venerdì 28 maggio 2021

Arriviamo alle due nella valle di Inferno

Il Pizzo d'Ormea - Fonte: Wikipedia

Sascia (Ada Pilastri) racconta:

« Ultimi di novembre [1944]. La I Brigata è tornata da poco da Fontane [Frazione di Frabosa Soprana in provincia di Cuneo], dove si era spostata durante il rastrellamento di Upega. Il problema dei rifornimenti diventa sempre più difficile: saremo costretti a mandare una parte degli uomini a casa. Tentiamo un ultimo espediente: una spedizione con i muli nella zona di Fontane per poter raccogliere dei viveri. È una cosa quasi impossibile: ormai la neve è già alta in molti punti e, soprattutto, i passi più frequentati sono sotto controllo dei tedeschi, che occupano Ormea [(CN)], Nava [(IM)], Garessio [(CN)] e fanno puntate sui paesi vicini.

Infine si parte: si tenta la fortuna: un gruppo di dodici volontari e una decina di muli. Io scappo dal comando perchè non mi danno il permesso di andare e mi unisco a loro. Ho pensato che potrei essere utile e nei punti più pericolosi mettermi le gonne ed andare avanti di staffetta e poi... qualcuno ha detto che non resisterei a passare il Mongioie... e volevo provare ad ogni costo. Al “Passo della Guardia” ci dividiamo. Mulattieri e muli per lo stradone di San Bernardo di Mendatica. Io ed altri ci arrampichiamo per il “Passo di Garlenda” e scendiamo a Piaggia. C'è già parecchia neve. I muli si ricongiungono con noi a Falcone ove momentaneamente si trova il comando. Prima di entrare nell'abitato incontriamo un distaccamento di russi da Menini, un nostro eroico compagno ucciso in seguito dai nazisti. Tre russi armati vennero con noi. Andiamo avanti di pattuglia avanzata. Bisogna essere cauti e prudenti. I muli sono le nostre ultime risorse. Costeggiamo il Tanaro fino a Viozene [Frazione di Ormea (CN)]. La strada è lunga, nascosta dai noccioli, poco praticabile. Nei punti migliori ci facciamo portare sui muli. Il muletto bianco sul quale sono a cavalcioni è il più testardo di tutti; se c'è un sentiero sbagliato è il primo a prenderlo.
Ha cominciato a piovere, una pioggia sottile e gelida che batte sui nostri visi come punture di spilli. Andiamo per due ore sotto la pioggia che aumenta man mano che ci avviciniamo a Viozene. I miei sottili calzoni di tela si sono tutti appiccicati alle gambe. Sembro un pulcino uscito dal guscio; malgrado tutto, l'allegria non manca e dalla groppa dei muli ci salutiamo a gran voce con la vecchia espressione di “Bona nè!”.

A Viozene ci sono i partigiani di Martinengo [Eraldo Hanau]. Cerchiamo di mangiare qualcosa perchè in due giorni abbiamo assaggiato solo qualche mela, che è servita a provocarci un gran mal di stomaco. Sul far della notte partiremo. Ora comincia il bello: strade sconosciute, neve, freddo e buio. Bisogna assolutamente marciare di notte perchè sulla neve la nostre colonna non sfuggirà ai potenti binocoli tedeschi. Quelli di Martinengo ci sconsigliano di proseguire, ma noi tenteremo il tutto per tutto ed anche se ormai è impossibile fare il “Passo del Bocchino” cercheremo dall'altra parte, anche se sarà durissima... in fine, siamo garibaldini noi! “Pian del Fò”, “Fasce”: la gente è spaventata al nostro arrivo perchè i tre russi sono ancora vestiti alla tedesca. Ci vuole del mio meglio per rassicurarla e però nessuno vuol venire con noi a farci da guida. Infine troviamo due contadini che ci accompagneranno per un pezzo. Cominciamo ad inerpicarci per la ripida e sassosa salita che ci porterà sul Pizzo d'Ormea.

Il freddo si fa sentire e non poco, ed il buio intralcia il nostro cammino rendendolo più faticoso.

Arriviamo al Pizzo; qui ci accoglie la neve abbondante e farinosa. Non c'è pista: dobbiamo farla noi che avanziamo per primi, cercando con le nostre malconce scarpe di aprire un piccolo passaggio per i nostri piedi; il che è molto faticoso perchè avanzando su un fianco della montagna seguiamo una discesa a strapiombo. Più di un mulo ruzzola giù nella discesa. Per trattenerlo ci va tutta la forza e la volontà dei nostri tre compagni russi. Questi poveri muli partigiani sono degli eroi. Superano certi punti difficilissimi per noi, malgrado siano stremati, imbastati e senza i chiodi necessari per la neve e il ghiaccio. Infine la neve cessa un po'; saranno le tre di notte, laggiù nel basso c'è Ormea buia, silenziosa immersa nel sonno. Prendiamo una strada tortuosa, incastrata nella roccia.
Dopo molto camminare, arriviamo in un piccolo paese. In tre armati andiamo avanti perchè non si sa se troveremo degli “amici” poco desiderati . No, i tedeschi non sono stati ancora lì. Dormiamo per qualche ora perchè siamo sfiniti, ed al mattino di buon'ora ripartiamo tentando di superare il “Passo dei Termini”, uno dei tanti passi del Mongioie. Ad un certo punto ci fermiamo per chiodare i muli con gli appositi chiodi. Spira un vento diaccio che viene dalle gole più alte. Siamo tutti ghiacciati e le folate che ci investono sono così gelide da togliere il respiro. Prima di arrivare al Passo sostiamo per mangiare un pezzo di pane ed osservare degli apparecchi che passano sotto di noi. Al Passo ci sono più di tre metri di neve e la pista è appena accennata. Parte dei muli è a terra: il risollevarli è una fatica estenuante.

Penso che giungerò per prima a Fontane e potrò trovare degli aiuti da mandare quassù. Incomincio a scendere nella neve gelata. Non cammino, volo, cado, mi rialzo, faccio del mio meglio per arrivare presto. Ho un braccio che mi si sta congelando: neve, neve, neve, e così per un tempo che mi pare infinito. A tratti mi sento mancare e penso che questa discesa non finirà più. Per due volte mi fermo e scrivo il mio nome sulla neve così se altri giungeranno sapranno che sono passata da qui. La neve a poco a poco dirada ed incomincia il ghiaccio. Cado, mi alzo, ricado; così per due ore. Ho le mani tutte sanguinanti ed i calzoni a pezzi: ad ogni costo però devo arrivare; penso che se rimango qui con questo freddo, così poco coperta come sono mi congelerò certamente. Giungo finalmente a Leuta in uno stato pietoso; debbo assolutamente camminare con le mani di dietro per trattenere i brandelli dei calzoni che lasciano intravvedere qualche cosa! Attendo: dopo qualche ora uomini e muli arrivano. Quattro giorni di sosta e poi ripartiamo. Sarà un viaggio più lungo del precedente perchè dovremo prendere strade più praticabili dato che i muli sono carichi.

Da Fontane salimmo a Prà; di lì a Val Casotto. A Casotto arriviamo che è buio. Prendiamo la famosa strada 28 che porta a Garessio (CN). Bisogna essere cauti. In sette andiamo avanti marciando staccati l'uno dall'altro e ai lati della strada. Poi ancora neve e ghiaccio e luoghi selvaggi. Arriviamo alle due nella valle di Inferno. Fischia il vento, urla la bufera. È un luogo davvero infernale. Poche case sparpagliate, o meglio, capanne con tetti di paglia. Usi primitivi. Appena giorno ripartiamo. Facciamo la curva delle rocce. Vi sono punti pericolosissimi. I muli hanno preso la strada più in basso ed arriveranno molto dopo di noi. Ci fermiamo nei pressi di Ormea; di lì ispezionando lo stradone sottostante vediamo più di 600 nazisti in bicicletta che da Garessio si dirigono su Ormea. Bisogna partire il più presto possibile se non vogliamo sentir cantare la mitraglia. Sull'imbrunire andiamo avanti in quattro. Durante la notte perdiamo la strada più di una volta. Sempre marciando, notte e giorno, arriviamo sfiniti a Viozene; mezza giornata di sosta e ripartiamo. Siamo smaniosi di raggiungere i nostri. Chissà con quale gioia accoglieranno i rifornimenti!

Arriviamo a Piaggia [Frazione di Briga Alta (CN)] che i muli sono sfiniti.

Qualcuna delle povere bestie è caduta più di una volta per la stanchezza e fame. Al distaccamento prima di Piaggia abbiamo lasciato i nostri amici russi che tanto ci hanno aiutati. Siamo costretti a dormire a Piaggia. I muli non possono proseguire e gli uomini sono esausti.

Al mattino alle 6 siamo attaccati da più di 100 SS tedesche. Nel paese succede un inferno. Una sparatoria fitta di ta-pum e sputafuoco. Due dei nostri sono feriti e un terzo preso prigioniero.
Io mi salvo in una casa: striscio per terra e le raffiche non mi raggiungono. Faccio appena in tempo a gettare lo zaino sotto il mobile e togliermi i calzoni che nascondo sotto le fascine del focolare. La gente, avendo me in casa, trema di paura. Io sono disperata. Penso alla nostra roba perduta e ai due ragazzi feriti; degli altri non ne so più nulla.

Durante la notte i tedeschi partono per Upega portandosi il prigioniero che poi impiccheranno, lasciando i due feriti il cui stato è troppo grave. Nel frattempo cerco un carretto ed un mulo, carico i due feriti che porto a Mendatica. Appena giunti qui, ritornano i tedeschi che ci stanno cercando e noi dobbiamo rimanere due giorni nascosti in una chiesa diroccata fuori dall'abitato. I feriti soffrono molto. Ho potuto procurar loro un poco di paglia e un po' di cibo. Nessuno vuol saperne di noi, hanno tutti troppo paura escluso il Dott. Natta di Imperia che cura i feriti.
Per mezzo di barelle, con gli uomini della V^  Brigata “Ospedaletto da Campo”, si portano i feriti nella zona di Bregalla. Si riesce a trovare il gesso per l'ingessatura e i ragazzi furono salvati. Gli altri sbandati riuscirono dopo qualche tempo a fare ritorno.
E così ebbe termine la nostra avventura: marce, fatiche, sofferenze, l'insuccesso, la morte; vita da partigiano che, malgrado tutto, ho spesso rimpianto, come si rimpiangono le cose belle e magnifiche.  »

Mario Mascia, L'Epopea dell'Esercito Scalzo, Ed. ALIS, 1946, ristampa del 1975 a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, pp. 181-184
 
È doveroso  ricordare le tante donne della Resistenza, protagoniste dell’interessante ricerca e raccolta di testimonianze di Gabriella Badano, affidate sia alla storiografia locale e a documenti reperiti presso l’ANPI, l’Istituto Storico della Resistenza  e i Comuni, oltre che alla narrazione di alcuni partigiani e delle donne della zona (“Ribelli per la libertà-Storie di donne della Resistenza nell’estremo Ponente ligure” e “In montagna libere come l’aria… le partigiane combattenti dell’estremo Ponente ligure”)
[...] “Sono sempre stata un tipo un po’ ribelle, mio padre è morto quando avevo sei anni, quindi non ho potuto avere un’eredità politica da lui, che pure era socialista, ma l’ho saputo dopo il 25 aprile. I miei genitori, soprattutto mia madre, erano severissimi, sono stata allevata in un ambiente ottocentesco. Ho frequentato l’Istituto Magistrale da Maria Ausiliatrice… cosa non abbiamo fatto passare alle suore! Nel mio ambiente c’erano molti tabù. Io ero abituata in una casa in cui non si poteva parlare di niente, ma certe cose mi venivano spontanee. Sentivo di dovermi ribellare.” (Sascia)
[...]
“Uscita di galera, in quei momenti in cui ognuno cercava di fare la forca all’altro per non rimetterci la pelle, trovarsi lì con loro, libera come l’aria, dopo che si è stati chiusi è una cosa bellissima.” (Sascia)
[...]
“La nostra vita era fatta di paura e di tragedia, ma avevamo anche momenti di scherzi… anche perché eravamo tutti ragazzi… Mi trattavano un po’ come la loro mascotte. Ho sempre dormito vicino ai ragazzi e non ho mai trovato nessuno che mi desse fastidio, mai sinceramente…” (Sascia)
maria, Le donne della Resistenza nel Ponente ligure, Skip Blog, 25 aprile 2017 

lunedì 24 maggio 2021

Nei primi mesi del '44 fu creato il CLN Provinciale

Curenna, Frazione del comune di Vendone in provincia di Savona - Fonte: Mapio.net

