domenica 12 febbraio 2023

Un giovane della provincia di Bari fucilato da partigiano a Sanremo

Fonte: Giuseppe Basile, art. "Leggi Noci" cit. infra

Ancora il 12 febbraio 1945 a Sanremo presso Villa Junia vennero uccisi mediante fucilazione i garibaldini Renato Borgogno (Caminito), Francesco Donchio (Franz) [n.d.r.: nuove fonti sostengono che si trattava di Francesco D'Onghia; altri documenti partigiani sostengono che fosse stato fucilato sempre a Sanremo, ma il 2 marzo 1945], mutilato ad un braccio, e il civile Silvestro Polizzi.
I loro corpi finirono in una fossa comune. Sulla tragica fine di 'Franz' dalla Memoria del partigiano Gian Cristiano 'Gianburrasca' Pesavento (conservata nell'archivio ISRECIm sez. III cartella 24 bis) si apprende che "era privo di una mano. Così gli aguzzini gli strapparono i vestiti, finchè il moncherino non fosse scoperto e su quel moncherino infierirono con una frusta".
Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell'Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945). Tomo I, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste,  Anno Accademico 1998-1999 

Francesco D'Onghia. Fonte: Giorgio Caudano, op. cit. infra

Francesco D’Onghia dal giugno 1944 alla morte presta servizio effettivo come partigiano combattente nel III° battaglione della IV^ brigata “E. Guarrini” della II^ divisione d’Assalto Garibaldi “F. Cascione”. D’Onghia viene catturato con altri due garibaldini nei pressi di Pompeiana (IM) e sottoposto invano a torture perché fornisca informazioni sui suoi compagni. Così il 12 febbraio 1946 a Sanremo (Villa Junia) viene fucilato insieme al civile Silvestro Polizzi ed al partigiano Bergogno Renato (Caminito).
Giorgio Caudano, Gli eroi sono tutti giovani e belli. I caduti della Lotta di Liberazione. I^ Zona Liguria, ed. in pr., 2020

[ n.d.r.: altri lavori di Giorgio Caudano: Marco Cassini e Giorgio Caudano, Bordighera al tempo di Bicknell e Monet, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2021; Giorgio Caudano, L'immagine ritrovata. Ventimiglia e dintorni nei dipinti dell'Ottocento e primo Novecento, Alzani Editore, 2021; La libera Repubblica di Pigna. Parentesi di democrazia (29 agosto 1944 - 8 ottobre 1944) (a cura di) Paolo Veziano con il contributo di Giorgio Caudano e di Graziano Mamone), Comune di Pigna, IsrecIm, Fusta Editore, 2020; Giorgio Caudano, Dal Mare alla Trincea... memorie di uomini, BB Europa, Cuneo, 2019; Silvia Alborno, Gisella Merello, Marco Farotto, Marco Cassini, Giorgio Caudano, Franck Vigliani, curatori della mostra Claude Monet, ritorno in Riviera, catalogo a cura di Aldo Herlaut, Silvana Editoriale, Milano 2019; La Magnifica Invenzione. I pionieri della fotografia in Val Nervia 1865-1925, a cura di Marco Cassini e Giorgio Caudano, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2016; Giorgio Caudano, Pigna. Storia di un paese, ed. in pr., 2016

Elenco delle vittime decedute
Borgogno Renato (nome di battaglia “Caminito”) fu Giobatta, nato a Sanremo il 24.11.1924, anni 20, tapezziere, Partigiano, Com.te Squadra (II Div. “F. Cascione” V Brig.) dal 15.04.1944 al 12.02.1945 n° dichiaraz. Integrativa 3218, fucilato a Villa Junia il 12.02.15.
D'Onghia (Donchio) Francesco (nome di battaglia “Franz”) di Domenico, nato a Noci (Bari) l'1.02.1923, anni 21, contadino, Partigiano, (II Div. “F. Cascione” V Brig.) dal 18.06.1944 al 2.03.1945 n° dichiaraz. Integrativa 19396,
[...] Nel giorno 12 febbraio 1945 a Sanremo (villa Junia) vengono fucilati i garibaldini Francesco Donchio (Franz) (trattatasi di D'Onghia Francesco) mutilato ad un braccio, Borgogno Renato (Caminito) e il civile Polizzi Silvestro. I loro corpi finiscono in una fosse comune.
da Vol. IV “Storia della Resistenza Imperiese di F. Biga pag. 172 e da Memoria del partigiano G. Pesavento conservata nell'archivio ISRECIm sez. III cartella 24 bis
[...] Monumenti/Cippi/Lapidi:
Edicola in marmo: lapide in marmo riferita a rastrellamento e fucilazione (del 24.01.45 e 12.002.45) iscrizione:ba perenne ricordo dei Garibaldini (inseriti anche i nomi dei 2 partigiani e del civile) ... che al sacro ideale della libertà immolarono le loro vite generose vittime del furore nazifascista ….. - situata in Corso Inglesi a Sanremo
Edicola in laterizio: lapide in marmo riferita a fucilazione (del 24.01.45 e 12.002.45) (inseriti anche i nomi dei 2 partigiani e del civile - Edicola in marmo: lapide in marmo riferita a rastrellamento e fucilazione (del 24.01.45 e 12.002.45) iscrizione: a perenne ricordo dei Garibaldini (inseriti anche i nomi dei 4 partigiani di Baiardo) ... che al sacro ideale della libertà immolarono le loro vite generose vittime del furore nazifascista ….. - situata in Corso Inglesi a Sanremo
Edicola in laterizio: lapide in marmo riferita a fucilazione (del 24.01.45 e 12.002.45) (inseriti anche i nomi dei 4 partigiani di Baiardo) - Situata presso Villa Junia - Sanremo) - Situata presso Villa Junia - Sanremo. [...] Commemorazioni
Ogni anno nei primi giorni di marzo l'ANPI sez. di Sanremo organizza una commemorazione presso Villa Junia per ricordare i caduti del 24.01.45 e del 12.02.45.  

Roberto Moriani, Episodio di Villa Junia, Sanremo, 12.02.1945, Atlante delle Stragi Naziste e Fasciste in Italia

Come ha avuto modo di scrivere anche il professor Vito Antonio Leuzzi, presidente dell’IPSAIC (Istituto Pugliese per la Storia dell’Antifascismo e dell’Italia Contemporanea) di Bari, la Puglia, subito dopo la Sicilia, è stata la regione del Sud con il maggior numero di partigiani caduti in combattimento, fucilati e deportati. Gli aderenti alla lotta di liberazione, originari della Provincia di Bari furono oltre cinquecento, il numero più alto tra le provincie meridionali. Anche Noci ha contribuito alla Liberazione dell’Italia dai nazi-fascisti. Tra i partigiani nocesi vi è Francesco D’Onghia: la militanza partigiana e le sue notizie biografiche, che saranno illustrate durante l’incontro del 26 settembre, sono venute alla luce soltanto recentemente.
Giuseppe Basile, Settembre in Santa Chiara: Franz. Il partigiano Francesco D'Onghia, Noci Gazzettino, 25 settembre 2019

[...] Francesco D’Onghia. A quest’ultimo dal 31 luglio 1984 è intestata una strada nell’abitato di Noci, nonostante all’epoca si avessero solo frammentarie e imprecise notizie circa la drammatica vicenda dello sfortunato nocese. Grazie a recenti ricerche effettuate anche da una pronipote, Marica D’Aprile, sono ora disponibili maggiori notizie sul nostro sfortunato e valoroso concittadino.
Francesco D’Onghia nasce a Noci da Domenico e Anna Pugliese. Contrae matrimonio il 15/11/1942 nella chiesa di S. Maria Assunta di Valsinni (Matera) con la diciannovenne casalinga valsinnese Rosa Montemurro. Francesco sembra avviato, come tanti coetanei, a una vita di lavoro e sacrifici per mantenere la sua famiglia con il duro e onesto lavoro di contadino, come riportato in alcuni documenti, e/o di carbonaio, come dichiarato nell’atto di matrimonio. Durante il secondo conflitto mondiale viene però chiamato alle armi. Al momento del proclama dell’armistizio dell’8 settembre 1943 egli è in servizio nella 2a Compagnia di Sanità presso l’ospedale militare di Alessandria.
Il giovane Francesco, approfittando dello sbandamento generale, potrebbe abbandonare le armi e tornarsene a casa, come fa la maggior parte dei soldati, oppure aderire all’Esercito nazionale repubblicano; invece, per un’innata aspirazione alla libertà, preferisce avvicinarsi alle prime spontanee formazioni partigiane, nelle quali assume il nome di battaglia di “Franz”, e prendere parte attiva alla Resistenza e alla lotta di liberazione.
È documentato che dal 18/6/1944 alla morte presta servizio effettivo come partigiano combattente nel III battaglione della IV brigata “E. Guarrini” della II divisione d’assalto Garibaldi “F. Cascione”. Il 24/1/1945 durante uno scontro con i nazi-fascisti è catturato presso Pompeiana (Imperia) e sottoposto invano a torture perché fornisca informazioni sui suoi compagni garibaldini. In precedenza era stato gravemente ferito, presumibilmente in uno scontro con il nemico, tanto che gli era stata amputata la mano o parte del braccio sinistro [...]
Giuseppe Basile, Il partigiano nocese Francesco D’Onghia che perse la vita per la libertà, Leggi Noci, 25 aprile 2020

