovani sacrificarono la loro vita in territorio italiano e all'estero per  affermare quei principi di libertà che sono alla base delle moderne civiltà.
In questo breve scritto, ci occuperemo delle vicende legate alla morte di tre calabresi, tutti originari della Piana di Gioia Tauro, che trovarono la morte in territorio francese.
La prima storia parte dal giugno del 1944 e si sviluppa sulle alture del monte Grammondo, dove passa il confine franco-italiano e dove diverse decine di giovani francesi e italiani (della valle di Ventimiglia), si radunarono. A metà luglio, un reparto di partigiani italiani liguri si stabilì sotto il Monte Grammondo, intorno alla fattoria L'Albarea, a circa sei chilometri dal villaggio di Sospel (nelle Alpi Marittime). Il distaccamento era quello di Ernesto Corradi <1, detto “Nettu”, che era partito a metà giugno da Case Agnesi o “Prati Piani”, località vicina a Costa di Carpasio e a Colle d'Oggia. Quando Nettu si era trasferito da Case Agnesi al Grammondo, alcuni partigiani, per non allontanarsi troppo da Imperia, si erano separati da lui; altri ne aveva reclutati sul posto. Ed infatti, al gruppo di italiani, ben presto, si aggiunsero altri quattro volontari francesi da Breil, Roquebrune-Cap Martin e Sospel, e da ciò la formazione prese il soprannome di “macchia franco-italiana de L'Albarea”.
Avvertito rapidamente il problema cruciale di sfamare più di quindici giovani combattenti, si decise di trovare una rapida soluzione. Fu un giovane partigiano di Sospel a dire che la sua famiglia possedeva una fattoria nel cuore dell'Albarea (famiglia Curti), luogo più ospitale in un bosco di castagni e che gli agricoltori della valle sicuramente avrebbero contribuito all'approvvigionamento.
Nella mattinata del 9 agosto il 7° Distaccamento della V Brigata Garibaldi “L. Nuvoloni”, mentre era acquartierato in un casone presso la località “Fontana Fredda”, venne sorpreso da un rastrellamento dalle forze tedesche (convergenti da Sospel, Breil, Ventimiglia e Menton). Le colonne germaniche riuscivano ad accerchiare i garibaldini che combattevano insieme ad alcuni francesi delle formazioni denominate “Chasseurs des Alpes”. Il violento attacco veniva contenuto per oltre un'ora ed i garibaldini, asserragliati, si difesero con accanimento, ma poi dovettero cedere sopraffatti dal preponderante numero degli avversari. Rimasero sul campo due partigiani <2, mentre un terzo <3 gravemente ferito morirà in seguito. Solo in due riuscirono a fuggire. Invece i partigiani catturati vivi <4, che assommavano a quindici, condotti a Sospel, per due giorni e tre notti furono sottoposti ad orrende torture, ma nessuno rivelò un solo nome dei compagni o una sola località che interessasse gli aguzzini <5.
Le fasi della cattura vennero così raccontate dal partigiano Giorgio Lavagna: «Il 9 agosto '44 Osvaldo Lorenzi, con alcuni giovani, si trova negli alloggiamenti sul Monte Grammondo, intento alla preparazione del pranzo. All'arrivo improvviso dei tedeschi, le vedette non fanno in tempo ad avvertire; riescono a stento a mettersi in salvo. I partigiani, che sono nella baracca dell'accampamento, vengono sorpresi e catturati: poco prima della cattura, uno di essi chiede al Lorenzi di coprirlo col fieno, sebbene si pensi che la baracca verrà incendiata; il Lorenzi lo nasconde; la baracca, come si temeva, viene data alle fiamme; ciò nonostante il partigiano farà in tempo a mettersi in salvo. Gli altri, fra cui il Lorenzi, mentre cercano di fuggire, capitano fra i tedeschi, e sono catturati vicino agli alloggiamenti, nel bosco dell'Alborea, che è parte del bosco di Sospel, sul pendio del Grammondo rivolto verso la Francia» <6.
Importante è anche la testimonianza di Benoit Gaziello, il quale così raccontò quei terribili eventi: «I tedeschi, dal megafono, chiedono ai superstiti di arrendersi e deporre le armi. Non avendo scelta, obbediscono. Essi non sono consapevoli del destino a loro riservato. Ma prima di condurli alla caserma li obbligano a togliersi le scarpe e legano loro le mani dietro la schiena. Sono a piedi nudi sul sentiero sassoso e spinoso. Due ore più tardi, dove saranno incarcerati a Sospel nella caserma Salel. Le porte dell'inferno si chiudono su di loro! La lunga agonia ha inizio, interrogatori di giorno e notte, senza cibo o bevande, torture, pestaggi con un grosso bastone di legno verde con la corteccia che si strappa e viene coperta di sangue... I Sospellesi, che hanno vissuto questi momenti, ricordano ancora i lamenti e le grida dei carnefici, le urla di dolore, le grida di aiuto. Diede loro il brivido della paura. Questo trattamento ignobile dura [...] Il sindaco del momento, il signor Domerego, interviene presso l'occupante, al fine di porre fine a questa tortura. Nulla può e i barbari rifiutano. Tutte le raffinatezze di crudeltà sono e vengono attuate e, infine, annunciano alle loro vittime che erano liberi e potevano uscire. In piedi, insieme, i partigiani si diressero verso l'uscita ma arrivati in mezzo al percorso i tedeschi liberano i cani che, come belve, si scagliano sui malcapitati, piantando i loro denti nelle carni lacerate, eccitati dai loro padroni e accompagnandoli con le risate. Con questo trattamento, mancanza di cibo, e il calore di agosto, che aiutano le infezioni e le malattie, sono dei morti viventi che, sabato 12 agosto 1944, i tedeschi caricano su un carro. Povera umanità, povero mondo! Quale immagine ci dai in questo momento! Circondato da un plotone d'esecuzione, il sinistro corteo traversa tutta Sospel per arrivare al capanno della cooperativa. Il corteo viaggia in una città tremante di paura, ma che stringe i pugni. Persiane chiuse, le donne si inginocchiano nelle loro case, si fanno il segno della croce e pregano. Non un grido, non un pianto dalla bara ambulante. Nel cortile della cooperativa, i nazisti scaricano questi mezzi morti e li assassinano per la seconda volta fucilandoli e i loro corpi vengono abbandonati nella piazza di Sospel» <6.