Si ricorderà solo che la prima vera e propria battaglia fra partigiani e nazifascisti in provincia di Imperia avvenne nei giorni 13 e 14 dicembre 1943 nei pressi di Montegrazie, dove i militi fascisti si erano recati per compiere un'azione contro gruppi di partigiani colà dislocati e per requisire viveri e bestiame. Dopo un primo scontro accorrono uomini dei villaggi vicini e partigiani di Felice Cascione e i militi di Salò si ritirano, lasciando un numero non precisato di morti e due prigionieri. A loro volta gli uomini di Cascione, che erano venuti da Magaietto, si recano a Pizzo d'Evigno, dove si ricollegano al gruppo. Altre due battaglie furono, come già accennato, quella di Alto e quella di Pornassio o di Nava. Fra le località, nelle quali le bande si erano sistemate all'inizio della loro formazione, si ricordano in modo particolare: Magaietto, nella zona di Diano Marina; Borgo d'Oneglia; Inimonti di Pontedassio; dintorni del Faudo, con Valloria, Tavole e Villa Talla di Imperia; dintorni del Monte Acquarone, con zona da Montegrazie e Moltedo a Lucinasco; Pizzo d'Evigno; Curenna (dove - nel «Casone dei Crovi» - viene continuata, e quasi ultimata, la canzone Fischia il vento, di Felice Cascione, iniziata nel dicembre del '43 a Pizzo d'Evigno) e Alto. Queste due ultime località, Curenna e Alto, sono entrambe nella valle di Albenga. Nel periodo qui trattato i gruppi partigiani di montagna si tennero in frequente costante collegamento - come già fuggevolmente si è detto - con gli organizzatori antifascisti rimasti in città; i quali si adoperavano mandando informazioni, armi, indumenti e viveri, facendo nuovi aderenti, e inviando alle bande i giovani che temevano di essere incorporati nella milizia fascista o deportati. I contatti, in Imperia, erano tenuti soprattutto col rag. Giacomo Castagneto (o «Elettrico»), con Nino Siccardi (o «Curto»), con Ughes Gaetano, con Giacomo Amoretti «Menico» (Leonida) e con altri per il Partito Comunista; e con lo scrivente per gli indipendenti, per il Partito d'Azione e per i partigiani della corrente cristiana. I gruppi della corrente cristiana erano pure in contatto con l'avv. Carlo Folco e con l'avv. Ambrogio Viale, a loro volta collegati con lo scrivente. Attivo antifascista era pure considerato il parroco di Oneglia, rev. Don Orazio Boeri, anch'egli in relazione con giovani cattolici rifugiatisi in montagna, non che - specialmente - con l'avv. Ambrogio Viale. In tutti i mesi dal settembre '43 al marzo '44, i vari gruppi partigiani e i vari gruppi antifascisti (che in genere costituivano l'ossatura dei gruppi partigiani) agivano un poco ciascuno per conto proprio, indipendenti l'uno dall'altro, anche se non mancavano frequenti contatti (ad esempio: lo scrivente fu varie volte a casa del rag. Giacomo Castagneto e si recava spesso a casa di «Curto»; in montagna, l'avv. Raimondo Ricci, i Serra e l'avv. Vittorio Acquarone, comunista, erano insieme; lo scrivente faceva egualmente circolare i fogli clandestini «L'Unità» e «Italia Libera»; dalla banda presso il Faudo, nella quale, ad un certo punto, non pochi erano i comunisti, Ricci Raimondo aveva mandato allo scrivente il partigiano Aldo Acquarone, per motivi inerenti all'organizzazione; e Todros Alberto, anch'egli aggregato alla medesima banda, si recava spesso sia dallo scrivente, sia dall'avv. Ambrogio Viale) *. Nei primi mesi del '44 (1° febbraio) fu creato il CLN Provinciale, in cui si riunirono ufficialmente tutti i Partiti dello schieramento antifascista. Inizialmente ne facevano parte, quali esponenti politici: Ughes Gaetano (presidente), per il PCI; Folco Carlo, per la DC; Ernesto Valcado, per il PSI. Curto era organizzatore militare per il PCI; e il prof. Strato era addetto militare in seno al CLNP per la DC, e riuniva intorno a sé anche i gruppi vari non dipendenti dal PCI.
[...] Più tardi, quattro o cinque giorni dopo la morte di Cascione, verso la fine del gennaio '44 o agli inizi del febbraio, in una riunione tenutasi in una campagna di Carenzo Fedele situata nella zona «Vena Rosa» in prossimità di Barcheto, Simon (Carlo Farini), da poco in Imperia, incaricato dal Comando Regionale delle Formazioni «Garibaldi» di prendere misure per la sostituzione di Felice Cascione, proporrà di scegliere Nino Siccardi a prenderne il posto. Alla riunione, oltre a Simon e a «Curto», sono presenti il rag. G.Castagneto, Carlo Aliprandi e altri. Nella riunione stessa, sarà Simon a proporre il nome «Curto» per Nino Siccardi e il nome «Lungo» per l'Aliprandi. Aliprandi entrerà poi come addetto militare per il PCI nel CLNP, ma «Curto», fintanto che resterà in città, ossia fino intorno agli ultimi giorni del marzo '44, sarà sempre il vero e proprio organizzatore militare per il PCI nell'imperiese.
Per il conferimento dell'incarico di addetto militare della DC nel CLNP, lo scrivente era stato convocato nello studio dell'avv. Ambrogio Viale, di qui avviato nello studio dell'avv. Carlo Folco, e di qui infine nel «retrobottega» di Ughes Gaetano, nell'ammezzato del negozio di Oddone nell'attuale Via Bonfante, dove l'incarico gli era stato definitivamente spiegato e affidato.
* Per i contatti fra corrente e corrente, si ricordano pure, tra l'altro, i seguenti particolari: 1) l'ing. Vincenzo Acquarone, antifascista non comunista, in Torino tratta l'acquisto di anni e di esplosivo per «Curto», e, come d'accordo, mediante lettera del giorno 16-11-43, in caratteri cifrati, informa dei risultati lo scrivente G. Strato, affinché li comunichi a «Curto»; lo scrivente, sentito «Curto», ne trasmette la risposta, sempre con caratteri cifrati, all'ing. Acquarone, e nel contempo lo informa che Todros Alberto è stato arrestato; 2) lo scrivente, insieme con alcuni giovani (Demoro Maurizio e Ascheri Maurizio dell'Azione Cattolica e Conte Egidio), porta a «Curto», in Artallo, munizioni avute in parte dalla prof.ssa Letizia Venturini, della corrente del Partito d'Azione, e dal prof. Efisio Freilino, e in parte dall'ing. Vincenzo Acquarone; 3) G. Strato procura a «Curto», che è in procinto di passare alla montagna, alcune carte militari al 25.000, fra cui quella - specialmente richiesta - della zona di Borgomaro, e gliene impresta una al 100.000, la quale gli verrà poi restituita mediante indicazioni fornite tramite Lorenzo Acquarone (Lensen), quando «Curto» è già definitivamente in montagna.
Giovanni Strato, Storia della Resistenza Imperiese (I^ zona Liguria) - Vol. I. La Resistenza nella provincia di Imperia dalle origini a metà giugno 1944, Editrice Liguria, Savona, 1976, ristampa del 2005 a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, pp. 96-98

I primi episodi di lotta [a Rezzo] si verificano nel novembre 1943, allorché i Carabinieri di Pieve di Teco, con la costituzione della Repubblica di Salò, invitano i renitenti alle varie leve a presentarsi alle armi del costituendo regime fascista. Questo invito si reitera per tutto il mese di gennaio del 1944. Nel frattempo i giovani di Rezzo, muniti delle armi di cui si sono impadroniti l'8 settembre, si sono organizzati in una banda per montare turni di vedetta a San Bernardo di Conio.
Alla fine di gennaio giungono a Rezzo una quindicina di carabinieri, guidati da un maresciallo per prendere provvedimenti seri contro i renitenti. Ma questi, stanchi delle angherie e forti dell'appoggio della popolazione, armi alla mano circondano una dozzina di carabinieri sulla piazza del paese, li legano e li portano nel bosco di Rezzo. Per farli rilasciare intervengono le autorità fasciste ed il prete della parrocchia. Ottenuto il rilascio dei carabinieri, i fascisti compiono una ritorsione bruciando alcune case e, radunata la popolazione, la portano incolonnata in cima al paese, in località "Pilastri". Sono momenti di terrore. Siamo al 30 gennaio, il contadino Costantino Donati tenta di fuggire, ma i fascisti sparano e lo uccidono in località Crocetta.
A febbraio 1944, dopo gli avvenimenti appena narrati, nel bosco [di Rezzo] si radunano una novantina di partigiani che si organizzano in tre Distaccamenti *. Il 24 giugno 1944 nella grande faggeta sopra il paese i tedeschi compiono un rastrellamento, durante il quale fucilano i partigiani Pierino Guglieri (Pierino), abitante di Rezzo, Luigi Nuvoloni (Grosso) e Aldo Perondi (Aldo).
* I tre Distaccamenti, comandati rispettivamente da Giacomo Sibilla (Ivan), Rinaldo Rizzo (Tito R.) e Vittorio Acquarone (Marino), erano dislocati il località "Stroppallo". E' il primo germe della IX Brigata Garibaldi, che sarà definitivamente costruita nel giugno successivo.
Francesco Biga in Francesco Biga e Ferruccio Iebole (a cura di Vittorio Detassis), Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria) - vol. V, Ed. Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia, 2016  

martedì 18 maggio 2021

Con dei trucchi e con i travestimenti, avrebbero catturato due partigiani

Chiusavecchia (IM) - Fonte: Wikipedia

Giovanni Nino/Tracalà Berio, nato ad Imperia il 24 aprile 1924; comunista. Già a settembre del 1943 è attivo nella lotta partigiana recuperando armamenti abbandonati dai militari che consegna a Felice Cascione e ai suoi uomini di stanza nell’entroterra dianese. A fine febbraio 1944 si unisce con Massimo Gismondi “Mancen” ed altri a Silvio Bonfante “Cion”. Il 23 settembre 1944 a Pieve di Teco (IM) un consistente numero di elementi della banda di fuoriusciti italo-francesi e di esaltati fascisti del capitano Giovanni Ferraris, travestiti da partigiani, ostentano la loro presenza compiendo soprusi e violenze con lo scopo di attirare i ribelli. La notizia mobilita alcuni partigiani che scendono per una ricognizione; sul posto si trovano in missione Menini e Calderoli. Nino Berio, zoppicando perché ferito in un precedente combattimento, si trasferisce in bicicletta. Arrivato a Pieve di Teco cade nell’imboscata e fatto prigioniero dai fascisti è condotto a piedi nudi a Chiusavecchia dal capitano Ferraris. Legato alla porta di un casone a braccia nude con filo spinato e torturato per un giorno intero con percosse e colpi di pugnale, viene infine portato presso il ponte di Garzi e fucilato. Dalla lettera del commissario divisionale Carlo De Lucis “Mario” ai commissari di distaccamento (21 novembre 1944): “Invitato a tradire i compagni in cambio della libertà, Nino rifiuta. Atrocemente torturato con ferri roventi al viso e col pugnale, risponde cantando l’inno della Guardia Rossa. Queste furono le sole parole che i suoi carnefici poterono strappare”. 
Redazione, Giovanni Berio, A.N.P.I. Leca, 8 maggio 2014
 
Giovanni Daniele Ferraris fu comandante della Gnr Compagnia Ordine Pubblico Imperia. Dopo la dissoluzione della 4a Armata molti nizzardi lasciarono il loro territorio ed aderirono alla RSI. In duecento ad Imperia si arruolarono nel 627° CP GNR, potenziando presso la caserma Ettore Muti a Porto Maurizio la Compagnia O.P. (Giovanni Ferraris) oppure contribuendo a formare con i superstiti del Btg. GNR Nizza in ritirata alla fine del 1943 dalla Provenza il Btg GNR Borg Pisani (Massimo Di Fano). Altri furono incorporati nel 626 CP GNR  di Savona e in cento costituirono la Compagnia Nizza della 27a BN di Parma. Il Btg. Borg Pisani da aprile a novembre 1944 si pose nelle casermette della Guardia alla Frontiera di Taggia e di Arma di Taggia partecipando insieme alla 34a ID e a Reparti della RSI al presidio della costa ligure allo sbocco di Valle Argentina. Tutti aspetti che il Ferraris riportò in certe sue memorie scritte del tutto omissive delle efferatezze da lui commesse.
Adriano Maini
 
... banda Ferraris, il famigerato capitano Ferraris, ma allora ancora tenente. Un nome, quello di Ferraris, temuto: dotato di coraggio e di capacità militari, anima di tanti rastrellamenti, l'ideatore della Controbanda, l'uccisore di Nino Berio (Tracalà) a Chiusavecchia. Egli si era guadagnato la fiducia delle S.S. Tedesche, tanto da essere da loro decorato con la croce di ferro di II^ classe, per la spietatezza delle sue azioni.
Attilio Mela, Aspettando aprile, Ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, 1998   