Secondo alcune fonti Franz è fucilato il 12/2/1945 a Villa Junia, presso Sanremo. Un testimone ricorda che egli “era privo di una mano. Così gli aguzzini gli strapparono i vestiti finché il moncherino non fosse scoperto e su quel moncherino inferirono con una frusta”.
In altri documenti, tra i quali l’atto di morte trascritto presso il Comune di Valsinni, è riportata la data di morte del 2/3/1945.
La famiglia di Francesco D’Onghia è informata della morte del congiunto dal comando del terzo battaglione della brigata “E. Guarrini” il 22/5/1945 con la seguente comunicazione:
“È col più vivo rimpianto che dobbiamo annunciarVi che il caro Compagno FRANCESCO ci ha abbandonato quando già ci arrideva la vittoria.
Ha appartenuto fin dai primi giorni del Giugno 1944 alle nostre formazioni ed ha dato prova di un’onestà e sagacia tali da essere stimato e amato da tutti i Superiori come un vero fratello.
È caduto, colpito dal piombo del nemico nazi-fascista, dopo lunghi giorni di prigionia sopportati con uno stoicismo tale che il nemico stesso dovette ammettere di aver giustiziato un Eroe.
Il vile nazi-fascista non è riuscito a piegare la sua volontà ed egli, pur di fronte alla morte, seppe conservare, dignitoso e sprezzante, la calma dei forti.
Tutti i Garibaldini del III Battaglione rimangono a Voi uniti nel dolore e nel proposito di vendicare il Compagno gloriosamente Caduto per un Ideale di GIUSTIZIA E LIBERTÀ”.
I resti mortali di Francesco D’Onghia quasi certamente riposano in pace nell’ossario del Sacrario dei Caduti partigiani del cimitero di Valle Armea in Sanremo, dove a cura della sezione sanremese dell’A.N.P.I., il suo nome è stato aggiunto in calce ai nominativi già esistenti.
Il nome di Francesco Donchio è riportato anche, con quelli di altri partigiani, su una lapide in un’edicola situata in Corso Inglesi presso Villa Junia a Sanremo.
Nel 1984 il Consiglio comunale di Noci intesta a Francesco D’Onghia l’ultima traversa a destra di via Tommaso Siciliani, prima dell’ingresso al Parco giochi.
Giuseppe Basile, Franz, il partigiano Francesco D'Onghia, Noci24, 24 settembre 2019

venerdì 10 febbraio 2023

Il 28 marzo 1945 i partigiani della Divisione Bonfante dovettero subire un colpo durissimo

Pieve di Teco (IM). Fonte: Mapio.net

L'imboscata di Ortovero fu una delle tante. Alla fine di marzo [1945] l'attività partigiana si faceva sempre più intensa, l'opposizione nemica sempre più scarsa, il morale dei tedeschi e dei fascisti si abbassava sensibilmente.
Cominciavano i tentativi di diserzione ed i cauti sondaggi da parte delle forze repubblicane della Riviera. Qualche elemento della stessa Wermacht cercava di unirsi a noi.
Ramon [n.d.r.: Raymond Rosso, capo di Stato Maggiore della VI^ Divisione "Silvio Bonfante"] faceva sapere ai repubblicani di Albenga che avrebbe accettato disertori solo se avessero portato armi pesanti ed avessero eliminato gli elementi più fascisti del reparto indicati dal nostro Comando, dando così prova di voler riscattare il passato. Ramon si riservava di impiegare questi disertori in imprese arrischiate riesaminando il loro comrortamento a liberazione avvenuta, se fossero riusciti a sopravvivere. La I Brigata accettava disertori della polizia di Imperia, indi, ottenute informazioni, decideva di fucilarli: erano passati i tempi in cui i San Marco erano accolti fraternamente.
Un tedesco si presentava alla banda di Stalin [n.d.r.: Franco Bianchi, comandante del Distaccamento "Giovanni Garbagnati" della I^ Brigata"Silvano Belgrano"] e veniva trattenuto essendo utile come medico. Il distaccamento I. Rainis [n.d.r.: della II^ Brigata "Nino Berio" della VI^ Divisione "Silvio Bonfante"], in Val dei Fanghi, catturava due altri disertori tedeschi e li tratteneva malgrado l'ordine di fucilarli del Comando.
Il comandante delle Brigate Nere di Alassio mantiene il contatto col nostro S.I.M., fornisce la lista degli informatori fascisti che operano per suo conto nelle nostre zone provocandone la cattura e la morte; si dichiara disposto ad inviare gli uomini ai suoi ordini, circa sessanta, dove noi avessimo voluto ed al momento da noi scelto. «Siamo combattenti e non macellai», gli fa rispondere Giorgio [n.d.r.: Giorgio Olivero, comandante della Divisione "Silvio Bonfante"]. «Paghiamo le sue informazioni perché ci sono necessarie, ma poi gli faremo sputare i soldi fino all'ultima lira. Gli abbiamo garantita salva la vita, ma non la libertà. Finirà in galera e se ne uscirà non vorremo che entri nei nostri caffè o cammini sui nostri marciapiedi».
«Dopo la liberazione dovremo fare i processi pubblicamente nei cinema e nei teatri e la gente dovrebbe dare direttamente il suo giudizio su certi individui. Son sicuro che ne farebbe uccidere più di noi» diceva Giorgio.
«Son tanti i fascisti che ad ucciderli tutti ci sarebbe da riempire i cimiteri» gli dissi. «Sarebbe bello marcarli sulla fronte con P.R.F. come si usava una volta con i ladri. Vedresti quanti, che ora sono fascisti, oserebbero dopo mostrarsi in giro col marchio».
Tentammo di entrare in contatto anche con Giancamillo, comandante della Brigata Nera di Diano. Se ne incaricò Citrato [Angelo Ghiron], il nostro viceresponsabile S.I.M. Gli chiedemmo se era disposto a fare per noi quello che faceva il capo di Alassio, ma rifiutò. Gli chiedemmo cosa era disposto a fare per salvare la sua vita. Ci disse che poteva impegnarsi a non far fucilare più i partigiani che avrebbe catturato. Gli chiedemmo di non far più rastrellamenti o di avvertirci se altri ne avessero fatto, ma rifiutò. Gli chiedemmo se non si rendevano conto che la guerra per loro era persa, disse di sì, ma che cercavano di non pensarci. Citrato lo avvertì: «Quando scenderemo, Mancen [n.d.r.: Massimo Gismondi, comandante della I^ Brigata "Silvano Belgrano" della Divisione Bonfante] ha promesso di ammazzarti».
«Se io volessi», gli rispose Giancamillo, «non usciresti vivo da questa stanza dopo quanto mi hai detto». Citrato si sentì agghiacciare.
«Se tu mi ammazzi, dopo pagherai non solo tu, ma anche la tua famiglia». Citrato sapeva che minacciava a vuoto, pure ne uscì vivo. A fine guerra Giancamillo morrà.
Il nemico non era ancora fiaccato: il 28 marzo dobbiamo subire un colpo durissimo: guidata da una spia una colonna nemica cattura al completo il distaccamento M. Agnese, Trucco ["Franco", Giovanni Trucco, vice commissario della II^ Brigata "Nino Berio"] e dodici compagni con una mitraglia pesante sono perduti dopo tanti mesi di guerriglia.
I prigionieri vengono portati a Pieve di Teco; Pantera [n.d.r.: Luigi Massabò, vice comandante della VI^ Divisione "Silvio Bonfante"] fa un estremo tentativo per salvarli, propone lo scambio dei due tedeschi catturati dal I. Rainis con i dodici partigiani od almeno con Trucco: i tedeschi sono due sottoufficiali, può darsi che il nemico accetti.
Ho io l'incarico di prendere i contatti col Comando tedesco tramite Ramon e l'interprete del comando tedesco di Pieve, la belga che lavora per noi.
Lascio in fretta la Val Pennavaira e mi porto a Gazzo, trovo Ramon e gli espongo il progetto. La risposta non si fa attendere: è negativa. «Il comando di Pieve ha deciso di fucilare i vostri dodici compagni, dice l'interprete. Se io dovessi comunicare che due sottufficiali tedeschi sono vostri prigionieri minaccerebbero di fucilare ogni giorno venti ostaggi borghesi fino a quando non li aveste resi».
Purtroppo ciò era nello stile dei tedeschi: il 25 l'intendente Firminio [n.d.r.: Firmino, Firminio Ghirardo, intendente della VI^ Divisione "Silvio Bonfante"] con Cecco aveva catturato a Vessalico un tedesco, si era limitato a disarmarlo e lo aveva lasciato libero per evitare rappresaglie. Già in qualche altro caso Cimitero [n.d.r.: Bruno Schivo, capo di una squadra del Distaccamento "Filippo Airaldi" della II^ Brigata] aveva evitato di uccidere soldati tedeschi per le preghiere dei borghesi. Nel disarmo del tedesco di Vessalico Firminio era rimasto ferito, Cecco era giunto ad Alto raggiante col mitra catturato.
I tedeschi mandarono da Ramon il parroco di Vessalico: avrebbero bruciato cinque case e fucilato cinque civili ogni giorno se l'arma non fosse stata restituita. Dovemmo piegarci. Quando Trucco ed i suoi uomini caddero sotto il piombo nemico anche i due tedeschi prigionieri del I Rainis vennero fucilati. Il nome di Marco Agnese venne assunto da una nuova banda della I Brigata.
Gino Glorio (Magnesia), Alpi Marittime 1943-45. Diario di un partigiano - II parte, Nuova Editrice Genovese, 1980

30 marzo 1945 - Da "K. 20" alla Sezione SIM [responsabile "Livio", Ugo Vitali] della VI^ Divisione "Silvio Bonfante" - Avvertiva che "in Diano Marina presso l'Albergo Edoardo si trovano 16 soldati, tra cui un ufficiale, con 12 moschetti e 4 mitra. Alla Prefettura di Imperia si trova una donna che funge da interprete: risulta facilmente corruttibile dal punto di vista sentimentale. Da Imperia il fratello di 'Pantera' [Luigi Massabò, vice comandante della VI^ Divisione "Silvio Bonfante"] comunica 5 nomi di spie che lavorano per le bande nere".
1 aprile 1945 - Dalla Sezione S.I.M. [Servizio Informazioni Militari] della VI^ Divisione "Silvio Bonfante", prot. n° 123, al Comando Operativo della I^ Zona Liguria ed al comando della VI^ Divisione - Segnalava, rispetto al corso, di cui aveva già fatto cenno in un precedente rapporto, per la preparazione delle spie, istituito dalla Gestapo, che il medesimo era iniziato a metà marzo 1945, diretto dal capitano Maranzano; che partecipavano al corso Antonio Bracco, Gennaro Iacobone e Marchetti; che gli idoeni al corso si sarebbero, poi, dovuti infiltrare nell'esercito alleato e prendere collegamenti con i tedeschi già insinuatisi in quelle file.
1 aprile 1945 - Dalla Sezione SIM [Servizio Informazioni Militari] della VI^ Divisione "Silvio Bonfante", prot. n° 123 bis, al comando della VI^ Divisione ed al CLN di Alassio (SV) - Segnalava che il comando del Fascio Repubblicano era in possesso di un elenco di partigiani, consegnato dal maresciallo Gargano alle autorità repubblichine di P.S. e poi al Fascio e forniva i 29 nomi dei mentovati partigiani perché il CLN potesse avvertirli.
1 aprile 1945 - Da "Livio" [Ugo Vitali] responsabile S.I.M. [Servizio Informazioni Militari] della VI^ Divisione "Silvio Bonfante" al comando della VI^ Divisione - Riferiva che ad Andora (SV) erano giunti 5 uomini, di cui forniva descrizioni fisiche e nomi, con il compito di indagare sui patrioti; trasmetteva le parole d'ordine del nemico valide per tutta la Liguria dal 1° al 16 aprile; comunicava i nomi di 3 soldati ricercati dai repubblichini in quanto disertori; avvertiva che due individui, appartenenti alle Brigate Nere e che parlavano bene francese, inglese e tedesco, erano partiti per la montagna con lo scopo di infiltrarsi tra i partigiani.
da documenti IsrecIm in Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell'Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945). Tomo II, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste,  Anno Accademico 1998-1999

lunedì 6 febbraio 2023

Il Segretario della Casa del Fascio di Diano Marina cadde in un agguato tesogli da tre partigiani