Il 12 agosto 1944, intorno alle 11.30, un tribunale militare di fortuna li ha condannati a morte e, verso le tre di pomeriggio, sono stati giustiziati in gruppi di tre, nel cortile della cooperativa agricola, dietro la stazione ferroviaria. La popolazione si prese cura dei loro corpi e li trasportò al cimitero dove furono lavati e messi in bare, nonostante le istruzioni del comandante tedesco, che li voleva sepolti nella fossa comune.
La memoria dei “Martiri di Sospel” venne affidata a partire dall'estate del 1945 ad una lapide collocata nel luogo dell'esecuzione e ad un monumento con i nomi e le foto che fu eretto nel cimitero <8. Di recente, un'altra targa franco-italiana è stata collocata nei pressi del luogo della cattura dei partigiani sull'Albarea.
Tra queste vittime della barbarie della guerra, provenienti da diverse zone della Francia e dell'Italia, accomunati da un destino comune, trovarono la morte due calabresi: Armando Ferraro e Bruno Larosa.
Armando Ferraro <9 era nato ad Anoia il 18 aprile 1926 da Michele e Mariantonia Ioppolo. La famiglia visse ad Anoia nella casa di via Vittorio Veneto al n. 36 fino al 19 novembre 1939 <10, quando tutti i componenti si trasferirono nel comune di Vallecrosia, in provincia di Imperia <11. Da un certificato di situazione di famiglia rilasciato da quel municipio ligure nel giugno del 1946 risulta che la famiglia risiedeva in via Colonnello Aprosio al n. 184 ed era composta, oltre che dai genitori <12, da sei figli maschi ed una femmina <13. Il padre lavorava da calzolaio, la mamma era casalinga e praticava il commercio ambulante di fiori. Armando era celibe, aveva conseguito il terzo anno della scuola d'avviamento e lavorava - così come il fratello maggiore Domenico - come ferroviere. Dal 13 luglio 1944 (periodo di costituzione della 5a brigata <14), da civile, partecipò attivamente alla lotta partigiana con il nome di battaglia di “Cobra” nelle fila del Distaccamento “Nettu”, appartenente alla 5a Brigata d'Assalto “Luigi Nuvoloni” della 2a Divisione Garibaldi “Felice Cascione”.
Nella stessa formazione partigiana, dal 5 marzo 1944, militò anche Bruno Salvatore Giuseppe Larosa <15. Contadino, era nato a Giffone il 12 dicembre 1911 da Raffaele e Pasqualina Larosa. Soldato di lungo corso, era stato arruolato nel Regio Esercito <16 nelle fila del 50° Reggimento di fanteria il 16 marzo 1932 dal quale venne congedato il 1° settembre 1933. Il 13 aprile 1935 venne richiamato presso il 20° Reggimento di fanteria e da qui, il 1° giugno successivo venne trasferito al 244° Reggimento di fanteria. Da questo reparto venne definitivamente congedato il 1° luglio 1936. Allo scoppio della seconda guerra mondiale, Larosa venne nuovamente richiamato alle armi ed il 5 dicembre 1940 giunse in territorio dichiarato in stato di guerra alle dipendenze del 208° Reggimento di fanteria. Il 31 dicembre successivo venne assegnato alla Batteria Complementare del reggimento. Il 9 marzo 1941 si imbarcò da Brindisi per raggiungere l'Albania ed il giorno successivo sbarcò a Durazzo. Terminate le ostilità con la Grecia, il 16 luglio 1941 il reparto si trasferì in Montenegro, partendo da Durazzo con il piroscafo “Puttini” e sbarcando lo stesso giorno ad Antivari. I reparti del 208° vennero impegnati in operazioni di rastrellamento, scontrandosi in intensi combattimenti contro le forze partigiane. Dopo un anno, il 30 agosto 1942, rientrò in Italia sbarcando al porto di Bari da dove la Divisione “Taro” venne trasferita nella zona di Alessandria-Novi Ligure. Dopo qualche mese, il 27 novembre 1942, venne dislocata in territorio francese nel settore a nord di Tolone dove assunse, oltre al controllo del territorio interno, anche la vigilanza della fascia costiera tra Capo Brun e Capo Cavalaire, rimanendovi fino a quando subì le conseguenze degli eventi scaturiti dalla proclamazione dell'armistizio (8 settembre 1943). A quella data Larosa risultava in forza al 208° Reggimento di fanteria, 3° Battaglione, 11a Compagnia, P.M. n. 41, con l'incarico di Conducente (di muli). La notizia della morte di Bruno Larosa arrivò ai parenti in Calabria nel settembre del 1945 grazie al partigiano Bruno Taulaigo di Livorno <17. Il sindaco di Giffone dell'epoca, il 26 settembre, si affrettò a scrivere al Comando del VII Distaccamento partigiano in Sanremo per chiedere conferma del decesso senza ricevere riscontro. Il 28 ottobre 1947, il sindaco di Giffone scriveva alla “Commissione per il riconoscimento qualifiche ai Partigiani liguri” di Imperia per chiedere tutte le notizie circa la morte del Larosa «dato che fin'ora nessuna notizia si è avuta». La risposta, questa volta, non tardò ad arrivare: il 14 novembre si ebbe la conferma della morte con le notizie sulle circostanze che la determinarono. Dalla documentazione che intercorse tra la Calabria e la Liguria, si evince che Bruno Larosa abitava a Giffone in via Castagnari n. 3, era coniugato con Maria Assunta Valenzisi del fu Giuseppe ed aveva un bambino, Antonio Giuseppe di 3 anni [...].
 