Pieve di Teco (IM) - Fonte: Mapio.net


Piaggia - Foto di Fabrizio Benedetto via Mapio.net

Il mattino del 23 settembre [1944] alcuni abitanti di Pieve di Teco raggiungono Piaggia [Frazione di Briga Alta (CN)] per protestare presso il Comando divisione per il fatto che gruppi di garibaldini, sfoggiando molti fazzoletti rossi con sopra la scritta «Cion» [Silvio Bonfante] e proferendo minacce, erano entrati nelle trattorie e nelle botteghe per mangiare e prelevare merce senza pagare, avevano gozzovigliato per le strade e manifestato l'intenzione di cercare il battaglione «Lupi» di Pelazza per disarmarlo (1).
«Simon» [Carlo Farini] e il Comando divisionale, seriamente preoccupati dalla notizia, ordinano di inviare squadre di polizia: una trentina di uomini armati solo di moschetti al comando del commissario «Mario» [Carlo De Lucis] che possedeva molto ascendente sui garibaldini, per indagare sui fatti e prendere provvedimenti.
Partiti da Piagga e attraversato San Bernardo di Mendatica, scendono verso Pieve di Teco. Con loro è Nino Berio (Tracalà), l'unico armato di mitra che, zoppicante per antica ferita (2), presa in prestito una bicicletta a Cosio, fila rapido verso Pieve da solo per ordinare il pranzo per le squadre in arrivo. Sul luogo erano già in missione Ugo Calderoni (Ugo), comandante del distaccamento mortai «E. Bacigalupo», «Menini» e «Staffetta di legno».
Quasi a Pieve gli uomini delle squadre, scorti sull'asfalto della strada alcuni bossoli di mitra e macchie di sangue, rimangono un attimo perplessi.
Cosa sarà capitato...? Qualche metro avanti, al lato della strada, il cadavere di Ugo Calderoni (Ugo) di Achille, nato a Genova il 25.3.1923, giace supino ancora caldo. Lo sbigottimento è enorme, poi tutto diventa chiaro. I partigiani in Pieve sono fascisti travestiti che tendono imboscate. Con questo timore e per prudenza i garibaldini si nascondono rapidi tra gli alberi delle «fasce» soprastanti la strada.
Frattanto giunge rapida una ragazza informatrice, racconta che a Pieve una cinquantina di fascisti in divisa partigiana avevano arrestato e disarmato alcuni garibaldini, tra cui Nino Berio mentre osservava una vetrina di un negozio, puntandogli il mitra nella schiena.
Reagì esclamando: - Compagni, non fate scherzi! - allorché i fascisti si palesarono. Lei intervenne dichiarandosi del S.I.M. e pertanto avente diritto di conoscere la causa dell'arresto di Nino.
- Vattene! - le risposero - se non vuoi guai -. Capì l'imprudenza commessa, gli uomini non sapevano cosa fosse il S.I.M.; non erano certo partigiani ma fascisti camuffati, per questo era fuggita.
Inoltre la ragazza informa i garibaldini che i fascisti, nascosti per le strade di Pieve in agguato, attendevano i partigiani.
Dopo un rapido scambio di idee «Mario» e i compagni si convincono che non possono più sorprendere il nemico armato con numerosi mitra e sarebbe mancato il tempo necessario per raggiungere la statale 28 prima del colle San Bartolomeo e attenderlo per affrontarlo e liberare i compagni. Per chiedere rinforzi ormai era tardi. Conveniva ritirarsi e preparare qualche piano più concreto.
Il ritorno a Piaggia è doloroso e l'ira è grande. Se «Ugo» fosse stato assassinato in luogo nascosto, l'imboscata avrebbe avuto esito inesorabile e mortale.
Alcuni distaccamenti  partigiani, alla notizia si lanciano su Pieve armati fino ai denti, ma non vi trovano più alcun fascista.
Oltre a «Ugo» e a Nino, cadono nel tranello e vengono catturati i garibaldini Franco Luigino Bellina (Bellina) nato a Udine il 3.9.1924, ucciso a pugnalate, Antonino Alessi (Nino) di Antonino, nato a Messina il 3.3.1925 e Pasquale  Tirella (Pasquale) di Francesco, nato a Ragusa il 7.2.1920, uccisi mediante impiccagione a colle San Bartolomeo; Giacomo Carinci (Scotto) fu Virgilio, nato ad Albenga il 15.6.1920 e Nino Berio vengono condotti a piedi nudi a  Chiusavecchia dove è il capitano F. della  brigata nera (3).
Giacomo Carinci cade trucidato sotto i colpi dei carnefici. Nino Berio (Tracalà) di Giuseppe, nato a Imperia il 24.4.1924, legato alla porta di un casone a braccia nude con filo spinato e torturato per un giorno intero con percosse e colpi di pugnale, viene infine portato presso il ponte di Garzi e fucilato. Il nemico stesso ammira il suo coraggioso comportamento (4) .
Nei pressi di Muzio anche il garibaldino Quinto Molli (Bosches) s'imbatte nei falsi partigiani, i medesimi che erano stati in Pieve di Teco. Accortosi dell'inganno apre il fuoco. Saltato nel torrente Arroscia ferito, riesce a mettersi in salvo aiutato dalle sorelle Giacomina e Pierina Pescio.
(1) I fascisti sapevano del dissenso esistente tra il Comando I^ brigata ed Eraldo Pelazza, comandante del battaglione «Lupi»; altro caso che testimoniava l'esistenza di una spia nel Comando garibaldino.
(2) Il coraggioso Nino Berio, partigiano dal settembre 1943, zoppicava perché era stato ferito a metà luglio circa da un proiettile alla gamba sinistra. Il mitra di cui era dotato durante la sua missione a Pieve di Teco era stato portato in montagna (a Piaggia) qualche giorno prima da Giorgio Alpron (Cis), la cui moglie lo aveva recuperato in una soffitta della casa in Peagna (Albenga)
[nd.r.: invero Frazione  del comune di Ceriale (SV)] di proprietà di una certa signora Roggero.
(3) Il capitano della brigata nera locale F., abile rastrellatore e uomo crudele, in coppia con M. Z. di F. detta la «Francese» o la «Donna Velata» simile a lui, diventerà tristemente famoso nel dicembre 1944 e nei primi mesi del 1945 per le sue azioni antipartigiane.
(4) Invitato a tradire i compagni in cambio della libertà Nino Berio rifiuta. Atrocemente torturato con ferri roventi al viso e col pugnale, risponde cantando l'inno della «Guardia Rossa» (lettera del commissario divisionale «Mario» ai commissari di distaccamento del 21.11.1944). Queste furono le sole parole che  i suoi carnefici poterono strappare dalla sua bocca. Il 28.9.1944 il C.L.N. provinciale inviò alla famiglia Berio la seguente lettera di cordoglio: «
A nome di tutti i partigiani componenti il C.L.N. vi porgiamo le più sentite condoglianze. Il nome del vostro caro figliolo sarà eternato  sul bronzo, accanto agli altri eroi della nuova Italia. L'olocausto della sua vita e il suo martirio serviranno di esempio a tutti noi e stimoleranno il nostro spirito combattivo per essere più degni dei nostri giovani eroi immolatisi  per un avvenire di libertà e di pace. Il vostro Nino non è morto invano, noi lo vendicheremo. La pietà oggi e domani può rappresentare un delitto: saremo spietati per vincere e far scomparire dalla faccia della terra tutti coloro che  oggi sono i nostri carnefici. L'aiuto che noi vi porgiamo non è certo il prezzo del suo sacrificio ma è l'infinitesimale attestato di solidarietà...».
Lettera del 4.10.1944 in risposta al C.L.N., dei famigliari di Nino: «
...La famiglia Berio, sinceramente commossa, ringrazia in codesto Comitato tutti i partiti dell'antifascismo e con essi tutti i compagni, gli amici e le buone persone che li compongono, per le prove di affettuoso cordoglio dimostratole in occasione della perdita del suo adoratissimo figlio Nino...».

Francesco Biga, Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria), Vol. III. La Resistenza nella provincia di Imperia da settembre a fine anno 1944, a cura dell'Amministrazione Provinciale di Imperia e con il patrocinio dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, Milanostampa Editore, Farigliano, 1977, pp. 81,82,83
 
Valfrè Carlo, nato a Ventimiglia il 7 luglio 1921, milite della Compagnia OP di Imperia.
Interrogatorio di Valfrè Carlo del 7.5.1946:
[...] Nego di aver partecipato al rastrellamento avvenuto nel mese di settembre 1944 a Villa San Pietro dove il Ferraris con la Squadra Comando si travestì da partigiano. Non ho partecipato al rastrellamento in borghese a Pieve di Teco, avvenuto il 22 settembre essendo rimasto di guardia al presidio di Chiusavecchia. Al ritorno della compagnia dal rastrellamento, ebbi occasione di vedere in mezzo al Ferraris e militi in borghese due partigiani che furono rinchiusi in una stanza della sede del comando compagnia... scesi ci congiungemmo con la squadra del tenente Di Carlo dove intesi dagli stessi militi che erano stati uccisi due partigiani ed il milite Zappella aveva un orologio al braccio di uno dei due uccisi. Da qui siamo rientrati a Dolcedo con il partigiano della San Marco, il quale venne poi ucciso nei pressi del cimitero dal milite Cartonio Antonio.
Leonardo Sandri, Processo ai fascisti: una documentazione, Vol. 9 - Liguria: Imperia - Savona - La Spezia, StreetLib, Milano, 2019 

Giovanni Nino Berio

Garzi - Fonte: mialiguria.it

Dopo pochi giorni da quando eravamo giunti a Piaggia, da Pieve di Teco giunsero alcuni civili, nostri collaboratori, per informarci che nel paese gironzolava una quarantina di partigiani che si comportavano con arroganza e prepotenza, mangiavano nei ristoranti, bevevano nei bar, prendevano oggetti ed altro nei negozi, senza pagare. La cosa ci apparve anomala e strana, per cui il Comando decise di inviare una decina di uomini per constatare come stavano le cose.
Uno dei responsabili della spedizione era Nino Berio ("Tracalà"), il quale, sapendo che a Pieve "filavo" con una ragazza, venne sotto l'albergo Pastorelli per chiamarmi, invitandomi a prendere il fucile, le munizioni, le altre cose necessarie, e a seguirlo perché si partiva subito.
Non mi feci ripetere l'invito e, in un attimo, fui per la scala che portava all'aperto.
Però in fondo alla scala incontrai il commissario "Mario", il quale, vedendomi armato di tutto punto, mi chiese dove stavo andando. Lo informai di quello che mi aveva detto "Tracalà."
Lui mi disse che la squadra era già pronta e mi invitò a ritornare sui miei passi. Senza permettermi obiezioni mi invitò a riprendere posto ìn fureria dove c'era tanto da fare. "Mario" era un uomo deciso e non accettava di essere contraddetto, ragion per cui a malincuore ritornai in ufficio. lnfatti si dovevano inviare molti ordinì che dovevo scrivere a macchina, per riorganizzare la brigata.
Quelli che scorrazzavano in Pieve di Teco erano fascisti, travestiti da partigiani, del capitano Ferraris.
Alcuni nostri compagni caddero nell'agguato. Ugo Calderoni fu ucciso per la strada, Nino Alessi venne impiccato a Colle San Bartolomeo, Nino Berio, condotto a Chiusavecchia, fu torturato e poi ucciso (fu tenuto una notte legato ad un albero con filo spinato, bruciato con ferri roventi, colpito con una decina di pugnalate non mortali, quindi fucilato quando i torturatori non provavano più divertimento); qualcun altro fece la stessa fine, dei catturati nessuno si  salvò.
Sarebbe stato meglio che si fossero tolti la vita (come fecero altri nei mesi seguenti) anziché cadere prigionieri. Avrebbero sofferto meno e dato meno soddisfazione a quei sadici carnefici.
Due giorni dopo che il triste episodio era accaduto pensai che "Mario", involontariamente, mi aveva salvato la vita. (Che, per varie circostanze, mi salvassi, non era la prima volta, e non sarà l'ultima).
Sandro Badellino, Mia memoria partigiana. Esperienze di vita e vicende di lotta per la libertà di un garibaldino imperiese (1944-1945), edizioni Amadeo, Imperia, 1998
 
I falsi partigiani sono adesso nella zona di Pieve di Teco - è la metà settembre del 1944 - ne uccidono parecchi di quelli veri, Ugo Calderoni, 21 anni, di Genova, e Franco Luigino Bellina, 20 anni, di Udine, a pugnalate, Antonino Alessi, di Messina, e Pasquale Ticella, 24 anni di Ragusa, impiccati, Giacomo Carinci, di Albenga, e Nino Berio, 20 anni, di Imperia, fucilati. Ci vorrà del tempo prima che siano neutralizzati.
Ricciotti Lazzero, Le Brigate Nere, Rizzoli, 1983
 
Capita un giorno che le staffette vengono a dire al comando, di una faccenda dei bottegai di Pieve, per questi buoni.
Al comando decidono che bisogna vederci chiaro, con una squadra apposta in ricognizione.
- È strano però - dicono al comando,- non sembra vero se ci sono quelli di Pelazza e i mortaisti di Menini, gente come si deve -; ma mandano lo stesso a vedere, non si sa mai.
Nino Berio il Tracalà, zoppicante per ferita, scende per primo sullo stradale a prendersi la bicicletta, - ho il mitra - dice, - e intanto vado a vedere.
Gli altri vengono dietro tutti tranquilli in fila indiana, e parlano tra loro delle cose della banda.
Ma eccoti di colpo sulla strada, prima delle case, luccicare al sole bossoli di mitra e sangue di traverso sul pietrisco, fino alla cunetta.
Più in là rigido disteso, eccoti il corpo crivellato di Ugo Calderoni, caposquadra mortaista.
Allora perdio, tutti presto sotto la scarpata giù al coperto e subito colpo in canna, pancia a terra col sole di striscio; ma stai fermo lo stesso dove ti trovi.
Eppure, non si riesce proprio a capire com'è successa senza spari e movimenti o altro bordello intorno, sta faccenda strana; com'è possibile insomma, se tutto è a posto e anche nelle case o per le strade non c'è traffico di niente; com'è possibile che sia successa sta cosa strana, che non si riesce a spiegare.
Invece, cos'è successo veramente, col sole di striscio e tutto alla svelta, lo dice propriamente adesso con l'affanno una donna ancora malmessa, che arriva dal paese tutta agitara e con la paura addosso.
Mentre lo dice, si guarda ingiro, e per spiegare come può tutto dal principio, si inciampa un po' nel parlare - macché, manco la gente se n'era accorta subito, perché nessuno se ne poteva accorgere; sì che c'erano delle facce nuove e c'era della stranezza: ma lo dico adesso; invece quando arrivarono, nessuno se ne accorse; come fai a capirlo lì sul momento, se li vedi vestiti proprio uguali, perfino coi fazzoletti rossi i moschetti a tracolla con lo spago e le braghe corte di teli mimetici? Dicevano i nomi giusti dei posti, litigando coi bottegai, e gridavano forte; era proprio tutto uguale e nessuno se ne è accorto, macché.
Così, quando il Tracalà saltò dalla bicicletta, se lo misero in mezzo senza farsene accorgere, parlando uno sull'altro.
- È proprio bello sto mitra corto; scommetto che spara ancora più preciso, fammi vedere.
Ma ci fu ben poco da vedere, quando gli vennero ancora più addosso, col mitra puntato nella schiena.
- Basta scherzi, ragazzi - diceva il Tracalà; ma diventava serio e sempre più pallido.
Si sentiva il sudore freddo, mentre vedeva all'ingiro soltanto facce nuove con le smorfie dei fascisti e il ghigno della morte. Per il trucco del travestimento, era troppo tardi ormai, quando il Tracalà capì che non lo era uno scherzo dei compagni; non lo era proprio: capì che invece senza sbaglio, era il ghigno della morte con la brigata nera di Ferrari addosso, più niente da fare.
Anche quel caposquadra mortaista, quando lo presero, lo presero a tradimento che non ci pensava nemmeno; si divincolò, che quasi ce la fece alla disperata; e così gli spararono lì sul momento.
Lo bruciarono nella rincorsa su per lo stradale, poi lo scansarono nella cunetta a pedate, rotolandolo nel pietrisco.
Invece a Nino Berio il Tracalà, che era stato uno dei primi partigiani salito in banda con Cascione, e Ferrari lo sapeva, gli fecero del resto prima di ammazzarlo come un cane; gli fecero di tutto lungo la strada.
Carico di un treppiedi, camminando scalzo a colpi nella schiena su per la salita e sempre più forte giù per la discesa, legato col filo spinato, glieli fecero fare tutti i tornanti della 28 che non finiscono mai.
Lo sfigurarono da capo a piedi per quel che gli fecero andando, finché lo ammazzarono soltanto in fondovalle ai Garzi, prima di Chiusavecchia; ma non parlò.
Un altro, portandoselo dietro che si impuntava, lo pugnalarono su per la salita finendolo a poco a poco e non lo trascinarono più, basta così.
Due li impiccarono a dei ganci da macellai, proprio in cima al Colle lasciandoli appesi; li lasciarono appesi per la gola bene in vista della gente, e su ciascuno ci attaccarono il cartello - questo è un bandito - legato sui garretti.
Dopo quella notte dei carnefici, il mattino fu diverso con le urla che si sentivano giù giù dal Colle all'intorno dei paesi, per tutta la valle; coi rintocchi dei campanili, prima che all'alba i preti potessero prendersi i cadaveri per le esequie, la gente chiusa in casa sentì ancora la brigata nera tutta sgonguaiata in guarnigione, che cantavano come all'osteria.
Fu in quella notte che, ciascun uomo sentendosi un brivido lungo nella schiena, i cani continuarono ad abbaiare alla catena, quasi a strapparla, per tutta la valle com'è lunga fino al mare.
Osvaldo Contestabile, Scarpe rotte libertà. Storia partigiana, Cappelli editore, 1982, pp. 70,71
 