Diano Marina (IM). Fonte: Mapio.net

La mattina del 4 ottobre 1944 i partigiani eliminano in via Ca’ Rossa (località Giaiette) di Diano Marina il maggiore Enrico Papone, segretario politico del fascio della cittadina, e il maresciallo Jarranca dell’UPI nei pressi della vecchia fornace di Diano Calderina [Frazione di Diano Marina]. Quello stesso pomeriggio i militi della B.N. prelevano dalle carceri di Oneglia Natale Rainisio, Giovanni Bonsignorio e Giuseppe Marro e li fucilano.
È una rappresaglia contro un’azione di veri partigiani, ma ci sono anche formazioni false di ribelli composte in maggioranza da ufficiali e sottufficiali fascisti che portano al collo fazzoletti rossi e la scritta CION, i quali entrano nelle botteghe e nelle trattorie, asportano merce e mangiano e bevono senza pagare.
Ricciotti Lazzero, Le Brigate Nere, Rizzoli, 1983
 
Dal 20 al 25 agosto 1944 Enrico Papone del distaccamento di Diano Marina della XXXII^ Brigata Nera “Antonio Padoan”, nonché segretario della “Casa del Fascio” di Diano Marina, in accordo con il locale comando della compagnia “San Marco” e tramite il Commissario Prefettizio, ordinava la requisizione di oltre 150 radio nei Comuni di Diano Marina, Diano Castello e Diano San Pietro, perché non si potessero ascoltare le trasmissioni alleate in lingua italiana sulle sconfitte dei nazifascisti. In particolare “Radio Londra”, dalla quale parlava il colonnello Stevens, inglese di nascita ma che da giovane aveva abitato a Diano Marina.
In relazione a ciò ed a molte altre tristi iniziative, il 4 ottobre 1944, alle ore 12, Papone cadeva in un agguato tesogli da tre partigiani di un distaccamento della I^ Brigata e veniva ucciso in Via Casa Rossa, regione “Giaiette” (Diano Marina).
Nel tardo pomeriggio, il Comando delle Brigate Nere di Oneglia (Imperia), venuto a conoscenza del fatto, ordinava la rappresaglia. Una decina di emergenti fascisti con tre ostaggi prelevati dalle carceri di Oneglia giungevano su un camion a Diano Marina. Facevano un giro per la cittadina, emettendo urla bestiali e sparando raffiche di mitra; poi sulla piazza del Municipio i tre ostaggi venivano fatti scendere dal camion, addossati al muro del palazzo a levante della piazza, e massacrati.
I cadaveri dei tre giovani, Natale Rainisio, Giovanni Bonsignorio e Giuseppe Marro, rimasero tre giorni consecutivi bocconi sul marciapiede, per ordine dei fascisti, sotto la pioggia autunnale, mentre l'acqua arrossata dal sangue scorreva lenta nel canale di scolo.
Il terzo giorno il parroco Don Vento, disubbidendo alle disposizioni, facava ritirare i tre corpi nell'androne del Palazzo comunale e dare poi sepoltura nel cimitero di Diano Marina.
Notizie tratte da “Dalle valli al mare Diano e Cervo nella Resistenza” di Francesco Biga - pag. 138 - e da “Antologia della Resistenza Dianese” di Francesco Biga - pagg. 46 e 47 -.
Sabina Giribaldi, Episodio di Diano Marina, 04.10.1944, Atlante delle Stragi Naziste e Fasciste in Italia
 
Il 4 ottobre 1944, alle ore 12, Enrico Papone, Segretario della Casa del Fascio di Diano Marina, cadde in un agguato tesogli da tre partigiani di un distaccamento della I^ Brigata e venne ucciso in Via Casa Rossa, regione Giaiette, a Diano Marina. Il Comando delle Brigate Nere di Oneglia, venuto a conoscenza del fatto, ordinò la rappresaglia. Tre ostaggi, in carcere a Imperia per motivi non precisati, forse semplici renitenti la leva, vennero prelevati e portati a Diano Marina dove furono fucilati. Erano Natale Rainisio, Giovanni Bonsignorio e Giuseppe Marro. Nel corso di un interrogatorio del 1° settembre 1945 il milite delle Brigate Nere di Imperia Giovanni Moraschi indicava quali componenti il plotone di esecuzione i due legionari Lorenzi, padre (maresciallo B.N. Lorenzi Giovanni Battista, nato a Torri di Ventimiglia il 17/7/1890) e figlio, ed il legionario Dean, il quale, dopo il fatto, ritornò al suo corpo di provenienza (Arditi). Nel corso dell’interrogatorio del 17/1/45, G.B. Lorenzi negava di aver preso parte all’esecuzione.
Giorgio Caudano, Gli eroi sono tutti giovani e belli. I Caduti della Lotta di Liberazione nella I^ Zona Operativa Liguria, ed. in pr., 2020 
 
[ n.d.r.: tra le pubblicazioni di Giorgio Caudano: Marco Cassini e Giorgio Caudano, Bordighera al tempo di Bicknell e Monet, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2021; Giorgio Caudano, L'immagine ritrovata. Ventimiglia e dintorni nei dipinti dell'Ottocento e primo Novecento, Alzani Editore, 2021; a cura di Paolo Veziano con il contributo di Giorgio Caudano e di Graziano Mamone, La libera Repubblica di Pigna. Parentesi di democrazia (29 agosto 1944 - 8 ottobre 1944), Comune di Pigna, IsrecIm, Fusta Editore, 2020; Giorgio Caudano, Dal Mare alla Trincea... memorie di uomini, BB Europa, Cuneo, 2019; Silvia Alborno, Gisella Merello, Marco Farotto, Marco Cassini, Giorgio Caudano, Franck Vigliani, curatori della mostra Claude Monet, ritorno in Riviera, catalogo a cura di Aldo Herlaut, Silvana Editoriale, Milano 2019; La Magnifica Invenzione. I pionieri della fotografia in Val Nervia 1865-1925, a cura di Marco Cassini e Giorgio Caudano, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2016; Giorgio Caudano, Pigna. Storia di un paese, ed. in pr., 2016  ]

dalla Liguria
Imperia
Il 3 corrente in località "Le Giaiette" nel comune di Diano Marina veniva assassinato dai banditi a colpi di arma da fuoco il segretario del P.F.R. Enrico Papone.
Notiziario della Guardia Nazionale Repubblicana del 21 ottobre 1944, p. 14. Fonte: Fondazione Luigi Micheletti      

Moraschi Giovanni, nato a Torrazza (IM) il 7 aprile 1928, squadrista della Brigata Nera “Padoan” ad Imperia.
Interrogatorio dell’1.9.1945: Nel gennaio del 1944, allorché frequentavo il I° Istituto Tecnico Superiore, allettato dalle promesse di presunte preferenze, mi iscrissi alle organizzazioni giovanili del PFR. Nell’agosto dello stesso anno venni invitato a presentarmi in federazione e quivi il commissario federale Massina mi indusse ad arruolarmi nella brigata nera in formazione.
[...] Nego di aver partecipato al plotone di esecuzione allorché vennero fucilati tre partigiani in Diano Marina, ma so che a tale plotone parteciparono i due legionari Lorenzi, padre e figlio, ed il legionario Dean che dopo ritornò al suo corpo di provenienza (Arditi).
[...]
Lorenzi Giovanni Battista, nato a Ventimiglia il 17 luglio 1890, maresciallo della Brigata Nera “Padoan” ad Imperia.
Interrogatorio del 17.11.1945: Sono stato iscritto al PNF fin dall’epoca precedente alla marcia su Roma. Nell’ottobre 1944 sfollato a Torri a causa degli eventi bellici mi arruolai volontario nella brigata nera in qualità di semplice legionario.
[...] Ho prestato servizio nella guerra 15/18 con il grado di soldato semplice. Nella brigata nera venni arruolato come soldato semplice ma quando mi trovavo in servizio al posto di blocco di Cervo San Bartolomeo venni promosso a maresciallo per meriti di anzianità fascista.
Leonardo Sandri, Processo ai fascisti: una documentazione, Vol. 9 - Liguria: Imperia - Savona - La Spezia, StreetLib, Milano, 2019 