Armando Ferraro e Bruno Larosa. Fonte: Giovanni Quaranta, art. cit. infra

[NOTE]
1 ILSREC - ISTITUTO LIGURE PER LA STORIA DELLA RESISTENZA E DELL’ETÀ CONTEMPORANEA “RAIMONDO RICCI”, Banca dati del partigianato ligure. Ernesto Corradi era nato il 02.10.1894 a Torazza (BI), da Bartolomeo e Angela Pastorello. Da civile partecipò alla lotta partigiana dal 01.05.1944 come comandante di distaccamento. Abitava ad Imperia.
2 Il caposquadra Dardano Sauro e Giovanni Vesco.
3 Emilio Pizzol.
4 Michele Badino, “Fontana”, operaio, nato a Sanremo (IM) nel 1919; Antonio Bazzocco, “Antua”, nato a Fonzaso (BL) nel 1910; Adolphe (Joseph) Faldella, “Moustique”, marinaio della Marina francese, nato a Roquebrune-Cap Martin (Alpi Marittime) nel 1921; Oreste Fanti, “Fortunato”, carpentiere, nato a Sanremo (IM) nel 1924; Armando Ferraro, “Cobra”, ferroviere, nato ad Anoia (RC) nel 1926; Sergio Franceschi, “Bufalo”, carrista, nato a Castelbaldo (PD) nel 1926; Pietro Gavini, “Barin”, ex militare, panettiere, nato a Gravedona ed Uniti (CO) nel 1918; Bruno La Rosa, “Bruno”, ex militare, contadino, nato a Giffone (RC) nel 1911; Osvaldo Lorenzi, “Osvaldo”, ex militare, studente universitario, nato a Imperia nel 1918; Luigi Martini, “Dante”, impiegato, nato a Pigna (IM) nel 1922; Bruno Pistone, “Montana”, muratore, nato a Sanremo (IM) nel 1925; Alberto Quadretti, ex militare, nato a Medesano (PR) nel 1920; Marius Rostagni, apprendista, nato a Breil (Alpes-Maritimes) nel 1924; Mario Tironi (detto Marius), operaio edile, nato a Sospel (Alpes-Maritimes) nel 1920; Jean Tolosano, operaio edile, nato a Roquebrune-Cap Martin (Alpes-Maritimes) nel 1907. Si segnala che, alla base del monumento del cimitero di Sospel, è collocata un’altra lapide con foto del caporal maggiore Mario Roncelli, nato nel 1920, “mort pour la France le 12 aout 1944” ma del quale non troviamo riscontro negli elenchi ufficiali dei fucilati.
5 FRANCESCO BIGA, Suggello di un patto di sangue tra Resistenza italiana e francese, in Patria Indipendente, 25 luglio 2004, pp. 19-20.
6 Storia della Resistenza imperiese (I Zona Liguria), Volume I di GIOVANNI STRATO, La Resistenza nella provincia di Imperia dalle origini a metà giugno 1944 (rist.), Ed. Liguria, Savona 2005, pp. 243-244.
7 Le Maquis franco-italien de l’Albarea et le drame de Sospel, Association Azuréenne des Amis du Musée de la Résistance Nationale - Gilette (France), Documents Temoignages Recherches n. 12, pp. 9-10. Colgo l’occasione per ringraziare il
presidente “des Amis du Musée de la Résistance Azuréenne” Jean-Louis Panicacci (professore onorario dell’Università di Nizza) per avermi cortesemente inviato in data 13.06.2018 copia del prezioso opuscoletto.
8 Per le foto caduti: Archivio privato Giuseppe Fragalà; per le foto della lapide a Sospel: ARCHIVIO FOTOGRAFICO ISRECIM, Sezione I, cartelle 31‐32‐33.
9 Per i documenti partigiani: ARCHIVIO ISRECIM, Sezione II, cartella T 179, fascicolo personale Ferraro Armando.
10 COMUNE DI ANOIA, Anagrafe, Scheda Individuale di Ferraro Armando.
11 Il nome di Armando Ferraro è stato riportato per la prima volta nel mio libro I Caduti di Anoia di tutte le guerre (Amm. Comunale di Anoia, 2005, p. 50) nel quale venivano riportati gli estremi dell’atto di morte trascritto presso il comune di Vallecrosia (COMUNE DI VALLECROSIA, Stato Civile, Atti di morte, anno 1946, n. 1, parte II, serie C).
12 Il padre, Michele Ferraro era figlio di Domenico ed Emilia Mandarano ed era nato in Anoia il 26.03.1892; la madre, Mariantonia Ioppolo era figlia di Domenico e Caterina Auddino ed era nata in Anoia il 16.06.1897. Avevano contratto matrimonio in Anoia il 14.02.1920.
13 Domenico, nato in Anoia il 17.12.1924; Armando, nato in Anoia il 18.04.1926; Rinaldo, nato in Anoia il 18.07.1929; Aldo, nato in Anoia il 21.04.1931; Dante, nato in Anoia il 16.09.1932; Maria Dionisia, nata in Anoia il 18.06.1935;
Ettore, nato in Anoia il 19.02.1939.
14 La V Brigata d’Assalto Garibaldi “Luigi Nuvoloni”, Ed. Micheletto, Arma di Taggia, s.d., pp. 152-154.
15 Per i documenti partigiani: ARCHIVIO ISRECIM, Sezione II, cartella T 220, fascicolo personale La Rosa Bruno.
16 ARCHIVIO DI STATO DI REGGIO CALABRIA, Ruoli Matricolari vol. 460. Matricola 19.837 del Distretto Militare di Reggio Calabria. Dal documento si evince che Larosa era alto m. 1,69, aveva i capelli neri e lisci, naso “camuso”, mento ovale, occhi castani, colorito pallido, dentatura guasta. Non sapeva leggere né scrivere.
17 Abitante a Livorno in viale Diego Angioletti n. 38.