Ugo Calderoni

Ugo Calderoni. Nato a Genova il 25 marzo 1923. Mortaista, amico fraterno di Menini Lionello, è con lui nel settembre 1944 nel tentativo di liberare K13, agente SIM recluso a Castelvecchio di Imperia  nella sede OP GNR di Giovanni Ferraris.
E’ in ricognizione a Pieve di Teco il 23 settembre 1944 quando viene catturato a tradimento; cerca di reagire, ma è circondato da quattro militi della GNR che lo uccidono.
Il suo corpo è preso a calci dal milite della GNR Antonio Cartonio e fatto rotolare in una cunetta tra sterpaglie e pietrisco per un sommario occultamento.
Accusato della sua morte, oltre al già citato Cartonio, è Emanuele Cremonesi.
Redazione, Arrivano i Partigiani, inserto "2. Le formazioni di montagna della I^ e della VI^ Zona Operativa Ligure che operavano nella provincia di Savona", I RESISTENTI, ANPI Savona, 2011
 
Pieve di Teco (IM) - Fonte: Mapio.net

22 settembre 1944 - Circolano in Pieve [di Teco] dei Sanmarchini che, da quanto si vocifera, sarebbero qui venuti per presentarsi ai partigiani. Questa è l'unica constatazione della giornata.
23 settembre 1944 - Giorno di sabato, ore 10,30: scendono dal Colle S. Bartolomeo truppe composte da reparti di Sanmarchini. La popolazione è tutta in subbuglio e frastornata; molti si dileguano per le campagne. Queste temute forze di Sanmarchini pare si siano poi ridotte ad una trentina di Repubblichini che, mascherati, sono transitati per le vie di Pieve. Si dice che fra essi via sia pure il figlio primogenito del Dott. Viale e, a quanto pare, con dei trucchi e con i travestimenti, avrebbero catturato due partigiani. Quello che si attraversa è un periodo assai preoccupante perché si va accentuando la caccia all'uomo con mezzi assolutamente proditori e spregiudicati [...]
25 settembre 1944 - [...] Ore quattro e trenta: del centinaio di patrioti giunti stamane in Pieve, una metà sono andati al Colle S. Bartolomeo a prendere il cadavere di un patriota lassù impiccato proprio innanzi all'entrata dell'albergo Belvedere; l'altra metà son partiti per l'alta Valle Arroscia [...]
26 settembre 1944 - Sono le 10 e dal mio studio assisto al passaggio del feretro del patriota impiccato al Colle S. Bartolomeo. Benché ormai si sia usi a questi spettacoli di pietà, non si può trattenere un senso di sdegno per l'efferatezza oggi così diffusa.
Nino Barli, Vicende di guerra partigiana. Diario 1943-1945, Valli Arroscia e Tanaro, ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, tip. Dominici Imperia, 1994  

mercoledì 12 maggio 2021

In Provincia il campo fu istituito a Vallecrosia


Il campo di concentramento provinciale di Imperia sorse in località Vallecrosia, nei locali di una ex caserma militare Gaf. Fu aperto il 21 gennaio 1944 per accogliere ebrei, familiari di renitenti alla leva, fermati politici non responsabili di reati e fu chiuso a metà luglio [n.d.r.: nella relazione - vedere infra - del Questore repubblichino di Imperia si dice: 11 settembre 1944] per timore di attacchi partigiani.
A quella data, però, i circa 40 ebrei lì internati erano già stati trasferiti al carcere genovese di Marassi a inizio febbraio 1944 e consegnati alle autorità germaniche.
Cornelio Galas, Lager per Ebrei in Italia..., TeleVignole, 13 settembre 2016
 
Nel corso del 1944, nuovi campi furono aperti a Pian di Coreglia (Genova), Vallecrosia (Imperia), Celle Ligure (Savona) e Cortemaggiore (Piacenza), portando la capienza delle strutture d’internamento della Rsi a oltre 8000 posti.
Carlo Spartaco Capogreco, Lager, totalitarismo, modernità, Bruno Mondadori, Milano 2002 


Il campo di Vallecrosia era una caserma destinata agli internati civili di guerra.
I detenuti francesi potevano uscire un'ora al giorno nel cortile della caserma.
[...] Ogni giorno venivano richiesti dei volontari per scavare bombe inesplose. Questo lavoro poteva essere considerato non solo pericoloso, ma anche incompatibile con la situazione di prigionieri [di guerra]. Quando non si trovavano abbastanza volontari, i lavoratori venivano designati d'ufficio e i poliziotti li scortavano e li sorvegliavano sui luoghi di lavoro.
Questa caserma era molto vicina ad un'altra caserma, sede di "camice nere".
Gli allarmi per attacchi dall'aria e dal mare furono molto frequenti giorno e notte.
Non venne mai approntato alcun riparo: in caso di allarme ai poliziotti sembrava sufficiente fare scendere i detenuti al piano terra.
Questo campo venne evacuato - trasferendo i detenuti ad Imperia - il 20 luglio 1944 nell'imminenza di un colpo di mano, di cui aveva avuto sentore il Commissario di Polizia di Ventimiglia, che dovevano effettuare i partigiani.
Ricondotti a Vallecrosia il 23 agosto 1944, i prigionieri francesi furono portati il 4 settembre 1944 di notte dalle S.S. al carcere di Marassi a Genova e messi a disposizione del comando S.D.
Ministero francese dei combattenti e delle vittime della guerra (ACVG), Elenco e rapporto su campi e carceri italiani, 24 maggio 1949. Fonte: International Tracing Service ITS, Bad Arolsen
 
Bartoli Ivo: nato a Buti (Pi) il 24 agosto 1924, squadrista della Brigata nera “Padoan”, distaccamento di Sanremo.
Interrogatorio del 26.6.1945: Nei primi di gennaio del 1944 fui rastrellato in via Vittorio di Sanremo, nel caffè Iris, da agenti di polizia e internato nel campo di concentramento di Vallecrosia. Qui ci venne fatta la proposta di arruolarci nelle forze armate repubblicane o di andare a lavorare in Germania. Decisi di arruolarmi nel Battaglione Italiani all’Estero di stanza a Taggia. Dopo alcuni giorni venni trasferito a Genova ed incorporato nel Comando Marina dove rimasi fino al mese di luglio quando disertai tornandomene a casa [...]
Leonardo Sandri, Processo ai fascisti: una documentazione, Vol. 9 - Liguria: Imperia - Savona - La Spezia, StreetLib, Milano, 2019
 
Fonte: AS GE cit. infra

Capo Provincia Genova
4 144 TF I 1715. Capi provincie libere Genova Imperia Savona Spezia  
N° 5 comunicasi per immediata esecuzione la seguente ordinanza di Polizia che dovrà essere applicata in tutto il territorio di codesta Provincia:
1° Tutti gli ebrei anche se discriminati a qualunque nazionalità appartengano e comunque residenti nel territorio Nazionale debbono essere inviati in appositi campi di concentramento. Tutti i loro beni mobili ed immobili devono essere sottoposti ad immediato sequestro in attesa di essere confiscati nello interesse della Repubblica Sociale Italiana la quale li destinerà a beneficio degli indigenti sinistrati dalle incursioni aeree nemiche.
2° Tutti coloro che, nati da matrimonio misto, ebbero in applicazione delle leggi razziali italiane vigenti il riconoscimento di appartenenza alla razza ariana devono essere sottoposti a speciale vigilanza degli organi di polizia. Siano per intanto concentrati gli ebrei in campi di concentramento speciali appositamente attrezzati punto Ministro Interno Buffarini.
Documento della Questura di Genova, in Archivio di Stato di Genova , Repubblica sociale italiana, 35, fasc. 10
 
 
Fonte: AS GE cit.

Ministero dell’Interno
Direzione generale della P.S.
Roma, 13 dicembre 1943 - XXII
Capi provincie non occupate
Questore Roma
E p.c. Ministero Interno
Direzione Gen. Demorazza SEDE
Oggetto: Ebrei
Si ripete per lettera il telegramma circolare n. 442/57460 in data 10 corrente:
“In applicazione recenti disposizioni, ebrei stranieri devono essere assegnati tutti at campi concentramento. Uguale provvedimento deve essere adottato per ebrei puri italiani, esclusi malati gravi et vecchi oltre anni settanta. Sunt per ora esclusi i misti et le famiglie miste salvo adeguate misure vigilanza”.
Pel capo della Polizia
Documento del Ministero dell'Interno [della Repubblica Sociale] in Archivio di Stato di Genova, Repubblica sociale italiana, 35, fasc. 10
 
Nella primavera 1943 la presenza ebraica si accrebbe grazie all’arrivo di connazionali rimpatriati dalla Francia. Completata rapidamente occupazione militare della Provincia, le unità tedesche Gestapo e SS avevano visionato gli elenchi degli ebrei residenti. Ottenuta anche l’indispensabile collaborazione della polizia italiana, furono in grado di scatenare una lunga e spietata caccia all’ebreo già sperimentata altrove.
La stagione del terrore ebbe inizio il 18 novembre 1943 a Bordighera con l’arresto dei tre membri della famiglia Hassan. Nella tragica notte tra il 25 e 26 novembre, uomini delle SS e agenti della polizia italiana operarono una grande retata. Vi incapparono trentacinque ebrei che furono arrestati a Ventimiglia, Bordighera e San Remo. Furono rinchiusi nelle carceri di San Remo ed Imperia e trasferiti successivamente a Genova. Il 5 dicembre 1943 il Ministro dell’interno della Repubblica Sociale italiana ordinava che «tutti gli ebrei, anche se discriminati fossero arrestati ed internati in appositi campi di raccolta provinciali e i loro beni mobili e immobili sottoposti ad immediato sequestro».
In Provincia il campo fu istituito a Vallecrosia, in un’area già occupata da edifici militari. Entrò in funzione nel febbraio 1944 e fu chiuso nell’agosto dello stesso anno [n.d.r.: nella relazione - vedere infra - del Questore repubblichino di Imperia si dice: 11 settembre 1944]. Nel campo furono internati soprattutto prigionieri politici, genitori dei renitenti alla leva e solamente cinque ebree arrestate a Bordighera e San Remo. Nei mesi successivi i pochi arresti operati appaiono riconducibili allo squallido fenomeno delle delazioni. Alcune famiglie, che, invece, erano riuscite fortunosamente a sottrarsi alla cattura, partirono immediatamente e si diressero con successo verso la Svizzera. Altri nuclei familiari o singoli furono nascosti e protetti da amici o conoscenti; alcuni trovarono rifugio presso istituti religiosi. Una nuova recrudescenza della caccia all’ebreo si registrò nell’aprile 1944, quando furono arrestati a San Remo cinque anziani ebrei. Tra questi figurava anche Elena Abraham che sarebbe morta in carcere ad Imperia. La stagione del terrore sarebbe terminata il mese successivo. Il bilancio degli arresti e delle deportazioni in questa Provincia in cui la presenza ebraica non fu mai troppo importante, è tuttavia impressionante e ammonta ad almeno 54 deportati. Solo cinque sopravvivranno all’inferno dei lager nazisti e faranno ritorno.
Paolo Veziano, La persecuzione antiebraica in provincia di Imperia (1938-1945), Amministrazione Trasparente, Provincia di Imperia
[ n.d.r.: altri scritti di Paolo Veziano: La libera Repubblica di Pigna. Parentesi di democrazia (29 agosto 1944 - 8 ottobre 1944) (a cura di Paolo Veziano con il contributo di Giorgio Caudano e di Graziano Mamone), Comune di Pigna, IsrecIm, Fusta Editore, 2020; Paolo Veziano, Ombre al confine. L’espatrio clandestino degli Ebrei dalla Riviera dei Fiori alla Costa Azzurra 1938-1940, ed. Fusta, 2014; Paolo Veziano, Sanremo. Una nuova comunità ebraica nell'Italia fascista. 1937-1945, Diabasis, 2007; Paolo Veziano, Ombre di confine: l'emigrazione clandestina degli ebrei stranieri dalla Riviera dei fiori verso la Costa azzurra, 1938-1940, Alzani, 2001]
 