Francesco Agnese (Socrate).
Nato a Diano Marina il 29 luglio 1923. Il 25 marzo 1944 di ritorno da Genova viene arrestato alla stazione di Diano Marina da un reparto di fascisti della famigerata compagnia O.P. del capitano Ferraris; prima dell’arresto riesce a consegnare al fratello Mario un rotolo di volantini “Stella Rossa”. Trascinato al comando fascista di Diano Marina, quindi alla caserma Muti di Porto Maurizio, infine intorno al 4 aprile è rinchiuso nelle carceri di Oneglia subendo numerosi interrogatori e bastonature. Avendo lui ed altri prigionieri la possibilità di evadere, grazie all’azione di un tenente fascista (in contatto con i partigiani), non approfitta dell’occasione, per timore di rappresaglie nei confronti dei parenti. Uscirà dal carcere a fine maggio. Nel luglio 1944 prende contatto con Giuseppe Saguato “Bill” e concorre a formare uno dei primi distaccamenti garibaldini nella vallata di Diano Marina che, raggiunto il numero di ottanta unità, andrà a costituire la “Volantina” di “Mancen”. “Socrate” è molto intraprendente: con Saguato disarma due carabinieri e partecipa agli assalti alle caserme per il recupero di armi; con il suo distaccamento partecipa alle battaglie di Cesio (mettendo in fuga i tedeschi); di Rezzo, combattendo per sei ore e conquistando Monte Alto. E’ in missione a Diano Marina, liberando la città dalla presenza del brigatista nero Enrico Papone. Rientrato al comando è promosso Commissario di battaglione e passa con Germano Tronville “Germano” presso Upega, in Val Tanaro. Il 17 ottobre è tra coloro che tentano di sottrarre “Cion” (immobilizzato perché ferito a Vessalico l’8 ottobre) al fuoco tedesco, trasportandolo in barella. E’ colpito da una raffica, cade, e muore dissanguato nel bosco.
A Francesco Agnese è intitolato un Distaccamento della Brigata “Silvano Belgrano” - Divisione d’assalto Garibaldi “Silvio Bonfante”.
Redazione, Arrivano i Partigiani. Inserto 2. "Le formazioni di montagna della I^ e della VI^ Zona Operativa Ligure che operavano nella provincia di Savona", I Resistenti, ANPI Savona, numero speciale, 2011

sabato 4 febbraio 2023

Gli squadristi denunciano il federale

Imperia: sede della Croce Rossa

Ghirlando Vincenzo: nato a Camporeale (TP) il 9 aprile 1924, agente di Polizia in servizio presso la Questura di Imperia. Ex partigiano.
Interrogatorio del 15.9.1945: Nel 1940, all’atto del richiamo feci domanda di arruolarmi come guardia di PS. Nel 1942 mi trovavo in Grecia e fui chiamato per fare un corso a Caserta. Terminato il corso fui inviato a Torino, destinato al Battaglione Mobile di Polizia [...] Giunto ad Imperia nel mese di aprile del 1944 fui messo a fare il piantone alla porta rimanendo in tale posto fino al 24 luglio. A tale data essendo comandato di servizio assieme alla GNR mi allontanai e giunto a Dolcedo venni arruolato nella brigata Garibaldi, comandata da Tito [Rinaldo Risso] del distaccamento Pelletta. Rimasi con i partigiani fino al 24 dicembre 1944, giorno in cui, sceso ad Imperia per ritirare i miei effetti di vestiario, venni a sapere che erano stati ritirati dai fascisti. Uscito in strada incontrai gli agenti di PS Rizzo Luigi e Nobbio i quali mi chiesero dove ero stato e da dove venivo. Io raccontai loro che ero stato prelevato dai partigiani e che ero disceso per presentarmi nuovamente. Il questore mi accettò e mi rimise in servizio in una squadra che faceva servizio ai posti di blocco.
Leonardo Sandri, Processo ai fascisti: una documentazione, Vol. 9 - Liguria: Imperia - Savona - La Spezia, StreetLib, Milano, 2019 
 
106 - SME - Ufficio storico  [1944 feb. 1 - mar. 31]
Diario storico del 12° Comando militare provinciale di Imperia (1° febbraio - 31 marzo 1944) e degli enti dipendenti, a firma, in ordine di tempo, del col. Giuseppe Bosio, del cap. Achille di Iuvalta e del cap. G. Malatesta. (18)
pp. 30
(a cura) di Mariella Mainini, Elenco analitico del Fondo R.S.I., Stato Maggiore dell'Esercito, V Reparto Affari Generali - Ufficio Storico
 
1013 - SME - Uff. operazioni e addestramento - sez. operazioni - 1944 giu. 13 - lug. 1
“I/M” Battaglione Genio italiano n. 1: relazioni sul disarmo del battaglione e di una batteria costiera a San Remo e sul trasferimento del relativo personale in Germania. (21) cc. 9 e pp. 23
All’interno: - carta illustrante le postazioni occupate dal Battaglione Italiano n. 1, allegata al fg. n. 05I/6890 del 210° Comando militare regionale di Alessandria in data 11 luglio 1944.
(a cura) di Mariella Mainini, Elenco analitico del Fondo R.S.I., Stato Maggiore dell'Esercito, V Reparto Affari Generali - Ufficio Storico 
 
1017 - SME - Uff. operazioni e addestramento - sez. operazioni - 1944 giu. 15 - lug. 7
Relazioni di enti dello SME sugli avvenimenti verificatisi in Liguria contro le FF.AA. germaniche, coinvolgenti il I Battaglione italiano genio e le batterie del presidio di Imperia. (20)
cc. 5 e pp. 34
(a cura) di Mariella Mainini, Elenco analitico del Fondo R.S.I., Stato Maggiore dell'Esercito, V Reparto Affari Generali - Ufficio Storico

Brigate Nere, Guardia nazionale repubblicana, SS italiane, Legione Muti, Bande Kock, Carità, Pollastrini, Bardi, Chiurco, Finizio Panfi, Maestri, la Sichereits italiana, i distaccamenti Op, l’ispettorato speciale polizia antipartigiana, la 1 divisione d’assalto Tagliamento, il Battaglione indiano, le ausiliare comandate dalla contessa Fondelli Gatteschi capaci di crudeltà inaudite, Corpo volontari della Morte, corpi speciali di varia denominazione e infine la X Mas. Formazioni utilizzate  in quella che il feldmaresciallo Kesserling chiamava “lotta al banditismo”. Queste formazioni si fecero notare per crudeltà ed efferatezza contro i loro connazionali. Spesso, a metà trada tra formazioni irregolari e combriccole di tagliagole, come le ha definite lo storico Franzinelli.
Vindice Legis, Dietro la bandiera di Salò l’Italia della vergogna e del disonore, Fuori Pagina, 5 settembre 2018
 
Ferraris Giovanni: nato ad Alessandria il 23 dicembre 1929, squadrista della Brigata Nera "Padoan"
Interrogatorio del 26.5.45:
Appartenevo alla brigata nera di Imperia dopo essere stato prima adibito come fattorino presso la locale federazione del P.F.R. Con la costituzione delle brigate nere venni inquadrato in queste formazioni sempre con il compito di fattorino per il comando della brigata. Ricordo che il comando della brigata nera di Imperia era formato dalle seguenti persone: comandante il Federale Massina Mario, capo di stato maggiore Col. Baralis, Capitano Musso Roberto, amministratore, Ten. Cocchi, addetto al magazzino, Maggiore Densa. Sottufficiali erano il Maresciallo Del Re Antonio, Maresciallo Lorenzi, Maresciallo Nardino, Sergente Berretta Ernesto [...]
Moro Pietro: nato a Pigna il 15 gennaio 1916, squadrista della Brigata nera "Padoan"
Interrogatorio del 13.7.45:
Il giorno 28 o 29 settembre 1944 mi recai con il Federale Massina a Dolcedo in unione allo squadrista Giancamillo ed un altro di cui non ricordo il nome. Quivi, fummo oggetto, mentre intraprendevamo la strada del ritorno, di scariche di mitraglia ed in tale occasione fui ferito alla gamba sinistra. Sconosco il motivo per cui il Federale Massina si recò a Dolcedo, lo vidi recarsi in un locale dove fuori campeggiava l’insegna "Telefono" [...]
Leonardo SandriOp. cit. 
 
II DIVISIONE GARIBALDI "F.Cascione"
COMANDO IV BRIGATA D'ASSALTO "E. Guarrini"
Prot. 39 Zona, li 28/9/44
SEZIONE S.I.M.
                    AL COMANDO II° BATTAGLIONE
Pare che fascisti appartenenti al Comando di CHIUSAVECCHIA vogliano fuggire e arrendersi ai partigiani.
State molto attenti e appena qualcuno di questi individui si presenterà ai vostri distaccamenti, fateli accompagnare a questo comando con una relativa rapportina.
In questi giorni squadre di "Muti" vestiti da Partigiani sono stati visti lungo la carrozzabile CHIUSAVECCHIA-CESIO.
Per IL RESPONSABILE DEL S.I.M.
Il Vice Commissario
(Uliano)
documento IsrecIm in Francesco Biga, Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria), Vol. III. La Resistenza nella provincia di Imperia da settembre a fine anno 1944, a cura dell'Amministrazione Provinciale di Imperia e con il patrocinio dell'Istituto Storico della Resistenza di Imperia, Milanostampa Editore, Farigliano, 1977

Fra le brigate territoriali si andava dalla brigata nera di Milano che pur contando due soli battaglioni allineò una ventina di compagnie alla brigata nera di Asti che allineò una sola compagnia e alcuni presidi minori o come le brigate nere di Savona e Imperia che affiancarono a una compagnia mobile alcuni distaccamenti.
[...] I fascisti nizzardi, pur non costituendo una propria brigata nera, confluirono nella brigata nera di Parma dove costituirono un proprio reparto, conosciuto anche se non ufficialmente come Brigata Nera “Nizza”.
Leonardo Sandri, autore di Processo ai fascisti: una documentazione... op. cit.
 
Imperia: Via Croce di Malta

Mi risulta che in Imperia risiede, nella via di fronte a Via Croce di Malta del Corso Garibaldi in cima alla salita, tale Mele Peppino, figlio dell'assistente del Genio Civile, il quale faceva parte da lungo tempo alle brigate nere e mi risulta che ha partecipato a diversi rastrellamenti.
Antonio Barresi, Verbale di interrogatorio presso l'Ufficio Politico del Comando di Polizia di Imperia, 7 maggio 1945. Documento in Archivio di Stato di Genova, ricerca di Paolo Bianchi di Sanremo (IM)
 
Una delle ultime diagnosi sulle condizioni della RSI è redatta da Giorgio Pini. Il 20 ottobre 1944, il direttore del “Resto del Carlino” viene nominato Sottosegretario al Ministero dell'Interno. In questa veste, riceve da Mussolini l'incarico di ispezionare le province della Repubblica sociale
[...] Non mancano le annotazioni di “costume”, come quella relativa al Capo della provincia di Imperia che ha moglie e cinque figlie ma “trascura l'ufficio e i contatti col pubblico a causa di una donna… sarebbe bene sostituirlo” <643.
643 Giorgio Pini, Itinerario tragico (1943-1945), Omnia, Milano 1950, p. 337.
Antonio Gioia, Guerra, Fascismo, Resistenza. Avvenimenti e dibattito storiografico nei manuali di storia, Tesi di Dottorato, Università degli Studi di Salerno, Anno Accademico 2010-2011 