 

I luoghi della fucilazione e della sepoltura a Sospel. Fonte: Giovanni Quaranta, art. cit. infra

Giovanni Quaranta, Calabresi della "Piana" vittime di eccidi nazisti in Francia, L'Alba della Piana, novembre 2019

sabato 20 aprile 2024

La salma di Ivanoe Amoretti è oggi custodita nel sacello 103 del Mausoleo delle Fosse Ardeatine insieme a quelle delle altre vittime dell’eccidio

Ivanoe Amoretti. Fonte: Mausoleo Fosse Ardeatine

Ivanoe Amoretti nacque a Imperia il 12 novembre del 1920 da Augusto e Antonietta Delbecchi. Rimasto orfano di padre dall’età di quattro anni, fin da giovanissimo fu attivo membro del circolo Giac «Giosuè Borsi» di Imperia Oneglia. I compagni di associazione, in una testimonianza scritta dopo la sua morte, lo descrissero come uno dei soci più impegnati: «L’associazione Borsi di Oneglia lo ebbe tra i suoi più assidui Aspiranti. In seguito passato alla Sezione Effettivi fece parte del Gruppo Studenti di cui fu uno dei più zelanti ed assidui. Si dimostrò sempre di carattere buono e serio, aperto ed affettuoso con gli amici, i quali ne serba[ro]no gelosamente un perenne ricordo. Ebbe incarichi direttivi nell’Associazione dove temprò l’anima ed il cuore».
Dopo gli studi elementari e medi presso la città natale, si iscrisse al liceo scientifico di Genova e, ottenuto il diploma, alla Facoltà di ingegneria dell’università del capoluogo ligure. Ben presto, però, temendo che la madre non potesse sostenere la spesa per continuare i suoi studi, decise di fare domanda per essere ammesso all’accademia militare di Artiglieria e Genio di Torino. Passate brillantemente le selezioni, dopo il periodo di formazione ottenne il grado di sottotenente in servizio permanente effettivo e si vide assegnato alla 6ª divisione fanteria Isonzo con la quale partecipò alle operazioni belliche della Seconda guerra mondiale.
Nel corso del 1941 venne dapprima spedito con il suo reparto in Grecia, successivamente trasferito in Croazia per il presidio delle postazioni italiane più avanzate. Fu in questa nuova destinazione che venne raggiunto dalla notizia della firma dell’armistizio di Cassibile che, pur ponendo fine alle ostilità con gli angloamericani, lasciava drammaticamente aperto il nodo circa i rapporti da tenere con l’ex alleato germanico. In particolar modo, vista l’ambiguità degli ordini provenienti dal governo Badoglio e l’incertezza dei comandi militari sull’opportunità di resistere all’inevitabile offensiva tedesca, i reparti cominciarono a sbandarsi e diversi suoi commilitoni decisero di lasciare il loro posto per trovare una via di fuga e non rischiare la deportazione in Germania. Già il 9 settembre, infatti, la Wermacht attaccò le guarnigioni italiane presenti in Croazia e, dopo aver preso parte ai primi combattimenti ed essere stato ferito lievemente a una gamba, A. non poté che fare ritorno in patria unendosi ad altri ufficiali che avevano trovato il modo di recarsi a Roma.
Giunto nella capitale, prese immediati contatti con il movimento resistenziale che andava costituendosi. Dopo diversi colloqui con alcuni responsabili delle bande partigiane operanti nel territorio romano, decise di inserirsi tra le fila dell’organizzazione clandestina Travertino che era raccolta attorno alla figura di don Desiderio Nobels, carismatico parroco della chiesa di San Giuseppe nell’omonimo quartiere. Viste le sue capacità militari affinate durante il periodo di formazione e di servizio presso l’esercito, ad A. venne assegnato il compito di addestrare diversi nuclei di giovani volontari che si dicevano disponibili ad entrare tra le file dei partigiani, in particolar modo nei periodi successivi all’emanazione dei bandi di reclutamento fortemente voluti da Graziani. A questo, peraltro, aggiunse una delicatissima opera di informazione e contatto con le forze angloamericane che risalivano la penisola verso la capitale. Fu lo stesso don Nobels che nel dopoguerra ebbe modo di testimoniare: «Della sua attività nessuno sapeva nulla. Le preziose carte militari dei dintorni di Roma, arrotolate in una canna su cui sospendeva le cravatte, non furono scoperte. Nulla trapelò sull’organizzazione di cui faceva parte. Nulla, né a casa, né a via Tasso dove fu sottoposto a interrogatorio, né a Regina Coeli dove attendeva la fine. […] Il tenace e generoso Amoretti portò il suo segreto con fedeltà nel cupo silenzio delle fosse Ardeatine e vi fu sepolto con lui».
Il 12 febbraio del 1944 ebbe l’incarico di accertare gli effetti di un bombardamento effettuato dagli Alleati alla Cecchignola e di fornire notizie precise al fine di rettificare il lancio delle bombe per ottenere un risultato di maggior rilievo. Probabilmente a causa di una delazione, mentre era occupato in questo compito venne raggiunto da un manipolo di militi tedeschi che lo bloccarono e lo posero in stato di arresto. Condotto nelle carceri di via Tasso, A. fu duramente interrogato, percosso e torturato per diversi giorni, allo scopo di indurlo a confessare i nominativi dei responsabili del movimento resistenziale capitolino e le informazioni che attraverso la sua attività aveva recapitato al nemico. Trincerato dietro un ostinato silenzio, i suoi aguzzini dovettero infine arrendersi all’impossibilità di estorcergli rivelazioni e decisero di condurlo al carcere di Regina Coeli.
Il 23 marzo del 1944, a seguito di un’azione condotta da un Gap della capitale in via Rasella, in cui trovarono la morte trentatré militi della forza d’occupazione tedesca appartenenti alla XI Compagnia del III Battaglione Polizeiregiment Bozen, P. fu tra i 330, poi divenuti 335, nomi che vennero designati per la rappresaglia decisa dal comando nazista che scelse di condannare a morte dieci italiani per ogni tedesco morto nell’operazione gappista. Il giovane, dopo essere stato prelevato dalla sua cella, venne dunque condotto alle Fosse Ardeatine e trucidato insieme agli altri prigionieri designati. La salma di A. è oggi custodita nel sacello 103 del Mausoleo delle Fosse Ardeatine insieme a quelle delle altre vittime dell’eccidio.
Nel 1995 il Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro gli conferì la medaglia di bronzo al valor militare alla memoria con la qualifica di tenente in servizio permanente effettivo e la seguente motivazione: «Subito dopo l’8 settembre 1943, rientrato dalla Croazia, prese parte ad alcune operazioni nelle montagne di Imperia. Recatosi a Roma nel novembre del 1943, entrò nell’associazione clandestina “Traversito” [sic]; fra l’altro ebbe l’incarico di fare sopralluoghi per il servizio segreto di informazioni alle dipendenze della 5a armata americana. Durante una difficile missione, 12 febbraio 1944, venne arrestato dalle SS tedesche; incarcerato e seviziato non tradì mai la causa. Fu barbaramente trucidato il 24 marzo 1944 alle Fosse Ardeatine».
Redazione, Ivanoe Amoretti, Biografie Resistenti