[...] La capienza del campo di concentramento di Vallecrosia è di 150 persone. Provvedendosi ad opportuni adattamenti delle due ali del fabbricato, che importerebbero una spesa di 270 mila lire, si potrebbero avere 800 posti disponibili; attualmente vi si trovano internati 30 detenuti alcuni dei quali provenienti dal carcere di Imperia-Oneglia colà sfollati a seguito dei bombardamenti dei quali è stato riferito nella presente relazione.
Dovendosi poi, d'ordine dell'Autorità militare germanica, sgombrare quanto prima il carcere di San Remo, circa una settantina di detenuti ivi ristretti verranno anch'essi assorbiti dal campo di concentramento di Vallecrosia.
Alla direzione ed all'amministrazione di esso è preposto il Commissario di P.S. Dr. Marchetti, addetto all'ufficio di P.S. di Ventimiglia Città, coadiuvato dal V. Commissario Aggiunto di p.s. ausiliario Curci, da 25 militi, incaricati della vigilanza esterna del campo, e da 18 agenti, per la maggior parte ausiliari, incaricati della vigilanza interna.
Data la ubicazione del campo e la disposizione dei locali occorrebbe portare a 50 il numero dei militi ed a 25 quello degli agenti che dovrebbero essere per la maggior parte effettivi, anziché ausiliari.
Il campo risulta deficiente di brande, pagliericci, coperte e di quant'altro indispensabile per l'alloggiamento degli internati ed è necessario rifornirlo di quanto abbisogna.
L'ISPETTORE GENERALE DI ZONA
(Giuseppe Delitalia)
Rapporto n° 3 in data 18 aprile 1944 dell'Ispettorato Regionale di Polizia - Zona Savona=Imperia - alla Direzione Generale di Polizia del Ministero dell'Interno [n.d.r.: della Repubblica Sociale di Salò] con timbro di arrivo del 26 aprile 1944 

“Copia di telegramma della Questura di Imperia in data 21 luglio 1944 diretto al capo di polizia Maderno”, 27 luglio 1944, riguardante un attacco partigiano il 20 luglio 1944 alle carceri giudiziarie di Oneglia Imperia. Per il timore di nuovi azioni, fu decisa l'evacuazione dei 33 internati nel campo di Vallecrosia: «[…] Eventualità colpo mano Campo concentramento Vallecrosia Capo provincia habet disposto evacuazione suddetto campo comprendendo 33 internati. Detenuti sono stati ristretti carceri Oneglia provvedendosi intensificazione vigilanza interna con agenti custodia et agenti polizia et vigilanza esterna guardia nazionale repubblicana».
ACS, MI, PS, Massime M4, b. 135, fasc. 16 “Campi di concentramento”, Ins. 37 “Savona”, documenti vari; Ivi, b. 127, “Ins. Imperia Vallecrosia

Gli attacchi aerei sono diminuiti di intensità mentre quelli navali cominciano a far sentire il loro preoccupante peso in quanto da circa una settimana dinanzi alla costa Ligure numerose navi di ogni tipo cannoneggiano Mentone (che è stata evacuata dai tedeschi nelle ultime 24 ore), Ponte S. Luigi, Grimaldi, i forti di La Turbie, Vallecrosia e Bordighera.
Per tali ragioni nella giornata di ieri ho sfollato sia i detenuti che gli internati del campo di concentramento di Vallecrosia.
Imperia, 12 settembre 1944
Giovanni Sergiacomi, Questore di Imperia, Al capo della Polizia

A Calvari di Chiavari, vicino Genova, gli ebrei rinchiusi nel campo provinciale erano stati trasferiti al carcere milanese di San Vittore già il 21 gennaio e poi aggiunti al convoglio che partì da Milano verso Auschwitz il 30. Il campo fu riadattato successivamente solo per internare prigionieri politici italiani e stranieri: un'azione partigiana a metà giugno del 1944 convinse le autorità a inviare gli internati a Fossoli (poi deportati nel Reich) e a chiudere questa struttura 220. Per motivi analoghi, negli stessi mesi furono evacuati e chiusi i campi provinciali di Celle Ligure e di Vallecrosia, rispettivamente in provincia di Savona e Imperia: nel dicembre 1943 erano stati approntati come luoghi di raccolta degli ebrei arrestati dopo l'ordinanza n. 5, i quali però vennero trasferiti a Fossoli ben prima dell'estate del 1944 - e poi deportati nell'Europa Orientale 221  [ p. 241] [...]
Imperia
Il campo di concentramento provinciale sorse in località Vallecrosia, nei locali di una ex caserma militare Gaf. Fu aperto il 21 gennaio 1944 per accogliere ebrei, familiari di renitenti alla leva, fermati politici non responsabili di reati e fu chiuso a metà luglio [n.d.r.: nella relazione - vedere infra - del Questore repubblichino di Imperia si dice: 11 settembre 1944] per timore di attacchi partigiani. A quella data, però, i circa 40 ebrei lì internati erano già stati trasferiti al carcere genovese di Marassi a inizio febbraio 1944 e consegnati alle autorità germaniche.
Principali fonti d'archivio
ACS, MI, PS, Massime M4, Mobilitazione civile, b. 127, fasc. 16 “Campi di concentramento”, Affari per provincia”, “Imperia”;
ACS, MI, PS, A5G II Guerra Mondiale, b. 151, fasc. 230 “Ebrei”, “Ebrei. Atti pervenuti dalla segreteria del Capo della Polizia, senza lettera d'accompagnamento”;
ACS, MI, PS, A5G II Guerra mondiale, Italia liberata, b. 3, fasc. “Rimpatrio degli ebrei italiani deportati in Germania”. [p. 266].
220 G. Viarengo, Il campo di concentramento provinciale per ebrei di Calvari di Chiavari (dicembre 1943 - gennaio 1944) e le sue altre funzioni, in «La Rassegna mensile di Israel», maggio-agosto 2003, pp. 415-430.
221 Cfr. ACS, MI, PS, Massime M4, b. 135, fasc. 16 “Campi di concentramento”, Ins. 37 “Savona”, documenti vari; Ivi, b. 127, “Ins. Imperia Vallecrosia”, “Copia di telegramma della Questura di Imperia in data 21 luglio 1944 diretto al capo di polizia Maderno”, 27 luglio 1944, riguardante un attacco partigiano il 20 luglio 1944 alle carceri giudiziarie di Oneglia Imperia. Per il timore di nuovi azioni, fu decisa l'evacuazione dei 33 internati nel campo di Vallecrosia: «[…] Eventualità colpo mano Campo concentramento Vallecrosia Capo provincia habet disposto evacuazione suddetto campo comprendendo 33 internati. Detenuti sono stati ristretti carceri Oneglia provvedendosi intensificazione vigilanza interna con agenti custodia et agenti polizia et vigilanza esterna guardia nazionale repubblicana».

Matteo Stefanori in Ordinaria Amministrazione: i campi di concentramento per ebrei nella Repubblica Sociale Italiana, Tesi di Laurea, Università degli Studi della Tuscia, Viterbo, in cotutela con Université Paris X Ouest Nanterre-La Défense

Cosa succede in provincia di Imperia?
“Alla raccolta degli ebrei rastrellati nell’estremo ponente della Provincia venne destinata dal Prefetto una delle zone del plesso militare esistente nel Comune di Vallecrosia, che comprendeva tre aree distinte nelle quali insistevano alcuni edifici adibiti, dal 1939, all’acquartieramento dei soldati e delle relative sussistenze e salmerie”.
Com’era suddiviso questo campo?
“La prima di queste aree si trovava tra la parte a mare e quella a monte di Vallecrosia, compresa tra via San Rocco a nord, via Baude a sud; via Roma a est e un boschetto di ulivi, eucaliptus, pini marittimi e palme, a ovest. Questa zona, di circa ottomila metri quadrati, è attualmente occupata dai giardini pubblici, da un giardino per auto e, un tempo, dall’ampio complesso della ditta Fassi. In quest’area, che fu impropriamente definita come il ‘campo’, si trovavano quattro edifici rettangolari uguali, costruiti tre il 1932 e il 1935, di cui uno era adibito a caserma per i soldati e tre a stallaggio per i cavalli. Dopo la guerra: tre edifici sono stati demoliti e il quarto venne acquistato dalla Fassi. Quest’ultimo, affacciato sul boschetto a ovest, era quello destinato all’internamento e detenzione degli ebrei rastrellati, che vi venivano rinchiusi nelle camere di sicurezza e sorvegliati da militari dell’esercito. La seconda area militare si trovava, all’epoca, subito a nord della prima, a monte di via San Rocco, angolo con via Roma, e in essa c’erano quattro edifici che, costruiti attorno al 1830 per accogliere una distilleria di lavanda, erano poi stati trasformati in caserme. La terza area militare si trovava a circa cinquecento metri a nord, a monte e a valle della attuale via Orazio Raimondo e in essa erano situati altri quattro edifici, di cui due a monte della via, adibiti a caserme per i soldati, ufficio dettaglio e uffici comando, e due a valle, destinati a magazzini. Dopo la guerra, nella caserma del comando trovò sede il municipio di Vallecrosia, mentre gli edifici a valle mantennero la loro destinazione a magazzini”.
Abbiamo qualche cifra legata all’attività di questo campo?
“Il campo di raccolta di Vallecrosia funzionò come tale, dal 9 febbraio al 2 agosto 1944, secondo quanto risulta da una relazione del Questore di Imperia del 10 agosto 1944 e da quella del Direttore del campo, del 28 giugno 1944, indirizzate entrambe al Ministero dell’Interno della Repubblica Sociale. In esso vennero detenuti, ciascuno per un periodo assai breve: circa 40 persone. A questo proposito, interessante è la vicenda che di due sorelle detenute, Gabriella e Mirella Perera e della loro madre, Raimonda Devaux, arrestate tutte insieme, in quanto ebree, a Bordighera, dove abitavano, il 15 febbraio del 1944 e subito portate al campo di Vallecrosia. Un altro figlio della signora Devaux fu arrestato, come ebreo, a Milano, l’11 settembre del 1944 e finì anch’egli in un Konzentration-lager in Germania. E’ da ricordare, in riferimento a questa vicenda, che il padre, Orlando Perera, non fu arrestato, poiché di religione cattolica; i suoi tre figli invece lo furono e vennero successivamente deportati in Germania, in quanto ritenuti automaticamente ebrei poiché nati da donna ebrea e, secondo la legge talmudica, tutti i nati da donna ebrea sono considerati ebrei”.
Quale epilogo ebbe la vicenda delle sorelle Perera?
“Gabriella, che all’epoca aveva 12 anni, venne poi trasferita da Vallecrosia al centro di raccolta di Fassoli da cui venne inviata al carcere di Verona e quindi al Konzentrationlager di Ravensbrueck. Fu liberata dagli americani, il 30 aprile del 1945 e rientrò in Italia. Mirella, all’epoca ventenne, assieme alla madre finì al Konzentrationlager di Bergen-Belsen e venne liberata dagli americani il 15 aprile del 1945, rientrando quindi in Italia. Durante la loro breve detenzione nel “campo” di Vallecrosia le sorelle Perera e la loro madre furono assistite da alcune compagne di scuola di Mirella: Angela Biancheri ed Esterina Ursida, che, rientrando a casa dalla Scuola Maria Ausiliatrice di Vallecrosia e passando accanto al campo, portarono loro viveri di conforto”.
Ci sono altre storie che possiamo ricordare?
“Altra vicenda interessante fu quella di Franco Bragadin che, nel mese di febbraio del 1944, prese alloggio al primo piano della villetta di Giorgio Pellegrino nella via Romana, attuale civico 73, per poter essere vicino e assistere la moglie ebrea, arrestata a Imperia, il 12 febbraio del 1944 e detenuta nel campo di Vallecrosia, sino al 22 febbraio del 1944, quando venne inviata al campo di Fossoli, per poi essere trasferita in Germania. Pare che si sia salvata e che abbia poi preso dimora a Genova”.
Gustavo Ottolenghi intervistato da Fabrizio Tenerelli, Shoah, a Vallecrosia quel campo di concentramento terribile ma sconosciuto, Vivi Israele, 24 gennaio 2019