Il comando delle S.A.P. con foglio n° 176 P/A in data 25/10/44 ha comunicato quanto segue:
"Comunichiamo che un ufficiale della G.N.R. è partito alla volta di formazioni partigiane con lo scopo di intralciare le operazioni dei Patrioti. Saremo in grado di fornire dati più precisi riguardanti le sue generalità, i suoi connotati, la sua abitazione.
Comunichiamo inoltre che alcuni marinai appartenenti alla Compagnia "Risoluti" sono partiti poi con lo stesso scopo".
Comando 2^ Divisione d'Assalto                                               IL VICE RESPONSABILE S.I.M. DIV.
GARIBALDI LIGURIA F. CASCIONE                                                             (Achille)
da documento IsrecIm in Francesco Biga, Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria), Vol. III. La Resistenza nella provincia di Imperia da settembre a fine anno 1944, a cura dell'Amministrazione Provinciale di Imperia e con il patrocinio dell'Istituto Storico della Resistenza di Imperia, Milanostampa Editore, Farigliano, 1977
 
Colombo Angelo: nato a Milano il 7 aprile 1927, marò dei Mezzi d’Assalto della X^ Flottiglia Mas.
Interrogatorio del 29.5.45: Ho fatto parte della X^ Flottiglia Mas dal 3 febbraio 1944 con residenza in un primo tempo a Spezia e dopo circa un mese venni trasferito a Sesto Calende (Varese) dove mi trattenni fino al 20 agosto. Ho trascorso quindi un breve periodo in Francia (Ville Franche) e dopo feci ritorno a Sanremo, dove sono stato fino al 24 aprile del 1945 con il Reparto Mezzi d’Assalto di Superficie che si sganciò da Sanremo portandosi a Strambino Romano ove si consegnò agli americani. Qui, io ed un mio amico, abbandonammo il reparto per poterci procurare da mangiare però giunti in una cascina di Romano fui fermato da elementi partigiani, perquisito e disarmato e condotto ad un comando partigiano. Non ho mai fatto parte di formazioni adibite a rastrellamenti: il mio reparto aveva unicamente il compito di affondare le navi nemiche. Mi sono iscritto al P.F.R., consigliato da un amico, per non finire nell’Organizzazione Todt a lavorare in Germania. Non ho mai avuto incarichi speciali come spionaggio o altro. Durante il periodo di appartenenza alla X^ Mas, solo quando eravamo in Francia, il mio reparto ha affondato un incrociatore nemico da 10.000 tonnellate.
Leonardo Sandri, Op. cit. 

Concludendo, abbinata all'azione preventiva sotto le direttive del Capo della Provincia e mia personale viene sviluppata la repressione che, affidata a reparti operanti misti di G.N.R., Brigata Nera e Reparto Arditi di Polizia, fa sentire il suo mordente nelle formazioni partigiane operanti nella zona montana, quasi del tutto sbandate ed assottigliate.
Giovanni Sergiacomi, Questore di Imperia, Relazione mensile sulla situazione politica, militare ed economica della Provincia di Imperia, Al capo della Polizia - Sede di campagna -, Imperia, 5 marzo 1945 [timbro di arrivo del Ministero dell'Interno della RSI in data 27 marzo 1945]. Documento <MI DGPS DAGR RSI 1943-45 busta n° 4> dell'Archivio Centrale dello Stato di Roma
 
Gli squadristi denunciano il federale
Ad Imperia la realtà è ben più tragica, e nessuno cerca di mascherarla con la retorica. Il capo dell’Ufficio politico della B.N. manda, il 4 aprile 1945, un rapporto al federale di Parma, Archi (già commissario federale ad Imperia, N.d.R.), che gliel'ha richiesto, avvertendo che "la situazione politica in provincia è andata sempre più aggravandosi e peggiorando... La G.N.R. e la B.N. continuano ad operare arresti e ad eseguire azioni di polizia, contro le disposizioni del Duce, incendiando paesi e detenendo uomini e donne in istato di arresto più del necessario, rimandando interrogatori seri alle calende greche. (Vengono usati) mezzi coercitivi, inumani, per le confessioni... Se qualche elemento, ideologicamente fascista e puro, interviene... è preso di mira e lo si accusa... di connivenza con i partigiani. Date queste condizioni, il P.F.R. ... è sempre più malvisto. Non tutte le esecuzioni capitali... hanno colpito i veri rei di volgari assassinii. Sarebbe necessaria una revisione seria di tutti gli elementi della G.N.R., i cui componenti mantengono con lusso ingiustificato (date le loro condizioni finanziarie) donne più o meno di dubbia moralità".
"Nella B.N. si succedono i rastrellamenti nei quali i militi si limitano a compiere furti, rapine, atti di sopruso, anche contro il tranquillo apolitico cittadino, azioni tutte che acuiscono l’odio verso il P.F.R., che deve rappresentare, invece, ordine, serietà, onestà e giustizia. I colpevoli di tali 'scorrerie' qualche volta identificati (casi Spartaco, Pagni ed altri) non sono puniti esemplarmente, ma invece aiutati ad allontanarsi dalla provincia. Nei comandanti, specie in quelli più elevati, mancano polso e competenza... Nessuna serietà nella scelta di ufficiali e gregari. Si attribuiscono funzioni di comando a chi, forse, ha rivestito nei Corpi armati dello Stato la qualifica di attendente... In caso di ripiegamento i fascisti non sanno se saranno salvati dall’ira nemica e da quella popolare, e come: sanno solo che non esistono carburanti e mezzi di trasporto... Taluni fascisti si sono rivolti, infatti, alla Questura e ad altri enti per essere messi in salvo con le proprie famiglie (caso Fabi). Dal lato amministrativo sarebbe opportuna ed utile un’inchiesta sia in Federazione sia in Brigata Nera. Ufficiali e militi a tutt’oggi (aprile) non hanno avuti pagati gli assegni del mese di marzo. In Federazione non vi è denaro".
Il degradamento è generale. Mentre a Sanremo il comandante tedesco della piazza strappa in faccia al federale, al capo provincia, al capo di S.M. della B.N. le tessere di circolazione e di porto d’armi che dovrebbero essere concesse - con il visto nazista - ai brigatisti, secondo le nuove norme procedurali, ad Imperia un gruppo di fascisti repubblicani si riunisce il 19 aprile nel Gruppo Rionale "Nino Fossati" ed indirizza al commissario federale una lettera di cinque pagine denunciando "il diffuso malcontento e lo sdegno" esistenti nella Brigata Nera. Il gruppo si firma: capitani Vasco Landucci, Roberto Musso, Allione, tenente Basso, squadristi Arcangelo Vitiello, Bruno Arturo, Osvaldo Ragusa e Ugo Giordano, ragionieri Pietro Gerii e Giuseppe Tricotti, dott. Raffaele Densa.
La lettera è un atto d’accusa implacabile. "Constatato che l’opera finora svolta dal Fascio e dalla B.N. della provincia ha approdato ad un risultato opposto a quella che era l’aspirazione del Duce e dei fascisti onesti e retti che ne seguono con dedizione la dottrina, e cioè quello di riconquistare la fiducia e la stima del popolo sano e lavoratore...", viene denunciato il funzionamento del Centro sfollati di Alassio, dove "l'alimentazione fu quasi sempre pessima, scadente, scarsa, i cibi mal conditi e confezionati... I banchetti al Sinodico (la pensione Sinodico di Alassio, N.d.R.) fatti dal capitano Fantini, ecc. e da VOI Federale mentre i poveri sfollati fascisti avevano il trattamento alimentare suddetto dimostrano scarso senso morale, incomprensione del momento, mancanza di spirito di sopportazione da parte di chi li faceva...".
I denuncianti (un'altra denuncia per conto proprio è già stata presentata il 23 febbraio dallo squadrista Massimo Lombardi al sottotenente Pietro Gerii, comandante dell’Ufficio politico investigativo della B.N.) chiedono la documentazione di tutte le spese sostenute in campo alimentare, citano una serie di casi di malversazioni e vogliono che i colpevoli siano puniti.
Poi passano ad esaminare la situazione della Brigata Nera. "Non funziona né organicamente né disciplinarmente né moralmente... Esiste una indisciplina inconcepibile in un organismo militare... Gran parte degli squadristi manca completamente di educazione militare, di educazione civica, di rispetto, di comportamento, di istruzione scolastica e fascista, di rispetto alle cose, di amore all’ordine e alla pulizia, di decoro per la propria persona. Occorre agire... in profondità... Gran parte degli squadristi vanno volentieri ai rastrellamenti con l’unico scopo di razziare... Esempi: da San Lazzaro [una zona di Imperia] la squadra servizi ritornò con denaro e vestiario che poi si divise, da Diano Arentino gli squadristi portarono indumenti e vestiario che poi vendettero a negozianti di Imperia, che erano parenti degli svaligiati. Tedeschi e squadristi della B.N. ritornarono da un’azione con due muli carichi di refurtiva, che a notte alta vennero avviati verso il centro della città e furono venduti con la refurtiva... L’autorizzazione al saccheggio è sempre cosa riprovevole, che sa di compagnia di ventura. Anche quando i Capi ritengono necessità punire un paese per favoreggiamento ai ribelli bruciando le case, cosa che dalla massa dei fascisti non viene approvata poiché si distrugge patrimonio nazionale che lo Stato deve poi pagare, ... quanto dalle case (bruciate) viene asportato dovrebbe essere distribuito ai bisognosi, ai danneggiati dai bombardamenti, ecc.".
Ricordato un banchetto "molto criticato dalla popolazione e criticato dai fascisti di pura fede" tenuto all'Albergo Miramare alcune sere prima ed a cui hanno partecipato il questore, il prefetto, vari squadristi della B.N. e la "banda Alessandrini", il gruppo denuncia una serie di prepotenze e brutalità da parte del maresciallo Antonio Del Re contro i suoi sottoposti, diverse perquisizioni arbitrarie in casa di cittadini senza colpa e la mancanza di armi e munizioni. Poi conclude chiedendo al Federale "di impugnare il timone della barca e di essere a tutti di esempio stroncando l’immoralità, la disonestà, il sopruso, l’arbitrio e la violenza... Noi siamo pronti a darvi tutta la nostra appassionata collaborazione, e vedrete che così agendo tutti Vi seguiranno".
Ma, come dicevamo, è il 19 aprile 1945. La spietata autodenuncia (tra i firmatari vi sono il capo e il sotto capo dell’Ufficio Politico della B.N. il capo del servizio Sanitario della stessa, il capo dell’Ufficio Amministrazione della Federazione fascista e un ufficiale della G.N.R.) non serve più a nulla. Tra sei giorni suoneranno le sirene dell’insurrezione. 
Ricciotti Lazzero, Le Brigate Nere, Rizzoli, 1983
 