Ivanoe Amoretti nacque ad Imperia il dodici Novembre del 1920, figlio di Augusto ed Antonietta Delbecchi.
Entrato nell’esercito combatté durante la seconda guerra mondiale soprattutto nei Balcani: l’armistizio di Cassibile, l’otto Settembre del 1943, che segnò il termine delle ostilità tra italiani ed anglo-americani lo colse con il suo battaglione in Croazia, allora stato fantoccio guidato dal premier fascista Ante Pavelic. Riuscì fortunosamente a rientrare in Patria dove si unì alla pari di altri ufficiali e sottufficiali dell’armata italiana allo sbando ai partigiani.
Condusse la guerra di liberazione nel Lazio alle porte di Roma ed all’interno della città stessa. Fu inquadrato nella banda partigiana dell’Arco di Travertino, periferia sud- orientale di Roma, nata attorno alla figura del parroco belga della chiesa di San Giuseppe nell’omonimo quartiere, monsignor Desiderio Nobels. L’intento della banda, organizzata su volere degli anglo-americani, era quello di fornire il maggior numero di informazioni ai nuovi alleati proprio nel momento in cui essi stavano compiendo il maggior sforzo per liberare la capitale dall’oppressione nazi-fascista.
Amoretti fu un elemento molto prezioso di quella banda ma forse un tradimento da parte di una spia germanica ne decretò l’arresto. Candidato ad essere condannato a morte, Amoretti fu condotto nella tristemente nota pensione “Oltremare” di Via Principe Amedeo all’Esquilino e qui orrendamente torturato dagli sgherri della Gestapo. Fu tra i primi ad essere inserito, da Kappler, nell’elenco dei trucidandi alle Fosse Ardeatine.
Nel 1995 il Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro gli conferì la medaglia di bronzo al valor militare alla memoria.  
Redazione, Ivanoe Amoretti, Infinita memoria 

mercoledì 16 agosto 2023

Il pallido sole di quel primo giorno aveva accompagnato i tedeschi a Pietrabruna nelle prime ore del mattino