Non c’erano rose a Ravensbrück nell’estate del 1944, quando Gabriella Perera, dodici anni, arrivò al lager nascosto tra i boschi, 80 chilometri a nord di Berlino, insieme con la mamma Raimonda Devaux e la sorella ventenne Mirella, portate via a febbraio, dalla loro casa di Bordighera, dai repubblichini. Erano partite da Vallecrosia, estremo ponente ligure: un piccolo campo di raccolta della Rsi - praticamente dimenticato o più facilmente una memoria rimossa, com’è accaduto a decine e decine di altri in Italia - un edificio austero a neanche quindici chilometri dal confine francese che avrebbe significato la salvezza e la libertà, per lei come per le altre donne ebree recluse. Una ex caserma diventata prigione per gli ebrei e i detenuti politici ma anche per i militari che si erano rifiutati di aderire alla Repubblica sociale, insieme con le famiglie dei partigiani e dei giovani renitenti al bando di Badoglio. Gabriella, che riuscì a tornare, dopo aver trascorso un anno tra Ravensbrück e Bergen Belsen, e a vivere la sua vita a Genova, raccontava cinquant’anni dopo il suo disorientamento ma anche l’amarezza e la rassegnazione: nella sua famiglia, come in molte altre, si sapeva quale futuro fosse destinato agli ebrei; la speranza di sopravvivere, o anche solo di non vivere al peggio quei mesi, era affidata all’incontro con poche, singole persone, e ai loro comportamenti.
I tedeschi mi hanno tolto tutto e, inoltre, mi hanno umiliata con l’intenzione di disumanizzarmi; però nella cattiva sorte sono stata fortunata. Infatti, una kapò mi aveva offerto un po’ del suo spazio in un letto che era molto meglio del mio. L’orrore che ha affrontato, invece, Gabriella non lo racconta. Nella sua testimonianza, davanti ai ragazzi di una scuola media, dice di aver assistito a episodi tragici e di averli anche subiti «ma non posso descriverli perché siete troppo piccoli»
[...] No, non c’erano le rose, allora. Ci sono oggi, piantate lungo i muri della recinzione, sopra la terra che ricopre ciò che resta delle tante che da quel campo, nascosto tra i boschi, affacciato su un laghetto circondato da conifere e betulle [...]
tratto da “Destinazione Ravensbruck. L’orrore e la bellezza nel lager delle donne” di Donatella Alfonso, Laura Amoretti, Raffaella Ranise.
Redazione, Destinazione Ravensbruck. Le rose fioriranno ancora, ANPI Genova, 4 febbraio 2020 

Alcune erano bambine, partite sole o con l’intera famiglia, altre ragazze di vent’anni, madri di famiglia oppure già anziane.
Sui treni che le portavano al campo di concentramento di Ravensbrück il lager delle donne, a nord di Berlino, finirono detenute politiche, prostitute, o appartenenti a famiglie ebraiche. Reiette da isolare, da eliminare, per il regime nazista. Mille tra le italiane deportate, di ogni età, non tornarono mai: tra loro anche alcune passate per un piccolo e quasi dimenticato centro di detenzione nell’estremo ponente ligure, a Vallecrosia, simbolo del desiderio di rimozione. La storia di queste donne, ragazze e bambine, i ricordi, la capacità che ebbero molte di loro, nonostante la tragedia che stavano vivendo, di ritrovare un affetto, un gesto, un sorriso, si affiancano ai momenti più cupi vissuti nel lager e, per le sopravvissute, riportati nella vita vissuta a partire dal loro ritorno [...]
Donatella Alfonso, Laura Amoretti, Raffaella Ranise, Destinazione Ravensbrück. L’orrore e la bellezza nel lager delle donne, All Around, 2020
 
Una foto d’epoca con Maria Musso che , in primo piano, indossa una maglietta a righe. Fonte: Giampiero Cazzato, art. cit. infra

«Quante storie/ son passate di lì./ Mamme abbracciate a bambini/ uomini giovani/ già vecchi cadenti sono finiti/ in un fumo tremendo./ Chi conosce/ la mappa dei lager?/ Terra di Germania./ Suolo tedesco/ impregnato di cenere bianca,/ di ossa spezzate./ Saranno anche/ belli i giardini/ da quella terra spunteranno dei fiori/ Il mondo diviso:/ chi vuole testimonianza/ chi desidera/ silenzio assoluto./ Mi arrivano spesso/ questionari, inviti./ Aborriamo la rabbia/ ma forse è giusto/ che chi ha vissuto/ quel tempo porti il suo…/ granello di sabbia». Maria Musso, l’autrice di questa dolorosa poesia, era nata a Diano Arentino, un piccolo paese del ponente ligure. Aveva appena vent’anni e splendidi capelli neri e ricci, raccolti con un nastro rosso quando la presero. Chissà, forse i fascisti che l’arrestarono, su quel nastro rosso appuntarono il loro ghigno di sgherri.
Maria Musso fu deportata nel campo di concentramento di Ravensbrück il 2 settembre del 1944. Riuscì a tornare a casa, a raccontare e a scrivere l’orrore che aveva vissuto, il suo granello di sabbia, a spiegare ai giovani l’abominio del nazifascismo. Maria è mancata nel 2011.
La sua storia - e quella delle altre deportate - è raccontata in “Destinazione Ravensbrück. L’orrore e la bellezza nel lager delle donne”, libro edito dalla casa editrice All Around, che ha avuto il patrocinio di Aned, Anpi, e degli istituti storici della Resistenza Ilsrec, Isrecim, Isr e Isrec. A scriverlo tre donne, Donatella Alfondo, Laura Amoretti e Raffaella Ranise.
[...] Prima di piombare nell’inferno di Ravensbrück molte prigioniere italiane, in particolare le liguri, passarono per un piccolo e quasi dimenticato centro di detenzione nell’estremo ponente, a Vallecrosia. E già, perché sulla presenza di campi di concentramento in Italia ha prevalso per tanti anni un desiderio di rimozione. “Campo dimenticato” lo chiamano le autrici in un capitolo del loro libro. Vallecrosia: dopo la fine della guerra e fino al 2010 in questo angolo di Liguria c’era la sede dell’Istituto biochimico-farmaceutico Fassi, quelle delle famose pastiglie, ma quella grande caserma, tra gennaio e agosto del 1944, fu un campo di prigionia repubblichino dove ebrei, prigionieri politici, renitenti alla leva della Rsi, venivano raccolti prima di essere inviati in Germania o in Polonia. Solo nel 2005, grazie all’impegno di ex partigiani e di storici locali, la polvere del tempo che l’aveva quasi cancellato dalla memoria venne rimossa. Anche se l’assenza «assoluta di fonti», come spiega lo storico Paolo Veziano nel libro, «ci costringe a ricostruire, in modo quanto mai approssimativo» quella pagina triste della persecuzione antiebraica. Tra il 1943 e il 1945 l’Italia della Rsi avvia alla deportazione circa 7.500 ebrei italiani che persero la vita nei lager nazisti. In Liguria - dove oltre a Vallecrosia fu attivo come campo di raccolta quello di Pian di Coreglia-Calvari, in Val Fontanabuona, oltre ai “trasporti” di arrestati in partenza dal cercare genovese di Marassi - furono deportate 261 persone. Ne sono sopravvissute una ventina. Dall’imperiese partono in 53, solo sei riuscirono a tornare».
Descrivere l’orrore è difficile. Descriverlo dopo averlo vissuto è difficile e penoso assieme. Si avrebbe voglia di ritrarsi dall’abisso in cui si è precipitati. Ecco perché la memoria di queste donne è un valore inestimabile, da conservare e custodire. È una memoria costruita sulle loro carni vive. «Ho visto scheletri/larve, feriti./ Ho visto uomini/ che eran stati tali./ Ho visto belve/ con volti umani/ ho visto troppo per dimenticare», scrive Maria Musso in una sua altra poesia. Noi che non abbiamo visto, se non attraverso i loro occhi, anche noi dovremmo essere capaci di non dimenticare.
Giampiero Cazzato, Io, donna, nel campo della memoria taciuta, Patria Indipendente, 11 settembre 2020
 
Eppure un campo di concentramento - sebbene molto diverso da quelli tedeschi e austriaci - era presente anche nella provincia di Imperia. Era situato a Vallecrosia e fu istituito nel 1944.
Alla sua apertura, quasi tutti gli ebrei della zona erano già stati deportati e così al suo interno ne finirono solo cinque. Cinque donne, per l’esattezza. Vi furono internati invece molti avversari politici della Repubblica Sociale Italiana.
Sul campo di concentramento di Vallecrosia cadde, dopo la fine della guerra, un profondo silenzio. Della sua esistenza si è tornato a parlare soltanto nel 2003, grazie all’opera di recupero storico avvenuto a livello locale. Ancora oggi, tuttavia, soltanto in pochi ne conoscono la vicenda. Per il Giorno della Memoria Riviera Time, grazie al contributo dello storico locale Gian Paolo Lanteri, vi racconta questa triste vicenda del Ponente ligure.
Santo Scarfone, Il campo di concentramento di Vallecrosia, Riviera Time Televisione, 27 gennaio 2017 

Vallecrosia, 27 Gennaio 2014: Cittadinanza onoraria a Stefano ‘Nini’ Rossi e a Mario Rossi per essere stati ‘internati’ per qualche mese, con la mamma, nel 1944, nel campo di ‘concentramento’ di Vallecrosia. I genitori avevano nascosto in casa loro due militari inglesi.
Chiara Salvini, Stefano ‘Nini’ Rossi e Mario Rossi. Vallecrosia rende omaggio alla loro prigionia..., Nel delirio non ero mai sola, 28 Gennaio 2014
 
[...]  All’epoca aveva solo 16-17 anni e viveva a Vallecrosia Alta con la sua famiglia, visto che ha dovuto abbandonare la casa di origine, sita a Vallecrosia, a causa della guerra. L’area intorno alla sua abitazione era infatti diventata una zona minata e recintata di filo spinato. "Sono stato sfollato a Vallecrosia vecchia con la mia famiglia. Mio nonno però non voleva lasciare la sua casa, infatti più volte è scappato per tornare alla sua abitazione e alle sue cose, ma ogni volta lo riportavamo indietro in bicicletta. Una volta ha addirittura attraversato un intero campo minato fortunatamente senza rimanere ferito."
[...] "Mi ricordo che nei giardini di via San Rocco, a pochi passi dall’ex fabbrica della Fassi, vi era un campo di concentramento provinciale. Avevano costruito tutto intorno una recinzione con alte torrette e nessuno poteva avvicinarsi - così inizia il racconto - All’interno si intravvedevano tante persone rinchiuse: bambini, donne e uomini. Non sapevamo però da dove venissero. Erano chiusi lì come prigionieri, non credo che li abbiano mai fatti lavorare come avveniva in altri campi. Era un luogo di internamento. Non erano ebrei, visto che erano già stati portati via tempo prima. So che avevano rinchiuso anche qualche partigiano". [...]
Elisa Colli, “Per non dimenticare”, il ricordo del campo di concentramento a Vallecrosia..., Riviera 24.it, 28 gennaio 2018

domenica 9 maggio 2021

Come morì all'ultimo spaccando lo sten sulle pietre

Costante Rustida Brando

Nasino (SV) - Fonte: Wikipedia
 
Costante Brando. Nato a Milano nel 1925, caduto nel marzo del 1945 in località Nasino (Savona), operaio.
Con Giulio Bernardoni, suo coinquilino, aveva preso parte alla Resistenza in provincia di Varese con i patrioti del colonnello Carlo Croce. Tornato a Milano per dar notizie ai suoi, il ragazzo aveva raggiunto la Liguria ed era entrato a far parte della VI Divisione d’assalto Garibaldi. Investiti, nel marzo del 1945 da un pesantissimo rastrellamento nazifascista, i patrioti sono costretti a ripiegare. Costante Brando ne protegge la ritirata sparando con una mitragliatrice. Quando, esaurite, le munizioni, i repubblichini stanno per catturarlo, il ragazzo si spara per non cadere nelle loro mani. Il suo corpo sarà recuperato soltanto dopo la Liberazione. Sulla casa di via Ponale 66, dove abitava a Milano, una lapide ne ricorda ora il sacrificio.
Redazione, Costante Brando, ANPI Nazionale, 8 novembre 2010
 
Per il secondo Distaccamento, non avendo accettato Rustida [Costante Brando] il comando, lo convinsi a farne le veci fino a che gli uomini non avessero trovato un altro Comandante.
Giuseppe Garibaldi (Fra Diavolo), Dalla Russia all'Arroscia. Ricordi del tempo di guerra, ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, 1994

Come dico dunque, Rostida [Costante Rustida Brando] con lo sten nuovo che a quei tempi ce l'avevano in pochi, era diventato un capobanda: quando lo fecero capobanda con le votazioni in regola, tra loro i sanmarchini lo sapevano eccome cosa si facevano. Se lo ricordavano benissimo di quando all'ultimo gli avevano detto di no; di farla finita una buona volta e di piantarla lì: basta con quella noiosata sempre la stessa di seguitare a remenarla, dicendo che lui non se la sente per niente di comandare, perché non sa come si fa; e che perciò vuol fare solo il soldato semplice nei partigiani.
Invece erano tutti d'accordo all'altro modo, porca la miseria; perché lo sapevano com'era generoso e sempre il primo nelle azioni rischiose, quando bruciava la pelle.
- E piantala di romperci le scatole, finiscila di fare il bamboccio -, gli dicevano seduti all'accampamento, dovendo decidere; quella volta però, glielo avevano detto sul serio per l'ultim  volta, fuori dai denti: che lui era veramente capace, era il più adatto; ci mancherebbe altro, e basta così.
E di su e di giù, gli avevano detto anche che lui era il più in gamba; che a fare il comandante con loro era facile, e imparava subito siccome lo era già di natura proprio adatto, e di qua e di là; che bisognava sbrigarsi, senza più ricominciare con tuttee quelle menate maiuscole.
Nell'alta Val Pennavaira è bello dopo l'inverno, col tempo già di scirocco, guardarsi in giro; è perché uno si guarda in giro andando nell'umido, con tanta voglia di vedere le prime viole al bordo delle mulattiere; è bello guardare così seguitando, appena i rami dei noccioli da grigi rinsecchiti, come sono d'inverno, diventano verdi a poco a poco per le foglie che crescono di nuovo, da un momento all'altro.
Tu allora, anche a pestarci di continuo nell'umido, ancora con tutto il marcio che c'è dopo la neve e con tutta sta miseria dei contadini intorno non te ne fai niente; anzi dici di sì; che è proprio bello quando finisce l'inverno e comincia la primavera; che ci vuole proprio sto tempo di scirocco, anche se è marcio, nell'umido che c'è dappertutto.
Ma adesso porcomondo c'è una cosa: c'è che bisogna vederle subito ste foglie crescere, ed allargarsi dappertutto dove passano i tedeschi; bisogna che si allarghino in fretta sempre di più per diventare il verde spesso, da buttarcisi dentro e perdersi in quesco verde; sicché non ti trovino quando ti cercano, sennò sei fottuto sul serio.
Bisogna che ci siano ste foglie, voglio dire, da buttarcisi dentro finalmeme come faceva da ragazzo per gioco, quando gli capitava spesso alla periferia milanese, prima che lo prendessero i fascisti quella volta nella retata, per mandarlo a fare la guerra; come quando era ancora piccolo a giocare nella pianura, rincorrendosi tutti insieme nel fogliame del fossato dietro l'idroscalo.
Osvaldo Contestabile, Scarpe rotte libertà. Storia partigiana, Cappelli editore, 1982, p. 229
 