3 marzo 1945 - Dal CLN di Sanremo, prot. n° 358, alla Sezione SIM della V^ Brigata "Luigi Nuvoloni" della II^ Divisione "Felice Cascione", all'Ispettorato della I^ Zona Operativa Liguria ed al "Capitano Roberta" [ufficiale di collegamento degli alleati con la I^ Zona Operativa, capitano Robert Bentley] - Comunicava che [...] che nella notte militari delle Brigate Nere avevano rastrellato la zona Taggia-Ceriana, causando la morte di 4 patrioti e l'arresto di altri 4, portati a Villa Magnolie.
17 marzo 1945 - Dalla Sezione SIM della V^ Brigata "Luigi Nuvoloni", prot. n° 344, al comando della I^ Zona Operativa Liguria ed al comando della II^ Divisione "Felice Cascione" [comandante Giuseppe Vittorio 'Vittò/Ivano' Guglielmo] - Riferiva che "[...] A Badalucco fascisti in borghese, con fazzoletti rossi addosso, hanno chiesto dove potevano nascondersi dai tedeschi, ma la popolazione non c'è cascata [...]".
17 marzo 1945 - Da "Carmelita" a "Fuoco" - Inviava l'elenco degli appartenenti alle bande fasciste ed alla G.N.R. (Guardia Nazionale Repubblicana) che erano stati in territorio francese, in particolare la serie di nominativi della G.N.R. di Mentone, 30 uomini, Antibes 4, Beausoleil 2, Nizza e zone limitrofe 35.
da documenti IsrecIm in Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell'Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945) - Tomo II, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1998-1999
 
Nato ad Oneglia, in provincia di Imperia, Aurelio Languasco (1904-1984) partì volontario per andare a combattere in Etiopia e, successivamente, prese parte alla guerra civile spagnola, restando mutilato al braccio destro nella battaglia di Santander (1937). Durante la Seconda guerra mondiale acquisì una profonda conoscenza delle pratiche della controguerriglia, diventando ufficiale della MVAC (Milizia volontaria anticomunista), composta da reparti di collaborazionisti che operavano in appoggio alle truppe di occupazione italiane in Slovenia. Dopo l'adesione alla RSI, fu inquadrato nella GNR, diventando prima il comandante del secondo reggimento del CARS e poi del raggruppamento Cacciatori degli Appennini. Condannato a morte dalla corte d'assise speciale di Cuneo quale criminale di guerra, la sentenza fu poi annullata dalla corte di cassazione per vizio di forma.
Stefano Gallerini, "Una lotta peggiore di una guerra". Storia dell'esercito della Repubblica Sociale Italiana, Tesi di Dottorato, Università degli Studi di Firenze, 2021 

 

martedì 31 gennaio 2023

Nello stesso giorno furono uccisi dalla banda Ferraris il partigiano Silvano Belgrano, il giovanissimo Matteo Canale ed il parroco di Stellanello don Pietro Enrico

 

Dintorni di Stellanello (SV). Foto: Eleonora Maini

Silvano Belgrano fu uno dei primi partigiani che aderirono alla lotta in montagna. Amico e componente della banda del Cion (Silvio Bonfante) e di Mancen (Massimo Gismondi), fu proprio a fianco di Cion che cadde, forse colpito a freddo da un infiltrato che approfittò dell’infuriare della battaglia per eliminare una delle figure più carismatiche della Resistenza imperiese della prima ora. Sicuramente a conoscenza delle posizioni tenute dal distaccamento Volante di Silvio Bonfante (Cion) e del distaccamento Volantina di Massimo Gismondi (Mancen), il comando provinciale della GNR di Imperia pianificò un’azione tesa a separare i due distaccamenti. Il distaccamento di Cion si trovava sul Monte Ceresa, quello di Mancen in zona Fussai, sopra Evigno, <1 pronti a darsi manforte reciproca in caso di attacco nemico. La GNR, il 19 giugno 1944, mise in campo, tra le altre, la compagnia operativa del capitano Ferraris, sostenuta da un plotone tedesco di cacciatori della 42a Jäger-Division appena giunta in Liguria dalla Garfagnana. Ferraris, ricco dell’esperienza fatta nei Balcani contro i titini, pianificò l’operazione incuneandosi tra le due formazioni partigiane per evitare che potessero operare in sinergia. Una colonna, per lo più composta da tedeschi salì dalla rotabile Alassio-Testico, mentre un’altra proveniente da Cesio, superò il Passo San Giacomo. L’attacco venne diretto contro gli uomini di Cion, che in evidente inferiorità numerica riuscirono a tener testa ai nemici per parecchio ore per poi sbandarsi quando la pressione avversaria divenne insostenibile. Nonostante la notevole inferiorità numerica, il distaccamento “Volante” dovette piangere un solo compagno, Silvano Belgrano, e contare poco meno di una decina di feriti più o meno gravi. Nello stesso giorno furono uccisi dalla banda Ferraris il giovanissimo Matteo Canale (Stellanello 2/3/28) falciato sull’uscio di casa nella zona di San Lorenzo di Stellanello (SV) ed il parroco di Stellanello don Pietro Enrico che, accusato di fiancheggiare i partigiani, fu portato in località Molino del Fico [n.d.r.: oggi nel comune di San Bartolomeo al Mare (IM)] e fucilato.
(1) Il Pizzo d'Évigno (988 m), detto anche Monte Torre o Torre d'Évigno, è montagna erbosa a forma di piramide, che sorge alle spalle di Imperia. È la vetta più elevata di un sottogruppo montuoso abbastanza vasto, che si estende tra la Valle Impero, la Valle Arroscia. Costituisce un importante punto nodale: verso sud dirama il contrafforte che separa la Valle Impero dalla valletta di Diano, mentre verso est dirama il costolone che delimita sul lato destro idrografico la valle del Torrente Merula, e che forma l'adiacente Monte Ceresa.
Giorgio Caudano, Gli eroi sono tutti giovani e belli. I caduti della Lotta di Liberazione. I^ Zona Liguria, ed. in pr., 2020  

[ n.d.r.: tra le pubblicazioni di Giorgio Caudano: Marco Cassini e Giorgio Caudano, Bordighera al tempo di Bicknell e Monet, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2021; Giorgio Caudano, L'immagine ritrovata. Ventimiglia e dintorni nei dipinti dell'Ottocento e primo Novecento, Alzani Editore, 2021; (a cura di) Paolo Veziano con il contributo di Giorgio Caudano e di Graziano Mamone, La libera Repubblica di Pigna. Parentesi di democrazia (29 agosto 1944-8 ottobre 1944), Comune di Pigna, IsrecIm, Fusta Editore, 2020; Giorgio Caudano, Dal Mare alla Trincea... memorie di uomini, BB Europa, Cuneo, 2019; Silvia Alborno, Gisella Merello, Marco Farotto, Marco Cassini, Giorgio Caudano, Franck Vigliani, curatori della mostra Claude Monet, ritorno in Riviera, catalogo a cura di Aldo Herlaut, Silvana Editoriale, Milano 2019; La Magnifica Invenzione. I pionieri della fotografia in Val Nervia 1865-1925, a cura di Marco Cassini e Giorgio Caudano, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2016; Giorgio Caudano, Pigna. Storia di un paese, ed. in pr., 2016  ]
 
Silvano Belgrano
Nato ad Imperia il 5 agosto 1924, appartenente al Distaccamento “ Volante”.
All’alba del 19 giugno 1944 il distaccamento di Silvio Bonfante “Cion”, di stanza ad Evigno (nota 1), viene attaccato da forze nemiche, numericamente di gran lunga superiori, che ne tentano l’accerchiamento. I partigiani si portano sulle alture e combattono strenuamente a lungo: i tedeschi non passano che a sera. I garibaldini, protetti dai loro compagni, si mettono in salvo; tutti ad eccezione di Silvano Belgrano. In seguito si appurerà che a causarne la morte era stata una spia infiltratasi tra le fila dei garibaldini.
A Silvano Belgrano è intitolata la I^ Brigata della Divisione d’assalto Garibaldi “Silvio Bonfante”.
(nota 1) Nella zona di Evigno avevano la loro base due distaccamenti garibaldini: quello comandato da Silvio Bonfante “Cion” è a Cian Bellotto e controlla tutto il pendio nord del Pizzo d’Evigno; quello di Massimo Gismondi “Mancen” era lungo i fianchi rivolti a sud, in località Fussai. Questa zona il 19 giugno 1944 fu teatro di una delle battaglie più accanite tra le truppe nazifasciste e i garibaldini del solo Distaccamento di “Cion”. “Mancen”, con vari uomini, si era recato a Diano Gorleri per disarmare un presidio della Guardia di Finanza e, compiuta l’azione, di ritorno all’accampamento trovò tutti i percorsi sbarrati dal rastrellamento nazifascista. “Cion” e i sui uomini dal Pizzo della Penna mitragliarono con continuità; “Fiume”, l’aiutante mitragliere che orientava la direzione dell’arma a seconda degli spostamenti nemici, si trovò le braccia ustionate dalla canna arroventata dell’arma! I Tedeschi non passarono che a sera, dopo aver pagato a caro prezzo la padronanza del campo di battaglia e tutti i partigiani, protetti dai compagni più valorosi, primo fra tutti il comandante, si misero in salvo. Unico caduto fu Silvano Belgrano.
Dal rapporto del comandante “Cion”:
"Giorno 19 giugno. Ore 6,45 il distaccamento viene messo in allarme dalle sentinelle che sentono alcuni colpi di fucile e movimenti di camion sulla strada Alassio - Testico. Ore 7, disposizione delle squadre per il combattimento. Il distaccamento viene attaccato da sinistra e di fronte da forze nazifasciste di gran lunga superiori alle nostre (numero finora accertato degli attaccanti: 1200). Noi attacchiamo senza esitare le forze nemiche che tentano l’accerchiamento di fronte al Distaccamento per poterle fare ripiegare verso sinistra dove si trovano già altre loro forze: il tentativo riesce. Portatici sulle immediate alture, cerchiamo il tutto e per tutto per far allontanare sempre di più le forze tedesche dal Distaccamento… Rientro in serata al distaccamento, ancora intatto… Da segnalare il comportamento esemplare di 4 compagni: Federico, Germano, Carlo II, Aldo, Fiume… Accertamento dei morti nemici, da fonte competente n. 62…"
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Redazione, Arrivano i Partigiani. Inserto 2. "Le formazioni di montagna della I^ e della VI^ Zona Operativa Ligure che operavano nella provincia di Savona", I Resistenti, ANPI Savona, numero speciale, 2011
 
 
Matteo Canale. Fonte: Giorgio Caudano, op. cit.