La zona di Pietrabruna (IM) vista da Civezza

Il verde del Faudo ingialliva, i cespugli erano diventati sterpi, le ultime foglie calavano silenziose per non turbare il freddo incanto dell'inverno ormai presente. Alla “Bramosa” era stata presa una decisione: spostare il campo. La brutta stagione e la lunga permanenza nello stesso posto rendevano opportuno il cambiamento; sul monte, diventato brullo, la piacevole brezza estiva era solo un ricordo, spirava, ora, un freddo vento che aumentava col passar dei giorni. Come nuova base venne scelto il bosco dei ”Lavanin”, situato al di sotto del Faudo, sul versante sud, venendo così ad evitare i venti del nord e trovandosi inoltre vicino a Pietrabruna, da cui poter attingere informazioni e rifornimenti alimentari. Oltre a ciò, diversi paesani si recavano settimanalmente sulla costa e nella città capoluogo, particolarità questa che a noi tornava molto utile; il bosco, poi, coni suoi robusti tronchi che coprivano un vasto tratto, dava la possibilità di mimetizzarsi al meglio; nella valle, infatti,i soli uliveti più vicini al mare conservavano interamente il fogliame anche nel periodo invernale, ma la loro vicinanza alle postazioni fisse nemiche sconsigliava l'insediamento. Al centro di una radura vennero sistemate la cucina e le poche riserve di alimentari, mentre il distaccamento, diviso in piccoli gruppi, prese posto nei rifugi in pietra disseminati all'intorno. Lunghe ore di giornate interminabili, trascorse fra nodosi alberi i cui rami spogli sembravano chiedere un po di sole ad un cielo ermeticamente grigio; unico intermezzo, ritrovasi alla distribuzione del rancio per ricevere minestre di riso altrettanto lunghe, arricchite con l'aggiunta di qualche patata, il cui ritrovamento veniva segnalato con un grido di trionfo dal fortunato scopritore. Il tedio di quei giorni era confortato dal lento, ma inesorabile passare del tempo, il pensiero del domani aiutava a sorridere. Spesso, con pochi compagni, ci si appartava nelle vicinanze e si accendeva un fuoco; un elmetto poi, una vecchia casseruola, bucati, servivano per arrostire le castagne preventivamente raccolte. Un sasso per sedile e una coperta sulle spalle, a difesa dell'invadente umidità, moderni zingari che la guerra affratellava, e scorrendo le ore, fra lo scoppiettio delle castagne che si arrostivano; ricordi di esperienze diverse, nel calore di un fuoco che avvicinava, episodi raccontati con l'esuberanza della giovinezza e la pacatezza della maturità, e così per molte ore di quei giorni, fino a quando il freddo diventava pungente e l'ombra della sera ci raccoglieva infreddoliti nel piccolo rifugio illuminato dal lanternino ad olio. E si parlava ancora, si raccontava, arrestandosi a tratti per ascoltare il brusio del vento fra gli alberi del bosco, insieme e vicini, fino al giungere puntuale del sonno. Era arrivato dicembre [1944] e il pallido sole di quel primo giorno aveva accompagnato i tedeschi a Pietrabruna nelle prime ore del mattino. Una malcelata inquietudine agitava l'intera base, la segnalazione era stata portata dal nostro incaricato all'acquisto del pane, il quale, in procinto di entrare in paese, aveva fortunatamente incontrato un contadino che ne usciva per avviarsi al consueto lavoro; l'informazione raccolta era scarna e consisteva nel diretto incontro dello stesso con un paio di soldati tedeschi che avendo proseguito nel loro cammino, del tutto indifferente; non poteva perciò fornire altre informazioni. Oltre a ciò, da qualche giorno circolavano voci sulla presenza in Pietrabruna di una spia, che risiedeva nel paese, attendibilità difficile da stabilire per il sensibile numero di persone che per ragioni di lavoro o affari si recavano periodicamente ad Imperia, centro per l'intera zona di uffici informativi e comandi delle varie armi, impegnati esclusivamente nella repressione della guerriglia. L'insicurezza sul da farsi durò per poco, era necessario defilarsi immediatamente per evitare un probabile scontro con un nemico di cui non si conosceva la forza e l'intenzione. Si procedé quindi ad evacuare il campo, avviandosi verso un settore della valle privo di sentieri; un percorso sui resti di una rada vegetazione, fatica e spine consuete, abbondante sudore per lo sforzo espresso. Si ritenne opportuno spostarsi sul versante opposto alla posizione del nostro campo, annullando il vantaggio della possibile informazione fornita al comando tedesco. Il ritmo della marcia ci impegnava totalmente e scaricava il vuoto d'una noia accumulata in giorni inutili; la fatica non preoccupava e le mani, nello stringere la armi, ne carpivano una nuova energia. Il fondo valle in breve raggiunto e, dopo il torrente, si scavalco la strada carrareccia con estrema prudenza; durante il tragitto si erano raccolte altre voci che assicuravano la presenza dei soldati e la loro probabile intenzione di rientrare in giornata nella riviera; naturale, quindi, il delinearsi di un piano operativo preciso. La strada nel suo tortuoso percorso accompagnato dai vari dislivelli, rendeva particolarmente idoneo il nostro appostamento, accuratamente disposto su un grosso sperone roccioso, proteso sulla stessa, alla fine di un'ampia curva. Distesi fra le rocce si attendeva pazienti, una insolita calma si evidenziava nei gesti dell'intero reparto tranquillizzato dalle ultime informazioni che capovolgevano la situazione completamente. Si ritorna ad essere cacciatori, pronti a colpire la pericolosa selvaggina. L'attesa d'un tempo che sembrava arrestarsi divenne ansia, i minuti diventavano ore, e nella strada il vuoto; Il nervosismo comincio ad affiorare, le voci salirono di tono nel chiedere il da farsi, infrangendo la dovuta prudenza ma, improvviso, un rumore, un rumore di passi prodotto da poche persone, e alla svolta apparvero due paesani che, tranquilli, procedevano verso il fondo valle. Il nostro richiamo li bloccò immediatamente, e alla domanda: “dove sono i tedeschi”, apparve sui loro volti un'evidente espressione di stupore, subito seguita dalla risposta verbale che, questa volta, stupì noi tutti: “quali tedeschi”. I contadini provenivano direttamente dal paese e, a loro sentore, non vi esisteva alcuna presenza di forze germaniche; qualche parola ancora di precisazione , un amichevole saluto, e se ne andarono tranquilli com'erano venuti. Ci si guardò in faccia senza parlare, si raccolsero le armi per incamminarsi subito,disordinatamente, verso Pietrabruna; alla silenziosa perplessità rifiorì il dialogo, malgrado la stanchezza cominciasse ad affiorare. Il resto del percorso continuò nella ricerca d'una motivazione che giustificasse la logica dei fatti intervenuti. Le prime case del paese erano già superate e si continuava a procedere a piccoli gruppi, chiacchierando animatamente quando, improvviso, il fulmine; armi nascoste esplosero nei nostri timpani, “majerling e machin pistol” sgranavano spietate i loro colpi in continuazione. Attimi di nebbia, in un brancolare nel vuoto; senza saperlo, ero già a terra, perfettamente immobile in un diluvio di pensieri che smarrivano la mente, urla e richiami all'intorno, mentre le armi non cessavano il pauroso ritmo; vicina la voce amica di Vento che urlava: “Faggian è morto”, e un piede mi saliva sulla schiena; una confusione caotica, indescrivibile e, improvviso, il silenzio. Le armi tacevano, forse il nastro dei proiettili era terminato ed era necessario qualche secondo per sostituirlo, e allora scattai, ponendo tutta l'energia di cui ero capace, come allo sparo d'uno starter che comanda la corsa; una decina di metri e mi abbandonai sul fianco della massicciata che sosteneva il sentiero, le mani aggrappate all'erba che l'avvolgevano, celando aguzze pietre; cinque o sei metri e mi trovai sul fondo perfettamente illeso, le ammaccature non contavano; l'arma era ancora silenziosa. Storditi e attoniti, come ubriachi, ci si allontanò rapidamente nella sicura copertura delle alte gradinate che circondavano l'abitato. Per la prima volta avevamo subito un'imboscata, acquisendo una nuova esperienza, ed era inutile al momento ricercarne il perché; era opportuno ricongiungersi all'altro gruppo, nell'imprevisto il distaccamento s'era diviso in due. Stanchi, ma soprattutto depressi per lo smacco ricevuto, e constatando le difficoltà del ricongiungimento, si occupò l'intero pomeriggio in sicuri appostamenti, stringendo la cinghia abbondantemente allentatasi, e solo verso sera, poco prima del calar della notte, si affrontò la marcia del rientro. Al “Lavanin” un uomo solo attendeva, ci comunicò di salire al vecchio campo della “Bramosa”, dove l'altro gruppo ci aveva preceduti; i tedeschi, e questa volta l'informazione veniva data per certa, avevano abbandonato Pietrabruna dirigendosi sulla costa. Provati dal peso della giornata [14 dicembre 1944], percorremmo lentamente l'ultimo tratto di strada che ci separava dal campo, accompagnati dal solo rumore delle nostre scarpe, e quando lo si raggiunse, un pallido sole, liberatosi dalle nubi, si immergeva piano sul profilo del mare. Una giornata intensa e fortunata, ma non per tutti: Lolli, Luigi Rovatti, del gruppo modenese, era stato colpito da un proiettile di “machine pistol” che gli s'era incastrato in prossimità della spina dorsale; cominciò per lui la dura prova di una continua fuga, peregrinando da una valle all'altra, nel tentativo di sfuggire alla cattura, resa più facile dalle sue condizioni.
Renato Faggian (Gaston), I Giorni della Primavera. Dai campi di addestramento in Germania alle formazioni della Resistenza Imperiese. Diario partigiano 1944-45, Ed. Cav. A. Dominici, Imperia, 1984, pp. 81-85
 