Costante Brando 1925 - 1945
Lapide in via Ponale 66 [n.d.r.: a Milano].
Residente in via Ponale 66. Nel ‘43, poco dopo l’8 settembre, lo troviamo con i Pavarotti a S. Martino. Poi raggiunge in Liguria i gruppi della Resistenza che operano nella provincia di Savona. Appartenente alla 6a divisione d’assalto Garibaldi. Nel marzo ’45, a Masino, i partigiani sono costretti a ripiegare. Brando si ferma con una mitragliatrice a proteggerne la ritirata. Viene raggiunto dai fascisti e per non consegnarsi, si spara. Il corpo verrà recuperato solo dopo la guerra.
Niguarda.eu
 
La zona di Nasino - Fonte: Mapio.net

Nel corso di un rastrellamento a Nasino vennero uccisi il 20 marzo 1945 Costante Brando e Francesco Pescatore. Brando era un ex sergente della Divisione repubblichina San Marco che aveva disertato per entrare nelle file partigiane. Comandante del distaccamento "De Marchi", tentò da solo di fermare i tedeschi per permettere ai suoi uomini di mettersi in salvo. Ferito gravemente da un colpo di mortaio, per non cadere in mano nemica si sparò un colpo di pistola alla testa. Il rastrellamento, condotto da militari tedeschi e militi della RSI, aveva avuto come guida un ex-partigiano, Amleto De Giorgi, detto Carletto il cantante (che venne ucciso dal boia di Albenga il successivo 26 marzo): aveva indirizzato i nazifascisti direttamente all'accampamento garibaldino sito in località Scuveo.
Giorgio CaudanoGli eroi sono tutti giovani e belli. I Caduti della Lotta di Liberazione nella I^ Zona Operativa Liguria, ed. in pr., 2020 
[  Giorgio Caudano, L'immagine ritrovata. Ventimiglia e dintorni nei dipinti dell'Ottocento e primo Novecento, Alzani Editore, 2021; La libera Repubblica di Pigna. Parentesi di democrazia (29 agosto 1944 - 8 ottobre 1944) (a cura di Paolo Veziano con il contributo di Giorgio Caudano e di Graziano Mamone), Comune di Pigna, IsrecIm, Fusta Editore, 2020; Giorgio Caudano, Dal Mare alla Trincea... memorie di uomini, BB Europa, Cuneo, 2019; Silvia Alborno, Gisella Merello, Marco Farotto, Marco Cassini, Giorgio Caudano, Franck Vigliani, curatori della mostra Claude Monet, ritorno in Riviera, catalogo a cura di Aldo Herlaut, Silvana Editoriale, Milano 2019; La Magnifica Invenzione. I pionieri della fotografia in Val Nervia 1865-1925, a cura di Marco Cassini e Giorgio Caudano, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2016  ]
 
Il 20 [marzo 1945] i Tedeschi puntano su Nasino provenienti da varie località: San Calogero, Martinetto, Castelbianco, Caprauna e Cerisola. Quelli provenienti da quest'ultima località sono accompagnati da una spia borghese, che li porta direttamente presso l'accampamento garibaldino del Distaccamento "G. De Marchi" [Distaccamento "Gian Francesco De Marchi", III^ Brigata "Ettore Bacigalupo", Divisione "Silvio Bonfante"]. Gli attaccanti possono scendere in ordine sparso verso il casone senza essere visti a causa della scarsissima visibilità. È appena l'alba. L'allarme non viene dato in tempo. I garibaldini sono sorpresi da un uragano di fuoco. Cercano di mettere in salvo tutto quello che possono. Mentre Costante Brando (Rustida), comandante del Distaccamento, tiene a bada i Tedeschi con la sua arma automatica, i compagni riescono ad allontanarsi. Ad un certo momento le schegge di un colpo di mortaio gli squarciano la pancia. Non può più fuggire. Allora esaurisce le munizioni, rompe l'arma e si uccide con un colpo di rivoltella per non cadere vivo in mano ai Tedeschi, i quali, per onorarlo, non permettono ai fascisti di togliergli le scarpe. Nello scontro rimane pure ucciso il garibaldino Francesco Pescatore (Remo). Il garibaldino Pietro Maggio (Meazza) prende il comando del Distaccamento in sostituzione del Brando, caduto.
Francesco  Biga, (con la collaborazione di Osvaldo Contestabile), Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria), Vol. IV: Dal Primo Gennaio 1945 alla Liberazione, Ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, 2005, pp. 206,207

Caprauna - Fonte: Mapio.net

Invece quando i tedeschi quella volta arrivarono d'impeto in Val Pennavaira, con gli spari e col tempo guasto di scirocco, vennero in colonna, tutti ben concentrati da tutte le parti; chiusero subito i passi da Ranzo San Bernardo Capraùna e Castelbianco, che non ci passava manco più un topo.
Quella volta, nella tristezza infinita, ce n'era ancora tanta di miseria: ce n'era ancora per così del grigio senza foglie dappertutto, tra i rami stecchiti nella Val Pennavaira; altroché se ce n'era col freddo con la neve e col marciume, tutto all'intorno, nella grande malinconìa di non riuscire più a nascondersi in quel rastrellamento.
Sicché gli uomini di qua e di là, intontiti nella miseria di quei territori sotto tiro e depredati, non sanno più come fare; sicché la banda di Rostida, alla fine eccola lì: e tu adesso come fai, anche se sei un partigiano veramente in gamba forte e coraggioso, tanto che i tuoi uomini lo sanno e te lo dicono eccome; tu adesso, me lo sai dire come fai?
Come fai sotto il tiro preciso concentrato dei tedeschi, che ti arrivano addosso da tutte le parti, mondoschifo, come fai? Ma tu adesso che sei lì a sto modo e che ti chiami Rostida e sei il comandante come si deve, ecco lì come devi fare: tu coi tuoi uomini allo scoperto, con questo marcio intorno, tra questi rami spogli dappertutto, nel gerbido in questa valle strana e così diversa dalla tua dove ci sei nato e ci sei cresciuto, tu adesso farai così, siccome devi farglielo vedere a tutti come si fa.
Tu, mettendocela tutta, stavolta glielo farai vedere a tutto l'universo come si fa; ma standoci proprio davanti a sti tedeschi, da guardarli ben bene in faccia col tuo sten carico e gli altri caricatori pronti a portata di mano; glielo farai vedere perdio, puntandoti più forte che potrai con le spalle contro il muro, mentre i piedi te li terrai ben piantati per terra; a tutti, così, glielo farai vedere come si fa, quando si è veramente partigiani come si deve, sotto le raffiche.
E a sti tedeschi, mentre arrivano armati fino ai denti tutti concentrati, gli parlerai deciso; anche se li vedrai venire avanti, sempre avanti, tra questi rami secchi; - forza, venite avanti - gli dirai, - venite avanti, brutti macacchi: io vi aspetto qui.
Eppoi ai tuoi uomini, che sono sempre lì a guardarti per sapere come finirà, siccome tu sei il loro comandante, gli dirai di sparare preciso e di fare presto, più presto; ma ancora più presto mondoladro schifo.
Eccolo lì dunque adesso sto Rostida capobanda, che lo è sul serio comandante all'atto pratico, e stavolta anche lui lo sa; lo è proprio come lo volevano i suoi uomini ed esattamente come lo voleva lui, finalmente preciso al suo posto, ben piantato per terra, con le spalle contro il muro a secco, a sparare col suo sten contro i tedeschi o la va o la spacca.
Così, quella volta, i suoi uomini si misero al riparo e lo seppero veramente, quando lo videro sparare, che non si erano sbagliati a farlo comandante, anche se lui non voleva; i tedeschi invece lo impararono senza immaginarselo, a raffiche continue, mentre lui ci sparava dentro con lo sten, ficcandoci alla disperata un caricatore dopo l'altro, senza fermarsi. Quando ormai però scivola adagio, lungo disteso tra i lampi fitti degli spari, alla fine lo scuote ancora in un sussulto disperato prima di morire, un colpo secco di mortaio.
È proprio allora, in quell'ultimo momento con la vista torbida, che Rostida non riesce più a vederli i paesi distanti tra la ramaglia spoglia e il marciume dappertutto; e nemmeno le creste dei monti con la pianura di là, sempre più in là, dove c'è già il fogliame fitto finalmente: ma se li vede tutti addosso invece sti tedeschi con l'elmetto sulle orecchie, a strisciare nel tritume di corteccia e di terriccio, che salta tutto in giro per gli spari.
In quel grigiore così vasto, tutto allo scoperto, con un po' di fumo soltanto nei paesi lontani e le foglie appena appena che spuntano nella campagna ancora nuda sotto lo scirocco, lui quella volta lo impara a quel modo, come si fa veramente il comandante dei partigiani; quando gli tocca di farlo senza discutere, perché è il più in gamba di tutti.
Quella volta a Rostida non glielo insegnò nessuno che per fare il comandante contro i tedeschi, e nello stesso tempo salvare i suoi uomini, bisognava fare a quel modo davanti a tutti, contro i tedeschi concentrati, come fece lui lì perlì: a quel modo voglio dire da dover stare sempre dritto contro il muro a secco per vederci meglio a sparare con lo sten, e poterlo ricaricare sempre più alla svelta, a raffiche precise.   
Ma dopo il colpo di mortaio, il sangue aumenta; lui non ci vede più in tutto quel grigio sempre più grigio, tra gli spari fitti e i lampi tra i rami stecchiti; così se lo sente dentro, ad andarsene in fretta, che non è più quello il tempo per la pianura lombarda di casa sua, come se la ricorda lui da bambino: quand'era il tempo dei suoi giochi lontani, nella periferia milanese tanto diversa piena di fogliame, a rincorrersi per finta.
Epperciò, quella volta finisce a sto modo, senza remissione, in terra grigia di Liguria, la storia di Rostida capobanda dei garibaldini; finisce lontano da casa sua, quando alla disperata fa quello che può per salvare i suoi uomini, e ancora di più; ma peccato che le foglie nemmeno all'ultimo le abbia più potute vedere come se le sognava in quei giorni di scirocco, tutte belle larghe sui rami, da buttarcisi dentro; e con le viole sui bordi delle mulattiere.
I suoi compagni, quando gli capitò così, erano ormai tutti al coperto ben riparati; non lo sentirono più che disse ancora qualcosa nel suo dialetto milanese, mentre i tedeschi gli spararono addosso, e il sangue gli uscì veloce dalle ferite; lui scivolò nel gerbido, perché non ce la fece più ad impuntarsi per terra così fracassato com'era.
Ma lo videro eccome, che all'ultimo si scuoteva ancora, e gridava più forte, mentre sbatteva lo sten sul muro a secco forte forte per spaccarlo. Lo spaccò per non lasciarglielo intero ai tedeschi, siccome in banda ce l'aveva soltanto lui in consegna fin da quando era difficile averlo, e basta; poi Rostida morì nel fracasso di tutta quella sparatoria della Val Pennavaira, quando ormai l'inverno era finito col tempo di scirocco traditore: ma i tedeschi dopo non lo toccarono manco da morto, perché ebbero paura; così non gli si avvicinarono per prendergli le scarpe, come facevano sempre.
In seguito, per tutti gli altri giorni che durarono balordi finché ci fu la guerra nella Val Pennavaira e negli altri posti intorno, gli uomini in banda e quelli nei paesi ne parlarono sovente di Rostida; e di come morì all'ultimo spaccando lo sten sulle pietre; dicevano che di partigiani così coraggiosi non ne avevano mai visto. Dicevano che sì, uno può essere veramente in gamba forte coraggioso e altruista per natura: che i suoi compagni per convincerlo, potevano anche insistere che veramente era così, anche se lui diceva di no, che assolutamente non ce la faceva a fare il comandante perché era un timido: e va bene.
Ma porcomondo fare proprio così, e farlo tutto assieme in una volta sola a quel modo, come fece Rostida quella volta nell'ora della morte, dicevano, è una cosa eccezionale che non si è mai vista prima né qui, né da nessun'altra parte, mai. Adesso, perciò, si guardavano bene in faccia l'un l'altro, parlando di Rostida; dicevano che andando avanti bisognava soltanto stringere i pugni; ma stringerli di più, da farsi male a dire di no: e pestare i piedi per terra e dire di no, che è tutta una porcata maledetta: che non è giusta, e che assolutamente non si può più di così contro i tedeschi, quando ti sono addosso tutti concentrati, a scarpentarti in quel modo.
Osvaldo Contestabile, Op. cit., pp. 230,231, 232
 