Don Enrico e il ricordo di Lorenzo Stalla che fu catturato in Chiesa, patì la violenza dei Repubblichini e rimase prigioniero destinato ad un Lager. Riuscì a sopravvivere ed alla fine della guerra poté tornare a casa sfinito e morì dopo poco. L’altro ricordo riguarda l’uccisione di Matteo Canale, detto Malin, un ragazzo di 16 anni falciato da una raffica perché era stato visto correre verso casa sua gridando ‘I picca u prève!
Malin compagno di giochi sveglio e simpatico. In suo ricordo é stato posto un cippo davanti alla casa di famiglia, poco oltre la chiesa di San Lorenzo.
Don Enrico era austero: viveva solo nella Sua solitaria canonica, assistito da una vecchia perpetua (forse una parente), brava cuoca che ammanniva pranzi luculliani per le feste solenni a beneficio degli altri numerosi Parroci della valle e delle persone che riteneva di riguardo. A quei convivî partecipava sempre anche il vegliardo Don Laureri, di San Damiano - allora Vicario foraneo del Vescovo d’Albenga - che intratteneva i commensali improvvisando versi d’occasione.
La puntuale testimonianza sulla fucilazione di Don Enrico dev’essere di persona che si trovò ad assistervi, tanto é accurata. La vile ed inutile strage di Stellanello fu il movente del rastrellamento: chi semina vento raccoglie tempesta. Successivamente - ai primi d’agosto - vi fu il bombardamento di Andora ed allora c’è chi si trasferì a Torino (dove i bombardamenti erano ancora più frequenti e devastanti) [...]  Matteo Canale detto Malin. Nato a Stellanello il 2-3-1928. Assassinato il 19 Giugno 1944. Il comando fascista imperiese il 19 giugno 1944 coordinava un’azione di forte contrasto nelle vallate, inviando squadroni di militi con esperienza nei rastrellamento. Molti erano fuoriusciti dalla Francia, oriundi imbevuti di nazionalismo, avanzi di galera con alle spalle omicidi e violenze. Un gruppo di tedeschi seguiva le azioni repressive. Barbetta, il noto fascista Vittorio Ottavi di Stellanello, si era aggregato alle squadracce come guida pratica del posto, rimarcando così il suo odio per i resistenti. Appena giunti a Stellanello questi mercenari uccidevano un ragazzino sedicenne, Matteo Canale, uscito sulla soglia di casa al passaggio della soldataglia che aveva appena arrestato il prete don Pietro Enrico, accusato di avvisare i partigiani mediante scampanelli. Il ragazzo, impressionato dalle percosse affibbiate al povero chierico, aveva richiamato a gran voce la madre affaccendata in cucina. Ciò era bastato perché lo sventurato ragazzino si prendesse a bruciapelo una fucilata da quella ciurma di criminali. Un ulteriore colpo alla nuca ribadiva le intenzioni dei fascisti per la giornata, che si concluderà con l’assassinio del prete a Molino del Fico, vicino a dove erano già stati torturati orrendamente e poi fucilati qualche giorno prima i martiri partigiani Marco Agnese (Marco), Alessandro Carminati (Sandro), Carlo Lombardi (Giuseppe) e Celestino Rossignoli (Celestino).
Redazione, Stellanello: ricordi di don Enrico e di Malin ucciso a 16 anni. Quella vile e inutile strage. I convivi in canonica e i versi di don Laureri, Trucioli, 9 luglio 2020   
 
 
Don Pietro Enrico. Fonte: Giorgio Caudano, op. cit.

Una volta vennero sul serio da San Damiano, Testico, Stellanello, Chiusavecchia e Pairola [n.d.r.: Frazione del comune di San Bartolomeo al Mare (IM)], un finimondo che ci pareva il poligono dei tiri in funzione sul mandamento; epperciò tutto intorno, da  ogni parte, non si sentivano manco più a parlare tra loro negli spari così forti.
Con le pesanti in postazione, sì che i partigiani c'erano ai passi sempre di guardia; e anche le pattuglie avanti indietro si davano il cambio; sì che attorno ai casoni le sentinelle stavano ferme anche col freddo a sentire i rumori: ma quando li senti così vicini ormai è tardi, altro che balle.
Quando arrivano così da tutte le direzioni, che non sai come, non ti serve più, niente di niente, perché sai che tanto è inutile, sicché ce la metti tutta soltanto per schivarti se ti riesce.
Tu allora spari finché spari per fermarli e va bene, ma mica puoi gridargli alto là fermi tutti, di qui non si passa; come fai a fermarli se sono una valanga, e hanno già preso anche il Pizzo d'Evigno?
Come fai, se ce n'è pieno sulle creste e il pendìo del Ceresa è pelato come in mano, che di lì proprio non ci puoi passare sempre sotto tiro?
Adesso invece porca la miseria, in più tieniti anche sti colpi di mortaio sempre più secchi, spiaccicato lì sull'erba.
Sempre lì fermo con tutta la paura addosso che hai, intanto loro aggiustano il tiro coi binocoli; e tu rimani lì ad aspettare il colpo giusto se arriva sì o no a schiantarti; ti raggricci di più, sempre di più, con la pancia a terra da volerci sprofondare come un verme nell'erba fitta, e sparire.
Eccoti dunque che li impari a conoscere sul serio sti bastardi di mortai, col tempo che ci vuole per sentirteli proprio addosso; col tempo che ci vuole voglio dire per indovinare il colpo quando parte e lo squarcio quando arriva nello schianto, sempre di più vicino a te.
Questo modo che impari, è proprio come quello di starsene all'avventura; tanto o prima o poi lo schianto arriva preciso anche per te: è inutile pensare all'altromodo, se il tuo destino è così; ma è lo stesso anche se ti raggricci ancora di più, perché ciononostante gli squarci ti si aprono da tutte le parti coi sibili e il fracasso.
Poi sti tedeschi li senti che vengono avanti con le bardature e l'armamentario, scendono dalle creste passo passo frugando in tutti i buchi, che non gli scappa niente.
Ecco che così adesso, senti veramente di essere soltanto un verme molle da schiacciare come vogliono loro o prima o poi, siccome devi stare sempre fermo ad aspettare, guai a muoverti.
Devi starci spiaccicato pancia a terra in questo inferno, con gli squarci da tutte le parti, e loro che vengono sempre avanti a scovarti senza smetterla e sparando in presa diretta, sempre così; il fatto sta che loro sanno tutto della situazione com'è, scendendo dalle creste e mettendosi a frugare.
Lo sanno che in questa valle presidiata, da non poterne più uscire, ci sono quelli del Cion già famosi dappertutto; e che perciò adesso bisogna batterla ben bene coi mortai, per farli saltar fuori proprio tutti al completo.
Eppoi sanno che bisogna andarci dentro con le pattuglie passo passo in rastrellamento metodico per non dargli scampo; epperciò, con tutte le bardature elmetti armi automatiche munizionamento a bizzeffe e i mortai che li sparano giusti con tutti i colpi che ci vogliono e anche di più, adesso vengono avanti; vengono avanti sempre sul sicuro frugando dappertutto, così ce la faranno eccome a schiacciarti proprio come un verme molle.
Successe invece che quella impresa i nazifascisti la finirono da arrabbiati senza concludere, senza minimamente riuscire a scovarli dai nascondigli.
Dopo quel traffico della malora dalle creste e quegli spari coi mortai nel rastrellamento, ben sapendo che c'erano eccome i partigiani, o di qua o di là nella valle, ma non li trovarono chissà, si incattivirono di più, bestemmiando forte.
Difatti i partigiani erano pratici e ce la fecero anche stavolta, perché bastava un rovo una crepa una fessura o un po' di fieno, sempre lì rintanati; poi sapevano strisciare adagio un poco più in là mentre loro, proprio da crucchi, andavano passo passo frugando un poco più in qua; e così gli sgusciavano di sotto.
Per la strada invece presero don Enrico, parroco di Stellanello - lui va bene porcomondo, perché è prete; non può negare - dicevano andando; se lo misero davanti legato a colpi nella schiena, sempre più secchi: perdio se dovrà parlare altroché.
- Su, svelto, facci vedere questi nascondigli; ma fa presto che tu lo sai, spicciati.
Lo portarono di qui di là, nel folto dei canneti, ai lati del torrente e sotto negli orti, avanti fin quasi sulle creste e dentro i paesi con la gente chiusi, che parevano cimiteri.
Per le strade dei campi e fuori strada, fin nelle pietraie, dappertutto lo fecero girare legato quel prete catturato nella sua valle, picchiandolo; andando tra le botte, lui diceva di curare le anime, non ste faccende degli uomini che si sparano tra loro in questi tempi da lupi.
Diceva così: che non è lecito di andarsene in mezzo alla sua gente nelle sparatorie accanite soltanto per sparare, di andarsene senza pietà voleva dire; ma che bisognava starci da prete come si deve; non come le bestie, santo cielo, a pregare per tutti.
Loro invece no, avanti botte sempre di più a sfigurarlo - tu lo sai, tu sei d'accordo prete sovversivo; e ce lo devi dire. Per la miseria se ce lo devi dire, perché noi del fascio ti faremo cantare: hai capito che ce lo devi dire?
Lo spingevano sempre di più con le botte a fracassarlo; tanto che ormai, manco volendolo, ce la faceva più a stare dritto in mezzo a quei manigoldi.
Andando, chinava il capo rassegnato come poteva; tra le case della sua gente tutte chiuse sigillate, andava a quel modo che alla gente faceva pietà; si vedeva che andando pregava, e che sapeva come finiva la sua storia.
Lui sapeva della morte inevitabile e dei nascondigli dei partigiani, perché sapeva tutto della sua gente in quella valle da una parte all'altra; ma i fascisti perdio li fece girare a vuoto per tutto quel giorno, sotto le botte, avanti indietro nella sua valle sempre uguale; sicché alla fine non si riconosceva più massacrato a quel modo com'era, dalla testa ai piedi.
Poi loro se ne accorsero che era proprio inutile, siccome lo capirono alla fine del giorno, che non ci si vedeva più.
Lo capirono che li aveva presi ben bene in giro, non volendo tradire la sua gente né di giorno né di notte, mai.
Lo finirono, sparandogli a bruciapelo quando era già scuro, e lui non ce la faceva più a reggersi in piedi.
Lo trascinavano di peso per la strada nella polvere spessa: erano arrivati in fondo alla valle, vicino al Molino del Fico, e lì si fermarono; la gente chiusa nelle case col terrore e i ribelli nei nascondigli ad aspettare da un momento all'altro, alla fine sentirono l'ultima raffica al Molino del Fico, e loro che imprecavano bestemmiando tutti sporchi di polvere sgomberando la valle.
Allora, tutti insieme, la gente e i partigiani capirono che se un prete è un prete, deve essere un prete così come questo qui ministro di Dio e dei suoi fratelli, con la sua gente fino al patibolo; e non se lo scordarono mai più.
Osvaldo
Contestabile, Scarpe rotte libertà. Storia partigiana, Cappelli editore, 1982,  pp. 45-47    