Si trattava, invece, quasi del preludio al tragico eccidio di Torre Paponi, Frazione di Pietrabuna, situata più a valle del paese, una efferata strage nazista che da Faggian viene rammentata qualche pagina dopo.
Adriano Maini 
 
E' stato uno dei peggiori eccidi di cui si macchiarono le truppe d'occupazione naziste durante la Guerra di Liberazione che divise l'Italia nel tragico triennio 1943- 1945. E' l'eccidio di Torre Paponi il cui orrore, senza nulla togliere alle stragi di Marzabotto o Sant'Anna di Stazzema, ha colpito nei decenni dell'Italia repubblicana l'immaginario collettivo dei tanti studiosi che si sono applicati allo studio della Resistenza in Italia.
I fatti accaddero esattamente settant'anni fa, il sedici dicembre del 1944. Inverno duro e tragico quello che precedette la Primavera di Liberazione, soprattutto nell'estremo Ponente ligure. Già era caduto in quel di Alto, combattendo, il "mitico" capo partigiano Felice Cascione ma nell'Imperiese, la cui Provincia non a caso si fregia della Medaglia d'oro al valore militare, le bande partigiane davano parecchio filo da torcere ai nazi-fascisti per i quali l'entroterra rappresentava una vera e propria incognita. Fu così che i comandi tedeschi escogitarono la rappresaglia contro i molti contadini che nei paesi abbarbicati alle pendici delle Alpi liguri solidarizzavano con i combattenti per la libertà, di qualsiasi credo politico fossero.
La mattina del sedici, credendo di trovare a Torre Paponi, oggi frazione montana del Comune di Pietrabruna, gruppi partigiani, i tedeschi risalirono armati sino ai denti la stretta valle alle spalle di San Lorenzo al Mare. Molti civili, vedendoli salire determinati, si diedero alla macchia nei boschi quasi presagendo quella che sarebbe stata la tragica fine di molti loro compaesani. I nazisti occuparono in una manciata di minuti il borgo, poi radunarono gli abitanti rimasti (molti erano donne e bambini) nella barocca chiesa parrocchiale. Qui condussero anche, orribilmente torturato, il curato Don Vittorio De Andreis che ritenevano un fiancheggiatore delle bande partigiane.
A questi affiancarono il parroco, Don Pietro De Carli, reggiano di Guastalla. Incendiarono poi gran parte di Torre Paponi distruggendola. Non paghi di tanto orrore diedero fuoco pure ai due sacerdoti che morirono tra sofferenze atroci. Parimenti furono uccise altre ventisei persone del paese. Le uccisioni proseguirono, pure, il dì appresso.
Sergio Bagnoli, Settant’anni fa Torre Paponi, una delle peggiori stragi naziste del secondo conflitto mondiale, Agora Vox, 15 dicembre 2014  
 
[...] il dramma di Torre Paponi, piccolo paese a sud di Pietrabruna, che rappresentò per le valli imperiesi l'assurda violenza espressa da uomini armati contro altri uomini disarmati e indifesi. Borgo dell'entroterra che non supearva i centoventi abitanti, in prevalenza contadini, venne occupato nella metà di dicembre da un reparto di soldati tedeschi. Non un solo abitante risultò in possesso di armi e nessuno riuscì a superare il tragico cerhio: due preti, due donne e una ventina di uomini, i capi famiglia dell'intero paese, vennero abbattuti a colpi di pistola sul sagrato della chiesa, una confusa massa di corpi che coprì lo spiazzo di sassi chimamto piazza. Negli occhi di Italo (Maurizio Massabò), il nuovo comandante [n.d.r.: del distaccamento di Faggian, inquadrato nella IV^ Brigata "Elsio Guarrini" della II^ Divisione "Felice Cascione], uno smarrimento che trasmise a noi tutti, ancora restii nell'accettare il drammatico racconto.
Renato Faggian, Op. cit., pag. 90

venerdì 3 giugno 2022

I tedeschi notano del movimento in paese, così il 14 dicembre inviano una pattuglia che uccide a sangue freddo alcuni anziani trovati nelle loro case

Torri, Frazione di Ventimiglia (IM)

Ventimiglia. La città di confine ha ricordato oggi il 74esimo anniversario dell’eccidio nazifascista nella frazione di Torri, dove il 14 dicembre del 1944 pattuglie di soldati tedeschi della 34^ Infanterie Division - Grenadier Regiment 253 e di bersaglieri della R.S.I., dopo aver circondato il paese, iniziarono la ricerca dei civili presenti. Nella rappresaglia morirono due uomini e due donne: Giovanni Zunino di 51 anni, Dionisio Berro di 79 anni, Emanuela Ballestra di 53 anni e Caterina Ballestra di 79 anni. I corpi vennero abbandonati sulla piazza e tra i vicoli del paese [...]
Redazione, Ventimiglia non dimentica l’eccidio nazifascista a Torri, Riviera24.it, 9 Dicembre 2018

Torri, Frazione di Ventimiglia (IM)