Costante Rustida Brando. Nato a Milano il 25 ottobre 1925. Ex sergente sanmarchino, fa esperienza organizzativa al comando di Massimo Gismondi “Mancen” e di Nino Siccardi “Curto”; in seguito si unisce a Giuseppe Garibaldi “Fra Diavolo”. Molto stimato dal comando partigiano e da “Fra Diavolo”, dopo i rastrellamenti del gennaio 1945, è mandato a capo del distaccamento “De Marchi” a Nasino, zona ritenuta più tranquilla. Il 20 marzo i tedeschi puntano su Nasino, accompagnati da una spia borghese che li porta direttamente presso l’accampamento del distaccamento sito in località Scuveo. Gli attaccanti a causa della scarsa visibilità possono scendere indisturbati verso il casone. L’allarme non viene dato in tempo e i garibaldini sono colti di sorpresa; “Rustida”, tenendo a bada i nemici con la sua arma automatica permette ai compagni di allontanarsi; è raggiunto da un colpo di mortaio che gli squarcia il ventre e gli causerà una fine atroce: ha la gamba quasi staccata dall’anca. Esaurite le munizioni, rompe l’arma e si uccide con un colpo di rivoltella per non cadere vivo in mano dei tedeschi i quali non permetteranno ai fascisti di togliergli le scarpe.  
Redazione, Arrivano i Partigiani, inserto "2. Le formazioni di montagna della I^ e della VI^ Zona Operativa Ligure che operavano nella provincia di Savona", I RESISTENTI, ANPI Savona, 2011
 
La zona di Pornassio (IM) - Fonte: Mapio.net

18 marzo 1945
- Dal comando della Divisione "Silvio Bonfante", prot. n° 205, al comando della I^ Zona Operativa Liguria - Presentava il quadro delle operazioni compiute dalla Divisione nel mese di febbraio 1945: "il 1° febbraio la I^ Brigata ed i suoi Distaccamenti si trovavano nelle valli di Diano, Andora e Lerrone, la II^ nelle valli Arroscia e Pennavaira, la III^ nelle valli Pennavaira, Pieve di Teco ed Arroscia mentre il Distaccamento divisionale "M. Longhi" era dislocato in Val Tanaro. Il giorno 3 il capo di Stato Maggiore 'Ramon' con un garibaldino mitraglia 2 carri tedeschi uccidendo ed in parte ferendo i nemici. Il 6 'Russo' comandante del Distaccamento "Viani" uccideva 2 uomini della San Marco. Il 18 una squadra del Distaccamento "E. Castellari" sminava un campo ad Ortovero. Il 25 'Ramon' con un garibaldino uccideva nei pressi di Pieve di Teco 2 tedeschi ed il 28 distruggeva il ponte di Pogli appena ricostruito dai tedeschi".
20 marzo 1945 - Dal comando della Divisione "Silvio Bonfante", prot. n° 217, al comando della I^ Zona Operativa Liguria, al capo di Stato Maggiore della Divisione "Silvio Bonfante", ai comandi della I^ Brigata, della II^ Brigata e della III^ Brigata - Riportando notizie avute dal CLN di Alassio (SV) circa le conoscenze che il nemico poteva avere sulla Divisione stessa il comandante affermava, tra l'altro, "per quanto tali rivelazioni possano dare un'idea della serietà del servizio informativo nemico occorre provvedere al caso".
22 marzo 1945 - Da "Boris" [Gustavo Berio, vice commissario] al comando della Divisione "Silvio Bonfante" - Riferiva che il recente rastrellamento nemico in Val Pennavaira era stato imponente; che si era temuto che i tedeschi si trattenessero a presidiare quei luoghi [...]
24 marzo 1945 - Dal comando della III^ Brigata "Ettore Bacigalupo" al comando della Divisione "Silvio Bonfante" - Comunicava l'assegnazione degli encomi solenni alla memoria a "Rustida" ed a "Remo", sottolineando che "Rustida", Costante Brando, era nato a Milano il 25 ottobre 1925, mentre di "Remo" non si conoscevano i dati biografici.
25 marzo 1945 - Da "Pantera" [Luigi Massabò, vice comandante della Divisione "Silvio Bonfante"] al comando della Divisione "Silvio Bonfante" - Segnalava che il 20 marzo 1945 alle ore 7 forze nemiche, provenienti da Pornassio, San Bernardo di Garessio, Cerisola, Acquetico e Castel Bianco, avevano effettuato un rastrellamento in Val Pennavaira; che i garibaldini di Caprauna, avvisati da una sentinella appostata sul Passo dei Pali, si erano spostati sulle rocche sovrastanti Alto; che il Distaccamento "Gian Francesco De Marchi" era stato sorpreso e nella fuga aveva lasciato nel casone il mitragliatore Breda 1930 e diverso materiale di casermaggio; che i garibaldini "Rustida" [Costante Brando] e "Remo" [Francesco Pescatore] avevano aperto il fuoco, ma erano stati feriti da un colpo di mortaio; che "Rustida" dopo qualche minuto decedeva e "Remo" si suicidava per non cadere vivo in mano ai tedeschi; che i nemici avevano abbandonato la Val Pennavaira alle ore 22; che il servizio di sentinella di Alto-Caprauna aveva funzionato bene mentre quello di Nasino "pur avendo funzionato non ha preso sul serio l'allarme facendo giungere i nemici vicino ai casoni"; che stava per dare disposizione al comandante ["Gino", Giovanni Fossati] della II^ Brigata "Nino Berio" "di infliggere 12 ore di palo ai responsabili del cattivo funzionamento del servizio di guardia". Comunicava, poi, le situazioni di alcune formazioni: il Distaccamento "Giuseppe Maccanò" era privo di comandante perché "Riva" [Stefano Polini] si era rifugiato nelle Langhe ed aveva bisogno anche di un commissario; la stessa situazione si presentava al Distaccamento "Gian Francesco De Marchi" che aveva perso un mitragliatore; il comandante "Basco" [Giacomo Ardissone] aveva formato un altro Distaccamento che avrebbe preso probabilmente il nome di "Rustida" [Costante Brando]; una squadra del Distaccamento "Igino Rainis" aveva recuperato in Piemonte 1 mitragliatore pesante americano, 1 fucile inglese ed 1 Sten; il 22 marzo 1945 "Fra Diavolo" aveva compiuto un attentato sulla strada 28 in cui avevano trovato la morte la morte un maggiore tedesco ed altri soldati. Informava che [...]
25 marzo 1945 - Da "Boris" [Gustavo Berio, vice commissario della Divisione "Silvio Bonfante"] a "Mario" [Carlo De Lucis, commissario della Divisione "Silvio Bonfante"] ed a "Giorgio" [Giorgio Olivero, comandante della Divisione "Silvio Bonfante"] - Comunicava che rispetto a quando "Giorgio" era stato in visita in Val Pennavaira il morale della popolazione era mutato [...] che il recente rastrellamento del 20 marzo avevano addirittura terrorizzato la popolazione per la minaccia tedesca di bruciare tutte le case. Segnalava "la non esemplare combattività" dei Distaccamenti "Igino Rainis" della II^ Brigata "Nino Berio" e "Giuseppe Maccanò" e l'efficienza delle altre formazioni della II^ Brigata "Nino Berio"; la formazione del Distaccamento "Costante Brando", dedicato alla memoria di "Rustida", per il quale proponeva "Meazza" [Pietro Maggio] come comandante; che "Fra Diavolo" nonostante le difficoltà che incontrava in Val Tanaro teneva "alto l'onore dei garibaldini".
da documenti IsrecIm in Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell'Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e della Storia Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945) - Tomo II - Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Facoltà di Scienze della Formazione, Corso di Laurea in Pedagogia - Anno Accademico 1998 - 1999
 
Alcuni giorni dopo [a fine marzo 1945] ricevetti l'ordine di mandare un Distaccamento a Viozene, a disposizione del Comando Zona. Decisi di andare con cinque squadre, una per distaccamento e col vice Comandante di Brigata Lello [n.d.r.: Raffaele Nante, per l'appunto appunto vice comandante di Brigata, a quella data ancora genericamente indicata come "Val Tanaro", Brigata che solo alla vigilia della Liberazione assunse la denominazione ufficiale di IV^ Brigata d'Assalto Garibaldi "Domenico Arnera" della VI^ Divisione "Silvio Bonfante"]. Credevo che Osvaldo [Osvaldo Contestabile], il Commissario, ormai completamente ristabilito, prendesse contatto con i vari Distaccamenti e anche con i componenti del C.L.N. perchè, è doveroso dirlo, i contatti con i vari componenti degli stessi non erano sempre improntati alla più schietta cordialità, (anche se, nel caso del C.L.N. dell'alta Val Tanaro, avevamo sempre trovato la massima comprensione.) Per Osvaldo invece le sue esperienze antecedenti (Commissario della quinta Brigata della Cascione e Commissario della Divisione Bonfante) lo avevano lasciato assai diffidente.
Arrivammo a Viozene e ci sistemammo in una frazione del paese. Subito dopo mi recai a salutare Curto [Nino Siccardi, comandante della I^ Zona Operativa Liguria]. Mi feci accompagnare da alcuni garibaldini, ma lasciai Lazzaro con Lello e gli altri, raccomandando loro di fare in modo che non rimanesse mai solo. Curto mi chiese notizie della Brigata alpina, dei Distaccamenti, dei loro Comandanti. Lo informai di Rustida, forse era stato il primo ex Sanmarco a diventare Comandante di Distaccamento, gli raccontai della sua eroica morte e il duro Curto mi disse: «Immagino quello  che provi, perché so che eravate uniti; il tuo grande difetto è che ti affezioni troppo ai tuoi uomini migliori, e in guerra, in special modo nella guerra partigiana, questo porta indubbiamente dei vantaggi. Ma si corre anche il rischio, nel caso della perdita di uno di questi, di non essere abbastanza sereni». Capii che lui, in quel momento, pensava alla morte di Giulio e di Cion e al suo errato comportamento a Carnino; lo interruppi e gli disssi: «Tu pensi a Upega; ma io sono certo che, se non avessimo avuto la disgrazia di avere con noi il Prof., le cose sarebbero andate in altro modo. «Puoi anche avere ragione», rispose.
Giuseppe Garibaldi (Fra Diavolo), Op. cit., p. 187
 
Sabato 7 dicembre, l’Istituto Storico per la Resistenza e l’età Contemporanea della Provincia di Imperia - ISRECIM ha dedicato il suo prestigioso Archivio con una targa (allegata) alla memoria dei Fratelli Libero, Angioletta e Lello Nante, distintisi nella guerra partigiana combattuta sulle montagne della nostra I Zona Liguria (geograficamente compresa tra Ventimiglia e Ceriale).
Lo storico Ferruccio Iebole ha arricchito la cerimonia con una interessante commemorazione.
All’inizio del 1944, sfuggiti alla persecuzione nazifascita, con i genitori Coluccio e Nannina, dalla natia Oneglia a Viozene, i tre ragazzi vennero reclutati dal mitico Comandante Partigiano Nino Siccardi (Curto) ed adibiti i primi due (Libero, ventiquattrenne, studente di Medicina, Angioletta, quindicenne) all’organizzazione di un ospedaletto da campo ed il terzo (ventenne) alla prima linea.
A seguito del terribile rastrellamento di Upega, che costrinse i Partigiani, decimati, ad una epica ritirata tra le montagne ghiacciate, la famiglia, in ordine sparso, si ritrovò sul versante piemontese, a Fontane, in val Corsaglia. Qui Lello venne nominato Vice Comandante della neocostituita VI Brigata del celebre Fra Diavolo e Libero venne inviato, con compiti ufficialmente sanitari e, meno dichiarati, informativo-esplorativi, ad Alto in Val Pennavaire.
Iebole ha raccontato di quando Libero, in missione, sfuggì ad un agguato, avendo incontrato nel bosco una ambigua donna, che fungeva da guida ad una colonna nazifascista. Della donna in seguito si persero le tracce. In assoluta anteprima Iebole ha svelato, per l’occasione, l’identità della donna. Le sue ricerche, infatti, lo hanno portato ad identificarla in Oliva Fioretta Cordella, nata 1913 nel Bellunese, coniugata e residente a Vado Ligure, impiegata nella Croce Rossa savonese: essa si trovava ausiliaria della suddetta colonna nazifascista, dalla quale veniva anche utilizzata come spia per la sua fisica avvenenza e per il suo bilinguismo italiano e tedesco. Come tale venne in seguito giustiziata in segreto, tanto che nemmeno gli stessi Comandi partigiani seppero riferirne a Libero a fine guerra.
Di Lello, oltre al valore militare, Iebole ha raccontato l’equilibrio, quando Presidente del Tribunale Partigiano, emise nei confronti di un informatore fascista un giudizio di “pacatezza sconosciuta per quei tempi per la gravità delle colpe”. La sentenza di morte fu, infatti, tramutata da Lello in ammenda di 200.000 lire, molto utili al sostentamento della Brigata. “Che  differenza tra giustizia partigiana e giustizia fascista ! Semi di una pacificazione già presenti prima che fossero deposte le armi; l’impiego della ragione precedeva le vendette e i giorni  difficili dell’ira!” Libero concluse la sua militanza ribelle scendendo, il 25 aprile 1945, ad Albenga con il suo distaccamento ed organizzando, nell’ospedale cittadino, corsie per soccorrere i partigiani feriti. Poi ivi rimase come Medico Condotto dell’entroterra ed in seguito creatore delle due case di cura Villa Salus e Clinica San Michele. Angioletta (che in montagna gli era stata “staffetta” e “aiutante”) si fermò con lui ad Albenga, mentre Lello tornò, operaio, ad Imperia [...]
Redazione, Svelata targa alla memoria dei fratelli Nante: anche la città di Albenga presente alla cerimonia, La Voce di Genova.it, 9 dicembre 2019