giovedì 26 gennaio 2023

In una trentina (di partigiani) ci recammo alla stazione ferroviaria di Andora

Andora (SV): ex stazione ferroviaria. Foto: Giorgio Stagni su Wikimedia Commons

Il 12 luglio 1944, con una magnifica azione, il Distaccamento “Volante” asporta quintali di derrate alimentari da un treno merci tedesco.
In particolare: il comandante Cion [Silvio Bonfante], informato dal capostazione di Andora della presenza in linea di un treno tedesco, fermo nella stazione perché impossibilitato a muoversi a causa della ferrovia interrotta da bombardamenti aerei, decide di impossessarsi delle derrate stivate nei vagoni.
Su consiglio del comandante [n.d.r.: della II^ Divisione d'Assalto Garibaldi "Felice Cascione"]“Nino Siccardi” (Curto) si decide un sopralluogo per coordinare l’azione: Cion, Mancen e Germano, con alcuni uomini, circondano la stazione ferroviaria e sequestrato il personale ed il capostazione, i partigiani si vestono da ferrovieri.
Alle ore ventidue giunge un treno passeggeri, dalla parte della linea non interrotta, da cui scendono repubblichini, Tedeschi e molta gente.
Tutto si svolge regolarmente e ritornata la calma, vengono fatti affluire alla stazione alcuni carri per asportare le derrate.
Una parte di esse è trasferita a Stellanello e poi in Cian di Bellotto; l'altra è messa a disposizione della popolazione che se ne impossessa ed in poco tempo la fa sparire.
Il giorno successivo, il comando tedesco fa prelevare il Podestà di Andora...
                 
Andora (SV)

Redazione
, La Resistenza, Andora nel tempo
 
Trascorsero alcuni giorni senza nulla di nuovo.
Ma in me, anche se il comportamento degli altri partigiani nei miei confronti era migliorato (come ho già accennato), aumentava il desiderio di trasferirmi nella vallata di Stellanello dove si trovavano i miei amici d'infanzia.
Ne parlai con "Merlo" [Bruno Nello] che dichiarò di capirmi, anche se si dimostrava dispiaciuto, perché pensava di perdere un bravo ragazzo ed un buon partigiano.
Mi autorizzò a partire insieme a "Tenni", cosa che feci il giorno dopo.
Ci incamminammo verso Lucinasco e, attraversato il torrente Impero, raggiungemmo Torria dove facemmo sosta grazie ad una signora che mi conosceva, mangiammo qualche cosa che lei ci offrì, quindi trovammo la possibilità di riposarci in una stalla.
Il mattino seguente ci mettemmo in marcia verso il Pizzo d'Evigno, dove incontrammo una pattuglia di partigiani di guardia.
Tra questi c'era l'amico "Norsa" che ci fece festa.
La pattuglia ci indicò il luogo dove era dislocato il distaccamento detto "Volantina", che era comandato da "Mancen".
Trovammo il distaccamento accampato a monte di Evigno, in località Fussai.
Ricevemmo una calorosa accoglienza da tanti amici, non perché io ero l'autore dell'azione alla caserma Siffredi (forse non ne sapevano ancora niente), ma perché ero Sandro, il loro amico fraterno di tante avventure, magari stupide, infantili, amorose o illusorie.
Quella notte dormii saporitamente tanta era la contentezza: mi sembrava di essere a casa mia. 
Alcuni giorni dopo, agli ordini di Silvio Bonfante ("Cion"), in una trentina ci recammo alla stazione ferroviaria di Andora dove, su segnalazione, venimmo a sapere che da alcuni giorni vi era un treno in sosta, con vagoni carichi di grano, avena, pasta, zucchero e generi vari.
Dopo aver preso le opportune precauzioni e poste le pattuglie di guardia, ci trasformammo in scaricatori: asportammo quintali dei generi suaccennati, li caricammo su carri e partimmo prendendo la via del ritorno, dopo averne lasciato una certa quantità alla popolazione locale.  
Un particolare: invitai i miei compagni a recuperare le tendine dei finestrini di due vetture per viaggiatori in sosta.
Di primo acchito la cosa sembrò ridicola, ma non lo fu; con le tendine facemmo confezionare dei pantaloncini corti, resistenti simili, che però sulle natiche avevano impresso le lettere maiuscole FF.SS. (Ferrovie dello Stato): così non potevamo negare di avere rubato la stoffa alle ferrovie.                
Sandro Badellino, Mia memoria partigiana. Esperienze di vita e vicende di lotta per la libertà di un garibaldino imperiese (1944-1945), edizioni Amadeo, Imperia, 1998 
 
"Sbrigatevi. Prendete tutto  quello che serve, il resto lasciatelo perdere". Su quel treno eravamo almeno in dieci. Il convoglio era fermo ormai da giorni e i vagoni, tutti in fila, erano sul binario lato mare, quello che dava sulla pensilina della costruzione solitamente usata per le merci. "Ragazzi, bisogna rifornirci anche di coperte... guardate nei vagoni di prima classe, là forse". Era il caos. Su quel treno c'eravamo saliti già da mezz'ora e per la maggior parte sembrava un gioco, un semplice, anche se rischioso gioco. La stazione di Andora era deserta. Eravamo scesi da Stellanello per far man bassa di chissà cosa; eravamo convinti che su quel treno fermo potessimo trovare generi di lusso. Invece... "Prendete le tendine, quelle servono". Sandro Badellino (Biundu), più dinamico e meno fracassone, cercava di accelerare. "Prendete le tendine... ho detto le tendine". Qualcuno non aveva ancora capito a cosa potevano servire quelle tende di color marrone con quella "FF.SS." stampigliata in più parte, quelle tende polverose che servivano a riparare i finestrini dal sole. Ci prendemmo due botte di "cretini" e non replicammo. In pochi minuti mettemmo insieme un gran numero di tendine e ripartimmo, con sacchi recuperati nella stazione merci, verso Stellanello. Qualcuno scherzava cercando di evitare che il comandante "Mancen", al secolo Massimo Gismondi, il più alto in grado del distaccamento, potesse accorgersene. "Ma cosa vogliono fare con queste tendine?". La domanda ottenne risposta soltanto la mattina dopo quando io e gli altri due compagni fummo incaricati da "Mancen" di portare tutte quelle tende in una casa verso Testico. Consegnammo le tende ad una donnina, una certa Luigina, che ci assicurò "tornate tra una settimana. I pantaloni saranno pronti, almeno spero. Dite ai capi che vi farò anche delle braghe corte". E così, almeno per noi, si svelò il mistero delle tendine. Dopo una settimana tornammo e la donna ci consegnò i pantaloni, confezionati alla perfezione.
un ex partigiano
Daniele La Corte, Storie di uomini e di donne. Gli anni difficili della Resistenza, Calvo Editore, 1995

[...] i partigiani Lino Viale e Nino Agnese (Marco) e il presidente del C.L.N. Dottor Renato Negri (Renato II) erano venuti a conoscenza di un treno fermo alla stazione di Andora con un carico di viveri e generi diversi, destinato ai tedeschi in Francia.
La sosta era dovuta all'interruzione della linea conseguente al bombardamento del ponte ferroviario di Cervo. Un sopralluogo era effettuato da Massimo Gismondi (Mancen), insieme a Silvio Bonfante (Cion) - allora a Cian de Bellottu con Nino Siccardi (Curto) - e al podestà Giuseppe Vattarone, che, sebbene segretario del Fascio locale non disdegnava di dare sottomano aiuto ai partigiani e agli andoresi in genere, duramente provati dalla fame e dalla penuria imperante. Dopo alcuni giorni Cion, Mancen, Germano, Marco, Sandro ed altri, affluiti con alcuni carri per trasportare il vettovagliamento, presidiavano le vicinanze mentre un commando occupava la stazione. L'ora, circa le otto di sera, di per sé era propizia, perché l'ultimo treno arrivava alle sette e mezza, ma quella sera purtroppo il convoglio aveva due ore di ritardo. Annullare l'operazione era comunque improponibile per la mobilitazione effettuata, sicchè si procedeva all'occupazione della stazione: atrio, biglietteria e stanza del manovratore e del controllore. I ribelli, indossate divise da ferrovieri, si sostituivano al capo stazione Rendone e agli altri addetti, attendendo l'arrivo del treno. Nessuno dei passeggeri scesi dai vagoni, tra cui si trovavano sia tedeschi che fascisti, dava segno di accorgersi della presenza partigiana. Allontanatisi tutti i viaggiatori, i partigiani svuotavano diversi vagoni del treno merci in sosta forzata. Per quanto rimaneva sugli altri vagoni, provvedeva il podestà ad avvisare la gente in paese, che avrebbe terminato l'opera nottetempo. L'indomani i tedeschi, accortisi del clamoroso scacco, arrestavano il podestà Vattarone e intimavano agli andoresi la restituzione della refurtiva, ma essendo il maltolto già ben lontano o ben nascosto la richiesta rimaneva inevasa e tutto finì lì.
Francesco Biga in Francesco Biga e Ferruccio Iebole (a cura di Vittorio Detassis), Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria) - vol. V, Ed. Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia, 2016