Negli anni 1930-1940 la mia famiglia risiedeva stabilmente a Ventimiglia per esigenze di lavoro di mio padre, dipendente delle Ferrovie dello Stato (Personale Viaggiante) e della mia frequentazione scolastica. Abitavamo in via Biancheri poco prima del giro "du Cavu". Ritornavamo a Torri soltanto nel periodo delle vacanze scolastiche.
[...] Le frazioni di Torri, Calvo, San Pancrazio, Serro e Villatella - allora collegata a Calvo da una mulattiera (la carrozzabile da Sant'Antonio verrà realizzata poi negli anni 1955-1960) - erano in quel periodo sovraffollate. Numerose famiglie di ventimigliesi vi avevano trovato rifugio per sfuggire ai quotidiani bombardamenti aerei e navali della Città.
L'ordine di sfollamento venne impartito dal Comando Tedesco a tutta la popolazione della vallata il 15 di novembre. L'evacuazione, sotto il controllo delle truppe tedesche, ebbe luogo nei giorni 20-21-22 novembre 1944. L'ordine era perentorio, chi non ubbidiva rischiava la vita. Nel frattempo i tedeschi posavano le mine anticarro ed antiuomo. Mine che causarono anche a guerra finita parecchi morti. Furono minati sentieri, portoni delle case, cantine ed anche mobili di casa.
La strada da Torri per Ventimiglia era già stata minata, appena dopo Calvo e fino alla Fornace Cappelli, il famoso "Giru da Culumbaira". Per superare questo tratto occorreva percorrere un sentiero nel fiume. L'esodo fu pertanto lento. Non essendo possibile utilizzare dei carri si potevano trasportare solo poche cose per volta. Vi era inoltre il pericolo di essere cannoneggiati dagli alleati, che, dal Grammondo, vedendo del movimento non esitavano a sparare.
Con la mia famiglia e trainando carretti a mano ho fatto 7 o 8 viaggi da Torri a Bevera dove ci attendeva un carro con cavallo. Durante uno di questi viaggi incontriamo un gruppo di tre soldati tedeschi con una mula bianca. Erano degli Alpenjäger, cioè dei soldati delle truppe alpine, e sicuramente si recavano a installare un nuovo posto di osservazione. Al contrario delle truppe tedesche di terra che calzavano stivali le truppe alpine erano dotate di scarponi con quel tipo di gomma di nuova invenzione detto Vibram. Fu la prima cosa che notai.
Stavo tornando dal viaggio precedente quando, vicino alla porta della cantina di una delle prime abitazioni del paese, noto stesa a terra una figura umana dalla quale sembra salire del fumo. Avvicinandomi mi rendo conto che era il corpo di uno degli alpini che avevo incontrato prima. Evidentemente aveva cercato di entrare in una cantina, che era stata minata dai suoi commilitoni, e ci aveva rimesso la vita.
Mi precipitai per portargli via quegli scarponi che ormai non potevano più servirgli... degli ottimi scarponi... con la suola di gomma... Per fortuna mio zio, intuite le mie intenzioni, mi era corso dietro e mi convinse a lasciare perdere. Sicuramente calzare quelle scarpe sarebbe stato pericoloso.
Chi non era in grado di portarsi dietro le proprie cose aveva murato quanto poteva nei sottoscala o dietro finte pareti, ma parecchi al loro ritorno finita la guerra non trovarono più nulla.
Alcune famiglie, non sapendo dove andare, si erano allontanate di poco dal paese, preferendo rifugiarsi nelle case e nelle stalle di campagna. Altri, specialmente se anziani, erano rimasti ugualmente in paese, convinti che la Croce Rossa Internazionale sarebbe poi passata a prenderli.
Dalle loro postazioni nei giorni successivi, i tedeschi notano del movimento in paese, così il 14 dicembre inviano una pattuglia che uccide a sangue freddo alcuni anziani trovati nelle loro case [...]
Albino Ballestra, 10 dicembre 1943 - 25 aprile 1945. Il lungo martirio della popolazione civile, in città e nelle frazioni in Renzo Villa e Danilo Gnech (a cura di), Ventimiglia 1940-1945: ricordi di guerra (con la collaborazione di Danilo Mariani e Franco Miseria), Comune, Studio fotografico Mariani, Dopolavoro ferroviario, Ventimiglia, 1995

Dintorni di Torri, Frazione di Ventimiglia (IM)

Elenco delle vittime decedute
Ballestra Caterina (fu Giovanni), anni 82, casalinga, civile
Ballestra Emanuela (fu Andrea), anni 53, casalinga, civile
Berro Dionisio (fu Giovanni), anni 79, contadino, civile
Zunino Giovanni (fu Sebastiano), anni 51, boscaiolo, civile
[...] Pattuglie di soldati tedeschi e di bersaglieri della R.S.I. circondano il paese ed iniziarono la ricerca dei civili presenti. Tutti quanti furono catturati e trucidati sul posto ed abbandonati sulla piazza e tra i vicoli del paese.
Roberto Moriani, Episodio di Frazione Torri, Ventimiglia, 14.12.1944, Atlante delle Stragi Naziste e Fasciste in Italia

Torri, Frazione di Ventimiglia (IM)

Il 14 dicembre rastrellamento nella frazione di Torri di Ventimiglia, dove sono trucidati gli ostaggi Giobatta Boetto, Caterina Ballestra, Giovanni Zunino, Dioniso Berro ed Emanuela Ballestra (di Antonio Ballestra non si ebbero più tracce).
Il giono successivo, sempre nella zona di Ventimiglia, a causa di rappresaglia nemica, cadono ancora: Giobatta Ballestra ed Enrichetta Palmero.
[...] Intanto Ventimiglia è sottoposta a pesanti bombardamenti dall'incrociatore francese "Gloire" che già varie volte si era presentato davanti alla città di confine e a Bordighera. Altro bombardamento aeronavale su Camporosso provoca morti e feriti.
Francesco Biga, Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria), Vol. III. Da settembre a fine anno 1944, a cura Amministrazione Provinciale di Imperia e patrocinio Isrecim, Milanostampa Editore - Farigliano, 1977 
 
Publio DELLA MORTE
Vig. Vol. del 39° Corpo Vigili del Fuoco Imperia
Caduto il 17 dicembre 1944 a Ventimiglia
Nasce a Marate (Potenza) il 12 gennaio 1914 da Umberto e da Rosa MAIONE.
Eroe del Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco
“Caduto nell'adempimento del dovere”.
“Dovendo evacuare la frazione Torri di Ventimiglia, incaricato dal Comando del Corpo di eseguire il soccorso e il trasporto di infermi e persone non autosufficienti, veniva colpito da una scheggia di granata delle artiglierie nemiche”.
Proposto dal Comandante del Corpo per riconoscimento al Valore.
“Si offriva volontario per il soccorso e recupero nella frazione Torri di infermi abbandonati senza cure nelle abitazioni dopo la evacuazione d'autorità del paese. Addetto quale portaferiti ad una barella, di ritorno attraversava una zona intensamente battuta dalle artiglierie nemiche e veniva colpito da scheggia di granata perdendo la vita”.
Lascia la moglie e una bambina di quattro anni.
Redazione, 1835-2015. Guardie del Fuoco, Pompieri, Vigili del Fuoco Caduti nell’adempimento del dovere, Ministero dell'Interno. Dipartimento dei Vigili del Fuoco Soccorso Pubblico e Difesa Civile. Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco, 2015